Archivio | agosto 9, 2010

Ultime dalla Palestina

Attacco alla Freedom Flotilla, Netanyahu: “L’esercito è da lodare. Ha agito nella legalità”.

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Infopal. L’attacco del 31 maggio scorso contro la Freedom Flotilla diretta nella Striscia di Gaza assediata è legale. Legittimo. E le forze israeliane vanno lodate per questo.

E’ quanto ha dichiarato questa mattina a Gerusalemme il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu davanti alla Commissione d’inchiesta Turkel (dal nome del giudice che la conduce, Jacob Turkel) sull’aggressione che portò alla morte di 9 persone e al ferimento di altre 60.

“Sono certo che le vostre indagini scopriranno che lo stato di Israele e l’esercito hanno agito in accordo con la legge internazionale – ha affermato Netanyahu -, e che i soldati israeliani sulla nave Marmara hanno mostrato un coraggioso ragguardevole, eseguendo il loro dovere e proteggendo se stessi da una reale minaccia”.

Il quotidiano Haaretz ha riportato quanto il premier israeliano ha aggiunto: “Le forze israeliane erano responsabili di decidere come eseguire l’attacco”; mentre l’agenzia Ynet ha riferito anche che, secondo Netanyahu, “Lo scopo della Freedom Flotilla era di provocare Israele. Elementi ostili hanno usato l’argomento pretestuoso di una crisi umanitaria per cercare di rompere il blocco navale”.

“Hamas ha trasformato Gaza in una ‘enclave del terrore’ – ha affermato ancora -, con l’appoggio dell’Iran”.

Questa è, dunque, la “verità” israeliana sull’atto di pirateria e brutale abbordaggio di una flottiglia umanitaria, commesso in acque internazionali e sotto gli occhi del mondo.

Domani toccherà al ministro della Difesa israeliano Ehud Barak presentarsi a deporre di fronte alla Commissione Turkel.

fonte: http://www.infopal.it/leggi.php?id=15574

La centrale elettrica della striscia di Gaza è costretta a fermarsi ancora.

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Gaza – Infopal. L’Autorità per l’Energia e le risorse naturali torna ad annunciare la chiusura della centrale elettrica della Striscia di Gaza per mancanza di carburante.

La chiusura è avvenuta alle 5 di questa mattina.

Jamal ad-Darsawi, direttore responsabile delle comunicazioni della società elettrica, punta il dito contro il governo di Salam Fayyad, accusandolo di essersi rifiutato di erogare verso la Striscia di Gaza le risorse finanziarie necessarie per il funzionamenti della centrale.

“Noi, coi pagamenti verso Ramallah siamo a posto… Ad ogni modo la decisione rappresenta un’ulteriore punizione per la popolazione palestinese di Gaza”.

La centrale di Gaza ha bisogno di 2.200 metri cubi di carburante alla settimana, pari alla quantità garantita dai finanziamenti dell’Unione Europea (Ue).

L’embargo ha successivamente costretto la struttura a lavorare utilizzando 1.500 metri cubi a settimana, poi sempre meno, fino a questi giorni… ed oggi, sabato 7 agosto, la centrale deve fermarsi [e non è la prima volta, ndr].

fonte: http://www.infopal.it/leggi.php?id=15554

Carceri da inquisizione: prigionieri impazziti. ‘Obeida, palestinese in isolamento da oltre dieci anni

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Gaza – Infopal. ‘Obeida Mohammed Suleiman era stato arrestato ventidue anni fa, per un presunto attentato. Era stato separato dai suoi bambini ‘Asef e Fida’, di cui uno con solo 40 giorni di vita e l’altra di due anni.

In tutti questi anni, i figli non hanno mai potuto incontrarlo e questa situazione non ha potuto far altro che produrre un peggioramento, fino a che l’uomo ha iniziato a soffrire di depressione e problemi psichici.

Non siamo di fronte a storie del cinema o del passato, tutt’altro: questa è un’altra storia della “unica democrazia in Medio Oriente”.

In carcere da 22 anni.
Il protagonista di questa vicenda sconvolgente, detenuto sin dall’ottobre 1988, è stato condannato all’ergastolo, e come altre centinaia di prigionieri è stato confinato in isolamento.

‘Awdallah, fratello di ‘Obeida, ci fornisce alcune informazioni pervenute dall’interno della prigione; l’amministrazione carceraria israeliana lo sottopone continuamente a metodi di tortura in forma di pressioni psichiche tali da avergli fatto perdere la ragione.

‘Obeida ha 47 anni, da 22 anni in prigione, e da 12 anni vive in totale isolamento.

L’appello. Per il caso di ‘Obeida è intervenuto Riyad al-Ashqar, responsabile stampa del ministero dei Prigionieri.

Egli si è appellato alle organizzazioni umanitarie perché intervengano, lo vadano a visitare e prendano dei provvedimenti attraverso l’opera di una commissione istituita ad hoc.

‘Obeida non è più in grado di riconoscere la sua famiglia, e quando viene concesso il permesso di visita, da circa tre anni il prigioniero si rifiuta di uscire a incontrare i familiari.

L’isolamento e le conseguenze sulla psiche del prigioniero. L’isolamento è una condizione coatta che pone il detenuto ad essere maggiormente vulnerabile agli attacchi psicologici. È una forma di tortura, perché costretto in uno spazio disumano, senza luce artificiale o naturale.

Senza alcun contatto con il resto dl mondo, il detenuto subisce perquisizioni, pestaggi, assalti, umiliazioni.

Si ribadisce l’illegalità di questo tipo di detenzione, alla luce dei diritti umani e delle principali convenzioni sulla protezione e i diritti dei prigionieri.

Stato generale. Sono oltre 8.000 i prigionieri palestinesi: ergastoli, isolamenti, bambini, donne, malati e anziani che languono nelle prigioni di Israele.

Ad oggi, le autorità di occupazione israeliane pongono il proprio rifiuto a contrattare sugli affari dei prigionieri, rifiutandosi di rilasciare 1.000 detenuti amministrativi palestinesi contro il rilascio del prigioniero israeliano Gilad Shalit, sequestrato a Gaza nel 2006.

La disumanità e la durezza di Israele restano il principale ostacolo.

La perdita del padre, la rabbia di non poter avere la possibilità di conoscerlo, la sua assenza permanente, non hanno paragoni per i figli che ripongono le proprie speranze nella bontà della propria fede

D’altra parte, come può ritornare a condurre una vita normale e non subire conseguenze psichiche chi vive da oltre dieci anni in totale isolamento?

fonte: http://www.infopal.it/leggi.php?id=15558

Il Mondo è Fuori ed è stata una bella giornata di sole

Il Mondo è Fuori ed è stata una bella giornata di sole

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Il 4 agosto 2010, è  un anno che è stato ammazzato con un Trattamento Sanitario Obbligatorio, Francesco Mastrogiovanni, della serie Detenuti Contenuti Legati e Morti.

Un anno fa appresi cosa significa TSO, Trattamento Sanitario Obbligatorio, scrivendo di Francesco, Franco per gli amici. Estate… Non lo conoscevo…La Dimora del Tempo Sospeso di Francesco Marotta ospita ancora oggi commenti arrivati a poco meno di 500. Così scrivevo Passione e morte di un innocente sulla mia pagina di  Face Book e Vladimiro Cordone raccoglie…: “Vorrei portare a quanto detto da Doriana una mia esperienza sui TSO, che oggi si chiamano così, ma un po’ di tempo fa non si chiamavano nemmeno, c’erano i manicomi e basta, che però nella sostanza nulla cambia.” Ho chiesto all’amico il permesso di pubblicarla, di tirarla  fuori  la sua storia, da un limite di contenimento, quale può essere il mondo virtuale, perchè altre e altri possano sapere.

Tuttavia nella testa, continua a girarmi  un motivetto “U’ Munnu è fora” e le parole che l’accompagnano, ve le scrivo tutte, in una giornata di agosto 2010, come il racconto vero di uno qualunque tra noi. La canzone e il testo me l’aveva inviati Maria Leone su FB, così:” U MUNNU è FORA, il mondo è fuori… Il mondo è fuori, davanti la porta in mezzo alla strada, …sopra uno scoglio, sotto la luna. Il mondo suona una chitarra o una bomba, mangia carne arrostita o pane e acqua. Il mondo è fuori, fuori di testa, è fuori fuori. Si danna e spera, ride e balla e si consola c’è un mondo fuori che senza soldi non funziona, rumore che rende attoniti, rumore di macchine e motori. Il mondo è vergine di natura, ma senza soldi non funziona. Mi dà la forza di acchiappare senza una lira cielo e mare. e quando negli occhi vedo il mondo mi dà la pace come il sonno…. il mondo è fuori… Traduzione imperfetta perché alcune parole siciliane non possono assolutamente essere tradotte. Hanno una forza tutta loro che non trova  un corrispettivo in italiano. Una lingua che viene dalla pancia e che spesso nella pancia rimane.”

Vladimiro, è la stessa persona che ricordava certe voci inascoltate delle vuvuzela, e scriveva:” Sto facendo un viaggio alle sorgenti del mio tempo per scoprire quando sono diventato un fiume“. Quello che scriviamo, almeno quello, rimane. Ed è stata una bella giornata di sole.

