Archivio | agosto 15, 2010

Crisi, travolta anche la comunità di don Gallo

Crisi, travolta anche la comunità di don Gallo

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«Ci tagliano l’unità di strada e la struttura di semiresidenzialità che accoglie un centinaio di persone all’ anno che iniziano il percorso di uscita dalla droga»: don Andrea Gallo è allarmato. La finanziaria si abbatte sul sociale, stralciando servizi che tolgono speranze ai più fragili

(La Repubblica Genova, 11 agosto 2010)

Le prostitute di Genova: l’unità di strada della Comunità di San Benedetto le supporta nell’emarginazione del loro sfruttamento e si muove senza sosta nelle notti di Genova dal 2000. Poi, i tossicodipendenti: la semiresidenzialità a San Benedetto abbraccia un centinaio di persone ogni anno, è il primo passo, il più delicato, che le persone compiono prima di entrare in comunità. Funziona dalle 8 alle 18 e ha salvato molte vite, è una soglia cruciale sulla quale si fanno i conti con le proprie forze e si riceve aiuto per cambiare vita.

«Urleremo tutto questo dal palco della Notte Bianca dice don Gallo – sarà uno spazio di partecipazione, prima di tutto, e un luogo di speranza, di giovani, per farcela». Doveva essere in piazza De Ferrari, il palco di don Andrea, il prossimo 11 settembre, quinta Notte Bianca di Genova. Invece la Porto Antico spa l’ha voluto nella sua area, una grande ribalta per tanti beniamini dei giovani, ma anche una piattaforma, su cui salirà anche il sindaco Marta Vincenzi, per ribadire l’impegno e la prima linea di Genova nella difesa dei diritti.

La Comunità di San Benedetto festeggia così, con un ennesimo regalo alla città, i suoi “primi” 40 anni. Nicolò Fabi, Tonino Carotone, Teresa De Sio, Roy Paci e Aretuska, Max Manfredi, Assalti Frontali, Enriquez (Bandabardò) e Vladimir Luxuria che sarà madrina della serata, in cui s’affaccerà anche l’opinionista di Repubblica, Enzo Costa, autore del “Lanternino” quotidiano, su queste pagine: «Sono commosso dai tanti artisti che parteciperanno alla festa della Comunità che è la festa di Genova – dice don Gallo – Anche Vasco Rossi avrebbe voluto, ma non poteva. Tutte le volte mi stupisco di tutto questo affetto». Infatti gli artisti non percepiranno compenso, arriveranno sul palco del Porto Antico proprio per il bene che vogliono a don Andrea, alla sua Comunità, e al messaggio che parte dalle sue iniziative, una denuncia sempre impregnata di speranza.

«L’11 settembre a Genova ci sarà una grande serata, ma la notte, però, sarà al Porto Antico – lancia lo slogan Domenico Megu Chionetti, braccio destro di don Gallo – voglio ringraziare l’assessore alla Cultura Andrea Ranieri che ha voluto e costruito questo palco con noi. Al di fuori di ogni logica commerciale. Ci sarà la musica, ma ci saranno anche i diritti. Vogliamo dare voce a chi rischia di scomparire, sotto le lame di questa finanziaria: le cooperative sociali.

E non solo, il sindaco Vincenzi, con don Gallo e Marco Casacci (Subsonica), rilanceranno la campagna di “Chi ama la mafia tira una riga”, già impostata da “Torinosistemasolare” sulla prevenzione e la lotta alle dipendenze da stupefacenti: «Il 60% del giro d’affari della mafia arriva dal narcotraffico, allora distruggiamo quel mercato», invita “Megu” Chionetti.

Dalla festa del 2 luglio, al Carmine, (l’anniversario in cui don Gallo, viceparroco, venne allontanato dal cardinal Siri dal quartiere che lo amava, perché troppo “comunista”), alla messa dei Diritti, organizzata da Nando dalla Chiesa, insieme a don Ciotti e don Traverso, alla festa per i suoi 82 anni nel Ghetto, fino all’11 settembre: don Gallo e la Comunità di San Benedetto mette a nudo l’anima di Genova.

fonte: http://www.sanbenedetto.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1419%3Acrisi-travolta-anche-la-comunita-di-don-gallo&catid=26%3Aarticoli&Itemid=81

Un partito

Un partito

Riunione di antimafiosi in Sicilia (a Modica, col Clandestino)

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Roma, 09.08.2010 | di Riccardo Orioles (da ucuntu.org)

Di Tremonti ha parlato per primo, senza nominarlo, Veltroni (“governo tecnico”) seguito subito dopo da Bersani. Il Fatto, i primi giorni, sembrava incerto fra lui e Draghi. In realtà è una soluzione probabile, e non a caso è quella esorcizzsata subito da Bossi e Berlusconi. Qualche rivoluzionario, come Beppe Grillo, preferirebbe direttamente un uomo Fiat, Montezemolo.

Ma insomma si va in direzione Tremonti, non per governi “tecnici”, ma proprio per l’assetto finale dopo le elezioni. Se ce la fanno – se cioè Berlusconi si salva, se il centrosinistra ci casca, se non scoppia la Grecia nel frattempo – sarà il terzo ventennio, dopo quello di Mussolini e quello di Berlusconi. Ben diversi fra loro, i tre regimi, ma con una cosa  in comune: la Fiat. Di Fiat, praticamente, non si parla più.

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La crisi non è politica, è industriale. Comanda Berlusconi? Comandano Tremonti e Marchionne; che tendono a liberarsi, nello sfascio, dall’ingombrante duce e andare avanti da sé. Giovanni Agnelli fu il kingmaker di Mussolini. E Agnelli Gianni, quando ci fu da scegliere, fra Prodi e Berlusconi scelse il secondo. Così nessuno, nè fra i moderati nè fra i radicali ha minimamente citato i centrosinistri “liberal” (giolittiani…) come Ciampi e Prodi. Sarebbe stato naturale. Ma ora  implicherebbe una rottura totale con la Fiat, che nella crisi si collloca (come nel ’22) all’estrema destra.

Questa è  la situazione. E’ catastrofica non tanto in sé (Berlusconi ha molto meno consenso di quel che dice) quanto perché, essendo la sinistra (tutta) assolutamente priva di qualsiasi strategia, verrà facilmente egemonizzata dal centro e persino dalla destra, buon pretesto fra l’altro per le componenti peggiori del Pd per calar braghe e mutande in nome della solidarietà nazionale.

La solidarietà  è necessaria, ed è necessaria  non solo l’unità  di tutta sinistra, ma addirittura un’apertura a componenti di destra. Non Fini e Lombardo, appendice di altri poteri; bensì la destra “minore”, antipadrini (un nome per tutti: Angela Napoli; oppure l’Azione Giovani di Palermo che tre anni fa, non sostenuta da Fini, si ribellò a Cuffaro).  Bisognerà pazientemente disaggregarla e tenerla insieme, come coi “badogliani” monarchici nel ’43.

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Questo non può avvenire nella “politica”, ovviamente. Ma può bene avvenire in una Resistenza.

Ecco, il centro di tutto è proprio questo. L’unica carta possibile è volare alto, essere e mostrarsi molto radicali, battersi apertamente per cambiamenti di fondo.

C’è un terreno su cui ciò è possibile e naturale, ed è la lotta antimafia. I boss mafiosi, oramai, in mezza Italia coincidono coi padroni; e sono sulla via di diventarlo nell’altra mezza. Ieri l’affare-simbolo era Gioia Tauro, oggi è l’Expo di Milano. Questo è ormai sotto gli occhi di tutti, e il tradimento della Lega non riuscirà molto a lungo a nasconderlo anche al nord.

L’antimafia deve diventare il baricentro politico della sinistra, esattamente come la lotta antifascista lo diventò, a un certo punto, per la sinistra di allora. E’ facile per dei giovani, ma non lo è affatto per i vecchi politici, anche in buona fede. Ma anche per l’antifascismo fu così. Ci volle un salto in avanti radicale, un modo di pensare più giovane, quello dei giovani Gramsci e Gobetti; i vecchi della vecchia sinistra, anche buoni – i Nitti, i Turati, i Treves – rimasero irrimediabilmente indietro e non ebbero altro ruolo, anche se nobile, che di testimoniare una indifesa fedeltà.

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Torniamo da un giro  all’interno del nostro partito, stavolta in provincia di Ragusa. Il “partito” a Pozzallo era costituito da ragazzi di SL, a Vittoria da quelli del “Circolo Impastato” di Rifonda; a Ragusa invece il caporione è uno della gioventù francescana e a Modica ci sono i ragazzi del Clandestino, nati da non più di tre anni e su una cosa “piccola” e immediata come la lotta locale (ma poi nazionale, e vincente) per l’acqua.

Nè Bersani né Vendola nè Di Pietro o Ferrero, che pure sono delle ottime persone, hanno più di una vaga e lontana percezione di questi giovani, che per noi invece sono il centro (politico, non genericamente simpatico) di tutto, e non da oggi ma da molti anni.

Chi ci sta a fare questo partito insieme a loro? Non è uno scherzo. Oggi come ai primordi, un “partito” non deve necessariamente avere tessere e capi. Gli bastano un rudimentale programma (governo antimafia, nel nostro caso) delle idee chiare sulla gravità della situazione, un quadro di poche “semplici” cose da fare e una “ingenua” fiducia nelle vecchie virtù del Paese.

fonte: http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=12002

Corleone inaugura la Bottega e il Laboratorio della Legalità.

Corleone inaugura la Bottega e il Laboratorio della Legalità.

