Archivio | agosto 18, 2010

Pakistan, allarme per milioni alluvionati. Croce Rossa denuncia silenzio dei media

Pakistan, allarme per milioni alluvionati
Croce Rossa denuncia silenzio dei media

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Dopo l’appello dell’Onu aumentano le donazioni ma obiettivi ancora lontani. L’Unicef: a rischio oltre due milioni di bambini

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ROMA (18 agosto) – La Federal Flood Commission pakistana ha reso noto oggi il bilancio ufficiale delle alluvioni che hanno travolto il paese: 1.540 vittime, oltre 2 mila i feriti, distrutte o danneggiate oltre 557mila case, 6 milioni e 311 mila gli alluvionati. I danni maggiori, in termini di abitazioni distrutte, si sono verificati nella provincia del Punjab. Quasi 11 mila centri abitati sono stati sommersi, mentre finora sono stati allestiti 1.477 accampamenti per i senza tetto. Gli sfollati, anche per breve periodo, hanno raggiunto il numero di venti milioni.

L’Onu: milioni di alluvionati in Pakistan «rischiano la vita» se non riceveranno al più presto assistenza umanitaria. L’Unicef per parte sua segnala i gravissimi rischi che corrono oltre due milioni di bambini. Le Nazioni Unite hanno garantito circa la metà dei 459 milioni di dollari necessari per i primi aiuti alla popolazione. L’Onu sottolinea come le donazioni siano arrivate dopo giorni di pressioni presso i donatori e di avvertimenti che il Paese sarebbe precipitato in una catastrofe umanitaria. «C’è stato un aumento nella consegna di fondi. I donatori hanno realizzato l’entità del disastro – ha detto il portavoce per il Pakistan, Maurizio Giuliano -. Le sfide restano comunque alte e le alluvioni non sono ancora terminate».

La Croce Rossa denuncia il silenzio dei media. «I dati, 20 milioni di sfollati, sei milioni di persone bisognose di tutto, due milioni di bambini coinvolti, sono impressionanti. Ma mi pare che questa tragedia non abbia attirato l’attenzione e l’emozione dei media e dell’opinione pubblica. Ci sono emergenze di serie A e di serie B, non tutte le vittime sono uguali – dice a CNRmedia Massimo Barra, presidente della Commissione Permanente della Croce Rossa Internazionale e della Mezzaluna Rossa – Lo tsunami in Asia attirò l’attenzione perchè c’erano degli occidentali coinvolti. Nell’opinione pubblica si pensa che se la gente del Pakistan muore di alluvioni è un fatto normale, l’attenzione sale solo se sono coinvolti dei nostri connazionali. L’emozione nel Paese e nell’Europa Occidentale per questa immane catastrofe è stata molto scarsa. Non ho visto servizi approfonditi in televisione su questo dramma, non ho visto inviati sul posto».

Barra risponde a una domanda sull’impegno italiano. «L’Italia ha mandato un aereo – risponde – una goccia in un mare di bisogni. L’Italia era uno dei primi donatori al mondo verso i paesi poveri. Potremmo parlare a lungo delle promesse fatte al G8 de L’Aquila e poi non mantenute… Indubbiamente la crisi economica ha imposto delle scelte ma certo le scelte politiche non necessariamente corrispondono a criteri umanitari». Nella tragedia pakistana per Barra c’è però anche un altro pericolo: le mine antiuomo: «Le alluvionihanno portato a valle migliaia di mine antiuomo. Arrivano dalle montagne, dove c’è una guerra perpetua».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=115252&sez=HOME_NELMONDO

Terremoto alle Eolie, la fuga dei turisti in punta di piedi: “Qui siamo prigionieri”

Terremoto alle Eolie, la fuga dei turisti in punta di piedi: qui siamo prigionieri

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di Rosaria Capacchione (INVIATO)
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LIPARI (18 agosto) – Una fuga silenziosa, che nemmeno sembra una fuga. Un lento, progressivo, allontanarsi dall’isola, inventando un parente ammalato, la febbre, un improvviso e incurabile mal di schiena.

I portieri degli alberghi sorridono, fanno finta di crederci, augurano il buon viaggio a denti stretti. Non è servito Bertolaso, a fermare l’esodo da Lipari. E quando si diffonde la notizia della nuova frana, anche chi tentennava si è convinto a partire, quasi che la roccia sovrastasse tutti gli alberghi dell’isola, e non una spiaggia deserta.

Quando dal costone di Valle Muria riprende la pioggia di sassi, nella piccola baia ci sono una decina di barche, velocemente messe in fuga dalla sirena della motovedetta dei carabinieri. Dalla terrazza del belvedere si affaccia qualche turista, che si era arrampicato fino alla baracca dei souvenir – oggettini di pietra e barattoli di pesto – per guardare dall’alto lo spettacolo del dopo terremoto. Hanno il binocolo e macchine fotografiche, qualche altro si arrangia come può sfruttando il telefonino. «Abbiamo visto anche la frana, ora ce ne possiamo andare», commentano due ragazzi. Un altro la butta sul ridere: «E’ la signora della baracca che fa crollare i massi, ha il telecomando, s’è inventata l’attrazione per farci rimanere».