Doriana Goracci

“Vorrei portare a quanto detto da Doriana una mia esperienza sui TSO, che oggi si chiamano così, ma un po’ di tempo fa non si chiamavano nemmeno, c’erano i manicomi e basta che però nella sostanza nulla cambia. L’esperienza tragica e dolorosa di cui vorrei parlare è quella di mio padre, Giampiero, morto suicida all’età di 49 anni. Dai miei ricordi fin dalla tenera età, la presenza di mio padre è sempre stata accompagnata da un insieme di violenze di assenze e di povertà. Operaio iscritto al PCI sempre in prima linea e con una grossa dipendenza da alcol oltre che a un grande senso di inadeguatezza alla vita stessa. Gli anni 60 furono anche gli anni del boom economico ma quelli che li precedettero, quelli in cui io ho vissuto la mia infanzia, furono anni duri, quelli del dopo guerra tanto per capirci. Per rendere più completo il quadro del contesto in cui si muove la storia di mio padre, e la mia, devo aggiungere che il tutto si svolge nella cattolicissima Lecco ieri roccaforte DC oggi avamposto ciellino oltre che legaiolo. ( non dimenticate che Formigoni si è fatto le ossa nei GS di don Giussani, con cui ebbi “rapporti ravvicinati”, proprio qui a Lecco. Per la cronaca La vicenda emblematica di Eluana Englaro non poteva trovare miglior palcoscenico proprio qui).
Questi sono gli ingredienti e adesso la storia.
Ciclicamente mio padre aveva delle esplosioni di violenza prima contro gli altri per poi rivoltarsela contro se stesso con tentativi di suicidio, non ne ricordo quanti , da molti che furono. Fatto sta che ogni volta che ciò accadeva finiva con un ricovero al manicomio di Como dove la cura era una buona dose di scariche elettriche come sedativo, il che funzionava per circa sei mesi per poi ritornare tutto come prima. Un routine fatta di sbronze più che quotidiane, che erano il suo personale sedativo al suo male di vivere. Poi accadde una sera, mi ricordo che era maggio e io tornavo, come ormai accadeva da cinque anni, dalla scuola serale dove studiavo come perito, era tardi, e stranamente tutte le luci di casa erano accese, cosa insolita che mi insospettì. E ne avevo ben donde. Per farla breve mio padre aveva radunato tutta la famiglia , mia madre e tre fratelli e sorelle in un angolo della casa mentre lui “tranquillamente si tagliuzzava la vene, la casa era un delirio di sangue e terrore, con uno stratagemma riuscii a tramortire mio padre e
chiamai l’ambulanza. Risultato fu l’ennesimo ricovero al manicomio di Como, altre scariche e il ritorno a casa. Questa fu l’ultima volta che ebbi parte attiva in una situazione famigliare, poco tempo dopo, era il ’70, decisi di trasferirmi a Milano per inseguire il mio sogno di rivoluzione. Nel 76, era ancora maggio e mio padre finalmente,  per lui decise che il suo tempo era arrivato. Aveva solo 49 anni.
Racconto questa storia per far capire come in Italia, ieri come oggi, vengano trattati i cosidetti “matti”, cioè quelli che non riescono a vivere dentro le anguste e poco democratiche regole di questa società incivile. I TSO di oggi che fanno uso di potenti farmaci sedanti non sono per niente diversi dagli elettroscock di ieri e i letti di contenimento puzzano di urina e feci oggi come nei manicomi di ieri. Nulla è cambiato, se non il mezzo, per non curare questo disagio. A mio padre mai che abbiano chiesto il motivo dei suoi gesti auto/distruttivi, l’importante era ”fermarli”, affinchè non ”apparissero”, non scalfissero l’immagine di una società proiettata al futuro in cui la catena di montaggio era diventata il nuovo totem, attorno a cui facevano saltellare tutti nella tragica danza del progresso. Tutte le battaglie di Basaglia sono finite nel cesso non solo per volere di una classe dirigente stupida e bigotta, ma anche per una società “civile” che non mai voluto accettare al suo interno ”elementi” portatori di disagio.
Quante famiglie tengono nascoste, per ”vergogna”,  situazioni in cui uno dei componenti viene travolto da questa “malattia”? Per mia esperienza vi posso dire: tante, ma proprio tante, il sistema sanitario poi non è in grado di affrontare queste tematiche per mancanza di una cultura di accettazione del ”diverso”. Si fa tanto parlare, giustamente, del razzismo imperante nei confronti dei migranti, e si fanno giuste battaglie. Ma quasi nessuno viene in mente di lottare contro quel razzismo che noi abbiamo anche con nostri parenti, quando proviamo vergogna di loro, per loro non ci sono CIE, vergogna di un paese civile, non esiste niente.

Non esiste niente perchè niente ci deve essere, altrimenti sarebbe il riconoscimento che una società non è perfetta, non per niente i “matti” sono trattati in egual misura sia in una società capitalista o ”comunista”. Nessuno deve turbare l’avanzata della società verso gli obiettivi prefissati. Non c’è spazio per i diversi in mondo di “uguali” di qualsiasi appartenenza essi siano. Dunque TSO o manicomi sono le facce di una stessa medaglia, quelle dell’emarginazione. E dico che nessuno può chiamarsi fuori.
Mi ricordo che quando mio padre si suicidò, la maggior preoccupazione di mio zio, il fratello di mio padre, fu quella che i giornali non ne parlassero. Dopo i funerali io feci un comizio “volante” davanti alla fabbrica dove entrambi avevamo lavorato, per gridare con tutta la mia rabbia la storia di Giampiero, Pierino per gli amici, operaio comunista matto e alcolista.
E mi ricordo anche una domanda che un “matto”  fece a Basaglia. Dottore si è matti perchè si sente dolore o si sente il dolore perchè si è matti? Basaglia non ebbe la risposta.
Sarebbe ora che noi ci ponessimo quella domanda.
Ciao a tutti.

Vladimiro Cordone

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fonte: http://www.reset-italia.net/2010/08/06/il-mondo-e-fuori-ed-e-stata-una-bella-giornata-di-sole/


Vendola in orbita, Ferrero nel pallone

Vendola in orbita, Ferrero nel pallone

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Ex (?) bertinottiani: due strade diverse, forse contrapposte, ma unite nel non rispondere alle domande dell’oggi

Nichi Vendola si è montato la testa e vuol fare il presidente del Consiglio; Ferrero, più modestamente, si accontenterebbe di vivacchiare riportando in parlamento una sua pattugglietta, meglio (parole sue) se ininfluente sugli assetti governativi.
I due epigoni di un bertinottismo che non ha mai fatto veramente i conti con se stesso, che si sono scannati due anni fa al congresso di Chianciano, si auto-assegnano obiettivi tanto diversi, ma lo fanno nella comune rimozione dei nodi dell’oggi.

Questa è la questione più interessante che ci viene consegnata da un fine settimana che ha visto la riunione del Comitato politico (Cpn) del Prc, in contemporanea con la kermesse pugliese che aveva lo scopo di ufficializzare la candidatura di Vendola a Palazzo Chigi, via primarie.

Per arrivare al cuore del problema che ci interessa – l’assenza di vere proposte sulla crisi sistemica in atto, emblema vivente di una “sinistra” ormai priva di idee – conviene partire dalla vendolata  in terra barese, per poi arrivare alle proposte di Ferrero.
Se gli “Stati generali delle fabbriche di nichi”, scusate ma si chiamano così, sono stati il luogo dell’aria fritta in salsa obamiana che permea tanta parte del senso comune della “sinistra” e che, per inciso, ne spiega la crescente inutilità sociale; la risposta ferreriana è invece un condensato di buonsensismo menopeggista, che certamente prepara il peggio ma che per la verità sfida anche il buon senso.
Non pensiamo vi siano molti vendoliani disposti a discutere ed a riflettere sul serio, perlomeno non oggi. Nel Prc, invece, sappiamo che molti militanti si stanno interrogando sulle prospettive a breve, avvertendo sempre più chiaramente l’impasse in cui il partito si è cacciato.
Vendola: Obama bianco, Berlusconi di sinistra o cos’altro?

<<L’unica cosa che chiedo è un popolo protagonista>>: che cosa ha preteso con questa frase il neo-veltroniano Vendola? Ovvio, le primarie! Il protagonismo del popolo ridotto ad un stanca fila ai  gazebo, ecco dove è arrivato l’americano di Puglia, che alle sue visioni immaginifiche ed alle sue citazioni bibliche fa sempre seguire una smaccata adesione alla cultura dominante, ovvero all’americanismo.
Una cultura imperiale che oggi viaggia sulle ali dell’obamismo, ciò del presidente che ha inviato più soldati all’estero del suo guerrafondaio predecessore, riuscendo però a vincere nel frattempo un immondo Nobel per la pace.
Tutta la tre giorni delle “fabbriche” era intrisa di obamismo, e ad esso era dedicato un seminario: <<Brave new word. Le parole di Obama e le fabbriche delle idee>>. Niente di male, si dirà. Già, ma tra discussioni di tutti i tipi, dove si è parlato anche del <<Calcio come metafora del mondo>>, peccato non si sia trovato il più piccolo degli spazi per parlare di questioni internazionali. Niente Gaza, niente Afghanistan, niente Iraq, niente America Latina, niente Nato, niente Europa.

In Medio Oriente spirano venti di guerra in direzione dell’Iran? A Gaza si sopravvive solo grazie ai tunnel? La Freedom Flotilla viene attaccata da Israele? La vena poetica del capofabbrica diventa muta davanti a tutto ciò.
Il perché è presto detto. Se per l’incantatore di Terlizzi il modello è Obama, i temi della politica internazionale non possono che essere tabù. E, del resto, se l’obiettivo è davvero Palazzo Chigi, meglio essere prudenti ed allineati fin da ora.
Ma sentiamo cosa rappresenta (intervista al Manifesto del 16 luglio) Obama per il governatore pugliese: <<L’America di Obama è il luogo in cui il principio-speranza (Ernst Bloch si rivolterà nella tomba – Nda) è tornato a occupare uno spazio a sinistra che prima era occupato dalla realpolitik>>. Immaginatevi di spiegare questa frase ad un afghano, ad un pachistano, ad un palestinese, se preferite ad un honduregno o ad un venezuelano…
Macchisenefrega!, direbbero le fabbriche in coro: non siamo “americani” pure noi?

Se il movimento vendoliano (definiamolo così per comodità) è culturalmente un sottoprodotto dell’americanismo – ed in questo senso può legittimamente proporsi come l’interprete più autentico del disastroso “senso comune” di “sinistra” – c’è invece un’altra sua caratteristica che va attentamente valutata. Si tratta del populismo.
Vendola è un po’ una via di mezzo tra un Obama bianco ed un Berlusconi di sinistra. Ed è proprio quest’ultima connotazione che potrebbe costituirne la forza. Su questo terreno egli rompe con la tradizione di sinistra, ma lo fa per andare ad accomodarsi nel salotto televisivo che struttura la politica depoliticizzata nell’epoca del pensiero unico.
Come Bertinotti, Vendola si concepisce come “un uomo solo al comando”, ma a differenza di Bertinotti ha la “fortuna” di non avere un partito. L’ex presidente della Camera lavorò molto per distruggere il partito di cui era diventato fin dal 1994 segretario, alla fine ci riuscì, ma alla rovina dell’uno seguì anche quella dell’altro.
Di Vendola non si può dire che abbia un partito. Sel è poco più di un aggregato che salterebbe in aria se entrasse in crisi la sua leadership. In ogni caso del partito si interessa ben poco e con un certo fastidio, preferendo le “sue” fabbriche come strumento per lanciare un’Opa sullo stesso Pd.
Il populismo di Vendola è dunque fondato sulla sua figura, in un’epoca di fortissima personalizzazione della politica. Ma si tratta di un populismo debole e “politicamente corretto”, una forma particolare che piace abbastanza ai giornali, più difficile che possa ammaliare il popolo.

