Archivio | agosto 19, 2010

I dimenticati d’Abruzzo

I dimenticati d’Abruzzo

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di Fabrizio Gatti

Centri storici abbandonati, strade invase dalle macerie, 30 mila ancora sfollati, 15 mila senza lavoro. Nuovi alloggi già deteriorati. Viaggio nei luoghi martoriati dal terremoto. Sedici mesi dopo le scosse

(19 agosto 2010)

Il centro di Sant Eusanio Forconese foto di Fabrizio Gatti

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Qualcuno ha chiamato per nostalgia il numero della sua casa pericolante. E un bel giorno ha sentito rispondere. “Chi parla?”. “Chi parla? Ma chi sei tu?”. Quello dell’Aquila è stato il primo grande disastro italiano nell’era della comunicazione. E la comunicazione non può aspettare. È per questo che Telecom, secondo quanto è stato detto ad alcuni sfollati dallo sportello clienti, sta assegnando ad altri i numeri dei contratti sospesi dopo il terremoto.

Comincia così l’oblio. Ti cancellano dall’elenco telefonico. Non dalle bollette di abbonamenti tv, luce, gas che continuano ad arrivare. Almeno in città c’è il popolo delle carriole a tenere vivo il ricordo su cosa non è stato fatto. Ma nei paesi della provincia come Sant’Eusanio Forconese, Castelnuovo, Poggio Picenze i centri storici sono giorno dopo giorno sempre più estranei. Sempre più lontani dalla quotidianità. Immagini spettrali di un mondo ora rinchiuso dentro le facciate di legno pressato delle new town. Ci siamo giocati anche la seconda estate per avviare i lavori. Tra un mese in Abruzzo arriveranno il freddo e il maltempo. Se ne riparla dopo il prossimo inverno. E nessuno può ancora prevedere quando torneranno abitabili quei comuni: il 2015, il 2030, mai?

Lo show ha funzionato. Hanno dato appartamenti dignitosi e casette di legno a 18 mila persone e, a guardarle dal resto dell’Italia, sembra che tutti abbiano avuto un tetto. Invece il grosso resta ancora da fare. Rimuovere le macerie, avviare la ricostruzione vera nei centri storici, i più colpiti. E soprattutto riportare in città quanti si trovano nelle stesse condizioni di sedici mesi fa: 15 mila senza lavoro e 30 mila sfollati di cui 3.500 ospitati ancora negli alberghi sulla costa adriatica, secondo i dati calcolati a inizio agosto dal Comune dell’Aquila. Da quando il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, ha passato i poteri di commissario delegato al presidente della Regione, Gianni Chiodi, i cittadini abruzzesi sperimentano ogni giorno cosa significhi il motto stampato sullo stemma del capoluogo: “Immota manet” c’è scritto, resta ferma. E infatti nei centri storici dei paesi non si muove nulla. Scavalcate le transenne che sbarrano le strade ci si ritrova a camminare su macerie e pezzi d’arredamento calcificati. Si fatica a capire dove finivano le case e cominciavano le vie. Erbacce e rovi ricoprono di verde e fiori selvatici la distruzione. Uno specchio rotto appeso alla parete. Un triciclo schiacciato dalle pietre. La culla di un bimbo. Lo scricchiolio di una persiana sbattuta dal vento. Si sale e si scende tra cumuli e voragini. Un odore umido di cantina e sabbia bagnata si diffonde dalle finestre senza vetri. A Poggio Picenze la foto di quella notte è immortalata nei panni stesi ad asciugare al balcone di una casa che non c’è più. Un lavandino continua a gocciolare. Il lampione stradale ti guarda dal basso, piegato in due, spento per sempre un anno e quattro mesi fa. // <![CDATA[//

I nomi delle piazze li leggi sulle targhe ad altezza di polpacci. Decine di facciate sono pronte a crollare. Come a Sant’Eusanio, paese di Mimmo Srour, 62 anni, titolare a L’Aquila di uno studio di ingegneria civile, messo a capo all’assessorato provinciale alla Ricostruzione inventato per l’occasione dalla giunta di centrodestra. L’assessore Srour prima del disastro stava con il centrosinistra. Ora è accusato dal Pd locale di essere il responsabile della sconfitta della presidente uscente, Stefania Pezzopane. Il terremoto non sbriciola soltanto il cemento. E poi c’è il peso prevedibile del prossimo inverno, il secondo. La neve, il ghiaccio, le infiltrazioni d’acqua. Senza lavori di consolidamento, anche le case soltanto danneggiate stanno via via cadendo. Il centro di Sant’Eusanio è fermo all’alba del 6 aprile 2009: a parte le erbacce e i cespugli di lavanda, lo scenario è lo stesso di quando la prima luce del giorno mostrò ai sopravvissuti cosa era rimasto. Hanno puntellato solo la chiesa e, per proteggere gli operai, gli edifici della piazza. Nel farlo, si sono lasciati prendere la mano. Hanno montato tralicci e puntelli a ridosso della canonica. Senza considerare che andava demolita. La canonica ora non c’è più e l’immenso castello di metallo è rimasto lì a sostenere l’aria tersa di fine estate. Uno spreco: un tubo zincato venduto in esclusiva dalle Acciaierie Marcegaglia costa 3,40 euro al metro, i giunti cardanici 1,98. Puntellare una villa può valere 60 mila euro. Un palazzo 500 mila. Sempre soldi pubblici.

Hanno chiuso l’emergenza, assegnato le case provvisorie, provato a far scendere il silenzio. In Abruzzo ci vorrebbe un buon assessore alla Protezione civile per affrontare quanto resta da fare. Ma l’assessore regionale che ha gestito il terremoto, Daniela Stati, 38 anni, Pdl, si è dimesso il 2 agosto per un diamante da 15 mila euro ricevuto in regalo, secondo la Procura dell’Aquila, dopo aver sponsorizzato una società pubblica partecipata da Finmeccanica. È un momento difficile. Quello dell’oblio. Il passaggio alla quotidianità dell’attesa che non ha fine. Quel periodo di transizione che nei paesi siciliani del Belice è diventato sinonimo di fallimento. In Irpinia un’occasione per camorra e malaffare. In Friuli, in Umbria e nelle Marche un motivo di orgoglio. Gli estremi dell’Italia di sempre. È adesso che si diventa terremotati. Vivere con le solite camicie addosso. Abitare in case provvisorie. Usare sedie, tavoli, letti provvisori. E ritrovarsi con l’essere davvero provvisori.

