Archivio | maggio 21, 2010

Facebook, l’amico-nemico: le guerre del social network

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IO NON CI STO

Su Facebook, dico; difatti, mi sono cancellato. Oh, non del tutto. Amichevolmente il sito mi ha comunicato che, ancorché dispiaciuto per l’improvvida decisione, mi basta cliccare col mouse su di un magico bottoncino et-voilà, posso tornare col mio faccione e tutte le belle cose che riempiono la mia paginetta. E il tutto per la felicità dei miei 40 ‘amici’ che piangevano ‘la mia triste sorte’.

Beh, come dire, la mia decisione è motivata da molte cose: la principale è il poco tempo che posso dedicare a cercare di capire tutto il bailamme che mi ritrovo giornalmente. Chi ha detto cosa, chi ha citato chi, guarda che bella foto, e il mio video che figata, ecc. ecc.

Certo, è questione di manico per trasformare la mia pagina in pagina ‘intelligente’. Evidentemente questo manico io non l’ho. Al contrario di Elena che sti sta avviando ormai verso le 5.000 amicizie strette (e pensare che lei è molto selettiva, prima di accettare qualsivoglia ne disseziona il profilo, legge i commenti e quant’altro, e poi, se di suo gusto, l’ammette nella sua cerchia). Certo, Elena è molto politicizzata, ed affrontare la sua dialettica richiede sforzi eroici ed una sottile vena di masochismo ma.. ne vale la pena!.

E la questione privacy? Pia illusione, facebook o non facebook. E poi metterci la ‘faccia’ fa bene. Sempre che non te la prendano a calci! 🙂

mauro

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Facebook, l’amico-nemico
le guerre del social network

Un numero crescente di persone e governi si schiera contro il sito più popolare del mondo. Perché dietro un’apparenza innocua si cela un business miliardario. E c’è chi si chiede se siamo di fronte a un Grande fratello

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di VITTORIO ZUCCONI

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Facebook, l'amico-nemico le guerre del social network

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WASHINGTON – Ha un volto, anzi, una face, allegro e accattivante il possibile, nuovo “Grande Fratello” orwelliano, ma in molti cominciano a intravedere un ghigno dietro il sorriso innocente e vogliono dichiarargli guerra. Che si tratti di paranoia da complottisti incurabili, di invidia, di semplice effetto collaterale del mostruoso successo di Mark Zuckeberg l’i nventore, il risultato è ormai sotto il miliardo di occhi che nel mondo la guardano: Facebook, la rete sociale che raccoglie almeno 500 milioni di amici virtuali attraverso il pianeta per scambiarsi, tenere foto di neonati, meno tenere immagini di sé ignudi, messaggi di propaganda politica e sempre più commerciali, è in guerra.

È in guerra con sé stessa, con gli utenti agitati dall’invasione massiccia e crescente della loro privacy, con qualche governo suscettibile, come quello pachistano che ora l’ha bloccata per le immancabili “vignette blasfeme” contro il Profeta, con l’universo dei tecchies, dei grandi smanettatori di Internet sui loro blog frementi e ora pure con Hollywood, che sta finendo di produrre il primo kolossal di denuncia e di critica su Facebook: si chiamerà appunto Social Network, ma senza lieto fine. Dal “grande amico di tastiera”, qual era ancora cinque anni or sono quando partì il boom, rischia di trasformarsi nella nuova edizione del Big Brother orwelliano.

Il clima giocoso e innocente da scampagnata su banda larga e da riunione fra i diplomati del liceo classe 1990 sta lentamente intossicandosi in un’atmosfera di sospetto reciproco e collettivo, nel dubbio che quell’entusiastica cessione dei particolari privati della propria vita sia il cavallo di Troia attraverso il quale gli “apostoli” della rete sociale invadano l’esistenza dei cosiddetti “amici” per venderli al miglior offerente. Non amici, ma merce di scambio. Facebook, dietro la faccia, è un’impresa commerciale a fini di lucro, di molto lucro, che ha già attirato sostanziosi investimenti anche dai russi, che hanno pagato 200 milioni di dollari per acquistare l’1,9 per cento della società, dopo che Microsoft, il “grande fratello” dei computer d’altri tempi, aveva già staccato un assegno per 240 milioni. Le stime di reddito per l’anno in corso, ancora anno “di crisi”, arrivano a un miliardo e mezzo di dollari, mentre il valore complessivo di mercato, quando nel 2011 Zuckerberg la dovrebbe portare a Wall Street, arrivano al totale siderale di 15 miliardi.