Quali sono le proposte concrete di Vendola di fronte alla crisi? Investire sull’ambiente, sulla cultura e sulla ricerca attraverso una maggiore equità fiscale. Tutto qui? Tutto qui, generico ed innocuo come si conviene ad un aspirante candidato premier. Un po’ poco però per colui che alla vigilia dell’appuntamento barese, con la modestia che lo contraddistingue, aveva detto: <<Per me ho ritagliato due discorsi (solo due, ma pensa te! – Nda) in apertura e chiusura sul buio e sulla luce, come nella Genesi>>.
E quale avversario vorrebbe incontrare? <<L’avversario dei miei sogni, in un Paese civile, è Gianfranco Fini>>. (Intervista a La7). E qui siamo davvero nel luogo dove banalità e “politicamente corretto” si congiungono alla perfezione.
Data l’incredibile crisi del Pd, il progetto di Vendola è forse meno folle di quanto potrebbe sembrare in apparenza, ma sarà ben difficile per lui mantenere l’equilibrio tra le pur generiche promesse di cambiamento e la collocazione del tutto interna a quel centrosinistra che è il luogo privilegiato della politica oligarchica.
Il Prc nella morsa

L’attivismo vendoliano evidenzia le secche in cui è andata a cacciarsi Rifondazione Comunista. Le conclusioni del recente Cpn mostrano un partito confuso e senza linea. Un partito in cui, a differenza di Sel, permangono però aspirazioni classiste ed anticapitaliste, insieme a militanti interessati ad una riflessione di più ampio respiro.
Le proposte del segretario e l’impostazione del documento finale, approvato a maggioranza, sembrano invece ispirate al semplice “Primum vivere”, un obiettivo più che legittimo, ma certamente insufficiente a motivare l’esistenza di un partito politico.

Per il Prc occorre un <<progetto antiliberista unificante di uscita dalla crisi>>, che è già qualcosa rispetto alle fumisterie vendoliane. Ma su cosa dovrebbe fondarsi un simile progetto? Nel documento non è chiaro. Vi sono invece dei riferimenti all’Europa del tutto fuorvianti. Si parla di <<superamento della natura liberista della costruzione europea proponendo una nuova fase costituente per fare fronte alla crisi basata sulla centralità della elaborazione di politiche pubbliche>>. Si pensa insomma di poter cambiare la natura dell’Unione Europea dall’interno, un’ipotesi talmente al di fuori dalla realtà da richiedere l’uso immediato del più pietoso dei veli.

Il documento pone poi l’esigenza della cacciata immediata di Berlusconi. Obiettivo pienamente condivisibile, sul quale Rifondazione propone la rituale (un po’ troppo rituale) manifestazione d’autunno.
Ma come andrebbe a collocarsi il Prc nello scenario che si aprirebbe con la crisi di governo? <<Noi proponiamo di andare immediatamente alle urne e proponiamo a tutte le forze di opposizione un accordo elettorale e non di governo su cui costruire una alleanza democratica, con l’obiettivo di difendere la Costituzione e di varare una legge elettorale proporzionale>>.
Siamo qui al solito pastrocchio, con il quale qualcuno si illude che il massimo del tatticismo sia anche il meglio della finezza politica. Non è così, il Prc dovrebbe saperlo se non altro per conoscenza diretta, ma non sempre l’esperienza è sufficiente a far superare i vizi più radicati. Come disse Talleyrand: <<Questi ricordano tutto, ma non imparano mai niente>>.
Il documento non fa che recepire una consolidata impostazione ferreriana, quella per cui il Prc si alleerebbe anche con il diavolo per battere Berlusconi, ma non sosterrebbe la maggioranza di governo che ne scaturirebbe (da qui l’ineguagliata teoria del “meglio essere ininfluenti”). Il Prc rientrerebbe in questo modo nelle aule parlamentari e, siccome è meglio non fidarsi troppo per il futuro, cercherebbe di assicurarsi la prosecuzione di tale permanenza con una nuova legge elettorale proporzionale.

Questa sarebbe la chiave di volta per farla finita con il bipolarismo. Un obiettivo senz’altro giusto, che verrebbe indubbiamente facilitato dal ritorno alla proporzionale. Tuttavia, a nostro modestissimo avviso, la fuoriuscita dal bipolarismo prima ancora che un fatto tecnico è certamente un fatto politico, che richiede innanzitutto una decisione ed un’assunzione di responsabilità politica. L’attuale gruppo dirigente del Prc non è in grado di compiere una simile scelta? Tanto peggio, ma non si illuda che altri gli tolgano le castagne dal fuoco. Oltretutto, è possibile che in un nuovo quadro politico si metta mano alla legge elettorale. Forse, vedi gli interessi dei vari Casini, Rutelli e Fini, si sceglierà il sistema tedesco. Ma quel sistema – un tempo tanto sponsorizzato da Bertinotti e Ferrero, quando il Prc aveva percentuali più che doppie rispetto alle attuali – ha il piccolo difetto di prevedere una soglia di sbarramento (5%) addirittura superiore a quella oggi in vigore, e dunque irraggiungibile dal Prc sia che corra da solo che all’interno della “Federazione della sinistra”.
L’impressione è che quella di Ferrero sia piuttosto un’illusione, il tentativo abbastanza disperato di giocarsi quest’ultima carta senza rendersi conto quali scenari vanno costruendosi per il probabile dopo-Berlusconi.
In questo quadro, quantomeno ambiguo, lo stesso obiettivo dell’“unità delle forze della sinistra di alternativa”, in sé certamente condivisibile, appare del tutto irrealistico. Allearsi per far trionfare il blocco guidato magari da un Montezemolo, od allearsi per contrastarne da subito la sua politica oligarchica ed antipopolare? Chi pensa che si possano fare le due cose in rapida successione sostituisce la politica con il politicismo, in genere parente assai stretto del più degenere politicantismo.

E non è certamente per caso che nel documento conclusivo del Cpn il tema dell’“unità della sinistra alternativa” sia solo enunciato, ma non sviluppato. Una parte del gruppo dirigente coglie sicuramente la debolezza della nascente Federazione, ed è dunque consapevole della sua inadeguatezza. Tuttavia il tema della costruzione di uno schieramento più ampio resta decisamente nel vago.
Vedremo nei prossimi mesi se la proposta saprà svilupparsi e definirsi in termini più precisi. In caso contrario resterà una delle tante formule lanciate a vuoto dal Prc nella sua storia per coprirsi a sinistra volendo andare a destra, una variante aggiornata del movimentismo bertinottiano che serviva a coprire l’istituzionalismo più sfrenato.
Sia la relazione di Ferrero che il documento conclusivo hanno dato il giusto rilievo alla vicenda di Pomigliano ed alla riuscita degli ultimi scioperi negli stabilimenti della Fiat, cogliendo sia la portata dell’attacco sferrato da Marchionne, sia i segnali di risveglio che giungono dal mondo operaio.
Questo risveglio, per adesso solo agli albori, non ha un vero referente politico. La costruzione di un luogo in cui la lotta sociale possa coordinarsi e politicizzarsi è dunque una necessità. Ma è questa l’idea del gruppo dirigente del Prc? Solo il tempo potrà dircelo.
I nodi rimossi

Abbiamo detto in premessa che questo è il punto veramente importante. Ed abbiamo già detto che mentre tra gli smanettatori internettari del ceto medio di osservanza vendoliana non c’è, per una ragione sociale ma non solo per questo, un vero interesse al confronto; nel corpo più articolato del Prc si coglie, almeno in alcuni settori, un interesse ad una riflessione più approfondita. Un interesse che certo non può essere soddisfatto dall’attuale andamento delle cose in quel partito.
Tuttavia, nonostante queste differenze, è impressionante come gli uni e gli altri si ritrovino accomunati nella rimozione dei nodi del presente.

Non stiamo parlando della rivoluzione, del socialismo, della transizione, tutte cose che peraltro dovrebbero avere un certo spazio per chi si definisce “comunista”. Stiamo parlando semplicemente del che fare, qui ed ora, di fronte alla crisi, al macello sociale in atto ed a quello ancor più feroce che si prospetta, alle tendenze reazionarie che si vanno affermando.
Si pensa forse di poter fronteggiare questa situazione con le stesse parole d’ordine di qualche decennio fa? Si pensa che possa bastare la solita lista della spesa? Peggio, si pensa che ci si possa attestare su un’impostazione di tipo sindacalistico?
Se si pensasse questo la discussione sarebbe finita in partenza. Ma non possiamo credere che tutti abbiano mandato il cervello all’ammasso. Tra l’altro, la scissione tra una propaganda spesso massimalistica ed una praticaccia politica ai limiti del sottogoverno (ormai sia pure solo a livello locale) se è disgustosa in tempi normali, diventa intollerabile davanti alla crisi epocale del capitalismo. Intollerabile non per chi scrive, che sarebbe un fatto abbastanza irrilevante, ma per buona parte del corpo sociale che ancora si riconosce nel Prc.

Proviamo allora ad enunciare alcune delle grandi questioni che il presente ci impone e che il ceto politico ex arcobalenico rimuove con una sistematicità degna di miglior causa.
Non c’è qui lo spazio per un’argomentazione compiuta di ogni singolo punto, ma quel che conta è intendersi intanto su ciò che oggi è davvero importante. Un’agenda corretta è la premessa necessaria di una discussione utile. Ed uscire dall’aria fritta dell’attuale sinistrese sarebbe già un autentico miracolo.
Procediamo perciò schematicamente, sotto forma di domanda:

1. Europa
Ha senso continuare a lamentarsi dell’UE, chiedendogli di essere ciò che non può essere, o non dobbiamo piuttosto iniziare a spiegare la necessità dell’uscita da questa struttura costitutivamente oligarchica, antidemocratica ed autoritaria?

2. Sovranità nazionale
Come pensiamo di poter costruire una prospettiva democratica, dove la parola “democrazia” abbia una qualche relazione con il suo significato letterale, senza la riconquista di una sovranità nazionale oggi cancellata dalla UE, dall’adesione alla Nato, dall’accettazione dei vincoli sistemici insiti nel capitalismo ma esaltati dalla sua mondializzazione (la cosiddetta “globalizzazione”)?

3. Moneta
Può rimanere fuori da tale processo di riappropriazione la questione della sovranità monetaria? Dobbiamo continuare ad accettare in silenzio l’anonimo dominio dei signori della Bce? In altre parole, non è forse il momento di cominciare a pensare di uscire dall’euro?