I tubi dell acqua esposti al gelo nella new town di Collebrincioni foto di Fabrizio Gatti I tubi dell’acqua esposti al gelo
nella new town di Collebrincioni
foto di Fabrizio Gatti

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L’oblio è anche scoprire che la Telecom ha assegnato il numero di telefono della tua casa crollata o danneggiata ad altri abbonati. “È successo a molti. Anche a un nostro cugino”, racconta Nello Cozzolino, 52 anni, di Castelnuovo, frazione di San Pio delle Camere, paese dell’ex presidente del Senato Franco Marini: “Lui voleva trasferire il suo numero di telefono nella casa provvisoria dove è stata trasferita la sua famiglia. Alla Telecom gli hanno detto che non era possibile perché quel numero non è più disponibile. L’hanno assegnato ad altri abbonati”. Nello Cozzolino ora lavora come cuoco al self-service di un distributore di benzina. La sera del 5 aprile 2009 era ancora uno chef, proprietario del ristorante “La cabina” con la moglie Stefania Maurizi, 55 anni, insegnante precaria di inglese. Nello era conosciuto nella zona come il re dello zafferano per i piatti che proponeva e in agosto il loro antico locale sulla statale 17 diventava la casa del blues, crocevia di musicisti e appassionati. Il ristorante va demolito. Quando? “Boh”, risponde Cozzolino, che adesso abita con la moglie e il figlio di 16 anni in un Map, i moduli abitativi provvisori, cioè le casette di legno a un piano disseminate in provincia. Sono meno spaziose, meno robuste delle palazzine prefabbricate di tre piani su piastra antisismica in cemento armato costruite per 15 mila sfollati del centro storico dell’Aquila.

“Il problema non è solo la ricostruzione che non parte. Il problema di tutti i giorni sono le bollette, le rate che devi pagare per cose che non possiediamo più, in base a un reddito che non abbiamo più”, spiega Cozzolino: “Dicono che con il terremoto le banche avrebbero sospeso i mutui. Non è vero: io avevo rate di 800 euro al mese. Hanno sospeso la restituzione del capitale. Ma preteso gli interessi, 170 euro al mese, che ho continuato a pagare anche quando vivevamo in tenda. E da novembre ricomincio con il capitale”. La vecchia vita, quella cancellata con la scossa delle 3.32, continua a bussare: “Un altro caso”, racconta lo chef dello zafferano, “è l’abbonamento a Sky. Sembra impossibile disdire il contratto e per due volte mi hanno chiesto gli arretrati. Da settembre a maggio mi sono poi arrivate sette bollette della luce con cui mi si chiedeva per ogni bolletta di pagare 720 euro, calcolati in base ai consumi precedenti del ristorante. Non c’era verso di fargliela capire che la corrente era stata staccata la mattina del 6 aprile. Alla fine ho detto: venite a piombare il contatore così vedete cosa mi è successo. Il guaio è che se non risolvi la questione non puoi aprire nuovi contratti. Alla fine mi hanno scontato sette bollette di conguaglio con segno meno”.

I Map sono costati come chalet di montagna. A Sant’Eusanio Forconese hanno un soffitto alto, travi robuste. Ma quelli consegnati la scorsa primavera stanno perdendo l’intonaco. Oppure gli strati di isolante si sfogliano come pelle scottata. Le casette di Castelnuovo e Poggio Picenze, costruite per ultime e assegnate quattro mesi fa, sono già fragili. Il rischio è che perdano presto il nome avveniristico di Map inventato dalla Protezione civile e diventino semplicemente baracche. “E queste non hanno ancora affrontato il primo inverno” osserva Stefania Pace, 42 anni, impiegata alle Poste, davanti alla sua casa di legno in via Sacco e Vanzetti a Poggio Picenze, dove ora vive con il marito e due figli. Lei si è salvata perché ha creduto all’allarme lanciato da Giampaolo Giuliani, il tecnico di laboratorio che aveva previsto le scosse misurando l’aumento di gas radon. Le ultime ore prima del disastro le ha passate con un’amica a Paganica: a convincere decine di persone a uscire all’aperto dopo che un volontario del paese con la giacca della Protezione civile le aveva rimandate a casa a dormire.

La sua è tra le storie raccontate nel libro “Ju tarramutu” (Casaleggio associati) di Samanta Di Persio, 30 anni, pure lei sfollata a Coppito. “Su di noi pesa ancora la sfiducia per l’allarme sottovalutato dalla commissione Grandi rischi e dalla Protezione civile”, dice Stefania Pace: “Lo scemo era Giuliani, l’hanno denunciato per procurato allarme. Ma come facciamo a fidarci? Quante persone avrebbero potuto salvare?”. Anche a Poggio Picenze continuano ad arrivare bollette: “La mia casa”, la indica Stefania, “è nel centro dichiarato inagibile. Ma l’azienda del gas mi ha mandato una bolletta per tutto il 2009 in base a consumi ipotetici: 1.377 euro nonostante i rubinetti siano chiusi da sedici mesi. È come se il mondo fuori non volesse rendersi conto che qui c’è stato un terremoto”.

La ricostruzione non parte, secondo il senatore abruzzese del Pd, Giovanni Legnini, 51 anni, perché la legge approvata è sbagliata. È tutto spiegato in una proposta di “indagine conoscitiva” presentata in commissione Bilancio. L’articolo 3 del decreto legge 39 del 2009 prevede finanziamenti soltanto per la prima casa. Non sono previsti aiuti pubblici per le seconde case, gli uffici, le imprese, i negozi, gli ambulatori e le varie attività sparse sul territorio: “Non è che in una città ci sia il quartiere delle prime case, quello delle seconde, quello degli uffici”, osserva Legnini: “Il territorio va affrontato in modo integrato. Va modificato l’articolo 3, subito alla ripresa a settembre. Altrimenti nei centri storici non si ricostruisce nulla”.

C’è poi un dilemma che sembra accademico. Invece è un altro grosso ostacolo: “Entro novembre prevedo che a L’Aquila metà degli sfollati torni nelle case B e C, quelle meno danneggiate, esterne al centro storico, dove i lavori procedono. Il problema è per i costi superiori al milione di euro”, osserva Massimo Cialente, 58 anni, sindaco Pd dell’Aquila, “la legge non dice se il finanziamento sia un indennizzo o un contributo. Perché se è un indennizzo i cittadini possono assegnare direttamente i lavori. Se invece è un contributo, i proprietari privati devono scegliere le imprese attraverso gare d’appalto europee. E non si finirebbe più. Ho chiesto a Roma: dite che è un indennizzo. L’occasione era la legge finanziaria. Ma il governo non si è ancora pronunciato”. In realtà il 27 luglio il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha firmato un’importante direttiva per la Protezione civile, su proposta di Bertolaso. Ma non riguarda la ricostruzione: stabilisce invece che il dipartimento che dovrebbe proteggere i cittadini dal rischio calamità torni a occuparsi di grandi eventi e relativi contratti come le regate veliche, i mondiali di nuoto, le visite del Papa, i 150 anni dell’Unità d’Italia, l’Expo 2015 a Milano.

È facile immaginare il caos delle gare d’appalto da organizzare per ogni palazzo da ricostruire. I proprietari devono consorziarsi. Poi nominare l’Angelo Balducci della situazione, da scegliere tra gli amministratori di condominio e i commercialisti. E affidargli la cassa dei lavori. Sono incarichi che hanno un costo: almeno il 2 per cento del valore dell’opera, per una ricostruzione stimata soltanto per i danni a edifici privati poco al di sotto dei dieci miliardi. In ballo per amministratori e commercialisti c’è un malloppo di 200 milioni solo per la gestione delle gare. E forse è proprio per questo che il governo non ha ancora risposto al sindaco Cialente.

