Archivio | agosto 16, 2010

Il clima impazzito potrebbe obbligarci a lasciare la terra tra 200 anni

Il clima impazzito potrebbe obbligarci a lasciare la terra tra 200 anni

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di Luca Vaglio

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Nei prossimi 200 anni, per garantirci un futuro, scampando all’estinzione, potremmo dover lasciare la Terra, emigrando nello spazio e colonizzando altri pianeti. E, ancora, il pericolo di disastri climatici, già concreto di qui a 100 anni, sarebbe destinato ad aggravarsi nei secoli successivi. Questo scenario, che ricorda da vicino la trama di un libro o di un film di fantascienza, è stato prospettato nei giorni scorsi dall’astrofisico britannico Stephen Hawking, autore di un bestseller come “Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo” e considerato unanimemente un’autorità in tema di cosmologia.

Se riusciremo a scongiurare catastrofi ambientali nel corso dei prossimi due secoli, spiega Hawking, affetto da atrofia muscolare progressiva e oggi 68enne, dovremo comunque salvare l’umanità lasciando una Terra dove non ci sarà più spazio per tutti e dove le risorse saranno sempre più scarse per via dell’aumento della popolazione. «La razza umana non deve mettere tutte le sue uova in un unico paniere nè su un solo pianeta», ha precisato lo scienziato.

Catastrofi ambientali
Anche volendo evitare facili correlazioni e valutazioni che richiedono prove scientifiche assai rigorose, le parole di Hawking fanno riflettere alla luce di quanto sta succedendo nel mondo. Gli esperti dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’agenzia dell’Onu che si occupa dei cambiamenti climatici, hanno dichiarato che gli eventi catastrofici degli ultimi giorni sono coerenti con le conclusioni raggiunte dai loro studi, sebbene i fatti di una singola annata non siano da soli sufficienti a dimostrare la bontà delle previsioni.

«Si tratta di eventi destinati a ripetersi e a intensificarsi in un clima alterato dai gas serra. Non possiamo giurare che nulla di questo sarebbe successo duecento anni fa, ma il sospetto c’è», spiega Jean-Pascal van Ypersele, vicepresidente dell’Ipcc. E una certa cautela nelle dichiarazioni degli scienziati probabilmente fa seguito anche al Climategate del novembre 2009, che pure nei mesi scorsi è stato smontato da una serie di indagini indipendenti.

Del resto, gli studi sul riscaldamento globale mettono in guardia su pericoli, come temperature più elevate, siccità e precipitazioni meno frequenti ma molto più violente, che oggi balzano all’attenzione delle cronache in molte parti del globo, dalla Russia attraversata dai roghi e coperta da una cappa di fumo, fino al Pakistan, alla Cina e all’India in ginocchio per le inondazioni. Con danni ingentissimi e diverse migliaia di vittime. Tutto questo mentre i governi manifestano buone intenzioni ma sono ancora lontani dal condividere impegni precisi su questi temi.

La conferenza di Copenaghen dello scorso anno si è conclusa con l’invito a ridurre le emissioni di gas serra, allo scopo di limitare il riscaldamento globale a meno di 2°C, ma senza impegni giuridici vincolanti. Allo stesso modo la riunione Onu sul clima svoltasi a Bonn la scorsa settimana si è chiusa senza esiti significativi.

E nell’elenco dei grandi dissesti ambientali non si possono dimenticare altri eventi, non certo causati dal global warming, ma legati all’azione dell’uomo e alla sua scelta di puntare sugli idrocarburi come fonte energetica. Di recente, sono avvenuti l’incidente nel Golfo del Messico alla piattaforma petrolifera di British Petroleum Deepwater Horizon (circa 4,9 milioni di barili di greggio finiti in mare dall’aprile scorso) e a luglio l’esplosione di due oleodotti nel Mar Giallo in Cina (1.500 tonnellate di petrolio in acqua).

Da decenni, invece, una marea nera si estende lungo il Delta del Niger, devastando l’ecosistema di quel paese (Secondo Anene Ejikeme, ricercatore presso la Trinity University di San Antonio, dal 1958 circa 13 milioni di barili si sono riversati nel Delta del Niger a causa di rotture negli impianti, carenze nella manutenzione e nelle misure di sicurezza e comportamenti dolosi).

Sovrappopolazione
L’esame di ricerche provenienti da fonti autorevoli, inoltre, induce a considerare con rispetto le affermazioni di Hawking in merito alla crescita demografica. Un rapporto Onu del 2009 stima che per il 2050 la popolazione mondiale supererà i 9 miliardi di persone con un incremento significativo soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Dopo il 2050, tuttavia, la maggior parte dei demografi ipotizzano che le politiche di controllo delle nascite riusciranno a contenere la natalità, determinando addirittura un calo delle presenze sulla Terra nelle decadi successive.

Tuttavia, questa non è che un’ipotesi, poiché, sempre secondo una ricerca Onu, qualora la natalità media dovesse restare sui ritmi attuali nei prossimi 300 anni la popolazione terrestre sarà pari a 134 miliardi. Si tratta di una cifra limite, probabilmente irrealistica, che però fa capire il potenziale di rischio legato a tassi di natalità eccessivi e incontrollati. Un altro esempio: qualora il tasso di natalità diminuisse di poco rispetto al 2,73 attuale, fino a quota 2,34, nel giro di 300 anni saremmo ben 36,4 miliardi. E secondo il rapporto 2009 dell’Unfpa (United nations population fund), il Fondo delle Nazioni Unite che si occupa del diritto alla salute, delle pari opportunità e della riduzione della povertà, contenere le nascite è importante anche per l’equilibrio ambientale: meno nascite significano minori emissioni di anidride carbonica e dunque rischi più ridotti di riscaldamento climatico.

Viaggi interstellari: problemi da superare
Tornando a Stephen Hawking e alla sua suggestiva ipotesi di colonizzare altri pianeti, va detto che ci sono numerosi ostacoli tecnologici da superare. Già nel 2006 lo scienziato britannico aveva dichiarato che in futuro per garantire la sopravvivenza del genere umano sarebbe stato necessario spostarsi su pianeti abitabili che gravitano attorno ad altre stelle. Tuttavia, con i mezzi odierni un viaggio simile risulterebbe oltremodo lungo e di fatto impraticabile. I razzi convenzionali alimentati chimicamente, come quelli che hanno portato l’uomo sulla luna nella missione Apollo, ci metterebbero decine di migliaia di anni per arrivare su Proxima Centauri, il corpo celeste più vicino al Sole.

Secondo Hawking le soluzioni, ancora tutte da sviluppare in pratica, sono contenute nella popolarissima fiction di fantascienza Star Trek, in un episodio della quale, tra l’altro, è apparso, recitando la parte di se stesso. «La fantascienza ha suggerito l’idea della propulsione a distorsione spazio-temporale, che può trasportare immediatamente a destinazione. Sfortunatamente, questo violerebbe la legge scientifica in base alla quale nulla può viaggiare più veloce della luce», spiega l’astrofisico. Tuttavia, «attraverso l’annichilimento materia/antimateria», ossia mettendo a contatto particelle e antiparticelle, «sarebbe possibile toccare velocità poco inferiori a quella della luce e raggiungere la stella più vicina a noi in circa sei anni».

