Archivio | agosto 10, 2010

Zucchero bianco, la ‘benzina’ dei tumori

Zucchero bianco, la ‘benzina’ dei tumori

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Mentre il nostro corredo genetico si è sviluppato in un contesto nutrizionale in cui si consumava (nel Paleolitico) procapite solo 2 kg all’anno sottoforma di miele, siamo passati a 5 kg di zucchero nel 1830 per giungere a 70 kg alla fine del secolo scorso!

Lo zucchero bianco è una sostanza innaturale tra le più tossiche in commercio. Basta sapere che viene prodotto con latte di calce (che provoca la distruzione di tutte le sostanze organiche utili: proteine, enzimi, sali, ecc.), poi trattato con acido solforoso per eliminare il colore scuro, poi subisce altri processi, dove viene filtrato, decolorato, centrifugato, per venire alla fine colorato con blu oltremare e blu idantrene (proveniente dal catrame, quindi cancerogeno).

La polvere bianca che si ottiene è sterile, completamente morta e dentro il nostro corpo per essere assimilata e digerita, sottrae vitamine e minerali (calcio da ossa e denti: osteoporosi e carie) per ricostruire almeno in parte quell’armonia di elementi distrutti dalla raffinazione. Questo processo acidifica il terreno biologico.
Una recente ricerca condotta da Bart Hoebel del Princeton Neuroscience Institute, ha scoperto che lo zucchero crea una vera e propria dipendenza e sintomi di astinenza simili a quelli provocati  da altre droghe.
Nel cervello, quando si assume zucchero, avvengono dei cambiamenti neurochimici che fanno aumentare la dopamina, e questa è la ragione per cui quando si viene privati improvvisamente della dose zuccherina giornaliera, si genera una vera e propria crisi di astinenza.
Prima crea una stimolazione e poi c’è la fase depressiva che crea stati di irritabilità.

Questo è causato dal rapidissimo assorbimento dello zucchero nel sangue che fa salire la glicemia, e costringe il pancreas a secernere insulina. Tale ormone fa scendere bruscamente la glicemia (malessere, sudorazione, irritabilità, debolezza) con bisogno di mangiare ancora zuccheri per sentirsi meglio.
Ma non finisce qua.

Il biologo tedesco Otto Heinrich Warburg è stato insignito il Premio Nobel per la medicina per aver scoperto che il metabolismo dei tumori maligni dipende in gran parte dal loro consumo di glucosio (forma che assume lo zucchero una volta digerito, metabolizzato).
Ingerendo infatti zucchero o farine raffinate (pasta, pane, biscotti, grissini, ecc.), si alza il tasso di glucosio (aumenta la glicemia) nel sangue e l’organismo libera oltre all’insulina, come abbiamo visto, l’I.G.F. una molecola con proprietà che stimolano la crescita cellulare.
In parole povere lo zucchero è la benzina dei tumori.

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parte dall’articolo Siamo tutti drogati e nessuno lo dice, del 02 agosto 2010 su www.disinformazione.it

L’astrofisico Hawking: “Emigrare nello spazio per sopravvivere”

“Emigrare nello spazio per sopravvivere”

L’astrofisico Hawking: “Crescono popolazione e consumo di risorse: possiamo salvarci dalla catastrofe solo esplorando nuovi mondi”

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dall’inviato di Repubblica CRISTINA NADOTTI

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"Emigrare nello spazio  per sopravvivere"   Stephen Hawking

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LONDRA – Mentre i fondi per le esplorazioni spaziali si riducono, l’astrofisico britannico Stephen Hawking sprona l’umanità a colonizzare lo spazio per evitare un’estinzione data per certa nel prossimo secolo. Complice anche il lancio del suo nuovo libro, atteso per ottobre, l’autore del rinomato “Dal Big Bang ai buchi neri” in un’intervista rilasciata al sito britannico “Big Think” ha lanciato l’allarme su quello che considera il periodo più difficile per la sopravvivenza dell’umanità. Hawking non è ottimista: gli esseri umani sono sempre più abili a sfruttare l’ambiente circostante, ma ancora troppo egoisti per pensare al bene comune del Pianeta, quindi non resta che esportare i nostri vizi e le nostre virtù altrove.

“La popolazione e l’uso delle risorse stanno crescendo sulla Terra in modo esponenziale – è l’ammonimento di Hawking – così come cresce in continuazione la nostra capacità di incidere sull’ambiente, sia in termini positivi che negativi. Il problema è che il nostro codice genetico mantiene ancora immutati gli istinti egoisti e aggressivi che erano indispensabili per la sopravvivenza in passato. In queste condizioni non vedo come si potrebbe evitare il disastro nei prossimi cento anni”.

“L’unica possibilità di sopravvivenza a lungo termine per la nostra specie è di non restare a guardare quel che stiamo facendo alla Terra, ma di distribuirci nello Spazio, solo lì possiamo avere un futuro”, è la conclusione di Hawkings, che cita poi una serie di momenti cruciali nella Storia in cui siamo stati sull’orlo dell’abisso. Il suo avvertimento dai pericoli che ci verrebbero nel comunicare con gli alieni risale allo scorso aprile, quando l’astrofisico disse che gli extraterrestri ci sono di sicuro, ma possono non essere ben disposti nei nostri confronti. A 63 anni Hawking, costretto all’immobilità dalla distrofia neuromuscolare, sembra sempre più pessimista e pronto a prefigurare per la razza umana tutte le calamità dei più catastrofici film di fantascienza.

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10 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/scienze/2010/08/10/news/nello_spazio_per_sopravvivere-6207612/?rss

Il Brasile offre asilo politico a iraniana condannata a morte per lapidazione

Il Brasile offre asilo politico a iraniana condannata a morte per lapidazione

Sakineh Mohammadi Ashtiani

Già il 31 luglio scorso il presidente Lula aveva chiesto ad Ahmedinejad di poter salvare Sakineh Mohammadi Ashtiani, madre di due figli, condannata alla pena capitale per adulterio

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San Paolo (Brasile), 10 agosto 2010 – Il governo brasiliano ha ufficialmente offerto asilo a Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata a morte per lapidazione dalle autorità di Teheran: la proposta è stata presentata ieri dall’ambasciatore brasiliano presso la Repubblica islamica, Luis Espinola Salgado.

Il 31 luglio scorso il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva aveva lanciato un appello all’omologo Mahmoud Ahmedinejad perché autorizzasse la concessione dell’asilo politico. Teheran ha già fatto sapere di non voler procedere con la lapidazione ma la donna, madre di due figli, potrebbe essere comunque impiccata dopo essere stata condannata per adulterio e altri reati.

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Lapidazione di una donna in Iran

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fonte:  http://qn.quotidiano.net/esteri/2010/08/10/368681-brasile_offre_asilo_politico.shtml

Amianto in 2.400 scuole italiane, ma sono spariti i soldi per ripulirle / Quei sospetti sui tremila tumori “non catalogati”

Amianto in 2.400 scuole italiane,
ma sono spariti i soldi per ripulirle

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Cinque edifici su 100 contaminati: i 358 milioni stanziati non ci sono più

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di Nino Cirillo
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ROMA (9 agosto) – L’amianto nelle scuole dei nostri ragazzi è uno scandalo lungo almeno 18 anni, una di quelle vergogne che rispuntano a intervalli lunghissimi, che una legge avrebbe dovuto cancellare – la legge n. 257, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del 13 aprile 1992 – e invece neanche la legge ce l’ha fatta.

Se la norma fosse stata applicata e rispettata – se cioè, oltre che dichiarare fuori legge l’amianto, si fosse proceduto a una seria operazione di bonifica – non saremmo oggi qui a osservare il baratro nel quale siamo finiti: 2.400 scuole italiane sono ancora a rischio, c’è amianto nelle loro strutture. Sui tetti, nelle palestre, nei muri è stata accertata la presenza di quel materiale molto comune e molto usato negli anni del Boom «per la sua resistenza al calore e la sua struttura fibrosa», che provoca con le sue polveri -ormai è fin troppo accertato- tumori della pleura e carcinoma polmonare.