4. Debito pubblico
Chi vuole l’alternativa, pensa che sia possibile costruirla sotto la spada di Damocle dell’attuale debito pubblico? Non sarebbe meglio dire chiaramente che ciò non è possibile, che si dovrà andare ad un suo azzeramento? Certo, la materia è complessa (dalla necessità di tutelare il piccolo risparmio alla corretta valutazione di tutti gli effetti economici del default), ma qualcuno ha un’idea migliore per poter ricostruire le condizioni per permettere una nuova politica sociale in materia di previdenza, sanità e scuola?

5. Opposizione alla politica economica del governo (condivisa dalla finta opposizione parlamentare)
Fino ad oggi questa opposizione si è fondata sulla richiesta di maggiore equità (“meno tagli, più giustizia fiscale”, ecc.). Ma più equità per che cosa, per una nuova versione dello sfortunato manifesto dell’autunno 2006 dall’improbabile slogan: “finalmente anche i ricchi piangono”?
Giusto battersi per l’equità, del resto un concetto sempre molto relativo in questi casi, ma non si dovrebbe mettere al primo posto il “per che cosa”, la finalità ultima di ogni scelta economica? La più “equa” delle manovre, che fosse però rivolta alla conservazione dell’attuale sistema, non andrebbe anch’essa contrastata?

6. Guerra
L’imperialismo non si ferma
neppure quando gli affari vanno bene, figuriamoci in una fase depressiva come questa. Come mai anche il Prc, al pari dei vendoliani, omette completamente ogni riferimento alla situazione internazionale? Sappiamo che questo fu, fin dal lontano 1991, un vizio d’origine assai grave. Non sarebbe l’ora di cominciare a superarlo, o si pensa di potersela cavare gridando di tanto in tanto un no alle guerre in corso ed a quelle in fase di preparazione?

7. Giustizia
Berlusconi è semplicemente osceno, ma le scelte in materia di giustizia (che riguardano la vita di 60 milioni di persone) debbono essere condizionate dalle vicende politico-giudiziarie di una sola persona? Prendiamo la questione delle intercettazioni telefoniche. Quale concezione del mondo può esserci dietro all’idea, prevalente a “sinistra”, che è sostanzialmente giusto intercettare tutto l’intercettabile assegnando oltretutto un enorme potere alla casta dei magistrati, se non quella del “Grande Fratello”? Perché non ci atteniamo al principio costituzionale del diritto alla riservatezza nelle comunicazioni interpersonali?
I diritti liberali sotto attacco non vanno forse più difesi?
Questi sono alcuni dei nodi rimossi. Vogliamo continuare a farci del male? Continuiamo nella rimozione, che su tutte queste materie le classi dominanti, per quanto in difficoltà, una politica ce l’hanno.
Ma tutti questi nodi ne richiamano un altro: quello del socialismo. Se siamo davvero convinti della portata della crisi, delle sue conseguenze catastrofiche per le classi popolari, della spinta che darà alle politiche di guerra, come pensiamo di uscirne? Con un po’ di keynesismo in salsa post-moderna?
La verità è che bisogna abbandonare tanto il politicismo quanto il massimalismo parolaio. Confrontiamoci con i problemi dell’oggi, cominciamo a dare risposte per l’oggi, e forse la fine della letargia delle masse – che certo non dipende solo da questo – si farà più vicina.
Senza dimenticare che sarebbe ora di strappare dalla stratosfera la questione della fuoriuscita dal capitalismo e dunque dell’alternativa sistemica, aprendo finalmente un vero e proprio cantiere strategico teorico in cui mettere all’opera le migliori intelligenze. Non era questo uno dei compiti essenziali della “rifondazione”?

fonte: http://campoantimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1100%3Avendola-in-orbita-ferrero-nel-pallone&catid=13%3Aitalia-cat&Itemid=21

… pensare che nell’articolo non si parla nemmeno troppo approfonditamente di lavoro, sua conservazione tout court, dignità dello stesso, tempo libero e quant’altro… povera sinistra come sei messa male, se l’alternativa è tra un messia populista ed un fumo senza arrosto! elena

Memoria: Antonino Scopelliti

Memoria: Antonino Scopelliti

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Antonino Scopelliti era un magistrato, nato a Campo Calabro (RC) il 20 gennaio 1935.

il giudice Antonino Scopelliti

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Entrato in magistratura a soli 24 anni, ha svolto la carriera di magistrato requirente, iniziando come Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma, poi presso la Procura della Repubblica di Milano. Procuratore generale presso la corte d’Appello quindi, Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Seguì una eccezionale carriera, che lo portò ad essere il numero uno dei sostituti procuratori generali italiani presso la Corte di Cassazione. Si è occupato di vari maxi processi, di mafia, camorra, ‘ndrangheta e  terrorismo.

E’ stato ucciso a 56 anni in un agguato il 9 agosto del 1991 in località Campo Piale a Campo Calabro, il paese a pochi chilometri da Villa San Giovanni (Reggio Calabria) del quale il magistrato era originario e dove tornava ogni anno per trascorrervi le vacanze estive.

Senza scorta, metodico nei suoi movimenti, Scopelliti viene intercettato dai suoi assassini mentre, a bordo della sua automobile, una Bmw, rientrava in paese dopo avere trascorso la giornata al mare. L’ agguato avviene all’ altezza di una curva, poco prima del rettilineo che immette nell’abitato di Campo Calabro. Gli assassini, almeno due persone a bordo di una moto, appostati lungo la strada, sparano con fucili calibro 12 caricati a pallettoni. La morte del magistrato, colpito alla testa ed al torace, istantanea. L’ automobile, priva di controllo, finisce in un terrapieno. In un primo tempo si pensò che Scopelliti fosse rimasto coinvolto in un incidente stradale. L’esame esterno del cadavere e la scoperta delle ferite da arma da fuoco fecero emergere la verità sulla morte del magistrato.

Secondo i pentiti della ‘ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, sarebbe stata la cupola di Cosa Nostra siciliana a chiedere alla ‘ndrangheta di uccidere Scopelliti, che avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo a Cosa nostra. Cosa nostra, in cambio del ”favore” ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la ”guerra di mafia” che si protraeva a Reggio Calabria dall’ottobre 1995, quando fu assassinato il boss Paolo De Stefano. Nell’ abitazione del padre di Scopelliti, dove il magistrato soggiornava durante le vacanze, fu trovato il fascicolo del processo alla ”Cupola” di Cosa nostra.

Dopo una serie di processi, con condanne ed assoluzioni, nel 2001, la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria assolve Bernardo Provenzano, Giuseppe e Filippo Graviano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffre’ e Benenetto Santapaola dall’accusa di essere stati i mandanti. L’omicidio Scopelliti rimane quindi impunito.

fonte: http://www.fondazionescopelliti.it/index.php?option=com_content&task=view&id=31&Itemid=72

per saperne di più: http://www.fondazionescopelliti.it/

Fini: Antonino Scopelliti modello di Giustizia e Legalità

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In occasione della commemorazione del diciannovesimo anniversario dell’assassinio del giudice Antonino Scopelliti, promossa dal Movimento ‘Ammazzateci Tutti’ e dalla Fondazione ‘Antonino Scopelliti’, desidero manifestare a tutti i partecipanti la mia piu’ intensa vicinanza ideale. Esprimo il mio plauso per questa iniziativa, nella convinzione che l’impegno ed il sacrificio di Antonino Scopelliti, le sue eccellenti capacita’ professionali, il rigore ed il coraggio nel perseguire il crimine organizzato debbano restare ben scolpiti nella nostra memoria collettiva. Nella sua straordinaria testimonianza di incorruttibile e coerente servitore dello Stato puo’ continuare a specchiarsi l’Italia migliore, quella dei cittadini onesti che amano il proprio Paese e che ne difendono incondizionatamente i principi di giustizia e di legalita’. I giovani devono poter conoscere, nella grandezza morale del suo esempio, uno straordinario modello ideale che possa dare un senso efficace e concreto alle loro speranze in un futuro libero dalla corruzione, dal giogo della criminalita’ organizzata e fondato sui diritti di liberta’ e di dignita’ dei cittadini. A tutti gli intervenuti desidero inviare i miei saluti piu’ cordiali ed un fervido augurio per il miglior esito dell’iniziativa.

Messaggio del Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini

fonte: http://www.generazioneitalia.it/2010/08/09/fini-antonino-scopelliti-modello-di-giustizia-e-legalita/


Intervista a Carlo Ruta sulla nonviolenza

Intervista a Carlo Ruta sulla nonviolenza

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A cura di Paolo Arena e Marco Graziotti*

Come è avvenuto il suo accostamento alla nonviolenza?

È avvenuto per gradi, con lo scorrere degli anni, che mi hanno consentito di riflettere, soprattutto sulla natura dell’atteggiamento violento, rivelatore delle lesioni che fino a oggi hanno egemonizzato la storia. La violenza è un trauma a prescindere, che lascia il segno, sempre e comunque. Ho maturato allora la convinzione che la nonviolenza, sostenuta da una coerente razionalità, sia il modo più consono di resistervi.

Quali personalità della nonviolenza hanno contato di più per lei, e perché?

Come tanti, mi sono trovato a fare i conti con le esperienze di Gandhi, Martin Luther King, Malcom X, Aldo Capitini, Don Milani. Ho avuto quindi nozione di eventi che, per quanto marginali o apparentemente tali, hanno influito sul “normale” corso delle cose, ponendolo in qualche modo in discussione. Da Tucidide a Hobbes, da Machiavelli a Clausewitz, è stato insegnato che il realismo, se propriamente tale, non può che essere bellicista. Esiste ed è operante nondimeno un realismo della nonviolenza, che sconfessa tale visione monolitica della storia. Tanto più nel tempo clou degli olocausti sono state tracciate e testimoniate vie che è possibile percorrere e che in taluni snodi sono risultate perfino determinanti. Specie dopo l’esperienza gandhiana, la nonviolenza è divenuta in sostanza una possibilità operativa, una metodica, una prassi. E tutto questo per me ha contato.

Quali libri consiglierebbe di leggere a un giovane che si accostasse oggi alla nonviolenza? E quali libri sarebbe opportuno che a tal fine fossero presenti in ogni biblioteca pubblica e scolastica?