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16 agosto 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2010-08-13/ecco-come-clima-impazzito-174433.shtml?uuid=AYdudVGC

Russia, gli incendi bruciano un intero paese: Mokhovoje, 130 km da Mosca, non esiste più

Russia, gli incendi bruciano un intero paese: Mokhovoje, 130 km da Mosca, non esiste più

Mokhovoje: la tragedia in cinque scatti, clicca qui

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dall’inviato  ilSole24Ore Antonella Scott

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La foresta è nera, è morta. Dietro la curva c’è un’auto della polizia, controlla l’ingresso al villaggio ma laggiù, dove a tratti ancora la torba fuma ostinata, è rimasto ben poco. Mokhovoje, a 130 chilometri da Mosca, non c’è più. Nei giorni scorsi gli abitanti avevano raccontato di essere stati abbandonati, in quel terribile 29 luglio in cui il fuoco si è mangiato le case. Prima di arrivare aveva percorso sette chilometri, ci sarebbe stato il tempo per fermarlo, ma nessuno ha risposto all’appello.

Se la vita qui ritornerà, non se ne vede alcun segno, ancora. Un secondo poliziotto sonnecchia, tra le macerie si muovono cinque-sei persone, si aggirano tra quel che resta delle proprie case sperando di ritrovare qualcosa. Due di loro sono qui con un camioncino, hanno accumulato dei barattoli di cetrioli, ancora caldi di fuoco, è così strano sentire l’odore delle conserve in questo inferno spento. Uno dei due scompare sottoterra, non si vedeva bene ma c’è una botola: quel che era conservato in cantina è tutto ciò che è rimasto della casa. «Dodici di noi sono morti, anziani per lo più, senza un’auto per scappare», raccontano accennando a quella che doveva essere la casa dei vicini. Laggiù c’è l’unica cosa colorata di tutta questa radura, dei fiori rossi gettati per terra, di plastica.

Ora che qui non c’è luce né gas, i 400 abitanti di Mokhovoje vivono nell’istituto tecnico del paese più vicino, Beloomut, sistemazione provvisoria dato che a fine mese riapriranno le scuole. Non ritorneranno qui. «Faranno di tutto per cacciarci, vogliono radere al suolo quel che è rimasto, vendere i terreni per costruirci delle dacie», spiegano i due uomini senza voler aggiungere il proprio nome: «Ne ho già dette abbastanza, contro il sindaco – si giustifica il più giovane – dovrebbero metterlo dentro per una decina di anni, così agli altri verrà meno voglia di diventare funzionari pubblici, conoscendo le responsabilità che si assumono».
Parte del dramma di Mokovoje, come dei tanti altri villaggi russi presi alla sprovvista dalle fiamme, è stata l’assenza di competenze ben definite nella gestione dell’emergenza. «Le fiamme venivano dall’altro villaggio, così i pompieri hanno detto che non spettava a loro intervenire e sono scappati», li accusano.

Non è stato l’unico problema. Venendo dalla strada che collega Mosca a Kolomna, il capoluogo regionale, bisogna attraversare il fiume Oka per raggiungere Mokhovoje, Kadanok e dietro di loro i villaggi e i boschi arsi per giorni interi. Non ci sono ponti, per chilometri e chilometri, solo un lento traghetto che anche oggi sferraglia avanti e indietro il proprio carico di auto e camion arrugginiti. Dove avrebbero potuto passare le ambulanze, le autocisterne, i mezzi dei pompieri?

Oggi Vladimir Putin è stato a Kolomna, ha presieduto a un esperimento per riportare acqua nelle torbiere prosciugate e abbandonate fin dai tempi dell’Unione Sovietica. Un sistema di tubature e di canali partirà dal fiume e ricostituirà le paludi, qui come nelle altre regioni colpite. Da Soci, sul Mar Nero, il presidente Dmitrij Medvedev ha convocato i rappresentanti del business per “invitarli” a dare ciascuno il proprio contributo per le vittime degli incendi: Oleg Deripaska si è impegnato a costruire 200 case, Vladimir Potanin gestirà la torbiere nella zona di Tver. Non sono i soli a mobilitarsi: lontano dalle telecamere, da Mosca ai villaggi, decine e decine di persone rispondono ai tam-tam dei blog, raccolgono aiuti, si offrono per consegnarli, una società civile silenziosa e insospettata. «Di aiuti ne riceviamo tanti», assicurano i reduci di Mokhovoje. Una luce nel buio.

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16 agosto 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-16/russia-incendi-bruciano-intero-193846.shtml?uuid=AYOo9LHC

Napolitano: «Tradisco la Costituzione? Mi mettano sotto accusa»

Napolitano: «Tradisco la Costituzione? Mi mettano sotto accusa»

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Il Quirinale: basta insinuazioni. Dura risposta a deputato Pdl
Bianconi che replica: sono stupito. Il Pd: premier smentisca

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ROMA (16 agosto) – Basta insinuazioni sul Capo dello Stato e indebite pressioni provenienti dal mondo politico. È questa la sintesi di una nota con cui il Quirinale replica a una intervista all’onorevole Maurizio Bianconi, vicepresidente del gruppo dei deputati Pdl.

L’onorevole Bianconi, sostiene la nota del Quirinale, «si è abbandonato ad affermazioni avventate e gravi sostenendo che il presidente Napolitano “sta tradendo la Costituzione”. Essendo questa materia regolata dalla stessa Carta (di cui l’on. Bianconi è di certo attento conoscitore), se egli fosse convinto delle sue ragioni avrebbe il dovere di assumere iniziative ai sensi dell’articolo 90 e relative norme di attuazione. Altrimenti – conclude la nota riferendosi all’intervista a Il Giornale – le sue resteranno solo gratuite insinuazioni e indebite pressioni, al pari di altre interpretazioni arbitrarie delle posizioni del Presidente della Repubblica e di conseguenti processi alle intenzioni».

«Berlusconi sconfessi Bianconi per le insensate parole espresse nei confronti del capo dello Stato il cui comportamento è, ed è sempre stato, irreprensibile e al quale va la nostra solidarietà». Lo afferma in una nota Paola De Micheli del Pd aggiungendo che «se dal centrodestra non giungerà una compatta e netta presa di distanza allora vorrà dire che esiste un piano preciso ed un mandante per una operazione pericolosissima che rischia di aprire uno scontro istituzionale gravissimo i cui esiti saranno certamente nefasti per il nostro paese».
«Chi si assumerà l’onere di percorrere una strada tanto distruttiva – prosegue De Micheli – se ne dovrà assumere l’onere di fronte agli italiani e al Paese. Si abbassino immediatamente i toni e si ritorni nell’alveo delle regole del corretto confronto democratico».

«Noi abbiamo il massimo rispetto per il presidente Napolitano e non seguiamo certamente la linea a suo tempo portata avanti dal Pci quando provocò le dimissioni di Leone malgrado che il suo comportamento fosse stato ineccepibile e quando cercò invano di raggiungere l’impeachment di Cossiga», dice il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto. «Indipendentemente dalle espressioni usate da Bianconi, noi in tutti questi giorni, abbiamo riaffermato questa posizione di fondo: perseguiamo l’obiettivo positivo di ottenere la fiducia e il sostegno del Parlamento su 4 punti qualificanti sui quali si concentrerà l’attività del governo; invece, nel caso in cui questa fiducia della maggioranza del Parlamento non venga ottenuta, allora riteniamo che si debba andare al voto degli italiani e non si debba dar vita a governi tecnici o di transizione», spiega. «Questa valutazione politica di fondo la abbiamo sottoposta e la sottoponiamo, con il rispetto che sempre abbiamo avuto, alla riflessione del Presidente della Repubblica», conclude Cicchitto.

