Archivio | maggio 17, 2010

SCANDALO APPALTI – Non solo vento: in Sardegna si apre il filone dell’acqua

Non solo vento, in Sardegna si apre il filone dell’acqua

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di Francesca Ortalli

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Franco Piga, il commissario dell’Autorità d’ambito della Sardegna (Ato) si è dimesso nella tarda serata di sabato. Era stato indagato dalla Procura di Roma l’undici maggio scorso per concorso in corruzione nella bufera degli appalti sull’eolico che ha travolto anche il presidente della Regione Ugo Cappellacci. Il ruolo ricoperto da Piga era delicatissimo: l’Ato è infatti il consorzio tra tutti i comuni e province della Sardegna con funzione di programmazione, organizzazione e controllo sull’attività di gestione del servizio idrico integrato che fa capo ad Abbanoa, il gestore unico. In pratica gestisce e controlla la fetta più grossa dei fondi nel settore dell’acqua, i cosiddetti P.O.T (Programmazioni Operative Triennali). Una torta immensa se si pensa ai 412 milioni di euro messi a disposizione da finanziamenti europei e regionali. Denaro rimasto finora inutilizzato ma che deve essere speso entro il 2010 per non vedere ridotto lo stanziamento dei Fas, (le risorse per le aree sottosviluppate). Questi soldi ad oggi non sono stati spesi nonostante le sollecitazioni fortissime di Abbanoa.

D’altronde la nomina di Franco Piga come commissario dell’Autorità d’Ambito era stata oggetto di contestazioni da parte del Pd. Il suo incarico era infatti illegittimo secondo Carlo Mannoni, l’ex assessore ai Lavori Pubblici della Giunta Soru. In un intervento l’aveva bollato come “inquilino abusivo” del palazzo di via Cesare Battisti a Cagliari, sede dell’Ente perquisita dai carabinieri del Ros alcuni giorni fa. Sta di fatto che il 24 marzo del 2009, Cappellacci, fresco del recente successo elettorale, chiama Franco Piga come commissario dell’Ato. Una delibera non valida perché non autorizzata da nessuna norma di legge. L’Anci protesta e per tenere tutti buoni la Giunta fa approvare con la finanziaria del 2009, una leggina “ad personam”. È la n.1 del 14 maggio 2009, dove è scritto nero su bianco che Piga poteva restare, per il momento al suo posto, ma in cambio si doveva presentare una proposta di legge da approvare entro il 14 agosto per riformare l’Autorità d’ambito sui servizi idrici. In caso contrario Piga doveva fare le valigie. Il termine viene spostato al 31 dicembre (legge regionale n.3 del 7 agosto 2009) e scaduto anche quello, non succede nulla. Fino ad oggi, con le dimissioni dell’ingegnere “abusivo” sollecitate anche dal capogruppo del Pdl Mario Diana.
Nel frattempo, il 25 gennaio di quest’anno, sono state approvate dall’Ato le tariffe idriche di tutta la Sardegna per il 2010.

Nient’altro di incisivo per il servizio idrico, e di conseguenza per i cittadini, sembra essere stato fatto dal commissario, certamente non lo sblocco dei 412 milioni. Dal 1° aprile 2009, giorno del suo insediamento, fino ad oggi nessun bando è stato autorizzato e i tempi diventano sempre più stretti. Così tanto da poter giustificare, se Piga non si fosse dimesso, il ricorso ad una procedura d’urgenza, con l’affidamento di poteri straordinari al commissario. Un film già visto, con i risultati che vediamo.

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17 maggio 2010

fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=98785

Università, al via oggi la settimana di mobilitazione

Università, al via oggi la settimana di mobilitazione

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E’  partita la settimana di protesta nelle università italiane contro la riforma del ministro Mariastella Gelmini che mette mano sulla governance degli atenei, il reclutamento del personale, il diritto allo studio. Da oggi sono in programma incontri, assemblee, sit-in, occupazioni (domani scatteranno in tutti i rettorati), lezioni che si terranno a singhiozzo. Al centro della vertenza nazionale, la scarsità di risorse sul piatto per gli atenei. «La drammatica condizione in cui versano le università per effetto dei tagli al finanziamento in parte già attuati, ed in parte da attuare nel 2011 e 2012 – sottolinea la Flc Cgil- metteranno in ginocchio il sistema. una proiezione della conferenza dei rettori stima all’1 gennaio 2011 il momento di insostenibilità finanziaria per gran parte degli atenei». Insomma, il momento del “collasso” si avvicina e «già oggi molte università sono in una condizione di deficit crescente che impone il taglio dei corsi, dell’offerta formativa, della ricerca», continua il sindacato. al problema delle risorse si aggiunge la vertenza dei ricercatori a tempo indeterminato a cui la riforma al vaglio del senato sbarra la strada: resteranno fuori da ogni possibilità di carriera poichè la loro figura viene eliminata: ci saranno solo ricercatori a termine a cui vengono garantiti percorsi più definiti di carriera.