La nonviolenza è una fiumana che ha accompagnato il grande fiume della prepotenza. Consiglierei quindi di accostarsi a questo torrente, minuscolo e tuttavia irriducibile, attraverso le opere o i brani di opere che lo hanno meglio rappresentato, sin dall’antichità. Per comprenderne l’essenza e le sfaccettature, suggerirei comunque la seguente bibliografia minima: Political justice di William Godwin (1793); Disobbedienza civile di Henry David Thoreau, (1849); In che consiste la mia fede di Lev Tolstoj (1884); Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale di Simone Weil, (1934); Nonviolenza in pace e in guerra di Mohandas Karamchand Gandhi (1948); La banalità del male di Hannah Arendt (1963); L’obbedienza non è più una virtù di don Lorenzo Milani (1965); La forza di amare di Martin Luther King (1967);  Le tecniche della nonviolenza di Aldo Capitini (1989); Il principio di responsabilità di Hans Jonas (1993); Lo sviluppo è libertà di Amarthia Sen (1999).  Suggerirei altresì la lettura di alcuni brani di Kant; in particolare, i passi della Ragion pratica che definiscono il valore assoluto della dignità umana e le geometrie che reggono l’imperativo categorico.

Quali iniziative nonviolente in corso oggi nel mondo e in Italia le sembrano particolarmente significative e degne di essere sostenute con più impegno? Quali centri, organizzazioni, campagne segnalerebbe a un giovane che volesse entrare in contatto con la nonviolenza organizzata oggi in Italia?

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Mi preme ricordare anzitutto l’organizzazione Freedom Flotilla, che nei mesi scorsi ha pagato il proprio impegno con nove uccisi, per aver tentato di forzare il blocco su Gaza, in sostegno al popolo di Palestina. Le realtà che meritano vicinanza e sostegno sono comunque tante. Penso, per esempio, a Emergency di Gino Strada, ad Amnesty International, alle associazioni israeliane e palestinesi che hanno deciso di cooperare sul terreno della nonviolenza. Fra le realtà italiane che si sono distinte per rilievo e costanza dell’iniziativa, mi piace ricordare i Comboniani, Pax Christi, la Rete Italiana per il Disarmo, la Comunità di Sant’Egidio, la Chiesa Valdese, il Movimento Nonviolento di Daniele Lugli e Massimo Volpiana, l’associazione Libera di Luigi Ciotti, il Centro di ricerca sulla Pace di Peppe Sini, Peacelink, Fortresse Europe, L’Arci, i Beati Costruttori di Pace, la Gioventù Francescana. E si potrebbe continuare, giacché sono numerose le associazioni che, legate comunemente al territorio, hanno deciso di seguire la traccia di Aldo Capitini, Alexander Langer, don Tonino Bello. Trovo infine essenziale l’impegno della LAV e di altre associazioni animaliste.

In quali campi ritiene più necessario ed urgente un impegno nonviolento?

L’impegno nonviolento chiama a confrontarsi, giorno dopo giorno, con l’emergenza delle guerre, con epidemie e carenze alimentari che colpiscono i continenti, con le offese delle mafie, con la realtà dei migranti, con il disagio del non lavoro, diffuso, tanto più in periodi come l’attuale, in ogni parte della terra. Tutto questo propone sfide che è doveroso raccogliere. Fatto salvo tale dato, imprescindibile, volgerei però l’attenzione su un impegno diverso, per certi versi minimalistico, e nondimeno essenziale. Mi riferisco a due terreni specifici: la scuola e la famiglia. Non credo che la nonviolenza possa stabilizzarsi nelle società, fino a influire nelle cose in modo determinante, se manca un criterio educativo di fondo. Il rispetto della dignità e della vita può essere trasmesso, suggerito, insegnato. Il germe della violenza può essere snidato, isolato, posto in discussione, controllato.

Come definirebbe la nonviolenza, e quali sono le sue caratteristiche fondamentali?

Rappresentata non di rado come una debolezza, la nonviolenza è in realtà una risorsa, una tensione civile, positiva, volta a imbrigliare la hybris che si annida negli esseri umani e nella storia. È il gesto di resistenza al disordine degli istinti, la sconfessione quindi di una concezione totalitaria della biologia che si risolve nell’immanenza del male, in quell’orizzonte onnicomprensivo che i militaristi chiamano regno della necessità. Costituisce altresì un cammino, un tirocinio faticoso e volontario, recante alla base l’assunzione di un impegno radicale, razionalmente fondato appunto, verso sé e gli altri, atto a testimoniare, in primo luogo, la dignità incondizionata della vita.

Quali rapporti vede tra nonviolenza e femminismo?

Alla luce di tutto, ritengo si tratti di un rapporto inscindibile. Le lotte delle donne del secondo Novecento, che hanno determinato una svolta epocale, non si sono risolte nella sola rivendicazione dei diritti. I movimenti femminili, spontanei e organizzati, hanno offerto e continuano a offrire un contributo straordinario, per quanto non sufficientemente riconosciuto, all’affermazione della nonviolenza, ponendo in campo il punto di vista, il sentire, le differenze della donna. Non è un caso che siano stati perentori nel rigettare talune “pari opportunità” come quella dell’inquadramento negli eserciti e altre dello stesso tenore, non coerenti con i modi d’essere della donna, e abbiano reclamato invece, con altrettanta perentorietà, l’espulsione della guerra dalla storia. Da tale prospettiva l’impegno delle donne è stato e rimane poi insostituibile, testimoniato comunque da tantissime esperienze: dal Movimento delle madri in Bosnia durante il conflitto scatenato dalle fazioni serbe di Karadzic, alla scelta determinata di tante donne statunitensi di scendere in campo contro le guerre in Iraq e in Afghanistan. Importanti lezioni di nonviolenza e di pace, insistono a venire d’altronde dalle donne d’Africa, impegnate in prima linea nella lotta per la sopravvivenza, lungo gli orizzonti infelici delle guerre, della fame, delle dittature, delle epidemie.

Quali rapporti vede tra nonviolenza, impegno antirazzista e lotta per il riconoscimento dei diritti umani di tutti gli esseri umani?

L’impegno antirazzista costituisce un aspetto fra i più rappresentativi della nonviolenza. Direi che ne costituisca anzi il fondamento, opponendosi a quel male assurdo e primordiale che, coltivato dai nazionalismi e dalle ideologie di regime, proprio nel Novecento, definito il “secolo dei diritti”, ha generato le più grandi mattanze della storia. Una domanda torna allora inevitabile: cosa può fare il movimento nonviolento per impedire che ritornino Auschwitz, il Ruanda, Srebrenica? E la risposta, per quanto precaria, è essenzialmente una: giocare d’anticipo, valorizzando i percorsi  di coscienza, di educazione alla nonviolenza, con strategie d’impegno complessive, pure di livello sopranazionale, che riescano a interloquire con i legislatori, le opinioni pubbliche, le agenzie civili in senso lato, e a coinvolgere, in modo idoneo, le sedi formative, la scuola.

Quali rapporti vede tra nonviolenza e lotta antimafia?

Inevitabilmente, la lotta alle mafie è stata e tanto più tende ad essere oggi una delle linee più avanzate dell’impegno nonviolento. Costituiva già negli anni cinquanta-sessanta un momento essenziale del lavoro civile di Danilo Dolci, che si sostanziò, oltre che in testimonianze sul

terreno e nelle analisi sul fenomeno del banditismo di Partitico, in una serrata denuncia, indirizzata ai parlamenti, ai governi e alle istituzioni giudiziarie, sul sistema di potere che vigeva nell’isola, cui facevano capo uomini politici come Bernardo Mattarella, Calogero Volpe, Salvo Lima, Giovanni Gioia, Vito Ciancimino. Nonviolenta era altresì, negli anni settanta, la lotta alla mafia di tanti ragazzi siciliani che, sulle vie del Sessantotto, avevano scoperto e fatto propri gli ideali di giustizia e pace. Ne ritroviamo l’emblema nell’impegno di Giuseppe Impastato contro i mafiosi del

proprio paese e della sua stessa famiglia, che facevano capo a Gaetano Badalamenti. Nonviolenta era l’iniziativa di Mauro Rostagno, che, giunto a

Trapani con la comunità Saman, non esitò a sottoporre a una serrata inchiesta televisiva la mafia che dominava la città. Pacifista e attraversata dal messaggio nonviolento era ancora l’esperienza dei “Siciliani” di Giuseppe Fava, negli anni dei missili Cruise a Comiso. Dopo le stagioni delle grandi

stragi in Sicilia, e tanto più dopo gli eccidi di Capaci e via D’Amelio, l’impegno antimafia è divenuto infine caratterizzante in realtà nonviolente attive su tutto il territorio nazionale, come Libera, Pax Christi, il movimento Scout, Peacelink, e non solo. Ha ispirato altresì iniziative specifiche come nel caso di “Antimafia Duemila” di Giorgio Bongiovanni, l’associazione “Ammazzateci tutti” in Calabria, e così via. Oggi le narcomafie cingono d’assedio numerosi paesi, pregiudicano la vita civile, favorite dalla recessione economica globale, vanno all’assalto della finanza, delle Borse, fino a influire vistosamente, in numerosi Stati, sulla formazione del Prodotto Nazionale. Per i movimenti nonviolenti si tratta allora di insistere, intensificare l’impegno.

Quali rapporti vede tra nonviolenza e lotte del movimento dei lavoratori e delle classi sociali sfruttate ed oppresse? Nonviolenza e movimenti sociali: quali rapporti?

Si tratta di una problematica complessa. L’oppressione di classe è violenza. Il diritto degli oppressi a resistere, a battersi per difesa della propria dignità, per l’acquisizione di libertà negate, è perciò un fatto sacrosanto. Dopo le grandi rivoluzioni industriali dell’Ottocento, che hanno messo a nudo l’indole bellicista dei capitalismi, hanno prevalso modelli di lotta di tipo insurrezionale: dalle rivoluzioni del 1848 alla Comune parigina del 1871, dall’ottobre russo del 1917 alla lunga marcia di Mao Tse Tung, portata a compimento nel 1949. Era il risultato di oppressioni lunghe, di vere e proprie tirannidi, di condizioni di vita estreme, di grandi calamità e necessità. La lotta delle classi oppresse, procedendo per prove ed errori, determinava beninteso altri modelli, pacifici. È stato comunque lo shock dei fascismi, del secondo conflitto mondiale, della Shoa, di Hiroshima, a portare a maturazione nelle società, nei movimenti operai, progetti di crescita civile pacifisti. Da tali sfondi infatti erompevano, in Italia, la democrazia progressiva di Eugenio Curiel, il socialismo liberale dei fratelli Rosselli, di Guido Calogero e Aldo Capitini, le elaborazione sui diritti di Piero Calamandrei e Norberto Bobbio. La resistenza al nazifascismo si chiudeva d’altronde con un miracolo civile, giacché si generava nel vivo del paese il rifiuto della guerra quale mezzo di risoluzione delle controversie fra Stati. Anche la Costituzione, alla cui redazione avevano contribuito persone come Lazzati, Dossetti, Scoccimarro, Sturzo, Pertini, La Pira, e lo stesso Calamandrei, finiva con il parlare allora il linguaggio del pacifismo. In realtà, si era a uno snodo, che in tutti i paesi induceva i movimenti popolari organizzati a interloquire con le ragioni della nonviolenza, anche se questa non veniva direttamente evocata. Esemplari possono essere considerate in tal senso le battaglie del movimento contadino nel Sud d’Italia, organizzato dalle leghe e dalla camere del lavoro. Si trattò a tutti gli effetti di un movimento pacifico e nonviolento, non dissimile in fondo da quello gandhiano che, alcuni decenni prima, aveva scompigliato le carte in India con la disobbedienza civile, il digiuno, la marcia del sale. E rimase tale, nel solco di un progetto democratico contrastato ma in evoluzione, quando le reazioni degli agrari, nel Palermitano e altrove, si fecero furenti. Ammirato e sostenuto da numerosi uomini di cultura, pacifisti e nonviolenti, dallo stesso Capitini a Carlo Levi, fu d’altronde tale “vento del sud” ad attrarre Danilo Dolci e Franco Alasia nell’isola, dove con quelle lotte poterono interloquire, e a cui vollero contribuire con iniziative emblematiche, come lo sciopero alla rovescia per il lavoro.