Se si leggono gli articoli sui grandi media di carta, anche facendo la tara all’invidia che le testate tradizionali boccheggiati provano per questi nuove onnivore creature, come il New York Times e il Wall Street Journal, ma anche su blog e sulle riviste specializzate nelle nuove tecnologie come PCWorld o sul sito Cnet, si ha l’impressione che Zuckerberg, lo studente di Harvard che inventò il concetto del social network per spezzare la noia mortifera e la solitudine dei dormitori universitari si stia “morfizzando” nella reincarnazione del grande nemico degli anni ’80 e ’90, Bill Gates. Personaggio non gradevolissimo, e lontano le mille miglia dalla astuta mistica “zen” di Steve Jobs o dalla leggenda di Brin e Page, i due studenti che crearono Google, Zuckerberg è descritto nella biografia non autorizzata e invano aggredita dagli apostoli di Facebook, che ha formato il copione del film in produzione, come un avido, egocentrico, insaziabile affarista teso a sfruttare fino all’ultimo dettaglio il successo della sua creature. Un profilo che si potrebbe facilmente applicare a dozzine di Ceo, di presidenti proprietari di molte aziende di successo, non noti per il loro fraterno ecumenismo. Il motto americano secondo il quale “nice guys finish last”, le persone gentili arrivano ultime, non è mai passato di moda.

Ma ai frequentatori e ai fedeli, poco importa, o importava, se il patron della loro chiesa fosse un egolatra antipatico o un piacevole mattacchione. Interessava che Facebook offrisse, al più oscuro adolescente foruncoloso in una roulotte nel Nebraska ai leader politici come Hillary Clinton o Silvio Berlusconi approdato anche lui – almeno in nome – sul libro delle facce, la vertigine della comunicazione e del rapporto con il resto del mondo fisicamente irraggiungibile. Molti, se non tutti, erano disposti a pagare il prezzo di questa rottura dall’assedio dell’isolamento o dalla fatica della comunicazione tradizionale, con quale cessione di riservatezza, sedotti dall’ovvio elemento di esibizionismo e di protagonismo (le migliaia di “amici” che mi cercano) che offriva. Ma è il prezzo che comincia a diventare troppo alto. A pretendere una resa sempre più totale della propria identità, della propria vita, della propria privacy e in un mondo impalpabile, come Internet, ma dotato di una memoria totale.

Nulla sarà mai davvero dimenticato o cancellato, in Rete, non la spiritosa foto dell’orgetta per l’addio al celibato, non la frase audace diretta all’amico di banda larga in India o a Malta. È nato anche l’inevitabile acronimo, vizio americano, il TMI, che sta per “Too Much Information” e su questo eccesso è scoppiata la guerra di Facebook. Pretende troppi dettagli, troppe notizie private, troppe informazioni in cambio della vertigine dell'”amicizia” e della “comunicazione”, ha scritto uno dei quotidiani che vegliano sul mondo di chips e bytes, il californiano San Josè Mercury. Troppo ficcanaso questo libro dei volti, dove la sonda scava sempre più in profondità nell’iscritto per mettere sempre meglio a fuoco il cliente, le sue abitudini, i suoi gusti e dunque venderlo a un maggior profitto ai commercianti che vogliono mirare con precisione il proprio messaggio, anziché buttarlo a pioggia. Facebook è un “work in progress”, un meccanismo, un programma che evolve ogni giorno e che fa dei propri “amici” di fatto le cavie sulle quali sperimentare i continui cambiamenti, per vedere quali funzionino e quali vadano abbandonati. Tutti sono insieme partecipanti e porcellini d’India, nel più grande laboratorio del mondo.

