Archivio | agosto 14, 2010

Usa, arriva la pillola del quinto giorno

In Italia si attende l’ok dell’Agenzia del farmaco

Usa, arriva la pillola del quinto giorno

Via libera alla vendita del “contraccettivo d’emergenza”: ha un’efficacia più lunga della pillola del giorno dopo

.

MILANO – La autorità sanitarie statunitensi hanno dato il via libera alla vendita negli Usa della cosiddetta pillola del quinto giorno, un “contraccettivo d’emergenza” simile alla pillola del giorno dopo, ma con un’efficacia di maggior durata. La pillola del giorno dopo, infatti, può essere presa entro 72 ore dal rapporto sessuale non protetto, ma la sua maggiore efficacia è nelle 24 ore immediatamente successive. Donne che hanno rapporti sessuali non protetti hanno circa una possibilità su 20 di rimanere incinta. Secondo quanto riportano gli studi di settore, con la pillola del giorno dopo il rischio si riduce a 1 su 40 e con quella del quinto giorno, a 1 su 50.

RISCHIO RIDOTTO – La pillola, a base di ulipristal acetato (Ua), è considerata più efficace nello scongiurare gravidanze rispetto a quella del giorno dopo, basata su levonorgestrel. Studi condotti in Gran Bretagna, i cui risultati sono stati resi noti dalla rivista Lancet a gennaio, hanno dimostrato che il rischio di gravidanza con ulipristal si è ridotto fino a due terzi rispetto al levonorgestrel. La Food and Drug Administation (FDA) ha deciso di autorizzare la vendita dietro prescrizione medica negli Usa della pillola del quinto giorno dopo che due sperimentazioni cliniche hanno dimostrato che «è sicura ed efficace». Ma la FDA ha anche sottolineato che la pillola, prodotta dalla francese Hra Pharma, «non deve essere utilizzata come un comune contraccettivo». «È importante che la FDA abbia preso una decisione basandosi su prove scientifiche e non su motivi politici» ha detto al New York Times, commentando positivamente il via libera Diana Zuckerman, presidente del National Research Center for Women and Families. Negativo invece il commento di But Wendy Wright, presidente di Concerned Women for America, associazione che si oppone all’aborto, secondo cui «il fatto che la FDA abbia atteso fino a tarda notte di un venerdì d’agosto per annunciare il via libera alla pillola, è stata sicuramente una decisione politica».

SITUAZIONE IN ITALIA – Dopo l’ok dell’Agenzia europea per il controllo sui farmaci (Ema), la richiesta di commercializzazione della pillola del quinto giorno dopo è da gennaio all’esame dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa). Quest’ultima «può prendere tempo, ma alla fine dovrà dare l’ok alla commercializzazione», spiega il farmacologo Silvio Garattini. Oggi la pillola è in commercio in Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna. «In quanto membro dell’Ema, anche l’Italia si è espressa a favore della commercializzazione del farmaco – ha spiegato Garattini – e di conseguenza è obbligata a dare il via libera alla commercializzazione». La procedura prevede che, nel caso in cui l’azienda presenti la richiesta di autorizzazione all’Aifa, ha diritto ad avere l’autorizzazione entro 90 giorni. Il via libera, osserva Garattini, «può ritardare, ma alla fine deve arrivare. È invece un’altra storia se ci sarà o meno rimborsabilità». La Hra Pharma, che produce anche la pillola del giorno dopo, ha chiesto all’Aifa l’autorizzazione per la commercializzazione in Italia a gennaio. A maggio il ministro della Salute Ferruccio Fazio ha dichiarato che ogni decisione dell’Aifa «è stata sospesa in attesa del parere degli esperti» circa la sua sicurezza e compatibilità con la legge sull’aborto e la contraccezione. Una volta acquisita la valutazione della commissione tecnica-scientifica su questi due punti, il ministro ha dichiarato l’intenzione di chiedere un parere al Consiglio superiore di sanità. (Fonte: Ansa)

.

14 agosto 2010

fonte:  http://www.corriere.it/salute/10_agosto_14/pillola-cinque-giorni-dopo-gravidanza-usa_97836cac-a7b1-11df-9159-00144f02aabe.shtml

SALUTE – Allarme per il superbatterio invincibile. L’India contro Lancet: “Non è nato qui”

Allarme per il superbatterio invincibile
L’India contro Lancet: “Non è nato qui”

Un gruppo di ricercatori inglesi ha individuato un ceppo di microrganismi che resiste a ogni classe di farmaci e che si sta diffondendo in tutto il globo. E afferma: “La culla del superbatterio è l’India”. Sotto accusa l’uso scorretto degli antibiotici e il “turismo medico”. I parlamentari di Nuova Delhi: “E’ una cospirazione delle case farmaceutiche” / LE FOTO I dieci superbatteri più resistenti 1

.

di GIULIA BELARDELLI

.

Allarme per il superbatterio invincibile   L'India contro Lancet: "Non è nato qui" Nell’immagine l’escherichia-coli1

.

Qualche decennio fa sembrava quasi conclusa la lotta alle malattie infettive: dopo lo sviluppo di diverse famiglie di farmaci, era opinione diffusa che per i batteri non ci fosse più scampo. Adesso invece è chiaro che non è così. Come in una guerra, i microrganismi si sono armati di scudi potenti e sono tornati a far paura come un tempo. Il motivo principale di questa loro evoluzione è la pressione selettiva a resistere agli antibiotici, vale a dire l’estremo tentativo di non farsi uccidere da nuove classi di farmaci. I cosiddetti “superbatteri” appartengono soprattutto alla categoria dei Gram-negativi, i cui ceppi più resistenti sono da varie parti considerati una minaccia per la salute pubblica globale.