In città anche i nuovi quartieri del progetto Case voluto da Berlusconi mostrano già qualche difetto. Forse si è risparmiato troppo sulle guarnizioni: “È vero che non dormiamo nei container. Ma i tubi dell’acqua perdono ovunque”, dice Mario Dodi, 72 anni, a Cese di Preturo: “Gli isolanti antigelo li hanno sostituiti con fogli di carta stagnola e con il freddo i tubi scoppiano. L’ascensore tutto in vetro poi è proprio adatto al clima. D’inverno si blocca per il ghiaccio. D’estate è un forno a 43 gradi. Giorni fa un vecchietto è rimasto imprigionato dentro per mezza giornata. Nessuna impresa di manutenzione veniva a liberarlo, ho dovuto chiamare il 113”. Le 185 palazzine in legno, cartongesso e prefabbricato sono costate 792 milioni, sul miliardo 107 milioni finora spesi per gli alloggi provvisori. Sono 192 milioni in più rispetto alle previsioni presentate a Palazzo Chigi dai coordinatori del progetto, Vincenzo Spaziante e Gian Michele Calvi. Spesa che comprende i piatti di porcellana, le sedie di alto design e i dolci. Che c’entrano i dolci con i soldi per la ricostruzione? Così ha voluto lo show per la consegna alle prime 500 famiglie: 17.050 euro in dolciumi, 10.092 per il coffe-break e il buffet, 1.887 euro per le 50 bandiere tricolore, 4.590 euro per il pranzo con Berlusconi e il suo seguito, 12.210 euro per comprare mille confezioni di torrone e di cantucci alle mandorle.

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/i-dimenticati-dabruzzo/2132778//0

Ma “ghe pensi mì-bisogna essere ottimisti” dov’è???

POLITICA & INTERNET – Vendola sorpassa Silvio su Facebook

POLITICA & INTERNET

Vendola sorpassa Silvio su Facebook
Nichi è il politico più amato dalla rete

Entrambi i politici viaggiano attorno ai 230mila fan
Ogni giorno 1.400 preferenze in più per il governatore

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BARI — Il sorpasso è avvenuto questa mattina: secondo la classifica pubblicata sul sito di Daniele Baroncelli (giovane imprenditore toscano che ha realizzato una classifica dei politici italiani presenti su Facebook), Nichi Vendola è il politico italiano con più fan sul social network, superando Silvio Berlusconi.

Vendola verso le 10 di questa mattina aveva 227.104 fan, con una media di 1.400 fan nuovi al giorno; Berlusconi ne aveva 227.087 (ma ne perde 12 al giorno). Il paragone, però, è scorretto, avverte Antonio Palmieri, deputato del Pdl e responsabile Internet del partito: «Berlusconi non ha una pagina ufficiale su Facebook: quella a cui fa riferimento la classifica è stata creata da un simpatizzante del premier, e si tratta di una delle tante pagine create sul social network. Per ottenere il numero dei fan su Facebook su Berlusconi dovremmo sommare i fan di tutte le pagine create», spiega. «Non lo diciamo per sottrarci a un confronto con Vendola, perché ci mancherebbe altro ad aver paura di confrontarci con lui». Il governatore pugliese, autocandidatosi alla guida della coalizione nazionale di centrosinistra, è presente su Facebook sia con il proprio profilo privato (ha raggiunto il limite massimo di 5mila amici) che con la fan page, ossia il profilo usato dai personaggi pubblici. Su Facebook si è «amici» del titolare di un profilo privato, mentre si è «fan» di chi ha una pagina. La differenza è che l’amicizia dev’essere richiesta, mentre per essere fan basta solamente cliccare su «mi piace». La fan page di Vendola è gestita in modo professionale – cioè è aggiornata ogni due ore e vengono seguite le discussioni che nascono sulla bacheca – da uno staff, coordinato dal 26enne Dino Amenduni.

In quanto al premier, quella indicata nella classifica, invece, non è la fan page ufficiale, ma è stata creata da un simpatizzante. «Berlusconi non ha una pagina ufficiale su Facebook», spiega Palmieri. «Stiamo studiando il modo corretto di agire in questa direzione, perché non vogliamo mortificare l’entusiasmo dei sostenitori del premier che hanno creato fan page di propria iniziativa. Per questo motivo ci siamo buttati su altri versanti dove eravamo noi i primi. Per il momento puntiamo molto su forzasilvio.it, mentre la settimana prossima lanceremo una nuova iniziativa online che riguarderà territori inesplorati della Rete». Il sito forzasilvio.it, il network ufficiale di Silvio Berlusconi, è stato creato nel maggio del 2009. «Ci siamo ispirati al sito creato dallo staff di Obama durante la sua campagna elettorale (mybarackobama.com). Ci eravamo posti l’obiettivo di raggiungere i 215mila iscritti in un anno e mezzo. A fine luglio abbiamo invece superato i 240mila iscritti». Gli strateghi del Web di Berlusconi, dunque, si ispirano a Obama. «Noi per nostra cultura e tradizione siamo abituati a guardare tutto ciò che c’è di nuovo: è una questione di umiltà e di sano realismo. Seguiamo anche il fenomeno delle Fabbriche di Nichi come tutte le altre iniziative avviate in Italia». Con la strategia online di Vendola, però, non è possibile fare paragoni: «Vendola e Berlusconi sono due personaggi profondamente diversi, sia per storia personale che per responsabilità istituzionali. Anche le loro strategie su Internet sono completamente diverse. Entrambi però sono credibili nei confronti del proprio elettorato, e per questo funzionano sul Web. In altri casi non succede: per esempio un politico come Bersani non potrebbe mai creare il sito forzabersani.it».

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Ludovico Fontana
19 agosto 2010

fonte:  http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/notizie/politica/2010/19-agosto-2010/vendola-sorpassa-silvio-facebooknichi-politico-piu-amato-rete-1703605712816.shtml

I familiari di 20 vittime del sisma dell’Aquila chiedono al Governo 22,5 milioni per risarcimento danni

I familiari di 20 vittime del sisma dell’Aquila chiedono al Governo 22,5 milioni per risarcimento danni

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Una trentina di famiglie delle vittime del sisma dell’Aquila ha avanzato richieste di risarcimento danni alla Presidenza del Consiglio dei ministri per complessivi 22 milioni e mezzo di euro. L’atto di citazione per responsabilità civile è stato presentato presso il Tribunale civile dell’Aquila dagli avvocati del foro aquilano Maria Teresa di Rocco e Silvia Catalucci.