Ride pure lei, godendosi il magrissimo frutto di una stagione troppo breve e già finita. Perché a Lipari l’estate è andata via, fuggita con l’ultima scossa che nessuno ha sentito, al seguito di quel borbottio di pochi secondi che lunedì si era levato dal mare, quando mancavano un paio di minuti alle 15: un botto di 4,5 gradi Richter che ha spaventato anche chi era al largo: «Ero in barca – racconta Fabio – e ho pensato di aver urtato contro uno scoglio sommerso. Poi ho visto la parete di roccia che si sbriciolava e ho capito». La stessa ora della frana di ieri, replicata un’ora dopo da un’altra ancora, con un nuvolone di polvere e altri sassi in mare.

Tornando verso il porto, s’incrociano famigliole che caricano i bagagli in auto, coppie più mature in abito da città. Anche la loro estate è finita, troppo presto e con troppo anticipo. Racconta Silvia, proprietaria di un piccolo albergo a Canneto: «Si sono spaventati e non hanno trovato nessuno a rassicurarli. Dopo la scossa di lunedì, era quasi impossibile avere informazioni precise. Vanno via perché qui siamo su un’isola collegata, e neppure troppo bene, con un’altra isola. Il continente è lontano, i traghetti partono solo due volte a settimana. E pensano: se succede qualcosa di più grave, come facciamo a scappare? Ecco, si sono sentiti in trappola. E non hanno neppure torto. Intanto, io ho già avuto tre prenotazioni annullate e due partenze anticipate. E ho solo quindici stanze. Gli altri sono nelle mie stesse condizioni. Ci mancava solo il terremoto, quest’anno: prima la crisi, poi il fallimento della Tirrenia, ora questo, a ferragosto. Se fosse accaduto a novembre non se ne sarebbe accorto nessuno, anche perché noi ai terremoti siamo abituati e il costone di Valle Muria frana da tanto tempo».

Ecco, il punto è questo. La trappola. Il terremoto ha costretto i turisti, assai lontani dalle duecentomila presenze di qualche anno fa, a fare i conti con le distanze siderali dalla terraferma di chi vive, appunto, in un’isola. Lo hanno capito all’improvviso, poco abituati ai capricci della natura non imbragata nelle reti di protezione, quando si sono trovati sotto la montagna che veniva giù e potevano solo scappare in acqua, dovendo aspettare per forza il barcone preso a nolo che li aveva accompagnati fino alle calette più isolate e che sarebbe tornato a riprenderli al tramonto. Lo hanno capito quando non sapevano neppure a chi chiedere aiuto. «Hanno le autorizzazioni in regola – spiega il sindaco Mariano Bruno, quando accompagna Bertolaso nel sopralluogo lungo la costa – ma non potevano accompagnare quella gente fin là perché quella spiaggia è vietata, è pericolosa».

E così, ieri, per tutta la giornata, gli aliscafi per Milazzo hanno imbarcato uomini e donne che non hanno fatto in tempo a stendersi al sole, pallidi di sole mancato, di rabbia, di un briciolo di paura. I primi sono partiti lunedì sera, poi è stata una processione, sin dal primo mattino: alle 8, a Milazzo, ne sono sbarcati un centinaio. Solo i ragazzi sono rimasti. E chi a Lipari viene da tanto tempo, e che ha già vissuto la paura vera, quella che arrivava dalla lava della vicinissima Stromboli. Era tre anni fa, e sembra un secolo. Qualcuno, come allora, guarda verso il largo e cerca di decifrare lo sbuffo di fumo per capire se dopo la scossa si risveglierà anche la montagna.

Gioca a fare Eolo, s’improvvisa veggente, trova conforto nel bollettino dell’Osservatorio vulcanologico che, tout court, ha declassato il sisma di lunedì a evento a basso rischio. Ci vogliono credere, loro. Però, però hanno da recriminare pure loro: perché il costone franato non è mai stato messo in sicurezza e perché tanti, troppi marinai improvvisati si avventurano fino alle spiaggette vietate, fino alle rocce friabili a strapiombo sul mare. «Lipari, Salina, Vulcano… Vogliamo parlare di Vulcano o di Stromboli? Bene – continua Silvia – perché lì le barche s’infilano sempre nelle grotte anche se sanno che non si può, che è pericoloso, che se c’è il terremoto viene giù tutto e non c’è via di scampo. La verità è che devono aumentare i controlli e spiegare alla gente cosa fare in caso di pericolo. Sono patrimonio dell’umanità, le Eolie, ma se continua così le faranno morire».