Duemilaquattrocento scuole su 41.902 edifici scolastici sparsi per la nostra Penisola. Vuol dire che cinque scuole su cento -e anche qualcosa di più- aprono i battenti ogni mattina, facendo correre agli alunni, agli insegnanti, a tutto il personale questo terribile rischio. Il dato è tremendamente serio, contenuto in dossier riservato del Ministero della pubblica istruzione che fa il punto sullo stato -disastroso- dell’edilizia scolastica italiana.

Un dossier che fotografa bene il dramma dell’amianto soprattutto quando fornisce i dati sugli anni di costruzione degli edifici scolastici. Il 44 per cento delle scuole oggi aperte e funzionanti in Italia, infatti, sono state costruite fra il 1961 e il 1980, una su due o poco meno. Negli anni cui l’amianto andava che era un piacere, formidabile garanzia di isolamento termico e acustico, quasi un piccolo mito di “modernità”. E pensare che già allora eravamo molto indietro. La prima nazione al mondo -dicono i libri- a riconoscere la natura cancerogena dell’amianto e a prevedere un risarcimento per i lavoratori danneggiati fu addirittura la Germania nazista nel 1943.

«Ma in quegli anni, per l’incremento demografico galoppante -ricorda Lello Macro, delle segreteria nazionale della Uil scuola, fonte inesauribile di dati sull’edilizia scolastica italiana- bisognava costruire tante nuove scuole e soprattutto costruirle in fretta. Così, senza troppi scrupoli, si fece massiccio ricorso all’amianto». E dopo? «Fortuna ha voluto che comuni e province -ricorda ancora Macro- decidessero di fare da soli, nonostante l’assenza di divieti e di controlli, e di realizzare nuove scuole secondo i nuovi dettami, e cioè senza amianto». Ma sono soltanto il 23 per cento del totale quelle costruite dal 1980 in poi.

Eppure c’è stato un giorno della primavera scorsa -il 29 aprile per l’esattezza- in cui la soluzione del problema è sembrata davvero a un passo. Quel giorno il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini volle esprimere pubblicamente la sua «massima soddisfazione per l’intesa politica raggiunta dopo l’incontro al ministero degli Affari regionali con il ministro Fitto e il sottosegretario alle Infrastrutture Mantovani per lo sblocco di 350 milioni di euro a favore del piano straordinario per la messa in sicurezza degli edifici scolastici».

«Messa in sicurezza», quindi, anche dall’amianto, con la completa rimozione delle strutture pericolose in tutte le 2.400 scuole segnalate. Sembrava fatta, poco poteva interessare -in quel momento- che i 350 milioni fossero lo stralcio di uno stralcio, che i fondi per l’edilizia scolastica italiana continuavano ad arrivare così, in maniera sporadica e disorganica. C’erano i soldi per l’amianto e questo bastava.
Tre mesi dopo, la doccia fredda. I 350 milioni di euro -358 per la precisione- sono svaporati dalla manovra finanziaria appena approvata. Potrebbero anche essere reinseriti nella manovra “invernale” per il 2011-2013, ma per adesso non ci sono. Come è svanita la speranza -e chissà mai se tornerà- di togliere l’amianto dalle nostre scuole.

Scuole che stanno per riaprire come se nulla fosse accaduto, scuole nelle quali già dal dicembre scorso è scaduta l’ultima proroga che forniva a enti locali e capi d’istituto una sorta di “copertura legislativa” a proteggerli dalla mancata messa in regola delle strutture. «Oggi dovrebbero solo segnalare le magagne e chiudere tutto» sintetizza Osvaldo Roman, anche lui grande esperto di edilizia scolastica, per dieci anni membro del Consiglio superiore della Pubblica istruzione.

Secondo i dati degli ultimi rapporti ufficiali il rischio amianto ha una diffusione per aree della Penisola esattamente inversa a quella delle carenze di edilizia scolastica in generale. E’ al Nord infatti che si tocca il picco più alto, il 10 per cento degli edifici. Al centro meno dell’uno per cento, al Sud pure, mentre nelle Isole la percentuale di scuole a rischio amianto supera di poco il 3 per cento.

Ma a rileggere le cronache di questo anno scolastico appena trascorso l’allarme è generale. A Roma è scoppiato il caso della “Bitossi”, una scuola media della Balduina: i genitori hanno denunciato presenza di amianto nella pavimentazione. E sempre a Roma l’amianto è stato segnalato all’Istituto “Villa Flaminia” -dove poi è partita una bonifica- alla media “Anna Magnani”,al liceo del Cinema “Rossellini” e perfino al “Tasso”.

Poi Milano, dove anche grazie a rilevazioni aree è stata accertata la presenza di amianto in 34 scuole e avviata la bonifica. Ma altri 15 istituti sarebbero a rischio. E a Palermo, in almeno due scuole -la media “Domenico Scinà“ e il professionale “Luigi Einaudi”- ci sono stati giorni di scioperi e assemblee, senza che la bonifica sia stata ancora avviata.

Infine Torino, forse la situazione più difficile, dove la Procura sta indagando sulla morte di 27 docenti, nel sospetto che sia legata alla presenza di amianto nelle aule. Tutto è partito da Domenico Mele, maestro in pensione delle elementari “Don Milani”, colpito da un tumore «riconducibile al prolungato contatto con l’amianto». Prima di morire, due anni fa, a 76 anni, volle farsi ascoltare dai magistrati. E a loro rivelò che i lavori di bonifica in quella scuola erano stati fatti, sì, «ma quando la scuola era in piena attività con insegnati e scolari presenti». Ecco, in Italia l’amianto si combatte ancora così.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=114086

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L’amianto a scuola e quei sospetti
sui tremila tumori “non catalogati”

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di Nino Cirillo
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ROMA (10 agosto) – C’è un dato che fa rabbrividire ancor più di quello dei 2.400 edifici scolastici italiani con accertata «presenza di amianto». Un dato offerto dal Renam, il Registro Nazionale dei Mesoteliomi, cioè dei tumori della pleura causati proprio dall’amianto. Il Renam dice che tra il 1993 e il 2004 sono stati registrati in Italia oltre novemila casi di questi tumori «con un’esposizione che in circa il 70 per cento dei casi è stata professionale».

«Professionale» vuol dire che si tratta di operai, gente che ha trascorso la propria vita nei tanti stabilimenti industriali realizzati con l’amianto, «70 per cento» vuol dire che ci sono altri tremila casi non catalogati. E che fra questi tremila tumori potrebbero esserci tanti, tantissimi bambini italiani. Una tragedia senza fine, che non ha diritto neppure a cifre certe, anche perché il mesotelioma può avere una “latenza” di trenta-quaranta anni, può manifestarsi, cioè, in un ex alunno ormai adulto, ormai andato a vivere chissà dove e che quindi sfugge a ogni pur volenterosa opera di monitoraggio.

Una strage silenziosa, insomma, che silenziosa sarebbe rimasta se non fosse venuto fuori un dossier riservato del ministero della Pubblica istruzione a confermare tutti gli allarmi di queti ultimi anni, ma anche a condannarci all’ennesima beffa: i 358 milioni di euro sbloccati dal Cipe in maggio, che sarebbero dovuti servire anche a rimuovere l’amianto in quelle 2.400 scuole, non ci sono più, svaniti fra le pieghe dell’ultima manovra finanziaria.