L’ultimo allarme arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Lancet Infectious Diseases, una delle voci più autorevoli nel campo delle malattie infettive. La ricerca, dal titolo “Emergenza di un nuovo meccanismo di resistenza agli antibiotici in India, Pakistan e Regno Unito”, riporta dell’isolamento di ceppi di enterobatteri (microrganismi che popolano l’apparato digerente) resi resistenti a gran parte dei farmaci “grazie” – si fa per dire – all’opera di un gene di origine indiana.

Ma la pubblicazione non è passata inosservata e subito ha innescato le polemiche. Dall’India sono intervenuti diversi deputati e lo stesso ministro della Salute. Lo studio, che inivudua nel paese asiatico la ‘culla’ di un nuovo superbatterio resistente agli antibiotici, secondo i parlamentari sarebbe frutto di ‘una cospirazione’ delle multinazionali farmaceutiche.  “E’ scorretto legare questo virus all’India – ha affermato il ministro della Salute indiano in un comunicato – questa variante può essere contratta in qualunque paese del mondo”. Lo studio aveva esaminato 50 casi di infezione dovuta al batterio in Gran Bretagna, diversi dei quali erano stati trovati in persone che erano andate in India per sottoporsi a interventi di chirurgia estetica a basso costo.

“Noi rifiutiamo l’idea che gli ospedali indiani non siano sicuri per i turisti sanitari”, si legge ancora nel comunicato, mentre un membro del parlamento indiano citato dalla Bbc è ancora più esplicito: “L’India sta emergendo come una destinazione per il turismo medico – afferma – e questo tipo di notizia potrebbe far parte di un sinistro disegno delle multinazionali farmaceutiche”. Con il termine “medical tourism” o “medical travel” ci si riferisce a un fenomeno in crescita nel Regno Unito e non solo, ovvero la tendenza a viaggiare in paesi asiatici per sottoporsi a operazioni chirurgiche o trattamenti estetici senza liste d’attesa e a prezzi contenuti.

Il gene su cui si concentra la ricerca di Timothy R. Walsh, professore alla Cardiff University, e colleghi è chiamato New-Delhi-Metallo-1 (Ndm-1) ed è stato caratterizzato per la prima volta proprio in India. Già l’anno scorso il gruppo di Walsh aveva analizzato il caso di un paziente rimpatriato in Svezia dopo essere stato ricoverato in un ospedale di Nuova Deli. “Il paziente – spiegano gli autori – era colonizzato dai batteri Klebsiella pneumoniae ed Escherichia coli mutati con il gene Ndm-1”. E’ proprio la proteina codificata da questo gene (una metallo-beta-lattamasi) ad aver reso i batteri straordinariamente resistenti anche ai carbapenemici, ossia gli antibiotici di ultima generazione. Tale proteina, infatti, si discosta molto dalla “famiglia d’origine” che costituisce il bersaglio dei carbapenemici, ed è quindi completamente immune a questi farmaci.

Ad allarmare i medici di tutto il mondo è soprattutto la rapidità con cui questi ceppi si stanno diffondendo in diverse parti del globo. Il gruppo di Walsh, infatti, ha individuato oltre cento casi tra India, Pakistan e Bangladesh e 37 pazienti infetti nel Regno Unito. In particolare, fra i casi d’oltremanica 17 avevano viaggiato nel subcontinente nel corso dell’ultimo anno e in 14 erano stati ricoverati in un ospedale locale; per alcuni si trattava di situazioni d’emergenza, per altri di una precisa scelta di “turismo medico”. E’ proprio questa abvitudine, unita alla sempre maggiore frequenza dei viaggi intercontinentali, a far sì che questi ceppi non solo si diffondano su scala mondiale, ma siano più propensi a “incontrare” altri superbatteri. In tal senso, il timore dei ricercatori è la comparsa di microrganismi omni-resistenti pressoché invincibili.

L’aumento della farmacoresistenza nei batteri Gram-negativi è dovuto principalmente a geni “mobili” che si trovano sui plasmidi. Questi ultimi sono piccole molecole di Dna batterico che di norma contengono geni la cui attività è essenziale solo in determinate condizioni. Proprio per questo, i batteri hanno sviluppato diversi meccanismi per “passarsi” i plasmidi tra loro, così da sopravvivere anche in condizioni altrimenti proibitive. Facendo l’esempio del corpo umano, i microrganismi che riescono a “inventarsi qualcosa” sono gli unici a superare l’attacco – combinato, e dunque solitamente vincente – di sistema immunitario e antibatterici.

Una nuova era? In molti si stanno chiedendo se la scoperta dei superbatteri segni l’inizio di un’era “post-antibiotica”. La risposta a questa domanda oscilla tra punte di ottimismo e pessimismo, com’è tipico di ogni fase di incertezza nella ricerca scientifica. Un fatto certo, spiega Walsh, è che “gli enterobatteri mutati con l’enzima Ndm-1 sono altamente resistenti a molte classi di antibiotici e potenzialmente annunciano la fine dei trattamenti con β-lactami, fluoroquinoloni e amino glicosidi: le principali classi di antibiotici utilizzate per combattere le infezioni Gram-negative”. Da qui però non bisogna trarre conclusioni affrettate. Come hanno mostrato i ricercatori, infatti, questi ceppi sono ancora sensibili ad alcuni farmaci (colistina e tigeciclina).
In ogni caso, tutti concordano su un aspetto: l’importanza di diffondere una cultura ragionata dell’antibiotico. Da questo punto di vista, un corretto uso dei farmaci (sempre supervisionato dai medici) e l’osservazione di procedure di sterilizzazione più accurate negli ambienti clinici-ospedalieri potrebbero essere sufficienti a contenere lo sviluppo dei superbatteri, soprattutto in quelle parti del mondo in cui l’educazione medica dei pazienti non è ben radicata.

