Archivio | agosto 13, 2010

Calciatori palestinesi bloccati da Israele, saltano amichevole con la Mauritania

Calciatori palestinesi bloccati da Israele, saltano amichevole con la Mauritania

Uno dei calciatori esclusi: «Sono molto deluso, volevo portare all’estero i colori del mio paese»

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MILANO – Bloccati «per regioni di sicurezza». E’ successo a sei giocatori della nazionale di calcio palestinese, che tentavano di lasciare la Cisgiordania in vista di un’amichevole contro la Mauritania. I calciatori – tutti originari di Gaza e residenti in Cisgiordania – sono stati bloccati al momento di superare il confine con la Giordania. Contro l’accaduto e il divieto per i propri atleti di circolare liberamente ha subito protestato il Comitato olimpico palestinese.

TENSIONI – L’episodio rischia di compromettere anni di sforzi, durante i quali i giocatori palestinesi hanno ottenuto la costruzione di uno stadio da 6 mila posti in Cisgiordania: qui nel 2008 i calciatori hanno disputato il loro primo match internazionale in casa, alla presenza di Joseph Blatter. Secondo un responsabile della sicurezza israeliana, il blocco al confine sarebbe legato a un permesso di soggiorno per stare in Cisgiordania che i giocatori non avrebbero rinnovato. Al conflitto israelo-palestinese, infatti, si aggiungono i problemi legati alla spaccatura tra Gaza, in mano ad Hamas, e la Cisgiordania, guidata da Abu Mazen. «Guerra aperta per garantire la libertà di movimento dei giocatori palestinesi, delle squadre e dei membri dei club» è stata subito dichiarata da Jibril Rajoub, presidente del Comitato olimpico palestinese. «Esigiamo che Israele sia radiato dalle organizzazioni sportive internazionali» ha aggiunto.

LA TESTIMONIANZA – «Quando mi hanno detto che non potevo andare in Mauritania, sono stato molto deluso perché il sogno di ogni sportivo è portare i colori del proprio paese all’estero» ha detto Suleiman al-Obeid, uno dei sei calciatori bloccati. Originario di Gaza, vive da un anno e mezzo in Cisgiordania e non è mai rientrato nella Striscia dalla moglie e dai due figli per paura di perdere la nazionale (fonte Afp).

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13 agosto 2010

fonte: http://www.corriere.it/sport/10_agosto_13/israele-palestina-nazionale_8a7bc360-a6e4-11df-944e-00144f02aabe.shtml

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Olbia, i pastori occupano la pista e con i passeggeri finisce a schiaffi

Tafferugli all’aeroporto. A farne le spese il leader indipendentista e una passeggera

Olbia, i pastori occupano la pista
Con i passeggeri finisce a schiaffi

Circa 2 mila persone hanno impedito per tre ore gli ingressi allo scalo

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OLBIA – La protesta dei pastori sardi ha bloccato per tre ore gli accessi all’aeroporto di Olbia Costa Smeralda. Una quindicina di manifestanti, inoltre, hanno occupato per pochi minuti anche la pista, ma le forze dell’ordine sono subito intervenute e hanno costretto gli allevatori allo sgombero della pista. La protesta dei pastori, la cui presenza è stata valutata tra le mille e le 2 mila persone, è iniziata verso le 11 e solo alle 14 hanno cominciato a far defluire il traffico lungo il viale che porta agli ingressi dello scalo.

TAFFERUGLI – Il leader del partito Sardigna Natzione, Bustianu Cumpostu, è stato schiaffeggiato da una passeggera inferocita che, per il blocco della sua auto, ha avuto un gesto di stizza nei confronti di Cumpostu e ha tentato di strappargli la macchina fotografica. «Ho reagito dandole un morso alla mano», racconta all’Ansa Cumpostu, «per impedirle di prendermi la macchina. A sua volta lei ha reagito dandomi uno schiaffo. Me ne sono andato subito per non far surriscaldare gli animi».

PROTESTA – La protesta dei pastori è nata dopo un’assemblea degli allevatori che si è svolta a Olbia sul sagrato della chiesa della Sacra famiglia. È la terza azione di protesta nel giro di un mese: in precedenza erano stati occupati l’aeroporto di Cagliari e la superstrada Carlo Felice che collega il nord con il sud Sardegna. I manifestanti hanno chiesto alla Regione misure urgenti di sostegno per un settore in grave crisi. Il corteo di manifestanti, guidato dal leader del Movimento dei pastori sardi, Felice Floris, si è diretto verso lo scalo presidiato da carabinieri e polizia in assetto antisommossa. Gli allevatori hanno bloccato l’accesso alle partenze, gli arrivi e l’area vip.