L’iniziativa legale si basa sulle risultanze del lavoro della Commissione Grandi Rischi riunita all’Aquila il 31 marzo 2009, a cinque giorni dalla tragica scossa, in particolare in riferimento ai messaggi rassicuranti lanciati dai protagonisti di quel summit alla popolazione aquilana che era alla prese con uno sciame sismico da alcuni mesi. Il risarcimento in sede civile è stato inoltrato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, perchè la Commissione Grandi Rischi è organo consultivo della stessa.

La richiesta potrebbe innescare altre azioni da parte delle altre famiglie che hanno subito lutti o gravi danni fisici e psicologici. Sulla Commissione Grandi Rischi c’è l’inchiesta della procura dell’Aquila che ha indagato e chiesto al Gup il rinvio a giudizio per sette persone che parteciparono a quel summit: l’udienza preliminare è stata fissata per il 10 dicembre prossimo.

L’ipotesi di reato è omicidio colposo plurimo. Gli indagati sono Franco Barberi, Bernardo De Bernardinis, Enzo Boschi, Giulio Selvaggi, Gian Michele Calvi, Claudio Eva e Mauro Dolce. Secondo la procura, dopo la riunione sarebbero state diramate informazioni, incomplete, imprecise e contraddittorie sul terremoto e sugli sviluppi dell’attività sismica all’Aquila.

«L’udienza per la richiesta di risarcimento dovrebbe tenersi per l’inizio del 2011». Lo ha detto il legale Maria Teresa Di Rocco, incaricata dai familiari delle vittime assieme alla collega Silvia Catalucci di depositare la richiesta al tribunale civile del capoluogo. «Le famiglie di 20 persone decedute nei crolli del 6 aprile 2009 all’Aquila e nelle zone limitrofe – precisa il legale motivando l’azione legale – hanno deciso di chiedere un risarcimento alla Presidenza del Consiglio dei ministri per la responsabilità dei suoi membri, in particolare di tutta la Commissione grandi rischi, che ne è un organo consultivo». Secondo l’avvocato aquilano, qualora venisse ottenuto, il risarcimento non sarà diviso in parti uguali. «La somma – sostiene l’avvocato – sarà divisa tra i familiari delle vittime, non in parte uguali, ma in base ai danni subiti». La Di Rocco non dice di più per ragioni di privacy, ma uno dei criteri potrebbe essere l’età che aveva la persona deceduta nei crolli.

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19 agosto 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-19/familiari-vittime-sisma-aquila-204707.shtml?uuid=AYJPt9HC

Tv insieme, Silvio e Muammar (Gheddafi) sulla stessa lunghezza d’onda

Tv insieme, Silvio e Muammar sulla stessa lunghezza d’onda

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Teatrino di Silvio..

https://i1.wp.com/i.ytimg.com/vi/xYxuc9NGpAU/0.jpgE Gheddafi si pulisce la mano schifato..

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di Umberto De Giovannangeli

tutti gli articoli dell’autore

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Una cosa ci tiene a chiarire prioritariamente: nessuno, al di là di una puntualizzazione del finanziere-produttore-amico del Cavaliere, Tarak Ben Ammar, ha provato a smentire quanto da lui scritto nell’articolo-bomba pubblicato sul Guardian il 6 settembre 2009. John Hooper è l’autore dello scoop che ha disvelato le operazioni finanziarie tra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi, facendo emergere quello che il reporter britannico ha definito un «colossale conflitto di interessi». «Il fatto è – annota Hooper – che a unire i due leader non è solo il pugno di ferro contro gli immigrati clandestini. A unirli ci sono anche e per molti aspetti, soprattutto gli affari». Affari di famiglia.

È la Libyan connection. Vale la pena riportarla alla memoria, perché questa storia dà spessore e concretezza alle esternazioni sibilline di alcuni parlamentari «finiani», in primis Carmelo Briguglio, sulla «reale natura» delle relazioni tra Berlusconi e Gheddafi (e Vladimir Putin). Il Guardian scrive che nel giugno (2009) «come riportato da una piccola agenzia di stampa italiana, Radiocor», una società libica chiamata Lafitrade ha acquisito il 10 per cento della Quinta Comunication, una compagnia di produzione cinematografica fondata da Tarak Ben Ammar, storico socio di Berlusconi.

Lafitrade è controllata da Lafico, il braccio d’investimenti della famiglia Gheddafi. E l’altro partner di Ben Ammar nella Quinta Comunication è, «con circa il 22 per cento» del capitale scrive il Guardian, una società registrata in Lussemburgo di proprietà della Fininvest, la finanziaria di Berlusconi. Non solo: Quinta Comunication e Mediaset possiedono ciascuna il 25 per cento di una nuova televisione via satellite araba, la Nessma Tv, che opera anche in Libia, sulla quale Gheddafi potrebbe esercitare influenza attraverso la quota che ha rilevato nella Quinta Comunication. A Repubblica Ben Ammar puntualizza che Nessma Tv è di proprietà sua, al 25 per cento, di Mediaset per un altro 25, di due partner tunisini per il restante 50. L’ingresso di Gheddafi in Quinta Comunication, spiega, è avvenuto nell’ambito di un aumento di capitale ma solo perché interessato alla produzione di film sul mondo arabo. È bene soffermarsi su questo punto-chiave. E leggere nelle percentuali.

La sintesi è che Nessma Tv, appartiene al presidente del Consiglio italiano che ne detiene il 25% attraverso Mediaset Group, l’azienda di famiglia. Il resto è in mano per il 50% alla Karoui&Karoui World, dei fratelli Karoui, e a Tarek Ben Ammar per il restante 25% attraverso Quinta Communications. Creata nel 2007 dai fratelli Nebil e Ghazi Karoui, Nessma Tv è stata ripresa nel 2008 da Berlusconi e Ben Ammar, con l’obiettivo di farne la prima tv commerciale del Maghreb.

Un anno dopo l’articolo-scoop, il corrispondente del Guardian osserva con l’Unità che «per quanto riguarda i rapporti fra Gheddafi e Berlusconi non è stata fatta chiarezza. Il fatto è che l’opposizione non incalza il presidente del Consiglio su queste questioni. In qualunque altro Paese d’Europa, un premier sarebbe chiamato a resocontare in Parlamento sull’operato del Governo specie di fronte ad accuse di interessi personali…».

«In Inghilterra – ricorda John Hooper – il Primo ministro va due volte alla settimana in Parlamento per un confronto “uno contro uno” con il leader dell’opposizione. Berlusconi, invece, “diserta” il Parlamento ed evita il confronto. Cosa tanto più grave quando emergono sospetti concreti di un conflitto di interessi per ciò che concerne i rapporti tra Berlusconi e Gheddafi, come tra Berlusconi e Putin». Il discorso investe anche i media, pubblici (le Tv) e privati: «Dovrebbero – annota ancora Hooper – fare domande più dure, incalzanti, al premier, ma ciò, salvo rare eccezioni, non avviene…». «Berlusconi è un Primo ministro che sembra avere tra i suoi migliori amici in campo internazionale un ex capo del Kgb, Putin, e il dittatore libico, Gheddafi. Si dice che le persone si riconoscono dalla compagnie che frequentano…», dice a l’Unità David Lane, corrispondente dell’Economist e autore di un libro che tanto ha fatto infuriare il Cavaliere e il suo entourage: «Berlusconi’s shadow».

