Archivio | maggio 30, 2010

Sicurezza, addio agli autovelox in agguato, Zero alcol, 150 km/h sulle autostrade

Sicurezza, addio agli autovelox in agguato
Zero alcol, 150 km/h sulle autostrade

Riforma del codice della strada: via all’obbligo del casco per i baby ciclisti ma ok al test per guidare le minicar

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Bambini in bicicletta ROMA (30 maggio) – Rimosso l’obbligo dell’uso del caschetto in bici per i minori di 14 anni e del seggiolino per il loro trasporto in moto (misura applicata soltanto in Belgio). Introdotto l’obbligo di una prova pratica di guida per condurre le minicar e sanzioni più dure per coloro che, proprietari e officine, truccano i mezzi e i ciclomotori.

Per gli autovelox è stato stabilito che non possano essere istallati a meno di un chilometro dal segnale del limite di velocità in modo «da impedire brusche frenate». Sono le ultime novità che vengono dalla commissione Trasporti della Camera che ha approvato una serie di modifiche alla riforma del codice della strada.

Multe da investire in sicurezza. Chi commette un’infrazione in auto, vedrà i proventi della propria multa investiti per migliorare le strade e aumentare la sicurezza degli automobilisti. I Comuni che non investiranno in sicurezza stradale il denaro raccolto con le multe degli automobilisti indisciplinati, dovranno a loro volta pagare una sanzione pari al 30% dei proventi dell’anno precedente. Apparentemente si tratta di una questione tecnica ma nella realtà i proventi per le infrazioni stradali arrivano alla considerevole cifra di circa 1,5 miliardi di euro l’anno. Un tesoretto che spesso rappresenta anche una delle principali voci di bilancio delle amministrazioni italiane.

Il testo prevede che i proventi delle multe siano divisi «al lordo delle spese» al 50% tra l’ente proprietario della strada e l’ente a cui appartiene l’organo accertatore (i comuni per l’appunto). Quindi alle piccole e grandi amministrazioni locali spetta poco meno di un miliardo di euro che, specie dopo i tagli previsti dalla Finanziaria, pesa non poco sui bilanci. L’emendamento approvato prevede, però, che i Comuni possano investire i proventi per pagare il personale che lavora nella sicurezza stradale.

La Camera interviene anche per ribadire il pugno duro contro l’abuso di alcol alla guida. Maggioranza e opposizione hanno approvato un emendamento che prevede «l’impossibilità di conseguire di nuovo la patente nel caso in cui la patente stessa sia stata revocata per una seconda volta, a seguito di reiterazione del reato di omicidio colposo causato da un incidente provocato da un soggetto in stato di ebbrezza» o «sotto l’effetto di sostanze stupefacenti» mentre è alla guida.

L’obiettivo della commissione è arrivare in poche settimane all’approvazione del testo da rinviare al Senato: in questo modo il nuovo ddl potrebbe divenire legge prima della pausa estiva.
Tra le nuove norme più attese ci sono quelle definite zero-alcol ma anche la targa personale e la possibilità di innalzare il limite di velocità sulle autostrade a 150km/h.

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30 maggio 2010

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=104273&sez=HOME_INITALIA

LUGLIO ’93, LE ISTITUZIONI NEL MIRINO – Vigna: “In quelle stragi lo zampino dei Servizi”

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LUGLIO ’93, LE ISTITUZIONI NEL MIRINO

Vigna: “In quelle stragi lo zampino dei Servizi”

Pier Luigi Vigna, procuratore a Firenze quando esplose il Fiorino

L’ex capo della Dna: «Una certezza, Cosa nostra non si è mossa da sola»