Quando ha introdotto in questi giorni un nuovo gimmick, chiamato “personalizzazione istantanea” al momento di iscriversi, organizzazioni politicamente influenti come MoveOn, che tanta parte ebbe nel mobilitare gli elettori per Obama nel 2008, e singoli commentatori da Silicon Valley sono scattati in piedi, accusandola di “subdolo attacco alla privacy”, dietro le carinerie superficiali e le vanità dei fedeli. La controffensiva di Facebook, dopo alcune repliche stizzite e molto nel carattere del fondatore a chi osava criticare il nuovo Moloch di Internet, si è manifestata nella promessa di rendere più facile la difesa della privacy per gli iscritti e nello sfornare una nuova, gigantesca edizione della propria “politica della riservatezza”, che ha raggiunto quest’anno le 5830 parole, 23 pagine, più della Costituzione americana. Promesse abbondano, ora, perché l’armata di Zuckerberg ha paura, sa che questa di passare dal campo dei “buoni”, a quello dei “cattivi” è una minaccia seria per la propria chiesa.

Ad ascoltare i portavoce e gli addetti alle pubbliche relazioni di Facebook, che sono moltissimi, forse in proporzione diretta agli attacchi, questa “guerra” è una pura invenzione dei media e del bloggers e degli invidiosi, alla ricerca di qualche incrinatura nella corazza e certamente i casi shock come quelli dell’insegnante inglese Emma Jones, suicida dopo avere scoperto vecchie foto di lei completamente nuda messe in rete dall’ex fidanzato, sono tragedie rare e troppo aneddottiche per tirarne generalizzazioni. Ma il conflitto fra la caccia a sempre maggiori informazioni personali da sfruttare commercialmente e il timore di denudare la propria anima, prima ancora che il proprio corpo, davanti a un miliardi di occhi è inevitabile. Sono nati già almeno tre siti che offrono programmi semplici per limitare l’invadenza di Facebook, ma il vero motore che muove questo nuovo impero sarà difficile da bloccare, perché non è l’ingordigia di Mark o l’invadenza del Grande Fratelli. Sono coloro che si offrono al rischio e misurano il proprio valore dal numero di “amici” che riescono a reclutare. E non esiste un programma di computer che possa proteggere gli uomini da loro stessi.

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21 maggio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/05/21/news/facebook_nemico-4230829/?rss

AMBIENTE – Marea nera: esperto, peggio di Chernobyl / Marea nera, Kevin Costner dona macchina aspirapetrolio

Marea nera: esperto, peggio di Chernobyl

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Hollywood scende in campo a un mese da esplosione piattaforma

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(ANSA) – ROMA, 20 MAG – ‘Lo sversamento sottomarino nel Golfo del Messico e’ un disastro ambientale peggiore di quello di Chernobyl nel 1986′. Cosi’ Nicholas A. Robinson, co-direttore del Centro per gli studi giuridici ambientali Pace Law School di New York. E a un mese dal disastro, Hollywood scende in campo: Kevin Costner ha incontrato i vertici di Bp a corto di soluzioni per far fronte al disastro ambientale, e Robert Redford ha registrato uno spot e scritto una lettera aperta a Barack Obama.
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fonte:  http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/05/20/visualizza_new.html_1794833813.html

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Marea nera, arriva Kevin Costner

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L’attore dona macchina aspirapetrolio

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Potrebbe essere Kevin Costner a risolvere il disastro della marea nera che ormai da una mese affligge il Golfo del Messico. L’attore, riporta il Daily News, ha donato alla British Petroleum un marchingegno di sua invenzione per depurare l’acqua dal petrolio. Bp, alla disperata ricerca di soluzioni alla fuoriuscita, ha dato il via libera all’utilizzo della centrifuga da 24 milioni di dollari, chiamata “Ocean Therapy”.

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Il funzionamento è semplice: messa su una chiatta assorbe l’acqua contaminata dal petrolio, la depura e la rigetta nel mare. “E’ come un grande aspirapolvere”, ha detto John Houghtaling, socio d’affari di Costner. L’attore di “Balla con i lupi” e “Waterwolrd” rimase molto colpito dal disastro della Exxon Valdez in Alaska del 1989, e decise di agire in prima pesona finanziando un team di scienziati per lavorare al marchingegno di depurazione.

Tutte le soluzioni vanno tentate. Dal fondo del mare, si riversano nel Golfo del Messico circa 800.000 litri di petrolio al giorno. Una gigantesca macchia nera minaccia le coste e l’ecosistema della Louisiana e si sta ora dirigendo verso la Florida.