«C’è una evidente attrazione fatale di Berlusconi per quel che riguarda i rapporti con la Libia. Rimane sempre indistinto il confine fra i suoi affari personali e le relazioni politiche un presidente del Consiglio deve necessariamente avere», rileva Luigi Zanda, Vicepresidente dei senatori del Pd, già consigliere del Cda della Rai. Che sulla vicenda svelata dal Guardian, riflette: «Mentre gli investimenti di Berlusconi in Italia nel settore televisivo hanno un valore finanziario ma oggi ancor di più sono degli strumenti di forte influenza politica, in Libia Berlusconi, utilizzando i suoi rapporti personali con Gheddafi, fa solo business. Perché non credo proprio che il Colonnello gli faccia mettere il naso negli affari della politica interna della Libia. Non per niente quando Berlusconi va in Libia bacia la mano a Gheddafi».

Un «rito» che si ripeterà il 30 agosto, quando il Raìs sbarcherà a Roma per celebrare il secondo anniversario della firma dell’Accordo di cooperazione Italia-Libia. Petrolio, armi, infrastrutture, banche…Un colossale giro di affari, parte del quale non brilla quanto a trasparenza. Il «dossier libico», come quello «russo», è materia su cui il Parlamento dovrebbe fare chiarezza. Il silenzio è più che sospetto. È complice

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19 agosto 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=102562

La ripresa Usa stenta, le Borse vanno a picco

La ripresa Usa stenta
le Borse vanno a picco

I dati sui sussidi di disoccupazione e l’indice dell’attività manifatturiera confermano il rallentamento dell’economia, scatenando l’ondata di vendite su tutte le piazze europee

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di LUCA PAGNI

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MILANO – Hanno resistito in terreno positivo fino al primo pomeriggio. Ma qualche secondo dopo le 14.30, quando le agenzie hanno battuto il dato negativo sulle richieste di disoccupazione negli Stati Uniti, è avvenuto quello che molti operatori si aspettavano: i listini hanno cominciato a scendere senza più fermarsi. Spinti al ribasso, sia dall’apertura negativa di Wall Street, sia dagli altri dati macro arrivati sempre ieri dagli Usa. E tutti negativi, dall’indice che misura l’attività manifatturiera al superindice dell’economia, entrambi al di sotto delle attese.

Per il mercato, dopo quello della settimana scorsa, è un nuovo segnale che indica una fase di stagnazione del colosso americano, a conferma che le trimestrali positive arrivate a luglio dalle grandi multinazionali Usa si basano più sul taglio dei costi (e, di conseguenza, del personale) che non su una consistente ripresa dell’economia.

In verità, la giornata era partita con le borse europee in terreno positivo dopo la revisione al rialzo delle stime sulla crescita in Germania da parte della Bundesbank e l’invito da parte della Commissione europea ai paesi membri a procedere con la seconda tranche di aiuti alla Grecia. Ma il nuovo dato sul lavoro negli Usa ha dato un nuovo indirizzo alla giornata: le richieste di sussidi sono salite di 12mila unità a 500mila, livello più elevato da novembre 2009, contro attese per una flessione di 4mila unità. A seguire è arrivato il Filadelfia Fed, l’indice che misura l’attività manifatturiera dell’area, che è sceso a sorpresa ad agosto a -7,7 punti da +5,1 punti di luglio. Infine, sotto le attese è risultato anche il superindice dell’economia americana, cresciuto in luglio solo dello 0,1%, mentre gli analisti si attendevano almeno una crescita dello 0,2%.

Parigi ha accelerato al ribasso sul finale terminando la seduta a -2,07%, seguita da Francoforte (-1,80%), Londra (-1,73%) e Madrid (-1,47%). Male anche Milano con il Fste Mib che ha perduto il 2,02%.

Tra i titoli a maggiore capitalizzazione di Piazza Affari ne hanno risentito in modo particolare le società il cui fatturato è molto dipendente dal dollaro come Autogrill (-3,52%) e Luxottica (-3,13%): entrambe scontano la situazione di incertezza in cui si trova l’economia Usa. Sono andate male le banche in un comparto europeo in calo dell’1,87%: Ubi banca ha ceduto il 3,02%, Intesa Sanpaolo il 2,97%, Bpm il 2,96%, il Banco Popolare il 2,69%, Mps il 2,52% e Unicredit il 2,12%. Hanno fatto tutte peggio del mercato, a dimostrazione di come la speculazione le abbia ormai prese stabilmente di mira, anche per il fatto di essere tra i pochi titoli veramente liquidi. Tra le blue chip hanno tenuto solo Prysmian, che ha chiuso sulla parità, e Parmalat (-0,37%).

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19 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2010/08/19/news/la_borsa_del_19_agosto-6380765/?rss

La situazione economica mondiale nel 2010

La situazione economica mondiale nel 2010

Dall’euforia al panico: Mercati e governi sulla stessa barca – Parte 2

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https://i2.wp.com/www.radiopereira.it/img/logo.pngresistere al brutto

di Everardo Dalla Borsa

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Situazione economica mondiale al 2010Cari amici, bentrovati! Avevamo un discorso aperto dalla volta scorsa, in cui riscontravamo come molti dei concetti proposti nelle vecchie puntate dal titolo “Alla faccia della ripresa” si fossero rivelati purtroppo azzeccati. Si parlava già allora infatti di come la famigerata ripresa economica mondiale fosse viziata dal problema del debito pubblico degli stati, di come ciò si ripercuotesse sui rating, cioè sulle valutazioni, degli stati stessi, e di come questi avessero dovuto improvvisare manovre di lacrime e sangue per risistemare i loro bilanci disastrati.

L’interrogativo con cui ci siamo lasciati un mese fa era legato proprio a questa situazione: è più importante rimettere in sesto i conti pubblici, tagliando risorse e magari aumentando tasse – mettendo così a rischio una ripresa che già comincia a mostrare spiccati segni di cedimento – o è meglio continuare a foraggiare il sistema economico, aumentando il debito pubblico, ma sperando di non fermare di nuovo il sistema produttivo? E ponevamo un nostro dubbio: questo sistema socio-economico, che ha creato già così tanti danni, è proprio il migliore possibile? Ma entriamo un pò nei dettagli, dando qualche numero. Indubbiamente l’economia non si è rifermata del tutto, ma sta messa davvero maluccio. Prendiamo gli Stati Uniti, ancora il fulcro di questo capitalismo: a giugno 2010 i dati sulle vendite di case ci hanno mostrato, alla fine del programma di incentivi pubblici, un incredibile crollo del 32,7%!