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Redazione online
13 agosto 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_agosto_13/olbia-pastori-aeroporto_30994cee-a6e6-11df-944e-00144f02aabe.shtml

“Mai più morire come Stefano Cucchi”: Nuove regole per i detenuti ricoverati

“Mai più morire come Stefano Cucchi”
Nuove regole per i detenuti ricoverati

Dopo le polemiche per il decesso del 31enne al Pertini, il ministro Alfano dà nuove direttive agli ospedali con reparti detentivi: se un recluso ricoverato si aggrava, il medico potrà avvertire i parenti senza l’ok del magistrato di sorveglianza. Ilaria Cucchi: “La nostra battaglia sta avendo un senso”

"Mai più morire come Stefano Cucchi" Nuove regole per i detenuti ricoverati  Stefano Cucchi

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Non devono più ripetersi vicende come quelle di Stefano Cucchi, morto a 31 anni il 22 ottobre scorso nel reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini una settimana dopo il suo arresto, senza che i familiari sapessero nulla. D’ora in poi, se le condizioni di un detenuto ricoverato si aggravano, il medico potrà avvertire i parenti senza aspettare l’ok del magistrato di sorveglianza. Ad annunciare la novità il ministro della Giustizia Angelino Alfano, con una lettera al presidente della Commissione d’inchiesta sul servizio sanitario nazionale, Ignazio Marino. L’accordo tra il provveditorato delle carceri del Lazio e l’ospedale romano farà da battistrada per gli accordi tra tutti gli istituti di pena e le strutture sanitarie che hanno reparti detentivi. “Sono queste le cose che mi fanno pensare che la nostra battaglia sta avendo un senso. Con le nuove norme Stefano ci avrebbe avuti accanto a lui” ha commentato Ilaria Cucchi, sorella del giovane geometra.

Dunque, si cambia registro. Ed è proprio per le polemiche scatenate da quella morte e per gli sviluppi dell’inchiesta sul comportamento di carabinieri, polizia penitenziaria e medici, che il ministro ha lanciato l’input. “Nessuno potrà restituire Stefano Cucchi alla sua famiglia – spiega Marino – Ma adesso si potrà evitare che altri casi come quello del giovane morto all’ospedale ‘Sandro Pertini’ di Roma, a una settimana dal suo arresto per possesso di droga, accadano nuovamente”. In altre parole, spiega, “se al momento del ricovero di Stefano Cucchi vi era di fatto la proibizione di comunicare con i familiari, in caso di aggravamento di un paziente detenuto, da oggi il medico, di fronte a una persona privata della libertà, potrà fare ciò che ogni medico pratica con ogni paziente: nel momento dell’aggravamento l’assiste e immediatamente dopo informa i familiari delle condizioni cliniche del loro caro. Fino ad oggi per fare questo c’era la necessità di un permesso del magistrato di sorveglianza, richiesto attraverso il carcere. Occorrevano giorni. Ora bastano minuti”.

“Sicuramente è un grosso passo avanti – dice ancora Ilaria Cucchi – una umanizzazione, perché quel protocollo era assurdo. Si tratta di strutture detentive ma anche di ospedali, ci sono dentro persone che stanno male”. Se le nuove norme fossero state in vigore quando Stefano sarebbe stato ancora vivo. “forse le cose sarebbero andate diversamente. O forse no, ma almeno non se ne sarebbe andato da solo – conclude la ragazza – Ci avrebbe avuti accanto a lui”.

Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha sollecitato tutti gli istituti a stabilire accordi con gli ospedali che hanno reparti detentivi per seguire le nuove linee. L’ obiettivo è definire un protocollo standard, da sottoporre al ministero della salute e alle Regioni, valido su scala nazionale per le Asl e gli istituti di pena “per armonizzare le esigenze della salute con quelle della sicurezza ma anche evitare che il trattamento di un detenuto possa essere addirittura più restrittivo in ospedale che in carcere”.

Gli ospedali che hanno reparti detentivi attrezzati per il ricovero e la sorveglianza di detenuti sono meno di dieci. Una legge del 1993 stabiliva che in ogni capoluogo di provincia dovessero essere creati reparti detentivi ma pochissime regioni si sono uniformate. Nel Lazio, oltre al Pertini di Roma, c’è l’ ospedale Belcolle di Viterbo; altri reparti sono a Milano, Palermo e Napoli.