Entro sei anni, ci sarà «una concorrenza spietata
– dicono i ricercatori- tra vecchie leve (alcuni insegnano da decenni negli atenei) e nuovi assunti per i pochi posti da docente». L’occupazione dei rettorati e le assemblee – domani scatteranno le occupazioni simboliche dei rettorati in tutte le università. A roma, a Tor Vergata, l’iniziativa partirà alle 10, alla presenza del segretario generale della flc cgil, mimmo pantaleo. Alle 11 toccherà alla Sapienza. Sempre nella capitale, alle 14.30, sarà la volta di Roma Tre. A Bologna ci sarà prima una assemblea pubblica, alle 10, in piazza Scaravilli, poi anche qui scatterà l’occupazione del rettorato. in ogni ateneo sono previste anche assemblee di docenti e ricercatori. A milano, alla statale, ce ne sarà una anche giovedì, con l’astensione dei partecipanti dalle lezioni che, questa settimana, sono a rischio un po’ dovunque con i docenti impegnati nelle proteste. A Napoli domani, alla Federico II, si presidierà un rettorato che, di fatto, è già senza rettore: le dimissioni di quello attuale, guido trombetti, sono ormai più che confermate dalle indiscrezioni. i ricercatori dell’ateneo campano, quasi 2.000, presidieranno comunque il palazzo. Intanto hanno già confermato che non insegneranno più da settembre: nell’ultimo senato accademico «ci siamo astenuti – racconta Alessandro Pezzella, rappresentante in senato – dall’approvare la nuova offerta formativa».

Ecco poi altre iniziative: il sit-in al senato – mercoledì la protesta, da tutta italia, si sposterà sotto al senato, dove è in discussione la riforma. I ricercatori stanno preparando pullman da tutte le regioni per dire no al ddl e far valere le loro ragioni. Intanto, qualcosa si è messo: la scorsa settimana è passato un emendamento del relatore Giuseppe Valditara che elimina dal testo la disparità sulla chiamata diretta da parte degli atenei (l’assunzione senza concorso, ma previa abilitazione) tra ricercatori a termine (istituiti dal ddl) e ricercatori a tempo indeterminato. Era uno dei punti al centro della vertenza dei ricercatori che, però, vogliono più garanzie sulle assunzioni. Il loro coordinamento nazionale (cnru), con base alla sapienza, sta facendo girare da mesi una proposta per favorire l’ingresso di chi ha già insegnato per almeno sei anni in un ateneo. Quel che è certo è che i ricercatori non si fermeranno, protesteranno finchè la legge sarà in parlamento. Tanto che gli atenei campani stanno già organizzando un sit-in, ai primi di giugno, in una grande piazza di Napoli ancora da decidere.

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17 maggio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=98806

disegno di Serena Ciranna

ECONOMIA.. DOMESTICA – Dopo le cialde low cost in arrivo quelle fai da te

Dopo le cialde low cost in arrivo quelle fai da te

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di Luisanna Benfatto

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Chi l’avrebbe mai detto che riempire di polvere di caffè l’imbuto della moka sarebbe ritornato come gesto quotidiano dopo l’avvento della cialda? Niente sprechi, niente più spruzzi sul fornello con la capusula usa e getta. Invece…in Spagna è nata la terza via, la Ne-Cap. Una start up, creata da Ivan Sierra Montoya, un ingegnere elettronico di 35 anni, che con quindici persone e stabilimenti a Malaga e Shenzhen, ha messo sul mercato le capsule compatibili con il metodo Nespresso e caricabili a mano. Sono necessari soltanto 15 secondi per eseguire le 4 mosse che permettono di riempire la capsula con il caffè in polvere, o il thè, sigillarla, inserirla nella macchientta e gustare la bevanda. Il risparmio è notevole. La confezione di 100 capsule che si compra online sul sito costa 9,95 euro.

Si profila quindi un nuovo duro attacco, dopo quello operato dall’azienda francese Casino Guichard con le cialde low cost, al monopolio della Nestlé depositaria del marchio Nespresso.
Ai numerosi grands crus offerti nelle boutique monomarca, Ne-Cap risponde con una scelta infinita di gusti adatti a tutte le tasche: dal caffè in polvere del discount alla miscela personalizzata e macinata in casa. Con questa sua formula l’azienda spagnola conta di conquistare il 5 % del mercato delle cialde che è valutato in 500 milioni di euro, vendendo 50 milioni di cartucce entro l’anno. Le capsule Ne-Cup sono state immesse da sei mesi nel mercato della grande distribuzione spagnola e nello shop online e hanno già venduto sei milioni di esemplari.

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17 maggio 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2010/05/ne-cap-capsule-caffe-ricaribili-alternativa-nespresso.shtml?uuid=223096ac-61b4-11df-9897-da92dfbe9b50&DocRulesView=Libero

Appalti, Scajola smentisce la moglie: “Dai pm? Non sto coprendo nessuno”

Appalti, Scajola smentisce la moglie
“Dai pm? Non sto coprendo nessuno”

L’ex ministro dello Sviluppo Claudio Scajola

L’ex ministro nella bufera si sfila: “Parliamo solo io e il mio legale”. Per la successione c’è Romani

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ROMA
L’intenzione di Silvio Berlusconi
è di chiudere il capitolo del ’dopo Scajola’ in tempi brevi, possibilmente in settimana, anche se l’ipotesi di affidare il ministero ad un tecnico di prestigio sembra sempre molto complicata, se non tramontata. Dopo la cena con alcuni imprenditori, la scorsa settimana a palazzo Grazioli, la nomina di Paolo Romani, attuale vice ministro allo sviluppo economico, non appariva più così certa come era stata fino a quel momento. Ma nelle ultime ore ha ripreso corpo dopo il diniego di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, quel tecnico di rango a cui il Cavaliere stava pensando negli ultimi giorni per rilanciare le politiche dello sviluppo e l’immagine dell’Esecutivo.