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https://i0.wp.com/www.corleonedialogos.it/images/phocagallery/laboratorio_legalita_corleone/thumbs/phoca_thumb_l_1_laboratorio_e_bottega_della_legalit_corleone%2017.jpg

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A Corleone l’ultimo bene confiscato alla mafia da oggi è a disposizione della collettività. Nel centro storico di Corleone nel Cortile Colletti in un immobile di due piani confiscati alla famiglia Provenzano, è stata inaugurata la Bottega della Legalità, dove saranno venduti i prodotti delle cooperative che lavorano nei terreni confiscati alla mafia e il Laboratorio della Legalità, dove si potranno vedere circa cinquanta opere pittoriche del maestro partinicese Gaetano Porcasi, che raccontano visivamente 100 anni di storia della mafia e dell’antimafia. Il Laboratorio è un’associazione di associazioni voluta dal Comune di Corleone. La struttura è stata inaugurata alla presenza dei ministri dell’interno e della Giustizia Maroni, del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Letta e tra gli altri del capo della polizia, Manganelli, dei comandanti dei Carabinieri e della GDF, Gallitelli e Di Paolo. Presenti anche i sindaci del Consorzio Sviluppo e Legalità e per l’occasione è venuto anche Don Luigi Ciotti Presidente onorario di Libera. Il Sindaco di Corleone Antonino Iannazzo ha detto che da oggi la casa di Provenzano è tornata allo Stato e ai corleonesi. Ha parlato anche del fatto che questa terra ha fatto passi avanti e che “non abbiamo paura di stare in questo immobile con voi e di restarci”. Il Ministro Maroni ha parlato dei risultati del Governo nel contrasto alle mafie e in particolare dell’importanza dell’Agenzia dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Ha ringraziato le forze dell’ordine e la magistratura per il lavoro svolto quotidianamente ma anche i sindaci che sono in prima fila. Parlando della giornata ha detto che “oggi è un momento commovente ed emozionante, un atto simbolico molto importante che evidenzia lo sforzo fatto per sequestrare i beni ai mafiosi e metterli a disposizione della comunità”. A concluso dicendo che Corleone era il simbolo della mafia e oggi è il simbolo dell’antimafia. Dopo la visita degli ospiti, la struttura è stata aperta al pubblico e l’immobile è stato riempito dai volontari del progetto Liberarci dalle Spine, che lavorano nei terreni confiscati. In modo festoso e cantando i “cento passi” per riappropriarsi di quel bene che per alcune ore è stato blindato per accogliere i rappresentanti dello Stato italiano.

fonte: http://www.corleonedialogos.it/component/content/article/35-articoli-corleone/389-corleone-inaugura-la-bottega-e-il-laboratorio-della-legalita.html

TONI NEGRI: QUEL DIRITTO PRIVATO DI SACCHEGGIARE I BENI COMUNI

Toni Negri: quel diritto privato di saccheggiare i beni comuni

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La legge è stato lo strumento per difendere la proprietà privata. E se agli inizi della rivoluzione industriale era usata nei paesi europei e negli Stati Uniti, in seguito è intervenuta per legalizzare il saccheggio delle materie prime nel Sud del pianeta. Ora quello stesso dispositivo consente la privatizzazione dell’acqua, dei servizi sociali e della conoscenza

Finalmente un «libro arrabbiato» e «coraggioso» da parte d’un ottimo giurista e di un’antropologa di buona caratura (Ugo Mattei e Laura Nader, Il saccheggio. Regime di legalità e trasformazioni globali, Bruno Mondadori). La relazione fra pensiero giuridico ed apologia delle istituzioni dell’ordine, della proprietà e dello sfruttamento di rado viene messa in questione e quando avviene lo è dall’esterno del mondo giuridico e in nome di ideologie moralizzanti o politicamente desuete. Questo è invece un libro di critica del diritto dall’interno del diritto. «Con tutto quello che è stato scritto sulla dominazione imperialista e coloniale e sulla globalizzazione come manifestazione contemporanea di simili rapporti di potere fra l’Occidente opulento e il resto del mondo, colpisce la limitata attenzione dedicata al ruolo del diritto in questi processi. (…) Difficile non accorgersi che il diritto è stato ed è tuttora utilizzato per amministrare, sanzionare e soprattutto giustificare la conquista ed il saccheggio occidentale. Ed è proprio questo continuo e mai interrotto saccheggio che provoca – ben più delle ragioni legate a dinamiche corruttive interne ai paesi poveri con cui si tenta di colpevolizzare le vittime – la massiccia diseguaglianza globale. L’idea portante dell’autocelebrazione occidentale è legata a filo doppio a una certa concezione del diritto, quella che abbiamo reso in italiano, per sottolineare l’ambiguità, come regime di legalità (rule of law)». Il progetto del libro non sarà allora solo quello di demistificare la funzione del diritto nella sua figura neo-liberale (cioè di indicarne la potenza di copertura, falsificazione e neutralizzazione dei rapporti di dominio in generale) – bensì sarà soprattutto quello di destrutturarne le figure, criticandolo e dissolvendone la funzione dall’interno dei suoi movimenti. In che modo?

Fornitori di legittimità

In primo luogo mostrando che il regime di legalità non è una sovrastruttura dell’economia liberista ma una macchina che funziona all’interno di questa, che per il liberalismo organizza direttamente la produzione e i mercati. Ne consegue che, nel colonialismo e nell’imperialismo, il diritto non ha fatto altro che svolgere ed applicare la rule of law, non solo estendendo i campi di efficacia del diritto borghese nei paesi fuori dal centro di sviluppo, ma costituendo, su queste figure, la vita dei popoli allo scopo di dominarli.

Vi è probabilmente un certo luxemburghismo in questo approccio – fosse non tutto corretto dal punto di vista della critica dell’economica politica ma sacrosanto da quello etico-politico. In secondo luogo, una volta riconosciuta la genesi, i processi di destrutturazione critica devono saper riconoscere chi fa funzionare la macchina, chi ne sono i «fornitori di legittimità». Ecco dunque che ci troviamo di fronte a soggetti dominanti che utilizzano idealità supposte filosofiche e modernizzatrici, ipocrite costituzioni politiche ed in fine apparecchiature giuridiche funzionali che costituiscono i dispositivi di un materialissimo saccheggio delle ricchezze e dell’autonomia delle popolazioni dominate. Il diritto imperiale espande le figure del diritto coloniale, pretendendo nuova legittimazione in nome delle funzioni di globalizzazione. Che imbroglio!

A questo punto, in terzo luogo, il progetto di destrutturazione del diritto imperiale può rivolgersi verso l’interno dei paesi dai quali quel diritto è prodotto: per verificare un primo paradosso, e cioè che quel saccheggio del mondo intero, attuato attraverso figure giuridico-liberali, ora ritorna e deborda, all’interno dei paesi imperiali, imponendo lo smantellamento di quella legalità tradizionale che aveva permesso l’espansione e l’interno godimento dei sovrappiù imperialisti. Dopo aver tutto distrutto, il drago si mangia la coda.

Gli orti della resistenza

Come resistere a questi processi? Mattei e Nader sono, sul terreno politico, molto pessimisti. Il quadro che la globalizzazione ha fissato è, secondo loro, tragico. Anche le politiche della presidenza Obama – e la promessa di bloccare gli eccessi imperialisti bushani – sembrano loro perfettamente coerenti, nel bene o nel male, con il quadro fin qui delineato. Obama non può interrompere la macchina dell’imperialismo americano. A me sembra che i nostri autori vadano tuttavia, sul terreno giuridico, più a fondo di quanto facciano sul terreno politico; e che la loro analisi ripercorra quella medesima via che percorse la critica, da Evgeny Pashukanis, grande critico russo del diritto privato e pubblico in generale, su fino a Jacques Derrida, critico contemporaneo della sovranità. Quando Derrida destruttura le determinazioni di potere del regime capitalistico e ne conduce la critica fino ad estreme conclusioni, verifica l’affermazione di Pashukanis che, globalizzazione o meno, il diritto pubblico ed il diritto borghese in generale sono sempre e solamente figure dell’appropriazione privata e che il diritto è in realtà sempre l’autoriconoscimento e la potenza armata della società borghese.

Come avanzare, una volta stabiliti questi presupposti, sul terreno della proposta politica? Nella modernità si è sognato che, contro Hobbes e Locke, fosse possibile trovare nel pubblico, nello Stato, nel potere democratico un’alternativa allo «stato di natura» ed alle sue più violenti espressioni. Da un lato una frazione di gesuiti spagnoli, polemici contro la modernità, dall’altro, sul fronte del materialismo, Spinoza, lo pensarono nel Seicento: la passione del «bene comune» avrebbe dovuto costruire un terreno, un riparo, che ci salvasse dalla violenza dalla prima accumulazione originaria del capitalismo. Non ci riuscirono, quei bravi, poiché il capitalismo si affermò comunque, svilendo la religione a suo strumento di potere e chiudendo l’utopia materialista negli orti della resistenza. Così la costruzione di un nuovo diritto pubblico integrò la continuità del diritto privato. Ma oggi siamo arrivati ad un punto di rottura.

Lungi dal costituirsi in luoghi di assenza di diritto, il comune comincia a mostrarsi e può esser definito come una potenza costruita oltre il privato ed il pubblico, oltre il contratto e la sanzione statuale. Per non averlo compreso la sinistra socialista e quella comunista, in Europa e in tutto l’Occidente, sono fallite. Inoltre, da quando abbiamo cominciato a ragionare di e dentro il «postmoderno», non possiamo più semplicemente rimembrare e dar sfogo alle eroiche alternative costruite nel «moderno» attorno all’idea del «bene comune». Dobbiamo invece arrivare a porre questo problema in termini di totale discontinuità con l’idea di un’appropriazione individuale, privata o pubblica, di qualsiasi bene.