Nonviolenza e organizzazioni sindacali: quali rapporti?

Quanto argomentato fin qui testimonia che esiste una naturale assonanza fra nonviolenza e mondo del lavoro. È fin troppo significativo del resto che lo strumento dello sciopero, che ha scandito i passaggi dei movimenti operai sin dalle rivoluzioni industriali dell’Ottocento, abbia avuto un rilievo decisivo nella stessa vicenda del satyagraha gandhiano. Tale assonanza, su talune linee particolari, è andata altresì crescendo e può crescere ancora. Una delle questioni che nei paesi industrializzati meglio definisce oggi il ruolo della nonviolenza è quella degli immigrati. E a tale riguardo è da considerare esemplare la linea di alcune voci del movimento sindacale italiano, in particolare della CGIL, che, attraverso uffici immigrazione locali, promuove l’accoglienza, il rispetto, l’integrazione, lo scambio interculturale, facendo così argine alla xenofobia leghista e alle logiche di espulsione del governo. L’odio razziale cova nel paese sotto la cenere, e può anche esplodere. Ne dà conto quanto è avvenuto in questi anni in centri come Casal di Principe e Rosarno, dove ad “accogliere” gli immigrati sono stati, rispettivamente, i gangster della camorra e i caporali della ‘ndrangheta, con le armi in pugno e con l’intimidazione. Ritengo allora che la coesione fra movimento nonviolento e sindacati, su tale piano, paradigmatico, e non solo su questo, sia fondamentale.

Quali rapporti vede tra nonviolenza e lotte di liberazione dei popoli oppressi?

I popoli hanno diritto di opporsi all’oppressione. È indubitabile. Il problema è costituito dai mezzi e dai modi. La decolonizzazione del Novecento, tanto più dopo il secondo conflitto mondiale, è avvenuta a prezzi altissimi. Per liberarsi dal dominio francese, gli algerini del FLN e dell’ALN non esitarono a ricorrere al terrorismo, e terroristici furono i modi in cui replicarono l’Armée française e i Pied-Noirs. Alle radici di quel terrorismo c’erano lutti e sofferenze, una sopraffazione antica, generazioni di morti che chiedevano giustizia. Franz Fanon ne I dannati della terra spiegò con efficacia le ragioni della rivolta armata. Era uno psichiatra. Conosceva a fondo i tormenti dell’Algeria. E furono tanti gli intellettuali d’Europa che condivisero le sue parole, a partire da Sartre, che non esitò a firmare la premessa al libro, e a compromettersi, giungendo a sostenere che l’uccisione di un europeo, anche a caso, da parte di uno schiavo algerino, costituiva un atto di giustizia. Di altro tenore era invece la visione di Albert Camus, che

pure in Algeria era nato e vissuto. Da corrispondente di un giornale parigino, l’autore de L’Étranger osò ritrarsi da quelle violenze, dicendosene disgustato, al punto da proporre una tregua. La risposta fu istantanea: tanto i Pied-Noirs quanto i militanti del FLN lo considerarono un traditore. Si trattava forse di realtà simmetriche? La violenza è cieca, come può esserlo un masso che con impeto si schianta al suolo. Ma quella di un popolo umiliato può essere rappresentata come tale? Si può ritenere che non lo sia, o che lo sia meno. I teologi della liberazione hanno finito con il comprendere e legittimare la rivolta in armi dei diseredati e dei popoli oppressi. Il sacerdote peruviano Gustavo Gutiérrez, autore di Teologia della liberazione, ha creduto nella protesta liberatrice dalla povertà. Frei Betto ha creduto e continua a credere nell’esperienza di Cuba. Leonardo Boff, da padre

francescano, ha condiviso a lungo la vicenda sandinista, al pari di sacerdoti e teologi come Ernesto Cardenal e Miguel D’Escoto, che, dopo aver combattuto, sono entrati nel governo di Daniel Ortega. Corre, evidentemente, un abisso fra la violenza cieca e sopraffattrice di una giunta militare e quella di un popolo vessato, senza diritti, ridotto alla fame, che ha deciso di rivoltarsi in difesa della propria dignità. La violenza di Ernesto Guevara era altra da quella di Batista. Ma in tutti i casi si tratta di un trauma, di un danno, di un costo altissimo in termini civili. È il dramma della storia, che tuttavia ha indicato possibili vie d’uscita, o almeno delle varianti. In India, le frange radicali del Partito del Congresso fecero il possibile, lungo gli anni trenta e quaranta, per far prevalere il metodo violento, proponendo pure il ricorso al terrorismo. Ma le componenti di Jawakarlan Nehru fecero muro, sostenendo fino in fondo il metodo della disobbedienza pacifica. Alla fine fu il satyagraha gandhiano a scortare l’uscita dei britannici dal paese. Si tratta beninteso di problematiche aperte, giacché esistono condizioni e condizioni. Non si può non tenerne conto. Sarebbe incongruo chiudere gli occhi davanti all’oppressione dei popoli. Si tratta nondimeno di farvi i conti in modo coerente, con le proprie sensibilità e le proprie aspirazioni, perché possano prevalere le ragioni della vita, così come occorre fare i conti con la tragedia assurda dei terrorismi, che continua a germinare, purtroppo, pure dal terreno degli oppressi.

Quali rapporti vede tra nonviolenza e pacifismo? Quali rapporti vede tra nonviolenza e antimilitarismo? Quali rapporti vede tra nonviolenza e disarmo?

La nonviolenza è l’abc di un pacifismo coerente, la condizione cioè di un pacifismo maturo e senza condizioni. È quindi naturale che nell’agenda dei movimenti che la propugnano, un punto fermo debba essere costituito dall’impegno antimilitarista, per la pace. Si tratta di un compito tra i più difficili, tanto più se si considera che il militarismo intanto ha mutato aspetto, finendo con il non averne più uno distinto. Nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento la guerra veniva nobilitata, esaltata per se stessa, come igiene dei popoli. I militaristi della cosiddetta “età dei diritti”, che è anche età dell’atomica e delle guerre tecnologiche, tendono a ripiegare invece su nozioni più complesse, di ordine morale. La teoria dello Justum bellum, che Michael Walzer ha tratto dalla tradizione scolastica e giusnaturalistica,

attualizzandola con i passaggi, per certi versi inediti, della supreme emergency e dell’attacco preventivo, oggi costituisce la dottrina ufficiale dell’America. Gli sfondi sono quelli di un ordine che, a dispetto delle resistenze, sempre più tende a porre in discussione alcuni cardini del sistema westfaliano, degli Stati nazionali, proponendosi di fatto, sotto il profilo della sicurezza in primo luogo ma non solo, come unipolare e imperiale. Come è noto, nel 1998, alla vigilia della guerra in Kosovo, il segretario di Stato di Clinton Madeleine Albright replicava ad alcune riluttanze degli europei a

ricorrere alle armi con queste parole: «Se dobbiamo usare la forza è perché noi siamo l’America. Siamo la nazione indispensabile. Noi ci ergiamo alti. Vediamo più lontano nel futuro». E gli eventi successivi, tanto più lungo gli anni zero, danno conto di quanto tale linea, a lungo incubata nei delicati equilibri della guerra fredda con l’URSS, già attiva comunque nella prima guerra del Golfo, sia divenuta strategica. A rendere la situazione più complessa sono d’altronde le rettifiche in direzione dello Justum bellum walzeriano di intellettuali che tanto hanno interloquito nel secondo Novecento con l’opinione pubblica pacifista. Fra i più noti ed emblematici posso citare il tedesco Jürgen Habermas, già attivo nella Scuola di Francoforte con Adorno e Marcuse, lo statunitense Michael Ignatieff,

che ha vissuto in prima linea le campagne per il ritiro americano dal Vietnam, il torinese Norberto Bobbio, che negli anni sessanta e settanta ha

scritto cose essenziali sull’incongruità civile e giuridica delle guerre. È importante allora che, nell’attuale snodo, i movimenti pacifisti e nonviolenti facciano i conti con tali punti di vista.

Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione filosofica? Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sull’etica e sulla bioetica? Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sulla scienza e la tecnologia? Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sull’economia? Nonviolenza e cultura: quali rapporti?