La ragione per cui paesi come l’India, il Pakistan e il Bangladesh sembrano essere terreni particolarmente fertili per il gene Ndm-1 può essere trovata, suggerisce Lancet, nell’utilizzo poco oculato degli antibiotici tra la popolazione locale. Nel suo studio Walsh cita un editoriale apparso sul Journal of Association of Phisicians of India a firma dell’esperto in malattie infettive Abdul Ghafur, emblematicamente intitolato: “Annuncio mortuario – sulla morte degli antibiotici!”. Ghafur spiega come in India sia sempre più diffusa la somministrazione di antibiotici senza prescrizione medica, il che ha portato a una pressione selettiva molto forte e destinata, a meno di interventi appositi, a crescere ulteriormente. In un mondo sempre più piccolo e connesso, insomma, non ci resta che sperare – e agire – affinché il corretto uso di farmaci e antibiotici diventi anch’esso globale.

.

14 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2010/08/14/news/superbatteri_dallindia_e_guerra_agli_antibiotici-6292579/?rss

Pakistan: 20 milioni di sfollati e primi casi di colera. I morti sono più di 1.400

Pakistan: 20 milioni di sfollati e primi casi di colera

.

.

Venti milioni di persone colpite, miliardi di dollari di raccolti perduti, 1.400 morti (ma i soccorritori parlano di oltre 1.600), 71 distretti hanno subito gli effetti di piogge e inondazioni, 720.000 case sono distrutte e 1,2 milioni di persone hanno perso tutto. È il bilancio del paese pachistano per le inondazioni delle ultime settimane.

Il premier pachistano Yusuf Raza Gilani ha fornito le cifre ufficiali sulle inondazioni che nelle ultime settimane hanno messo in ginocchio il suo Paese nel discorso rivolto alla nazione nel giorno del 63esimo anniversario dell’Indipendenza. Inoltre, i timori paventati due settimane fa di possibili epidemie si sono materializzati perché nell’ospedale di Mingora, principale città della Valle dello Swat, è stato segnalato un caso accertato di colera, oltre ad altri sei sospetti.

Secondo le Nazioni Unite sono 14 milioni le persone colpite dalle alluvioni, mentre sono circa 1.600 i decessi accertati finora. Tuttavia, le agenzie umanitarie dell’Onu temono che il bilancio possa aggravarsi dopo il primo caso di colera denunciato oggi nelle zone alluvionate. L’Onu, che ha mobilitato le sue differenti agenzie per venire incontro ai bisogni della popolazione colpita, ha sostenuto per bocca del suo portavoce per gli aiuti umanitari, Maurizio Giuliano, che «molto è stato fatto», ma che «almeno sei milioni di persone sono abbandonate a se stesse e non hanno ricevuto alcun aiuto».

Per capire le proporzioni del fenomeno, i responsabili della Protezione civile hanno detto che l’Indo ha in questo momento, in alcuni tratti, una larghezza di 25 chilometri, almeno 20 volte maggiore di quella normale.

La piena del principale corso d’acqua del Paese, l’Indo, dopo aver devastato il nord, è giunta durante il suo viaggio verso il Mar Arabico nella provincia meridionale di Sindh. Ed oggi è toccato alla città di Jacobabad, i cui 10.000 abitanti erano stati quasi tutti evacuati, subirne gli effetti.

.

.

14 agosto 2010

fonte:  http://www.unita.it/news/mondo/102395/pakistan_milioni_di_sfollati_e_primi_casi_di_colera

DIETRO LE SBARRE – Sos ospedali giudiziari: Troppi «ergastoli bianchi»

DIETRO LE SBARRE

Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa –  Gianluca Pulcini Fotografo, biogallerie

Sos ospedali giudiziari
Troppi «ergastoli bianchi»

.

di Ilaria Sesana

.

Nicola potrebbe tornare in libertà in pochi giorni. Da tre anni il magistrato di sorveglianza ha dato il via libera alla sua dimissione dall’ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Secondigliano eppure si trova ancora dietro le sbarre. «In attesa di trasferimento in una comunità terapeutica», si legge nel rapporto della delegazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia del Servizio sanitario nazionale che, il 22 luglio scorso, ha effettuato una visita a Secondigliano.

In quelli che una volta si chiamavano “manicomi criminali” oggi vivono 1.452 persone (capienza regolamentare di 1.322 posti, ndr): uomini e donne accomunati dalla malattia mentale e dal fatto di aver commesso un reato. Ben 413 internati (399 maschi e 14 femmine) però potrebbero uscire in breve tempo se sul territorio ci fossero strutture in grado di accoglierli. Ma è proprio qui che si incontra la prima strettoia: «Non c’è posto nelle comunità, non ci sono risorse, non ci sono progetti», spiega Valeria Calevro, psichiatra e direttrice dell’Opg di Reggio Emilia. Una delle strutture più affollate d’Italia con 284 internati a fronte di una capienza regolamentare di 132 posti. «Da due anni abbiamo messo i letti a castello – aggiunge la direttrice – una situazione pericolosa per pazienti che assumono psicofarmaci».

I reclusi di Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere (Mantova), Montelupo Fiorentino (Firenze), Aversa (Caserta), Napoli e Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) sono persone che, pur avendo commesso reati, non vengono processate perché incapaci di intendere e di volere. Nei loro confronti viene invece disposta una misura di sicurezza che, nei casi più gravi, può arrivare all’internamento che si protrae fino a quando l’internato viene considerato pericoloso. Ma anche se l’internato non ha nessuno che possa prendersi cura di lui una volta uscito dall’Opg. In questo modo ai due, cinque o dieci anni decretati dal giudice, se ne sommano altri, dai sei mesi in su.

Decine di persone si trovano in questa palude. A Montelupo, ad esempio, un internato su tre è in regime di proroga mentre l’Opg di Secondigliano detiene il record di “ergastoli bianchi”: il 40% dei detenuti è in regime di proroga. È il caso di Leonardo che, condannato a due anni di internamento, ne ha trascorsi ben 25 in Opg.

