Archivio | agosto 2, 2010

PREMIO DI SATIRA: GELMINI SARTA SUBITO! PIU’ SI TAGLIA PIU’ SI RAGLIA

riceviamo e pubblichiamo molto.. allegramente!

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Siamo un gruppo di insegnanti che, anche grazie ad un piccolo premio di satira, cercano di dare voce ad una scuola agonizzante ma ancora capace di stupire. Le saremmo estremamente grati se potesse aderire, estendere l’invito ai suoi contatti e dare visibilità alla nostra iniziativa.

http://www.facebook.com/group.php?gid=131383966892803&ref=mf

Un saluto cordialissimo e un tir a 2 piani con rimorchio di in bocca al lupo!

Guglielmo La Cognata, Marinella Spina, Giovanni Lo Castro

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Per completezza alleghiamo il bando

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PREMIO DI SATIRA

GELMINI SARTA SUBITO!

PIU’ SI TAGLIA PIU’ SI RAGLIA

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Art. 1) Fateci ridere, liberateci dalle ragnatele mentali, stupiteci. Ogni cosa ha sempre un’altra faccia, come la luna. E’ questo il lato delle cose che genera meraviglia.

Art. 2) La partecipazione al concorso è assolutamente gratuita e aperta a tutti coloro i quali non hanno Ketchup nelle vene.

Art. 3) L’obiettivo di fondo di questa sfida all’ultimo neurone è quello di utilizzare la forza comunicativa della satira per coinvolgere il personale docente e non docente, le famiglie, gli studenti, tutti coloro i quali non hanno il quoziente intellettivo di una nespola, in una discussione critica sui rischi e le opportunità legate ai rilevanti cambiamenti che investiranno l’universo formativo, il luogo dove i sogni imparano a camminare. Pertanto, il contenuto dell’opera deve essere inscindibilmente connesso al tema del premio: “LA SCUOLA DELLE LIBERTA’ ”.

Art. 4) Sono ammesse poesie, battute, filastrocche, slogan, barzellette, brevi epigrammi, vignette, canzoni, miniracconti, qualunque idea creativa, purché di lunghezza tassativamente non superiore a 30 righe da 60 battute (una cartella, spazi inclusi). Ogni partecipante può inviare un solo scritto
(anche in lingua straniera, dialetto o “gotico vampirico”, purché accompagnato da traduzione italiana).

Art. 5) Gli scritti vanno inviati esclusivamente via e-mail, in formato .doc, entro e non oltre il 15 Settembre 2010, al seguente indirizzo:gelmini.sarta.subito@hotmail.it. Ogni candidato deve allegare all’elaborato un breve curriculum, i dati anagrafici e una dichiarazione firmata attestante che l’opera è di esclusiva produzione personale, inedita, mai premiata né segnalata in altri concorsi.

Art. 6) La valutazione delle opere è affidata al giudizio insindacabile e inappellabile della giuria, i cui nomi verranno resi noti il giorno della premiazione.

Art. 7) I primi classificati riceveranno come premio oltre l’attestato, la coppa e la pubblicazione on line dell’opera, la visibilità garantita dalla partecipazione al concorso di idee e … una sorpresa indimenticabile! L’attribuzione dei premi è subordinata, pena la decadenza, alla presenza dei vincitori (o di loro delegati) alla cerimonia conclusiva.
La premiazione si terrà in data e luogo da destinarsi, indicativamente a Catania intorno alla fine del mese di settembre. Luogo e giorno precisi verranno comunicati direttamente ai vincitori via e mail; gli altri concorrenti potranno verificarli su Facebook, digitando “Premio Gelmini sarta subito!”, oppure richiederli per posta elettronica all’indirizzo: gelmini.sarta.subito@hotmail.it .

Art. 8) Pur garantendo la massima attenzione, la Segreteria declina ogni responsabilità per l’eventuale smarrimento degli elaborati

Art. 9) Ogni autore è responsabile del contenuto delle proprie opere. Non verranno presi in considerazione gli scritti pervenuti in ritardo, che violano le regole del bando, che si collocano al di là dei confini della decenza e del buon gusto.

Art. 10) I diritti delle opere che partecipano al concorso restano di completa ed esclusiva proprietà degli autori, ad eccezione di quelli concernenti la pubblicazione a stampa e/o on line (a cura degli organizzatori del premio, senza alcun compenso per gli autori).

Art. 11) Con l’invio degli elaborati partecipanti al premio, l’interessato acconsente, ai sensi della normativa vigente sulla privacy, al trattamento dei dati personali, limitatamente agli scopi del concorso in oggetto. I dati dei concorrenti non verranno comunicati né diffusi a terzi e in qualsiasi momento si potrà chiedere l’aggiornamento o la cancellazione, scrivendo alla nostra segreteria.

Art. 12) L’organizzazione si riserva il diritto di apportare modifiche al presente regolamento, qualora dovessero verificarsi circostanze contingenti non previste. In tal caso, verrà data tempestiva comunicazione agli interessati.

Art. 13) Con l’invio dell’elaborato l’autore attesta, sotto la propria responsabilità, che l’opera è in regola con le norme del bando di concorso, che ne ha preso visione e che ne accetta ogni sua parte. Per quanto non esplicitamente dichiarato è abilitata a decidere, in piena autonomia, la segreteria del Premio.

Art. 14) Per eventuali informazioni potete rivolgervi all’indirizzo e-mail: gelmini.sarta.subito@hotmail.it .

Art. 15) BUON DIVERTIMENTO!

Guglielmo La Cognata, Marinella Spina, Giovanni Lo Castro

Ehi! Ma non dovevo giocare anch’io??

ITALIA – Un posto per Faith non c’è più

Un posto per Faith non c’è più

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di Leonardo Tondelli

tutti gli articoli dell’autore

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Quando nel 2001 una corte islamica nigeriana condannò Safiya Husaini alla lapidazione per adulterio, la politica italiana non rimase a guardare. Una cinquantina di senatori sottoscrisse una mozione che impegnava il governo Berlusconi “a promuovere un’azione diplomatica diretta ad impedire l’orrenda esecuzione; più in generale ad adoperarsi affinché cessi ogni prevaricazione a carico delle donne, là dove ancora le stesse sono considerate schiave, incapaci di intendere e di volere, scambiate e messe all’asta come carne da macello, assoggettate e segregate in casa, senza diritti e senza dignità”. Al di là dei discorsoni è difficile ricostruire cosa abbia fatto in concreto il governo: magari un richiamo all’ambasciatore, questo tipo di cose. Alla fine comunque la Husaini fu assolta.

Un anno dopo un’altra corte nigeriana condannò Amina Lawal Kurami alla stessa pena capitale per lo stesso reato. E anche in questo caso la politica italiana non si tirò indietro. Il nostro ambasciatore andò a parlarne col Ministero degli esteri nigeriano. Come riferì poi alla Camera il Sottosegretario di Stato, Margherita Boniver, il Ministro si dimostrò “molto comprensivo dell’interesse riservato al caso da parte dell’opinione pubblica, della società civile e delle istituzioni del nostro paese”. Nel frattempo a Roma l’incaricato d’affari della Repubblica federale di Nigeria veniva convocato alla Farnesina, che gli comunicava “l’emozione enorme suscitata nel nostro paese dalla vicenda giudiziaria della signora Lawal”. Anche questo diplomatico volle rassicurarci, confermando che “che il Governo federale è ben consapevole delle reazioni suscitate in Italia e nel mondo dalla sentenza e della necessità che la Nigeria rispetti i suoi impegni internazionali in materia di diritti umani”.