Bianconi: stupito e amareggiato ma ribadisco le mie convinzioni. «Sono stupito e in fondo amareggiato per la nota del Quirinale rispetto alla mia intervista. Ritengo, in tutta franchezza, totalmente sproporzionati i toni della nota medesima». È quanto afferma Maurizio Bianconi, vicepresidente del gruppo PdL alla Camera.

«Peraltro, non posso che ribadire la mia ferma convinzione che il presidente Napolitano, al momento del conferimento dell’incarico di formare il governo a Silvio Berlusconi dopo le elezioni del 2008, operò consultazioni rapidissime, convocò Berlusconi e comunicò pressochè in contemporanea i nomi dei ministri. In quella occasione – aggiunge Bianconi -risultò chiaro, anche dalle parole del Presidente della Repubblica, che in Italia c’era una maggioranza, un programma e un leader addirittura indicato nel simbolo, e che quindi la sua scelta nel conferimento dell’incarico era per così dire ‘vincolatà. Si è così dato corpo a una nuova prassi costituzionale (Costituzione materiale) che non può valere a corrente alternata. Ne consegue che, ove questa maggioranza non avesse più la fiducia in Parlamento, non sarebbe dato concepire il ritorno ai vecchi riti di consultazioni e costituzioni di governi che godono di maggioranza parlamentare ma non popolare. Cioè – sostiene Bianconi – il presidente Napolitano non potrebbe contraddire se stesso in un passaggio così delicato e certo questa non è questione da messa in stato d’accusa, come viene dichiarato nella nota del Quirinale».

Quanto alla messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica, «solo uno sciocco lo penserebbe – aggiunge Bianconi – e nessuno lo ha mai detto nè fatto supporre. Quanto all’uso delle parole »tradire« e »tradimento«, esse sono frutto dello sbrigativo linguaggio giornalistico e non avevano e non hanno certo il senso e la sostanza che gli si è voluto attribuire. Ribadisco il massimo rispetto per le istituzioni e per il Presidente della Repubblica – conclude – ma la sostanza del concetto espresso non cambia. E forse sarebbe stato meglio misurarsi su questo. Ciò non significa certo che non confido che tutto questo ipotizzato non si verificherà e che non avverrà nessun “tradimento” nel senso sopra esplicitato della Carta Costituzionale».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=114952&sez=HOME_INITALIA

Moschea, la destra attacca Obama: “Sempre più lontano dall’America”

Moschea, la destra attacca Obama
“Sempre più lontano dall’America”

I conservatori criticano il presidente per le dichiarazioni sul progetto di costruire un centro culturale islamico vicino al sito di Ground Zero. Ma lui replica: “Non ho difeso il progetto ma il diritto del musulmani all’esercizio del culto”

 Moschea, la destra attacca Obama "Sempre più lontano dall'America"  Barack Obama in Florida con la famiglia

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WASHINGTON – E’ polemica sulle dichiarazioni del presidente americano Barack Obama sul contestato progetto di costruzione di un centro culturale islamico e una moschea a pochi isolati dal sito degli attentati alle Torri Gemelle di New York, l’11 settembre 2001. Il progetto aveva già provocato la reazione negativa di associazioni delle vittime della strage, che la ritengono una provocazione. Ma è sostenuto anche ad alto livello politico, in primo luogo dal sindaco di New York Michael Bloomberg. Due giorni fa è arrivato, inaspettato, l’appoggio del presidente 1che del dialogo interreligioso e dell’apertura all’Islam ha fatto una delle bandiere della sua amministrazione. Un intervento anche simbolicamente molto orientato: una cena con la comunità  musulmana in occasione dell’iftar, la rottura serale del digiuno del Ramadan.

Obama ha dichiarato in quell’occasione che secondo lui “non c’è niente di male a costruire una moschea”, perché così vuole la Costituzione dei padri fondatori: “Siamo l’America – ha detto – La libertà di culto è un diritto inalienabile”. Le sue parole sono suonate più come una difesa di quello che le famiglie delle vittime vedono 2 come una provocazione dell’islam radicale che come il riconoscimento di un diritto sancito dalla legge.

Puntuali gli attacchi al veleno dei Repubblicani al presidente, che proprio in questi giorni festeggia il traguardo di metà mandato. “Nell’ultimo anno – ha detto al “Fox News Sunday” il rappresentante anziano del Texas in Senato John Cornyn – Il presidente si è progressivamente allontanato dalla nazione. Non è una questione di libertà di religione: noi rispettiamo il diritto di tutti, ma credo che non sia giusto costruire una moschea proprio dove, per mano musulmana, hanno perso la vita migliaia di persone”. Secondo il senatore conservatore le dichiarazioni di Obama dimostrano che “Washington, la Casa Bianca, l’amministrazione e lo stesso presidente sono sempre più lontani dall’America”.

Che il presidente, in vacanza con la famiglia, abbia avvertito l’esistenza di un “problema di comunicazione” lo dimostra il fatto che ha sentito la necessità di chiarire il concetto: “Non ho mai fatto commenti, e mai ne farò sull’opportunità della decisione di costruire una moschea lì – ha detto sabato da Panama City – Ho solo ricordato un diritto che risale alla nostra fondazione”. Le sue precisazioni non sono servite a placare gli animi. Peter King, anche lui repubblicano, deputato di New York alla Camera dei rappresentanti, ha detto alla CNN che “Obama, con le sue prime dichiarazioni, ha chiaramente dato l’impressione di supportare la costruzione della moschea, anche se poi ha fatto un passo indietro. Avrebbe dovuto essere più chiaro, molto più preciso, non può cambiare opinione una volta al giorno su una cosa che riguarda la nostra Costituzione”.

Tra i sostenitori del progetto “Cordoba House” (questo il nome del centro culturale musulmano che dovrebbe esser costruito) c’è il sindaco di New York Michael Bloomberg, secondo cui “la tolleranza religiosa è la miglior risposta all’estremismo: siamo stati attaccati da Al Qaeda, non dall’Islam”. Anche lui però dovrà fare i conti con l’opinione pubblica. Dai numerosi sondaggi effettuati in questi giorni emerge che la maggior parte del popolo americano è contrario all’iniziativa. L’Opinion Research Corporation Poll della CNN ha condotto una ricerca proprio nei giorni scorsi, dimostrando che circa il 70% dei cittadini Usa si oppone al progetto e che il 54% di questi sono democratici.

Le elezioni di novembre di metà mandato, ricordano i repubblicani, faranno il punto. E’ di questioni come la disoccupazione che, secondo loro, Obama dovrebbe occuparsi. “Intellettualmente il presidente può anche avere ragione – ha detto alla CBS il consulente repubblicano Ed Rollins – ma si tratta di una questione che coinvolge troppo l’emotività della popolazione, che ha perso figli, genitori e amici. E’ per questo che è molto difficile da affrontarla”.