Il potere dei ricchi

Il comune diviene ora un progetto di gestione democratica, impiantata dell’espressione delle singolarità e della loro necessità di vivere e di produrre in maniera cooperativa. Il comune è una realtà già in parte costituita dall’attività umana nel postmoderno e, dall’altra parte, un progetto per costruire e ripartire tutto quello che l’attività produttiva costruisce. Perché tutto, essendo prodotto da tutti, appartiene a tutti. A questo punto l’ordine giuridico (e le sue istituzioni) dovrebbero essere predeterminate a questa finalità. Ma che fare per impedire che anche quest’ipotesi si riveli utopica?
«È necessario riconoscere che è impossibile trasformare in maniera significativa il regime di legalità imperiale in un regime di legalità popolare senza una profonda ristrutturazione dell’ambito politico. Per poter procedere in questo senso è tuttavia necessario demistificare alcuni tabù, tra cui quello della desiderabilià per se dell’esperienza storica fin qui conosciuta come regime di legalità». Così concludono Mattei e Nader: questo regime difende i ricchi, la loro appropriazione di gran parte delle ricchezze prodotte in questo mondo. I ricchi saccheggiano i poveri. Io credo che, ciò detto, la parola passi più che dal giurista al politico, dal giurista all’antropologo. L’esperienza di legalità: come farla oscillare verso una radicale trasformazione? Quali sono le condizioni materiali che possono permetterlo e dentro le quali il processo è in atto? Quali regimi dell’immaginazione e quali gli apparati di resistenza che romperanno, nell’animo delle moltitudini, l’idea della legalità ed imporranno il dovere della disobbedienza? Qual è il grado attuale di maturazione della demistificazione della legalità, nonché di generalizzazione della volontà di destrutturare questa ignobile realtà?

I politici sembrano del tutto ignari di queste questioni. Quando l’antropologia era una scienza della trasformazione e, nello stesso momento, un insieme di dispositivi atti a tirar le conseguenze dei suoi presupposti, la politica non serviva, bastavano i grandi movimenti delle moltitudini. L’Illuminismo fu questo.

tratto da il manifesto, 4 maggio 2010

fonte: http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=7822&catid=39&Itemid=68

This wall will fall. L’apartheid in Palestina

this wall will fall. l’apartheid in palestina

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Cari amici e compagni, vi posto qui il racconto di un caro compagno palestinese, una delle anime delle proteste del venerdì, contro il muro, gli insedimenti illegali. Un attivista per i diritti umani straordinario, che ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere a roma poco tempo fa. Ricordo una cena in un posto abbastanza anonimo, ma con la sua presenza e i suoi racconti la tavola è stata illuminata come poche volte mi è accaduto di vivere. Lui invia al mondo fuori più volte a settimana le cronache e i racconti di quello che vivono i difensori dei diritti umani in West Bank; dei soprusi di cui sono quotidiniamente testimoni. Ci inviano straordinari mosaici di informazione, video, testimonianze preziose che abbiamo il dovere di accogliere e rilanciare nell’etere, a toccare le anime già sensibilizzate e ancora meglio, coloro che ancora hanno gli occhi chiusi e le orecchie tappate.

Fate girare la sua testimonianza, grazie a voi e grazie a LUI, uomo straordinario.

On the first Friday of Ramadan, thousands of Palestinians tried to reach the Haram Al-Sharif in Jerusalem for prayers in Al-Aqsa mosque. But only some men above 50 and some women above 45 year old were allowed to enter through the checkpoints in the apartheid wall. Some of those left behind participated in demonstrations. Al-Walaja demonstration was particularly inspiring and faced the might of the apartheid system.The Apartheid wall here is being built to surround Al-Walaja on all sides. We marched from the mosque towards the village entrance and along the main road; here the wall facing Al-Walaja village is ugly concrete and the side of it facing the illegal colony of Har Gilo is decorated with Jerusalem stone.

We stopped at the village entrance as planned, beat drums and chanted things like “1234 Occupation no more… 5678 stop the stealing stop the hate”, several military and police vehicles and dozens of heavily armed apartheid warriers prepared to attack us.Ali chanted in Arabic, I spoke in English, and then Ali spoke in Hebrew. We addressed the gathering and the soldiers telling them this was a peaceful demonstration against land confiscation.We explained that this village lost 80% of its land in 1948 and is now about to lose the rest.

The officers came and gave us five minutes to disperse but then started attacking us within five seconds with stun grenades and tear gas. They arrested Ali Al-Aaraj and then they ran into the nearby house and arrested his cousin Ma’moun (who was not participating in the demonstration).

Some colonial racist settlers showed up with an Israeli flag and waveduit and cheered their storm troops on. They also violently attacked people injuring several (I personally saw them toss a man down against a concrete wall injuring him in the leg). Those abducted were released a few hours later thanks to good legal support.

** Video here: http://www.youtube.com/watch?v=TnxkUD9LGJo

** Photos here (the last six in the series including showing arrest of Ma’moun which is not shown on my video).

http://www.flickr.com/photos/activestills/sets/72157602013963483/with/1453329309/

fonte: http://www.facebook.com/notes/demetra-guidi/this-wall-will-fall-lapartheid-in-palestina/419344956935

Campagna elettorale Nato in Helmand

Campagna elettorale Nato in Helmand

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Nuova offensiva alleata nella provincia in vista del voto di settembre: migliaia di nuovi sfollati e decine di civili feriti nell’ospedale di Emergency a Lashkargah

di Enrico Piovesana

Le forze d’occupazione anglo-americane hanno lanciato una nuova operazione militare nella provincia meridionale di Helmand. Ma, questa volta, senza il clamore e la pubblicità delle passate offensive, visto che si torna a combattere e a bombardare negli stessi distretti (Marjah, Nadali, Garmsir e Sangin) che dovevano essere stati ‘riconquistati’ e che invece sono ancora saldamente in mano ai talebani.

”Torniamo a sentire i rumori ravvicinati della guerra, i boati delle bombe e gli echi degli spari, e torniamo a ricevere civili feriti”, riferiscono dall’ospedale di Emergency a Lashkargah, riaperto il 29 luglio dopo quasi tre mesi di chiusura forzata. ”Le corsie sono piene, abbiamo pochissimi letti liberi. Solo nell’ultima settimana abbiamo ricoverato, oltre a diversi soldati afgani feriti, più di trenta feriti civili. Tra loro otto bambini sotto i 14 anni: uno di loro è morto. Una donna incinta è arrivata qui, ferita, dicendoci di aver perso il marito e i suoi cinque figli in un bombardamento”.

Che la situazione dei civili della zona sia tornata critica, lo dimostra la nuova emergenza sfollati denunciata nei giorni scorsi dalla Mezzaluna Rossa afgana.
”Almeno cinquecento famiglie (circa 3.500 persone, ndr) in fuga dalle operazioni militari si sono rifugiate qui a Lashkargah – ha dichiarato Ahmadullah Ahmadi, responsabile locale dell’organizzazione – andandosi ad aggiungere alle duemila famiglie (14mila persone, ndr) sfollate in primavera dall’offensiva di Marjah e rimaste qui perché la situazione in quell’area non è buona per tornare”.

Migliaia e migliaia di sfollati che, dopo aver ricevuto qualche aiuto alimentare fino ad aprile, sono stati abbandonati a loro stessi, costretti a trovarsi un alloggio da amici o parenti e una qualche fonte di sostentamento. Una situazione frutto del disinteresse del governo provinciale: ”La maggior parte di queste famiglie si muove perché usano lo sfollamento come una scusa per ricevere aiuti”. Ha affermato Daud Ahmadi, portavoce del governatore.

Nella provincia di Helmand, così come nella vicina Kandahar, le agenzie umanitarie dell’Onu hanno ritirato tutto il loro personale per ragioni di sicurezza, lasciando solo degli stock di aiuti alimentari ‘di emergenza’ nei magazzini del Programma alimentare mondiale (Wfp). Stock che, come ha detto alla stampa Challis MacDonough, portavoce dell’agenzia, non sono stati ancora utilizzati.

Una crisi umanitaria sostanzialmente ignorata, e che rischia di aggravarsi ulteriormente nelle prossime settimane a causa di altre offensive Nato previste nel nord della provincia, nei distretti di Musa Qala, Kajaki e Baghran. Operazioni pianificate dal generale David Petraeus, comandante della missione Isaf, allo scopo di ”stabilizzare” la provincia di Helmand in vista delle elezioni parlamentari previste per il 18 settembre. Una campagna militare ‘elettorale’ di cui la martoriata popolazione dell’Helmand farebbe volentieri a meno.

fonte: http://it.peacereporter.net/articolo/23601/Campagna+elettorale+Nato+in+Helmand

Le contraddizioni della blogger cubana Yoani Sánchez

Le contraddizioni della blogger cubana Yoani Sánchez

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La blogger cubana Yoani Sánchez rappresenta oggi la nuova dissidenza politica di fronte al regime di Fidel Castro.

Il suo sito internet in 18 lingue impressiona ma se si misura la sua frequentazione in visite si rimane sconcertati. Yoani Sánchez ha ricevuto vari premi letterari o politici da paesi occidentali.

Tuttavia, i testi che scrive sono pieni di contraddizioni e la sua biografia è confusa. Soprattutto, il suo sito internet conta sull’assistenza di potenti mezzi tecnici e di deroghe amministrative negli Stati Uniti, questo lascia apparire un grande appoggio logistico made in USA dietro il quale si presenta falsamente come un’iniziativa individuale e spontanea.