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fonte:  http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=115227&sez=ITALIA

SENTENZA SCANDALOSA (E PERICOLOSA) DELLA CORTE DI CASSAZIONE – Scatta la multa per chi non mostra i documenti ai carabinieri in borghese

Questa è una sentenza folle da regime sudamericano alla Pinochet: «non è necessaria la conoscenza della qualifica di pubblico ufficiale del richiedente, ma basta la semplice rappresentabilità, da parte di chi rifiuta di obbedire all’ordine, della sussistenza, nel richiedente, della predetta qualifica». Chiunque ci può fermare per strada, esigere il nostro portafoglio e rapinarci bellamente. O farci scomparire in una macchina che tanto, per chi assistesse alla scena, si deve ‘presumere’ l’appartenenza all’Arma o a qualsivoglia corpo. La divisa sussiste anche allo scopo di far riconoscere ‘immediatamente’ la persona che la indossa come ‘agente’ e tutore dell’ordine, scomparsa questa, e non sussistendo alcun obbligo di identificazione dei predetti tutori, siamo davvero alla mercè di qualsiasi malintenzionato. L’Arma dei Carabinieri dovrebbe essere la prima a contestare tale sentenza, dacché l’espone a troppi travisamenti e contestazioni le quali, non è difficile immaginarlo, prima o poi possono sfociare in episodi violenti ed anche letali. Insomma, ci può scappare il morto. E tutto per mancata ‘presunzione’.

mauro

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Scatta la multa per chi non mostra i documenti ai carabinieri anche se in borghese

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Viola il codice penale chi rifiuta di dare le sue generalità ai carabinieri anche se questi sono in borghese e a bordo di un’auto civetta. La sanzione non si evita neppure se subito dopo si corre in caserma a fornire i propri dati. La Corte di Cassazione con la sentenza 31684 ha confermato la condanna di un giovane che non aveva voluto dare indicazioni sulla sua identità personale a due carabinieri che si erano presentati in abiti civili e con una macchina priva dei segni distintivi dell’Arma. I carabinieri erano intervenuti perché avevano ricevuto una telefonata anonima che segnalava un’auto bloccata nel fango.

Non è andata però a buon fine l’intenzione del solerte cittadino di dare una mano all’automobilista in panne. L’uomo, uscito dal terreno melmoso grazie all’aiuto gratuito offerto dal conducente di un trattore, è stato condannato a pagare 130 euro di ammenda per essersi rifiutato di mostrare i documenti ai carabinieri. Il ricorrente alla richiesta di farsi identificare era ripartito in tutta fretta dichiarando «io non do niente».

Un comportamento inammissibile, però, per il supremo collegio. Che ritiene non convincente la tesi difensiva, secondo cui l’automobilista aveva dei dubbi sulla reale identità dei militari e si era detto disponibile a consegnare personalmente i suoi documenti in caserma come in realtà era avvenuto. Secondo gli ermellini, infatti, «non è necessaria la conoscenza della qualifica di pubblico ufficiale del richiedente, ma basta la semplice rappresentabilità, da parte di chi rifiuta di obbedire all’ordine, della sussistenza, nel richiedente, della predetta qualifica». Come dire nel dubbio “pro arma”.

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18 agosto 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2010-08-18/scatta-multa-mostra-documenti-194204.shtml?uuid=AYB0KsHC

Internet e il prezzo della libertà

Internet e il prezzo della libertà

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di LUCA RICOLFI

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Da circa una settimana il mondo di Internet è in allarme. Un articolo uscito sul Washington Post, firmato dagli amministratori delegati di Google e Verizon, due colossi delle comunicazioni che insieme fatturano più di 100 miliardi di dollari, ha cautamente lanciato l’idea di mantenere il «principio di neutralità» solo sulla rete fissa (che collega fra di loro i computer via cavo telefonico) e di abbandonarlo sulla rete mobile (che collega cellulari e computer via etere, o «senza fili»). Ma che cosa significa che una rete è «neutrale»? L’interpretazione prevalente del concetto di neutralità è che tutti i pacchetti di dati vengono trasmessi al loro destinatario senza discriminazioni.

Ossia senza assegnare priorità ad alcuni di essi a scapito di altri. Né il contenuto di un pacchetto di dati né il prezzo eventualmente pagato per l’accesso alla rete sono in grado di accelerare o rallentare la trasmissione. Ora tutto ciò pare destinato a tramontare, almeno sulla rete mobile. La proposta di Google e Verizon, infatti, è di conservare intatta la neutralità sulla rete fissa, ma di sospenderla sulla rete mobile. Se la proposta dovesse essere accolta dalle autorità che sovrintendono al funzionamento della rete, domani potremmo avere due Internet: Internet 1, che funzionerebbe come oggi (sulla rete fissa), e Internet 2, in cui i gestori della rete mobile potrebbero governare il traffico, ad esempio in funzione della natura dei servizi offerti e delle tariffe pagate dagli utenti. Di qui l’idea che l’era di Internet come l’abbiamo conosciuta fin qui – ossia libera, democratica e gratuita – stia inesorabilmente finendo, con grave danno per molti.

Questa ricostruzione dei termini del problema, pur non essendo del tutto sbagliata, a mio parere è altamente fuorviante. Essa si basa su una mitizzazione di Internet come è oggi, per lo più visto come un mondo aperto, magico e buono. Eppure non è così. Già oggi, prima di ogni eventuale futuro sconvolgimento delle regole della rete, Internet non è né gratuita, né democratica, e tantomeno libera.

Internet non è gratuita
per almeno due motivi fondamentali. Primo, la connessione si paga, e si paga tanto più cara quanto più si desidera velocità e affidabilità. Quindi anche ammesso che i governatori del traffico, i cosiddetti provider, non discriminino fra pacchetti (come secondo alcuni già fanno, violando la neutralità), la velocità di trasmissione/ricezione dipende già oggi dalla qualità del collegamento, quindi anche da quanto si paga. Secondo, una volta pagata la connessione, molti servizi si pagano a parte, specie se sono pregiati (provate ad accedere all’archivio di un quotidiano).