Un meccanismo perverso, che si sta cercando di spezzare, attraverso l’accordo siglato il 26 novembre 2009 in sede di Conferenza Stato-Regioni: entro la fine del 2010 «le Regioni si impegnano a raggiungere l’obiettivo di circa 300 dimissioni». L’applicazione, però, risulta complessa: il compito di gestire gli internati dimessi dagli Opg spetta ai dipartimenti di salute mentale e le Regioni se li “rimpallano”. La prima tappa dell’attuazione della legge prevede che all’interno di ogni Opg restino solo gli internati di un determinato “bacino”. A Reggio Emilia, ad esempio, dovrebbe restare solo chi proviene da Triveneto, Trentino, Emilia Romagna e Marche. Mentre Castiglione delle Stiviere dovrebbe accogliere (oltre alle donne provenienti da tutto il Nord) gli uomini provenienti da Piemonte, Lombardia e Valle d’Aosta. Eppure, ad aprile 2010, nell’Opg di Reggio Emilia erano presenti 106 internati lombardi che, in buon numero, potrebbero essere presi in carico dalla loro Asl. «Ma è un braccio di ferro –commenta Valeria Calevro -. Inoltre, da gennaio, avrebbero dovuto cessare gli ingressi di pazienti extra-bacino. E invece non è così».

.

14 agosto 2010

fonte:  http://www.avvenire.it/Cronaca/Opg_ergastoli_bianchi_201008140710454870000.htm

MEDIOEVO PROSSIMO VENTURO – “Il David è di Firenze”, “No è dello Stato”: Si infiamma la disputa sull’opera

Difficile dar torto a Firenze. Difficile perché, a fronte di uno Stato sempre più giuridicamente ed economicamente ‘distante’, l’oggetto del contendere non è la mera proprietà dell’opera d’arte ma il suo ‘sfruttamento’. 8 milioni di euro l’anno di introiti sono una bella boccata di ossigeno per le casse comunali, e col disimpegnarsi dello Stato, in progressivo aumento, sul fronte delle risorse economiche togliere anche questa fonte di denaro è considerato dai fiorentini (ripeto, non a torto) un vero e proprio latrocinio. Sono episodi come questi che spingeranno le popolazioni, sempre più esasperate (con molte ragioni, anche qui, ma anche molti torti..) delle varie realtà locali del nostro Bel Stivale a farci ripiombare in un nuovo MedioEvo. Un MedioEvo che vedrà lo scorrere del sangue di fratelli contro fratelli, qualsiasi lingua o dialetto parlino, che li farà scordare, forse per sempre, di essere prima di tutto Italiani.

mauro

_________________

“Il David è di Firenze”, “No è dello Stato”
Si infiamma la disputa sull’opera

Il ministero sostiene che il Comune non ha la proprietà della statua di Michelangelo
“I documenti sonio chiari: appartiene alla nostra città”, ribatte il sindaco Matteo Renzi

"Il David è di Firenze", "No è dello Stato" Si infiamma la disputa sull'opera

.

Si riapre una vecchia disputa del mondo dei beni artistici italiani, su cui in passato si sono giò misurati soprintendenti, ministeri e sindaci: quella sulla proprietà del David. In una recente relazione degli avvocati del ministero dei Beni culturali si sostiene che la statua più famosa del mondo appartiene allo Stato. Ovviamente il Comune è di parere completamente diverso e molto sicuro delle sue ragioni. “Con buona pace degli avvocati romani, i documenti sono chiari: Il David è della città di Firenze”, ribatte il sindaco Matteo Renzi. La partita non è affatto simbolica e va oltre il valore inestimabile dell’opera di Michelangelo, che nessuno si sognerebbe mai di vendere. Quello che fa gola alle amministrazioni sono i soldi incassati dalla vendita dei biglietti, che valgono circa 8 milioni di euro all’anno. Fino ad oggi finiscono nelle casse dello Stato ma il Comune li rivendica. Con la relazione si cerca di bloccare la richiesta di Palazzo Vecchio.

A preparare la nuova, dettagliatissima, relazione per il ministero sono stati gli avvocati dello Stato Maurizio Raugei e Luigi Andronio. I legali hanno ricostruito la storia del David puntano tutto sulle vicende storiche, fiorentine. Il Comune nasce in epoca granducale, tra il 1771 e il 1783, e quindi non può essere considerato l’erede diretto della Repubblica fiorentina che nel 1504 pagò i 400 fiorini per saldare il debito contratto con Michelangelo dagli operai dell’opera del Duomo e dai Consoli dell’Arte della Lana che avevano commissionato il David per la cattedrale. Si tratterebbe, dunque, di un’eredita tra Stati, fino alla riunificazione nel Regno d’Italia “che – scrivono i legali – non lascia spazio alla sopravvivenza di alcuna autonomia locale”.

C’è un altro passaggio che, secondo i due avvocati, taglia definitivamente la testa al toro: quando il David fu trasferito nel 1872 dall’arengario di Palazzo Vecchio all’Accademia, il Comune non avrebbe rivendicato alcuna proprietà. Per quanto riguarda l’atto del 1871 che certificava il passaggio di proprietà al Comune dell’intero Palazzo Vecchio e di tutte le statue presenti nell’arengario, nella loro relazione i due legali citano un rogito notarile del 9 novembre 1871 con il quale si procedeva alla consegna del solo edificio del Palazzo “con tutti i suoi annessi, infissi ed affissi e con tutti gli oggetti mobili tassativamente indicati in apposito inventario sottoscritto dalle parti”. Ma sia nella legge delega, sia nel verbale di consegna “non si parla affatto della statua del David che pur aveva assunto nel frattempo enorme valore anche simbolico”.