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FRANCESCO LA LICATA
GUIDO RUOTOLO
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ROMA
«Non fu solo Cosa Nostra
a gestire la campagna stragista del ’92 e ’93. Penso che pezzi deviati dei Servizi segreti siano stati gli ispiratori, e qualcosa anche di più, delle bombe di Firenze, Roma e Milano».
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Parla Pier Luigi Vigna, procuratore a Firenze quando esplose il Fiorino in via dei Georgofili, procuratore nazionale antimafia in tutti gli anni nei quali l’amico fraterno Gabriele Chelazzi indagava (da pm) sui mandanti esterni alle stragi. La tesi di Vigna porta nei fatti a Massimo Ciancimino che parla della presenza e del ruolo di pezzi dei servizi, «il signor Franco». Vigna esprime perplessità sul riconoscimento da parte di Gaspare Spatuzza del collaboratore del «signor Franco» sulla scena della strage di via D’Amelio: «Un generale che imbottisce di esplosivo un’auto? A distanza di tanti anni i riconoscimenti sono difficilissimi».
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Procuratore Vigna, il presidente emerito della Repubblica Ciampi ricorda che la notte del 27 luglio 1993, con le bombe di Roma e Milano e il black-out di Palazzo Chigi, temette un golpe cileno.
«Perché nelle stragi furono coinvolti anche non mafiosi? Delinquenti non affiliati a Cosa Nostra, come il magazziniere romano dei 300 chili di esplosivo che servivano per gli attentati, come lo stesso Scarano, il postino del comunicato di rivendicazione delle stragi. Noi procedemmo subito contestando ai mafiosi di Cosa Nostra l’aggravante di aver agito con finalità di terrorismo o di eversione. Cosa Nostra con questo agire voleva condizionare lo Stato, voleva che fossero cancellate una serie di leggi».
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Il famoso papello di richieste: eliminazione del 41 bis, della legge La Torre…
«I detenuti con l’eliminazione del 41 bis avrebbero tratto vantaggi; la neutralizzazione dei pentiti avrebbe consentito la revisione dei processi; la cancellazione della legge sulle misure di prevenzione sarebbe stato un regalo a tutto il popolo dei mafiosi, detenuti e non».
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Le stragi di Firenze, Roma e Milano furono solo farina del sacco di Cosa Nostra?
«Da quello che mi risulta, solo in due occasioni Cosa Nostra è emigrata sul continente per realizzare delle stragi. La prima volta fu il 23 dicembre del 1984, quando nella stessa galleria dove si era verificata la strage dell’Italicus fu fatto scoppiare il treno Napoli-Milano: 15 morti e 130 feriti. Fu condannato, tra gli altri, Pippo Calò, e in primo grado anche l’onorevole del Msi Massimo Abbatangelo e il gruppo camorristico di Giuseppe Misso. Ma poi la filiera napoletana, che portava alla destra, fu assolta in Cassazione. Una uscita di scena singolare perché i giudici della Cassazione confermarono la condanna a quattro anni e passa per favoreggiamento di un poliziotto napoletano che pochi giorni prima della strage rivelò a un magistrato: “Ci faranno intossica’… Natale…”».
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Perché quella strage?
«Si voleva rappresentare al Paese, nell’anno di Buscetta e del maxi blitz contro Cosa Nostra, che il problema per il Paese era solo l’eversione».
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Dieci anni dopo, le bombe a Roma, Firenze e Milano. Per favorire la nuova forza politica che stava nascendo?
«La primissima indicazione che venne dal Viminale è che si doveva guardare alla criminalità internazionale. Noi seguimmo subito la pista interna anche perché analizzando la tipologia della miscela degli esplosivi emerse che era identica a quella della strage del 1984. Ricordo che nella prima informativa della Dia, la Divisione investigativa antimafia, si parlava non solo di Cosa Nostra ma anche di imprenditori disonesti, di massoneria, di soggetti deviati dei servizi segreti. Mi chiedo se davvero Cosa Nostra pensasse che proseguendo nella stagione stragista avrebbe ottenuto quanto chiedeva. A distanza di tanti anni continuo a non credere che quello che è accaduto fuori dalla Sicilia sia frutto di una pensata di Cosa Nostra».
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Chi fu il suggeritore?
«Uccidere Chinnici, Falcone o Borsellino perché nemici è nella natura di Cosa Nostra. Non è stata solo la mafia a devastare il territorio colpendolo al cuore, pensando di poter distruggere un simbolo del Paese come la Torre di Pisa, o di infettare le spiagge di Rimini con siringhe. Senza qualche aggancio esterno, Cosa Nostra non si sarebbe mossa, non avrebbe traslocato a Roma, Firenze e Milano…».
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Aggancio esterno, o entità? Parliamo di politica? Di 007 deviati?
«Una certezza: Cosa Nostra non si è mossa da sola. Se guardo ai risultati di questa offensiva, devo constatare che sul piano politico vi è stata una tenuta delle istituzioni. Nessuna richiesta avanzata dalla mafia è stata esaudita. Il 41 bis e le misure di prevenzione oggi sono provvedimenti molto più rigidi di prima. Allora dobbiamo guardare ai “deviati”. Quello è un periodo di “deviazione”. Il 1993 è anche l’anno dello scandalo dei fondi neri del Sisde, del tentato golpe di Saxa Rubra, dell’esplosivo sul rapido Siracusa-Torino piazzato da un funzionario dei Servizi di Genova, di un ordigno inerte in via dei Sabini a Roma, del black-out a Palazzo Chigi di cui parla il presidente Ciampi. Insomma, c’erano pezzi dei Servizi che ragionavano ancora come se il Muro di Berlino non fosse crollato. Mani Pulite aveva demolito la Prima Repubblica e qualcuno aveva interesse che le richieste di Cosa Nostra fossero accolte per dare peso a una organizzazione mafiosa che iniziava a globalizzarsi. Che era ricca, economicamente forte. In grado di consentire relazioni anche internazionali…».
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30 maggio 2010
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Marea nera, fallisce operazione «Top kill»