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15 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/08/15/news/sempre_pi_lontano_dall_america_i_repubblicani_all_attacco_di_obama-6307437/?rss

Litfiba dal palco attaccano Dell’Utri. L’assessore: “Mai più in Sicilia

Litfiba dal palco attaccano Dell’Utri
L’assessore: “Mai più in Sicilia”


L’esponente del Pdl Eusebio Dalì non ha gradito l’esibizione della band a Campofelice di Roccella: “Pelù ha lanciato invettive contro il premier” accusando lui e i suoi stretti collaboratori di “collusione con la mafia”

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di RITA CELI

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Litfiba dal palco attaccano Dell'Utri L'assessore: "Mai più in Sicilia" Ghigo Renzulli e Piero Pelù

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BENVENUTI nello Stato libero di Litfiba. Il Reunion Tour della band di Piero Pelù e Ghigo Renzulli è arrivato alle ultime battute (stasera l’ultima data a Catanzaro) facendo la gioia di vecchi e nuovi fan che hanno affollato i loro concerti, felici di riascoltare dal vivo il repertorio “d’altri tempi” dei rockers toscani. Una tournée estiva potente e provocatoria che ha girato l’Italia su un palco senza scenografie o effetti speciali, che ha sprigionato energia ed entusiasmo puntando su pezzi storici come Proibito, Paname, Bambino, Tex, Cuore di vetro, Ci sei solo tu, Lacio drom, Cangaceiro, Maudit, Ritmo #2, Sparami, Lulù e Marlene, oltre alle recenti Sole nero e Barcollo.

Tutti contenti e soddisfatti, come dimostrano i video “rubati” e i commenti apparsi su Youtube. Tutti tranne uno. “I Litfiba hanno offeso l’intelligenza dei giovani siciliani, almeno di quelli, e sono proprio tanti, che sanno ascoltare buona musica senza farsi fuorviare da squallidi messaggi populisti e demagogici. Parafrasando una loro canzone, li invito a non alimentare quell’ignoranza che uccide più della fame”. Sono parole dell’assessore alla Cultura e alle politiche giovanili della Provincia di Palermo, Eusebio Dalì, 34 anni, esponente del Pdl-Sicilia di Micciché, che non ha gradito l’esibizione della band nell’unica data siciliana, lo scorso 13 agosto, a Campofelice di Roccella (Palermo). L’assessore, che era tra il pubblico, accusa in particolare Pelù di aver “lanciato delle invettive contro il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, accusando lui e i suoi più stretti collaboratori di collusione con la mafia, denigrando il popolo siciliano”.

Dalì fa riferimento ad alcuni dei momenti più acclamati della serata, come dimostrano i video già apparsi su internet. Come in apertura di ogni loro concerto, i Litfiba hanno salutato il popolo del rock con una serie di dediche, accolte ogni volta con urla e applausi. A Campofelice Pelù ha iniziato salutando il “popolo di Trinacria” dando poi il benvenuto al concerto “per gli spiriti liberi, a chi crede che Dell’Utri ci ha rotto il c…, giusto per mettere in chiaro subito le cose”. Ha poi proseguito “per chi è contro i mezzi di distrazione di massa” concludendo con “benvenuti nello stato libero di Litfiba” per lasciare spazio alla musica con Proibito. Poi, durante la serata, mentre sul palco sfilava una finta bara con la scritta “Gelli”, Pelù ha “commemorato” la “morte della P2”: “Partecipano al suo dolore la mafia siciliana, la ‘ndrangheta calabrese, la camorra napoletana, il vostro conterraneo Marcello Dell’Utri, e naturalmente papi-Silvio Berlusconi. La P2 è morta. Viva la P3!” ha detto Pelù .

I fan siciliani hanno già messo online brani e spezzoni del concerto, comprese le frasi “incriminate” (ma riferimenti simili sono presenti anche in altri video tratti dalle altre date del tour), commentando con entusiasmo la performance dei Litfiba senza alcun riferimento ai contenuti. Diversa la reazione dell’assessore Dalì che ha affidato alle agenzie di stampa la sua delusione. “Renzulli e Pelù – scrive Dalì – sono venuti in Sicilia a fare propaganda politica, con la tipica presunzione di chi crede di essere depositario di verità assolute e per questo poter inveire contro tutto e tutti, senza alcun freno inibitorio. L’essere acclamati ogni volta che si apre bocca non giustifica gli eccessi verbali violenti che creano odio e divisioni. A Campofelice di Roccella io c’ero e non mi sembrava di stare a un concerto, bensì a un processo di piazza sommario, a un pubblico linciaggio: è stato sconcertante assistere ai reiterati strali di Pelù, sconfortante vedere tanti giovani lasciarsi passivamente inglobare in una cultura dell’anti, senza senso e senza costrutto”.

La rabbia è tanta e l’assessore non si limita a criticare ma chiede che gruppi come i Litfiba non si esibiscano più nell’isola. “Invito l’incolpevole sindaco Vasta – scrive ancora Dalì, facendo riferimento al Comune di Campofelice che ha patrocinato la serata – e tutti i primi cittadini della Sicilia a non ospitare più artisti che hanno come unico scopo il pontificare, predicare e fare lotta politica, servendosi di quella potentissima arma che è la musica e la sua capacità di penetrare le giovani sensibilità, di formarle o di plagiarle a seconda dei casi”. Infine, conclude rivolgendosi ai Litfiba invitandoli “a chiedere scusa alla Sicilia, ai siciliani che sono per la stragrande maggioranza persone oneste e libere, a fare solo e semplicemente musica, lasciando stare la volgare propaganda, che tocca temi e concetti che di fatto disconoscono”.

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16 agosto 2010

fonte:  http://palermo.repubblica.it/cronaca/2010/08/16/news/litfiba_palermo-6322391/?rss

La porta sbarrata, i misteri su Lele Scieri in un libro del giornalista Aldo Mantineo

La porta sbarrata, i misteri su Lele Scieri in un libro del giornalista Aldo Mantineo

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Edito da Lombardi, uscirà ad ottobre: intervista ai genitori del parà

di Redazione

Siracusa – “Adesso sì, non ci sentiamo più di credere in questo Stato. Anzi, pensiamo che lo Stato abbia quasi rinunciato a rispondere alla nostra domanda di verità e di giustizia per la morte di Lele e ci abbia chiuso la porta in faccia. E adesso, undici anni dopo la perdita di nostro figlio e dopo che tutti i processi intentati in sede militare, penale e civile si sono chiusi con un nulla di fatto, quella porta è sbarrata”.

E’ uno dei passaggi della lunga intervista di Corrado Scieri ed Isabella Guarino, i genitori di Emanuele Scieri il giovane avvocato siracusano morto il 13 agosto 1999 in circostanze mai chiarite ai piedi della scala della torretta di prosciugamento dei paracadute nella caserma “Gamerra” di Pisa dove era giunto per svolgere il servizio di leva tra i parà della “Folgore”. La testimonianza dolorosa dei genitori fa parte del libro “La porta sbarrata. Misteri, omissioni e reticenti silenzi sulla morte di Lele Scieri” del giornalista siracusano Aldo Mantineo che il prossimo autunno sarà in distribuzione in tutta Italia per i tipi Lombardi Editori.

Lo sfogo di Corrado Scieri ed Isabella Guarino è stato raccolto dall’autore dopo che anche il Tribunale Civile di Catania ha respinto il ricorso della famiglia contro i vertici della   caserma “Gamerra” ed alcuni militari in servizio nei giorni in cui è consumata la vicenda. “Ad oggi possiamo dire che per lo Stato Italiano la vita di mio figlio valga 50 milioni delle vecchie lire: è stato questo, infatti, l’indennizzo ricevuto – si legge ancora nell’intervista –. Ma quello che brucia non è il mancato risarcimento richiesto, somme che avremmo destinato eventualmente ad azioni concrete non solo per tenere viva la memoria di Lele ma soprattutto per mettere in campo iniziative per far sì che mai più vicende simili possano verificarsi, quanto il fatto che abbiamo perso anche l’ultima speranza di poter rimettere in piedi l’inchiesta che è stata archiviata a Pisa nel 2001. E questo fatto brucia ancor di più perché il giudice Salvatore Barberi della Quinta Sezione Civile del Tribunale di Catania ha sì rigettato la nostra istanza ma ha anche scritto nel suo provvedimento che siamo in presenza di un omicidio, pur senza mai adoperare questo termine: “ (…) Si deve quindi concludere che la responsabilità circa il tragico fatto in esame è solo di quei soggetti, purtroppo non identificati e perciò rimasti impuniti, che hanno provocato la morte di Emanuele Scieri a seguito della caduta della torretta, aggiungendosi che questi soggetti sono rimasti non identificati anche per la condotta, penalmente rilevante, di altri che hanno consentito agli autori del crudele crimine in questione di sottrarsi alla loro individuazione da parte dell’autorità (…)” Adesso, dunque, possiamo solo confidare che, magari vinto dal rimorso, chi sa, e c’è certamente qualcuno che sa, trovi il coraggio di parlare”.