Piuttosto netto il commento di Renzi: “Per sostenere che il David non appartiene al Comune non basta arrampicarsi sugli specchi e credo che un Ministero tutto potrà fare tranne che ignorare una disposizione di legge. Certo, questo Governo è capace di sorprenderci su tutto, ma spero non varcheranno almeno questo limite. Detto questo, visto che è Ferragosto, eviterei polemiche sterili”. Poi, Renzi lancia un invito al dialogo: “Le Istituzioni – dice – non bisticciano come bambini, ma trovano le soluzioni più opportune. Chiederò al ministro Bondi un incontro, appena sarà rientrato in Italia, per fare il punto su tutte le questioni ancora aperte nei rapporti tra Firenze e il Governo centrale: dal David ai Grandi Uffizi, dal Maggio alla Pergola fino alla legge speciale, che, se torniamo a votare, sicuramente ci riprometteranno come in tutte le passate campagne elettorali”.
Cauta, sugli ultimi sviluppi, la sovrintendente del Polo museale fiorentino, Cristina Acidini, che dice: “seguo con attenzione l’evolversi della vicenda”. Intanto, dal parlamentare del Pdl Gabriele Toccafondi arriva un appello al dialogo e ad evitare scontri tra istituzioni.

.

14 agosto 2010

fonte:  http://firenze.repubblica.it/cronaca/2010/08/14/news/stsfgs_fg_dasasdasdasd_fggsdfg_df_dfssdfsdfl-6289994/?rss

Uganda: città senz’alberi sinonimo di progresso?

14/8/2010 – Ripreso da Wild Thoughts from Uganda

Uganda: città senz’alberi sinonimo di progresso?

.

Rosss Turaco – Uganda

.
DI MARK JORDAHL, TRADOTTO DA ELENA INTRA

.

Mentre scrivo il ronzio delle motoseghe mi rimbomba nelle orecchie. Vivo a Kampala, vicino ad un grande appezzamento dove fino a un mese c’era una scuola, un terreno lussureggiante con grandi alberi e cespugli in fiore. Gli alberi ospitano spesso numerosi falconi tessitori, taurachi, gonolek e molti altri uccelli, oltre a innumerevoli farfalle e lucertole. Ho sempre invidiato l’ombrosità dei terreni di questa scuola, in confronto alla zona rada in cui vivo.Poco tempo fa però, i “mzungu” [termine Swahili per indicare ‘persone di discendenza europea’, i bianchi] che gestiscono la scuola si sono trasferiti, e nel giro di poche settimane le motoseghe hanno decimanto la maggior parte del verde che prima prosperava su questi bellissimi terreni.

Credevo che chiunque altro della zona provasse la mia stessa sofferenza. Come si può non piangere la perdita della vita nel guardare ammassi di rami e ceppi, o il cespuglio il brutto e spoglio che un tempo era ricoperto di bouganville?

Ma la maggior parte di quanti vivono nel mio quartiere sono dei locali, e quando ho iniziato a chiedere loro cosa ne pensassero, più volte mi sono sentito rispondere,“Oh, finalmente è diventato bello!” “Quei mzungu non sapevano mantenerlo bene quel terreno!”, “È un bene che finalmente abbiano deciso di migliorare quell’area”.

Costruzione del Forest Village Botanical Garden, Kampala La cosa va propagandosi in tutta Kampala. Quando vivevo qui tra il 2004 e 2005, proprio dietro casa mia, c’era un bosco lussureggiante foresta che terminava in una palude di papiro. Ogni mattina ci facevo una passeggiata, ed ero arrivato a contare oltre 70 specie di uccelli in quel pezzetto di terra. La piccola foresta rappresentava anche un rifugio sicuro per i sciacalli striati che ancora sopravvivevano in città. Quando sono tornato per una visita nel 2007, quasi tutti gli alberi erano scomparsi. Per aggiungere la beffa al danno, il bosco è stato spazzato via per far posto qualcosa che verrà ironicamente chiamato “Forest Village Botanical Garden”, se mai lo finiranno. Se volete basare il marketing sull’idea di una foresta, perchè prima di tutto non lasciarla lì dov’era?

E qui non si parla di poveri che tagliano alberi per fare dei fuochi dove cucinare qualcosa da mangiare. Il tipo che possiede il terreno accanto a casa mia ora sembra essere proprietario di metà quartiere.

Oltre al mio desiderio personale di avere più alberi intorno, questa è una città che necessita di alberi e della loro capacità di filtrare l’inquinamento nell’aria, di ridurre le inondazioni e di moderare il caldo che a volte rende insopportabile girare per Kampala. Paul Theroux, nel suo libro Dark Star Safari, descrive la Kampala degli anni ’60, quando era famosa per le strade fiancheggiate da alberi in fiore. Tutti quegli alberi ora sembrano scomparsi.

L’Uganda sta perdendo gran parte delle sue foreste naturali. Nelle aree rurali si spendono montagne di denaro per ripiantare alberi nativi, per creare piantagioni monocultura di legna da ardere, per migliorare la normativa e applicare le leggi contro il disboscamento illegale. Ma come la mettiamo con le aree urbane? Anche qui abbiamo bisogno di alberi, ma che io sappia non ci sono progetti per piantare alberi nelle città, o quantomeno proteggere quelli che già ci sono. A Kampala sono rimasti alcuni vecchi alberi molto grandi. Servono leggi che proteggano questi alberi, e c’è bisogno di spiegare alla gente l’importanza degli alberi in città.

Kampala è ancora una città relativamente verde, ma per quanto ancora?