Ora si tenterà di aspirare il greggio

Marea nera, fallisce operazione «Top kill»

La Bp ha fatto sapere che l’ultima manovra per fermare la fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico è fallita

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Una fase  dell'operazione 'Top Kill'
Una fase dell’operazione “Top Kill”

MILANO – La marea nera non si ferma. Top Kill, l’ultima manovra per fermare la marea nera nel Golfo del Messico, non ha funzionato ed è stata accantonata. Lo ha annunciato Bp che è passata a un’altra opzione.

NUOVA OPZIONE – Il Chief Operating Officer di Bp Doug Suttles ha annunciato che Top Kill è stata abbandonata dopo aver pompato da mercoledì 35 mila barili di fanghi nel pozzo danneggiato. Bp è passata adesso a tentare un altro metodo che consiste nel resecare il tubo danneggiato all’altezza della supervalvola e di incappucciarla, poi collegare questo cappuccio a un nuovo tubo e attraverso questo tubo aspirare il grosso del petrolio e del gas fino alla nave di appoggio in superficie. «Siamo molto delusi da questo annuncio», ha detto la contrammiraglio della Guardia Costiera Mary Landry in una conferenza stampa a Robert in Louisiana. La Landry ha detto che il governo federale ha dato a Bp luce verde per il nuovo tentativo.

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Redazione online
30 maggio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_maggio_30/marea-nera-fallita-top-kill_27cd4072-6bbb-11df-bd8b-00144f02aabe.shtml

Manovra, si andrà in pensione più tardi; anche con 40 anni di contributi

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Manovra, si andrà in pensione più tardi; anche con 40 anni di contributi

Sale di un anno il requisito per ottenere le rendite d’anzianità
Dopo il 2020 si andrà a riposo a 67 anni

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di Diodato Pirone
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ROMA (30 maggio) – Bisogna tornare al 1992 o al 1994, all’Italia della liretta o al primo Berlusconi in lite con Bossi, per raccontare di una mazzata così forte sul fronte delle pensioni.

Allora successe un putiferio per il blocco di un anno delle pensioni d’anzianità e per tagli che in parte finirono per restare lettera morta. Invece il menù 2010 presentato dal governo è decisamente salato ma anche più raffinato di quelli precedenti. L’esecutivo si è mosso su ben quattro fronti.

Il primo equivale alla rottura di un tabù: dal 2011 – sempre se il testo non sarà cambiato – per andare a riposo non saranno più sufficienti i 40 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica. Scatta infatti la cosidetta ”finestra mobile” che dà un’indicazione semplice: si va a riposo 12 mesi dopo il raggiungimento del requisito. Traduzione: con 40 anni di contributi si raggiunge il diritto per andare in pensione ma per poter lasciare effettivamente il lavoro bisogna lavorare un anno in più. Attenzione, però, qui al danno si aggiunge la beffa: dopo i 40 anni gli ulteriori contributi versati non fanno crescere la pensione se non in misura infinitesimale.

Il secondo fronte d’attacco è quello delle pensioni d’anzianità e di vecchiaia. Qui le conseguenze del meccanismo della ”finestra mobile” sono chiarissime. Per la vecchiaia si sale direttamente ai 66 anni (61 per donne) con un ritardo di sei-nove mesi rispetto a quanto previsto oggi. Con le regole attuali (fissate nel 2007) chi ad esempio è nato entro il 31 marzo va a riposo il primo luglio, quindi la soglia dei 65 anni viene superata da un massimo di sei mesi ad un minimo di tre mesi. Stessa musica per le rendite d’anzianità. Con le regole attuali i dipendenti andrebbero a riposo nel 2011 con quota 96, ovvero con 36 anni di contributi e 60 anni d’età oppure con 35 anni di contributi e 61 anni. Ebbene, dopo la manovra di fatto si passa a quota 97, perché bisognerà continuare a lavorare un anno dopo il ”raggiungimento dei requisiti”. Per gli autonomi – per i quali dal 2011 era prevista quota 97 – si passa di botto a quota 98 e mezzo.