E’ una storia da raccontare anche questa perché i 358 milioni ci sono e non ci sono, nel senso che stanno lì ma non possono essere spesi, e chissà quando mai potranno essere spesi. Perché i Comuni che avrebbero dovuto riceverli avevano chiesto, per poterli utilizzare, una speciale deroga al Patto di stabilità al quale debbono strettamente attenersi, e la deroga non è stata loro concessa. Niente deroga, niente soldi, tenetevi l’amianto.

Che poi se questi 358 milioni fossero stati davvero concessi -in attesa di una seconda tranche di 420, ma ovviamente oggi non se ne parla più- chissà quante polemiche avrebbero scatenato. Arrivando quei soldi dai Fas, dai Fondi per le aree sottosviluppate, i deputati del Sud avrebbero voluto che il 90 per cento della quota andasse alle loro regioni e il resto al Centro e al Nord.

Invece i ministri Gelmini e Matteoli, sperando di poterli utilizzare davvero, studiarono una ripartizione che premiava soprattutto il Nord, con la Lombardia in testa che da sola avrebbe ricevuto 49,7 milioni. E penalizzarono non solo il Sud ma anche Roma, non prevedendo neppure un intervento nelle oltre duecento scuole secondarie superiori dipendenti dalla Provincia. E limitandosi a concedere solo 17 interventi nelle scuole di competenza comunale in altrettanti municipi della Provincia di Roma che ne conta in tutto 126.

C’è un altro aspetto, in questa tragedia dell’amianto nelle scuole, da non sottovalutare. La presenza del minerale killer, da sola, non costituisce una priorità assoluta di intervento, non c’è nessuna norma, nessuna circolare ministeriale che lo stabilisca. Spesso si preferisce dare la precedenza al “consodalimento” di certi edifici -che certo, ce n’è un gran bisogno- in attesa che l’amianto si riveli da solo, che si apra una crepa, che si spacchi un intonaco, che si rovini un tetto.

E tutti pregano perché l’amianto, a cominciare da quello delle scuole, resti nascosto il più a lungo possibile: non ci sarebbero in Italia, dicono i tecnici, luoghi di smaltimento sufficienti e sufficientemente attrezzati per eliminarlo davvero tutto. Siamo nel pieno marasma, questa è la verità.

E se proprio dovessimo dirla tutta, dovremmo aggiungere che la spaventosa cifra delle 2.400 scuole “infette” potrebbe rivelarsi addirittura una stima per difetto. Perché è un dato fornito ancora in assenza di un’Anagrafe dell’edilizia scolastica Italiana, un’anagrafe che il Paese aspetta da 14 anni e più, da quando venne formalmente istituita con la legge dell’11 gennaio 1996, dall’allora sottosegretario Masini, e che non è stata mai realizzata.

E’ uno scandalo nello scandalo, ci sono dentro non uno ma diversi governi, c’è dentro tutto il malessere della scuola italiana. E c’è dentro anche un mare di soldi perché, come ha rivelato una recente indagine della Corte dei conti, in questi 14 anni, alla fine, sono state create non una ma ben tre anagrafi dell’edilizia scolastica, senza che nessuna vedesse la luce.

La prima fu una banca dati creata all’indomani della legge e gestita dal ministero, per la quale vennero spesi più di venti miliardi delle lire di allora. Poi, nel 2003, subentrò una societa privata, ma solo per due anni: nel 2005 l’anagrafe tornò nelle mani della Pubblica istruzione. La raccolta dei dati dovrebbe essere stata completata davvero nel marzo scorso, ma da allora non se ne sa più nulla.

Ecco, il timore è questo. Che questi dati, se verranno mai elaborati, possano rivelarci che l’amianto è molto di più, che le scuole contaminate sono più di 2.400, che tante, troppe campanelle ogni giorno vogliano annunciare solo un messaggio: il tempo è scaduto.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=114219&sez=HOME_SCUOLA

:-) – Il flop dei body scanner: troppo lenti e vanno in tilt, via da Roma e Milano

Fuori dai ‘maroni’

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Il flop dei body scanner: troppo lenti e vanno in tilt, via da Roma e Milano

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di Giulio Mancini
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ROMA (10 agosto) – Doveva essere il fiore all’occhiello nella lotta tecnologica al terrorismo aereo ma ha fatto flop. I body scanner installati negli scali di Fiumicino, di Malpensa e di Venezia sono stati smontati e restituiti alle aziende che li avevano messi a disposizione per la sperimentazione.

Non è stato un gran contributo al contrasto del terrorismo quello fornito dai scansionatori elettronici posizionati a marzo dall’ente nazionale per l’aviazione Enac e dal Ministero dell’Interno a difesa delle tratte aeree a maggior rischio. L’apparecchio che dovrebbe permettere di ”spogliare” le persone prima che salgano sull’aereo, e di scoprire se portano armi, bombe o altre cose pericolose, avrebbe fallito la sua missione di sicurezza. A Fiumicino e Malpensa il periodo della sperimentazione, iniziato rispettivamente il 4 marzo ed il 15 marzo, è finito senza ”prove d’appello” ed i tecnici non avrebbero tratto un giudizio lusinghiero dall’esperienza. Al ”Marco Polo” di Venezia, dov’è entrato in funzione il 27 marzo, addirittura il body scanner è stato fermato prima del tempo. L’unico impianto ancora operativo è quello di Palermo: attivato il 1 agosto, sarà adoperato per nove settimane, quindi sino alla fine di settembre.

Gli addetti ai lavori tengono la bocca cucita riguardo alle ragioni di insoddisfazione sul funzionamento dei body scanner. «Alla luce dei risultati raggiunti al termine del programma di sperimentazione si limita a chiarire in una nota il presidente dell’Enac, Vito Riggio il Comitato Interministeriale per la Sicurezza del Trasporto Aereo e degli Aeroporti Cisa, di cui l’Enac ha la presidenza, deciderà quale tipo di apparecchiatura body scanner sarà più opportuno installare definitivamente negli aeroporti nazionali, scegliendo tra quelle sottoposte a sperimentazione nel corso di questo periodo nei quattro aeroporti».

Il flop è confermato, però da più fonti. Per la direzione Enac di Venezia, «il risultato non è quello sperato». In poche parole, l’immagine del passeggero esaminato e proiettata sul monitor, era indistinta, nebbiosa, non metteva in evidenza la presenza di eventuali oggetti. Così, i responsabili dello scalo hanno chiesto all’azienda costruttrice del body scanner di cambiare il software prima di procedere ad una nuova installazione.

In effetti, inizialmente si era stabilito di provare per ogni scalo almeno due diversi modelli di macchine. «Quello della prima sperimentazione sottolinea il direttore Enac di Fiumicino, Vitaliano Turrà – è stato smontato al termine del periodo previsto. Quello nuovo doveva essere già qui ma non è ancora arrivato. Sui risultati non mi esprimo: i report sono stati inoltrati alla direzione generale». Gli addetti ai lavori, però, storcono il naso. «Per ciascun controllo sostengono non bastano dieci secondi. Se, poi, il passeggero ha una corporatura massiccia o si muove durante la scansione, il body scanner va in tilt e dà l’allarme».