Internet non è nemmeno democratica. Di democratico c’è solo il fatto che, una volta pagato (o scroccato) il collegamento, chiunque può navigare e dire la propria senza censure. Attenzione, però, perché anche qui – senza accorgercene – paghiamo, sia pure in natura anziché in denaro. In che modo la rete ci fa pagare? Innanzitutto imponendoci la pubblicità, spesso fastidiosa e ineliminabile. Poi chiedendoci di registrarci quando cerchiamo di visitare determinati siti, il che equivale a regalare i nostri dati personali a soggetti che per lo più li venderanno o ne faranno un uso commerciale. E infine mediante la cosiddetta attivtà di profiling da parte dei motori di ricerca come Google, una sorta di schedatura di massa con cui vengono registrate tutte le nostre abitudini di navigatori: quali siti visitiamo, quali servizi acquistiamo, con quali utenti ci colleghiamo, che musica ascoltiamo, che film scarichiamo. Tutte queste informazioni, spesso raccolte a nostra insaputa e in violazione della privacy, possono essere vendute o trasmesse ai grandi apparati – multinazionali, governi, servizi segreti – senza alcun controllo da parte degli utenti che le forniscono (su questo si veda l’eccellente inchiesta di Fabio Tonacci e Marco Mensurati, uscita venerdì scorso su Repubblica).

Ma almeno possiamo dire che Internet è libera?

Nemmeno questo si può dire, secondo me. Libertà, certo, significa poter andare dove si vuole, collegarsi con chiunque, far circolare le proprie idee senza censure, accedere alla immensa massa di informazioni gratuite disseminate nella rete. Ma la «libertà di», o libertà positiva, come ci ha insegnato Isaiah Berlin, non è l’unica libertà, e forse non è neppure la più importante. Esiste anche la «libertà da», la libertà negativa. Libertà dalle molestie e dalle imposture, ad esempio. Libertà di sceglierci gli interlocutori. Libertà di non essere sistematicamente interrotti. Libertà, in una parola, di disporre del nostro tempo senza essere invasi.

Questo secondo tipo di libertà, la «libertà da», la stiamo inesorabilmente perdendo. La vita e il lavoro sono sempre più infestati, quotidianamente, ora per ora, da una selva di contatti indesiderati ma inevitabili, di notizie false ma incontrollabili, di informazioni inaccurate ma indistinguibili da quelle esatte. Perché quella che va in scena ogni giorno su Internet, come ha brillantemente spiegato Marco Niada, è una guerra permanente di tutti contro tutti per la conquista dell’attenzione (Il tempo breve, Garzanti 2010). Una guerra in cui un tempo sproporzionato viene allocato per interagire, spesso con soggetti che mai avremmo cercato autonomamente, e pochissimo tempo resta per fare, creare, pensare, riposare, stare in disparte.

Dobbiamo concluderne che Internet è un male?

Assolutamente no. I benefici restano ancora largamente superiori agli inconvenienti, specialmente agli estremi della scala sociale, ossia per la classe dirigente, per cui la connessione è arma irrinunciabile del comando, e per i soggetti più marginali, per cui la connessione è strumento di socialità e di informazione (e non solo «sfogatoio» delle frustrazioni, come amano pensare i nemici di Internet). Quello su cui forse dovremmo riflettere, semmai, è il nesso nascosto che collega «libertà di» e «libertà da». Se la nostra «libertà da» sta riducendosi pericolosamente, è anche perché la nostra «libertà di» è andata troppo avanti. Sia l’intasamento della Rete, sia l’estrema difficoltà di isolare le informazioni affidabili, sono una conseguenza, ben nota agli studiosi di signalling theory, dell’assenza di barriere all’entrata e di filtri alla circolazione: la probabilità di incorrere in contatti irrilevanti o informazioni inaccurate esplode quando i costi di produzione e contraffazione dei segnali si abbassano troppo, facendo così cadere un potentissimo meccanismo che inibisce l’emissione di segnali irrilevanti o falsi.

Vista da questa angolatura, la proposta di Google e Verizon, per quanto certamente dettata da interessi commerciali, andrebbe guardata con grande attenzione. Oggi noi tendiamo, istintivamente, a vederla solo come un attentato alla libertà di Internet, o come una cospirazione delle multinazionali contro gli inermi cittadini, ma forse sarebbe più accurato vederla anche come un primo, cauto, tentativo di mantenere intatti i benefici di Internet senza subirne gli effetti collaterali più dannosi. Insomma una riscossa della «liberta da», dopo due decenni di espansione della «libertà di».