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20 maggio 2010

fonte:  http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo482016.shtml

Borse, nuovo crollo a Wall Street. Attesa per l’apertura dell’Europa

Borse, nuovo crollo a Wall Street
Attesa per l’apertura dell’Europa

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Per il mercato Usa è il peggior calo dal 2009. Euro ai minimi

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NEW YORK
I timori che la crisi
del debito europea pesi fortemente sulla crescita globale fa scattare la fuga dagli asset rischiosi, causando il tonfo di Wall Street che chiude la seduta con le maggiori flessioni dalla metà del 2009.
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A far tremare gli investitori è la preoccupazione che la crisi dell’Europa si trasformi in una nuova Lehman Brothers. Non è immune dalle vendite l’euro, che scende ai minimi da 10 anni nei confronti dello yen e si mostra debole verso le principali valute, per poi recuperare nel finale sull’insistenza di rumors per un possibile intervento delle banche centrali a sostegno della moneta unica. Il Dow Jones perde 376,36 punti, o il 3,6%, a 10.068,01 punti: si tratta del calo maggiore dal febbraio 2009. Lo S&P 500 perde il 3,9% a 1.071,59 punti, il calo maggiore da oltre 13 mesi. Il Nasdaq arretra del 4,1% a 2.204,1 punti, ovvero il 12,9% in meno rispetto ai massimi del 2010.
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A confermare le difficoltà del mercato l’indice di volatilità Cboe, conosciuto come il ’termometro della paurà, balzato del 29,6% a 45,79, dopo aver raggiunto in giornata il massimo intraday dall’aprile 2009, ovvero poco sopra 46. «L’euro debole avrà un impatto sugli utili delle società americane» osservano gli analisti. «Tutti stanno presumendo il peggio», aggiungono. Dopo una seduta in calo, la moneta unica ha ripreso quota nel finale ma dall’inizio dell’anno ha perso il 14,4% rispetto al biglietto verde. A preoccupare è anche lo stato di salute dell’economia americana: le richieste di sussidio alla disoccupazione sono tornate a salite in modo inaspettato, mentre il superindice economico si è a sorpresa contratto. Le indicazioni lasciano intravedere una ripresa fragile e un mercato del lavoro molto volatile. Fra i singoli titoli pesante Alcoa che arretra del; 6%, contro il -4,5% di Caterpillar e il -4,9% di Boeing. Deboli i finanziari, appesantiti dal bando delle vendite allo scoperto in Germania e dall’avanzare della riforma della finanza in Congresso. Aig perde il 6,8% e Citigroup il 4,7%.
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Chiusura in netto ribasso anche per la Borsa di Tokyo che ha concluso le contrattazioni sui minimi dal 2 dicembre scorso. La Borsa nipponica ha risentito della chiusura in forte calo delle piazze europee e di Wall Street e dell’ulteriore rafforzamento dello yen che danneggia le esportazioni nazionali. In chiusura l’indice Nikkei 225 ha lasciato sul terreno il 2,45% a 9.784,54 punti. In tutta la settimana il Nikkei ha perso oltre il 6,5%.
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21 maggio 2010
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Scontro fra Tremonti e i ministri: “Tagli subito o mi dimetto”

Scontro fra Tremonti e i ministri
“Tagli subito o mi dimetto”

Il titolare dell’Economia: “Tutti ora i 24 miliardi, prendere o lasciare. Crisi peggiore del previsto, domani a Bruxelles la Merkel potrebbe ventilare l’uscita dall’euro”

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di ROBERTO PETRINI

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Scontro fra Tremonti e i ministri  "Tagli subito o mi  dimetto" Il ministro Tremonti