E i costi? «La sperimentazione non è stata onerosa chiariscono dall’Enac Le aziende hanno fornito gratuitamente i macchinari e si sono affrontati solo i costi del montaggio. In quanto al secondo modello da provare nella seconda fase sperimentale, si è deciso di limitare la prova ad un solo apparato per ciascun aeroporto». Insomma, una prova a metà per una prospettiva di spesa, in caso di valutazione positiva, di due milioni di euro.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=114193&sez=HOME_INITALIA

INDIA – Alluvioni, c’è una vittima italiana. Milioni gli sfollati. Come aiutare

INDIA

Alluvioni, c’è una vittima italiana
La regione del Ladakh è in ginocchio

Il nostro connazionale, Riccardo Pitton, era in viaggio con una comitiva di amici. Almeno otto italiani bloccati dal fango in Kashmir. Le vittime sono 177, 23 i cittadini stranieri. In Pakistan 1600 morti e oltre 14 milioni di sfollati

 Alluvioni, c'è una vittima italiana La regione del Ladakh è in ginocchio  Un’immagine del disastro nel villaggio di Leh

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ROMA – Un italiano morto e almeno otto intrappolati dal fango nella regione del Ladakh, nel Kashmir indiano. Una delle mete più ambite per gli appassionati di trekking, devastata in questi giorni da alluvioni e smottamenti. Il nostro connazionale è Riccardo Pitton, uno studente di medicina, in viaggio in India con una comitiva di amici, in una zona lontana da Leh. Sarebbe stato portato via da un torrente d’acqua o da un fiume di fango. Il corpo non è stato ancora trovato. Le autorità sono comunque già in contatto con i familiari. Le ricerche, con l’impiego di elicotteri, si concentrano nella località di Skiu, alla confluenza di due fiumi provenienti dalla Markha Valley e da Shingo. In totale sono 177 le vittime delle alluvioni, tra queste 23 turisti stranieri. Oltre 400 i dispersi.

Il racconto degli amici.
“Era con noi in un trekking nel Ladakh, poi quel terribile giorno dal cielo è caduta pioggia e grandine, ed improvvisamente si è formato un fiume di fango. Abbiamo cominciato a correre e non l’abbiamo visto più”. Così due studenti piemontesi hanno raccontato la drammatica vicenda che li ha coinvolti il 5 agosto scorso ed in cui avrebbe perso la vita Riccardo Pitton.

I tre universitari erano amici fin dall’epoca del liceo e da lungo tempo sognavano una vacanza nell’Himalaya indiano. Avevano deciso di fare un trekking di tre giorni nella valle della Markha. L’avventura si è trasformata però in una tragedia. “E’ successo nel pomeriggio del secondo giorno, verso le 16.30”, dice uno dei due, “quando avevamo davanti ancora un’ora e mezza di cammino, il cielo è diventato all’improvviso nero. Una quantità enorme di acqua ci è caduta addosso. Dopo, la pioggia si è tramutata in grandine”. “Ci siamo messi a correre”, ha detto, “e abbiamo perso di vista il nostro amico. Poi, all’improvviso, su di noi si è riversato un mare di fango. Io mi sono aggrappato ad un albero e sono stato salvato da una guida. Il mio compagno è stato tirato fuori dal fango da altri turisti”. Ma lui”, ha concluso, “non l’abbiamo visto proprio più”

Gli otto dispersi. Almeno altri 8 connazionali, stando a quanto fa sapere la Farnesina, sarebbero intrappolati dal fango del Kashmir tra le valli himalayane. Secondo i dati forniti dagli uffici governativi del Kashmir, 4 uomini e 3 donne di nazionalità italiana, tra i 26 e i 43 anni, sono bloccati a Pang, a circa 4.400 metri di altezza; un’italiana si trova invece a Biamah. In totale sono circa 200 i turisti italiani nella zona già contattati dall’unità di crisi della Farnesina e dall’ambasciata. “Due giorni fa erano 300. Stiamo procedendo a pieno ritmo”, ha fatto sapere il capo dell’unità di crisi Fabrizio Romano.

Alcuni non rintracciati. All’appello mancherebbero ancora alcuni connazionali. “Non siamo ancora riusciti a rintracciare alcune persone, il cui nominativo ci è stato fornito dalle agenzie di viaggio, dai familiari o dagli stessi interessati che si sono iscritti al sito della Farnesina ‘Dove siamo nel mondo’. Si tratta di coloro che si trovano in località particolarmente remote”. Parla di una situazione “in evoluzione” Gabriele Annis, Capo della Cancelleria Consolare dell’Ambasciata Italiana a New Delhi. “La situazione dei nostri connazionali è in evoluzione: alcuni stanno già raggiungendo New Delhi, da dove poi ripartiranno per l’Italia, altri si trovano ancora a Leh, assistiti da un funzionario dell’Ambasciata, in attesa di partire, altri ancora sono isolati in località ancora irraggiungibili, ma a breve, con la riapertura delle strade interrotte, contiamo di soccorrerli”.

VIDEO Militari e volontari al lavoro nel fango 1LE FOTO 2

177 vittime e 400 dispersi. Con il nostro connazionale salgono a 5 gli europei morti nell’alluvione: oltre al ragazzo italiano, anche tre francesi e uno spagnolo.In totale sarebbero 177 le vittime delle alluvioni, tra queste 23 turisti stranieri. E’ la stima fatta dell’agenzia di stampa indiana Pti. Circa 400 i dispersi. Le inondazioni hanno distrutto ponti e strade e danneggiato le linee elettriche. Altre centinaia di persone potrebbero essere morte sotto smottamenti e detriti. A Leh soldati e squadre di soccorso setacciano le case rase al suolo. L’esercito ha portato in salvo 151 stranieri dalla località di Lamayuru, una delle destinazioni turistiche più note della zona.

In Pakistan 1600 morti. Circa 1600 morti, oltre 14 milioni di sfollati, 700.000 case distrutte: è questo, per ora, il drammatico bilancio delle inondazioni in Pakistan, tracciato dall’ambasciata pachistana a Roma. Il Paese è in ginocchio per le peggiori inondazioni della sua storia, un evento che, secondo l’Onu, è il peggior disastro degli ultimi anni, più grave ancora dello tsunami del 2004, del terremoto che colpì il Paese nel 2005 e di quello di quest’anno ad Haiti. Le piogge, che imperversano da quasi due settimane, hanno provocato un’ondata di distruzione che si è estesa per oltre mille chilometri.

Le donazioni. L’Ambasciata del Pakistan ha attivato il fondo “Prime Minister’s Flood Relief Fund 2010”. “Donazioni di denaro – si legge in una nota dell’ambasciata – possono essere depositate sul seguente conto: Nome Conto: Prime Minister’s Flood Relief Fund Iban: IT98H0569603215EDCEU0551290 Swift/Bic Code: PO5OIT22 Banca Popolare Di Sondrio Agenzia n.15 Via della Farnesina 154, 00194, Roma.

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10 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/08/10/news/india_c_una_vittima_italiana-6195219/?rss

AGRICOLTURA – Ogm, la Lega attacca Galan “Prenda una posizione chiara”

AGRICOLTURA

Ogm, la Lega attacca Galan
“Prenda una posizione chiara”

I senatori del Carroccio in commissione Agricoltura criticano il ministro che aveva definito “squadrista” il raid contro il campo di mais, vicino Pordenone. “Batta un colpo così sappiamo cosa vuole fare”. La replica: “Chi pratica illegalità e violenza non ha diritto di criticarmi”

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Ogm, la Lega attacca Galan "Prenda una posizione chiara"

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ROMA – La questione ogm agita la maggioranza. Lo scontro di ieri, tra il ministro Galan e il governatore del Veneto, Luca Zaia 1, sul raid contro il campo di mais “geneticamente modificato”, in provincia di Pordenone, rischia di lasciare strascichi nel governo. Il governatore aveva applaudito l’irruzione dei no global, mentre il ministro dell’Agricoltura aveva avuto parole dure contro l’assalto “squadrista”. Un distinguo che non è stato apprezzato dal Carroccio. Notizia di oggi, due senatori della Lega criticano apertamente il comportamento del ministro dell’Agricoltura. “Galan si decida a prendere una posizione. Sugli ogm non dice niente e, con il suo comportamento, apre una strada come ha fatto con gli animali clonati, il latte e la carne. Il ministro batta un colpo così sappiamo cosa vuol fare”.