———————

Questi alcuni commenti al post originale:

erebusetnox :
È sicuramente successo così nella mia zona del New England – hanno tagliato ogni albero in giro per ricavarne terreni agricole (pur se, informandosi un pò, si scopre che anche le tribù che occupavano queste terre prima dell’arrivo di noi europei spesso procedevano alla deforestazione per vari scopi). Oggi, se si fa un’escursione nella maggior parte delle foreste nazionali  qui nel nord-est USA, si trovano dei ruderi: vecchi muri di pietra e i resti di qualche casa. E se qualcuno cerca di sostenere che gli Stati Uniti non hanno le loro colpe, basti vedere la travagliata storia delle Great Smoky Mountains in Tennessee.
Secondo me, molte nazioni meno industrializzate attraversano queste difficoltà dovute alla crescita, prima di riuscire ad arrivare nel posto giusto. Forse l’aiuto potrebbe arrivare dalle popolazioni native che stanno lottando per MANTENERE intatti i loro territori – devono farsi avanti e condividere la loro saggezza. Qui negli Stati Uniti c’è un grande movimento tra i Nativi Americani per promuovere l’ambientalismo. Questo tema è anzi il tema centrale dell’ultimo numero del ‘National Geographic’.

mypurplehoneyjar:
Il tuo post mi ha profondamente rattristato, in realtà mi è stato molto difficile credere che certa gente voglia abbattere gli alberi senza motivo! Ma purtroppo so che è così. Vivo in Sudafrica e quest’anno (avendo ospitato i Mondiali di calcio) anche la bellissima Pretoria, città di Jacaranda, non è riuscita a sfuggire alle motoseghe. Gran parte del danno  è stato fatto “in nome dello sviluppo” prima che arrivassero i turisti, ma, ironia della sorte, i lavori stradali per cui erano stati abbattuti gli alberi sono ancora incompleti, e tutti i turisti se ne sono andati!
Vicino alla mia università, c’era una strada fiancheggiata da ENORMI palme (cinque persone mano nella mano non riuscivano ad abbracciarne il tronco), sono state buttate giù e ora si vede solo un orrendo muro di cemento.
L’Africa dovrebbe essere famosa per le giungle lussureggianti e la natura selvaggia, perchè continuano a demolirli in tutto il continente?

JamesBrett:
Vivo proprio dall’altra parte del lago rispetto a te — a Geita, Tanzania. Abbiamo già perso gran parte dei nostri grossi alberi. Vado a correre in una “foresta” nazionale qui vicino che da un pò di tempo viene utilizzata per la produzione illegale di carbone. A quanto pare certi personaggi governativi vengono pagati per tacere su quest’industria di carbone clandestina. Ogni tanto, qualcuno viene scoperto a produrre e cercare di vendere carbone. Non so bene cosa succeda a questi individui — ma so cosa accade al loro carbone. Viene confiscato e conservato in un certo posto in città, così il governo poi può rivenderlo. Triste.

rantingcookiemonster:
È triste quando l’uomo inizia a negare le sue radici nella natura, è ancora più triste quando inizia a distruggerla a proprio vantaggio.
Cosa possiamo fare? Una volta ho sentito una citazione: “Mi sono sempre chiesta perchè qualcuno non facesse qualcosa a riguardo. Poi ho capito di essere io quel qualcuno.” -Lily Tomlin
Non conosco la situazione in Uganda, quindi non so esattamente cosa si possa fare. Ma forse si può provare con cose tipo parlare alla gente, piantare alberi in terreni vuoti, insegnare ai bambini l’importanza della natura, o qualcos’altro… consiglierei di fare almeno un tentativo (:

girlonthecontrary:
Anch’io ho vissuto in Uganda per un pò, anche se in un piccolo villaggio a circa 4 ore da Kampala, e credo che gran parte di quanto va accadendo abbia a che fare con ciò che gli ugandesi che vivono in città definiscono “modernizzazione”. Da quanto ho visto vivendo lì, direi siano convinti che per avere una città davvero “moderna” debbano emulare l’occidente. Per loro, credo che ciò voglia dire giungle di cemento e non giungle vere. La loro risposta al “migliorare il look” del quartiere è probabilmente quella che pensano noi apprezzeremmo e che li farebbe sembrare più “moderni.” Mi si spezza il cuore perchè i villaggi ugandesi sono bellissimi e anche alcune parti di Kampala lo erano. Spero che questa bellezza non sia andata perduta. Grazie per questo bel post!!!

————————
Testo originale: Why Do Ugandans Hate Trees? di Mark Jordahl. Ripreso da Wild Thoughts from Uganda: notizie e opinioni su società e ambiente in Uganda.

.

fonte:  http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/vociglobali/grubrica.asp?ID_blog=286&ID_articolo=134&ID_sezione=654&sezione=

E ora nessuno può vendere i dischi dei Pink Floyd

E ora nessuno può vendere i dischi dei Pink Floyd

Thorgerson, ellepì d'artista

Foto dal cofanetto Oh, By The Way del 2007

.

di ERNESTO ASSANTE

.

Se avete l’intenzione di passare Ferragosto ascoltando i Pink Floyd, assicuratevi di avere già nel vostro lettore mp3 i brani della band di Gilmour e Waters. Si, perché tutti gli album realizzati dalla band dopo Dark Side of the Moon, da Wish You were Here a The Wall, da Animals a The Final Cut, non sono più disponibili nei negozi digitali e i brani non possono essere più scaricati. Il motivo? il contratto che la band aveva con la Emi è scaduto il 30 giugno e non è ancora stato rinnovato. I cd, quelli stampati dalla Emi prima della fine del contratto, sono ancora nei negozi, ma la casa discografica inglese non può stamparne altri e se le scorte non sono sufficienti potrebbe capitare di non trovare più i dischi nei negozi.

Il management dei Pink Folyd ha iniziato le trattative con tutte le major interessate ad acquisire il catalogo della band circa diciotto mesi fa, e ogni casa discografica ha presentato le sue proposte sia sul fronte economico sia su quello del marketing, ma nessuno ha ancora vinto la gara, soprattutto a causa della cifra, troppo elevata, che i Floyd richiedono. La perdita del catalogo della band inglese è un ennesimo colpo per la Emi che non solo ha già perso, negli ultimi anni, formazioni come i Radiohead e personaggi del calibro di Paul McCartney, ma che ha anche forti debiti che non riesce a ripianare.

Il contratto con i Pink Floyd è uno dei più interessanti per la discografia: dal 1991 la band inglese ha venduto, solo negli Usa, 36,2 milioni di copie di cd, comprese 654mila nel 2009 e circa 311mila quest’anno, a cui vanno aggiunti circa 6,5 milioni di download, 587mila solo nel 2010. Va ricordato che i Pink Floyd non realizzano dischi nuovi dal 1994 e che l’ultima produzione è il live di “The Wall” del 2000.