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ROMA – Drammatico scontro sulla manovra, con il ministro del Tesoro Giulio Tremonti che minaccia le dimissioni. Dopo giorni di indiscrezioni e tensioni sopite, ieri in consiglio dei ministri la situazione è precipitata dando vita ad una vera e propria resa dei conti. Pensioni, statali, dirigenti pubblici, invalidi, ministri e sottosegretari: la manovra messa a punto dal Tesoro si profila come una vera e propria stangata. Troppo per il grosso dei ministri di spesa ma anche, a quanto pare, per Silvio Berlusconi, che ieri si sarebbe detto “sorpreso” per la drammatizzazione ma che avrebbe perorato la causa di una manovra in due tranche, per diluire l’impatto dei tagli.
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Così il grosso dei ministri di spesa, durante la riunione dell’esecutivo di ieri, ha avanzato rilievi sulla pesantezza dei tagli alla spesa approntati dal Tesoro: troppe cifre nasconderebbero, a conti fatti, misure ben più pesanti di quelle di cui si parla da giorni. Il ministro dell’Economia Tremonti, stretto dall’esigenza di far quadrare il bilancio, non ha esitato a replicare con una drammatica dichiarazione e a mettere sul tavolo le dimissioni: “La crisi è peggiore di quello che si pensa – avrebbe detto – domani vado a Bruxelles, la Germania potrebbe addirittura minacciare l’uscita dall’euro, la manovra va fatta in unica soluzione: 24 miliardi e con un unico provvedimento. Prendere o lasciare”.
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La giornata, che avrebbe dovuto segnare uno snodo decisivo verso il varo della manovra, è andata avanti con tensione crescente. Dopo il consiglio dei ministri, Berlusconi, Tremonti, Bossi e Calderoli si sono riuniti a lungo nell’intento di trovare una quadratura del cerchio sempre più difficile.

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Nel frattempo le dichiarazioni ufficiali facevano trasparire la tensione solo ad una lettura “dietrologica”. “Tremonti è il ministro più apprezzabile e credibile in Europa, lavoriamo collegialmente”, dichiarava il ministro della Funzione pubblica Brunetta dopo le 19. Ministri in ordine sparso, come Giorgia Meloni, giuravano: “Tremonti non ha aperto bocca in consiglio dei ministri”. Emergevano dichiarazioni di Silvio Berlusconi che lamentava un certo disagio per le indiscrezioni sulla stangata per pensioni e statali prevista dalla manovra, invitava a non far circolare “messaggi sbagliati”, perché sulla manovra “ci giochiamo la fiducia degli italiani” e chiedeva “compattezza”. Inoltre, secondo alcune indiscrezioni circolate ieri sera Berlusconi non avrebbe gradito in particolare la fuga di notizie sui tagli agli stipendi dei politici e dei dirigenti pubblici.
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Neanche la visita al Quirinale, dove Tremonti insieme a Letta si è recato al termine della riunione del governo per illustrare la manovra, ha messo la parola fine alla giornata e in tarda serata Berlusconi, il titolare dell’Economia e gli altri ministri sono tornati a riunirsi per ancora trenta lunghi minuti. Ora il timing della manovra è a rischio: le voci più o meno ufficiali annunciavano ieri un varo per martedì prossimo di un decreto e un disegno di legge. Ma ora le complicazioni politiche potrebbero far slittare la manovra che comunque dovrà essere approvata entro i primi di giugno per dar tempo al Parlamento di convertire il decreto prima della pausa estiva.
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Intanto il clima di austerity comincia a fare le prime vittime tra i settori del pubblico impiego considerati più “privilegiati”. Ieri i presidenti di Camera e Senato hanno deciso di bloccare circa 200 prepensionamenti di dipendenti del Senato e circa altrettanti della Camera. Nella convulsa giornata il governo è riuscito a varare in via definitiva il decreto sul federalismo demaniale.
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21 maggio 2010
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INFORMAZIONE E LIBERTA’ – La Rete contro il bavaglio

La Rete contro il bavaglio

Manifestazioni, raccolte di firme, appelli, gruppi su Internet: l’Italia che non ci sta inizia a muoversi seriamente contro la norma Alfano. Dal Popolo Viola alla Valigia blu, la protesta corre su Internet

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di Mauro Munafò

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Il ddl intercettazioni inizia a perdere pezzi, mentre il movimento di protesta continua a crescere e a rafforzare i suoi numeri. Il senatore del Pdl Roberto Centaro ha annunciato la decisione di ritirare la norma che introduce il carcere per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni. Un annuncio che però l’opposizione smentisce chiedendo la rimozione dell’intero articolo di legge e non del semplice emendamento.