Le critiche del Carroccio. L’attacco arriva dai senatori della Lega Nord in commissione Agricoltura del Senato, Gianpaolo Vallardi ed Enrico Montani, che annunciano un ddl sulla moratoria totale agli organismi geneticamente modificati. “Noi siamo con Zaia”, precisano i due senatori della Lega, “perché stiamo andando incontro a una situazione che compromette sicuramente la fiducia e anche la salute dei consumatori e non è assolutamente ammissibile che un ministro dell’ Agricoltura faccia finta di niente o si schieri a difendere i coltivatori di ogm perché delle persone come i no global hanno finalmente avuto il coraggio di riportare la legalità in quella coltivazione che era illegale”.

Moratoria contro gli ogm.
Vallardi e Montani ricordano come appena otto giorni fa, in commissione Agricoltura del Senato, con l’indagine conoscitiva sugli ogm gli unici ad esprimersi con una posizione chiara ed inequivocabile contro gli organismi geneticamente modificati sono stati i rappresentanti della Lega, “mentre gli altri partiti hanno assunto una posizione ambigua”. E ricorda come appunto in Friuli “il Pd si è spaccato tra chi era a favore e contro, così come il Pdl”. L’alimentazione dei cittadini, sottolineano ancora i due parlamentari del Carroccio, “è fondamentale e importante ed è per questo che abbiamo ieri presentato un disegno di legge in chiediamo una moratoria totale finchè non ci sia chiarezza normativa sulla coltivazione degli ogm”.

La replica di Galan. La risposta del ministro non si fa attendere. “Quando un parlamentare si esprime ‘mentendo per la gola’ è inutile replicare”, ha detto Galan. “Il sottoscritto”, ha proseguito, “in tre-quattro mesi di dicastero è stato più volte a Bruxelles e nelle sedi europee rispetto a chi è stato ministro per qualche anno, tanto per parlare di lavoro. E poi, posso dialogare con chi si muove contro l’Europa e contro la legalità?”. “La mia posizione sugli Ogm”, ha concluso, “l’ho espressa fin dal primo giorno, ma chi pratica e difende l’illegalità e la violenza non ha alcun diritto di criticarmi. Ho sempre detto che c’è una legge che va rispettata. E’ da tre mesi che lo dico”.

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10 agosto 2010

fonte: http://www.repubblica.it/politica/2010/08/10/news/lega_galan_prenda_posizione-6196866/?rss

Cremona: LA DISCARICA NON S´HA DA FARE!

Comunicato stampa – Cremona, 2 agosto 2010

OGGETTO: LA DISCARICA NON S´HA DA FARE!

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Cappella Cantone (Cremona): la partita sulla discarica non è chiusa! Vergognoso e arrogante atteggiamento della giunta regionale e del sindaco Tadi. LE AMBIGUITA´ INQUIETANTI DEI NUOVI PROPRIETARI DEL SITO DI RETORTO. LA MOBILITAZIONE A TUTTI I LIVELLI CONTINUERA´!

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Vediamo in sintesi a che punto siamo e che cosa occorre continuare a fare.

1) La conferenza dei servizi per ottenere l´AIA (autorizzazione integrata ambientale), un altro dei passaggio autorizzativi per la discarica, si è svolta con modalità dai risvolti poco chiari in ordine a tempi e trasparenza.
I sindaci contrari alla discarica chiedono un rinvio per poter esaminare le integrazioni tecniche presentate dalla ditta proponente (che a tal scopo aveva chiesto ed ottenuto un rinvio di 30 giorni lo scorso 17 giugno) poiché hanno avuto solo due giorni di tempo per esaminarle. Per inciso: tale riunione era presieduta da tal Roberto Cerretti, megafono docile della giunta Formigoni che già si era messo in mostra per la sua ignoranza (nel senso latino del termine) del problema in altre occasioni come, ad esempio, il seminario di Brescia sullo smaltimento dell´amianto.

2) La Regione rifiuta il rinvio e i sindaci abbandonano la riunione. La Regione continua l´incontro con la sola presenza, tra gli enti interessati, di Tadi, sindaco di Cappella Cantone (che prima o poi dovrà rendere conto ai cittadini del suo comportamento), e di Pinotti, assessore all´ambiente della provincia di Cremona, e redige un documento tecnico, in merito al quale si potranno presentare osservazioni entro 30 giorni, e non sospende, invece, la seduta come sarebbe stato logico se non ci fosse tanta insolita fretta, che si spiega solo con gli enormi interessi che stanno attorno alla realizzazione della discarica.

3) Dal rapporto Ecomafia redatto da Legambiente la provincia di Cremona si colloca al terzo posto dopo Pavia e Brescia per infrazioni accertate nella filiera dei rifiuti in Lombardia e la Lombardia è tra le primissime regioni per la presenza di soggetti che praticano una criminalità sistematica legata al traffico illecito di rifiuti e smaltimento irregolare. In questi mesi sono stati coinvolti funzionari pubblici e politici collusi che favoriscono per interessi economici le attività illecite e addetti al controllo che “chiudono un occhio” o avvisano per tempo i controllati.
Ricordiamoche Massimo Ponzoni, assessore all´ambiente (delega da cui dipendono le bonifiche delle aree inquinate) della giunta Formigoni nella scorsa legislatura, è stato raggiunto da un avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta per il crac di una sua azienda, l´immobiliare Pellicano.
Nell´immobiliare Ponzoni aveva come soci Buscemi,altro assessore della giunta Formigoni, Pozzi e Gariboldi(ex assessore provinciale a Pavia, moglie del deputato e vicecoordinatore nazionale del Pdl Giancarlo Abelli,ha patteggiato una pena di 2 anni per riciclaggio, dopo essere stata arrestata nell´ambito dell´inchiesta sullo scandalo delle bonifiche di Giuseppe Grossi. La Regione Lombardia aveva affidato a Grossi la bonifica del quartiere Santa Giulia, un´area di 1,2 milioni di metri quadrati, che ora è sotto sequestro per inquinamento delle falde acquifere).Nel luglio 2009 i tre escono. Nel gennaio 2010, il fallimento. Dalle casse della società scompaiono 200 mila euro.
Accusato di averli fatti sparire, emettendo fatture false, è Ponzoni, aiutato dalla sua ex moglie, dal cognato Argentino Cocozza e dal commercialista Sergio Pennati. C´era una banca pronta (prima che arrivassero i magistrati) a salvare la Pellicano dal fallimento: il Credito bergamasco,Istituto che aveva nel consiglio d’amministrazione Giuseppe Grossi, il “re delle bonifiche”.
Nell´ambito dell´inchiesta “Star Wars” nell´agosto 2008 viene arrestato Fortunato Stellittano del clan Iamonte-Moscato con l´accusa di traffico illegale di rifiuti speciali e tossici. L´uomo dei clan sversava e ricopriva veleni come piombo, cromo e idrocarburi pesanti in alcune cave della Brianza: a Seregno, a Briosco, a Desio. Ancora Desio, dove Stellittano aveva comprato un terreno, in via Molinara. A venderglielo il figlio di Domenico Cannarozzo, “capo dell´omonima famiglia legata al clan gelese di Salvatore Iaculano”, dice un report dei carabinieri. Acquirente e venditore parlano tra loro, intercettati.
Discutono anche dei loro “agganci politici”. L´area di via Molinara viene infatti sequestrata dalla Polizia provinciale il 21 marzo 2008. Il giorno dopo, Cannarozzo esprime tutta la sua preoccupazione: “Hanno sequestrato il terreno e adesso vogliono fare la bonifica”. Stellittano lo tranquillizza: “Adesso noi la bonifica, per quello che abbiamo buttato, da martedì iniziamo a farla”. Come fa ad esser così sicuro? “Martedì vado a trovare Massimo e mi faccio fare lo svincolo, che è l´assessore all´ambiente, ed è a posto. Poi, se vogliono che bonifichiamo anche sotto, ancora meglio” …

Per questo è necessario tenere alta l’attenzione per evitare che a Cappella
Cantone si realizzino intrecci criminali tra malaffare e politica.