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13 agosto 2010

fonte:  http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/08/13/news/alfano_cucchi-6274052/?rss

‘Bacchettata’ Napolitano irrita Berlusconi: Due pesi e due misure

‘Bacchettata’ Napolitano irrita Berlusconi: Due pesi e due misure

Difende Fini da attacchi e mai me. No urne? Per favorire Pd

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Roma, 13 ago. (Apcom) – Artiglieria leggera, perchè comunque non si può dare l’impressione di uno scontro aperto. Ma le truppe berlusconiane queste volta mettono esplicitamente nel mirino il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Che, di ritorno da Stromboli, concede un’intervista per dire ci sono esponenti politici (leggi Berlusconi) che parlano di elezioni anticipate “senza averne titolo e in modo sbrigativo e strumentale”, per ricordare le prerogative che in materia gli concede la Costituzione, ma anche per chiedere uno stop alla campagna “volta a delegittimare” Gianfranco Fini.

Parole meno felpate di quelle pronunciate in passato, che il Pd sposa, invitando peraltro, con Pierluigi Bersani, il premier a rispettare la Costituzione. E che trovano sponda anche nei finiani che chiedono al partito del Cavaliere di ascoltare Napolitano e smetterla con gli attacchi al presidente della Camera. Il Pdl, invece, questa volta lascia trapelare, seppure in politichese, una certa irritazione. “Meglio il voto che la paralisi” dice il coordinatore, Sandro Bondi. “Non sono per niente condivisibili le ipotesi di governi tecnici e di governi di transizione” è il commento del capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto, che arriva anche a evocare la piazza e a prefigurare “incisive manifestazioni politiche in Parlamento e nel Paese” in caso di scenari diversi. E il presidente dei senatori, Maurizio Gasparri, ricorda che “in democrazia la sovranità popolare non può essere elusa da nessuna manovra di palazzo” e dunque “Napolitano sa bene” che “le alternative sono solo due: o Berlusconi o il voto”. A dar fastidio, poi, per dirla con Osvaldo Napoli, sarebbe stato il fatto che il capo dello Stato ha messo “il carro davanti ai buoi” nel momento in cui ha espresso “la sua contrarietà al voto anticipato” mentre “la maggioranza di governo deve ancora avviare una verifica solenne in Parlamento”. Ma più di tutto, viene riferito, il Cavaliere sarebbe stato infastidito da quell’appello a stoppare la campagna contro Fini.

Per Berlusconi, Napolitano avrebbe usato “due pesi e due misure”, non avendo mai speso in passato una parola per difendere lui dalle tante e continue campagne mediatiche di cui si considera vittima. Quello che nessuno ufficialmente dirà mai, ma che Berlusconi ha più volte confidato nelle sue conversazioni, è che a suo giudizio il Colle frena sulle elezioni anticipate per favorire una parte: non solo o non tanto quella di Fini, ma ancora di più quella del Pd “che ogni giorno va lì a piagnucolare” perché non vogliono che si voti. Bac/Kat

fonte: http://notizie.virgilio.it/notizie/politica/2010/08_agosto/13/bacchettata_napolitano_irrita_berlusconi_due_pesi_e_due_misure,25608420.html

povero Silvio… ce l’hanno tutti con lui… mi ricorderebbe Calimero (piccolo e nero), non fosse che il famoso pulcino mi era simpatico… elena

Sempre con Fiat. La tattica del nuovo Bonanni

Sempre con Fiat. La tattica del nuovo Bonanni

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Il Fatto Quotidiano

La Cisl teme la globalizzazione più di Sergio Marchionne

Le polemiche sindacali sono spesso riservate a pochi addetti ai lavori, ma l’editoriale di Dino Greco su Liberazione di ieri ha il pregio di chiarire, a modo suo, il tema di questi giorni: “Il repellente servilismo di Bonanni”. Bastava accendere il televisore, mercoledì notte: su Rai3 il leader della Cisl spiegava perché la Fiat aveva deciso di fare ricorso per confermare tre licenziamenti punitivi annullati dal giudice, rassicurava che “in Italia i diritti sindacali sono solidissimi”, ricordava a tutti che quella del Lingotto è “un’azienda che si ricostruisce, che ha pronti nuovi modelli, che vuole investire 20 miliardi di euro in Italia”. Giorgio Cremaschi, ala intransigente della Fiom (i metalmeccanici della Cgil che hanno dato battaglia alla Fiat di Sergio Marchionne nella vicenda di Pomigliano d’Arco) constata: “E’ un dato di fatto, quando noi attacchiamo la Fiat, poi Bonanni va in tv a difenderla”. Perfino Europa, quotidiano che una volta faceva capo alla Margherita e ora è il termometro dell’area popolare-cattolica del Pd, si chiedeva pochi giorni fa in un editoriale: “Ma Bonanni fa ancora il sindacalista?”. In quelle ore qualcuno faceva circolare l’indiscrezione – o la calunnia – che Bonanni fosse pronto a lasciare la Cisl per andare al ministero dello Sviluppo economico, al posto di Claudio Scajola.