Tutte queste, beninteso, sono solo parole.

Ma non significa che non siano importanti. La diplomazia si fa con le parole, la politica è fatta di chiacchiere, e la vita di Safiya Husaini e Amina Lawal è stata salvata anche dall’enorme volume di chiacchiere che l’opinione pubblica e i politici hanno prodotto sull’argomento. Se tutto quello che puoi fare per salvare la vita a una persona è parlarne, tu ne parli. In parlamento, alle ambasciate, ovunque puoi.

Nelle prossime settimane un’altra donna nigeriana, Faith Aiworo, dovrebbe essere processata. Il suo caso è un po’ diverso (Faith avrebbe ucciso un uomo che cercava di stuprarla), ma il rischio di una condanna a morte è comunque concreto. I giornali italiani ne hanno parlato – non tutti, per la verità. Ora si tratta di vedere cosa farà la politica, come si muoveranno le istituzioni. Il Senato produrrà un’altra mozione, com’è successo con Safiya? Convocheremo i diplomatici, come successe con Amina? Arriveremo al punto di disturbare il Ministro degli esteri nigeriano? Possiamo sperarci, ma per come si sono messe le cose è difficile che accada. E questo non perché Senato e Camera siano assorbiti dalle scissioni e compravendite degli ultimi giorni. Il problema è un po’ più grave.

Il fatto è che Faith Aiworo, ai nigeriani, l’abbiamo consegnata noi.

Per salvarsi dal boia, Faith era scappata in Italia. Un Paese storicamente molto sensibile al problema dei rifugiati, anche perché molti antifascisti sopravvissero rifugiandosi nei Paesi vicini. Quando tornarono, e il fascismo fu sconfitto, vollero iscrivere nei principi fondamentali della nostra Costituzione il diritto d’asilo, per “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana” (art. 10). Ma Faith è entrata in Italia da clandestina, e con i clandestini sembra che la Costituzione non funzioni più. A un certo punto abbiamo stabilito, senza dirlo troppo in giro, che non sono esseri umani; e quindi possiamo impacchettarli e renderli al mittente senza preoccupazioni.

Per questo è difficile che stavolta la politica italiana faccia qualcosa per “promuovere un’azione diplomatica diretta ad impedire l’orrenda esecuzione”; che si adoperi sul serio “affinché cessi ogni prevaricazione a carico delle donne, là dove ancora le stesse sono considerate schiave, incapaci di intendere e di volere, scambiate e messe all’asta come carne da macello, assoggettate e segregate in casa, senza diritti e senza dignità”. Del resto cosa potrebbero fare, ormai, parlamentari e diplomatici, a parte produrre un po’ di chiacchiere. Certo, ogni volta che chiacchierando potevamo contribuire a salvare una donna condannata a morte, non ci siamo risparmiati. Ma stavolta occorreva qualcosa di più: l’ospitalità. Safiya, Amina, più che donne per noi erano teorie. Si potevano tranquillamente salvare da lontano. Ma Faith viveva tra noi, occupava un posto; e un posto per salvare una donna schiava, senza diritti e senza dignità, in Italia evidentemente non c’è più.
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Di’ la tua

Il blog di Leonardo su l’Unità

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02 agosto 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=102005

P3 – Caliendo, si vota la mozione. Il Pdl protesta: «È inaccettabile»

Il sottosegretario alla Giustizia Caliendo, in visita al carcere di Camerino osserva interessato..

Cicchitto attacca: «Inaccettabile mentre è in corso un procedimento giudiziario»

Caliendo, si vota la mozione
Il Pdl protesta: «È inaccettabile»

I capigruppo hanno deciso: mercoledì la sfiducia in aula. I finiani: consulteremo l’Udc

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MILANO – La conferenza dei capigruppo alla Camera ha deciso: mercoledì a Montecitorio approderà in Aula la mozione presentata dall’opposizione sulla sfiducia a Giacomo Caliendo, il sottosegretario alla Giustizia, indagato nell’inchiesta sulla cosiddetta P3. Il giorno prima si svolgerà, invece, l’esame dei decreti sul trasporto marittimo e sull’energia. La mozione di sfiducia (il voto sarà palese) non preoccupa il diretto interessato. «Come vedete, io continuo a lavorare» ha detto il sottosegretario ai giornalisti che lo hanno incontrato a Palazzo Madama, prima che venisse messo all’ordine del giorno il voto . Fabrizio Cicchitto, invece, giudica «inaccettabile» che «si proceda al voto sulla mozione di sfiducia quando è in corso ancora il procedimento giudiziario nei confronti di Caliendo». «Se ne assume la responsabilità l’opposizione», ha detto il presidente dei deputati del Pdl. «Esamineremo con grande attenzione il risultato del voto sulle mozioni» ha aggiunto Cicchitto.

INCONTRO FINIANI-UDCA questo punto, non resta che attendere mercoledì per capire come si comporteranno i finiani rispetto al voto su Caliendo. La cosa certa è che martedì pomeriggio il gruppo dei finiani alla Camera incontrerà l’Udc per verificare la possibilità di convergenze in vista del voto sulla mozione di sfiducia al sottosegretario. L’annuncio arriva dal capogruppo dei finiani. «Ci vedremo nel primo pomeriggio per cercare di arrivare a una convergenza con l’Udc, se ce ne sono le condizioni», ha spiegato Giorgio Conte. Per il Pd Dario Franceschini il voto sul sottosegretario «sarà un punto di chiarezza». Mentre il leader dell’Idv Antonio Di Pietro avverte: «Chi si astiene su Caliendo è irresponsabile».

«IL GOVERNO NON RISCHIA»Il Pdl, dal canto suo, lascia intendere di non aspettarsi sorprese dai finiani. «Prendiamo per buono il loro impegno a dare sostegno alla maggioranza» ha detto Cicchitto. «La tenuta del governo non è a rischio» ha assicurato il ministro della Difesa Ignazio La Russa, perché i parlamentari vicini al presidente della Camera, è la sua convinzione, hanno dichiarato che «continueranno a sostenerlo». «Anche alla Camera – ha aggiunto il ministro – i numeri sono chiari e non c’è alcun dubbio che la legislatura possa continuare con un forte sostegno al governo». La Russa ha poi ribadito la sua contrarietà all’ipotesi di un governo tecnico. «Gli italiani hanno eletto un governo politico – ha spiegato – noi siamo per il bipolarismo e perché siano i cittadini a scegliere i governi».