Chiuso l’Ottocento, con le elaborazioni di Thoreau e Tolstoj, la nonviolenza è divenuta man mano l’architrave di numerose riflessioni, sebbene non tutte situabili con pienezza nell’orizzonte della medesima. Le ragioni risiedono nelle peculiarità del nuovo secolo. Il Novecento ha segnato significativi progressi negli iter del diritto e della democrazia, ma, come si diceva prima, è stato macchiato da guerre e genocidi che per estensione, metodo, tecniche e «razionalità» posta in gioco non hanno avuto precedenti nella storia. È stato altresì il secolo dei totalitarismi. Già nei primi decenni mentre si svolgeva, fra il Sudafrica e l’India, la lezione di Gandhi, il messaggio nonviolento si avvaleva di significativi rilanci. Nelle forme di un sostenuto pacifismo ispirava infatti intellettuali come Simon Weil, Romain Rolland,

Heinrich Mann, Thorstein Veblen, Karl Kraus, Mikhail Bulgakov, altri ancora. Ma soprattutto dopo la Shoa e Hiroshima, che hanno smascherato, da due opposti versanti, il fondo buio della razionalità occidentale, il filosofo, tanto più nell’Occidente liberal, si è sentito istigato, interpellato, sollecitato a dare risposte, oltre che a porre domande che non erano state mai poste. Il Novecento è così divenuto il secolo che più di ogni altro ha interrogato se stesso sul terreno dei valori e dei non-valori. La domanda etica, pacifista e nonviolenta, ha finito con il «contaminare» altresì, più di quanto fosse avvenuto in passato, i territori della conoscenza e della creatività umana: le letterature, le arti, fino al capolinea del sapere scientifico, che con le sue assunzioni di responsabilità, più di ogni altro dà la misura di quanto sia stata profonda l’autocoscienza del secolo. Pure il fisico nucleare Albert Einstein,

a quel punto, ha sentito il bisogno di riflettere da filosofo morale, con posizioni forti contro l’atomica, in favore della pace e del disarmo. Nella primavera del 1955, con Bertand Russell e con altri nove scienziati, da Max Born a Hermann Muller, da Leopold Infeld a Hideki Yukawa, ha firmato un manifesto riconosciuto come il più importante atto di denuncia mai scritto da scienziati sulla minaccia delle armi atomiche per il genere umano. E negli anni successivi non ha receduto da tale impegno. A essere colpito di più dall’inquietudine, resa dal nuovo senso dell’imponderabile, è stato comunque il pensiero filosofico, da varie prospettive. Ne L’uomo in rivolta, l’esistenzialista Albert Camus, che aveva militato nel PCF, con Sartre, si espresse con radicalità contro la violenza, la guerra, la pena di morte, rivendicando il valore della solidarietà. I filosofi di Francoforte Marcuse e Adorno misero in discussione l’etica della società uscita dal conflitto, mentre, da Budapest, Agnes Heller annotava che le guerre non possono mai realizzare istanze morali, a dispetto delle intenzioni, e dagli States, Hannah Arendt, addebitava al collasso morale della nuova modernità le grandi tragedie del secolo. Tale impegno anziché estinguersi insieme con la guerra fredda, insiste peraltro sull’onda dei nuovi processi: la globalizzazione, le imponenti migrazioni dal sud al nord del mondo, dall’est all’ovest europeo, le nuove guerre: «preventive» e «umanitarie». L’economista bengalese Amartya Sen ha forzato gli orizzonti della scienza economica introducendo tra i fattori di progresso materiale la variabile forte della libertà. Hans Jonas, ha teorizzato doveri da parte degli individui e delle istituzioni pubbliche nei riguardi degli animali e delle generazioni che devono ancora venire. Elaborazioni significative, su piani differenti, sono venute altresì dal lituano Emmanuel Levinas e dall’australiano Peter Singer. Fra gli italiani è opportuno ricordare Giuliano Pontara, Danilo Zolo, Fulvio Cesare Manara, Raniero La Valle, Tullio Vinay, David Maria Turoldo. E, ovviamente, potrei continuare, con la presa d’atto che il pacifismo e la nonviolenza costituiscono una risorsa non indifferente del pensiero contemporaneo.

Quali rapporti vede tra nonviolenza e informazione?

C’è un rapporto strettissimo, perché l’informazione può rivelare le cose. E a volte basta davvero poco per rivelare un mondo. La foto della piccola Kim Phuk che fugge dai bombardamenti di Trang Bang, nei pressi di

Saigon, deturpata dal napalm, è bastata a dare agli americani e agli europei il senso profondo della guerra in Vietnam. Ha costituito un tarlo che si è insinuato nel sentire di intere generazioni, senza più uscirne. In sostanza, nel loro irrompere nella coscienza sociale, attraverso il linguaggio di un cronista, i fatti sono in grado di fare memoria in modo denso, fino a scandire fino in fondo gli itinerari civili delle società. Il reportage, di concerto con altri saperi, con altre consapevolezze, è in grado di concorrere allora alla memoria resistente delle cose, di forgiare la “scatola nera” di questa modernità, mentre tanti abusi, delitti, torti alla dignità della vita, rischiano di rimanere ignoti, quindi “inesistenti”. La vicenda dell’ultimo secolo e il presente suggeriscono beninteso che l’informazione può essere anche altro. Può scendere come pietra tombale sui percorsi di conoscenza. Può scortare l’iter di una regressione. In tali casi, il giornalismo finisce per essere tuttavia altra cosa: l’oracolo di una ragione silenziosa, incapace di resistere al buio della storia.

* Paolo Arena e Marco Graziotti fanno parte della redazione di “Viterbo oltre il muro. Spazio di informazione nonviolenta”, un’esperienza nata dagli incontri di formazione nonviolenta che si svolgono settimanalmente a Viterbo.

(ricevuto via mail, nde)

Kabul, una vedova incinta frustata in piazza e uccisa I talebani: “Era adultera”

Kabul, una vedova incinta frustata in piazza e uccisa I talebani: “Era adultera”

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Una vedova 35enne punita dagli estremisti islamici che controllano la regione occidentale di Badghis. Colpevole di avere una “relazione illecita” e di essere rimasta incinta ha subito 200 frustate e poi uccisa. L’uomo ha ricevuto una forte multa

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Kabul – Voleva rifarsi una vita dopo la morte del marito. Bibi Sanubar, una vedova afgana di 35 anni, è stata messa a morte dai talebani nella provincia occidentale di Badghis per aver avuto “una relazione illecita” ed essere rimasta incinta. Lo hanno reso noto responsabili amministrativi locali. Il responsabile per la sicurezza della provincia, Abdul Jabar, ha indicato che la donna, prima di essere uccisa a colpi d’arma da fuoco, è stata punita in pubblico con 200 frustate.

Liberato l’uomo L’uomo, che in teoria aveva promesso di sposare la donna, è stato catturato dai talebani, ha precisato Jabar, ma poi “è stato rimesso in libertà dopo aver pagato una forte somma ai comandanti locali”. La drammatica vicenda è stata confermata anche da fonti talebane secondo cui la punizione è stata decisa durante una riunione di un consiglio di giustizia tribale. La donna aveva due figli emigrati in Iran per lavoro. Quando erano al potere tra 1996 e 2001, gli estremisti talebani lapidavano e frustavano quanti trovati a compiere atti sessuali fuori dal matrimonio.

fonte: http://www.ilgiornale.it/esteri/kabul_vedova_incinta__frustata_piazza_e_uccisa_i_talebani_era_adultera/cronaca-afghanistan-talebani-vedova-frustata-uccisa/09-08-2010/articolo-id=466226-page=0-comments=1

Non uso volutamente il tag “religione”: questa non lo è. L’Islam non è questo, questa è intolleranza, fanatismo, misoginia… la religione non c’entra nulla. elena

Il rap sulla violenza domestica scala le classifiche americane

Il rap sulla violenza domestica
scala le classifiche americane

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Eminem e Rihanna al centro delle polemiche negli Usa. Nel brano “Love the way you lie” la cantante dice di provare piacere malgrado le violenze del compagno, e lui la accusa di essere a sua volta violenta. Proprio Rihanna finì sui giornali di tutto il mondo un anno fa, con il volto tumefatto dalle botte del fidanzato

dal nostro inviato ANGELO AQUARO

Il rap sulla violenza domestica scala le classifiche americane Eminem

NEW YORK – Lui, Eminem, rappa come una furia: “Se quella prova un’altra volta a lasciarmi / La lego al letto e brucio la casa”. Lei, Rihanna, risponde con la sua cantilena accattivante: “Tu stai lì e mi guardi bruciare / Ma va bene così / Mi fa male ma mi dà piacere”. La casa, nel video, brucia per davvero, e dentro ci sono i due protagonisti: Megan Fox, la cui bellezza incendiaria non avrebbe bisogno di essere accesa, e Dominic Monaghan, l’eroe delle ragazzine di Lost. La canzone, manco a dirlo, è prima in America e sta conquistando le classifiche di tutto il mondo. Il titolo è Love the way you lie, amo il modo in cui m’inganni, e dalle radio alla tv il tormentone s’è trasformato in polemica sociale: se questo non è un elogio della violenza domestica, allora che cos’è?

GUARDA IL VIDEO 1

Non basta. Il gioco di sesso, bugie e violenza, tra realtà e finzione, è ingigantito proprio dalla presenza di Rihanna, la cantante del tormentone Umbrella che l’anno scorso finì sui giornali di tutto il mondo per quella foto che mostrava come aveva ridotto il suo faccino quella bestia del suo fidanzato Chris Brown. Il cantante allora chiese scusa e lei giurò che avrebbe fatto di tutto per fermare la piaga delle violenze domestiche. Il silenzio in questo caso è il nemico peggiore e Rihanna passò di talk show in talk show invitando le ragazzine e le donne a non lasciarsi intimidire.

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E ora? Marjorie Gilberg di “Break the Cycle”, un’associazione che combatte la violenza tra i giovani, dice all’Abc che la canzone ripropone i miti peggiori che giustificano questa piaga: lei che dice di provare piacere malgrado la violenza e lui che accusa lei di essere violenta come lui. Il video almeno in questo vorrebbe essere sessualmente corretto: la coppia si picchia di santa ragione e anche lei appioppa qualche sganassone a lui. Ma quando la ragazza stanca di botte vuole lasciarlo è lui a dare fuoco alla casa.

Eminem ha costruito fama e carriera sulla provocazione ma negli ultimi tempi faticava a trovare un hit. Nel suo entourage giurano che la canzone sia in realtà un’autocritica: vorrebbe ricordare il passato di botte e violenze che portò al divorzio dalla moglie Kim Mathers (già peraltro raccontato in Kim). Ma Rihanna? “Qualcuno doveva fare una canzone del genere ed Eminem l’ha fatto intelligentemente. E’ autentica e vera e contribuirà a spezzare il ciclo delle violenze domestiche”. Insomma altro che incitamento: la canzone avrebbe un valore educativo. “Eminem è un artista di classe e il testo è bello e profondo. Ho pensato subito che sarebbe stato un successo. E io voglio far parte di questo successo”. Beh, per una canzone che parla di violenza e di bugie, almeno uno sprazzo di verità.  