Lo scorso marzo i Pink Floyd si opposero alla vendita delle singole tracce dei loro album sui siti come iTunes e Amazon e una corte inglese diede loro ragione.

.

14 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/08/14/news/emi_senza_dischi-6288025/?rss

Siamo entrati nella “fase Sud Africa” della Palestina

Siamo entrati nella “fase Sud Africa” della Palestina

.

La campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele ha visto una crescita senza precedenti dopo l’assalto su Gaza del 2008-2009 e l’attacco alla Flotilla che ha causato l’assassinio di nove attivisti umanitari. In tutto il mondo le persone assennate si mobilitano

Nonostante l’assedio di Israele su Gaza e l’excalation di insediamenti nel Negev e a Gerusalemme Est, i Palestinesi hanno qualche motivo per esultare. A Washington una catena di prodotti alimentari [la Food Co-op di Olympia, n.d.t.] ha deciso di chiamare al boicottaggio dei prodotti israeliani, confermando che il movimento per il boicottaggio, che ha compiuto cinque anni il mese scorso, ha finalmente oltreppassato l’Atlantico.

Questo movimento è supportato da figure di primo piano che includono i Nobel per la Pace Desmond Tutu e Maired Maguire e Richard Falk, il rappresentante speciale ONU nei territori palestinesi.

Il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) contro Israele é stato lanciato nel 2005, un anno dopo che la Corte Internazionale di Giustizia ha giudicato illegale il Muro di Israele e le colonie costruite nei territori della Palestina occupata.

Oltre 170 partiti politici, associazioni, strutture di masse ed ONG sono entrati a far parte di questo movimento capeggiato dal BNC, una coalizione di organizzazioni della società civile. Radicato in un secolo di resistenza civile Palestinese ed ispirato dalla lotta anti-apartheid, la campagna suddetta ha inteso presentare attraverso il boicottaggio un approccio integrale alla realizzazione dell’autodeterminazione palestinese: congiungere i Palestinesi che vivono nella Palestina storica con quelli in esilio a discapito di una frammentazione sempre più accelerata.

BDS evita la prescrizione di una qualche formula politica particolare ed insiste, invece, nella messa in pratica dei diritti di base non sanzionati [qui c’è un gioco di parole, “UN-sanctioned”, non traducibile, attraverso cui si vuol far intendere che chi non ha sanzionato Israele é l’ONU, n.d.t.] che corrispondono ai tre punti principali che stanno a cuore al popolo Palestinese: fine dell’occupazione israeliana e fine dell’occupazione di tutte le terre arabe iniziata nel 1967; fine della discriminazione razziale contro i cittadini Palestinesi; riconoscimento del diritto al ritorno nelle loro case dei rifugiati palestinesi, come sancito dalla Risoluzione ONU 194.

Concepito e guidato da Palestinesi, BDS si oppone a tutte le forme di razzismo, incluso l’antisemitismo, ed è ancorato ai principi universali di Libertà, Giustizia ed Uguaglianza dei diritti che motivarono le lotte per i diritti civili negli USA contro l’apartheid.

Caratterizzando come apartheid il sistema legalizzato di discriminazione adottato da Israele – secondo quanto detto da Tutu, Jimmy Carter ed anche dal Procuratore generale israeliano emerito [Michael Ben-Yair, n.d.t.] – non significa che Israele e Sud Africa siano la stessa cosa: i due regimi oppressivi non sono identici. Piuttosto si intende dire che la concessione di diritti e privilegi accordati da Israele su basi etniche e religiose si adatta alla definizione di apartheid adottata dall’ONU.

BDS ha conosciuto una crescita senza precedenti dopo la Guerra di aggressione a Gaza e l’attacco alla Flotilla. Le persone assennate si mobilitano ed agiscono facendo pressione, senza scendere a compromessi o a “impegni costruttivi”, per mettere fine all’impunità di Israele ed alla collusione dei paesi occidentali nel mantenimento dello status di Stato al di sopra della legge.

Il grido “Assedia chi ti assedia” del poeta Palestinese Mahmud Darwish si veste così di nuovo senso. Poiché convincere una potenza coloniale aad ascoltare i richiami morali alla giustizia è, alla meglio, qualcosa di delirante, ora molti hanno compreso la necessità di “assediare” Israele attraverso il boicottaggio, facendogli pagare il prezzo dell’oppressione.

Gli attivisti BDS hanno incitato più volte le istituzioni finanziarie di Scandinavia, Germania e di ogni altro luogo a scrollarsi di dosso quelle companies complici delle violazioni di Israele della legge internazionale. Molti sindacati internazionali hanno avviato il boicottaggio. A seguito dell’attacco alla flotilla, i sindacati dei portuali di Svezia, India, Turchia e USA hanno aderito ad un appello dei sindacati Palestinesi a non scaricare più dalle navi israeliane.

L’appoggio alla BDS di figure culturali come John Berger, Naomi Klein, Iain Banks e Alice Walker e l’ondata di cancellazioni d’eventi in Israele da parte di artisti come Meg Ryana, Elvis Costello, Gil Scott-Heron e “The Pixies” hanno accresciuto il profilo internazionale del movimento, avvicinando ad esso l’opinione pubblica occidentale. Lo scetticismo sul suo potenziale è così servito! “Boicottare dall’Interno”, un significativo movimento di protesta in piedi oggi in Israele, si è costituito nel 2009 adottando l’appello del BDS Palestinese.