GRUPPO FLI AL SENATONel frattempo, il gruppo dei finiani si è costituito ufficialmente anche a Palazzo Madama. Confermate le indiscrezioni che vedevano dieci senatori fuoriuscire dal gruppo del Pdl per costituire il nuovo gruppo parlamentare «Futuro e Libertà per l’Italia». Presso l’ufficio del senatore Mario Baldassarri si è riunita una piccola pattuglia di senatori per espletare le formalità: i senatori dovranno firmare le dimissioni dal gruppo del Pdl e consegnarle al presidente del gruppo Maurizio Gasparri, successivamente dovranno presentare la richiesta di nascita del gruppo al presidente del Senato, Renato Schifani. Capogruppo provvisorio in attesa delle votazioni per determinarlo dovrebbe essere lo stesso Baldassarri. Del gruppo fanno parte la senatrice Contini, i senatori De Angelis, Valditara, Saia, Germontani, Di Gilio, Pontone, Viespoli e Menardi. In un articolo pubblicato sul sito di Generazione Italia, Italo Bocchino scrive: «I cannoni devono smettere di tuonare, da una parte e dall’altra», auspicando «un patto di legislatura per salvare l’attuale assetto bipolare, il governo e la maggioranza».

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Redazione online
02 agosto 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_agosto_02/caliendo-ipotesi-sfiducia_09278016-9e37-11df-a94c-00144f02aabe.shtml

La Russia divorata dalle fiamme. Medvedev: “Una tragedia enorme” / Russia, bruciati 10 milioni di ettari coltivati a grano: schizza in alto il prezzo

La Russia divorata dalle fiamme
Medvedev: “Una tragedia enorme”

Trentaquattro morti, oltre 128 mila ettari di boschi distrutti, 1500 case divorate dal fuoco, migliaia di sfollati. E’ il bilancio dei roghi provocati dal caldo anomalo che ha colpito sette regioni. Il Cremlino ha dichiarato lo stato d’emergenza

La Russia divorata dalle fiamme Medvedev: "Una tragedia enorme" Pompieri in azione in un bosco

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MOSCA – Il presidente russo Dmitri Medvedev l’ha definita “una tragedia enorme”. Il caldo anomalo che ha colpito la Russia ha provocato incendi in sette regioni, zone per le quali il Cremlino ha dichiarato lo stato d’emergenza sottolineando la gravità della situazione che “può causare ancora molte disgrazie irreparabili”. Il bilancio è già molto pesante e, probabilmente, non ancora definitivo: almeno 34 morti, oltre 128 mila ettari di boschi distrutti, soprattutto nella parte occidentale del Paese. Circa 1.500 case sono state distrutte dal fuoco, migliaia gli sfollati. Tra le repubbliche colpite, anche una delle più povere e belle, il Mari El, lungo il fiume Volga. E poi Vladimir, Voronezh, Nizhny Novgorod, Rjazan, la repubblica di Mordovia e l’aria intorno a Mosca.
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GUARDA IL VIDEO 1
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In base al decreto presidenziale l’accesso alle aree potrebbe essere bloccato, affinché l’uomo non sia causa di nuovi focolai di incendio. Prende forza anche l’ipotesi di utilizzare le forze armate per la lotta contro le fiamme: per ora 2.000 soldati sono già sul campo. In una dichiarazione in tv, il presidente Medvedev ha assicurato che circa duemila case saranno ricostruite prima dell’arrivo dell’inverno. Intanto il primo ministro Vladimir Putin ha convocato i governatori delle regioni interessate e l’ordine è di iniziare il lavoro di ricostruzione delle città devastate. “Voglio piani per ogni regione, ogni città, ogni casa”, ha detto.

E mentre la provincia brucia, Mosca soffoca: il fumo, generato dalle torbiere che vanno a fuoco intorno alla capitale russa, avvolge tutta l’estesa zona abitata. Ad attendere chi è uscito questa mattina da casa nella capitale, un intenso odore di bruciato e una fitta nebbia, oltre a un’afa irrespirabile, che ormai imperversa da un mese e mezzo, con  temperature oltre i 40 gradi. L’inquinamento supera di dieci volte la norma.

E le previsioni non lasciano ben sperare. Già luglio aveva battuto il record con punte di 40 gradi. Ora si annuncia, entro venerdì, temperature oltre i 41 gradi. La capitale resta immersa in una nuvola di monossido di carbonio. La situazione, migliorata leggermente nel weekend, la notte scorsa è di nuovo peggiorata.

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fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2010/08/02/news/russia_incendi-6023915/?rss

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Forse è inutile dirlo, ma vi consigliamo di fare scorte di pasta prima possibile. Si sa, la speculazione non attende.

mauro

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Russia, bruciati 10 milioni di ettari
coltivati a grano: schizza in alto il prezzo

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Volontario russo al lavoro (foto Mitya Aleshkovskiy - Epa) MOSCA (1 agosto) – Gli incendi che stanno infuriando in Russia hanno raggiunto la regione dell’Estremo oriente dove sono a fuoco circa 100.000 ettari di taiga. Lo hanno annunciato oggi i servizi forestali regionali, citati dall’Itar tass. In 24 ore gli incendi hanno triplicato la superficie interessata passando da 31.000 a 99.000 ettari.

Oggi il patriarca della chiesa ortodossa russa, Kirill, ha invitato i fedeli a pregare per la pioggia. «Il dolore ha colpito la nostra nazione – ha detto il patriarca – Abbiamo perso vite umane, centinaia di persone sono rimaste senza casa e migliaia tra cui molti bambini non hanno più mezzi di sostentamento. Chiedo a tutti voi di unirvi in preghiera affinché la pioggia discenda sulla nostra terra».

Almeno 28 morti. Sono almeno 28 le persone morte a causa delle fiamme che stanno devastando da giorni la parte europea della Russia, stando alle cifre fornite dal ministero russo per le Emergenze e secondo le quali ad oggi si sono registrati 774 incendi, di cui 369 a partire da ieri, mentre sono oltre 5.200 le persone evacuate.

Particolarmente toccata la Kamciatca, la penisola nell’estremo nord della Russia con oltre 76.000 ettari a fuoco. Inoltre ci sono altri 300.000 ettari di terreni non boschivi a fuoco, secondo l’Itar tass. Nei giorni scorsi gli incendi, provocati dall’eccezionale ondata di caldo che sta colpendo la Russia, hanno colpito parte occidentale del paese con 120.000 ettari interessati, villaggi interi devastati e un bilancio di 28 morti.

Il grande caldo che ha colpito la Russia ha distrutto quasi dieci milioni di ettari di coltivazioni di grano (come l’intera superficie forestale italiana) provocando sui mercati internazionali un aumento record del prezzo del grano che è salito in un mese del 50% al Chicago Board of Trade (Cbot), il punto di riferimento delle contrattazioni internazionali, anche se in Italia i prezzi restano però sui livelli più bassi degli ultimi venti anni. Alla chiusura mensile del mercato di fine luglio il cereale – sottolinea la Coldiretti – ha fatto registrare una quotazione di 660 dollari per bushel rispetto ai 450 dollari dell’inizio del mese, toccando così il valore più alto dell’ultimo anno.