L’avvento di Berluschionne
Cremaschi ha trovato un suo personale artificio retorico per spiegare alle colombe della Cgil il rischio-Bonanni: “Nel capo della Cisl si conciliano la linea aziendalista di Marchionne e l’attacco ai magistrati e alla giustizia tipico di Silvio Berlusconi, come dimostra il sostegno alla riforma del mercato del lavoro che vuole sostituire gli arbitri ai giudici del lavoro”. Un “Berluschionne” da far impallidire il “D’Alemoni” inventato da Giampaolo Pansa, per raccontare l’inciucio D’Alema-Berlusconi. Prova dell’esistenza del “Berluschionne” sarebbero le dichiarazioni di un paio di giorni fa di Bonanni. “Tutti gli scioperi nelle fabbriche Fiat sono stati un clamoroso insuccesso. E’ stato più clamore mediatico che un movimento vero”, poi l’applauso al Lingotto: “L’azienda fa bene a non farsi irretire dalla Fiom”. A voler cercare le basi storiche di questo atteggiamento verso la Fiat del “sedicente sindacalista”, come lo chiama Liberazione, si arriva al 2001. Le edizioni del Lavoro della Cisl pubblicano “Dentro la Fiat, il Sida-Fismic, un sindacato aziendale”, con prefazione del sociologo ed ex-sindacalista cislino Bruno Manghi. Una storia revisionista di Edoardo Arrighi che nella Fiat di Vittorio Valletta, alla fine degli anni Cinquanta, perseguiva la collaborazione con la dirigenza invece che lo scontro, rifiutando lo sciopero (anche nel giorno dell’attentato a Palmiro Togliatti) e diventando il leader dei crumiri. Per questo venne messo ai margini, lasciando la Cisl per fondare il Sida, Sindacato Italiano dell’Auto, ora Fismic. “Credo che Bonanni sia una degenerazione di quel sindacalismo aziendale”, dice Cremaschi.

La guerra di posizione
Però il “repellente servilismo” non è l’unica chiave di lettura della linea di Bonanni. Certo, a leggere le dichiarazioni di archivio sembra che sotto la sua guida la Cisl dica sempre “sì”: alla legge Biagi, alla privatizzazione di Alitalia con i suoi esuberi, al trasferimento della monovolume Fiat in Serbia da Mirafiori. Ma chi riesce a cogliere le sfumature del mondo cislino assicura che una strategia, o almeno una tattica, c’è eccome. Pier Paolo Baretta, già sindacalista della Cisl, ora è un deputato del Partito democratico. E spiega: “Alla guerra in campo aperto di stampo medievale della Cgil, la Cisl contrappone la guerriglia”. Il punto di partenza è lo stesso: c’è un problema con la globalizzazione (che rende possibile spostare le fabbriche dove il lavoro costa meno) e con il declino industriale dell’Italia. Il compito del sindacato non è più strappare concessioni “al padronato” ma difendere le conquiste del passato dall’assalto dei prodotti cinesi e dalla transizione, lunga, del sistema produttivo italiano dal Novecento al Ventunesimo secolo. In pratica la Cgil e la Fiom credono che si debba scavare una trincea e non arretrare, la Cisl – spiega Baretta – preferisce la “guerra di movimento”. Non si combattono le battaglie perse in partenza, si strappa quel che si può dove i lavoratori hanno ancora potere contrattuale e si cerca di farsi trovare pronti dove il sindacato può influire sulle scelte aziendali. Nel concreto questo si traduce nella linea morbida con la Fiat, perché altrimenti chiude gli stabilimenti in Italia e se ne va, e in quella dura con le Ferrovie dello Stato e la Telecom dove la politica conta ancora qualcosa e si può scioperare come in altri tempi. In sindacalese Baretta lo dice così: “Il padronato, le multinazionali e la finanza sono più avanti del sindacalismo che non riesce a formare una linea sovranazionale efficace”, come sarebbe per esempio la pressione per avere un contratto europeo dell’auto ed evitare la competizione tra operai campani e polacchi.
Ma il 29 settembre, alla manifestazione di Bruxelles dei sindacati europei contro la gestione della crisi, la Cisl non ci sarà (e neppure la Uil). “E’ la dimostrazione che quello di Bonanni è il sindacato più a destra d’Europa”, deduce Cremaschi.