Dennis LockartNon se la cavano meglio le vendite di beni durevoli, ad esempio, cioè quei prodotti, come ad esempio l’abbigliamento, o le auto, che hanno un uso prolungato nel tempo. Dice Dennis Lockart, della FED (la banca centrale americana, che si suddivide in grosse filiali nei vari stati) di Atlanta: “il rialzo dei consumi ha sorpreso molti nel primo trimestre dell’anno, ma nel secondo i consumatori sembrano aver messo via i portafogli!”. Sempre un altro ufficio FED, questa volta di Dallas, ci indica che l’attuale composizione della crescita economica è fonte di preoccupazione, perchè il recupero è affidato per ben il 57% alla ricostituzione delle scorte. Vi ricordate? Avevamo detto anche questo, e cioè che dopo il blocco della produzione dovuto alla crisi del 2008, le ditte avevano svuotato i magazzini, smettendo di produrre. Nel 2009 semplicemente hanno ricominciato un pò a riempirli, dando l’illusione di una ripresa dei consumi, anche grazie agli incentivi fiscali riversati su tanti settori.

Vogliamo aggiungere che dal mese scorso è ricominciata pure la distruzione di migliaia di posti di lavoro, dopo qualche mese di recupero, peggiorando ancor più la situazione dell’occupazione? Per chi riempiono i magazzini i rivenditori al dettaglio? Non è che in Europa vada molto meglio. Tutti questi dati non fanno che riportare in auge lo spettro, da noi già paventato tempo addietro, della famigerata “double dip recession“, come la chiamano gli anglosassoni: una doppia recessione, intervallata da una breve ripresa, quella cui avremmo appena assistito tra 2009 e 2010. Sembrerebbe a questo punto concretizzarsi una risposta al quesito iniziale: se la ripresa è così in bilico, bisognerà continuare a fornirgli benzina, e non stringere la cinghia dei bilanci pubblici. Insomma fornire nuovi stimoli, economici e fiscali, prima di pensare a risanare i debiti.

G20 TorontoLo stesso FMI, al recente G20 di Toronto, ha sentenziato che, senza un programma di investimenti a lungo termine, e senza crediti freschi, sarà difficile immaginare una ripresa dell’economia. Prospettando una perdita di 4mila miliardi di dollari di Pil in 5 anni e altri 30 milioni di disoccupati. Ma gli stati, e le banche, saranno ancora in grado di portare questo tipo di aiuto? O andranno incontro al collasso? Usare la stessa soluzione di sempre, cioè immettere denaro all’infinito nel ciclo economico, salverà il sistema, o lo porterà a sprofondare del tutto?

Cerchiamo qualche altro indizio! Dalla Spagna è rimbalzata di recente la notizia del crack di Sacresa, uno dei principali gruppi immobiliari spagnoli, numero uno del settore in Catalogna. E non è il primo del genere a fallire. Sempre qui, nello stato iberico, sembra che le Cajas, le casse di risparmio spagnole, quelle che concedono prestiti per gli acquisti sugli immobili, stiano nascondendo perdite ingenti. Hanno prima finanziato la bolla immobiliare con prestiti che ora non riescono più ad esigere, e ne sono fallite anche di queste già diverse, costringendo lo stato ad intervenire per salvarle. Cambiando stato e soggetti, in Italia non ce la caviamo molto meglio, se al 31 maggio ben 150mila domande di sospensione del pagamento di debiti delle PMI (piccole e medie imprese) sono state accolte, per un valore vicino ai 60 miliardi di euro, grazie alla moratoria lanciata da governo e banche. Inoltre, secondo Bankitalia, il debito pubblico ha raggiunto ad Aprile il livello piu’ alto di sempre: 1.812,790 miliardi di euro.

Naoto KanCambiando continente, il premier del Giappone, Naoto Kan, ci dice che il paese del Sol Levante rischia di trovarsi nelle condizioni della Grecia, se non risanerà il proprio debito, arrivato a dimensioni più che preoccupanti. Ma torniamo per un attimo indietro, agli USA: qui il nuovo anno per gli stati federali si è aperto con un deficit complessivo di 89miliardi di dollari. Già in un numero passato avevamo detto della California, vicina al fallimento, o di problemi di qualche città, come Chicago. Bè, adesso sono molti gli stati a mettere in guardia che, senza aiuti, saranno costretti a tagliare servizi e dipendenti pubblici! Può bastare? Adesso come la mettiamo?

Torniamo al punto di partenza. Se è vero che servono aiuti economici alla ripresa, è vero anche che il sistema affoga nel debito, pubblico e privato, e che anche questo debito alla lunga rischia di sfociare in recessione. Pare essere un circolo vizioso, insomma, da cui sarà difficile uscire. Secondo alcuni analisti, le misure di austerità sono dannose perché deprimono l’economia, e la contrazione della spesa pubblica frena poi il gettito fiscale. Secondo altri, si deve continuare sulla strada indicata, nella scorsa puntata anche da noi, regolamentando i mercati, controllando la spesa, e se possibile fornendo solo aiuti mirati, perchè il debito alla lunga logora il tessuto economico, più che sostenerlo. Ci troviamo d’accordo. Altrimenti non rimarrebbe che pensare di riassorbire la produzione in eccesso indebitando ancor più le persone…o di vendere le isole, come si ipotizzava per la Grecia!

E se invece – torniamo sempre lì, alla fine – si cambiasse la visione economica, e quindi socio-politica, del mondo? Interrompendo la produzione infinita di prodotti consumistici che, appunto, ci fanno consumare anche il pianeta? Quel concetto, indicato nella nostra prima puntata, chiamato decrescita felice. Se ci spostassimo su un nuovo tipo di produzione, che dia nuova occupazione e cominci a risanarlo, il mondo, invece di distruggerlo? La tragedia del Golfo del Messico, il disastro ambientale più grande della storia, servirà come monito per questo?

Non lo so, scusate ma sono avvilito, e temo rimanga il sogno di un vecchio come me, perchè mi ritrovo, tra le mani, un foglietto con un appunto con quest’ultimo dato: nel decennio, la spesa militare globale è cresciuta del 49%, ed il PIL del mondo del 24%; nel 2009 è salita del 6%, e per il 2010 è attesa in aumento di un altro 5%, capitanata dagli USA, seguiti da Russia, India e Cina. Poi mi chiamano pessimista… Vi saluto così,con mestizia. E vi ricordo che potete trovare gli audio e i testi di tutte le puntate sempre qui, su Radio Pereira, nell’apposita sezione delle rubriche. Un saluto, in cerca di un mondo nuovo, di un uomo nuovo…

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19 agosto 2010

fonte:  http://www.radiopereira.it/2010/08/la-situazione-economica-mondiale-nel-2010.html

Le truppe americane lasciano l’Iraq; Hillary assume 7mila ‘mercenari’ (contractor)

Le truppe americane lasciano l’Iraq

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Il ritiro con 10 giorni d’anticipo. Finisce una guerra lunga 7 anni