Nella foto, un dettaglio della copertina del libro

fonte: http://www.giornaledisiracusa.it/attualita/16375-qla-porta-sbarrataq-misteri-del-caso-scieri-in-un-libro-del-giornalista-aldo-mantineo.html

LA VITTORIA DEI BILDERBERG E IL MONDO ALLA FAME

LA VITTORIA DEI BILDERBERG E IL MONDO ALLA FAME

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di Rita Pennarola* [ 05/07/2010]

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Dalle sciagure “avvertimento”, come quella di Smolensk, alla pianificazione degli eventi mediatici destinati a deviare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Con due progetti nell’armiere: l’eliminazione di Barack Obama ed il progressivo impoverimento del ceto medio, “reo” di voler contestare le scelte delle e’lites finanziarie sulle sorti del mondo. Ecco l’allucinante report da Bilderberg 2010.

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La notizia arriva dalla Germania e comincia a circolare intorno ai primi di aprile, quando i media vicini al fondatore di Movisol (Movimento internazionale per i diritti civili e solidarieta’) Lyndon Larouche la rilanciano in rete: il piano per far scomparire dalla scena politica mondiale Barack Obama sarebbe gia’ pronto. In discussione e’ l’eliminazione fisica in stile John Kennedy (affidata, come sempre, allo “squilibrato” di turno), o l’atterramento politico, di quelli che non danno scampo e non conoscono vie di ritorno.

Chi ne fa cenno per primo alla Voce e’ il giornalista d’inchiesta italiano Claudio Celani, da sempre residente a Berlino e primo fra i collaboratori dei periodici facenti capo al gruppo LaRouche, con sedi ed aderenti in tutto il mondo. Un personaggio piu’ che discusso, il “guru” dell’economia planetaria, cui viene pero’ riconosciuta una preparazione non comune nell’interpretare per primo le mosse sullo scacchiere internazionale ed una preveggenza dei fatti della storia piu’ volte comprovata dai successivi accadimenti.

Classe 1922, un passato giovanile nelle fila dei trotskisti, Lyndon discende da quei primi padri pellegrini che fondarono le basi dei moderni Stati Uniti. Alla sua corrente di pensiero si deve gran parte delle ipotesi sul “Nuovo Ordine Mondiale”, gli assetti verticistici di predominio planetario che da anni costituirebbero il disegno occulto di pochi “grandi della terra”. Un’e’lite economica – assai piu’ che politica – dalla quale per la prima volta sarebbero oggi escluse le linee politiche di Obama e, in una parola, lo stesso presidente Usa.

Su “Alerti” del 15 aprile scorso, il bollettino periodico del Movimento, Larouche avverte: i britannici, dopo essersi serviti di Obama, intendono eliminarlo. E si fanno precedere da una serie di accadimenti funesti, il primo dei quali sarebbe la sciagura di Smolensk. «Non appena appreso della tragedia aerea in cui hanno perso la vita il presidente polacco Lech Kaczynski e numerosi alti funzionari e esponenti delle forze armate, ho lanciato un forte avvertimento sul significato di questo sviluppo nell’aumentare la minaccia strategica alla vita del Presidente Obama». «Non si tratta di un avvenimento isolato», ha dichiarato LaRouche il 10 aprile. «Quando un pilota polacco, un pilota militare, a cui e’ stato affidato il governo presidenziale, ignora un ordine, un avvertimento dato sul territorio russo sull’atterraggio in Russia in determinate condizioni atmosferiche e invece prosegue e alla fine tutti muoiono, cio’ da’ da pensare».

«Questo – continua l’economista americano – e’ parte dell’ambiente di minacce di morte al presidente Obama. Siamo in una situazione che puo’ essere paragonata, internazionalmente, all’assassinio di Kennedy… Quando qualcuno vuole assassinare il Presidente degli Stati Uniti, conduce una serie di operazioni che creano un’atmosfera di instabilita’, una dinamica che consente loro di avere buone possibilita’ di poter insabbiare i fatti sui colpevoli». E questo «qualcuno» LaRouche lo identifica con gli ex alleati britannici, i quali «sono intenzionati a liberarsi di lui, per creare una situazione in cui imporre una vera e propria dittatura negli Stati Uniti, eliminando un presidente che ha gia’ esaurito tutta la sua utilita’ politica», realizzata attraverso la riforma sanitaria, che sarebbe stata ispirata proprio dai grossi gruppi dell’industria farmaceutica anglo-britannica, contrapposti ai moloch delle assicurazioni private, finora detentori dell’intero sistema.

LE CONFERME DEL PIANO

Ma lasciamo ora Movisol e il suo dominus, perche’ conferme indirette del piano anti-Obama fin qui ipotizzato arrivano da altre fonti. Se infatti appare persino scontato il riferimento ai gruppi nazionalisti armati (a cominciare dalle “milizie” facenti capo a Mike Vanderboegh), meno noti sono alcuni movimenti finanziari speculativi avvenuti intorno al disastro delle “Torri gemelle del mare”, vale a dire la colossale falla di greggio nell’oceano causata dalla British Petroleum, che ha provocato, fra i suoi primi effetti, il crollo verticale di una popolarita’ e di un consenso – quali quelli di Obama – fino ad allora inespugnabili. Ma anche stavolta c’era stato “chi” aveva gia’ previsto tutto. E non si trattava del “solito” LaRouche. Se guardiamo i repentini passaggi nell’azionariato di BP al 31 marzo di quest’anno – cioe’ alla vigilia dell’incidente – una circostanza salta subito agli occhi: la banca d’affari americana Goldman Sachs si era appena “liberata” della bellezza di 4.680.822 azioni della societa’ petrolifera britannica, fino a quel momento date per solide, realizzando un controvalore pari a 250 milioni di dollari. Se le avesse tenute, oggi avrebbe perso il 36% del loro valore.

E sempre a meta’ marzo – come fa notare l’analista economico Mauro Bottarelli – il sito di ricerche di mercato Morningstar, a proposito del titolo BP, avvertiva: «Spaccature causate da limiti ambientali e operativi potrebbero ulteriormente limitare il potenziale di guadagno». «Che quell’incidente sarebbe accaduto – spiega Bottarelli – lo si sapeva da mesi e mesi, era questione di tempo. Anzi, di timing visto che le implicazioni sono anche – e forse soprattutto – economche e finanziarie: prima delle quali, uccidere Bp, renderla scalabile e ottenere a prezzo di saldo le sue attivita’ estrattive». Con una “chicca” finale: ad effettuare le attivita’ estrattive sulla maledetta piattaforma del Golfo del Messico non c’era solo British Petroleum, ma una terna di imprese comprendente anche Transocean e soprattutto, quale esecutore materiale dei lavori di trivellazione, la corazzata Halliburton di area George Bush (tramite il suo presidente Dick Cheney). Vale a dire proprio coloro che avevano interesse a far affondare, nella marea nera che ha devastato il Golfo del Messico, il pericoloso e democraticissimo Barack Obama.