(09 agosto 2010)

fonte: http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/08/09/news/rap_violenza_famiglia-6164773/?rss

Vescovo austriaco: “Love parade ripugnante Dio ha punito una generazione perduta”

Vescovo austriaco: “Love parade ripugnante
Dio ha punito una generazione perduta”

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Valanga di proteste contro il portale cattolico Kath.net, che ospita la rubrica “Parlar chiaro” di Andreas Laun, vescovo ausiliario di Salisburgo. Che definisce “patologica” e collusa col peccato la manifestazione finita in tragedia a Duisburg. “Una ribellione contro il Creatore e l’ordine divino”

Vescovo austriaco: "Love parade ripugnante Dio ha punito una generazione perduta"

SALISBURGO – Partecipare alla “ripugnante” Love Parade è “peccato”. Morire alla Love Parade 1 è la “punizione divina”. Più chiaro di così, il pensiero del viennese Andreas Laun, vescovo ausiliario di Salisburgo, esperto di teologia morale e autore di saggi su Cattolicesimo e amore in relazione all’omosessualità e al rapporto di coppia, non potrebbe essere. D’altronde, non è un caso se la rubrica che cura sul portale cattolico Kath.net si intitoli Klartext, “parlare chiaro”. Così Laun mette nero su bianco la sua convinzione che i 21 morti della terribile ressa scatenatasi alla Love Parade di Duisburg lo scorso 24 luglio, costato la vita anche alla giovane italiana Giulia Minola 2, altro non sia se non il castigo di Dio contro la perdizione di una gioventù impossibile da redimere.

L’articolo del vescovo si intitola “Love Parade, peccato e punizione divina” e si apre con una premessa: “A nessuno è permesso giudicare i morti”. Del tutto ignorata nelle righe successive, dove Laun distribuisce verdetti che suonano come incisi sulla dura pietra, usando una terminologia a metà tra l’esorcismo e la medicina legale. “La Love Parade e la partecipazione ad essa – scrive Laun -, a prescindere dalla sua immagine ripugnante, costituiscono una sorta di ribellione contro la Creazione e contro l’ordine divino, sono un peccato e un invito al peccato”.

Terrificante il passaggio successivo, in cui il vescovo di Salisburgo invita a riflettere sul fatto che, a prescindere dall’aspetto “patologico” della manifestazione, “ci si rifiuta di ammettere che la Love Parade potrebbe anche avere a che fare con il peccato e, di conseguenza, anche con un Dio che giudica e punisce”. Secondo questa visione, dunque, a Duisburg sarebbe andato in scena un sabba infernale, interrotto da un Dio spazientito.

Morire schiacciati dalla folla (LE FOTO 3) per volere del Signore? Come può un cattolico accettare l’idea di un Dio così vendicativo? Per tutta risposta, il candido Andreas Laun definisce “naturale” che Dio punisca e che “non è cattolico” pensare il contrario. Il vescovo ausiliario di Salisburgo precisa che Dio non punisce per vendetta, ma “per amore”, poiché la sua intenzione è di “recuperare le persone”. Dopo aver precisato che “la condanna morale dei morti è sbagliata”, Laun scrive che “sarebbe ormai ora di chiedersi perché oggi tanta gente al concetto di punizione reagisce come se fosse morsa dalla tarantola”.

Anziché risultare persuasi dalle parole del vescovo, i lettori di Kath.net hanno scaricato sul portale cattolico una valanga di proteste, costringendo Laun a correggere parzialmente il tiro. Un “chiarimento del chiarimento” in cui il religioso ripete che “nessuno ha il diritto di giudicare gli altri, poiché ciò spetta solo a Dio!”, ma poi se la prende con gli “atei”, ai quali chiede il perché della loro indignazione, visto che “per voi non esiste il Dio della Bibbia e della Chiesa”. Laun se la prende anche con i “critici” della religione in generale, poiché a suo avviso non esiste “nessuna religione che non creda a un Dio che sia anche giudice dell’umanità”.

Quasi una minaccia, quella che Laun lancia alla fine, tirando in ballo l’idea di Dio dei musulmani. “Usate la prudenza – ammonisce Laun – poiché il vostro scherno potrebbe colpire anche i musulmani, convinti che Dio punisce e che ai vostri attacchi potrebbero reagire in modo diverso dal mio”.

(09 agosto 2010)

fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2010/08/09/news/love_parade_punizione_divina-6172057/?rss

Freda su Ventura: «Eroe della lotta alla democrazia»

Freda su Ventura: «Eroe della lotta alla democrazia»

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di Toni Jop

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Ecco un fantasma che riemerge dalle paludi della storia e dai nostri incubi più angosciosi, dall’era delle stragi, dai tempi bui della Prima Repubblica: si chiama Franco Freda e il suo nome lo ricordiamo in tanti associato a quello di Giovanni Ventura, morto pochi giorni fa a Buenos Aires. Freda, uno dei marchi di fabbrica della Strategia della tensione – bombe e sangue intessuti dall’estrema destra con la complicità di importanti pezzi dello Stato per destabilizzare il paese – è stato intervistato da un collega del Gazzettino a Castelfranco Veneto; salito dalla Puglia, dove fa l’editore, per partecipare al rito funebre dedicato al “vecchio” camerata.

In chiesa, seduto in quinta fila, accanto alla sua collaboratrice Anna Valerio, silenzioso. Velenoso. E non si smentisce, non rinnega, nonostante le condanne e il carcere, mostra coerenza feroce, nient’altro che questo. Ma per Ventura, in suo onore, rompe una lastra di ghiaccio e quasi se ne scusa, dice che da decenni non entrava in una chiesa: «pagano, profondamente anticlericale, non condivido nulla di quel che ha detto il celebrante». E fin qui sono affari suoi. Gli affari nostri stanno in quel che aggiunge. A cominciare da ciò che dice in memoria del defunto: «E’ stato un grande miliziano che ha combattuto dietro le linee nemiche una battaglia contro il male estremo della democrazia. Giovanni ha inferto gravi perdite al nemico con le nostre milizie». Parla di “linee nemiche” e della democrazia come “male estremo”, milioni di italiani erano le linee nemiche, alcuni di loro, coraggiosi difensori della libertà, sono stati fatti a pezzi da quelle milizie; quasi tutti gli altri sono stati sbattuti da questa ferocia in un clima livido di ricatti, intimidazioni e ancora sangue. Non condivide il ricorso al termine “camerata”: “La parola «camerata» non mi appartiene, ma se usata in senso bellico, allora mi va bene: eravamo camerati in quel senso ma è meglio dire miliziani”: era una guerra, vorrebbe lasciare intendere. Assolti nell’ottantasette al processo per la strage di Piazza Fontana, sono stati condannati a quindici anni per altri 21 attentati e lo stesso Freda si portò a casa anche una condanna per “istigazione all’odio razziale”. L’antisemitismo non gli difetta.

L’intervistatore gli ricorda che la Cassazione ha loro attribuito la responsabilità di aver organizzato e diretto a Padova “Ordine nuovo” e così commenta: “Lei parla di magistrati, per me sono ’minus-strati’. Non c’è modo per esprimere il mio disprezzo per chi ha redatto quella sentenza «morale e storica» per noi che eravamo stati assolti in via definitiva già nel 1987. Nessuno può essere condannato dopo una sentenza definitiva”. Così, eccolo lamentarsi per come ha funzionato, secondo lui, la giustizia italiana nei suoi confronti, e cioè uno dei pilastri di quella democrazia che ha combattuto e, evidentemente, ancora combatte come male assoluto. Ma se lo è, che senso ha prendersela con le sue dinamiche? “L’autorevolezza del sistema giudiziario è sotto gli occhi di tutti, non serve esprimere lo sdegno. Avessero potuto mi avrebbero attribuito anche l’uso di armi nucleari…”: par di sentir parlare qualcun altro, più celebre di Freda in questo paese.

Ed è a questo punto che il miliziano lancia un avvertimento mentre indica una “successione” in questo suo sordo attacco alla democrazia; sta riflettendo sulla verità ancora nascosta a proposito delle stragi di Stato: “Chi formula tali teoremi parla di verità, ma in realtà non la cerca, vuole solo coltivare il proprio interesse. Io fin dall’adolescenza mi sono riconosciuto in un’idea del mondo radicalmente ostile alla democrazia, ovvero all’egualitarismo, ossia al cristianesimo, dunque alla modernità e alla decadenza: ora spero di avere due eredi che porteranno avanti la mia battaglia che è stata anche quella di Ventura…altri continueranno la nostra battaglia”. Ma non fa nomi.

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fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=102215

Gli inglesi non pagano il viaggio al Papa? “Presuntuosi e massoni”

Gli inglesi non pagano il viaggio al Papa? “Presuntuosi e massoni”

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Lo afferma il blog di informazione cattolica Pontifex: il contributo richiesto ai fedeli per entrare alla messa inglese di Benedetto XVI è dovuto al fatto che il governo inglese non ha investito sull’organizzazione del viaggio. Perchè ce l’hanno col Pontefice.

Aveva fatto rumore nei giorni scorsi la notizia: durante il  viaggio pastorale del Papa in Inghilterra, ormai alle porte – in settembre – per assistere alla messa bisognerà pagare. E non una cifra simbolica, ma ben 10 sterline a fedele, che, va detto, comprenderanno il pratico Pilgrim Pack, completo di Pilgrim Pass, necessario per assistere agli eventi. Padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, aveva però già chiarito: “si tratta di un contributo per gli organizzatori”, deciso autonomamente dalla Conferenza dei Vescovi inglese. Ma era prevedibile che una tale vicenda avrebbe potuto essere interpretata come un segnale di scarsa accoglienza: perchè non era possibile reperire questi fondi altrimenti? E d’altronde, è abbastanza indicativo il fatto che il Papa non sarà ricevuto dalla Regina sul suolo inglese, ma in Scozia, terra di più grande tradizione cattolica.

PROTESTANTI E MASSONI – Il malumore sale, ed oggi qualcuno, finalmente, esterna: gli inglesi non metteranno una lira (sterlina, si intende) per il viaggio del Papa, costringendo così la Conferenza Episcopale inglese a chiedere il contributo ai fedeli, perchè sono dei “presuntuosi”, pieni di una “classica insofferenza verso il Papa” e infiltrati da “massoni”; il loro comportamento è “prevedibile”, visto che in Inghilterra la Regina è il capo della chiesa e quindi vivono in una “teocrazia anomala”; la trasferta del Papa costa, ma il governo non ci ha messo “nemmeno un penny” per garantire la sicurezza del Pontefice, e così non ci sarà alternativa a chiedere aiuto ai fedeli perchè in Inghilterra “non c’è l’otto per mille”. Sono le parole, arrabbiate, del Vescovo di Benevento, Agostino Sprovieri, che le dichiara a Pontifex, il magazine online di “libera informazione cattolica”, che così da voce all’insofferenza diffusa per la poco calorosa accoglienza che Benedetto XVI sta sperimentando nell’organizzazione del viaggio pastorale in Inghilterra.

fonte: http://www.giornalettismo.com/archives/75176/