A far risalire le quotazioni mondiali sono le previsioni di un calo del raccolto dovuto alle alte temperature e alla mancanza di precipitazioni in Russia ma anche in Paesi come l’Ucraina ed il Kazakistan mentre nei Paesi dell’Est Europa come Bulgaria, Ungheria e Romania è stato invece l’eccesso di pioggia a compromettere la stagione. In Italia si è verificato un calo delle superfici coltivate dell’1% per il grano duro destinato alla produzione di pasta e del 5% per quello tenero per il pane secondo il bollettino Agrit del Ministero delle Politiche Agricole.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=113071&sez=HOME_NELMONDO&ssez=

Verso il Segreto di Stato senza limiti sugli archivi degli 007

Verso il Segreto di Stato senza limiti sugli archivi degli 007

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Una legge finora sancisce che il segreto di Stato sulle documentazioni dei servizi, ad esempio sulle grandi stragi del passato da Bologna all’Italicus, decada dopo 30 anni. Ora, invece, le cose potrebbero cambiare, questo termine potrebbe essere eliminato e il segreto di Stato esteso sino die. E’ quanto emerge dalla relazione conclusiva della commissione Granata, istituita dal governo Berlusconi, per studiare le procedure di accesso alla documentazione per la quale è decaduto il segreto di Stato.

Nella bozza di regolamento, al primo articolo, viene previsto che “nei sei mesi precedenti la scadenza del vincolo, il presidente del Consiglio o l’Autorità delegata, nel caso in cui ritenga di disporre la proroga, ne informa senza indugio le Autorità originatrici”. Ma al comma successivo viene specificato che “se tali Autorità lo ritengono necessario, provvedono ad apporre o a reiterare, anche in proroga, la citata classificazione”.

In pratica potranno essere dunque gli stessi responsabili dei servizi segreti, nel caso in cui lo reputino necessario, a proporre al premier di reiterare il “top secret” secondo le loro classificazioni: segreto, segretissimo, riservato, riservatissimo.

Mercoledì il Copasir ha ascoltato Gianni Letta ed ha avviato “la discussione sulle conclusioni della commissione di studio sul segreto di Stato, istituita presso la Presidenza del Consiglio”. Secondo quanto viene riferito da alcuni esponeti della Commissione Granata, la relazione “non risolve i problemi, ma mette in mano le competenze tecniche al legislatore con una disamina approfondita, una interpretazione ed una armonizzazione della legislazione vigente”.

fonte: http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/verso-il-segreto-di-stato-senza-limiti-sugli-archivi-degli-007-481958/

Verità e giustizia per Nino, Ida e la loro bimba mai nata

Verità e giustizia per Nino, Ida e la loro bimba mai nata

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La storia dell’ agente di polizia, Nino Agostino, ucciso il 5 agosto del 1989 a Villagrazia di Carini, insieme alla moglie Ida Castellucci, incinta di cinque mesi di una bambina, è certamente una delle più drammatiche ed oscure vicende della storia di un’ Italia retta, allora come adesso, da poteri deviati e da un’ antistato che troppo spesso diviene Stato.
Sulla morte di Nino Agostino non è ancora stata fatta luce ed i suoi assassini, insieme ai mandanti, sono a tutt’oggi uomini liberi esattamente come qualsiasi altro onesto padre di famiglia. Sul fascicolo relativo alle indagini sul suo assassinio è stato apposto quello che non esitiamo a definire “il sigillo della vergogna” ovvero il Segreto di Stato.

Nino e Ida, quel giorno, si trovavano davanti alla villa di famiglia per partecipare al compleanno della sorella di Nino. Furono trivellati di colpi da due sicari in motocicletta sotto gli occhi dei genitori Vincenzo ed Augusta.
Suo padre, Vincenzo Agostino, un anziano uomo che ha percorso qualsiasi strada pur di ottenere giustizia da quello Stato per il quale suo figlio Nino ha consapevolmente sacrificato la vita, ha promesso di non tagliare più la propria barba bianca fino a che non otterrà quello che gli spetta; giustizia per suo figlio, per la sua famiglia, per la nuora Ida e per sua nipote mai nata.

Di recente, nel registro degli indagati in merito all’inchiesta sulla morte di Nino Agostino e della moglie Ida Castellucci, è stato iscritto Guido Paolilli, poliziotto in pensione, indagato per favoreggiamento aggravato e continuato a Cosa Nostra. Il collega e amico di Nino Agostino, che svolse le indagini immediatamente dopo la sua morte, fornì una pista che conduceva ad un “delitto passionale”.

In Sicilia questa è quasi una tradizione che se non fosse perchè si tratta di omicidi verrebbe a buon diritto inserita negli alamnacchi di storia e cultura popolare; prima li ammazzano e poi li fanno passare per pazzi o puttanieri.

L’ iscrizione nel registro degli indagati è scattata in seguito ad una conversazione intercettata a marzo nella sua casa di Montesilvano a Pescara. Paolilli ed ill figlio stavano ascoltando, su RAI UNO, Vincenzo Agostino, padre dell’ agente, che in quel frangente citava le parole scritte su un biglietto trovato nel portafogli di Nino: “Se mi succede qualcosa andate a cercare nell’armadio di casa”. Il figlio di Paolilli, chiedendo al padre quale fosse il contenuto dell’armadio, si sentì rispondere: “Una freca di carte che ho distrutto”. Sul conto di Paolilli anche Vincenzo Agostino ha rivelato elementi interessanti: “un giorno Guido Paolilli, che era amico di mio figlio, insistette per venire con noi al cimitero. Incalzato dalle nostre domande sulle indagini, disse che la scoperta della verità non avrebbe fatto piacere. Disse pure che avrebbe fatto il possibile per mostrarci sei fogli”.

I sei fogli non sono mai stati mostrati alla famiglia Agostino ne ve ne è più traccia.

Paolilli ha dichiarato che i sei fogli vennero sequestrati durante la terza perquisizione nell’appartamento di Nino Agostino. Negli atti della Squadra Mobile risultano però solo due perquisizioni. Un’ altra incongruenza di non poco conto nelle dichiarazioni di Paolilli è quella relativa alle mansioni svolte. Paolilli ha dichiarato di svolgere servizio presso il nucleo scorte ma diversi suoi colleghi hanno asserito, smentendolo, che l’indagato svolgeva attività antimafia.

Paolilli era persona di fiducia di Bruno Contrada ed ha testimoniato a sua difesa nel processo a suo carico. Si riferiva proprio a Paolilli l’agente Agostino quando disse ad un collega: “Sto collaborando con un amico per la cattura di latitanti?”.

Ad oggi esiste un solo pentito che ha raccontato di questo omicidio, Oreste Pagano, il quale ha affermato: “Ero al matrimonio di Nicola Rizzuto, in Canada. C’era un rappresentante dei clan palermitani, Gaetano Scotto. Alfonso Caruana mi disse che aveva ucciso un poliziotto perché aveva scoperto i collegamenti fra le cosche ed alcuni componenti della questura. Anche la moglie sapeva, per questo morì”.