BILDERBERG IN CAMPO

Contro quelli come Obama, del resto, le forze neocon del pianeta (non quelle ideologizzate, ma i detentori delle leve del potere finanziario), sono all’opera praticamente da sempre. E il progetto del NWO (New World Order) trova ogni volta nuove, sofisticate forme di attuazione in occasione dei super segreti summit dei Bilderberg, l’e’lite oligarchica mondiale che programma a tavolino i destini dei cinque continenti, servendosi della propaganda ad effetto mediatico messa a punto con mesi e talvolta anni di anticipo insieme ai direttori ed editori delle principali testate internazionali, tutti regolarmente presenti ai vertici della “Cupola”.

(foto tratta da http://intermarketandmore.investireoggi.it/bilderberg-2010-la-lista-degli-invitati-11360.html dove si trova anche la lista degli invitati)

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All’appuntamento 2010 che si e’ tenuto dal 3 al 6 giugno nel sontuoso Hotel Dulces a Sitges, localita’ turistica poco distante da Barcellona, i leader dei colossi editoriali erano numerosi e tutti molto influenti: cominciamo proprio da un italiano, l’amministratore delegato Telecom Franco Bernabe’. Con lui, l’AD di Europe 1, il francese Alexandre Bompard, l’editore dell’austriaco Der Standard Oscar Bronner, il numero uno della Washington Post Company Donald Graham. E ancora, John Micklethwait, editore dell’Economist, Matthias Nass, delegato dalla propieta’ di Die Zeit, Denis Oliviennes a nome dell’azionariato de Le Nouvel Observateur, Martin Wolf, editore associato ed analista del Financial Times, oltre a Vendeline Bredow ed Edward McBride, corrispondenti dell’Economist ed unici due giornalisti ammessi, ma solo per una sorta di ufficio stampa del summit.

Una copertura dell’informazione, insomma, a prova di bomba. Cosi’ come blindati sono stati i varchi terrestri ed aerei della location per l’intera durata della tre giorni. Fra gli altri italiani – assente per impegni governativi l’altrimenti assiduo Giulio Tremonti – c’erano gli immancabili Romano Prodi, Tommaso Padoa Schioppa (quest’ultimo elencato fra gli ospiti ufficiali in veste di presidente di Notre Europe, aderente alla UE, ma in realta’ reso ancor piu’ influente dalla recente investitura al vertice della finanziaria d’affari sovranazionale Promontory); e poi John Elkan e il governatore di Bankitalia Mario Draghi, altro habitue’ dei Bilderberg. Le uniche indiscrezioni riguardanti i punti strategici sul tappeto quest’anno filtrano attraverso Charles Skelton del Guardian, una vita alle calcagna dei padroni occulti del potere. In estrema sintesi, fra gli obiettivi da annientare ci sarebbero ora tutti gli appartenenti alla middle class, che gli oligarchi considerano «una minaccia» ai loro ordini del giorno, anche per le nuove consapevolezze diffuse proprio in questo ceto attraverso la rete. A maggio, nel corso del Consiglio per le Relazioni Estere a Montreal, uno fra i “padri” di Bilderberg, Zbigniew Brzezinski, aveva messo in guardia i partner dai pericoli del «risveglio politico globale», autentico ostacolo per i fautori del governo mondiale.

Una classe media da sradicare, dunque, abbassando il tenore di vita e favorendo lo scivolamento al di sotto delle soglie di poverta’. Fin qui, pare che non si tratti di un obiettivo remoto, dal momento che la crisi finanziaria sta provvedendo, giorno dopo giorno, a centrarlo in pieno. Per portarlo a compimento, secondo il rapporto di Skelton, i fautori del NWO stanno programmando «opportuni sistemi per indebolire il tenore di vita delle popolazioni, introducendo tasse piu’ elevate, misure di austerita’ o prelievi fiscali sulla CO2 emessa». Un “cuore verde” spuntato all’improvviso? Tutt’altro, come ben sa chi conosce il presidente emerito del Wwf: sua maesta’ Filippo di Edimburgo, consorte di Queen Elisabeth.

«Attraverso la promessa “di una rivoluzione postindustriale”, alleata con “un’economia verde” – incalza Skelton – in realta’ risulteranno paralizzate le economie una volta prospere e la popolazione mondiale diventera’ povera al punto che la principale preoccupazione non sara’ piu’ quella di protestare contro la riunione di 200 elitari presso una localita’ di villeggiatura di lusso, ma quella di come arrivare alla fine del mese». Altro scopo che puo’ decisamente dirsi gia’ a buon punto.

Il 3 giugno scorso, dinanzi al Parlamentro europeo, lo storico Daniel Estulin e’ stato ancor piu’ esplicito: «L’idea dietro ognuna di queste riunioni Bilderberg e’ di creare quello che loro stessi chiamano “L’aristocrazia del proposito”, sul modo migliore per gestire il pianeta tra le e’lite dell’Europa e del Nord America».

In altre parole, «la creazione di una rete di enormi cartelli, piu’ potente di qualsiasi nazione sulla Terra, destinata a controllare i bisogni vitali del resto dell’umanita’, ovviamente dal loro punto di vista privilegiato, per il bene di noi tutti, la classe inferiore o “The Great Unwashed”, come loro ci definiscono».

*da: La Voce delle Voci

fonte: http://iskra.myblog.it/

Capitalismo, autogestione, etica

Capitalismo, autogestione, etica

di D.B.

Nello scorso numero di Voce libertaria abbiamo potuto leggere un ottimo articolo di Peter Schrembs dal titolo “Autogestione: dalla teoria alla pratica”.

Il nostro compagno ha scritto sulla validità e l’importanza dell’autogestione dando informazioni pratiche e motivazioni etiche. Spero che questo mio scritto possa essere di complemento (sicuramente non di completamento).

La proposta autogestionaria per gli anarchici è importante perché la ritengono una via per sgretolare la gerarchia nella società. Nella società, appunto; non solo sul luogo di lavoro.

L’autogestione è quindi un percorso da sperimentare per rendere autogestiti in futuro i luoghi di sfruttamento salariale di oggi – se richiesti dai bisogni della società futura ovviamente –, e perché siano palestra per tutti i lavoratori al fine di non saziare la sete di antiautoritarismo solo sui luoghi di lavoro.

Il metodo auto-organizzativo per gli anarchici è quindi atto a raggiungere determinati obiettivi socialisti libertari, non è quindi solo un metodo per organizzare l’attività lavorativa.

L’autogestione porta in sé la necessità di superare l’attuale sistema politico ed economico. In pratica: non può esistere né socialismo, né comunismo, né anarchia dentro il mercato capitalista. Ovvia banalità, ma purtroppo ogni tanto, vuoi per ingenuità, vuoi per entusiasmo, vuoi per uno sterile parlare per slogan, sembra che qualcuno non pensi a questa amara realtà.

Prendere coscienza di ciò vuol dire essere consapevoli che il mondo del lavoro è basato sulle leggi del mercato, della concorrenza. Parziale emancipazione sarebbe l’autogestire una fabbrica nella battaglia internazionale dei pescecani, anzi rischia di divenire (o essere giudicata) come “autosfruttamento”.