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NEW YORK
Con oltre dieci giorni di anticipo
rispetto al calendario stilato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, la guerra in Iraq, durata circa sette anni e mezzo, è virtualmente finita. Circa cinquantamila militari Usa rimarranno ancora nel Paese, molti dei quali per oltre un anno, ma svolgeranno soprattutto mansioni di addestramento delle truppe irachene, come promesso dalla Casa Bianca.
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Secondo la Nbc, l’ultima brigata da combattimento ha superato durante la notte la frontiera che separa l’Iraq dal Kuwait, oltre sette anni dopo l’inizio della guerra, il 20 marzo 2003, che ha portato al rovesciamento del regime di Saddam Hussein. Una guerra, decisa dall’allora presidente Usa George W. Bush, convinto che Hussein possedesse armi di distruzione di massa (che non sono poi state mai trovate). Una guerra che ha portato a spaccature in Europa, visto che la Gran Bretagna ha combattuto al fianco degli Stati Uniti, mentre paesi come la Francia hanno guidato quello che si può definire un “fronte del no”.
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Bush aveva dichiarato la fine dei combattimenti in Iraq il primo maggio del 2003, in un famoso discorso, quello della Mission Accomplished a bordo della portaerei Lincoln, al largo di San Diego in California. In realtà i combattimenti sono durati molto più a lungo, con oltre 4mila morti militari americani e decine di migliaia di vittime irachene, e tensioni fortissime nel biennio 2006-07. Si è dovuto attendere il cosiddetto “surge” del generale americano David Petraeus, nel 2007, per iniziare a vedere una progressiva stabilizzazione della situazione nel paese.
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In base agli impegni presi da Obama, le truppe combattenti Usa in Iraq, che a un certo momento avevano raggiunto le 150mila unità circa, devono lasciare il paese entro la fine di agosto 2010. Dopo il 31 agosto resteranno in Iraq 50mila militari senza funzioni di combattimento ma solo con un ruolo di assistenza e di addestramento. Entro la fine del 2011, secondo l’accordo siglato tra Washington e Baghdad, l’insieme delle truppe americane sarà fuori dall’Iraq. Obama ha deciso il ritiro anche per rafforzare l’impegno americano in Afghanistan, l’altra guerra degli Stati Uniti in questi anni, dove i militari Usa e Nato sono attualmente 150mila circa. Secondo un giornalista della Nbc embedded (cioè che viaggia insieme a militari in Iraq) la brigata combattente che per ultima ha lasciato l’Iraq è la 4/a Stryker. Secondo la rete televisiva, «una volta tutti questi militari usciti dal paese, l’operazione Iraqi Freedom, quella da combattimento in Iraq, è terminata».
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Il portavoce del Dipartimento di Stato, Philip Crowley, parlando in diretta sulle immagini del passaggio della frontiera dell’ultimo blindato Usa, ha evocato un «momento storico», sottolineando comunque che l’impegno americano in Iraq resta fondamentale: «Non mettiamo fine al nostro impegno per l’Iraq, abbiamo ancora un importante lavoro da fare». Il conflitto iracheno, nel quale gli Stati Uniti hanno versato mille miliardi di dollari, «ha avuto dei costi enormi». «Abbiamo investito pesantemente in Iraq e dobbiamo fare tutto quello che ci è possibile per salvaguardare questo investimento e per garantire all’Iraq e ai Paesi vicini una situazione pacifica utile ai nostri interessi e ai loro», ha dichiarato ancora Crowley.
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Con una lettera datata 18 agosto, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama commenta la fine della missione di combattimento in Iraq: «Oggi, ho il piacere di annunciare che grazie a un servizio straordinario delle nostre truppe e dei nostri civili in Iraq, la nostra missione di combattimento si concluderà entro questo mese e che stiamo per ultimare un ritiro sostanziale delle nostre truppe».
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FOTOGALLERY (19/8/2010)
Iraq, da Saddam alla democrazia
7 anni di guerra

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19 agosto 2010
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Blitz su nave attivisti diretta a Gaza: soldati israeliani arrestati per furti a bordo

Blitz su nave attivisti diretta a Gaza: militari Israele arrestati per furti a bordo

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TEL AVIV (19 agosto) – Almeno quattro militari israeliani sono stati arrestati in questi giorni nell’ambito delle indagini sul furto di computer e telefonini di attivisti filo-palestinesi che erano a bordo della flottiglia attaccata il 31 maggio scorso mentre cercava di rompere il blocco della Striscia di Gaza. Un blitz finito nel sangue con l’uccisione di 9 attivisti turchi.

In manette sono finiti in particolare un tenente,
comandante di una delle unità dei reparti d’elite intervenuti nel cruento abbordaggio, accusato – rivela oggi il giornale Yediot Ahronot – dalla polizia militare israeliana di aver rubato fra 4 e 6 computer portatili, nonché un soldato – che lo avrebbe aiutato a piazzare parte del maltolto – e almeno altri due militari, coinvolti nell’acquisto della refurtiva.

I primi due sono in arresto, anche se le responsabilità del soldato (che secondo il suo legale avrebbe capito solo dopo la vendita d’aver avuto a che fare con materiale ricettato e che comunque ha raccontato tutto agli investigatori denunciando l’ufficiale) appaiono minori. Mentre gli altri sarebbero per ora in stato di fermo e sotto interrogatorio.

L’indagine comunque è ancora in corso e non si
escludono ulteriori sviluppi, ha riferito al giornale una fonte della procura militare. «L’inchiesta è appena agli inizi – ha detto la fonte -, ma se quello che sembra sarà provato si tratta di una vicenda imbarazzante e vergognosa. Questi soldati non comprendono il valore dell’uniforme che indossano».

Commenti improntati a sdegno e a preoccupazione per il proliferare di scandali nei ranghi delle Forze Armate sono riecheggiati intanto anche da parte di esponenti politici israeliani, soprattutto di opposizione. Accuse di furti a bordo della flottiglia erano state avanzate dai reduci fin dal loro rilascio. Un’attivista italiana aveva denunciato
anche l’uso della sua carta di credito avvenuto dopo che questa era stata confiscata con i suoi effetti personali dai militari.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=115339&sez=HOME_NELMONDO

Praticava aborti clandestini e gettava i feti nel water: medico arrestato nel Vicentino

Sequestrati ferri chirurgici e apparecchiature ecografiche

Praticava aborti clandestini e gettava i feti nel water: medico arrestato nel Vicentino

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L’uomo si faceva pagare fino a 1500 euro per ogni intervento. Poi visitava le donne nell’ospedale dove lavora

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MILANO – Si faceva pagare da 500 a 1500 euro per praticare ogni intervento. Poi, dopo aver praticato l’aborto clandestino alle proprie “pazienti”, gettava i feti nello scarico del water. Solo successivamente visitava le donne – a patto che fossero in regola con i documenti – nell’ospedale dove lavorava. Con queste accuse i carabinieri di Vicenza hanno arrestato Taylor Rowland Williamson, 49enne ginecologo originario della Sierra Leone impiegato all’Ospedale Civile di Arizignano (Vicenza). L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal giudice per le indagini preliminari Eloisa Pesenti su richiesta dei pm Paolo Pecori e Barbara De Munari che gli contestano i reati di interruzione volontaria della gravidanza in violazione della Legge 194/78, falso ideologico commesso da pubblico ufficiale e favoreggiamento della prostituzione.