Il 7 novembre 2009, i mezzi occidentali hanno dedicato ampi spazi alla blogger cubana Yoani Sánchez (vedere il suo sito internet). La notizia proveniente da La Habana sull’alterco tra la dissidente e le autorità cubane ha fatto il giro del mondo e ha eclissato il resto dell’attualità. [1]

La Sánchez ha raccontato dettagliatamente la sua sventura nel suo blog e sulla stampa. Così, ha affermato che era stata arrestata in compagnia di tre amici da “tre robusti sconosciuti” in un “pomeriggio carico di botte, grida e insulti”. [2] Ha spiegato, quindi, la sua storia che assomiglia a un autentico calvario:

“Gli stessi ‘aggressori’ hanno chiamato una pattuglia che ha portato via me e altri due che mi accompagnavano […]. mi sono rifiutata di salire sulla brillante Geely ed […] è arrivata una raffica di colpi, spintoni, mi hanno caricato con la testa in giù e hanno cercato di infilarmi in macchina. Mi sono aggrappata alla portiera… colpi sulle nocche… sono riuscita a togliergli una carta che uno di essi teneva in tasca e me la sono messa in bocca. Un’altra raffica di colpi affinché restituissi loro il documento.
Dentro c’era già Orlando, immobilizzato con una mossa di karatè che lo teneva con la testa incollata al pavimento. Uno mi ha messo il ginocchio sul petto e l’altro, dal sedile anteriore mi picchiava nella zona dei reni e mi batteva la testa affinché aprissi la bocca e lasciassi andare la carta. Per un momento, ho sentito che non sarei mai uscita da quell’auto. ‘Fino a qui sei arrivata Yoani’, ‘sono finite le pagliacciate’ ha detto quello che era seduto di fianco all’autista e che mi tirava i capelli. Nel sedile di dietro aveva luogo un singolare spettacolo: le mie gambe verso l’alto, il mio viso arrossato dalla pressione e il corpo dolorante, di fianco c’era Orlando malridotto da un professionista delle bastonate. A questo, sono solo riuscita per caso a afferrargli i testicoli – attraverso i pantaloni – in un atto di disperazione. Ho affondato le unghie, pensando che avrebbe continuato a schiacciarmi il petto fino all’ultimo respiro. ‘Ammazzami dai’ gli ho gridato, con l’ultimo fiato che mi rimaneva e quello che stava davanti ha ammonito il più giovane ‘Lasciala respirare’.
Ascoltavo Orlando ansimare e i colpi continuavano a cadere su di noi, ho preso in considerazione di aprire la portiera e buttarmi fuori, ma non c’era una maniglia da usare da dentro. Eravamo alla loro mercé e sentire la voce di Orlando mi dava coraggio. In seguito, egli mi ha detto che gli succedeva la stessa cosa con le mie parole strozzate… che gli dicevano ‘Yoani è ancora viva’. Ci hanno lasciati annientati e doloranti sulla strada della Timba, una donna si è avvicinata ‘ Che cosa vi succede?’… ‘Un sequestro’, ho azzardato a dire.
Piangiamo abbracciati in mezzo al marciapiede, pensavo a Teo, per Dio come gli spiego tutte queste traversie. Come posso dirgli che vivo in un paese dove succede questo, come posso guardarlo e raccontargli che a sua madre, per il fatto di scrivere in un blog e mettere le sue opinioni in kilobyte, l’hanno violentata in piena strada. Come descrivergli il viso dispotico di quelli che ci hanno fatto salire a forza su quell’auto, il piacere che si notava in loro nel picchiarci, nel tirarmi su la gonna e trascinarmi seminuda fino all’auto. “[3]

Gli Stati Uniti d’America (dove Yosvanis Valle, un cittadino cubano di 34 anni, era stato giustiziato 48 ore prima, portando a 42 il numero di esecuzioni dell’anno 2009 [4]) hanno dichiarato la loro profonda preoccupazione, attraverso il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Nelly. “Continueremo a interessarci della salute di Yoani Sánchez e del suo accesso alle cure mediche”. [5]

1. Contraddizioni

Le parole di Yoani Sánchez sono terrificanti e suscitano immediatamente la simpatia e la comprensione del lettore verso la vittima.

Ciò nonostante, è inevitabile segnalare alcune contraddizioni che gettano un’ombra sulla credibilità da tale racconto.

Il 9 novembre 2009, tre giorni dopo la sua disavventura, Yoani Sánchez ha ricevuto nella sua casa la stampa straniera per raccontare l’incidente. Prima sorpresa per i giornalisti, riferita dal corrispondente della BBC a La Habana Fernando Ravsberg: nonostante “i colpi e gli spintoni”, i “colpi sulle nocche”, la nuova “raffica di colpi”, il “ginocchio sul [suo] petto”, i colpi “ai reni e […] alla testa”, “i capelli” tirati, il “viso arrossato per la pressione e il corpo indolenzito”, “i colpi [che] continuavano a cadere e “tutti queste traversie” che ha evocato la blogger cubana, [6] Ravsberg ha notato che la Sánchez “non ha ematomi, segni o cicatrici”. [7]

Le immagini del canale statunitense CNN, che pure ha intervistato la blogger, confermano le parole del giornalista britannico.

Inoltre, il corrispondente della CNN prende precauzioni verbali e insiste nella sofferenza “apparente” della Sánchez (usa una stampella per muoversi) [8]

Secondo l’Agenzia France Presse che racconta la storia chiarendo con attenzione che si tratta della versione della Sánchez con il titolo “Cuba: la blogger Yoani Sánchez dice essere stata percossa e fermata brevemente”, la blogger “non è stata ferita”. [9]

Interrogata al riguardo dalla BBC, Yoani Sánchez cerca di spiegare questa contraddizione. Secondo lei, i segni e gli ematomi sul viso e nel corpo sono realmente esistiti, ma sono spariti. “Per tutto il fine settimana ho avuto lo zigomo e il sopracciglio infiammati”. Tutti i segni sono spariti… il lunedì mattina con l’arrivo del primo giornalista straniero. Invece, ematomi e “vari segni” rimangono, afferma, ma… “soprattutto sulle natiche, purtroppo non posso mostrarli”, ha spiegato. [10]

La Sánchez non ha precisato le ragioni per le quali non si è degnata di fotografare gli ematomi e i segni immediatamente dopo l’incidente, quando erano visibili, la qual cosa avrebbe costituito una prova irrefutabile della violenza della polizia contro di lei. Quanto ai capelli strappati, questo fatto non è assolutamente visibile nelle foto e nei video, la sua spiegazione è semplice: “Ho perso molti capelli ma in questa abbondante chioma non si nota”. [11]

Nel suo blog e in un’intervista alla radio, la Sánchez parla di “sequestro nel peggiore stile della camorra siciliana”, dando l’impressione di essere stata fermata per varie ore. [12] Orbene, nella sua intervista alla BBC, quando il giornalista insiste e chiede precisazioni, la blogger confessa che in realtà l’incidente è durato in totale 25 minuti. D’altra parte, la Sánchez afferma che il fermo è successo alla piena luce del giorno, di fronte a una fermata di autobus piena di gente.

Ciò nonostante, la stampa occidentale non è riuscita a trovare un solo testimone, neanche anonimo, per confermare le parole della blogger e documentare così la veridicità delle sue affermazioni. [13] Analogamente, nessuna delle persone che accompagnavano Yoani Sánchez ha voluto rispondere alle richieste di interviste dei media occidentali, indirizzandoli verso la blogger, incaricata di parlare a nome di tutti.

D’altra parte, sembra sorprendente e illogico che le autorità di La Habana abbiano deciso di maltrattare pubblicamente una dissidente tanto ‘mediatica’ come Yoani Sánchez, sapendo con assoluta certezza che un simile atto avrebbe scatenato immediatamente un scandalo internazionale. A priori, esistono altri mezzi molto più efficaci e discreti per intimorire gli oppositori.

Infine, la Sánchez cade in nuove contraddizioni quando cerca di chiarire alcuni lati oscuri della sua testimonianza. Così, ha spiegato che la sua resistenza sarebbe dovuta al fatto che gli agenti, in borghese, “non avevano mostrato nulla che li identificasse come autorità, mi sarei comportata in modo diverso se fossero stati in uniforme. Ho chiesto loro che facessero venire un poliziotto, hanno chiamato ed è arrivata una pattuglia di polizia che si è portata via le altre due ragazze e ha lasciato Orlando e me nelle mani degli altri”. [14] Quindi, nel suo blog, assicura che la polizia è arrivata all’inizio del controllo, ma ciò non le avrebbe impedito di resistere a quello che somiglia sempre di più a un controllo di identità fatto da poliziotti in borghese che a un linciaggio pubblico.

Insomma, nessun elemento permette di confermare le parole di Yoani Sánchez, non è disponibile nessun’altra testimonianza, nemmeno quelle delle persone che l’accompagnavano. Allora bisogna fidarsi solo della versione della blogger, che è piena di contraddizioni. In presenza di questi elementi, è impossibile non mettere in dubbio le affermazioni della famosa blogger cubana.

È necessario fare un paragone. La stampa occidentale ha concesso, in appena 72 ore, più spazio a Yoani Sánchez e al suo incidente con le autorità che a tutti i crimini che ha commesso (più di un centinaio di assassini, altrettanti di casi di sparizioni e innumerevoli atti di tortura e di violenza) la dittatura militare che il golpista Roberto Micheletti dirige dal 27 giugno 2009.

Decisamente, la Sánchez non è una semplice blogger critica di un sistema come lei stessa afferma.

2. Il fenomeno Yoani Sánchez

Yoani María Sánchez Cordero è un’abitante di La Habana nata nel 1975, apparentemente laureata in Filologia dall’anno 2000, come annuncia nel suo blog. Sussiste un dubbio al riguardo perché durante il suo soggiorno nella Svizzera Tedesca due anni dopo, quando si iscrisse presso le autorità consolari, dichiarò un livello “preuniversitario” come dimostrano gli archivi del consolato della Repubblica di Cuba a Berna. [15] Così, dopo avere lavorato nel campo editoriale e fatto lezioni di spagnolo ai turisti , decise di abbandonare il paese in compagnia del suo figliolo.