Altri nomi non ce ne sarebbero al momento: in giornata sono circolate voci sulla possibile candidatura di Luca Cordero di Montezemolo poi smentite dall’entourage dell’ex presidente della Fiat. Così come vengono smentite le voci che vedrebbero Luisa Todini, ex europarlamentare del Pdl e tra i nomi presi a suo tempo in considerazione per la candidatura alla regione Lazio, come possibile successore di Claudio Scajola. L’idea, quindi, è che alla fine il Cavaliere opti per una soluzione ’politicà, ed in quel caso sulla promozione di Romani non ci sarebbero più dubbi. Il premier tornerà ad occuparsi direttamente della vicenda mercoledì quando farà rientro nella Capitale ( resterà a Milano anche domani per partecipare ad una cena con il Milan). E il ritorno a Roma sarà anche l’occasione per fare il punto sulla manovra economica. Berlusconi, spiegano i suoi fedelissimi, è in stretto contatto con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti per valutare le misure in cantiere. Spetterà al presidente del Consiglio fare la sintesi.

Ed eventualmente impostare la strategia comunicativa per spiegare agli italiani il senso della finanziaria. Nel frattempo a tenere banco all’interno della maggioranza è la possibile apertura all’Udc di Pier Ferdinando Casini. Nei ragionamenti fatti con i suoi interlocutori Berlusconi è stato chiaro: Una maggioranza esiste già e va avanti nel rispetto del mandato elettorale. Ben venga però, avrebbe ribadito più volte, l’appoggio dei centristi sui provvedimenti in Parlamento. Solo nel caso in cui al Pdl dovessero mancare voti per governare cambierebbero strategia e opzioni, ipotizzando come extrema ratio anche le elezioni oppure un’eventuale nuova maggioranza, magari proprio con il ritorno di Casini.

Si tratta però solo di ragionamenti, si affrettano a precisare gli uomini del premier, anche perchè fino ad ora non c’è mai stato motivo di dubitare della tenuta della maggioranza. Parole che chiamano indirettamente in causa la minoranza dei ’finianì a cui però sono gli stessi azzurri a riconoscere lealtà nelle Aule parlamentari. Chi di Udc non vuole proprio sentir parlare è il leader della Lega Nord Umberto Bossi: «Casini – osserva con un filo d’ironia il Senatur – “nomen omen”: l’altra volta quando entrò nel governo fu un disastro. Tutti i giorni – ricorda ancora – smontava qualcosa; si metteva di traverso».

A spazzare via ogni dubbio è ufficialmente il segretario centrista Lorenzo Cesa che rivolgendosi direttamente al leader del Carroccio si affretta a chiarire: «Bossi stia tranquillo – dice – perchè non c’è nessuna disponibilità ad entrare in questo governo».

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17 maggio 2010

fonte:  http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201005articoli/55108girata.asp

RIFORMA FONDAZIONI LIRICHE – Carla Fracci attacca Alemanno: “Vergogna, vergogna, farabutto”

Carla Fracci attacca Alemanno
“Vergogna, vergogna, farabutto”

L’ex direttrice del corpo di ballo dell’Opera è intervenuta all’assemblea organizzata dai sindacati contro il decreto di riforma delle fondazioni liriche e si è scagliata contro il sindaco: “Per due anni non mi ha mai ricevuto”

Carla Fracci attacca Alemanno "Vergogna, vergogna,  farabutto" Carla Fracci attacca il sindaco Alemanno

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“Vergogna, vergogna, farabutto”. Arrivato al Teatro dell’Opera per intervenire all’assemblea organizzata dai sindacati contro il decreto di riforma delle fondazioni liriche, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, è stato affrontato a brutto muso da Carla Fracci, che di recente ha visto non rinnovato il suo contratto di direzione del corpo di ballo del teatro romano.

Alemanno aveva appena finito di parlare, accolto da qualche applauso e molti fischi. L’etoile, seduta in prima fila accanto al sindaco di Bari, Michele Emiliano, si è alzata di scatto, è andata dal primo cittadino di Roma e ha cominciato ad inveire, visibilmente alterata. Alemanno non ha reagito. “Vergogna – ripeteva la Fracci – per due anni non mi ha mai ricevuto. E sono cose che non dico per me – ha aggiunto – ma per il futuro di questo teatro”. Per placare gli animi sono intervenuti il sindaco Emiliano e i parlamentari del Pd, Vincenzo Vita ed Emilia De Biasi. Intanto dal pubblico c’era chi urlava: “Fate parlare Carla Fracci”.
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Erano circa le 16 quando gli impegati del teatro romano hanno riempito la sala. Dalla galleria ai palchi, fino alla piccionaia. Appena il primo cittadino ha parlato (“è necessario affrontare in maniera seria la fase del negoziato per modificare il decreto Bondi”, aveva detto Alemanno), i lavoratori sono esplosi in un boato di urla, fischi e insulti contro Alemanno. “Non basta ‘modificare’ il decreto – hanno detto – è necessario ‘ritirarlo’ del tutto”.

In testa alla protesta l’ormai ex direttrice del corpo di ballo dell’Opera, Carla Fracci, che si è scagliata a gran voce contro il sindaco di Roma, puntando il dito davanti al  suo viso urlando: “Vergogna”. Rossa in volto, la ballerina ha anche toccato con le mani la gamba di Alemanno e bacchettando ripetutamente l’indice sul suo viso ha detto: “E’ colpa tua”. Per Alemanno la Fracci si lamentava perché “non gli ho dato un appuntamento. Glielo concederò, ma il problema di fondo è che lei vorrebbe rinnovare un contratto che dura ormai da troppi anni, e per il Teatro dell’Opera di Roma è giusto voltare pagina”. E ha continuato: “Con tutto il rispetto per il suo valore artistico mi dispiace ma il rapporto con la Fracci è ormai superato e dobbiamo dare spazio ai giovani e ad altre offerte artistiche”.