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18 agosto 2010

fonte:  http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7720&ID_sezione=&sezione=

CRISI – Lavoro, la discriminazione femminile: Meno posti e stipendi più bassi del 21,4%

CRISI

Lavoro, la discriminazione femminile
meno posti e stipendi più bassi del 21,4%

I dati di Bankitalia e dell’Istat fotografano una realtà che mette l’Italia in fondo alle classifiche europee. Nel tasso di occupazione solo Malta fa peggio. In busta paga 1.221 euro di media contro i 1.553 dei colleghi uomini

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ROMA – Meno opportunità di occupazione e stipendi più bassi. E’ la realtà femminile nel mondo del lavoro come l’ha fotografata un rapporto della Banca d’Italia che ha preso in esame i dati relativi al 2008. Le donne si trovano in condizione di disparità rispetto agli uomini, non solo perché ancora maggiormente pressate dagli impegni familiari, ma anche perché sono spesso relegate in posizioni lavorative di basso livello, di retribuzione inferiore e incontrano più ostacoli di carriera pur essendo più preparate.

Secondo le cifre di Bankitalia, la busta paga media delle donne è del 21,4% più bassa rispetto a quella degli uomini, con 1.221 euro al mese contro 1.553  (nel 1998 la differenza era del 19,1%) e in due anni la retribuzione femminile è scesa del 4,6%, al di sotto della media che oltretutto colloca l’Italia al terzultimo posto nella classifica dei paesi occidentali più industrializzati. Le donne dunque pagano di più la crisi e sono più esposte a marginalità e povertà come evidenziano anche i dati Istat secondo i quali, in Italia ”il tasso di occupazione delle donne tra i 15 e i 64 anni è sceso nel 2009 al 46,4%”. In Europa solo Malta fa peggio.
Il Mezzogiorno, inoltre, dove già il tasso di occupazione femminile era molto basso, ha assorbito quasi metà del calo nazionale delle occupate (-105mila donne) causato dalla crisi. Nel 2009 in Italia soltanto il 28,7% delle donne con licenza media aveva un’occupazione, contro il 37,7% medio dell’Ue. Nel nostro paese solo le laureate “storiche” riescono a raggiungere i livelli europei, mentre le neolaureate continuano a trovare enormi difficoltà a entrare nel mercato del lavoro.

La situazione è ancora peggiore per le donne sposate e con figli: ”Considerando le 25-54enni e assumendo come base le donne senza figli – spiega l’Istat -, la distanza nei tassi di occupazione è di quattro punti percentuali per quelle con un figlio, di 10 per quelle con due figli e di 22 punti per quelle di tre o più figli”. Inoltre, il peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro ha rallentato l’inserimento delle donne nelle professioni più qualificate e riavviato un fenomeno di “marginalizzazione” verso occupazioni già relativamente molto “femminilizzate”.

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18 agosto 2010

fonte: http://www.repubblica.it/economia/2010/08/18/news/lavoro_stipendi_pi_bassi_per_le_donne-6357236/?rss

SCIENZA MEDICA.. – Lou Gehrig potrebbe non essere morto per il morbo che porta il suo nome

Lou Gehrig potrebbe non essere morto per il morbo che porta il suo nome

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WASHINGTON (18 agosto) – Lou Gehrig, il famosissimo giocatore di baseball che ha dato il nome alla stessa malattia di cui morì nel 1941 – scientificamente la sclerosi laterale amiotrofica che induce progressiva paralisi motoria, potrebbe in realtà essere stato stato vittima di una patologia ben diversa. Si tratterebbe di un morbo finora non riconosciuto dalla scienza ma che – secondo un nuovo studio americano – darebbe gli stessi effetti della sclerosi amiotrofica laterale e occorrerebbe però con particolare frequenza tra atleti e soldati colpiti da traumi alla testa. Il rapporto pubblicato sulla rivista specializzata Journal of neuropathology & experimental neurology rivela come ricercatori della Boston University e del Veteran medical center di Bedford in Massachusetts hanno scoperto la patologia in tre atleti che erano stati incorrettamente diagnosticati portatori del morbo di Lou Gehrig.

Nel midollo spinale dei tre malati gli studiosi hanno individuato la presenza ad altissimi livelli di due proteine che non appaiono nell’organismo dei malati del morbo di Lou Gehrig. Queste due proteine compromettono la funzionalità dei nervi e «appaiono aver raggiunto la colonna vertebrale delle tre vittime in seguito a incidenti subiti al cervello». Il rapporto precisa quindi di aver osservato «per la prima volta tangibilmente che i traumi al cervello possono risultare in una malattia che causa degenerazione motoria e neurologica ed è diversa dalla sclerosi amiotrofica laterale».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=115165&sez=HOME_SCIENZA

Superstella scombina la teoria sui buchi neri (guarda l’immagine!)

Superstella scombina la teoria sui buchi neri

Superstella scombina la teoria sui buchi neri    

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Si infittisce il mistero sui buchi neri. A sorpresa una stella gigantesca, 40 volte più grande del Sole, ha dato origine ad una stella di neutroni con un super campo magnetico (chiamata magnetar), smentendo le teorie più accreditate sull’evoluzione delle stelle. A scoprire il fenomeno, descritto sulla rivista Astronomy and Astrophysics, è stato il Very Large Telescope (Vlt) dell’Osservatorio Europeo Meridionale (Eso). Finora si riteneva che le stelle con masse iniziali comprese tra circa 10 e 25 masse solari formassero le stelle di neutroni e quelle superiori a 25 masse solari producessero buchi neri. Di conseguenza adesso gli astrofisici si domandano quanto debba essere grande una stella perché diventi un buco nero. La stella “anticonformista” si trova a 16.000 anni luce dalla Terra, nell’ammasso stellare Westerlund 1, dove si trovano centinaia di stelle molto massicce, alcune delle quali brillanti come un milione di soli e con un diametro 2.000 volte maggiore di quello del Sole.