Il termine “autosfruttamento” lo potremmo utilizzare per considerare “l’autogestione nell’attuale mercato”. Vediamo come con un esempio banale e semplicistico: un padrone decide di delocalizzare una fabbrica di componenti per attrezzature edili.

I lavoratori si battono ed ottengono la fabbrica, si costituiscono in cooperativa e continuano la produzione, autogestendosi. La produzione la portano avanti grazie ai clienti che continuano a dare fiducia alla azienda ora senza padrone. Passa il tempo e i clienti iniziano a scegliere la concorrenza, i prodotti di un’altra fabbrica, anch’essa attiva nel settore della componentistica per attrezzature edili, che offre prezzi migliori. A questo punto i nostri lavoratori autogestiti si vedrebbero costretti ad agguerrirsi ed essere più concorrenziali dell’altra fabbrica al fine di continuare a produrre, vendere, quindi a sopravvivere. La conclusione è ovvia, i lavoratori in autogestione non possono fare altro che sottostare alle regole del mercato, della concorrenza, dello sfruttamento dell’essere umano sul suo simile.

L’impresa autogestita è quindi un grandissimo passo avanti nello sgretolamento della gerarchia ma vediamo che non è per nulla immune alle regole del capitale. L’autogestione, se non tende ad essere generalizzata, rischierebbe di perire nel tentare di uccidere il capitalismo utilizzando le sue stesse armi.

Come si rapporta allora il nostro agire anarchico, di fronte ad una semplicissimo e banale esame della realtà come quello poco sopra descritto?

Qualcuno, in merito alla questione di poco sopra potrebbe giustamente dire: “Beh, dici poco! Già ottimo arrivare allo sperimentare l’autogestione come sta avvenendo in molte fabbriche in Argentina e tu mi parli di autogestione generalizzata per il superamento del capitalismo tutto d’un botto criticando le singole esperienze come luoghi di autosfruttamento?!”.

Un commento aggiuntivo ed affine potrebbe essere che le fabbriche autogestite sono “un esempio di democrazia diretta e che potrebbero essere copiate da molte altre fabbriche, lavoratori e quindi a macchia d’olio creare resistenza operaia, solidarietà, cultura d’azione diretta”. Vero! Difatti sarebbe auspicabile questo tipo di transizione, e noi anarchici salutiamo con favore tutte queste esperienze, esortando i lavoratori a percorrere questa via emancipatoria promossa da essi stessi.

Altri, potrebbero dire: “Mah, finché i rapporti di forza sono quelli che sono… meglio avere un padrone come controparte.”

E via dicendo, si potrebbero commentare le esperienze autogestionarie nel capitalismo in mille maniere, proprio perché le sensibilità sono molte, come molte sono le contraddizioni che la transizione verso l’autogestione generalizzata comporta.

Il problema più grande a questo punto, sperando di non stupire chi mi legge, è a mio modo di vedere, altrove.

La validità dell’anarchismo non è solo una ideaforza promotrice di una pratica autogestionaria, la quale nel comunismo libertario rappresenterebbe la massima forma di giustizia sociale e coerenza.

Bensì l’anarchismo ha la marcia in più che tutte le altre proposte politiche/rivoluzionarie non hanno, ossia l’onestà di affermare che se non ci impegniamo noi stessi, in prima persona, oltre che nei rapporti ovvi della conflittualità tra capitale e lavoro, anche nell’etica, nel cambio culturale e di attitudine, non potremmo mai godere di maggiore giustizia sociale.

Pensando alla transizione verso la società che vorremmo noi anarchici abbiamo ben presente che nulla potrà migliorare se non grazie alle forze di volontà individuali; quindi non solamente rimpiazzando una organizzazione di lavoro capitalista con una autogestionaria, senza aver eliminato il problema del dominio, della cultura autoritaria imperante.

Non si tratta nemmeno di propendere per battaglie culturali/politiche da una parte e sindacalismo dall’altra; si tratta di intervenire con prontezza nelle più disparate questioni con la soluzione auto-organizzativa, antiautoritaria, perché è tramite questa via che si svilupperà una cultura libertaria; perché, di conseguenza, è grazie a questo metodo che portiamo, nel concreto, vie nuove, rivoluzionarie, dirette, atte a sgretolare la società borghese, assicurata dallo sfruttamento capitalista.

La complessità delle questioni, delle lotte da affrontare, il digerire le inevitabili contraddizioni sono ostacoli che non ci devono fermare, anzi.

Credo sia un falso problema quello di, a priori, giudicare una lotta per l’autogestione come “autosfruttamento”; difatti noi dovremmo ricercare “il più anarchia possibile” e non rifuggire da questo obiettivo per paura di inevitabili contraddizioni.

Non esortare i diretti interessati ad intraprendere questa strada, aspettando magari il dì fatidico di una “Rivoluzione Sociale globale”, sarebbe un grave errore, ingenuo e portatore della conservazione dello stato attuale di cose. Noi dovremmo sempre salutare con entusiasmo tutti i miglioramenti sociali possibili, far conoscere le esperienze di autogestione esistenti e diffondere questo tipo di esperienze, evitando purismi ideologici che spesso provocano l’inattività e la nulla incisività da parte delle nostre idee nella società.

Bisogna essere consapevoli della complessità della sfida per affinare l’anarchismo e aver ben presente che se per paura delle sconfitte ci si ritira dalla lotta non solo non si fa altro che continuare a vivere in un mondo di servi e padroni, ma tutto ciò pure con l’aggiunta della vergogna di non aver compiuto il nostro piccolo, grande dovere.

fonte: http://www.anarca-bolo.ch/vocelibertaria/pdf/VozLib-13.pdf?PHPSESSID=dcd88d2da5b463799551be85e89c9c5b

immagine di http://tuttosquat.net/news-list/os/10/

Scuola, sempre più presidi part-time: Già 1.500 sedi coperte da “reggenti”

Scuola, sempre più presidi part-time
Già 1.500 sedi coperte da “reggenti”

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di Alessandro Migliozzi

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ROMA (16 agosto) – Millecinquecento scuole italiane per tutto il prossimo anno scolastico saranno “governate” da un preside part-time, un dirigente preso in prestito da qualche istituto vicino. A causa dei numerosi pensionamenti e dei tempi biblici che intercorrono fra un concorso e l’altro, infatti, quest’anno è boom di posti vacanti.

Fino al 2007 si ricorreva ai presidi incaricati, professori prestati al ruolo di dirigenti. Poi questa figura è stata abolita (restano al loro posto solo gli incaricati già esistenti) e ora l’unica soluzione, quando le graduatorie si svuotano, è ricorrere ai “supplenti” anche per i presidi, che in gergo tecnico si chiamano reggenti. Quest’anno, calcola l’Anp, l’Associazione nazionale di categoria, saranno circa 1.500. Con inevitabili disagi: un solo preside dovrà coprire due istituti. Di solito l’amministrazione scolastica va a caccia del reggente nelle scuole vicino a quella con la poltrona vacante. Ma non sempre si trova il candidato. Così, a volte, il dirigente part-time deve affrontare un bel viaggetto per fare la spola fra una sede e l’altra. Il che comporta meno tempo a disposizione di prof, segretari, bidelli e genitori. In una scuola che gestisce situazioni sempre più complesse e in cui le risorse sono minime e vanno spese al meglio, avere un preside part-time non è il massimo.