La giornata di protesta contro i tagli al Fondo unico per lo spettacolo (Fus), si era aperta all’insegna della musica. Alle 12 orchestra, coro e corpo di ballo del teatro avevano tenuto sotto la pioggia uno spettacolo all’aperto, in piazza Beniamino Gigli. Alle 14 poi tutti in sala per discutere della “Riforma di sistema dello spettacolo dal vivo, riordino Fondazioni lirico sinfoniche, decreto ministeriale”. Ad ascoltare anche i rappresentanti sindacali di tutte le fondazioni e i sindaci di Bari, di Genova e di Roma.

“La contestazione al sindaco è di chiara matrice ideologica – ha sottolineato il presidente della commissione cultura del Comune di Roma, Federico Mollicone – E’ inaccettabile sia nei modi che nei termini”. E contro la Fracci, Mollicone annuncia che verificherà “quanto siano costate, in questi ultimi anni, le produzioni curate dall’ex direttrice del corpo di ballo e quali sono state le agenzie chiamate a realizzarle, invitandola altresì a non lanciarsi in atteggiamenti intollerabili e che poco hanno a che vedere con una etoile, che per tutti è stata un’icona di stile e compostezza”.

E anche dal Partito democratico arrivano le prime reazioni. Plaudendo la sinergia messa in atto dalle sigle sindacali e i lavoratori, i democratici chiedono l’immediato ritiro del decreto per la sua incostituzionalità. “Siamo vicini ai lavoratori del settore che per primi risentono degli effetti di una ennesima ed inutile decretazione d’urgenza. Per questo – ha spiegato Marco Miccoli, segretario romano del Partito – inviteremo i nostri rappresentanti in Campidoglio a presentare celermente un ordine del giorno sull’argomento”.

Ad Alemanno è arrivata nel pomeriggio la solidarietà del sottosegretario Francesco Giro. “Piena solidarietà – ha scritto Giro in una nota – ad Alemanno dopo la contestazione della Fracci”. “Il clima – sempre secondo Giro – è troppo incandescente, perché qualcuno, invece di cercare soluzioni condivise e soprattutto praticabili, si ostina a gettare benzina sul fuoco, e fra questi non è certamente il governo”. E ha aggiunto: “Noi, al contrario, ci siamo assunti la responsabilità di affrontare un’autentica emergenza che, da un lato i sovrintendenti, dall’altro i sindacati non erano riusciti a risolvere in qualche modo. Lo dimostra il congelamento al 2003”

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17 maggio 2010

fonte:  http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/05/17/news/fracci_contro_alemanno-4136779/?rss

Bolzano, vince centrosinistra / Beppe Grillo: “Forza Bolzano!”

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Bolzano, vince centrosinistra

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Trionfa a Bolzano il centrosinistra modello Unione, allargato alla Svp: il sindaco uscente Luigi Spagnolli, del Pd, ha surclassato con il 52.45% dei voti il candidato Robert Oberrauch (32.73%) proposto da un centrodestra in affanno che non ha saputo ripetere la performance del 2005, quando vide vincitore il suo Giovanni Ivan Benussi, che poco dopo dovette però gettare la spugna perchè privo di una maggioranza di governo, spianando la strada a Spagnolli. «La Bolzano italiana – ha commentato il sindaco (riconfermato da una mega-coalizione comprendente Psi, Lista Pannella, Verdi, Rifondazione, Sel, Pd e Idv, oltre alla Svp) – non è più di destra e si tratta di un cambio radicale ed epocale per la città. Viene meno – ha detto – quello stato mentale per cui italiani e tedeschi votano in modo precostituito».

La vittoria a Bolzano è stata salutata come una «bellissima notizia» dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Delusione del Pdl anche nel resto dei comuni altoatesini, tanto che uno dei coordinatori del partito, Alberto Sigismondi, ha parlato apertamente di «un disastro»: a Merano la candidata Claudia Benedetti, sostenuta dalla deputata «iper-berlusconiana» (così ama definirsi lei stessa) Michaela Biancofiore, è fuori dal gioco nel prossimo ballottaggio che vede un inedito confronto tra il sindaco Svp uscente Guenther Januth e la Verde Cristina Cury. A Bressanone, poi, il ballottaggio sarà tra la Svp ed i Freiheitlichen, partito della destra sudtirolese che nel complesso non ha confermato le posizioni acquisite nelle ultime provinciali e che a Bolzano non è stato seguito dall’elettorato che non ha premiato la decisione di rinunciare al tradizionale patto di desistenza a favore della Svp in nome della rappresentanza etnica nel capoluogo a maggioranza italiana. A Bressanone il candidato sindaco del Pdl è al sesto posto, battendo soltanto la Pasionaria separatista Eva Klotz. Unico avamposto dove il Pdl ha tenuto è Laives, sobborgo italiano di Bolzano, dove il centrodestra al 28.1% dovrà sfidare al ballottaggio un centrosinistra forte del 32.8%. La consultazione ha visto una sostanziale tenuta della Svp e non ha mancato di sottolinearlo il governatore Luis Durnwalder: «Le comunali – ha detto – sono andate molto bene, anzi benissimo. La Svp ha perduto due sindaci in periferia, ma in cambio ne ha guadagnati altri quattro. Si tratta di un segnale positivo perchè va nel senso della stabilità ».