4) Dopo tre anni di continui rinvii dovuti principalmente alla mobilitazione dei cittadini che, di fatto, “hanno costretto” le istituzioni interessate a fare ricorso al TAR, è mutata la proprietà del terreno dove dovrebbe sorgere la discarica. Dal 27 maggio 2010 la Locatelli Gabriele spa, già socio di minoranza della Cavenord, con sede sempre a Bergamo, ha acquisito il 100 per cento delle quote.
Questa “novità” non è per niente rassicurante e non fa che alimentare il livello di allerta ed aggravare i risvolti poco chiari di tutta la vicenda.
La Locatelli è stata protagonista dell´annosa vicenda legata al piano cave di Bergamo e del conflitto di interessi dell´assessore regionale Marco Lionello Pagnoncelli. Quest´ultimo è stato procuratore speciale e direttore tecnico della SPI srl che era in società al 50% con il Gruppo Locatelli. Pagnoncelli è stato fino al 1999 socio della Locatelli anche in “Bergamo pulita” e fino al 2006  in Verdelido srl (SPI 50%, Pier Luca locatelli 25% e Claudina Leidi 25%), fino al 2000 è amministratore unico di Verdelido  poi cede la carica al fratello. Nel 2000 anche la Lega presenta un ordine del giorno in consiglio comunale a Bergamo per chiedere la revoca di Pagnoncelli, allora assessore comunale alla mobilità, sempre per presunti conflitti di interesse in alcuni appalti. La giunta regionale licenzia il piano cave nel dicembre 2005. Pagnoncelli era allora assessore all´artigianato ma presiedeva il Tavolo Territoriale di Bergamo su delega di Formigoni.
Pagnoncelli diventa assessore all´ambiente il 7 luglio 2006 e in quella data la SPI srl è ancora in società con Locatelli in Verdelido srl sin dal 1975 e in SPILO dal 25 gennaio 2006. Di quest´ultima società la famiglia Pagnoncelli cederà le proprie quote solo il 4 ottobre 2007. A quel punto il piano cave è stato licenziato anche dalla commissione ambiente il 31 luglio 2007. Per oltre un anno l´assessore all´ambiente Pagnoncelli è stato assessore alla partita delle cave e contemporaneamente procuratore speciale dell´azienda di famiglia SPI in società con il gruppo Locatelli, società di escavazione e costruzione tra quelle maggiormente beneficiate.
Il Piano Cave approvato in commissione ambiente nel luglio 2007 assegnava al gruppo Locatelli, direttamente o tramite società partecipate, il diritto a scavare 5,8 milioni di metri cubi più 3,5 milioni di riserve su un totale di 57 milioni di metri cubi. Un metro cubo vale circa 10 euro e posizionarsi bene nel piano cave serve anche a poter concorrere per le future grandi opere lombarde.
Le pressanti denunce mosse dal consigliere dei Verdi Saponaro fecero scoppiare un tale scandalo che Formigoni stesso impose il ritorno del piano cave di Bergamo in commissione e fece un minirimpasto estivo a fine luglio 2008. Ponzoni diventò assessore all´ambiente al posto di Pagnoncelli e quest´ultimo fu nominato sottosegretario ai rapporti con enti locali e rappresentanze socio-economiche.
Tutto questo però non impedì a Formigoni di candidare ancora Pagnoncelli alle regionali 2010. Attualmente Pagnoncelli è consigliere regionale con delega agli Enti Locali e consigliere di amministrazione della Sea, la società di gestione degli aeroporti milanesi.

Altri risvolti ancora più inquietanti sono legati al gruppo Locatelli

Il comune di Bellusco (MB) ha aperto un contenzioso nell´aprile 2004 con la Locatelli Gabriele spa dato che nel corso dell´esecuzione dell´intervento di un´opera pubblica l´area di cantiere era stata interessata da attività di interramento abusivo di rifiuti pericolosi. Il comune sostiene che l´interramento abusivo dei rifiuti nell´area cantiere è avvenuto per negligenza della ditta Locatelli, non avendo questa ottemperato l´obbligo di custodia diurna e notturna del cantiere, previsto dal capitolato speciale di appalto.
Inoltre per le attività delittuose poste in essere nel cantiere in questione é stato imputato un dipendente della ditta Lovati, subappaltatore di Locatelli.

La Locatelli , in associazione temporanea di impresa con Salini Locatelli, Cotea Costruzioni e Castelli Lavori, vince l´appalto per lavori sulla statale del passo dello Stelvio. Tra le ditte in subappalto figura la Perego General Contractor srl.
A proposito di quest´opera vengono intercettate  conversazioni intercorse nel febbraio 2009 tra due esponenti della n´drangheta (riportate dal quotidiano La Provincia di Sondrio il 15 luglio 2010) di cui uno risulta garante della Perego.
La Perego General Contractor srl, tra le più importanti imprese lombarde del movimento terra, ora fallita, era finita nelle mani della n´drangheta. Questa impresa si è occupata oltre che della superstrada in Valtellina anche di City Life, del nuovo centro congressi Portello-Fiera Milano, dell´ampliamento della strada statale Paullese, del nuovo ospedale Sant´Anna di Como, della Pedemontana e della Bre Be Mi.
Dagli ultimi accertamenti risulta che sotto il nuovo ospedale S. Anna di Como vi siano 2mila tonnellate di rifiuti tossici tra cui l´amianto.
Il proprietario della Perego strade, Ivan Perego, insieme agli amministratori dell´azienda Salvatore Strangio e Andrea Pavone sono stati arrestati nel luglio 2010. L´accusa per Perego è di aver favorito l´ingresso nella sua società del boss calabrese Strangio.

Dal quotidiano La Provincia di Cremona del 14 luglio 2010: “Nell´ordinanza del gip Gennari, (che ha firmato gli arresti per l´operazione Tenacia), spunta la figura di Antonio Oliviero ex assessore provinciale milanese della giunta Penati, indagato per corruzione e bancarotta della Perego General Contractor…vera e propria cassaforte del boss Strangio. Nel provvedimento, poi, spuntano anche i nomi di  Massimo Ponzoni (Pdl) rieletto consigliere regionale, Emilio Santomauro e Guido Nardini….Il gip fa poi anche riferimento all´acquisizione di una cava ( e delle relative autorizzazioni non ancora in possesso di Perego) nel Cremonese da utilizzare per la movimentazione terra necessaria in relazione ai lavori … per la Paullese”
La Locatelli prende in subappalto dalla Delieto, appaltatrice in nome e per conto di Italferr,  lavori per l´alta velocità ferroviaria e a sua volta subappalta i lavori di sbancamento alla P&P controllata dal clan Paparo.
La Locatelli, secondo la legge antimafia, non potrebbe fare un subappalto per più del 2 per cento dei lavori e invece lo fa.
Per eludere i controlli delle Ferrovie dello Stato che pretendono il rispetto
delle norme antimafia il geometra Nicola Scipione della Locatelli “farà figurare un semplice contratto di nolo a caldo che sarà retrodatato” (scrive il gip); da una conversazione telefonica intercettata tra Scipione e Romualdo Paparo ” sui camion delle P&P – dice Scipione – sai che fai schiaffaci due targhette Locatelli” . E il gioco è fatto. Analoghi sistemi erano stati realizzati in relazione ai lavori sull´autostrada A4.

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Da http://espresso.repubblica.it di Paolo Biondani e Mario Portanova pubblicato
il 25 aprile 2009

“Il pm Mario Venditti aveva chiesto il carcere anche per il manager della Locatelli. Il gip Caterina Interlandi lo ha negato con questa illuminante motivazione: l´impresa lombarda falsifica le carte “non per favorire il clan, ma per tutelare se stessa e continuare a lavorare in nero”. Quanto al manager, ha “innegabilmente” aiutato i Paparo a “eludere le norme antimafia”, ma questa “è solo una contravvenzione per cui l´attuale legge non consente l´arresto”.