Il pericolo bavaglio è quindi ancora presente. Proprio per impedire l’approvazione del ddl Alfano continuano le adesioni al fronte di protesta, alla vigilia della manifestazione di venerdì 21 alle 14 in piazza Montecitorio a Roma. Per l’occasione si terrà un sit-in di fronte al parlamento con l’allestimento di uno “speaker’s corner” da cui sarà possibile esprimere il proprio dissenso di fronte agli altri manifestanti imbavagliati.

Nelle ultime ore l’emittente satellitare Sky ha annunciato il ricorso alle autorità europee perché “queste norme rappresentano un grave attacco alla libertà di stampa e di espressione, ma soprattutto costituirebbero una grande anomalia a livello europeo”. Persino il giornale di Alleanza Nazionale, Il secolo d’Italia titola con “speriamo in un ripensamento” e mette in evidenza le profonde spaccature presenti anche all’interno della maggioranza sui pericoli di questa legge.

Oltre alla manifestazione romana sono attese anche altre mobilitazioni organizzate dal Popolo Viola che, in un comunicato rilasciato giovedì ha annunciato che “non solo sarà a Roma, ma registra l’adesione quasi unanime dei gruppi locali da cui è formato, tra questi Parma, Monza, Trieste, Napoli, Palermo, Genova, la Sardegna sarà in piazza Repubblica – davanti al palazzo di giustizia – a Cagliari, Il Popolo Viola Savona si imbavaglierà in piazza Sisto (Sv).

Il Popolo Viola , con le sue realtà locali, ritiene prioritario sostenere la protesta contro l’ennesima legge ad uso di pochi che questo Governo vuole imporre in evidente prevaricazione dei diritti democratici nel nostro Paese”.

La protesta continua a montare anche in rete e sui social network, dove la partecipazione “dal basso” ha ormai raggiunto numeri di tutto rispetto. La Valigia Blu di Arianna Ciccone e Repubblica.it hanno lanciato l’iniziativa deipost-it boys “Basta una foto, e nascono i ragazzi del post-it: giovani che si vogliono opporre alla legge sulle intercettazioni. Un post-it sulla bocca e una frase: “Meno informazione = più corruzione”, no alla legge bavaglio “.

Sempre la Valigia Blu sostiene anche un’altra iniziativa per sollecitare il presidente della Repubblica Napolitano a non promulgare il ddl quando questo arriverà sul suo tavolo. La modalità scelta per manifestare è in questo caso è l’invio di centinaia di mail direttamente a Napolitano (in che modo viene spiegato sulla pagina dell’iniziativa).

Nel frattempo le firme sul sito No Bavaglio hanno superato quota 92 mila (di cui 20 mila solo nella giornata di mercoledì) e tutte le pagine Facebook impegnate nella protesta vedono salire i propri iscritti: Libertà è Informazione, Popolo Viola, No al Bavaglio, Dignità dei giornalisti e rispetto dei cittadini .

Gli interessi da tutelare sono i più diversi e non si può dimenticare il pericolo per blog e siti amatoriali di venire zittiti, come dimostrano i 35 mila iscritti alla pagina Facebook “Salva i Blog“. La rete non ne vuole proprio sapere di bavagli.

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20 maggio 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-rete-contro-il-bavaglio/2127497&ref=hpsp

Mafia, Maroni contesta il premier: “Bene Saviano, Gomorra un bel libro”

Mafia, Maroni contesta il premier
“Bene Saviano, Gomorra un bel libro”

Il ministro degli Interni: “Lo scrittore è un ragazzo coraggioso, Berlusconi forse si riferiva a trasmissioni con boss romantici”. “Ha diffuso e documentato una realtà che c’è”

Mafia, Maroni contesta il premier "Bene Saviano, Gomorra un  bel libro"

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ROMA – Roberto Saviano è un “ragazzo coraggioso che vive in una condizione molto difficile. Gomorra è un bel libro e ha fatto bene a scriverlo, pubblicizzando atti e azioni vere fatte dalla magistratura contro la criminalità organizzata”.

Il ministro degli Interni
Maroni interviene ‘Otto e mezzo’ su la7 e contesta le frasi di Berlusconi sugli scrittori che con la mafia mette in cattiva luce l’Italia, e che tante polemiche ha scatenato. “In Gomorra – dice il ministro – Saviano ha pubblicato gli atti processuali riscrivendoli bene, e ha diffuso una realtà che c’è ed è documentata”.