Eppure quest’anno il 15% degli istituti scolastici finirà in mano a un dirigente che ha già una sua sede e che dovrà dividersi fra più consigli di istituto, farsi in quattro per seguire il doppio o il triplo dei professori e ascoltare le ragioni di decine di genitori in più. Il record di queste situazioni si registrerà in Lombardia dove sono oltre 300 le reggenze che dovranno essere assegnate. L’Ufficio scolastico è già al lavoro. Nel Lazio saranno 110, in Veneto 90 così come in Piemonte, spiegano sempre all’Anp.

A poco serviranno le 170 assunzioni già promesse dal ministero. Sono una «goccia nel mare», dicono dall’Associazione dei presidi che chiede «che si faccia subito il concorso per 2.800 posti annunciato per il prossimo autunno dal ministro Gelmini in un incontro con i sindacati». «Bisogna farlo subito – sottolinea Giorgio Rembado, a capo dell’Anp – perché per espletare questo tipo di procedure ci vogliono molti mesi. Se il concorso verrà bandito ad ottobre probabilmente avremo in ruolo i vincitori nel 2012 e i 2.800 nuovi posti saranno appena sufficienti, a quel punto, per coprire le nuove vacanze». Si calcola, infatti, che entro il 2012 i posti vuoti saranno oltre 3.000. A quel punto ci saranno ancora reggenze da assegnare e con i pensionamenti ulteriori si libereranno altri posti e il giro ricomincerà.

«Per evitare che la situazione si ripeta con i numeri di quest’anno – prosegue Rembado – è necessario che i concorsi vengano banditi con regolarità. In alcuni casi sono passati anche dodici anni prima di farne uno. L’ultimo concorso c’è stato sei anni fa. L’intervallo ideale dovrebbe essere di due anni». Qual è l’aspetto più preoccupante delle reggenze? «Il carico di lavoro eccessivo a cui viene sottoposto ciascun dirigente. Oggi le scuole, soprattutto in città, sono molto grandi e non sempre vicinissime tra loro». L’Anp aveva insistito per lasciare al loro posto, per un altro anno, i presidi attualmente in carica e in via di pensionamento, ma non c’è stato nulla da fare.

A settembre, dunque, centinaia di genitori scopriranno di avere un dirigente part-time da condividere con le famiglie di un altro istituto. Chissà quante volte si sentiranno dire «ripassi domani, che oggi il preside non c’è». Anche perché l’ultima manovra economica vieta ai dipendenti pubblici di usare il mezzo proprio per gli spostamenti, ricordano dall’Anp. I presidi reggenti o pagheranno di tasca loro o dovranno contingentare al massimo le trasferte e gli spostamenti da una scuola all’altra per non rimetterci troppo.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=114889&sez=HOME_SCUOLA

P3, dossier falsi, nomine e tanti soldi: i pm e i mille rivoli della loggia segreta

P3, dossier falsi, nomine e tanti soldi: i pm e i mille rivoli della loggia segreta

https://i1.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20100815_verdini2.jpg

Verdini

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di Valentina Errante
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ROMA (15 agosto) – È l’8 luglio quando esplode “l’attesa” bomba P3. Quella che ha finito col minacciare persino il governo. Le notizie sull’inchiesta erano già arrivate nei mesi precedenti: l’eolico in Sardegna e il comitato d’affari controllato da Flavio Carboni, coinvolti il coordinatore del Pdl e presidente del Credito cooperativo fiorentino, Denis Verdini, il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci, il suo assessore Gabriele Assunis, il geometra “prestato” alla magistratura Pasquale Lombardi. Soldi e presunte tangenti per ottenere permessi e un business sicuro.

Ipotesi associazione per delinquere finalizzata alla costituzione di una loggia, in violazione della legge Anselmi, ma anche corruzione, riciclaggio, abuso d’ufficio. E una decina di indagati. I soldi sarebbero passati dai conti di Carboni alla banca di Verdini, il credito cooperativo fiorentino, per finire nella società editoriale del coordinatore del Pdl. Circa 800 mila euro.

Ma l’8 luglio, con l’ordinanza del gip Giovanni De Donato, l’esplosione è ancora più forte di quanto non si attendesse, perché l’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pm Rodolfo Sabelli, coinvolge a diverso titolo anche alti magistrati ed emerge con chiarezza il tentativo dell’associazione di interferire con le decisioni degli organi costituzionali: dal lodo Alfano, alle nomine del Csm nei distretti giudiziari d’Italia, fino al presunto piano per ”smontare” con un dossier la candidatura del presidente della Regione Campania e quella di riammettere la lista Formigoni alle regionali della Lombardia. I soldi intanto sono diventati quattro milioni. Ci sono gli incontri in casa di Verdini a Roma, documentati dai carabinieri. Colazioni alle quali ha partecipato anche Giacomo Caliendo, sottosegretario alla giustizia, poi finito sul registro degli indagati e costretto alle dimissioni, ma anche Arcibaldo Miller, magistrato e capo degli ispettori del ministero della Giustizia. Così come Antonio Martone, ex avvocato generale della Corte Suprema e aspirante procuratore generale. Poi il senatore Marcello dell’Utri. E ci sono fiumi di intercettazioni. Anche con Vincenzo Carbone, oramai ex primo presidente della Cassazione, conversazioni nelle quali l’alto magistrato discute con Lombardi pure del suo futuro al momento della pensione. E il sospetto che il ricorso della Mondadori, per evitare il pagamento di 200 milioni di euro di tasse evase, sia stato trasferito ”ad arte” dalla sezione tributaria a quelle unite della Cassazione.

I carabinieri definiscono in un’informativa Caliendo «vicino al gruppo» di Flavio Carboni, uno di quelli «che prendono parte alle riunioni nel corso delle quali vengono impostate le principali operazioni o che paiono fornire il proprio contributo alle attività d’interferenza».

E’ in casa di Verdini che, secondo i pm, Dell’Utri, Miller e Antonio Martone avrebbero discusso con Lombardi e il coordinatore del Pdl del lodo Alfano, ma probabilmente anche della nomina di Alfonso Marra a presidente della Corte d’appello di Milano e del ricorso, presentato in Cassazione dall’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, contro l’ordinanza d’arresto firmata dai giudici napoletani. Gli interessati smentiscono.

Unanimemente, davanti ai pm, o sui giornali, Lombardi viene definito da tutti i protagonisti della vicenda un millantatore. Caliendo in testa. Eppure è all’ex sottosegretario che il geometra finito in carcere dice al telefono: «Ormai guagliò ti è spianata la via per i’ a fà o’ ministro, o’ vuoi capiscere o no?». E sempre Lombardi, al telefono con Marra dice: «Poi ho parlato con Giacomino e.. stiamo operando». Interviene il Csm, con i trasferimenti per incompatibilità ambientale e l’Associazione nazionale magistrati.

Ma l’inchiesta è lontana dalla chiusura: dopo l’interessamento del costruttore Arcangelo Martino e di Pasquale Lombardi per la riammissione della lista Pdl in Lombardia, dagli atti emerge che analoghe manovre sarebbero state messe in atto per correggere la decisione del Tribunale di Roma che escluse le liste nel Lazio. E i giudici del Riesame chiamati a pronunciarsi sulla scarcerazione di Carboni e Lombardi scrivono: «Pur in assenza di una qualunque competenza o incarico che minimamente la giustificasse, il gruppo ha portato avanti una metodica azione d’interferenza sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali e di amministrazioni pubbliche, venendo incredibilmente accettato come interlocutore accreditato».

E così la questione è diventata morale, è finita in Parlamento e fa vacillare il governo.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=114866&sez=HOME_INITALIA