I servizi segreti italiani hanno sempre negato che l’agente Agostino abbia svolto servizio presso il SISMI ma la recente riapertura delle indagini sarebbe giustificata dal ritrovamento di nuovi documenti nell’archivio della Squadra Mobile che attesterebbero l’attività di antimafia del poliziotto tra le fila dei servizi segreti. Inoltre, una nota riservata del 1993, a firma del capo del centro di controspionaggio di Palermo alla prima divisione Sismi di Roma, testimonia il grande interesse dei servizi nei confronti dell’ operato dei giudici inquirenti sulla morte del poliziotto: “Centro controspionaggio di Palermo. Riservato. Oggetto: riapre l’indagine sul delitto Agostino. Data 5 marzo 1993. Secondo quanto è stato possibile apprendere il gip titolare dell’inchiesta sarebbe in possesso di due memoriali consegnati dai familiari dell’Agostino e del Piazza che avrebbero indotto il magistrato a riaprire i due casi, unificandoli. Nei memoriali di cui sopra, acquisiti dal gip, pare che siano contenute affermazioni di una certa gravità in merito al noto episodio del rinvenimento di un ordigno esplosivo nell’estate del 1989 presso la villa all’Addaura del dottor Falcone”.

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fonte: http://www.familiarivittimedimafia.com/index.php?option=com_content&view=article&id=897:nino-agostino&catid=104:sto&Itemid=278

Il poker d’assi di Berlusconi: elezioni con qualcun altro al governo

Il poker d’assi di Berlusconi: elezioni con qualcun altro al governo

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di Mino Fuccillo

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Qual è l’obiettivo, il traguardo, la richiesta, addirittura il sogno di tutte, quasi tutte, le opposizioni e gli oppositori di Berlusconi? Cosa immaginano, preparano, propongono, a cosa lavorano Bersani e D’Alema, Casini e perfino, come da ultimissimo blog, Beppe Grillo? E cosa i berlusconiani e i leghisti, i Bossi, i Calderoli, i Cicchitto, i Bondi, i La Russa, i Gasparri dipingono come il diavolo, la sciagura, l’invasione degli ultracorpi cui opporre un virile e drastico “no pasaran”? Eccola la meta agognata e la minaccia da respingere e sventare: il “Governo di transizione”. Cioè un governo che porti, accompagni l’Italia ad elezioni anticipate e che sia guidato e presieduto da qualcuno che non sia Berlusconi. Viene in mente quell’antico detto: prega che gli dèi non esauriscano i tuoi desideri…

Elezioni precedute da qualche mese di governo con seduto a Palazzo Chigi un altro che non sia Berlusconi sono infatti per Berlusconi l’equivalente di un poker d’assi nella partita politica appena iniziata. E  gli assi nelle mani di Berlusconi arriverebbero con il “Governo di Transizione” mentre sono i suoi avversari a dare apparentemente le carte.

Primo asso, quello “pigliatutto”. Se l’Italia torna a votare con Berlusconi presidente del Consiglio in carica, il messaggio elettorale di Berlusconi dovrà essere: “Non mi hanno lasciato lavorare, mi hanno legato le mani”. Variante più hard: “Mi hanno tradito”. Può funzionare, ma è messaggio debole. Appena due anni fa Berlusconi era e si diceva capace di spaccare il mondo e rifare i connotati all’Italia. Appena due anni e mezzo dopo dovrebbe chiedere voti in nome di un’occasione mancata, perduta. Chiedere voti solo per ricominciare. Senza aver abbassato le tasse, senza aver cambiato la Costituzione, con le ali alquanto impiombate da una manovra economica, forse due. Se invece si va ad elezioni con qualcun altro seduto a Palazzo Chigi, la piattaforma elettorale di Berlusconi sarà: “Scippo e impostura contro il popolo sovrano…Congiura per mettere in piedi un governo illegale…”. Qualcosa di molto più efficace e soprattutto qualcosa che azzera, cancella il magro bilancio dei due anni di governo. Il “Governo di Transizione” regala a Berlusconi una campagna elettorale da una posizione di “opposizione”, quella che oggi gli elettorati europei maggiormente premiano. Il “Governo di Transizione” esenta Berlusconi dal dazio di aver governato e monda ogni suo peccato politico agli occhi del maggioritario elettorato di centro destra.

Asso numero due: il “Governo di Transizione” dovrebbe intestarsi il rischio e il costo economico di elezioni anticipate. Costo non delle schede da stampare, costo finanziario. Con centinaia di miliardi di titoli di Stato da ricollocare sul mercato, insomma da vendere a qualcuno che della finanza pubblica italiana si fida, il rischio di un aumento dei tassi è quasi una certezza. Rischio che si paga con tasse o inflazione. Tasse e inflazione che l’elettorato metterebbe in conto a quelli che hanno “usurpato” il posto di Berlusconi.

Asso numero tre: il “Governo di Transizione” erediterebbe da Berlusconi la promessa fatta a Bossi di un federalismo tutto e subito. Senza seria valutazione di spesa, con annesso malcontento del Sud. Problema oggi di Berlusconi, domani del “Governo di Transizione”.

Asso numero quattro: il “Governo di Transizione” chi lo vota in Parlamento? I finiani? Ufficializzando così una natura di “ribaltonisti traditori” che vanno al governo senza passare dalla stazione del voto popolare? Di Pietro e Vendola che invece se ne terrebbero il più distanti possibile? Il “Governo di Transizione” scivolerebbe rapidamente, inesorabilmente verso l’immagine e la sostanza di una brutta copia del secondo governo Prodi: la rappresentazione plastica che la somma dei “No” a Berlusconi non fa un governo.

Perché allora l’opposizione vuole il “Governo di Transizione”? La mancanza di fantasia e creatività politica di quelle che furono le terze file del Pci e le quarte file della Dc è una prima, piccola, parziale ma non trascurabile risposta al quesito. Poi c’è la furbizia stolta di chi calcola che Berlusconi non più premier non è più protetto da “legittimi impedimenti” e quindi processabile. Ancora e sempre l’illusione nefasta di una via giudiziaria. Poi la paura delle elezioni.

Hanno allora dal loro punto di vista ragione Di Pietro e Vendola che le elezioni le vogliono subito? A parte che subito vuol dire primavera 2011, Di Pietro e Vendola vogliono sì elezioni ma di provare almeno a vincerle non hanno alcuna voglia. A meno che “vincerle” non voglia dire aumentare la percentuale di voti a Idv e Sinistra, ecologia e libertà restando ovviamente sconfitti all’opposizione. Già, perché volere le elezioni senza cambiare la geografia della proposta elettorale vuol dire farle rivincere a Berlusconi. A un Berlusconi che le vincerebbe esplicitamente contro la Costituzione vigente. Ottima prestazione per chi denuncia il “regime in atto”.

Con la legge elettorale che c’è e molto difficilmente sarà cambiata, alle elezioni l’opposizione oggi può andare solo se ci si va in quattro e non di più. Pdl e Lega alleati e dall’altra parte una forte aggregazione “centrista” e una sinistra, una sola. Il Pdl di Berlusconi “vale” nell’urna circa il 35 per cento, la Lega di Bossi il 10 per cento abbondante. Possono perdere solo se la sinistra, una sola, fa 25 e più per cento e il “centro” fa 20 per cento. Non c’è spazio per altre liste, non c’è posto per la “pluralità”. Di Pietro non vuole il “centro”, Vendola vuole la sinistra plurale. Amen.