Da vero sportivo, il candidato perdente del centrodestra a Bolzano Robert Oberrauch, ex capitano della nazionale di hockey, ha stretto la mano a Spagnolli, rendendogli l’ ‘onore delle armì e attribuendo la debacle (in virtù della quale non potrà nemmeno sedere in consiglio) alle forti tensioni interne al Pdl, sfociate in uno scambio di schiaffoni la notte precedente alla chiusura della campagna elettorale tra esponenti delle due fazioni, una guidata da Biancofiore e l’altra dal suo collega deputato Giorgio Holzmann. Biancofiore ha detto che si rivolgerà direttamente a Berlusconi per ottenere un chiarimento. Significativa la performance a Bolzano dell’Udc, con l’assessore uscente Sandro Repetto che presentandosi da solo ha incassato il 5.68% dei suffragi, ma che vede vacillare il proprio posto nella nuova giunta per il veto di Spagnolli: «Se ci saranno i numeri – ha detto il sindaco – faremo la giunta con i soli voti di chi ci ha sostenuto». Tra i vincitori anche il partito di Beppe Grillo che ha visto il candidato bolzanino Alberto Filippi raccogliere quasi il 4% dei voti. Si è votato anche in Trentino, escluso il capoluogo: a Rovereto, secondo centro della provincia, si va al ballottaggio con un testa a testa fra una lista civica e il centrodestra, a Riva del Garda il centrosinistra vince al primo turno e ad Arco vi sarà un ballottaggio tutto interno al centrosinistra, con l’Unione di Dellai assieme agli Autonomisti al 41.7% e il centrosinistra con il Pd al 36.9%.

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17 maggio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=98811

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Forza Bolzano!

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Il MoVimento 5 Stelle ha ottenuto più del 4% alle elezioni comunali di Bolzano. Sono stati eletti due consiglieri: Vedovelli Claudio e Segato Serena. Tutto attraverso l’autofinanziamento, senza imbrattare Bolzano con manifesti elettorali e senza alcuna pubblicità da parte dei media in mano a Pdl e a Pdmenoelle. I partiti che straparlano di tagli incassano centinaia di milioni di euro di “rimborsi elettorali“, una truffa che consente di aggirare l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti sancita da un referendum. Il MoVimento 5 Stelle ha rifiutato il rimborso di un milione settecentomila euro per le regionali. Quali partiti hanno fatto altrettanto? I soldi devono rimanere ai cittadini. Forza Bolzano!

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fonte:  http://www.beppegrillo.it/2010/05/bolzano_elezion.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+beppegrillo%2Frss+%28Blog+di+Beppe+Grillo%29

Inondazioni in Europa centrale, vittime e danni. Corsa per salvare gli archivi di Auschwitz

Inondazioni in Europa centrale, vittime e danni
Corsa per salvare gli archivi di Auschwitz

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Investite soprattutto La Polonia (due morti), la Repubblica ceca (un morto) e la Serbia (due morti). Minacciato il museo-memoriale del più famigerato fra i campi di sterminio nazisti

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dal corrispondente di Repubblica ANDREA TARQUINI

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Inondazioni in Europa centrale, vittime e danni Corsa per salvare  gli archivi di Auschwitz Una casa nel sud della Polonia

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BERLINO – Il maltempo ha investito l’Europa centrale e centro-orientale, dalla Polonia ai Balcani, miete vittime, causa danni ingenti e minaccia il museo-memoriale di Auschwitz, dove sorse il più famigerato tra i campi di sterminio costruiti dai nazisti. Solo una corsa contro il tempo ha salvato gli archivi della fabbrica della morte dalle inondazioni. E le piogge torrenziali minacciano di continuare a cadere fino a mercoledì.

Si contano finora due morti in Polonia – un uomo di 60 anni e una donna di 45, trascinati via da un fiume in piena – un morto nella Repubblica cèca e due in Serbia. Migliaia di famiglie sono state evacuate dai vigli del fuoco in Polonia e centinaia in Ungheria, e molte abitazioni sono minacciate dalle inondazioni.

“Tutti i 250 dipendenti e collaboratori del museo sono stati mobilitati, siamo riusciti a salvare gli archivi del Lager trasportando in corsa tutti i documenti ai piani alti degli edifici”, ha dichiarato il portavoce del museo di Auschwitz, Jaroslaw Mensfeld. L’ingresso del campo e del museo è stato chiuso ai visitatori per sicurezza. In tutta la Polonia meridionale, la situazione secondo i media è drammatica. Il Mon, cioè il ministero della Difesa polacco, ha messo in allerta almeno ottomila soldati, pronti ad affiancare vigili del fuoco, polizia e volontari nei soccorsi e nelle misure d’emergenza. In molti luoghi, vengono costruite in corsa dighe supplementari con sacchetti di sabbia.

Auschwitz – diviso tra la sua parte vecchia, chiamata Auschwitz 1, e la sinistra parte ‘nuova’, l’immensa fabbrica della morte di Auschwitz 2-Birkenau – fu il più grande dei campi di sterminio costruiti dalla Germania nazista in tutti i territori dei paesi europei occupati dal Terzo Reich. Era al centro di una rete-ragnatela ferroviaria per i treni della morte che vi portavano gli ebrei deportati da ogni parte del continente. Oltre 1,1 milioni di persone, in maggioranza ebrei, poi resistenti polacchi e prigionieri di guerra sovietici, furono uccisi dai nazisti (in gran parte col gas Zyklone-B) dopo mesi di sofferenze atroci e torture disumane. Il campo fu liberato nel gennaio 1945 da reparti dell’Armata rossa.