Da Il Fatto Quotidiano del 13 agosto 2010

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/13/sempre-con-fiatla-tattica-del-nuovo-bonanni/50107/

SOSPENDERE LA CITTADINANZA E IL DIRITTO DI VOTO PER GLI EVASORI FISCALI, L’ITALIA VI RIPUDIA

Sospendere la cittadinanza e il diritto di voto per gli evasori fiscali, l’Italia vi ripudia

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In Italia se trovano 4 piantine d’erba ad un giovane operaio questo rischia la galera. Se un disgraziato ruba un cornetto al bar altrettanto. Se un migrante perde il lavoro e diventa clandestino rischia pure lui senza aver di fatto commesso nessun reato se non di essere disoccupato.

Ecco, noi non siamo per la galera, una cultura libertaria di fondo ce lo impedisce, siamo però per sospendere il diritto di voto e la cittadinanza italiana a tutti i grandi evasori fiscali, ( escludendo le piccole partite iva monocommittenza e piccoli artigiani).

CONTROLACRISI.ORG

Fonte: http://www.nuovaresistenza.org/2010/08/13/sospendere-la-cittadinanza-e-il-diritto-di-voto-per-gli-evasori-fiscali-litalia-vi-ripudia-controlacrisi-org/

FIAT, AIUTI SOLO SE GARANTISCE I POSTI DI LAVORO

FIAT, AIUTI SOLO SE GARANTISCE I POSTI DI LAVORO

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Maurizio Zipponi

Caso Fiat, intervista a Maurizio Zipponi, responsabile nazionale del dipartimento Lavoro dell’Italia dei Valori

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Maurizio Zipponi, la Fiat ha annunciato ricorso contro il reintegro dei tre operai di Melfi, licenziati dall’azienda con l’accusa di aver bloccato volontariamente, durante uno sciopero, le linee di montaggio. Si aspettava la mossa del Lingotto, e come la giudica?

Quella della Fiat è una mossa naturale, nel senso che sempre quando un’azienda perde per antisindacalità, soprattutto sui licenziamenti, ricorre in tribunale. Ma a parte la mossa, data da una linea di difesa legale, quel che mi aspetterei è che, anzitutto, anche la Fiat si rendesse conto di essere in un Paese democratico in cui esiste un potere, la Magistratura, che è autonomo dagli altri poteri e dai potenti, e che per l’Italia dei Valori è un punto di riferimento importantissimo, oltre ad essere una garanzia per le persone che non hanno i mezzi per farsi valere attraverso i soldi o la gestione del potere della “casta”. L’autonomia della Magistratura è un punto per noi fondamentale. Quindi io mi aspetterei che la Fiat, rendendosi conto che non può fare quello che vuole – alla faccia delle leggi e dei contratti – decidesse di convocare la trattativa anche con il più grande sindacato italiano dei metalmeccanici che è la Fiom e mettesse da parte la repressione e lo scambio ‘diritti in cambio del posto di lavoro’ e discutesse finalmente del destino degli stabilimenti italiani e dell’occupazione.

Come motiva la politica perseguita negli ultimi tempi dalla Fiat, anche in relazione all’accordo di Pomigliano d’Arco e alla ventilata minaccia di Marchionne di uscire da Confindustria?

Tutto nasce da un problema: la Fiat nei prossimi mesi deve rispettare l’accordo col Governo americano sulla Chrysler, e cioè aumentare la propria quota di partecipazione e restituire il danaro che il Governo Usa ha prestato al costruttore di Detroit – di cui l’azienda torinese è il maggiore azionista privato – nei tempi definiti. La questione è che Chrysler questi soldi non li ha e non li ha nemmeno Fiat. Quindi il Lingotto deve ricercare risorse sul mercato finanziario. La via più breve è alzare il prezzo nei confronti del nostro governo, e cioè dire che in cambio del mantenimento degli stabilimenti in Italia, è necessario che l’azienda riceva, in modo diretto o indiretto, risorse pubbliche o, comunque, che il sistema finanziario italiano sostenga sia il debito attuale della Fiat sia le nuove risorse di cui ha bisogno per la Chrysler.
Io ho come l’impressione che tutte le vicende, da Pomigliano d’Arco ai licenziamenti di Melfi, in verità servano a coprire il vero problema, e cioè il debito della Fiat, le garanzie finanziarie per Chrysler e la divisione – per la prima volta nella sua storia – del gruppo, in quanto verranno scorporate le attività della Iveco (camion) e della New Holland (macchine movimento terra), per cercare risorse finanziare sul mercato. Ecco allora che quando i lavoratori dicono No a scambiare i diritti fondamentali con il lavoro perché sarebbe come tornare al Medioevo, questo viene utilizzato dall’azienda come capro espiatorio per alzare il prezzo di contrattazione per gli azionisti di Fiat, sia col governo italiano sia con il sistema finanziario.