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Superstella scombina la teoria sui buchi neri    

Superstella scombina la teoria sui buchi neri    

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18 agosto 2010

fonte: http://www.repubblica.it/scienze/2010/08/18/foto/superstella-6363247/1/?rss

La filosofia del governo dei padroni: la colpa e’ dei poveri che hanno avuto troppo !

La filosofia del governo dei padroni: la colpa è dei poveri che hanno avuto troppo!

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La ricetta finanziaria è quella di sempre, rubare ai poveri per difendere le proprietà dei ricchi.

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I ricchi sono sempre più ricchi.
La differenza tra ricchi e poveri negli ultimi dieci anni è cresciuta in Italia del 33% (nei paesi dell’occidente capitalista la media è stata del 12 %).
I governi Berlusconi hanno avuto la regia di questa rapina sociale, il centro sinistra li ha lasciati fare e quando ha governato ha fatto scelte non troppo diverse.
I ricchi hanno un reddito medio 11 volte superiore ai poveri.
Mediamente la parte ricca del paese vive con un reddito individuale superiore di 11 volte a quello della parte povera della società (55.000 euro contro 5.000).
La crisi ha arricchito i ricchi.
La crisi, come sempre, ha arricchito i pescecani del capitalismo ( i più ricchi dei ricchi), la loro ricchezza è cresciuta durante la crisi, in un solo anno, dal 2008 al 2009, del 19 %, da 740 miliardi di euro a 880 miliardi di euro.
I ricchi non pagano le tasse.
Nei primi dieci mesi del 2009, l’imponibile evaso in Italia è cresciuto del 11,7% ed ha raggiunto l’ammontare di 369 miliardi di euro l’anno. In termini di imposte sottratte all’erario per quest’anno siamo nell’ordine dei 144 miliardi di euro. E’ quanto emerge da un’indagine, diffusa a Capri il 31/10/2009, effettuata da KRLS Network of Business Ethics, condotta su dati divulgati dalle Polizie tributarie degli Stati europei. I principali evasori sono gli industriali (32,7%) seguiti da bancari e assicurativi (28,4%), commercianti (11,9%), artigiani (10,9%), professionisti (8,8%) e lavoratori dipendenti (7,3%) ed in più, di alcuni il reddito giace all’estero in paradisi fiscali (per 300 miliardi), sottratto, quindi, non solo alle tasse (circa 129 miliardi), ma anche agli investimenti produttivi nel proprio paese. Il così detto scudo fiscale fino ad ora ha fatto rientrare 90 miliardi e 4,5 miliardi all’erario di tasse. Con il risultato di essere premiati, pagando una tassa del 5% anzichè del 43%, come i pochi a reddito alto che pagano le tasse regolarmente.
Le tasse le pagano solo i lavoratori dipendenti.
Lavoratori e pensionati pagano circa il 90% delle tasse. Secondo l’Istat i redditi da lavoro dipendente lordi erano invece solo il 60% dei redditi primari e il margine operativo netto, cioè l’altro reddito primario da cui originano tutti i redditi da capitale (gli interessi, le rendite, i dividendi e gli utili) era il 40% dei redditi primari. Con una tassazione meramente proporzionale il gettito dovrebbe rispecchiare queste proporzioni. In osservanza del dettato Costituzionale che invece prevede la progressività, i redditi da capitale dovrebbero pagare oltre il 50% delle imposte essendo questi redditi concentrati nel 12,3% delle famiglie.
La manovra del governo mostra un profondo odio di classe verso i poveri.
Si tagliano i trasferimenti agli Enti Locali, quindi si colpiscono sanità, scuola, trasporti e sevizi pubblici.
Si bloccano i contratti dei lavoratori pubblici.
Si allungano i tempi di lavoro per andare in pensione.
Questa è la verità, il resto sono solo chiacchiere e propaganda.
Per questo come Associazione Culturale CASA ROSSA, siamo contro questo governo che ruba ai poveri per difendere le proprietà dei ricchi.

fonte: http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o19253:e1

Scuola, alle elementari e alle medie più grammatica e addio alla calcolatrice

Scuola, alle elementari e alle medie più grammatica e addio alla calcolatrice

Riforma dei programmi per italiano e matematica

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di Alessandra Migliozzi

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ROMA (17 agosto) – Per i programmi della scuola primaria e della secondaria di primo grado si prepara un ritorno al passato. Il ministero vuole «ripartire dalle basi», garantire agli studenti «una preparazione più solida nelle materie fondamentali, a partire da italiano e matematica». I risultati dei test Invalsi (l’Istituto nazionale di valutazione), del resto, parlano chiaro: analisi del testo, grammatica e geometria mettono in croce i ragazzini.