Lo sa Berlusconi che il “Governo di Transizione” è il suo poker d’assi? Forse no, forse non se ne rende conto perchè è tutt’altro che infallibile. Può dunque incaponirsi a restare premier fino al giorno delle elezioni, può insomma sbagliare lo “scarto” nella partita a poker. Magra e tenue speranza per i suoi avversari. E i suoi avversari sapranno lasciare al tavolo solo due giocatori contro Berlusconi e Bossi? Improbabile, ai limiti dell’impossibile. Con uno strano linguaggio Berlusconi ha detto, a proposito della cacciata di Fini: “I sostenitori di una squadra si disamorano se vedono i giocatori litigare in campo e negli spogliatoi”. Purtroppo non parlava del Milan, ma dell’Italia. Ma prendiamo per buona la sua metafora, la sua cultura calcistica: contro Berlusconi è stato fischiato un fallo da rigore, l’opposizione si appresta a tirarlo fuori dalla porta. Poi palla a centro, ancora zero a zero ma quella di Berlusconi è una squadra, l’altra sono undici che giocano ognuno per conto suo. La partita dura un anno, c’è tempo. Ma se è giocata così, non c’è partita.

fonte: http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/berlusconi-elezioni-poker-di-assi-governo-transizione-493202/

Gay, firme contro Vietti “E’ il n.1 degli omofobi”

Gay, firme contro Vietti
“E’ il n.1 degli omofobi”

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Tam-tam contro il nuovo vicepresidente del Csm: “Ha confuso gli omosessuali con i pedofili, molto discutibili altre sue prese di posizione”

di MARCO PASQUA

Gay, firme contro Vietti "E' il n.1 degli omofobi" Michele Vietti

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ROMA – Oltre mille firme per dire “no” alla nomina di Michele Vietti alla carica di vice-presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Una petizione promossa alle associazioni  che si battono per i diritti delle persone omosessuali, e che, in queste ore, sta circolando sui social network, facendo registrare un numero crescente di adesioni. A sottoscriverla non sono soltanto i militanti dei movimenti Glbt: scorrendo l’elenco dei firmatari si trovano esponenti della società civile e politica, studenti e docenti universitari, pensionati e imprenditori, operai e precari, avvocati e blogger. Tutti accomunati dalla convinzione che l’esponente dell’Udc non possegga “le necessarie caratteristiche istituzionali per rivestire il suddetto ruolo”. Tra questi, anche Paola Concia, deputata del Pd, che non ha votato per Vietti: “Spero che ora che è stato nominato vice-presidente, la smetta di avere posizioni ideologiche sulle tematiche Glbt”.

L’appello (http://www.arcigay.it/appellocsm 1), stilato da Arcigay, Rete Laica Bologna e da Franco Grillini, e sottoscritto dalle principali associazioni omosessuali italiane, è rivolto direttamente ai componenti del Csm. Quello che i movimenti non perdonano a Vietti, è l’essere stato “stato il primo firmatario della pregiudiziale di costituzionalità che ha affossato la legge Concia contro l’omofobia”. In quella pregiudiziale, spiega l’appello, “l’orientamento sessuale veniva esplicitamente confuso con pratiche sessuali quali l’incesto, la pedofilia, la zoofilia, il sadismo, la necrofilia e il masochismo. In base a tale illegittimo accostamento, l’introduzione di un’aggravante per i reati motivati dall’orientamento sessuale della vittima avrebbe significato, secondo Vietti, dare il via libera ad una protezione speciale delle suddette pratiche (incesto, pedofilia, ecc.)”.

“A qualunque persona, anche priva di nozioni giuridiche, non sfugge la falsità e l’offensività verso milioni di cittadini italiani di questa posizione. Essere omosessuali è una condizione personale; commettere un abuso sessuale su un minore è un crimine giustamente punito dalla legge”, sottolinea ancora il documento. E non è la sola occasione in cui Vietti ha suscitato lo sdegno dei gay italiani: “S’è dimostrato incapace di rispettare il diritto di manifestazione sancito dalla Carta Costituzionale, laddove ha espresso una totale contrarietà a che si tenesse il corteo nazionale dell’orgoglio Lgbt nella città di  Torino, nel 2006”. L’anno dopo, ricorda Paolo Patanè, presidente di Arcigay, presentò una mozione contro i Pacs e a sostegno della “famiglia naturale”.

Il giudizio critico nei confronti della sua nomina, comunque, ha origine anche nella sua attività politica in materia di Giustizia. “Noi vogliamo evidenziare l’assenza complessiva di credibilità di questo personaggio”, osserva Patané, “anche al di là delle sue posizioni sul tema dei diritti dei gay”. “E’ uno dei padri della depenalizzazione del falso in bilancio, legge grazie alla quale il premier ha evitato una condanna per i processi ‘All Iberian’ e ‘Consolidato Fininvest’, in quanto ‘il fatto non costituisce più reato’ – denuncia la petizione on-line – E’ stato altresì il promotore del ripristino dell’immunità parlamentare, nel giorno in cui Marcello Dell’Utri veniva condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. E’ l’ideatore del legittimo impedimento, norma che blocca i processi per il Presidente del Consiglio dei Ministri e per i Ministri tutti”. Infine, viene evidenziata l’assenza di laicità nel suo profilo politico e la sua connivenza con le “pretese egemoniche di uno stato estero, la Città del Vaticano. A più riprese s’è fatto portavoce della contrarietà della Chiesa Cattolica verso il riconoscimento delle unioni omosessuali”.

Per Patanè, la sua nomina, è “un’offesa a migliaia di persone lesbiche gay e transessuali, e una pericolosa ferita alla laicità delle istituzioni”.

“Ora che Vietti è vice-presidente – dice la Concia, relatrice della legge contro l’omofobia affossata dalla pregiudiziale di costituzionalità – mi auguro che studi di più. Quella pregiudiziale era il frutto di un atteggiamento ideologico, ed era priva di qualsiasi fondamento. Spero che, dato il suo nuovo ruolo, diventi più equilibrato”.