C’è poi il capitolo delle donne che lavorano per lo Stato.
Per loro l’aumento a 65 anni (dall’attuale 61) dell’età pensionabile sarà raggiunto nel 2016 e non più nel 2018. Ovviamente anche per queste lavoratrici scatta la finestra mobile e dunque va previsto un’ulteriore anno di lavoro.

Ma è il quarto punto quello destinato ad incidere di più nel lungo termine.
Un punto non inserito nella manovra ma in un regolamento entrato in vigore un paio di giorni fa nell’indifferenza generale. Invece si tratta di una norma che cambierà la vita di milioni di italiani poiché lega l’età pensionabile all’aspettativa di vita dal primo gennaio 2015. In questo modo è già certo che fra poco più di 4 anni l’età pensionabile salirà di altri 3 mesi. Il regolamento prevede inoltre che il conteggio venga rifatto ogni 3 anni e questo vuol dire che con gli aumenti pressocché certi del 2018 e del 2021, nel 2024 gli italiani andranno in pensione a 67 anni. E’ un traguardo importante, non solo per l’orizzonte lavorativo ma anche per il giudizio dei mercati finanziari e della Commissione Europea sui conti pubblici italiani. La Germania, tanto per fare un esempio, prevede di raggiungere i 67 anni nel 2027. Secondo il Tesoro questa operazione vale circa mezzo punto di Pil (7-8 miliardi di euro) dopo il 2025. E c’è infine un’ulteriore novità: i futuri calcoli previdenziali saranno differenziati fra maschi e femmine che, dunque, in futuro potrebbero andare a riposo dopo gli uomini visto che hanno un’aspettativa di vita molto più alta.

Ma torniamo alla manovra. Una delle novità emerse nell’ultima bozza è la stretta sulle indennità d’accompagnamento che potrebbero essere concesse solo se l’invalidità supera l’85% e non più l’80%. Questo lascerebbe fuori buona parte delle persone che soffrono di sordità. Sembra confermato, infine, che le liquidazioni degli statali non saranno toccate ad eccezione di quelle più alte. L’eliminazione delle Province finirà infine nel Codice delle Autonomie.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=104209&sez=HOME_ECONOMIA

Intercettazioni, Ilaria Cucchi scrive a Fini: “Non impedire l’emergere della verità”

LEGGE BAVAGLIO

Intercettazioni, Ilaria Cucchi scrive a Fini
“Non impedire l’emergere della verità”

Lettera aperta della sorella del ragazzo morto dopo l’arresto. “La legge non consentirebbe di portare alla luce altri casi simili”. Una richiesta di intervento affinché “ciò che è stato consentito fare a noi, non venga impedito ad altri”

Intercettazioni, Ilaria Cucchi scrive a Fini "Non impedire  l'emergere della verità" Ilaria Cucchi

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ROMA – Una lettera aperta affinché “ciò che è stato consentito fare a noi, non venga impedito ad altri”. L’ha scritta, a Gianfranco Fini, Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, il ragazzo morto il 22 ottobre 2009 una settimana dopo essere stato arrestato per spaccio di stupefacenti. Una missiva e una richiesta di intervento in merito al disegno di legge sulle intercettazioni che, se approvato, non consentirebbe di portare alla luce 1 altri “casi Cucchi”.

Intanto sull’approvazione del ddl si stringono i tempi. Da domani pomeriggio il provvedimento sarà all’esame dell’Aula del Senato e – ponte del 2 giugno permettendo – si punta ad arrivare al via libera entro la settimana. Ferme restando le perplessità e le polemiche, interne alla stessa maggioranza, sulla cosiddetta norma transitoria 2.

“Caro Presidente, non finiremo mai di ringraziarla – si legge nella lettera – il suo sostegno è stato di grande aiuto per la nostra faticosa e dolorosa ricerca di verità e giustizia per la morte di Stefano. Ma se non avesse visto quelle terribili foto di Stefano che hanno tolto il fiato alle coscienze di tutti, non avrebbe potuto mai comprendere le condizioni terribili in cui ha lasciato la vita 3. ‘Morte naturale’! Non avrebbe potuto percepire la profonda falsità e ipocrisia della verità ufficiale”.