La lacuna comincia a formarsi nelle prime classi e poi diventa una voragine alle superiori dove il bubbone esplode definitivamente: a quindici anni, come hanno più volte dimostrato le prove internazionali Ocse-Pisa, i nostri ragazzi non sanno lavorare attorno ad un testo letterario. Dalla comprensione all’elaborazione per loro è tutto un calvario. Gravi anche le carenze scientifiche. All’università gli studenti arrivano che sanno a malapena scrivere bene in italiano o far di conto. E agli atenei da qualche anno tocca persino fare i corsi di recupero. A tutto questo «bisogna porre rimedio» è l’orientamento di Viale Trastevere. La prima mossa scatterà con la revisione dei programmi della scuola primaria e della secondaria di primo grado, il cosiddetto primo ciclo, prevista dalla riforma Gelmini. A settembre si riunirà la commissione di esperti che ha già stilato i programmi per i nuovi licei post-riforma. Ci sono dentro nomi altisonanti dell’università da Luca Serianni a Giorgio Israel, passando per Giorgio Bolondi.

«L’orientamento – spiega Max Bruschi, che guiderà la commissione ed è consigliere del ministro Gelmini – è quello di ripartire dalle basi. Di dare ai docenti indicazioni molto più precise che in passato su quali sono gli obiettivi che dovranno raggiungere, su cosa gli studenti dovranno sapere obbligatoriamente alla fine del ciclo. Oggi – continua l’esperto – i test Invalsi ci dicono che un terzo degli alunni ha conoscenze di base insufficienti in matematica e italiano. Questo processo va invertito. Ora o mai più». Il bagaglio in mano ai tecnici è quello delle prove fatte dall’Istituto di valutazione, dunque, che stroncano la preparazione degli alunni e dimostrano che a mancare sono le competenze di base. «Con i nuovi programmi – anticipa Bruschi- vogliamo passare da una scuola dell’infarinatura a una scuola delle fondamenta». Come? Dando più spazio a italiano e matematica, tanto per cominciare.

«La lettura e la scrittura dovranno tornare centrali – continua l’esperto del ministero -. Si dovrà tornare a saper far di conto e risolvere problemi senza l’uso della calcolatrice. Non diremo ai docenti come insegnare, non vogliamo mortificare in nessun modo la loro abilità didattica, ma cosa insegnare. Ci sarà un pacchetto di conoscenze in italiano e matematica che dovranno essere garantite a tutti».

Oggi, invece, come dimostrano i test Invalsi, non è così: al Nord le competenze sono maggiori e più omogenee fra gli alunni, al Sud il divario è ampio nella preparazione anche da scuola a scuola. «Oggi si scrive e si legge troppo poco – aggiunge Bruschi – ci sarà in parte un ritorno al passato, se vogliamo chiamarlo così, ma bisogna uscire da un concetto di scuola che fa di tutto un po’, che è carica di suggestioni, ma non garantisce il minimo».

Tabelline mandate a memoria e conti fatti senza calcolatrice dovranno tornare ad essere un must. I nuovi programmi, la cui stesura comincerà in autunno, dovranno poi essere «chiari e leggibili non solo per i docenti, ma anche per i genitori che dovranno poter verificare ciò che le scuole fanno o non fanno. A volte si scambia l’autonomia per anarchia e questo va evitato». Alla fine della primaria, ad esempio, «dovrà essere assicurata agli alunni la capacità di lavorare attorno ad un testo con competenza, dovranno saperlo interpretare, riassumere, saper trovare i sinonimi».

I nuovi programmi, secondo l’esperto, vedranno la luce entro primavera «speriamo di poterli avviare già con l’anno scolastico 2011/2012. Come abbiamo già fatto per i licei apriremo il dibattito anche con la comunità scolastica e ci confronteremo con i docenti». Anche per la lingua inglese si prepara la svolta. «Tenendo conto delle carenze di organico bisognerà comunque garantirlo non solo sulla carta ma nella bocca degli alunni, espandendo modelli come quello di alcune scuole che usano le loro risorse aggiuntive per far fare conversazione ai ragazzini fin da piccoli». E comunque non sarà dimenticata la tecnologia che più che essere una vera e propria materia dovrà essere strumento per innovare la didattica.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=115115&sez=HOME_SCUOLA

«Vendo rene», polizia blocca impiegato. Sul web un esercito di donatori disperati

Allarme online: per un annuncio rimosso, centinaia ancora su internet

«Vendo rene», polizia blocca impiegato
Sul web un esercito di donatori disperati

Il caso scoperto a Udine squarcia il velo su un fenomeno
agghiacciante: quasi 100 organi in offerta su un sito

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UDINE – Un impiegato friulano rimasto senza lavoro ha messo in vendita sul web un rene in cambio di un posto di lavoro o 100mila euro. L’annuncio, pubblicato sulla pagina locale di un sito nazionale italiano, è stato scoperto dalla polizia postale di Udine e immediatamente rimosso su invito delle stesse autorità. Ma il caso di Udine non è che la punta di un iceberg: sul web, infatti, si moltiplicano offerte di questo genere. E per ora annunci simili in tutto e per tutto a quello dell’operaio friulano non sono stati rimossi.