Parliamo di occupazione, il Lingotto già oggi ha diverse linee di produzione all’estero e altre potrebbero essere trasferite in paesi con condizioni più favorevoli per l’azienda. A suo giudizio la multinazionale torinese manterrà gli attuali livelli occupazionali in Italia, o dobbiamo temere un ridimensionamento, come denuncia da tempo la Fiom?

La Fiat ha già deciso strategicamente le proprie linee per il futuro. La prima è quella di spostare l’asse decisionale verso gli Stati Uniti e il mercato dell’America Latina, in particolare il Brasile. Per quanto riguarda l’Europa, di trasferire le attività produttive nell’Est, Polonia e Slovenia soprattutto, e lasciare nel sud alcuni stabilimenti fin quando questi verranno sostenuti dal denaro pubblico italiano. Tanto è vero che ha già comunicato che chiuderà quello di Termini Imerese, in Sicilia, il che significa perdere – tra diretti e indiretti – circa 2mila posti di lavoro. Poi a Pomigliano, probabilmente porterà la Panda, ma sempre contrattando con il Governo italiano fondi, soldi pubblici e quant’altro. Che fare allora? Se avessimo un governo serio, dovrebbe dire a Marchionne: “Noi abbiamo in Italia 5 stabilimenti di produzione, questi devono avere un futuro, un prodotto, un modello, degli obiettivi di volumi da produrre. Se mantieni i livelli occupazionali discutiamo di cosa significa aiutare la Fiat”. Diversamente il rischio rispetto al passato è quello di dare aiuti pubblici al Lingotto semplicemente perché delocalizzi nell’Est Europa o, peggio ancora, trasferisca risorse finanziarie verso gli Stati Uniti, lasciando l’Italia solo come un mercato a cui attingere, volta per volta, sulla base degli aiuti di stato.

fonte: http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/articoli/politica/fiat_aiuti_solo_se_garantisce.php

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Ecco come in Italia viene trattato dai media un reato commesso da un immigrato e da un italiano!

Ecco come in Italia viene trattato dai media un reato commesso da un immigrato e da un italiano!

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di Jivis Tegno

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Qualche giorno fa, è stato arrestato un nigeriano accusato di violenza carnale su una bambina di 6 anni. Sunday Mmojekwu, 28 anni, era ospite in casa di connazionali. Il porco approfittava dell’assenza dei genitori per rivolgere le sue morbose attenzioni sulla bambina. La notizia è stata data con grande clamore e titoloni eccezionali da quasi tutti i mezzi diinformazioni italiani. Molte persone hanno commentato l’articolo nei siti Web e pagine di Facebook, condannando giustamente il disgustoso fattaccio.

Un giorno dopo il fermo del nigeriano, è stato arrestato sempre a Vicenza, l’italiano Carlo D’avanzo, 56 anni, accusato di avere violentato due sorelle senegalesi di 9 e 6 anni. La notizia è stata quasi ignorata dai mezzi di informazioni italiani. I mezzi di informazione che hanno parlato del triste episodio, nella maggior dei casi, hanno dato la notizia con meno clamore o con poche righe sui giornali cartacei. Bisogno sottolineare che Carlo D’Avanzo era già stato arrestato e condannato negli anni ottanta per le stesse accuse.

Ecco come si tratta in molti casi l’informazione in Italia. Viva la strumentalizzazione dei fatti! Viva la lotta strumentale della legge bavaglio!!!

fonte: http://informarexresistere.fr/2010/08/13/ecco-come-in-italia-viene-trattato-dai-media-un-reato-commesso-da-un-immigrato-e-da-un-italiano/

Intendiamoci: non vogliamo difendere nessuno, italiano o meno. Ma, oltre a ricordare che un imputato è innocente finché non venga dimostrata la sua colpevolezza, teniamo anche a sottolineare che – fino a prova contraria, di cui peraltro abbiamo già avuto parecchie dimostrazioni, e non solo per reati “comuni” – la legge è uguale per tutti… l’informazione, evidentemente, no. Perché altrimenti come farebbe il governo attuale a sbandierare quotidianamente vittorie inesistenti? elena

Crisi, il prezzo più alto lo pagano i giovani: 81 milioni senza lavoro

Crisi, il prezzo più alto lo pagano i giovani: 81 milioni senza lavoro

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GINEVRA – Il dato è allarmante ed è forse destinato a crescere. Nel mondo la crisi economica sta lacerando soprattutto i più giovani, in bilico tra precariato e disoccupazione. A fornire numeri da capogiro è l’Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo), che proprio oggi, nel giorno in cui al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite si celebra la Giornata internazionale della Gioventù, evento che apre ufficialmente l’Anno internazionale della Gioventù, fornisce i dati raccolti nel 2009.