5) La giunta regionale, con i suoi dirigenti subordinati ad essa, ed il sindaco Tadi dovranno prima o poi rispondere del loro operato, contrario agli interessi dei cittadini dell´area interessata, e delle loro menzogne e manipolazioni.
La giunta regionale sta cercando di approvare una discarica in un sito inidoneo e nocivo incurante del fatto che tutti i progetti finora presentati in Lombardia per smaltire l´amianto sono ubicati in siti inidonei e nocivi.
Il vero problema è che non si è ancora iniziato a smaltire l´enorme quantitativo di rifiuti di amianto presente sul territorio lombardo. La soluzione non è autorizzare discariche a tutti i costi, ma iniziare a fare  una programmazione seria senza lasciare l´iniziativa ai privati e prendendo in considerazione, non solo a parole, l´alternativa all´interramento del rifiuto in discarica, e cioè gli impianti di inertizzazione.
Per quanto riguarda Tadi pochi giorni fa ha dichiarato alla stampa che l´alternativa della vetrificazione non esiste o quanto meno è molto difficile.
E´ evidente che il sindaco di Cappella Cantone sostiene una menzogna perché è preso da altri interessi, non ha seguito i convegni e i seminari che si sono succeduti e che hanno dimostrato esattamente il contrario, così come abbiamo sostenuto noi e i residenti della zona. Tadi, lo ribadiamo, se ne deve andare.

6) Gli allagamenti che si sono verificati a giugno sull´area di Retorto, e che noi abbiamo documentato inviando anche numerose foto agli organi di stampa, dimostrano che l´area NON è idonea e che chi si ostina a voler realizzare lì la discarica si renderà complice di un “atto criminale” per disastro ambientale e di questo ne dovranno rispondere.

7) La Magistratura dovrà prima o poi esaminare il nostro esposto, presentato il 10 novembre 2009 per salvaguardare la salute e l´incolumità pubblica, che ha come fondamento il principio di precauzione e le norme costituzionali che impongono il pieno rispetto e la preservazione dell´ambiente, esso stesso valore costituzionale, ed impongono un´anticipazione della tutela, prima della lesione del bene protetto.

8) Non è affatto vero, come sostengono alcuni politici, che ormai la realizzazione della discarica è inevitabile. L´ultima parola sarà dei cittadini che a fine mese riprenderanno iniziative e mobilitazioni per impedire nei fatti che si compia un crimine contro la popolazione locale. Inoltre ricordiamo, sul piano istituzionale, che il TAR di Brescia si dovrà pronunciare in autunno e che lo stesso TAR di Brescia ha già dato ragione ai comitati di Brescia e per ben due volte al comune di Travagliato bloccando i progetti di discariche di amianto in questione.

Cittadini contro l’amianto della provincia di Cremona

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FAREFUTURO – La strategia delle manganellate svela un potere che non vuole regole

Urge prendere le distanze da una politica senza proposte né idee di base

La strategia delle manganellate svela un potere che non vuole regole

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di Filippo Rossi

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Tutti i giornali hanno parlato e stanno parlando di Gianfranco Fini e del killeraggio mediatico che il Pdl e la stampa di stretta osservanza berlusconiana ha lanciato sul presidente della Camera. Lo abbiamo fatto anche noi, cercando persino di ironizzare su prese di posizione e richieste di dimissioni che, se non fossero pericolosi arnesi di bassa politica, farebbero persino ridere. Abbiamo provato a scherzarci sopra con la consapevolezza, però, che l’Italia, il nostro paese, sta rischiando di precipitare in un baratro senza fine.

Perché in tutta questa vicenda c’è una questione seria, maledettamente seria. Troppo seria per non cercare di affrontarla con tutta la chiarezza di cui siamo capaci. Se lo è già chiesto ieri Cecilia Moretti, su Ffwebmagazine: «Quale può essere la cultura politica a monte di una simile operazione? Quali l’orizzonte, la visuale, la prospettiva di chi manovra la lama acuminata ma grezza di quello che è difficile da definirsi fioretto, ma molto più propriamente si direbbe una vera e propria mannaia?».

Ecco, ci siamo. Il punto chiave di tutto è davvero questo. Che idea di politica è quella espressa in questi giorni, in queste settimane, in questi mesi dai caporioni del Pdl? Che idea di politica è quella espressa dalla vulgata berlusconiana sui giornali “di famiglia”? Che Italia vogliono questi signori? Sono domande fondamentali, che è necessario porsi. Ed è necessario farlo senza peli sulla lingua. Senza il legittimo pudore di chi è coinvolto da un percorso comune, da una storia comune. Perché arriva il momento, in politica come nella vita, in cui bisogna decidere da che parte stare. E quali compagni di strada scegliersi. Perché i nodi vengono al pettine, la sopportazione ha un limite e i sensi di colpa non possono frenare giudizi cresciuti dentro impetuosamente. Perché la correttezza degli alleati non può mai essere scambiata per l’idiozia dei sudditi. Gli alleati pensano, i sudditi obbediscono: la differenza, e che differenza, è tutta qui.

La politica pidiellina che è finita in questi giorni sotto gli occhi dell’Italia è un susseguirsi di manganellate contro il “traditore” Fini, l’uomo che ha osato sfidare il capo supremo. Lo abbiamo già detto: i bravi di manzoniana memoria sono tornati. Non c’è altro: non una proposta politica, né un’idea di base che sia la stella polare dell’azione del partito di maggioranza relativa. Uno squadrismo mediatico che – e non potrebbe essere altrimenti – fa pensare, e costringe a rivedere giudizi e comportamenti. Perché – abbiamo cercato di non dirlo fino ai peggiori contorcimenti retorici – dietro ogni “bravo” c’è sempre un don Rodrigo che ordina, che paga, che promette, che corrompe le coscienze. Osservando i comportamenti degli “scagnozzi di regime”, oggi il Pdl cosa potrebbe sembrare? Di sicuro non più (ma lo è mai stato?) il partito liberale di massa che doveva essere. Di sicuro non più la casa comune dei moderati, dei liberali, dei conservatori illuminati, dei riformatori. La casa degli italiani. A guardare in azione i manganellatori di professione sembra quasi che la “filosofia politica” del Pdl sia solo e soltanto quella di garantire un potere tutto personale: politico, aziendale, economico. A guardarli negli occhi sembra di vedere, netto e nitido, il conflitto d’interesse di una politica che non ha mai fatto davvero Politica. Che pensa ad altro.

Se la politica del Pdl
è nell’azione e nelle parole dei suoi propagandisti, della sua prima linea mediatica, dei suoi picchiatori a mezzo stampa, beh, allora c’è pochissimo da sperare: significa che quel partito è nato marcio in partenza, succube di un potere che non guarda in faccia a nessuno, che non sopporta regole. Di un potere insofferente alla democrazia che si crede supremo, inviolabile e intoccabile. Di un potere assoluto che non accetta l’idea di essere giudicato e controllato. Che vuole solo giudicare e controllare, Di un potere che utilizza il “popolo” (e un inesistente consenso plebiscitario) per salvaguardare se stesso e i propri interessi. Di un potere senza idee, senza visione, senza ideali. Di un potere pieno di sé e vuoto di tutto.

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10 agosto 2010

fonte:  http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=7448&Cat=1&I=immagini/Foto%20D-F/donrodrigo_int.gif&IdTipo=0&TitoloBlocco=Il%20Corsivo&Codi_Cate_Arti=44

Se anche la sinistra non tiene il passo di Fini

All’opposizione mancano il suo coraggio e anticonformismo

Se anche la sinistra non tiene il passo di Fini

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di Barbara Spinelli

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Alla fine, la rottura fra il presidente del Consiglio e il presidente della Camera è avvenuta sull’elemento che più caratterizza il regime autoritario di Berlusconi: il rapporto del leader con la legalità, quindi con l’etica pubblica. È ormai più di un decennio che il tema era divenuto quasi tabù, affrontato da pochi custodi della democrazia e della separazione dei poteri.