DISPERAZIONE SUL WEB – Se il provider gestore del sito avvertito dalla polizia postale ha agito con professionalità, altri gestori di siti web non riescono – a volte per la velocità dell’afflusso di inserzioni – a controllare il tenore delle offerte. L’impiegato friulano, che ha 52 anni, lavorava come responsabile amministrativo di un’azienda locale. Ha perso il posto di lavoro nel maggio 2009 a causa della crisi economica e aveva già pubblicato numerosi annunci per trovare un nuovo lavoro. Non avendo ottenuto risultati, per disperazione ha deciso di offrire il suo rene.

Il sito che contiene circa 90 offerte di organi
Il sito che contiene circa 90 offerte di organi

NOVANTA ORGANI IN UN SITO – Storie simili sono quelle di apparse su Annunci-Qui.com, un sito di Frosinone dove a marzo una ragazza di 29 anni «sana, gruppo Rh positivo» ha offerto rene o fegato per un trapianto. Ma soprattutto sul sito dal nome ingannevole Soloinaffitto.it, divenuto una bacheca dei disoccupati disperati o dei nuclei familiari in difficoltà. Sotto la scritta che esorta «Annunci urgenti. Non vergognarti, scrivi!», si snocciola una agghiacciante contabilità: 56 offerte di un rene; 18 proposte di donazioni a pagamento di midollo spinale; 13 inserzionisti disposti a cedere «parte del fegato» per trapianto. Quasi novanta organi o parti di organo in una sola pagina web.
Sono tutte storie di lucida follia e determinazione quelle che si leggono nelle email pubblicate o nei moduli compilati e poi pubblicati dagli amministratori del sito. I quali, a onor del vero, si preoccupano di censurare le offerte più assurde o ambigue, arrivando ad esortare gli inserzionisti a controllarsi: «Scusa, ha già messo 3 annunci: sei disabile e vuoi vendere un rene – scrivono rispondendo a Silvia, che ha problemi con l’Inps – eppure hai problemi di invalidità… Vuoi suicidarti?». Invece Steve vuole davvero togliersi la vita, e online propone di vendere «la possibilità di riprendere in diretta il mio suicidio».

POKER E CAMBIALI – Simone, Tiziana, Giovanni, Claudio, Alessandro, Giuseppe, Nico… sono tutti in difficoltà economiche, chi perchè ha perso il lavoro, chi perchè ha fatto gli investimenti sbagliati. Qualcuno ha perso la testa perchè non riesce più a mantenere i figli, qualcun altro è rovinato dalle cambiali. Alex ammette di essersi lasciato andare col poker. Paola è vittima degli strozzini. Stif non spiega perchè è in «una situazione finanziari disastrosa»: donna di 35 anni «sanissima», offre un polmone.
I futuri donatori (molti specificano di essere disposti a recarsi per il trapianto in un Paese dove queste operazioni sono legali) si sbilanciano spesso in richieste e «quotazioni», ma non hanno le idee chiare e il prezzo di un rene può variare dai 10 mila euro di Barbara ai 50 mila di Fabio, ai 150 mila più spese mediche che chiede Dario da Palermo, fino ai 600 mila di Gianni. Stessa cifra chiede Lele, che ha 40 anni non beve alcol e non fuma. Gli inserzionisti vengono da tutta Italia: Sardegna, Sicilia, Lazio, Veneto… e la loro età è altrettanto varia: dai 25 anni di Cristina e Angela ai 33 di Nino, ai 60 di una signora che si firma Epicuro.

LASCIATO DALLA MOGLIE – Crisi familiari, divorzi, abbandoni sono all’ordine del giorno tra le schiere dei disperati donatori online. Come nel caso di Udine, dove la polizia – intervenuta per rintracciare l’inserzionista – ha confermato le difficoltà dell’uomo, economiche ma anche personali: dopo aver perso il lavoro, infatti, l’impiegato ha affrontato una grave crisi familiare culminata nella separazione dalla moglie. La casa dove abitava è rimasta a moglie e figli, studenti con meno di vent’anni. E l’uomo, costretto a prendere in affitto un monolocale, vive ora di espedienti.

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Luca Zanini
17 agosto 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_agosto_17/vende-rene-interviene-polizia_4111ab2e-aa20-11df-afa9-00144f02aabe.shtml

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Purtroppo non è una novità, per noi… già a febbraio dell’anno scorso avevamo pubblicato una notizia analoga, e da allora hanno continuato ad arrivare commenti disperati (https://solleviamoci.wordpress.com/2009/02/25/levante-disoccupato-e-disperato-%C2%ABvendo-un-rene%C2%BB/).

Noi non siamo una specie di “collocamento di organi”, sia chiaro: ma non abbiamo intenzione di cancellare le testimonianze di tante povere persone che si trovano in difficoltà mentre il governo in carica si ostina a propinarci la teoria che con un po’ di ottimismo tutto si risolve. Certo, con i loro stipendi il problema non si pone neppure… però una cosa non capisco: perché denunciare qualcuno che vorrebbe vendere qualcosa di suo quando tanti malfattori (che vendono qualcosa di altri, o rubano, o si fanno i loro egoistici interessi e basta) sono non solo a piede libero, ma vengono pure profumatamente pagati, con i soldi di tutti tra l’altro? E’ questa la giustizia? Non la mia… elena