Una legge israeliana, recentemente passata ad una prima lettura della Knesset, vuole imporre pesanti sanzioni a chi, israeliano, inizia o incita al boicottaggio contro Israele. Questo significa che Israele ha paura della portata e dell’impatto globali della BDS come campagna non-violenta e moralmente coerente per la Giustizia. Da qualunque parte la si guardi, tutto questo conferma che siamo entrati nella “fase Sud Africa” dei Palestinesi.
Omar Barghouti, “The Guardian” [trad. per Comunisti Uniti di Francesco Fumarola]

fonte: http://stopwar.org.uk/content/view/2029/27/


http://www.comunistiuniti.it/?p=3191

EMERGENZA CARCERI – I canili sono pieni

I canili sono pieni

“Quando l’odio diventa codardo se ne va mascherato in società e si fa chiamare giustizia” (Arthur Schnitzler)

Si sta discutendo l’esame del disegno di legge riguardante l’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a un anno.

Probabilmente i politici a giorni lo approveranno perché non ne possono fare a meno dato che i carceri stanno scoppiando dal sovraffollamento.

Ma non credo che ci fosse bisogno di una legge per applicare altre leggi, perché se la magistratura di sorveglianza applicasse le misure alternative, le galere italiane non sarebbero così stracolme.

E poi perché non dare una possibilità anche a quei detenuti che sono da tanti anni in carcere?

Ci sono uomini da più di vent’anni chiusi fra quattro mura, che fare di questi uomini?

Molti di loro sono ancora recuperabili, forse più di quelli che hanno da fare un anno e che sono dentro da pochi mesi.

Questo governo di centrodestra ha riempito i carceri di spazzatura umana per mantenere l’unica promessa elettorale del suo programma politico.

Cosa che probabilmente farà anche il prossimo governo di destra, o di sinistra se vincerà le prossime elezioni.

Sia il centrosinistra che sia il centrodestra sono d’accordo solo su una cosa: riempire i carceri come delle scatole di sardine e usare l’emergenza mafia per continuare a prendere voti e continuare a essere mafiosi.

Per sconfiggere il sovraffollamento delle galere italiane, non serve costruire nuovi carceri, basterebbe svuotarle.

E per svuotarle basterebbe cambiare le regole sociali.

Il carcere in Italia non è altro che lo specchio di fuori, dell’ingiustizia, della sofferenza, dell’emarginazione, della morte e degli avanzi della società perbene e disumana.

La riflessione di un’amica mi ha fatto amaramente sorridere: -Mi ha fatto effetto leggere la parola “cancello aperto”, in un carcere si usa lo stesso linguaggio che si usa per gli animali.

.

Carmelo Musumeci

Agosto 2010

.

ricevuto via mail

.

Voli Alitalia? Solo giornali graditi al Padrone

Sui voli Alitalia la stampa di famiglia gradita alla destra

.

di B. Di Giovanni e D. V. Rizzo

tutti gli articoli dell’autore

.

Sulle rotte dell’Alitalia esplode il «caso giornali». Tra passeggeri e assistenti di volo in molti hanno «mugugnato» per le testate che vengono distribuite sui voli nazionali che non coprano la «rotta d’oro» Roma-Milano. Nell’ordine: «Il Giornale» (proprietà: famiglia Berlusconi), e «Libero» e «Riformista» (proprietà famiglia Angelucci, orientata anche lei a destra). Contattata da l’Unità, l’azienda ha giustificato la scelta invocando criteri imprenditoriali. È stato lo stesso amministratore delegato Rocco Sabelli a spiegare tale «orientamento» in una lettera inviata a un’assistente di volo che chiedeva spiegazioni.

«Abbiamo proposto ai principali quotidiani di provvedere loro alla distribuzione a loro carico su alcune rotte – si legge nella lettera – come investimento compreso nelle loro strategie editoriali e di marketing. Ho io stesso personalmente, chiamato e parlato con i rispettivi direttori». Insomma, la compagnia ha chiesto copie gratis parlando direttamente con i direttori. Con l’Unità certo no. Tra questi, i maggiori hanno declinato l’offerta, Il Sole24Ore ha proposto un prodotto ad hoc e Giornale, Libero e Riformista hanno accettato. Quando la compagnia decise di azzerare i quotidiani omaggio sui voli nazionali, mantenne tuttavia il servizio ( a suo carico) sulla privilegiatissima tratta Roma – Milano («Non tutti i prodotti e non tutti i clienti sono uguali, se non altro perché pagano prezzi diversi», spiega su questo Sabelli nella lettera) sulla business class delle tratte europee e nella classe Magnifica per i voli intercontinentali. Su queste rotte la compagnia ha sempre distribuito il pacchetto standard: Corriere della Sera, La Repubblica, Il Sole 24 ore, Il Messaggero, La Stampa. E l’ immancabile Il Giornale. Dal primo agosto però la compagnia, ha deciso di ripristinare il benefit dei quotidiani gratis anche ai passeggeri che volano sulle rotte nazionali. Dieci giorni fa è stata infatti emessa una sorta di circolare interna (che l’Unità è in grado di pubblicare) con la quale si ripristina la distribuzione gratuita del giornali in cabina. Il testo elenca le testate ammesse sui normali voli nazionali: ancora Il Giornale, poi Libero e Il Riformista. Insomma quella che i satrapi del Pdl definiscono la «libera stampa».

Una scelta che ha suscitato non poche polemiche con i passeggeri. «Ogni volta ci prendiamo una scarica di proteste e dobbiamo spiegare – racconta un comandante che chiede il più stretto anonimato – che non è certo una scelta dell’equipaggio o del comandante tenere solo quei giornali ». La decisone ha un sapore decisamente politico. Nella sua lettera l’amministratore delegato punta a fugare l’insinuazione, fondata anche sulla «particolare genesi» elettoralistica (parole sue) della nuova compagnia. «Abbiamo dato alla nuova Alitalia un profilo di mercato – sostiene Sabelli – di azienda privata e senza associazione a questa o quella parte politica». Sarà. «Stiamo facendo sforzi enormi – continua Sabelli – per centrare la nostra missione: non permetteremo che tutto sia vanificato da interessi di parte». Ma di quale parte saranno questi interessi?

.

14 agosto 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=102371