Il rapporto Ilo parla chiaro: su 620 milioni di giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni, che fanno parte della forza lavoro, circa 81 milioni erano disoccupati alla fine del 2009. Si tratta del livello più alto degli ultimi 20 anni. Ma ciò che preoccupa di più è il fatto che il tasso di disoccupazione giovanile a livello mondiale è salito nel 2009 al 13% (nel 2007 era all’11,9%).

“Non c’era mai stato prima un incremento di questa grandezza da quando registriamo questi dati”, ha commentato Steven Kapsos, un economista dell’Ilo. L’Agenzia dell’Onu stima anche che il tasso di disoccupazione giovanile a livello globale continuerà a crescere per tutto il 2010, fino a giungere al 13,1%. Il tasso dovrebbe poi scendere al 12,7% nel 2011.

Secondo il rapporto dell’Ilo, la crisi finanziaria globale ha colpito in proporzione più i giovani che gli adulti. In alcuni paesi europei, tra cui anche la Spagna e la Gran Bretagna, molti giovani hanno addirittura perso ogni speranza di trovare un impiego, e ciò, spiega Kapsos “Avrà importanti conseguenze. Rischia di creare una generazione perduta costituita di giovani che sono stati spinti fuori dal mercato del lavoro e che hanno perso ogni speranza di poter vivere in modo decente”.

La disoccupazione però non è il solo dramma giovanile. A fianco a questa si registra infatti un aumento della povertà che colpisce giovani occupati: circa 152 milioni di giovani lavoratori nel mondo, cioè un quarto degli occupati giovanili, vivono – rileva sempre l’Ilo – in situazioni di estrema povertà, in famiglie che, nel 2008, sopravvivevano con meno di 1,25 dollari per persona al giorno. Le proiezioni mostrano che la ripresa dell’occupazione giovanile richiederà più tempo rispetto agli adulti, categoria quest’ultima, che ha visto il massimo storico della disoccupazione al 4,9% globale nel 2009 e per la quale é previsto un calo al 4,8% nel 2010 e al 4,7% nel 2011.

fonte: http://www.futurocomune.it/201008122669/economia/crisi-il-prezzo-piu-alto-lo-pagano-i-giovani-81-milioni-senza-lavoro.html

CAMICIE ROSSE – In treno con il tricolore

In treno con il tricolore

In viaggio verso Torino: dialogo con i passeggeri sull’unità d’Italia e l’attuale disgregazione del Paese

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In treno con il tricolore
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La notte a Besozzo ho avuto tempo di leggere e capire, mentre le stelle si spegnevano una a una. Esiste un Garibaldi sconfitto, di cui non si parla, e solo capendo quella sconfitta e quell’umiliazione, è possibile intendere l’Italia suddita di oggi. Sul treno che mi porta a Torino, la Grande Madre d’Italia, decido che d’ora in avanti non mi basteranno più gli assalti di Bixio, le cronache trionfanti di Cesare Abba, Alberto Mario e Cesare Bandi. Non più, ora che ho divorato in una notte i ricordi di Giuseppe Bennici, garibaldino condannato ai lavori forzati per aver partecipato alle spedizione del 1862, quella finita col ferimento di Garibaldi sull’Aspromonte.

Attenti, non troverete questa storia in nessun manuale, in nessuna celebrazione. Nel 1860 Bennici è camicia rossa, poi passa all’esercito. Ma quando rischia di essere mandato a combattere contro il suo ex generale che risale il Sud al grido di “Roma o morte”, diserta e si ricongiunge a lui. C’è lo scontro in Calabria, ed è la fine. Viene messo ai ferri e scrive: “ora è la prima volta che sofferenze ci sono impartite da italiani”. Lo condannano a morte “come un traditore della patria”, e intanto vede “trattati con indulgenza i nemici d’Italia, i partigiani dei Borboni, fautori del brigantaggio”. Su intervento di Garibaldi gli commutano la pena con i lavori forzati a vita e lo degradano con infamia con altri 53 reduci di Aspromonte. È rasato brutalmente al punto da sanguinare, incatenato e spedito a Portolongone. In galera all’inizio non ci sono nemmeno i pagliericci. È trasferito a Nisida, dove una notte rischia di essere ucciso dai camorristi; poi nel Cuneese, dove il direttore del carcere è un ex borbonico che gli infligge altre pene: poco cibo, freddo, sporcizia, lettere ai genitori buttate via. Una sera vede “un bravo soldato di Palestro piangere per la fame”. Racconta: un giorno, “transitando ammanettati per Saluzzo, davanti al monumento a Pellico, ci fu d’ineffabile rammarico pensare che, nella terra nativa, avevamo trovato aguzzini pari se non peggiori di quelli dello Spielberg”.