Il 26 agosto 2002, dopo essersi sposata con un tedesco chiamato Karl, di fronte alla “delusione e l’asfissia economica” che regnava a Cuba, emigrò in Svizzera con un “permesso di viaggio all’estero” valido per undici mesi. [16]

Curiosamente, scopriamo che dopo essere fuggita da “un’immensa prigione con muri ideologici” [17], per riprendere le parole che usa per riferirsi al suo paese di nascita, due anni dopo, durante l’estate 2004, decise di lasciare il paradiso svizzero – una delle nazioni più ricche del mondo – per tornare alla “barca che fa acqua al punto da naufragare” come qualifica metaforicamente l’Isola. [18]

Di fronte a questa nuova contraddizione, la Sánchez spiega che ha scelto di tornare nel paese dove regnano “le urla del despota”, [19] dove “Esseri delle ombre, che come vampiri si alimentano della nostra allegria umana, ci inoculano la paura tramite i colpi, le minacce, il ricatto”, [20] “per motivi familiari e contro l’opinione di conoscenti e amici”. [21]

Quando si legge il blog di Yoani Sánchez, dove la realtà cubana viene descritta in modo apocalittico e tragico, uno ha l’impressione che il purgatorio, in confronto, sia uno stabilimento balneare, e che solo il caldo asfissiante dell’anticamera dell’inferno dia un’idea di quello che vivono i cubani. Non appare nessun aspetto positivo della società cubana. Si raccontano solo aberrazioni, ingiustizie, contraddizioni, difficoltà. Quindi, il lettore ha difficoltà a capire perché una giovane cubana abbia deciso di lasciare la ricchissima Svizzera per ritornare a vivere in quello lei paragona all’inferno di Dante dove “le tasche si svuotavano, la frustrazione cresceva e la paura regnava”. [22]

Nel suo blog, i commenti dei suoi sostenitori stranieri fioriscono al riguardo: “Non capisco il tuo ritorno Perché non hai dato un futuro migliore a tuo figlio?”, “Cara amica vorrei sapere il motivo per il quale hai deciso di ritornare a Cuba”. [23]

Per converso, alcuni dei suoi compatrioti che vivono nell’estero, delusi dal sistema di vita occidentale, le comunicano anche il loro desiderio di tornare a vivere a Cuba: “Ritornerò, vivo a Miami da 7 anni […] e a volte mi chiedo anche se sia valsa la pena dell’esilio fisico”, “Mi manca la mia gente […] . Un giorno o l’altro lo farò, ritornerò a casa con mio marito tedesco – un altro matto che è d’accordo di richiedere la residenza là”, “Perché sei tornata?…solitudine, nostalgia, rimpianto del passato. [Dopo, riferendosi al mondo occidentale] facce strane, gente triste e arrabbiata con il resto dell’umanità senza sapere perché, politici ugualmente corrotti e molti giorni grigi. Non è necessario che spieghi niente. Da 14 anni non ci sono soli nella mia mappa del tempo”, “Ho inoltrato [l’informazione] a mio papà che vive fuori da Cuba, che ha in progetto di ritornare”. [24]

Una delle due, o Yoani è fuori di testa per aver deciso di lasciare la Perla d’Europa e ritornare a Cuba, o la vita nell’Isola non è tanto drammatica come lei la descrive.

In un intervento nel suo blog nel luglio 2007, Yoani ha raccontato dettagliatamente l’aneddoto del suo ritorno a Cuba. “Tre anni fa […] a Zurigo […], ho deciso di ritornare e restare nel mio paese”, ha annunciato, sottolineando che si trattava di “una semplice storia del ritorno di un emigrante al suo luogo di origine”. “Comprammo biglietti di andata e ritorno” per Cuba. Quindi la Sánchez ha deciso di rimanere nel paese e di non ritornare in Svizzera. “I miei amici hanno creduto che stessi facendo loro uno scherzo, mia mamma si e rifiutata di accettare che sua figlia non vivesse più nella Svizzera del latte e del cioccolato”. Il 12 agosto 2004, la Sánchez si presentò all’ufficio di immigrazione provinciale di La Habana per spiegare il suo caso. “Tremenda sorpresa quando mi dissero, chiedi chi è l’ultimo della fila di quelli ‘che tornano’ […] . Cosicché trovai, all’improvviso, altri ‘matti’ come me, ognuno con la sua atroce storia di ritorno”. [25]

In effetti, il caso della Sánchez è lungi dall’essere un caso isolato, come illustrano questo aneddoto e i commenti lasciati nel suo blog. Un numero sempre maggiore di cubani che hanno scelto di emigrare all’estero, dopo avere affrontato numerose difficoltà di adattamento e aver scoperto che l’ “El Dorado” occidentale non brillava tanto quanto avevano immaginato e che i privilegi dei quali godevano in casa non esistevano da nessun’altra parte, decidono di ritornare a vivere a Cuba.

Invece, Yoani Sánchez omette di raccontare le vere ragioni che l’hanno indotta a ritornare a Cuba, oltre i motivi familiari che ha citato (motivi che sua madre apparentemente non ha condiviso, visto la sua sorpresa). Le autorità cubane le hanno concesso un trattamento di favore per ragioni umanitarie, permettendole di recuperare il suo status di residente permanente a Cuba, malgrado fosse stata più di 11 mesi fuori del paese.

In realtà, il soggiorno in Svizzera fu lungi dall’essere tanto idilliaco come aveva previsto. La Sánchez scoprì un sistema di vita occidentale completamente diverso da quello al quale era abituata a Cuba, dove, nonostante le difficoltà e le vicissitudini quotidiane, tutti i cittadini dispongono di un’alimentazione relativamente equilibrata malgrado la libreta de abastecimiento e le carenze, di accesso all’attenzione medica e all’educazione, alla cultura e al tempo libero gratuito, di un’abitazione e di un ambiente sicuro (la criminalità è molto bassa nell’Isola).

Cuba è forse l’unico paese del mondo dove è possibile vivere senza lavorare (la qual cosa non è sempre positiva).

In Svizzera, la Sánchez ha avuto enormi difficoltà per trovare un lavoro e vivere decentemente e, disperata, ha deciso di ritornare al paese e spiegare le ragioni di ciò alle autorità. Secondo queste, la Sánchez avrebbe supplicato piangendo i servizi di immigrazione che le concedessero una dispensa speciale per la revoca del suo status migratorio, e glielo hanno concesso. [26]

Yoani Sánchez ha deciso di occultare accuratamente questa realtà.

3. La ciberdissidenza

Nell’aprile 2007, Yoani Sánchez decise di far parte dell’universo dell’opposizione a Cuba fondando il suo blog Generación Y.

Dimenticandosi della magnanimità delle autorità verso di lei quando era ritornata a Cuba nel 2004, diventa così un’acerrima detrattrice del Governo di La Habana. Le sue critiche sono aspre, poco sfumate e a senso unico. Presenta un panorama apocalittico della realtà cubana e accusa le autorità di essere responsabili di tutti i mali. Non evoca mai, nemmeno un solo istante, il particolare contesto geopolitico nel quale si trova Cuba dal 1959.

Esistono centinaia di blog a Cuba.

Vari di essi denunciano in maniera incisiva alcune aberrazioni della società cubana. Ma la messa a fuoco è molto più sfumata e l’informazione meno parziale.

Tuttavia la stampa occidentale ha scelto il blog manicheo della Sánchez. [27]

Secondo la blogger, a Cuba, “sono naufragati il processo, il sistema, le aspettative, le illusioni. [È un] naufragio [totale]”, prima di concludere con questa metafora lapidaria: “la barca è affondata”. Per lei, è evidente che Cuba deve cambiare orientamento e governo: è necessario “cambiare il timoniere e tutto l’equipaggio” [28] a fine di elaborare “un capitalismo sui generis”. [29]

La Sánchez è una persona sagace che ha compreso perfettamente che poteva prosperare rapidamente con questo tipo di discorso apprezzato dalla stampa occidentale. Ha negoziato un tacito accordo con le multinazionali della comunicazione e dell’informazione.

Poiché, affinché la stampa occidentale conceda lo status di “blogger indipendente” e per godere di un certo spazio mediatico, è imprescindibile pronunciarsi contro il sistema e contro il governo ed esigere un cambiamento radicale e più concretamente il ritorno a un capitalismo d’impresa privata, e non limitarsi a denunciare alcune aberrazioni del sistema.