Ilaria Cucchi prosegue parlando della propria famiglia, “siamo cattolici e osservanti – scrive – di fede, di idee moderate vicine al centrodestra. Ma non comprendiamo – si chiede – perché debba essere impedito, al cittadino che subisce un sopruso così grande dal potere dell’Autorità, di denunciarlo ed anche di provarlo registrandolo dal vivo, quando altrimenti mai sarebbe ascoltato, o peggio creduto. Confidiamo in lei affinché ciò che è stato consentito fare a noi non venga impedito ad altri. Francamente, non ne comprendiamo proprio il motivo”.

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30 maggio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/05/30/news/cucchi_lettera_fini-4449320/?rss

Manovra, il giallo della firma tensione premier-Quirinale

Manovra, il giallo della firma
tensione premier-Quirinale

Sfiorato lo scontro diplomatico. Berlusconi: “Il mio ok dopo il Colle”, ma poi arriva la retromarcia di Palazzo Chigi

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di CARMELO LOPAPA

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Manovra, il giallo della firma tensione premier-Quirinale
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ROMA – Le ultime scintille sulla manovra “lacrime e sangue” si accendono nella notte tra venerdì e sabato. Lo staff di Tremonti da un lato, quello del sottosegretario Letta dall’altro. Il ministero dell’Economia costretto, nelle battute conclusive, a tornare sui propri passi sulle sforbiciate agli stipendi dei magistrati e al finanziamento ai partiti (ridotto al 10 per cento), come sul condono dei presunti 2 milioni di alloggi fantasma. Tutt’altro che dettagli per Palazzo Chigi, il premier Berlusconi vuole spuntarla. E alla fine il suo plenipotenziario Letta sembra farcela. Ma sono ore in cui in cui torna a salire anche la tensione col Quirinale e non solo per una questione di tempi.
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Il decreto da 24 miliardi di euro parte alla volta del Colle con un ritardo che ha già creato imbarazzi, dato che il testo, in teoria, il Consiglio dei ministri lo aveva approvato martedì. “La verità? In quella seduta lo abbiamo dato per approvato, “salvo intese” come si dice in gergo, lasciando di fatto carta bianca a Giulio” raccontava ancora ieri un ministro pidiellino. Gli uffici del presidente Napolitano attendono, chiedono lumi sulle misure solo abbozzate, richieste che sono dubbi. Fatto sta che, stretto tra l’intransigenza sui conti di Tremonti e l’attesa del Quirinale, il premier Berlusconi lascia Palazzo Grazioli alla volta di Porto Rotondo poco prima delle 10 abbastanza stanco, stressato. Come se non bastasse, ci sono anche i finiani già al lavoro su alcune “correzioni” da apportare al testo. Saranno emendamenti “aggiuntivi”, dei quali Gianfranco Fini – perplesso su alcuni aspetti – ha iniziato a parlare con il “suo” Mario Baldassarri, presidente in commissione Finanze al Senato.

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Sta di fatto che il Cavaliere parte salutando i cronisti con una gaffe pacchiana: “La manovra sarà firmata quando il Colle darà la sua valutazione”. Un’anomalia, dato che la sua firma su quel provvedimento doveva essere stata apposta (sempre in teoria) in Consiglio dei ministri cinque giorni fa. Gli uffici del Quirinale non mancano di far notare l’irritualità di quanto dichiarato e, su input del solito Letta, poco dopo le 13.30 arriverà la nota di Palazzo Chigi che correggerà il tiro: “Il premier ha già firmato”. Qualcuno, come il finiano Briguglio, dà all’accaduto una lettura politica: “Il presidente, per difendere il suo primato da Tremonti, ha dovuto trasformare la sua firma da atto burocratico in una sorta di sigillo reale”. Altri, i berlusconiani, lasciano trapelare l’insofferenza ormai palese per la prassi della limatura dei decreti con l’ufficio giuridico del Colle. “Senza polemica, ma stiamo assistendo al progressivo passaggio da una Repubblica parlamentare a una presidenziale” fa notare il vicecapogruppo Pdl Osvaldo Napoli. Al Colle, incuranti delle polemiche, lavorano sulla manovra, riflettori puntati sul condono più o meno mascherato. Consapevoli che questa non è più la fase della moral suasion, ma quella in cui ognuno dovrà assumersi la propria responsabilità. Sarà un esame rapido, domani riaprono i mercati.
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30 maggio 2010
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VIOLENZA SUGLI ANIMALI – In Ohio la «fattoria degli orrori» / IL VIDEO