L’unità fu anche questo. Tragedia, scontro tra italiani. Punizione di patrioti e promozione di generali inetti. Trasformismo, furbizia dei voltagabbana e dei raccomandati. Quello di Bennici è l’urlo di uno sconfitto: “La reazione in Italia cominciò ad Aspromonte e finirà in Vaticano, quel giorno in cui un legato di Vittorio Emanuele sottoscriverà un concordato col cardinale Antonelli”. Finirà più o meno a quel modo, solo che al posto di re Vittorio ci sarà “l’uomo della provvidenza”, Benito Mussolini. E ancora oggi in Italia, caso unico in Europa, lo stato laico resta un processo incompiuto.

Ho una coccarda tricolore sulla giacca. Serve a dichiarare la mia identità in assenza di camicia rossa, rimasta sporca in valigia. In compenso la camicia bianca che indosso è diventata rosa, perché l’ho lavata assieme all’altra. E in lavatrice il rosso è come la scarlattina. “Come mai ha il trico?” mi chiede un quarantenne con accento milanese seduto di fronte a me, mentre il treno passa le risaie del Vercellese. Dice “trico” come se dicesse “rinco”. Rispondo un po’ piccato che sono garibaldino, e sto facendo un viaggio italiano. A quel punto un altro passeggero stacca gli occhi dal giornale e mi dice con un sorriso: “Faccia presto a fare questo suo viaggio, fin che l’Italia esiste”. Resto senza parole, e mi torna in mente che a Trieste, giorni fa, anche un serbo mi ha detto la stessa cosa, pensando al suo “mondo ex”. Gli chiedo cosa intende dire. Lui: “No, guardi non penso alla secessione. Penso alla disgregazione. Tutte le regioni contro il Centro. C’è rabbia sorda in giro, gli enti locali non hanno più un soldo, le aziende chiudono, e il peggio deve arrivare. Ma non se ne parla”. È un industriale del mobile di Pordenone e ha in corpo l’energia di chi si è fatto da sé. Partecipa appassionatamente alle cose della politica. Talvolta scrive sui giornali. L’uomo giusto per capire. Il vituperato “trico” è stato un’esca perfetta. L’industriale dilaga: “Una volta uno diceva “territorio” e tutti pensavano “Italia”. Oggi dici “territorio” e pensi al locale, anzi peggio, al localismo. Nessuno pensa più a rifondare la Repubblica perché ormai tutti ragionano in piccolo, anche a sinistra. Anche Chiamparino vede al massimo una federazione di conurbazioni metropolitane. E intanto il territorio tanto mitizzato è lasciato a secco. Per pagare gli impiegati, i sindaci sono obbligati a svendere le loro acque, persino il loro paesaggio, ai privati. E a 150 anni dall’unità anche i potentissimi governatori sono rimasti al verde. Così si torna alle parrocchie, alla microsolidarietà delle casse rurali… O si finisce come la Grecia”.

La giornata è magnifica, serena di un blu cobalto, e sullo sfondo delle risaie compare il Monte Rosa. “Questa  –  sottolinea il mio incontenibile compagno di viaggio  –  è la quiete prima della tempesta. Abbiamo creato una generazione che è pronta a rubare per avere un’automobile nuova. La saggezza sparagnina e ambientalista dei nostri vecchi è dimenticata. Guardi l’America, ha talmente tanti debiti che ha già impegnato il Pil dei prossimi quattro anni. È un decennio che dico “ce la caveremo”. Ora per la prima volta dico: “forse non ce la caveremo”. Ci vorrebbe uno come il suo Garibaldi per tirarci fuori dalla merda”.

Ma lei, chiedo, che ne pensa di Garibaldi? “Dà fastidio perché ricorda un’unità possibile. Ma anche perché ci ricorda la libertà in un momento in cui l’abbiamo persa”. Il pordenonese racconta che un nuovo rumore ha invaso il Nord, quello dove la Lega trionfa. È il ticchettio che si sente la sera, in tanti negozi, a serrande abbassate. Il registratore di cassa che emette scontrini su merce inesistente per riciclare denaro. Ripenso a quanto mi ha detto un industriale qualche giorno fa a Perugia, quando ho incontrato i primi garibaldini del viaggio. Disse che c’era uno scontro in atto tra evasori e onesti, una resa dei conti. Oggi guardo in fondo alla pianura le Alpi che scintillano e mi dico che non è possibile, l’Italia è una meraviglia e la guerra non può finire col trionfo dei primi.
12. continua

13 agosto 2010