Come corroborare l’affermazione di collusione tra la Sánchez e le potenze mediatiche? Alla luce dei fatti. Appena alcune settimane dopo la nascita del suo blog, la stampa occidentale lanciò una straordinaria campagna di promozione al riguardo, presentandola come la blogger che osava sfidare al regime e le limitazioni alla libertà di espressione. Un’altra volta, i mezzi occidentali non si sono resi conto delle proprie contraddizioni. Da una parte, non smettono di ripetere che è assolutamente impossibile per qualunque cubano fare un discorso eterodosso nell’Isola che è proibito esporre la minima critica sul governo o perfino allontanarsi dalla linea ufficiale, a rischio di finire in prigione. D’altra parte, lodano l’ingegno di Yoani Sánchez la cui principale attività è criticare le politiche governative, con una libertà di tono che farebbe impallidire di invidia gli oppositori del mondo intero, senza che le autorità la disturbino. [30]

Così, dopo appena un anno di esistenza, mentre esistono decine di blog più antichi e non meno interessanti di quello della Sánchez, il 4 aprile 2008, la blogger cubana ha ottenuto il Premio di Giornalismo Ortega e Gasset, di 15000 euro, concesso dal giornale spagnolo El País. Di solito, questo premio viene concesso a prestigiosi giornalisti o scrittori con una lunga carriera letteraria. È la prima volta che lo ottiene una persona con il profilo della Sánchez. [31] Analogamente, la blogger cubana è stata selezionata tra le 100 persone più influenti del mondo dalla rivista Time (2008), in compagnia di George W. Bush, Hu Jintao e il Dalai Lama. [32]

Il suo blog è stato inserito nella lista dei 25 migliori blog del mondo dalla catena CNN e dalla rivista Time (2008) e ha vinto anche il premio spagnolo Bitacoras.com così come il The Bob’s (2008). [33] Il 30 novembre 2008, il giornale spagnolo El País l’ha inclusa nella sua lista delle 100 personalità ispano-americane più influenti dell’anno (lista nella quale non appaiono né Fidel Castro, né Raúl Castro). [34] La rivista Foreign Policy ha fatto di meglio nel dicembre 2008, includendola tra i 10 intellettuali più importanti dell’anno. [35] La rivista messicana Gato Pardo ha fatto la stessa cosa nel 2008. [36] La prestigiosa università statunitense di Columbia le ha concesso il premio María Moors Cabot. [37] E l’elenco è lungo. [38]

Ciò nonostante, Yoani Sánchez, come riconosce con franchezza: “La rivista Time mi ha messo nella sua lista di persone influenti del 2008 insieme a novantanove persone famose. Me che non sono mai salita su un palco, né su una tribuna e che i miei i vicini non sanno se ‘Yoani’ si iscrive con ‘h’ nel mezzo o con ‘s’ finale. (…) Adesso mi manca solo la vanità di immaginare che gli altri iscritti si stiano domandando ‘chi è questa sconosciuta blogger cubana che ci accompagna’?.” [39]

Senza volerlo, la Sánchez ha messo la rivista Time di fronte a un’enorme contraddizione:

Come può una blogger sconosciuta ai suoi stessi vicini essere compresa tra le 100 personalità più influenti del mondo?

È innegabile che qui, includendo la Sánchez, la rivista statunitense ha privilegiato i criteri politici e ideologici, il che proietta un’ombra sulla credibilità della classificazione. Questo vale anche per le altre classifiche.

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4. Le condizioni di vita di Yoani Sánchez

Ennesima contraddizione. La stampa occidentale, raccontando le parole della Sánchez, non smette di ripetere che i cubani non hanno accesso ad Internet, senza spiegare come la blogger possa scrivere quotidianamente nel suo blog da Cuba. Grande è stata la sorpresa dei 200 giornalisti internazionali accreditati alla Fiera Internazionale del Turismo a Cuba, quel mercoledì 6 maggio 2009, quando hanno scorto la Sánchez tranquillamente installata nell’atrio di un lussuoso hotel (del Parque Central Martì dell’Avana) entrare in Internet, quando il prezzo della connessione è proibitivo persino per un turista straniero. [40] – (N.B – Tra i suddetti 200 giornalisti c’era anche l’italiano Gianfranco Ginestri).

Due domande sorgono, inevitabili: Come può Yoani Sánchez collegarsi a Internet a Cuba quando la stampa occidentale non smette di ripetere che non ha accesso ad esso? Da dove viene il denaro che le permette di avere un tenore di vita che nessun altro cubano può permettersi, quando ufficialmente non dispone di nessuna fonte di entrate?

Nel 2009, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha ordinato la chiusura di oltre ottanta siti Internet relazionati con Cuba che fomentavano il commercio e violavano così la legislazione sulle sanzioni economiche. Curiosamente, il sito di Yoani Sánchez è stato chiuso mentre propone l’acquisto del suo libro in italiano, oltre tutto tramite Paypal, sistema che nessun cubano che vive a Cuba può utilizzare a causa delle sanzioni economiche (che proibiscono, tra l’altro, il commercio elettronico). Allo stesso modo, la Sánchez dispone di un Copyright per il suo blog “© 2009 Generación Y – All Rights Reserved”. Nessun altro blogger cubano può fare la stessa cosa per le leggi del blocco. Come si spiega questo fatto unico? [41]

Anche altre domande hanno bisogno di una risposta. Chi c’è dietro il sito della Sánchez desdecuba.net il cui server è ospitato in Germania dall’impresa Cronos AG Regensburg (che ospita anche siti Internet di estrema destra), e registrato sotto il nome di Josef Biechele? Si scopre anche che la Sánchez ha fatto la registrazione del suo dominio mediante l’impresa statunitense GoDady la cui principale caratteristica è l’anonimato. La usa anche il Pentagono per registrare siti con tutta la discrezione necessaria.

Come può Yoani Sánchez, una blogger cubana che vive a Cuba, registrare il suo sito mediante un’impresa statunitense quando la legislazione sulle sanzioni economiche lo proibisce formalmente? [42]

D’altra parte, il sito Generción Y di Yoani Sánchez è estremamente sofisticato, con entrate per Facebook e Twitter. Inoltre, riceve 14 milioni di visite al mese ed è l’unico che è disponibile in non meno di…18 lingue (inglese, francese, spagnolo, italiano, tedesco, portoghese, russo, sloveno, polacco, cinese, giapponese, lituano, ceco, bulgaro, olandese, finlandese, ungherese, coreano e greco). Nessun altro sito del mondo, perfino quelli delle più importanti istituzioni internazionali come per esempio le Nazioni Unite, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’OCSE o l’Unione Europea, dispone di tante versioni linguistiche. Nemmeno il sito del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti né quello della CIA dispongono di una tale varietà. [43]

Un altro aspetto sorprendente. Il sito che alloggia il blog della Sánchez dispone di una larghezza di banda che è 60 volte superiore a quello di cui dispone Cuba per tutti i suoi utenti di Internet! Altre domande sorgono inevitabilmente al riguardo: chi amministra quelle pagine in 18 lingue? Chi paga gli amministratori? Quanto? Chi paga i traduttori che lavorano quotidianamente sul sito della Sánchez? Quanto? Inoltre, la gestione di un flusso di più di 14 milioni di visite mensili costa enormemente. Chi paga tutto questo? [44]

Yoani Sánchez ha perfettamente il diritto di esprimersi liberamente e di emettere critiche virulente verso le autorità di La Habana – e non si priva di farlo – sulle difficoltà quotidiane reali a Cuba. Non può né deve essere criticata per questo. Invece, commette una grave ipocrisia intellettuale quando si presenta come una semplice blogger e afferma che il suo unico obiettivo è esercitare onestamente il suo dovere di cittadina.

Il suo accanimento meticoloso per oscurare sistematicamente la realtà, evocare solo gli aspetti negativi, decontestualizzare le problematiche, ignorare metodicamente l’ambiente geopolitico nel quale si trova Cuba, particolarmente nella sua relazione con gli Stati Uniti e l’imposizione implacabile di sanzioni economiche che condizionano la vita di tutti i cubani, ricorrere a bugie come è stato facilmente verificabile nel caso della presunta “aggressione”, tendono a squalificarla. Il suo ruolo è innanzitutto quello di corteggiare una certa compagine fermamente opposta al processo rivoluzionario cubano e non quello di rappresentare fedelmente la realtà cubana nella sua complessità.

Un altro fatto unico: il presidente statunitense Barack Obama ha risposto a un’intervista di Yoani Sánchez. Così, mentre gli Stati Uniti affondano sempre di più in una crisi economica senza precedenti, mentre la battaglia a favore della riforma del sistema sanitario diventa sempre più difficile e i temi afgano e iracheno sono sempre più caldi, nonostante l’agenda straordinariamente fitta della presidenza, il tema estremamente sensibile delle sette basi militari statunitensi installate in Colombia che suscitano la riprovazione continentale, il colpo di Stato in Honduras nel quale Washington è gravemente implicata, le centinaia di richieste di interviste dei mezzi di stampa più importanti del mondo in attesa, Barack Obama ha lasciato da parte tutto questo per rispondere alle domande della blogger cubana. [45]

Nella sua intervista, la Sánchez non ha mai chiesto la fine delle sanzioni economiche che colpiscono tutti i settori della società cubana iniziando dai più vulnerabili (donne, bambini e anziani) che costituiscono il principale ostacolo allo sviluppo del paese e che sono respinte dall’l’immensa maggioranza della comunità internazionale (187 paesi nel voto nelle Nazioni Unite in ottobre di 2009) per il loro carattere anacronistico, crudele e inefficace. Al contrario, riprende esattamente la retorica di Washington al riguardo: “La propaganda politica ci dice che viviamo in un luogo assediato, di un David di fronte a Golia e del ‘vorace nemico’ o che sta per lanciarsi su noi”.

Le sanzioni economiche, che lei qualifica come semplici “restrizioni commerciali”, sono “tanto inutili e anacronistiche”, [46] non perché hanno conseguenze drammatiche per la popolazione cubana, bensì perché sono “usate come giustificazione allo stesso modo per i danni alla produzione che per reprimere quelli che pensano in modo diverso”. [47] Si tratta esattamente degli stessi argomenti evocati dalla rappresentante degli Stati Uniti alle Nazioni Unite in ottobre del 2009 per giustificare il mantenimento dello stato d’assedio che Washington impone a Cuba dal 1960, senza spiegare perché 187 paesi del mondo si prestano ogni anno da 18 anni a quello che lei qualifica come “propaganda politica”. [48]

Alla luce di questi elementi, risulta impossibile che Yoani Sánchez sia una semplice blogger che denuncia le difficoltà di un sistema. Potenti interessi si nascondono dietro la cortina di fumo che costituisce Generación Y che rappresenta una formidabile arma nella guerra mediatica che gli Stati Uniti fanno contro Cuba. Yoani Sánchez ha compreso perfettamente che l’obbedienza ai potenti si ricompensa generosamente (più di 100000 dollari in totale). [49]

La signora Sanchez ha scelto inserirsi nel commercio della dissidenza e vivere giorni felici a Cuba.