L’appello dell’attrice Jamie Lee Curtis al proprietario

In Ohio la «fattoria degli orrori»
La Rete: «Violenze contro gli animali»

Sprangate sul muso, code spezzate, forconi scagliati contro i vitelli, calci e pugni del tutto immotivati

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MILANO«Potrebbe indire una conferenza pubblica e riconoscere le sue responsabilità? Riconoscerle sul serio e promettere un cambiamento?». Con queste parole l’attrice Jamie Lee Curtis si è rivolta a Gary Conklin proprietario della Conklin Dairy Farm. Quanto succede agli animali di questa fattoria situata a City in Ohio è documentato da un video che mostra le brutale violenze riservate ai bovini: sprangate sul muso delle mucche, code spezzate, forconi scagliati contro i vitelli e poi ancora calci e pugni del tutto immotivati. Ovviamente il filmato è stato girato di nascosto dall’associazione no profit Mercy for Animals da anni impegnata contro le violenze nei confronti degli animali.

L’ATTRICE – Accanto a Mercy for Animals ora si è schierata anche Jamie Lee Curtis: «La sfidiamo ad avere il coraggio, come i coraggiosi che hanno filmato questa cosa, di aprire le porte e il suo cuore. Diventi lo standard per la sicurezza e la gentilezza e cambi davvero» scrive l’attrice che poi conclude la sua lettera aperta: «Cambi la sua mentalità e trascorra il resto della sua vita, e così i suoi discendenti, cercando di trasformare la sua fattoria nella miglior forma di umanità, pulizia e amore per gli animali dai quali traete profitto». Ma anche la Rete chiede di fermare il massacro: 11mila firme sono già state raccolte su Facebook.

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Redazione online
29 maggio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/animali/10_maggio_29/violenze-ohio-curtis_300a37de-6b22-11df-9ae5-00144f02aabe.shtml

Carceri, vergogna italiana da sanare

Carceri, vergogna italiana da sanare

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Sono 68mila i detenuti contro i 44mila posti branda
Ogni giorno 20 tentativi di suicidio

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di Pietro Calabrese
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ROMA (29 maggio) – In un Paese civile il ministro dell’Interno, quello della Giustizia e il capo dell’opposizione si vergognerebbero. In un Paese appena civile, la pletora di funzionari, burocrati, commissari straordinari e portaborse mascherati da esperti, si vergognerebbero molto. In un Paese normale l’opinione pubblica si sarebbe già indignata e mobilitata da un pezzo. In un Paese appena normale nessuno si sognerebbe di lasciare sulle spalle dei radicali di Pannella, che da mezzo secolo sono avanti a tutti nelle battaglie civili, il peso di un problema enorme come quello del sovraffollamento delle carceri.

I numeri testimoniano non più il disagio ma la tragedia sfiorata ogni giorno. Abbiamo in Italia 206 carceri e 44 mila posti branda. Sono in galera 68 mila detenuti. Quindi: 68mila contro 44 mila. E già questo dato basterebbe a far capire quanto è vicino l’abisso.
Ogni giorno si verificano venti tentativi di suicidio nelle patrie galere, vale a dire quasi uno l’ora. Dall’inizio dell’anno si sono uccisi 26 detenuti. Per disperazione, perché non ce la facevano più, per tirarsi fuori dall’inferno carcerario.

Un’ultima cifra: il 40 per cento dei detenuti è ancora in attesa di giudizio. Sta lì, ma nessuno si sogna di stabilire se a torto o a ragione. Alla faccia del sacrosanto principio in base al quale puoi togliermi la libertà, se lo merito, ma nessuno può strapparmi di dosso la dignità.

Cesare Beccaria nel suo “Dei delitti e delle pene” parla di “dolcezza” della pena. E gli antichi latini avevano coniato una delle più belle parole del vocabolario universale di tutti i tempi: la pietas. Chissà che fine ha fatto oggi la pietas nelle stanze del potere, nei palazzi di chi comanda e può decidere, nel cuore di politici preoccupati solo della cricca e delle auto blu.