(02 agosto 2010)

fonte: http://www.repubblica.it/politica/2010/08/02/news/vietti_nemico_dei_gay-6014559/?ref=HREC1-2

Luigi De Magistris, eurodeputato di IdV e responsabile Giustizia e Sicurezza del partito: ”Con la designazione alla
vicepresidenza di Vietti, il Csm dimostra di non aver voluto rispondere alla sfida etica a cui pure era chiamato dalla cronaca giudiziaria, scegliendo quindi di comportarsi nella modalità tipica di una pervicacecasta. Vietti infatti porta la macchia indelebile di aver dato la paternità a leggi vergogna come la depenalizzazione del falso in bilancio o il legittimo impedimento, oltre ad essere persona dalla scarsissima cultura democratica, come dimostra la sua partecipazione all’affossamento della legge contro l’omofobia”.

tratto da http://www.facebook.com/profile.php?id=1060346898

La verità di sugli eritrei “liberati” da Gheddafi. Intervista a Mussiè Zerai

La verità di sugli eritrei “liberati” da Gheddafi. Intervista a Mussiè Zerai

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A cura di Erica Balduzzi ed Emilio Fabio Torsello
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Stranded alle pendici del deserto libico, dimenticati dalla comunità internazionale e costretti a vivere in mezzo a una strada. Dopo la “liberazione” ufficiale decisa dal governo libico di circa tremila migranti rinchiusi nelle carceri di Gheddafi, Diritto di Critica torna sulla questione e intervista Mussiè Zerai, sacerdote eritreo a capo dell’ong Habeshia, impegnato sul fronte dei diritti umani per i profughi in fuga dall’Eritrea e bloccati in Libia. Dopo le denunce dello stesso Zerai per le condizioni disumane e l’iniquo trattamento a cui queste persone sono state sottoposte nelle carceri libiche, la questione è stata nuovamente dimenticata dalle istituzioni italiane dopo l’apparente “liberazione” dei migranti. Diritto di Critica ha cercato di fare luce su questa tragedia umana che prosegue, del tutto ignorata.

Mosè Zerai, dei profughi eritrei bloccati in acque internazionali e respinti in Libia dall’Italia, ormai non si parla quasi più. Eppure la vicenda ha portato alla luce la problematica dei fenomeni migratori da un Paese – l’Eritrea- del quale in Italia non si sa praticamente nulla.

L’Eritrea è un regime militare, una dittatura a tutti gli effetti che tiene il paese sotto un controllo così capillare da non garantire alcuna libertà né di stampa né di movimento né di espressione né tantomeno politica, tant’è che non esistono altri partiti al di fuori di quello che sostiene il regime. Non esiste una totale libertà di culto e le religioni diverse dalle quattro riconosciute dallo Stato vengono perseguitate. C’è poi la questione del servizio militare: ogni uomo al di sotto dei 45 anni deve prestare servizio nell’esercito per venti o trent’anni, per cui un giovane non ha la possibilità di crearsi una vita propria. Molti migranti fuggono anche da questa militarizzazione forzata che si aggiunge alla lunga serie di non-libertà che impediscono una vita serena e pacifica.

Una volta arrivati in Libia cosa accade a questi giovani?

I profughi eritrei sono spesso vittime dei giri d’affari sia dei trafficanti che della polizia libica, coinvolta nel commercio di esseri umani. Quando i migranti attraversano il confine tra il Sudan e la Libia e arrivano nella prima città oltre il confine, Kufra, vengono consegnati da un trafficante all’altro. Spesso viene chiamata la polizia che prende in custodia i profughi e li rinchiude in centri di detenzione come quello di Kufra, uno dei più terribili. Se poi queste persone riescono a mettere insieme una somma di denaro sufficiente, allora vengono liberate e possono tentare un altro tragitto per arrivare in Europa. Sempre che non vengano uccise dal deserto o dalle violenze della polizia libica e dei trafficanti. Dopo la firma dell’accordo tra Italia e Libia, però, anche quanti riescono ad arrivare sulla costa e a partire, spesso vengono riportati indietro. In pochi riescono a superare controlli.

Secondo una lettera di cui Diritto di Critica è in possesso, nel maggio del 2010 un’imbarcazione carica di profughi eritrei sarebbe stata respinta a pochi chilometri da Lampedusa e riportata in Libia. Le risulta?

Sì, certo. Tra i 250 profughi eritrei di cui si è parlato recentemente, 105 erano persone respinte tra il 2009 ed il 2010 dal mare territoriale italiano. Gli ultimi sono stati respinti a giugno 2010.

Ci sono operatori italiani in territorio libico che coordinano le operazioni da terra?

Per quanto riguarda le operazioni,
l’Italia senza dubbio aiuta la Libia sul versante delle forniture logistiche. Dal punto di vista organizzativo, però, la gestione è libica.

Quanto può costare per un eritreo un cosiddetto ‘viaggio della speranza’ verso l’Europa?

Il costo si aggira attorno ai quattromila dollari
per l’intero viaggio e corrisponde circa ad un anno di stipendio di una persona con un lavoro ben pagato.

Qual è la situazione attuale di questi profughi che, a detta della Libia, sono stati liberati?

Sono state liberate circa tremila persone di diverse nazionalità, tra cui anche eritrei. Il problema è che fisicamente non sono più nel centro di detenzione ma si trovano in condizione di totale abbandono. Gli eritrei di Sebah, per cui abbiamo lanciato l’allarme, sono stati liberati e lasciati in mezzo alla strada, vicino al deserto: vivono soltanto grazie alla carità della gente del posto, ad eccezione di chi è riuscito a farsi mandare qualcosa da amici o parenti che risiedono in altre città. Per il resto, non hanno ricevuto alcun tipo di assistenza. Il governo libico in un primo momento si era impegnato a pagare il trasporto da Sebah fino a Tripoli o a Misurata, ma non è accaduto nulla di tutto questo. I profughi hanno il divieto di lasciare la città. Alcuni migranti sono riusciti – anche in questo caso – a raggiungere Tripoli dopo aver pagato una somma di denaro ma chi non ha nulla è stranded, bloccato, e vive per la strada.

Esattamente quanti eritrei sono stati liberati e secondo quali modalità?

Sono stati liberati i 205 che erano nel carcere di Al Braq, insieme a quanti erano rinchiusi nel centro di detenzione di Misurata. È stato dato loro un permesso provvisorio di tre mesi, allo scadere del quale dovranno presentare un documento di riconoscimento rilasciato dalle autorità del paese di origine. Questa circostanza non si verificherà e molto probabilmente torneranno ad essere clandestini: il problema non è stato risolto ma solo rimandato. L’unica soluzione vera per queste persone è il reinsediamento, ovvero un programma per trasferire i richiedenti asilo e i rifugiati verso paesi in grado di riconoscere lo status di ‘rifugiato’ (cosa che invece la Libia non fa), e quindi di garantire a queste persone la protezione di cui necessitano.

Mussiè qual è l’atteggiamento della comunità internazionale e di agenzie europee come il Frontex?

Quella della comunità internazionale è una politica pilatesca. Frontex serve a poco: è una macchina che consuma moltissimi soldi in pattugliamenti ma non è stata in grado di salvare vite umane quando nell’agosto scorso sono morti nel Mediterraneo 73 eritrei. Non si capisce, in concreto, a cosa serva il Frontex. Più in generale, è stata messa in atto una politica di chiusura verso l’immigrazione e non si fa differenza tra chi è davvero bisognoso di protezione internazionale come i richiedenti asilo, i rifugiati e quanti stanno fuggendo da guerre e persecuzioni. L’Europa, ed è quello che noi chiediamo, dovrebbe aprire un percorso protetto di ingresso per queste persone.

Sul fronte delle Organizzazioni non governative, quali sono le reali possibilità di operare in Libia?