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17 maggio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/05/17/news/inondazioni_polonia-4138223/?rss

Afghanistan – L’oppio dietro la strage

L’oppio dietro la strage

L’agguato contro i soldati italiani serve a tenere aperta la rotta che porta alle raffinerie d’eroina nelle ex repubbliche sovietiche. Una strada indispensabile per i baroni della droga dopo il raccolto primaverile. E i mandanti non solo solo i Talebani

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di Gianluca Di Feo

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Un gruppo di hurt locker italiani a Bala Morghab
Foto Giuliano Koren/Witness Journal/Fotogramma
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Dalla seconda metà di maggio Bala Murghab diventa uno dei posti più caldi del pianeta. Perché è lì che si combatte la battaglia dell’oppio. Metà dell’eroina prodotta in Afghanistan transita da quella zona per attraversare il confine occidentale e perdersi nelle Repubbliche asiatiche dell’Unione sovietica, dove viene raffinata per invadere i mercati europei. Da quella droga dipende la ricchezza di talebani e signori della guerra.

È proprio lungo la strada che collega Herat, la capitale del distretto occidentale affidato al comando italiano, a Bala Murghab che è avvenuto l’agguato di lunedì mattina. Un’imboscata preparata con cura: la carica di esplosivo è stata così potente da dilaniare il Lince, un veicolo progettato per resistere a questo tipo di ordigni. Gli attentatori sono riusciti a nascondere la bomba, sottraendola ai controlli incrociati che precedono le spedizioni dei nostri convogli.

In genere, prima dei pattugliamenti sul territorio si alternano i caccia Amx con i loro pod da ricognizione e gli aerei robot Predator, che restano silenziosi sulla zona cercando di individuare ogni movimento sospetto. Ma questa volta i killer non sono stati fermati: l’esplosivo ha ucciso due soldati e ne ha feriti gravemente altri due. Si tratta di militari del 32mo reggimento guastatori, il reparto specializzato nello scoprire e neutralizzare gli Ied: l’equivalente italiano degli Hurt Locker resi celebri dal film che ha vinto l’Oscar.

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Per tenere aperta la rotta della droga non combattono solo i talebani. Per i guerriglieri islamici l’eroina resta una fonte di reddito decisiva: l’acquistano dai contadini e ne curano l’esportazione e la vendita all’ingrosso; con i proventi poi assoldano molti dei contadini trasformandoli in guerrieri fino alla nuova stagione di semina e al raccolto primaverile. Un ciclo arcaico della guerra, che si dimostra efficace nel garantire ai fondamentalisti il consenso della popolazione nelle regioni meridionali. Ma la strada di Bala Murghab serve anche a molti dei potenti locali, che spesso ufficialmente sostengono il governo di Karzai o hanno addirittura incarichi nelle amministrazioni statali: coltivano il papavero e si arricchiscono con l’oppio, finanziando le proprie milizie e usando il denaro per condizionare gli assetti politici locali.

L’anno scorso italiani e americani hanno cercato di anticipare le mosse dei baroni dell’oppio, scatenando una serie di offensive preventive per sbarrare la strada. Le immagini raccolta all’epoca da una reporter spagnola mostrano combattimenti a ridosso del centro abitato, con parà della Folgore e marines che lottano fianco a fianco, mentre in cielo gli elicotteri Mangusta seminano raffiche con i cannoni a tiro rapido. I guerriglieri riuscivano a reagire con un contrattacco a pochi metri dal comandante in capo italiano: si vedevano i marines tirare bombe a mano, come nelle foto storiche del Vietnam o di Iwo Jima. contro nemici appostati dietro l’angolo. Le sortite dei parà e degli americani in quel settore sono proseguite per tutta l’estate, mentre i mortai pesanti da 120 millimetri consumavano casse di munizioni per garantire la protezione della base avanzata. Operazioni condotte in un settore che formalmente è affidato al contingente spagnolo ma dove le indicazioni politiche del governo Zapatero hanno ridotto al minimo la collaborazione con i comandi statunitensi, limitando l’attività dei reparti.

Adesso da circa un mese la responsabilità del settore è passata agli alpini della brigata Taurinense. Si tratta di una delle unità più addestrate del nostro esercito, la prima ad essere stata inserita venti anni fa nei contingenti Nato di pronto intervento. Gli uomini si sono preparati per tutto l’inverno alla spedizione, con esercitazioni condotte sui poligoni italiani.

A comandarli c’è il generale Claudio Berto, l’ufficiale che nel 2003 ha guidato la prima missione in Afghanistan presidiando la fortezza orientale di Khost: uno dei migliori conoscitori della realtà locale, autore di diversi scritte sulle tattiche per presidiare il territorio afghano. Ma è inevitabile che l’attentato, il primo di un’estate che si annuncia durissima, riproponga il dibattito sul nostro contingente a Herat. Forze di governo come la Lega con il ministro Roberto Calderoli sono tornate a esprimere dubbi sulla riuscita della missione, nata per garantire la sicurezza e sostenere il governo di Ahmid Karzai: “Abbiamo spesso espresso perplessità sulla possibilità di esportare la democrazia, ma ogni decisione deve essere presa insieme agli altri a livello internazionale. Bisogna verificare se questi sacrifici servono a qualcosa”.