PERQUSIZIONE – Secondo quanto riferito dai militari del Nucleo investigativo della Compagnia vicentina, nel corso di una perquisizione compiuta il 30 luglio scorso nell’abitazione del medico a Grumolo delle Abbadesse, dove dal 2006 venivano operate e ospitate le “pazienti”, sono stati sequestrati numerosi farmaci ginecologici, 21 compresse di “Cytotec” utilizzato come farmaco abortivo, materiale ecografico del reparto di ginecologia dell’ospedale di Arzignano, modelli prestampati in bianco con intestazione “Ospedale di Arzignano – Divisione di ostetricia ginecologia” per la richiesta di interruzione di gravidanza da parte del paziente o di ricovero, due apparecchiature ecografiche e numerosi ferri chirurgici e presidi ad uso ginecologico, oltre a una modica quantità di marijuana.

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Redazione online
19 agosto 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_agosto_19/aborti-clandestini-vicenza-arresto_0eaa71e4-ab7d-11df-94af-00144f02aabe.shtml

LA FONDAZIONE DI FINI: «Il berlusconismo è slogan e editti. Vergogna per non averlo capito prima»

L’affondo sul sito della fondazione di fini. Granata: A settembre una forza politica

«Il berlusconismo è slogan e editti
Vergogna per non averlo capito prima»

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FareFuturo: «Il berlusconismo è killeraggio. Proviamo senso di colpa che però non prevede il silenzio»

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La home page del sito di FareFuturo
La home page del sito di FareFuturo

MILANO – «Nessuno ci potrà più convincere che il berlusconismo non coincida con il dossieraggio e con i ricatti, con la menzogna che diventa strumento per attaccare l’avversario e distruggerlo». È questo l’affondo di FareFuturo. Il duro editoriale di Filippo Rossi, pubblicato sul sito della fondazione vicina a Gianfranco Fini, arriva all’indomani dell’appello a «non tradire il mandato elettorale» lanciato dal presidente del Consiglio ai «finiani moderati» e alla vigilia del vertice del Pdl. Rossi accusa il berlusconismo di nutrirsi «di propaganda stupida e intontita, di slogan, di signorsì e di canzoncine ebeti da spot pubblicitario».

«SENSO DI COLPA» – «Eravamo convinti – scrive il direttore del periodico – che fosse un semplice dibattito politico, il confronto tra due idee di centrodestra, e che tutto potesse scorrere nei canali della democrazia interna a un partito». Certezze in base alle quali, spiega la fondazione vicina al presidente della Camera, «abbiamo difeso per anni Berlusconi, sperando nella sua capacità di spiccare il volo e diventare un grande politico, uno statista». Per questo motivo, Rossi ammette: «Il pensiero corre ai sensi di colpa per non aver capito prima, per non aver saputo e voluto alzare la testa. E oggi che gli editti toccano da vicino, è fin troppo facile cambiare idea. Oggi ha ragione chi dice: perché non ci avete pensato prima? Non c’è una risposta c- prosegue l’editoriale – che non contempli un pizzico di vergogna. Un vergogna che, però, non prevede ora il silenzio, il ripetersi di un errore».

«QUESTIONE DI DEMOCRAZIA» – Per Farefuturo, dunque, la questione, non è più soltanto politica. «È una questione di civiltà. Di democrazia. E di libertà», si legge sul suo periodico online. «Questioni forse più grandi di noi – continua l’articolo – che impongono una scelta difficile. Intendiamoci, tutto questo poi non impedisce la “politica”, non impedisce di trovare accordi per governare il paese. Si parla d’altro. Si parla di qualcosa di più. Perchè quello che abbiamo visto in questi ultimi tempi, tra documenti di espulsione e attacchi sguaiati alle istituzioni che sembrano concepite come proprietà privata e non come bene pubblico, relazioni internazionali di dubbio gusto e killeraggi mediatici, per non parlare delle questioni etiche trasformate in propaganda di partito, ecco, tutto questo dimostra che c’è una distanza culturale prima di tutto. E che la scelta a questo punto – conclude Rossi – è se stare o meno dalla parte di una politica che si possa dire davvero laica e liberale». «L’editoriale di FareFuturo si commenta da se. Nelle stesse ore in cui alcuni esponenti finiani si dicevano protesi alla ricerca di un accordo, giunge questo intervento» è la replica del portavoce Pdl Daniele Capezzone . «Da una parte c’è chi, come il premier, ha agito, agisce e continuerà ad agire in modo responsabile, nell’interesse del Paese. Dall’altra c’è chi “contribuisce” – si fa per dire – alla discussione tenendo un fiammifero acceso in una mano e una tanica di benzina nell’altra».

«FINI ESPULSO» – È scontro intanto sull’appello di Berlusconi ai «finiani moderati». «Noi siamo leali con gli elettori, con Gianfranco Fini e con Silvio Berlusconi. Sinora a tradire, a strappare il patto con gli elettori sono stati quelli che hanno deciso di escludere Fini dal Pdl» è l’attacco del fianiano Adolfo Urso. Al quale ha prontamente replicato Jole Santelli. «Fini non è mai stato espulso da nulla». Il problema politico è – sostiene la deputata Pdl Santelli – di capire se gli aderenti a Fli vogliono o meno rispettare l’impegno con gli elettori: programma di governo e sostegno a Berlusconi come Presidente del Consiglio. Ha ragione Della Vedova: il resto sono chiacchiere».

NUOVA FORZA POLITICANel frattempo, il deputato Fli Fabio Granata annuncia: «A settembre costruiremo attorno a Gianfranco Fini il profilo di una forza politica modernissima ma intrisa di Memoria Storica. Culturalmente consapevole ma popolare. Una forza in grado di progetti lungimiranti all’altezza del modello Italiano». «Le categorie politiche del ‘900 basate sulla contrapposizione radicale di destra e sinistra – scrive Granata sul prossimo numero de Gli Altri – hanno esaurito la loro funzione. Siamo in una fase di trasformazioni e passaggi. Si tratta di porre le basi di un progetto ambizioso che sappia affrontare la sfida della modernità senza rifugiarsi nel passato delle radici, guardando al futuro che certo è vitale solo se è consapevole della propria storia». Sul suo blog, inoltre, Granata invita il presidente del Consiglio a mettere «definitivamente da parte scudi, lodi e leggi ad personam: vada, invece – è la richiesta – a difendere davanti ai giudici il suo onore e la sua sacrosanta volontà di rivendicazione della sua trasparenza».

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Redazione online
19 agosto 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_agosto_19/farefuturo-berlusconi-editti-vergogna_b4548626-ab8b-11df-94af-00144f02aabe.shtml