Riferendosi appunto alle affermazioni delle scorse settimane del premier, Maroni ha poi spiegato che “forse Berlusconi si riferiva a trasmissioni in cui si rendono immagini dei boss come quasi degli eroi romantici, invece sono degli uomini sanguinari”.

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20 maggio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/05/20/news/maroni_saviano-4226413/?rss

Annozero, Santoro contro tutti: Attacchi alla Rai, ai partiti e alla stampa

Annozero, Santoro contro tutti
Attacchi alla Rai, ai partiti e alla stampa

Il giornalista ha aperto Annozero con un lunghissimo intervento dedicato al suo addio all’azienda. “Anni di ostracismo, un autore ha bisogno di libertà e di poter immaginare il futuro”. Alla fine dice: “Non ho ancora firmato,  se volete che resti chiedetemelo”

Annozero, Santoro contro tutti Attacchi alla Rai, ai partiti e  alla stampa Michele Santoro

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ROMA – “Gli unici ad avere sicuramente ragione e che possono perfino insultarmi sono gli spettatori”. Così è iniziata la puntata di Annozero. Con un Michele Santoro in primo piano, scatenato contro la stampa (Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa) contro Berlusconi (e il suo “editto bulgaro”) e con il Pd (che definisce in un passaggio “cialtroni”), mettendo dunque sullo stesso piano sia la maggioranza che l’opposizione che “decidono cosa accade in Rai”.

“Non sono né stanco, né provato”, ha detto in diretta attaccando in particolare l’articolo di Curzio Maltese 1pubblicato oggi sul nostro giornale. “E’ una offesa grave dire che mi sono arreso, perché non mi sono mai arreso a nessuno e nemmeno all’indifferenza del suo giornale verso i problemi della libertà del giornalista televisivo”. Evidentemente Santoro legge solo gli articoli che parlano di lui.

Il giornalista ha poi chiesto, ancora polemicamente, “quale giornalista della Rai, di Repubblica o del Corriere della Sera avrebbe mandato in onda una puntata con Patrizia D’Addario con una diffida arrivata dieci minuti prima sul suo tavolo?”. E ancora. Si sono messi a parlare dei miei compensi perché sono l’unico di cui lo stipendio è noto”.

In sostanza, il giornalista ha motivato la sua scelta di lasciare con un ostracismo che dura da anni, fatto di minacce, divieti, regole e regolamenti. “Non mi sono affatto arreso a Berlusconi”. E si è difeso da quelle che ha definito “denigrazioni ipocrite”, riferendosi alle accuse sulla buonuscita e sull’entità del contratto di collaborazione che si appresta a firmare con viale Mazzini.

“Prendiamo lezioni perfino da Bruno Vespa”, ha detto, “ed è veramente il massimo che possa fare lezioni di morale e di contratti a noi, lui che viene pagato come l’ultimo premio oscar per fare un programma in crisi”.

Polemica, dura, anche con il presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Sergio Zavoli e il leader Pd Pier Luigi Bersani. “Se si pensa che Annozero sia un prodotto proibito, scabroso del servizio pubblico, che non prevede quel tasso di libertà, di spregiudicatezza, di senso critico, allora lasciatemi andare via. Posso ritrovare recuperare quel respiro di libertà che ha caratterizzato Raiperunanotte e non restare accerchiato come il generale Custer e restare vittima degli amici e dei nemici”.

C’è spazio anche per ricordare la lunga vicenda giudiziaria (“Sono qui non perché voluto ma perché lo ha deciso un giudice”) e per i rimpianti: “Avrei voluto riportare in Rai Guzzanti e Luttazzi, e anche Biagi, e adesso altri ancora sono privati del diritto di espressione”.

Alla fine conferma di non aver ancora firmato: “L’accordo è ancora lì – dice rivolto soprattutto ai dirigenti del Pd e ai membri del cda Rai di opposizione -.  Se volete che resti chiedetemelo. Ma Annozero deve essere considerato la perla del servizio pubblico. Se mi considerate un estraneo, allora arrivederci e grazie. Trenta anni di battaglie non possono essere cancellati e il mio pubblico capirà”.

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21 maggio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/05/20/news/annozero_i_perch_di_santoro-4226904/?rss