Sembrava si fosse arrivati a un accordo su un provvedimento che concedeva a quelli che avevano da scontare ancora un solo anno di carcere di poterlo fare a casa, dietro alcune garanzie , ma non se n’è fatto nulla. Forse l’hanno ridotto a quelli che hanno da scontare solo sei mesi, forse no, nessuno ci capisce niente. Maroni e Di Pietro contro Alfano, Bersani balbetta, Berlusconi tace, alcuni farfugliano, e intanto si allunga la lista dei morti e dei tentati suicidi. Tra poco arriva l’estate e col caldo la situazione rischia di deflagare. Qualcuno, per favore, ascolti gli uomini di buona volontà che ancora resistono alla barbarie.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=104127&sez=HOME_INITALIA

Sacertode abusò di donne in coma: Belgio sotto choc / Priester misbruikte bewusteloze vrouwen

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Sacertode abusò di donne in coma Belgio sotto choc

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Un sacerdote belga avrebbe abusato sessualmente di decine di donne ricoverate in sala di rianimazione di un ospedale a Tielt, nelle Fiandre, tra gli anni Sessanta e Ottanta. Lo riferiscono vari media belgi. La direzione dell’ospedale, riferisce la radio fiamminga, «sapeva dei fatti ma non fece niente per impedirlo».

Per tragica ironia, aggiunge il quotidiano Het Laatste Niews, il sacerdote lavorava nella sala di rianimazione con l’incarico di portare sostegno psicologico alle famiglie dei pazienti e, in alcuni occasioni, amministrare l’estra unzione ai moribondi.

L’autore della denuncia, Norbert Bethune, sacerdote egli stesso, ha annunciato che a breve pubblicherà altri presunti scandali sessuali commessi da membri della Chiesa cattolica.

Le accuse contro il sacerdote di Tielt sarebbero sostenute da «testimonianze oculari». Bethune non ha però fornito il nome «per rispetto alla famiglia», aggiungendo tuttavia di essere in possesso di una lettera del presunto sacerdote violentatore, «in cui confessa tutti i fatti e mostra il suo pentimenti e la sua profonda tristezza per l’accaduto». «Padre X», come lo chiama Bethune, gli consegnò la lettera poco prima di morire, dopo lunga malattia, a fine 2009 «perchè voleva andarsene in pace, con la coscienza tranquilla».

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29 maggio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=99332

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Priester misbruikte bewusteloze vrouwen

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Een inmiddels overleden geestelijke misbruikte tussen de jaren 60 en 80 comateuze en psychiatrische patiënten in het Sint-Andriesziekenhuis in het West-Vlaamse Tielt. Dat zegt priester Norbert Bethune uit Wingene, die volgende week met een “loodzwaar dossier” naar buiten komt over de zaak. Dat schrijft Het Laatste Nieuws.

De dader is inmiddels overleden. Hij was ook deken in Tielt toen hij in het ziekenhuis toesloeg. “De directie was op de hoogte, maar ondernam niets”, zegt nog Bethune. Het parket in Brugge onderzocht de zaak eind jaren 90, maar toen waren de misdrijven volgens procureur Berkvens “overduidelijk verjaard” en was een strafproces niet mogelijk. In 1991 meldde Bethune het misbruik aan bisschop Vangheluwe maar die stuurde pas tien jaar later een nietszeggend antwoord. (belga/ypu)

29/05/10 12u01

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fonte: http://www.hln.be/hln/nl/957/Belgie/article/detail/1111525/2010/05/29/Priester-misbruikte-bewusteloze-vrouwen.dhtml

Le auto che non sentono la crisi: Nei garage istituzionali l’Italia è leader: 624.330 auto blu contro le 72.00 degli Usa

Le auto che non sentono la crisi:
sempre più folte le flotte blu dei politici

https://i1.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20100529_bluk.jpg

Nei garage istituzionali l’Italia è leader: 624.330 auto blu contro le 72.00 degli Usa. E in Abruzzo arrivano le Audi A6

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di Mario Ajello
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ROMA – Autoblu… mi piaci tu. E non c’è manovra ”etica” che tenga, non c’è taglio economico che regga, non c’è stangata nè controsterzata che funzioni, non c’è esempio virtuoso che valga (ai ministri inglesi è stata tolta la Jaguar e girano in metropolitana) davanti al parco macchine della ”casta” che in questi anni è cresciuto come un soufflè assai difficile da sgonfiare. Ci vorrebbe un terremoto per eliminare la montagna di autoblù (sarebbero addirittura 624.330, secondo il ministro Brunetta che ne ha sette) che portano a spasso i potenti a spese dei contribuenti in preda a rabbia e fatalismo alla Totò: «E io pago….»? Macchè, il sisma c’è stato, e la Regione Abruzzo ha reagito regalandosi nuove e fiammanti quattro ruote, con tanto di vetri oscurati, sedili in pelle e tivvù analogica con navigatore, computer di bordo e telecamerina e questi optional possono arrivare a costare – in listino – fino a tremila euro. Gli assessori abruzzesi potrebbero dire: ma noi mica abbiamo la metropolitana o quei bus rossi a due piani che fanno tanto swinging London, quindi….