Salim Lamrani vive a Parigi dove è professore, scrittore e giornalista… specialista delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti… Ha pubblicato i libri: Washington contre Cuba edizioni Pantin; Le Temps de Cerises, Francia 2005, Cuba face à l’Empire (Cuba contro l’Impero) edizioni Timéli, Svizzera, 2006 e Fidel Castro, Cuba et les États-Unis (Pantin: Le Temps de Cerises, 2006).

lamranisalim@yahoo.fr

NOTE:

[1] Andrea Rodríguez, “Cuban Blogger Says She Is Briefly Detained, The Associated Press, 7 novembre 2009.
[2] Yoani Sánchez, “Sequestro estilo camorra”, Generación Y, 8 novembre 2009. http://www.desdecuba.com/generaciony / (sito consultato il 15 novembre 2009).
[3] Ibid.
[4] Agence France Presse, “Texas executes Cuban-born gang member”, 11 novembre 2009.
[5] Le Monde, “Cuba: les USA indignés par les mauvais traitements infligés à des blogueurs», 10 novembre 2009.
[6] Yoani Sánchez, “Sequestro estilo camorra”, op. cit.
[7] Fernando Ravsberg, “Ataque a blogera cubana, ¿cambio de política”, BBC Mundo, 9 novembre 2009.
[8] CNN, “Yoani Sánchez golpeada en La Habana”, 9 novembre 2009. http://www.youtube.com/watch?v=umu5…, (sito consultato il 15 novembre 2009).
[9] Agence France Presse, “Cuba: la blogueuse Yoani Sanchez dit avoir été frappée et brièvement détenue”, 7 novembre 2009.
[10] Fernando Ravsberg, “Ataque a blogera cubana, ¿cambio de política”, op. cit.
[11] Ibid.
[12] Yoani Sánchez, “Sequestro estilo camorra”, op. cit. ; Youtube, “Entrevista a Yoani Sánchez tras la golpiza que recibió por parte del Gobierno Cubano”, 9 novembre 2009. http://www.youtube.com/watch?v=7CzD… (sito consultato il 15 novembre 2009).
[13] Fernando Ravsberg, “Ataque a blogera cubana, ¿cambio de política”, op. cit.
[14] Ibid.
[15] Corrispondenza con lsua Eccellenza Sig. Isaac Roberto Torres Barrios, Ambasciatore della Repubblica di Cuba a Berna, 17 novembre 2009.
[16] Yoaní Sánchez, “Mi perfil”, Generación Y.
[17] France 24, “Ce pays est une immense prison avec des murs idéologiques”, 22 ottobre 2009.
[18] Yoaní Sánchez, “Sietepreguntas”, Generación Y, 18 novembre 2009.
[19] Yoaní Sánchez, “Final de partida”, Generación Y, 2 novembre 2009.
[20] Yoaní Sánchez, “Seres de la sombra”, Generación Y, 12 novembre 2009.
[21] Yoaní Sánchez, “Mi perfil”, Generación Y, op. cit.
[22] Yoaní Sánchez, “L’improbable entrevista de Gianni Miná”, Generación Y, 9 maggio 2009.
[23] Yoaní Sánchez, “Vine y me quedé”, Generación Y, 14 agosto di 2007.
[24] Ibid.
[25] Ibid.
[26] Corrispondenza con sua Eccellenza Sig. Orlando Requeijo, Ambasciatore della Repubblica di Cuba a Parigi, 18 novembre 2009.
[27] Libertad Digital, “Yoani Sánchez: ‘H emos naufragado; hace rato que estamos bajo el agua’, 12 novembre 2009. http://www.libertaddigital.com/mund
[28] Ibid.
[29] Mauricio Vicent, “Los cambios llegarán a Cuba, pero no a través del guión del Gobierno”, El País, 7 maggio 2008.
[30] Yoani Sánchez, Generación Y.
[31] El País, “EL PAÍS convoca los Premios Ortega y Gasset de periodismo 2009”, 12 gennaio 2009.
[32] Time, «The 2008 Time 100”, 2008. http://www.time.com/time/specials/2… (sito consultato il 25 novembre 2009).
[33] Yoani Sánchez, “Premios”, Generación Y.
[34] Miriam Leiva, “La ‘Generación Y’ cubana”, El País, 30 novembre 2008.
[35] Yoani Sánchez, “Premios”, op. cit.
[36] Ibid.
[37] Ibid.
[38] El País, “Una de las voces críticas del régimen cubano, mejor blog del año”, 28 novembre 2008.
[39] Yoani Sánchez, “¿Qué hago yo ahí?”, Generación Y, 3 maggio 2008.
[40] Guillermo Nova, “Bloguera cubana Yoani Sánchez descubierta escribiendo sus artículos desde el wi-fi de hoteles”, Rebelión , 11 maggio 2009.
[41] Norelys Morale Aguilera, “Si los blogs son terapéuticos ¿Quién paga la terapia de Yoani Sánchez?”, La República, 13 agosto di 2009.
[42] Ibid.
[43] Yoani Sánchez, Generación Y.
[44] Norelys Morale Aguilera, “Si los blogs son terapéuticos ¿Quién paga la terapia de Yoani Sánchez?”, op. cit.
[45] Yoani Sánchez, “Respuestas de Barack Obama a Yoani Sánchez”, Generación Y, 20 novembre 2009.
[46] Yoani Sánchez, “Siete preguntas”, Generación Y, 19 novembre 2009.
[47] Yoani Sánchez, “Made in Usa”, Generación Y, 18 novembre 2009.
[48] Yoani Sánchez, “Siete preguntas”, op. cit.
[49] Yoani Sánchez, “Premios”, Generación Y.

Fonte: http://cubainforma.interfree.it/2009/stampa/contraY.htm

tratto da http://rifondazionenichelino.blogspot.com/2009/12/le-contraddizioni-della-blogger-cubana.html

Celle Ligure Capitale del Cinema Indipendente

Celle Ligure Capitale del Cinema Indipendente

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Dal 19 al 22 agosto Celle Ligure (SV) ritorna ad essere la capitale del cinema internazionale. Al via l’ottava edizione della Mostra Internazionale del Cinema Indipendente. Quattro giorni di cinema intenso e grandi novità, a partire dalla nuova sezione dedicata ai video clip musicali e ai numerosi eventi collaterali che come ogni anno arricchiscono la mostra. “Possiamo vantarci di essere uno dei pochi festival al mondo in cui lo spettatore può vedere il cinema in tutte le sue forme espressive”, dichiara Martin Zanchetta, Direttore Artistico della Mostra.”La manifestazione non competitiva, promossa dalla casa di produzione Progetto Cine Indipendente, ha come obiettivo quello di mettere in mostra il cinema allo stato puro. “Cinema come forma d’arte – prosegue Zanchetta – Ad ogni opera viene dato lo stesso peso e lo stesso spazio, a prescindere che sia stata realizzata da un autore famoso o dai ragazzi delle scuole”.

In cartellone 14 film provenienti da ogni parte del mondo e 3 video clip musicali: La bolla di MGZ, aMMami di Zibba-Almalibre e Pasion della cantante Giada Caliendo, celebre per il brano “Turuturu” presentato a Sanremo 2001.

Si comincia Giovedì 19 alle 18.30 con l’aperitivo musicale con il cantautore varazzino Zibba.

Alle 21.00 il film corto d’animazione: Little Miss Eyeflap del norvegese Iram Haq, per la prima volta in Italia,la magica e fantastica storia di una ragazza pakistana/norvegese che scappa dal matrimonio combinato che la sua famiglia le ha riservato.

Alle 21.30 Calibro 70 poliziesco di Alessandro Rota, ambientato nella Torino anni 70. Leonardo Morra, spietato criminale meglio noto come “Lo Svizzero”, mette a punto i suoi sporchi piani lasciando dietro di sè numerose vittime. Il figlio del direttore della più importante banca cittadina si mette in contatto con il criminale, accordandosi per una grande rapina nella banca del padre. Nel frattempo Lo svizzero dovrà fare i conti con alcuni traditori e con un suo acerrimo nemico: “l’Inglese”, con cui lotta per il dominio della città….
Un film che non si limita al semplice omaggio, ma in qualche modo vuole reinterpretare, anche con la giusta ironia, un grande genere cinematografico che ha caratterizzato l’Italia degli anni ’70: il poliziesco.

Alle 22.15 IL MIO ULTIMO GIORNO DI GUERRA di Matteo Tondini con Ivano Marescotti, In una strada di collina, nella Romagna della seconda guerra mondiale, un giovane contadino si trova improvvisamente a contatto con due soldati tedeschi e due americani. Tutto lascia pensare ad un conflitto a fuoco, e il giovane si sente perduto, ma l’arrivo di un aereo civetta spinge tutti a nascondersi nell’erba. Da quel momento il contadino cercherà di salvarsi la vita… passati gli anni quello stesso contadino racconterà così al nipote il suo primo e ultimo giorno di guerra, nascondendo però una dolorosa verità.

Alle 22.50 Pathos realizzato dai Genovesi Dennis Cabella, Marco Ercole e Fabio Prati, ambientato In un futuro indeterminato, distese enormi di rifiuti coprono ogni angolo del pianeta. Il riscaldamento globale rende la superficie inabitabile e ostile. La Terra è morta. Ma gli uomini hanno dato vita alla loro più grande invenzione, Pathos, un sistema meccanico che protegge gli esseri umani, controlla i 5 sensi e dà loro una vita perfetta. Il pensiero liberale non è permesso. Possono solo essere fatti foriniti a pafamento dal sistema. Ma un giorno, qualcosa cambia!.