Agli italiani la legalità non interessa, ci si ostinava a dire, né interessano la giustizia violata, la corruzione più perniciosa che è quella dei magistrati, l’obbligo di obbedienza alle leggi, il patto tra cittadini che fonda tale obbedienza. Anche per la sinistra, nostalgica spesso di una democrazia sostanziale più che legale, tutti questi temi sono stati per lungo tempo sovrastruttura, così come sovrastruttura era il senso dello Stato e della sua autonomia.Fini ha ignorato vecchie culture e nuovo spirito dei tempi e ha guardato più lontano. Ha intuito che uscire dalla crisi economica significa, ovunque nel mondo, uscita dal malgoverno, dai costi enormi della corruzione, dall’imbarbarimento del senso dello Stato. Ha visto che il presente governo e il partito che aveva fondato con Berlusconi erano colmi di personaggi indagati e spesso compromessi con la malavita. Ha visto che per difendere la sua visione privatistica della politica, Berlusconi moltiplicava le offese alla magistratura, alla stampa indipendente, alla Costituzione, all’idea di un bene comune non appropriabile da privati. E ha costretto il premier a uscire allo scoperto: lasciando che fosse quest’ultimo a rompere sulla legalità, sul senso dello Stato, sull’informazione libera, ha provocato un’ammissione indiretta delle volontà autoritarie che animano il capo del governo e i suoi amici più fedeli.In qualche modo, Berlusconi ha chiesto a Fini e ad alcuni finiani particolarmente intransigenti (Fabio Granata) di scegliere la cultura dell’illegalità contro la cultura della legalità che il presidente della Camera andava difendendo con forza.

Non solo: più sottilmente ed essenzialmente, ha chiesto loro di scegliere tra democrazia oligarchica e autoritaria e democrazia rappresentativa. Il capo del governo infatti non si limita a anteporre la sovranità del popolo elettore alla separazione dei poteri e a quello che chiama il «teatrino della politica politicante». La stessa sovranità popolare è distorta in maniera micidiale, a partire dal momento in cui essa si forgia su mezzi di informazione (la tv) che il capo-popolo controlla in toto. La dichiarazione contro Fini dell’ufficio di presidenza del Pdl, il 29 luglio, erge i disvalori come proprio non segreto emblema quando afferma: «Le sue posizioni (sulla legalità) sono assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà».

La sinistra non ha avuto né il coraggio né l’anticonformismo del presidente della Camera. Fino all’ultimo ha congelato la presa di coscienza italiana sulle questioni delle legge e della giustizia, ripetendo con pudibonda monotonia che «l’antiberlusconismo non giova al centrosinistra». E per antiberlusconismo intendeva proprio questo: combattere il Cavaliere sul terreno dell’etica pubblica, della legalità, della formazione dell’opinione pubblica attraverso i media. I problemi erano sempre altri: quasi mai erano la tenuta dello Stato di diritto, l’informazione televisiva manipolata, la corruzione stessa.

C’erano sempre «questioni più gravi» da affrontare, più urgenti e più alte, prima di scendere nei piani bassi della legalità.L’incapacità congenita della sinistra di vietare a chi fa politica un conflitto d’interessi, specie nell’informazione, nasce da qui ed è destinata a divenire il vecchio rimorso e il vizio assurdo della sua storia. In fondo, venendo anch’egli da una cultura totalitaria, Fini ha fatto in questo campo più passi avanti di quanti ne abbiano fatto tanti uomini dell’ex Pci (lo svantaggio di tempi così rapidi è che le sue truppe sono labili).Questo parlar d’altro, di cose che si presumono più alte e nobili, è la stoffa di cui è fatto oggi lo spirito dei tempi, non solo in Italia. Uno spirito che contagia anche le gerarchie ecclesiastiche (non giornali come Famiglia Cristiana), oltre che molti moderati e uomini della sinistra operaista. È lo stesso Zeitgeist che in Francia, in pieno scandalo delle tangenti versate illegalmente da Liliane Bettencourt alla destra, spinge politici di rilievo a far propria l’indignazione dell’ex premier Raffarin contro la stampa troppo intemperante: «I francesi e i mezzi di comunicazione sono incapaci di appassionarsi per i grandi temi». Chi chiude gli occhi davanti al marcio che può manifestarsi nella politica sempre vorrebbe che i cittadini non vedessero la bestia, dietro l’angelo e i suoi grandi temi.

Invece l’imperio della legge fa proprio questo: rivela all’uomo la sua bestialità, gli toglie le prerogative dell’angelo. Nel descrivere il Decalogo mosaico, che della Legge è essenza e simbolo, Thomas Mann parla di «quintessenza della decenza umana» (La Legge, 1944). Alla stessa maniera, la quintessenza dell’esperienza berlusconiana è il rapporto distorto e irato con la legge e i poteri che la presidiano: un male italiano che non è nato con lui, ma che lui ha acutizzato. Un male che conviene finalmente guardare in faccia, perché è da qui che toccherà ricominciare se si vuol costruire meglio l’Italia. Se si vuol dar vita a un’opinione pubblica veramente informata, perché munita degli strumenti necessari alla formazione della propria sovranità democratica.

Per questo la dissociazione di Fini dai disvalori del Popolo della Libertà non è una frattura del bipolarismo, né tanto meno un ritorno a vecchi intrugli consociativi. È il primo atto di un’uscita dall’era di Berlusconi, da una seconda Repubblica che non ha riaggiustato la prima ma ne ha esasperato monumentalmente i vizi: ed è un atto che per forza di cose deve essere governato da un arco di partiti molto largo. Il termine giusto lo ha trovato Casini: si tratta di creare un’«area di responsabilità istituzionale», non diversamente dal modo di operare di chi predispose il congedo dal fascismo. Nell’inverno scorso, lo stesso Casini parlò di Cln, il Comitato di Liberazione Nazionale che nel 1943 associò tutti gli oppositori al regime mussoliniano. Spetta a quest’area preparare elezioni davvero libere, dunque creare le basi perché le principali infermità della repubblica berlusconiana siano sanate. In seguito, il bipolarismo potrà ricostituirsi su basi differenti.In effetti,

Berlusconi non è una persona che ha semplicemente abusato del potere. Le sue leggi, le nomine che ha fatto, il conflitto d’interessi di cui si è avvalso: tutto questo ha creato un’altra Italia, e quando si parla di regime è di essa che si parla. Un’Italia dove vigono speciali leggi che proteggono l’impunità. Un’Italia dove è colpito il braccio armato della malavita anziché il suo braccio politico, e dove i pentiti di mafia sono screditati e mal protetti come mai lo furono i pentiti di terrorismo. Un’Italia in cui la sovranità popolare non potendosi formare viene violata, perché un unico uomo controlla le informazioni televisive e perché il 70 per cento dei cittadini si fa un’opinione solo guardando la tv, non informandosi su giornali o Internet.Un governo che non curasse in anticipo questi mali (informazione televisiva, legge elettorale che non premi sproporzionatamente un quarto dell’elettorato, soluzione del conflitto d’interessi) e che andasse alle urne sotto la guida di Berlusconi non ci darebbe elezioni libere, ma elezioni coerenti con questo regime e da esso contaminate.

9 agosto 2010 Pubblicato su La Stampa di ieri

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fonte:  http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=7425&Cat=1&I=../immagini/Foto%20D-F/fini_otto_int.gif&IdTipo=0&TitoloBlocco=L%27Analisi&Codi_Cate_Arti=38