Quindi, con apposita delibera della giunta, ecco arrivate per la Regione, disastrata di suo e in un contesto di disastro economico generale, undici Audi A6, grazie a una sorta di affitto triennale con la Consip, la Spa del ministero dell’economia. La berlina del presidente Chiodi costerà 1.791,85 euro al mese. Le altre dieci: 1.579,38 euro mensili a testa. Totale: 21.102,78 euro ogni trenta giorni. Che è più di quanto paga il Veneto, territorio assai più esteso dell’Abruzzo. Siccome le vecchia autoblù avevano 190.000 chilometri sulle spalle, ecco il ricambio in salsa aquilana. Col sovrappiù di 43,75 euro mensili per la tivvù analogico-digitale piazzata nell’abitacolo e che tornerà utilissima a «lorsignori» – come li chiamava il mitico Fortebraccio – per gustarsi i Mondiali sudafricani di quest’estate.

Il rischio Grecia e l’austerity si fermano insomma davanti ai garage istituzionali. Perchè è tutto da dimostrare che il taglio del 20 per cento delle autoblù, previsto dalla manovra economica, riesca a superare la prova parlamentare. Anche se ci riuscisse, il super-record italico non verrebbe insidiato. Guidiamo largamente la classifica delle autoblù nel mondo, con le nostre quasi seicentocinquantamila, e dietro il Belpaese (anzi Blùpaese) arrancano con abissale distacco gli Stati Uniti (appena 72mila macchine istituzionali), la Francia (63mila) e l’Inghilterra (56mila). Il cameo di Giulio Andreotti, nel film con Alberto Sordi, «Il tassinaro», non ha fatto scuola. La bici di Cameron qui verrebbe investita da una delle 175mila macchine in dotazione dei Comuni, delle Regioni e delle Province (che non solo non verranno abolite loro ma neppure le loro autovetture) e, se fosse passata la proposta del senatore pidiellino Gallo, neppure verrebbero tolti i punti alla patente dell’autista della berlina istituzionale – magari in dotazione di un peone – che investisse il premier britannico.

Ogni tanto, simbolicamente, c’è un sindaco che fa il beau geste.
Alemanno rinuncia alle due Lancia Thesis che aveva Veltroni e gira con una Croma presa in comodato d’uso dalla Fiat. Un primo cittadino agrigentino, Zambuto, consegna una Thesis al concessionario, si fa dare in cambio uno scuolabus per i bimbi della città e guida la sua Panda senza autista. Quelli del Siar (il Sindacato italiano autisti di rappresentanza) sostengono che le autoblù sono soltanto 3.420, e sarebbero diminuite rispetto alla vecchia cifra di 3.850. Ma basta dare un’occhiata a Palazzo Chigi, per vedere – oltre al ridicolo dei papaveri di governo che per percorrere cento metri s’infilano in un bolide super-corazzato – questa cifra choc: fra affitto dei veicoli, carburante, parcheggi e manutenzione, più di nove milioni di euro all’anno costano le quattro ruote dell’esecutivo.

Se a queste si aggiungono tutte le altre della flotta tricolore in blu che parlano ogni lingua della politica e ogni dialetto delle contrade italiane (nella Campania di Bassolino gli innumerevoli autisti regionali arrivavano a guadagnare 3.000 euro netti al mese eneesuno glieli può toccare, mentre nel Lazio è capitato che l’ex autista di Nicola Mancino sia diventato un capopopolo dei voti berlusconiani nel Basso Lazio, e stiamo parlando del senatore Fazzone), si arriva a un costo per le casse dello Stato di 21 miliardi di euro, cioè quasi il costo dell’attuale manovra economica che è di 24, fra affitto, pedaggi, guidatori, benzina. E a poco finora sono serviti i ”vaffa” dei passanti (mescolati però all’esercizio del vip watching), o le adunate internettiane del gruppo su Facebook intitolato «Basta alle troppe autoblù», di fronte alla carovana di Audi A 6 (le predilette della ”casta”), Bmw, Alfa e Lancia che costituiscono tanti Palazzetti mobili attraverso la Capitale e lungo la Penisola, sorvolanti sul traffico e in fondo parlanti. Raccontano di una crisi che, da dietro i vetri oscurati, forse non si riesce a vedere come meriterebbe.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=104122&sez=HOME_INITALIA