Venerdì 20

alle 21.00 Giallo Limone realizzato dai ragazzi del consiglio comunale di Celle Ligure.

alle 21.30 il Documentario Corde di Marcello Sannino, Ciro è un giovane pugile di Napoli, dell’antico quartiere Ventaglieri, nel centro storico della città. La sua storia è quella di un mite che pratica uno sport di sfida cruenta e che, nella parte di mondo nella quale vive, aggredisce le difficoltà della vita con tenerezza e silenziosa tenacia, da campione leale. Il film racconta i silenzi, il respiro, i corpi, i ring, le urla dei tifosi-bambini, la tenerezza di Ciro in forte contrasto con la rudezza del mondo della boxe, il rapporto che ha con la madre, con la fidanzata Annarita e con i suoi due mentori, Geppino Silvestri, uno dei più grandi maestri italiani di pugilato e suo figlio Lino, che hanno cominciato a prendersi cura di lui fin da tredicenne. Il suo è un vero atto di resistenza alla condizione di solitudine in cui ci si può trovare quando si ricevono responsabilità premature e si vive in uno Stato che non ti conosce e non ti riconosce. Nonostante tutto Ciro vuole farcela, si avvilisce, si chiude, poi trova la forza e riparte.

alle 22.30 dalla Nuova Zelanda Vostok Station di Dylan Pharazyn per la prima volta proiettato in Europa, il film segue l’unico superstite di un disastro catastrofico dalla bellezza sconcertante.

alle 22.45 il documentario di Mr.Puma “Savona mia, Savona mai”, l’autore racconta una Savona non da tutti conosciuta, nutrito da un sentimento particolare per certi fatti avvenuti nel savonese dagli anni 70 in poi, interessanti per la loro straordinaria lungimiranza: interviste a personaggi e artisti della città, alcuni legati al suo underground, altri noti a livello nazionale e internazionale, si alternano a deliranti poesie dell’artista e si uniscono in racconti e visioni della città.

Sabato 21

alle 18.00 l’incontro pubblico “Vizi privati e pubbliche virtù” lo spettatore tra cinema e televisione intervengono Silvano Posillipo “Spicanlista”, Fabrizio Masi “Esperto di Televisione”e Alessio Marri “Ricercatore”.

alle 21.00 dalla Spagna Porque Hay Cosas Que Nunca Olvidan di Lucas Figueroa,Siamo nel 1950, a Napoli, in un tempo in cui un pallone costituiva l’unica ricchezza di un bambino. Quattro ragazzini uniti dalla passione per il calcio giocano per strada, puntualmente la palla finisce nel cortile di una signora che, disturbata, invece di restituirlo lo fora irrimediabilmente. I bambini ne restano colpiti e amareggiati a tal punto che ingegnano un’ interessante ed elettrizzante vendetta, nel cast il calciatore Fabio Cannavaro.

alle 21.30 Locked Out del Giapponese Yanusobu Takahashi,Hiroshi, il protagonista vagando per le strade del Giappone rurale senza meta, si perde fisicamente e mentalmente. Shoko, sta uscendo di fretta dal superercato con il figlio Keita di sei anni. Lei gli dice di rimanere in macchina mentre torna a prendere qualcosa. Keita di nascosto, esce e si infila in un’altra macchina. Quando la madre torna non se ne accorge e va via. Verrà a malincuore aiutato da Hiroshi, ma il ragazzo scatenerà un conflitto tra coscienze.

alle 23.00 La Preda di Francesco Apice, all’uscita di scuola un padre incontra i figli Giulio e Lorenzo, di 11 e 9 anni. Insieme sfrecciano fuori dalla città su una fiammante decappottabile verso la casa di montagna dove trascorreranno il weekend all’insaputa della madre. E’ il compleanno di Giulio, il figlio più grande, e il padre gli regala un fucile. L’indomani, insieme anche al fratellino Lorenzo, i tre si inoltrano nel bosco per una battuta di caccia, nel cast l’attore PAOLO SASSANELLI.

Domenica 22

alle 21.00 il corto d’animazione Fard proveniente dalla Francia realizzato da David Alapont e Luis Briceno, ambientato in un futuro dove il mondo sembra funzionare in modo perfetto e controllato, ma cosa succede se si otterrebbe l’opportunità di vedere cosa c’è sotto la superficie?

alle 21.30 L’Ultimo Crodino di Umberto Spinazzola, Ispirato ad una storia realmente accaduta, quella di due Condovesi che un giorno, davanti ad un caffè preso al bar, decisero di trafugare la bara di Enrico Cuccia, presidente onorario di Mediobanca, sepolta nel cimitero di Meina, per chiederne il riscatto. La storia è tratta dalle notizie di cronaca e dagli atti processuali nel cast Ricky Tognazzi, Enzo Iacchetti, Marco Messeri, Serena Autieri, Dario Vergassola, presenti alla proiezione il regista Umberto Spinazzola e l’attore Enzo Iacchetti.

alle 23.15 film corto di fantascienza The Silver Rope di Fabio Resinaro e Fabio Guaglione,le vite, le emozioni, i misteri e i conflitti personali di alcune persone si intrecciano in un mondo per sempre cambiato da un’incredibile scoperta scientifica: la localizzazione dell’anima, la nascita di un’ingegneria dello spirito, la morte concettuale di Dio..

fonte: http://www.creatv.tv/modules/smartmedia/clip.php?categoryid=1&folderid=28&clipid=263

dove trovate anche un video

L’etica di Emergency

Uno dei principi della nostra organizzazione, che spieghiamo al personale medico e paramedico disposto a partire con noi, è semplicissimo: “Non si va nei paesi del cosiddetto Terzo Mondo a portare una sanità da Terzo mondo. Un ospedale va bene quando tu saresti disposto, senza esitazione, a ricoverarci tuo figlio, tua madre, tua moglie”. Gino Strada

A Vendola domande facili facili

A Vendola domande facili facili

.A Vendola domande facili facili

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Il giornale ITALIA TERRA NOSTRA invita il governatore della regione Puglia ad un confronto dialettico in una sede pubblica, con il giornalista Gianni Lannes. Tema: la sanità. In attesa di un’eventuale accettazione (entro 30 giorni), porgiamo al presidente Nichi Vendola i seguenti quesiti:

  1. Lei da quanti anni governa la Regione Puglia?
  2. I conti sanitari sono  in rosso?
  3. A quanto ammonta esattamente il deficit attuale delle aziende sanitarie locali?
  4. Il patto di stabilità è stato sforato  nel 2006 e nel 2008? La Corte dei Conti ha preso un abbaglio?
  5. Chi ha imposto i manager delle Asl?
  6. Complessivamente in soldoni pubblici, dal 2005 ad oggi, quanti quattrini la regione Puglia ha versato alle istituzioni sanitarie private?
  7. La regione Puglia finanzia anche il Vaticano?
  8. In Puglia sono ancora aperti alcuni manicomi di proprietà della Santa Sede, in violazione della legge 180/1978 (legge Basaglia), foraggiati dall’ente Regione, vale a dire utilizzando fondi pubblici?
  9. La Fondazione San Raffaele di Milano è una compagine no profit?
  10. Signor governatore sa che il suo amico don Verzé è socio d’affari di Berlusconi?
  11. L’operazione San Raffaele del Mediterraneo cela una speculazione finanziaria ed immobiliare?
  12. C’entrano qualcosa la Molmed (Berlusconi) e la Fintecna Immobiliare srl (il governo Berlusconi)?
  13. Secondo lei è  tutto a norma di legge?
  14. Perché non ha proceduto con una regolare gara d’appalto?
  15. Le dispiace illustrare – e pubblicare – ai suoi sostenitori il contenuto integrale dell’atto notarile stipulato dal notaio Vinci nella sede della cittadella Carità, da lei sottoscritto in nome e per conto di 4 milioni di ignari pugliesi?
  16. Perché non è stata resa di dominio pubblico la Delibera di Giunta regionale numero 1154 del 2010?
  17. Don Verzé – o comunque i suoi sodali – ha per caso sostenuto economicamente la sua ultima campagna elettorale?
  18. E’ preferibile prevenire le patologie tumorali e la malformazioni nei bambini causate dall’inquinamento ambientale, oppure è meglio appaltare l’affare pseudo-curativo al privato don Verzé o chi per esso nei secoli dei secoli?
  19. In media 40 mila malati l’anno solo nell’area jonica: sono un boccone appetibile per gli squali sanitari in circolazione nel Belpaese che spacciano cure miracolose?
  20. Perché la Regione non ha avviato una riconversione delle industrie inquinanti a Taranto, invece di autorizzare l’ulteriore inquinamento come nel caso recente della Cementir (Aia, giugno 2010)?
  21. A proposito di diossine: perché la Regione da lei presieduta ha varato una legge truffa? Intendeva fare un regalo all’industriale Riva?
  22. Nel nuovo ospedale cattolico San Raffaele del Mediterraneo a Taranto, sarà possibile praticare l’aborto (sancito da una legge dello Stato Italiano)?
  23. I gay saranno accettati senza problemi in questo nosocomio controllato dal reverendo Verzé?
  24. Presidente Vendola perché teme un confronto alla luce del sole con il giornalista Gianni Lannes, a cui ha espresso pubblicamente solidarietà per gli attentati subiti e al quale ha riconosciuto grande capacità professionale e correttezza deontologica?

fonte: http://www.italiaterranostra.it/?p=6184