I vertici delle forze armate invece domandano maggiore autonomia nelle scelte sul campo, soprattutto per quanto riguarda le dotazioni destinate a garantire la sicurezza del contingente. Rispetto ai corpi di altri paesi, i nostri soldati hanno un numero limitato di veicoli cingolati Dardo, non dispongono di artiglieria pesante per la protezione delle basi e il numero di elicotteri disponibili viene considerato da molti insufficiente. Inoltre il governo ha esplicitamente vietato l’impiego dei quattro cacciabombardieri Amx in azioni offensive: i jet possono usare i cannoni di bordo solo in condizioni estreme e quando si vengano “casualmente” a trovare in una zona dove un reparto italiano è sotto attacco. Regole giuste in una missione di pace, mentre quella che si conduce in Afghanistan da tre anni è una guerra aperta, senza quartiere: una questione che dovrebbe essere affrontata e discussa dal parlamento.

L’ultimo bollettino dell’aviazione americana segnala che giovedì scorso ci sono state 83 sortite degli stormi statunitensi in Afghanistan per appoggiare le operazioni terrestri. Anche a Farah, nel settore italiano, i grandi bombardieri B1 sono intervenuti: ma è bastata la loro presenza minacciosa a mettere in fuga i guerriglieri. Mercoledì erano state 91, martedì 74 con un altro raid a Farah. E la scorsa settimana gli aerei cargo per due volte sono corsi nella zona di Bala Murghab per paracadutare rifornimenti ai contingenti occidentali: il segno di quanto fosse pericoloso muoversi sulle strade.

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fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/loppio-dietro-la-strage/2127149//0

Facebook sotto assedio “Cancelliamoci tutti”

Facebook sotto assedio
“Cancelliamoci tutti”

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Il sito attaccato dai garanti europei e da associazioni per i diritti online per la diffusione di informazioni personali. Riunione d’emergenza a porte chiuse. Gli utenti minacciano azioni clamorose e c’è chi valuta alternative più rispettose

di ALESSANDRO LONGO

Facebook sotto assedio "Cancelliamoci tutti" Mark Zuckerberg, creatore di Facebook

LA QUESTIONE privacy investe Facebook e non può essere più ignorata. In seguito alle critiche che piovono da tutti i lati, la società ha convocato un summit dei suoi vertici, come si conviene quando c’è uno stato conclamato di crisi. Il social network è ormai spalle al muro, soprattutto dopo l’intervento dei garanti per la privacy europei. E tra gli utenti cresce il fronte di chi valuta se abbandonare il sito giudicato poco rispettoso dei loro dati personali.

Neanche in questo clima, però, Facebook rinuncia al suo stile tipico: la riunione è stata a porte chiuse. La società non ha fatto sapere nulla di quello che è stato detto o deciso, se non che è stata una “discussione proficua”. La sola azione annunciata ieri riguarda più la sicurezza del network che la privacy in senso stretto: ha aggiunto funzioni per contrastare il fenomeno dei ladri di informazioni personali, quelli che riescono a collegarsi agli account altrui.

Le polemiche che hanno colpito il network sono ben altre, però, e riguardano il modo con cui esso stesso gestisce i dati personali dei suoi 400 milioni di utenti. L’ultima è per il servizio nato a fine aprile, l’instant personalization 1. Fa sì che siti partner di Facebook possono sfruttare le informazioni personali che l’utente ha pubblicato sul network (nome, sesso, connessioni con altre persone o gruppi). Quando un utente di Facebook va su un sito partner troverà una pagina personalizzata in base ai suoi dati, per esempio con consigli basati sui suoi gusti musicali o su quelli dei suoi amici. L’utente può evitare questa personalizzazione? Sì, ma soltanto se si prende la briga di modificare un’opzione sul proprio profilo di Facebook.

Una novità “inaccettabile” scrive il Working Party, formato da tutti i garanti della privacy europei, in una lettera inviata al social network 2. Poco tempo fa i garanti avevano puntato il dito 3, in modo analogo, contro Google riguardo al servizio Buzz. In quel caso, l’azienda di Mountain View che ha risposto riconoscendo l’errore. Chissà se anche Facebook si dimostrerà accondiscendente.

Nel frattempo, il social network subisce pressioni anche in madrepatria: un gruppo di senatori Usa gli ha chiesto di essere più trasparente sul modo con cui gestisce i dati personali. Le critiche sono un coro a più voci, anche gli esperti di privacy ci si mettono: l’associazione storica del web Eff ha pubblicato una timeline 4 con il progressivo peggioramento del rapporto tra Facebook e privacy. L’esperto Matt McKeon l’ha messa in bella grafica 5 mostrando come Facebook, dagli inizi ad oggi, ha esposto sempre più informazioni personali degli iscritti.

Lo scopo del network è ovviamente quello di massimizzare lo sfruttamento marketing e pubblicitario dei dati.  Né hanno giovato, alla sua fama, sparate come quella del 25enne fondatore Mark Zuckerberg, che ha detto in pubblico 6 “la privacy è un concetto vecchio, superato”. Qualcosa di cui gli utenti non si curerebbero più, impazienti come sono di condividere e comunicare. Un calcolo sbagliato, forse, da cui potrebbe cominciare il declino del network a favore di un concorrente più rispettoso delle informazioni personali. L’ha chiesto a gran voce Ryan Singel dalle colonne di Wired 7 ed è una possibilità che comincia a diventare reale. Quattro ragazzi sono riusciti in pochi giorni a raccogliere 120 mila dollari per il progetto Diaspora 8: un social network “open”, che nascerà a settembre e che a differenza di Facebook darà agli utenti pieno e trasparente controllo sui propri dati personali.