Sul territorio libico sono presenti ong come L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e istituzioni come l’Alto commissariato per i Rifugiati dell’Onu (Unhcr), il cui ufficio è stato prima chiuso e poi riaperto con un’operazione solo di facciata. Secondo quanto mi è stato riferito, infatti, gli operatori dell’Unhcr non sono neanche in grado di andare sul posto per controllare le condizioni dei rifugiati. Sono stati autorizzati – solo per città di Tripoli – ad andare dalla loro abitazione fino all’ufficio delle Nazioni unite. In concreto, possono continuare a seguire solo i casi che gestivano prima della chiusura ed è stata aperta una trattativa per capire se l’Unhcr possa continuare o meno l’attività. L’Oim, invece, si è occupato solo di alcun i casi di resettlement e non sono ben chiare le sue competenze nel Paese. Ci sono poi il Consiglio italiano per i Rifugiati (Cir), ma la sua è una presenza condizionata, e una ong libica di cui però i migranti stessi si fidano poco e mi chiedo se non sia la longa manus del governo.

Mussiè come considera l’attuale politica italiana relativa all’immigrazione?

C’è poco da commentare: l’Italia è stata tra i primi paesi a ergere un muro per impedire l’ingresso di quanti venivano e vengono a chiedere aiuto, senza fermarsi a esaminare la posizione giuridica dei migranti né assisterli, come è accaduto a fine giugno, quando le autorità italiane hanno atteso che giungesse una nave libica a recuperare un’imbarcazione carica di profughi, ferma a pochi metri dalle acque territoriali dell’Italia. Si tratta di una chiusura totale: si nega il diritto di richiedere asilo.

Qual è la situazione di quanti riescono ad arrivare in Italia e si vedono riconosciuto lo status di rifugiato?

Prendiamo il caso di Roma. Nella zona della Romanina ci sono edifici occupati mentre a Ponte Mammolo c’è una vera e propria baraccopoli dove vivono migranti rifugiati, quindi con un permesso di soggiorno di cinque anni, oppure stranieri a cui è stata riconosciuta la protezione sussidiaria. Tutte persone cosiddette “regolari”. Si tratta, dunque, di titoli validi solo sulla carta. Di fatto, a livello di assistenza, il sistema welfare dell’Italia non prevede garanzie che invece esistono in altri Paesi europei. Ai migranti viene dato un documento che gli permette di restare sul territorio italiano ma di fatto devono arrangiarsi da soli. Il passo successivo è il lavoro nero: al 90% queste persone finiscono nel circuito del sommerso, in una condizione di totale precariato.

Scritto da Erica Balduzzi in data 2 agosto 2010

http://www.dirittodicritica.com/2010/08/02/eritrei-libia-gheddafi-7414/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Dirittodicritica+%28Diritto+di+critica%29

Abruzzo, arrestati in 5: “Speculavano sul terremoto”

Abruzzo, arrestati in 5: “Speculavano sul terremoto”

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Manette per esponenti Pdl. La richiesta di arresto è basata sull’accertamento di favori e utilità ricevute per aver compiuto attività contrarie ai compiti e ai doveri connessi alla funzione pubblica ricoperta.

L’assessore regionale alla protezione civile, ambiente, rifiuti, Daniela Stati – destinataria della misura cautelare interdittiva dalla carica – e le quattro persone arrestate stamani sarebbero implicate in un’attività illecita “al fine di ottenere il vantaggio di essere inseriti nella lista di beneficiari per fatti e atti connessi alla ricostruzione post sisma del 6 aprile 2009“. Lo afferma il Procuratore della Repubblica dell’Aquila, Alfredo Rossini, chiarendo che non si tratterebbe di un’inchiesta legata al termovalorizzatore.

Daniela Stati Abruzzo, arrestati in 5: Speculavano sul terremoto

GLI ARRESTATILa Procura della Repubblica dell’Aquila – si afferma in una nota – all’esito delle indagini svolte dalla Squadra mobile di Pescara, ha chiesto alcune misure cautelari personali a carico di cinque persone, tra cui l’assessore regionale alla Protezione Civile e all’Ambiente, Daniela Stati, per episodi di corruzione”. Gli altri quattro coinvolti nell’inchiesta sono il padre, Ezio, e il compagno della Stati, Marco Buzzelli, l’ex deputato di Fi, Vincenzo Angeloni, e Sabatino Stornelli, ex amministratore delegato di Telespazio e attuale amministratore delegato di Selex service management, società di Finmeccanica. Angeloni, 58 anni, medico odontoiatra, originario di Avezzano, è stato prima deputato di An e poi di Fi, ex patron della Valle del Giovenco (Lega Pro), aveva ceduto la società a Stornelli. Il nome di quest’ultimo appare in un’inchiesta de L’Espresso a firma Gomez-Malagutti sulla Security Finmeccanica ‘Controlli sui telefoni. Vigilantes e radar. Ecco i piani del gruppo statale. Ereditati da Telecom’.”Finmeccanica sembra interessata a coinvolgere alcune delle aziende in difficoltà, se non altro per la fornitura di tecnologie. L’operazione è gestita da Sabatino Stornelli, approdato al gruppo di Guarguaglini dopo una lunga militanza a Telecom, per la precisione in Telespazio. Stornelli, tra l’altro, siede sulla poltrona di amministratore delegato di Seicos, la società controllata al 100 per cento da Finmeccanica a cui verrebbe affidato, secondo quanto risulta a ‘L’espresso’ il nuovo filone d’affari delle intercettazioni“. Ezio Stati – che è agli arrestati domiciliari – per anni fu tesoriere della Dc abruzzese. Stati fu arrestato negli anni Novanta nell’ambito di alcune inchieste sulla tangentopoli, subito dopo essere stato nominato assessore regionale. Nel Duemila fu capogruppo regionale di Fi, ma si dovette dimettere in seguito al fatto che era passata in giudicato la sentenza di condanna relativa alla precedente vicenda giudiziaria.

RIMPASTO IN GIUNTA Intanto,  Daniela Stati si è dimessa da assessore regionale alla Protezione civile, rifiuti e ambiente. Lo si è appreso da fonti regionali. La decisione è conseguente al provvedimento della magistratura che l’ha interdetta dai pubblici uffici nell’ambito dell’inchiesta per corruzione su presunti favoritismi nella ricostruzione post sisma. La vicenda giudiziaria ha determinato un terremoto politico nella Regione Abruzzo. Il presidente, Gianni Chiodi, dovrà procedere a un mini rimpasto forzato, sostituendo la Stati con un’altra donna, visto che lo statuto regionale impone la presenza di due donne nell’esecutivo. In tal senso, si apre una corsa all’assessorato alla quale non sarà estranea L’Aquila, che rivendica una rappresentanza in Giunta. Della vicenda giudiziaria si sta parlando nel corso della riunione della Giunta regionale, in corso a Pescara, e alla quale, naturalmente, non sta partecipando l’assessore Stati. Da fonti regionali si apprende che sono imminenti dichiarazioni del presidente Chiodi.

fonte: http://www.giornalettismo.com/archives/75107/abruzzo-arrestati-terremoto-pdl-stati/