Pressato da esperti e autorità di tutto il mondo da una parte, minacciato da alternative open dall’altra, Facebook potrebbe decidere di cambiare strada, dovendo però così anche rivedere i propri piani di remunerazione. Nel frattempo, però, c’è anche chi pensa di andarsene: un gruppo di scontenti ha individuato nel 31 maggio il giorno in cui ci si dovrebbe cancellare in massa da Facebook, il Quit Facebook Day 9. In migliaia si sono impegnati a fare questo passo.

fonte: http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/05/17/news/facebook_riunione_privacy-4063531/

ORA DI RELIGIONE – Grazie Gelmini, per quest’ora di Caos

Grazie Gelmini, per quest’ora di Caos

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di Leonardo Tondelli

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Forse stavolta il Ministro Gelmini ha cantato vittoria troppo presto. La settimana scorsa il Consiglio di Stato ha accolto l’appello contro la sentenza del Tar del Lazio che escludeva l’insegnamento della religione cattolica dall’attribuzione del credito scolastico. Il Consiglio di Stato accoglie le nostre posizioni, ha scritto il ministero. Non è così vero. La sentenza contiene critiche esplicite e pesanti al ministero, che dovrebbe garantire in tutte le scuole il cosiddetto Insegnamento Alternativo (un’ora di lezione alternativa a quella di Religione), e non lo fa.

“La mancata attivazione dell’insegnamento alternativo”, si legge nella sentenza, “può incidere sulla libertà religiosa dello studente o delle famiglie: la scelta di seguire l’ora di religione potrebbe essere pesantemente condizionata dall’assenza di alternative formative, perché tale assenza va, sia pure indirettamente, ad incidere su un altro valore costituzionale, che è il diritto all’istruzione sancito dall’art. 34 Cost. […] Di questo aspetto il Ministero appellante dovrà necessariamente farsi carico…” Il ministero invece fa orecchie da mercante, e racconta ai giornali che il Consiglio gli ha dato ragione. A scuola intanto si attende una circolare che chiarisca, a due settimane dagli scrutini, se gli insegnanti di Religione dovranno parteciparvi o no: comunque vada, sarà un caos.

Se infatti fino all’anno scorso era normale pensare che l’ora di Religione “facesse media” (anche se la valutazione non è numerica ed è ancora inserita in un foglio a parte), quest’anno l’insegnante sembrava essere stato definitivamente estromesso dalla sentenza del Tar. Gli studenti che durante l’anno hanno preso sottogamba la materia rischiano di ritrovarsi una brutta sorpresa nella pagella finale. Eppure si tende a pensare che la presenza del prof. di Religione nel consiglio di classe sia generalmente benigna: nei casi, non rari, in cui una promozione o una bocciatura vengano decisi per alzata di mano, la sua varrebbe quanto quella degli insegnanti di italiano o matematica. Ma questo vale anche per l’insegnante di Materia Alternativa; inoltre non è detto che il prof di Religione (o Alternativa) debba sempre sostenere gli alunni, e che le sue valutazioni debbano sempre incidere sul credito scolastico in modo positivo. L’essenziale, per il Consiglio di Stato, è che all’inizio lo studente abbia la possibilità di scegliere tra l’ora di Religione e una Alternativa (fermo restando che anche chi decide di non scegliere entrambe, di uscire dalla scuola o di restare nei corridoi, deve avere la possibità di conseguire il massimo punteggio, purché risulti “comunque meritevole in tutte le altre materie”).

Le associazioni laiche e religiose (non cattoliche) che erano ricorsi al Tar consideravano discriminante la presenza dell’insegnante di religione cattolica agli scrutini. Il Consiglio di Stato dice di no: ammesso e non concesso che Religione influisca in modo positivo sul credito (e questo non può essere dato per scontato) non c’è discriminazione, se a settembre gli studenti hanno avuto la possibilità di scegliere tra Religione e Alternativa. Ma quest’ultima spesso non viene offerta, e la stessa sentenza lo riconosce nero su bianco, ammettendo che si tratta di una violazione di un diritto sancito dalla Costituzione.

Perché nelle scuole statali non viene garantita, come previsto dalla legge, la materia alternativa?
È una semplice questione economica. In teoria l’ora di Religione costerebbe allo Stato il doppio delle altre; per ogni ora di insegnamento infatti dovrebbero essere garantiti due docenti. Ma in questa fase di tagli indiscriminati, in cui molte scuole chiudono laboratori e sospendono le gite d’istruzione, l’Alternativa è generalmente considerata sacrificabile. È la stessa legge a offrire ai dirigenti scolastici il grimaldello, lasciando ai genitori la libertà di non scegliere né Religione né Alternativa. A questo punto basta fare pressione sui genitori (che spesso non hanno chiari i loro diritti) perché portino i figli a scuola un’ora dopo, o li facciano uscire un’ora prima, o li lascino liberi di studiare nel corridoio… e il risparmio è assicurato. Il rispetto della Costituzione, un po’ meno.

E quindi? Il Ministero non ha nessun interesse ad ammetterlo, ma dopo il caos di giugno, c’è un rischio concreto di ricorsi a valanga. Le famiglie che a settembre non hanno avuto la possibilità di iscrivere i figli ad Alternativa potrebbero fare ricorso, sostenendo (sentenza del Consiglio di Stato alla mano) che la scuola abbia di fatto negato loro un diritto costituzionale. È davvero plausibile? Diciamo che è una mia teoria.
leonardo.blogspot.com

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17 maggio 2010
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