Archivio | agosto 22, 2010

Fiat, i tre operai licenziati di Melfi: “Domani ci presenteremo al lavoro”

Fiat, i tre operai licenziati di Melfi
“Domani ci presenteremo al lavoro”

Reintegrati dal giudice, i tre dipendenti hanno ricevuto un telegramma con il quale l’azienda chiede loro di non tornare in fabbrica. “Noi non siamo parassiti, vogliamo il nostro posto di lavoro”

Fiat, i tre operai licenziati di Melfi "Domani ci presenteremo al lavoro" I tre operai licenziati dallo stabilimento Fiat di Melfi

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ROMA – Nonostante l'”ingiunzione” dell’azienda, i tre operai di Melfi licenziati dalla Fiat 1 e reintegrati dal giudice del lavoro 2, ai quali ieri è giunto per telegramma l’invito a non presentarsi sul posto di lavoro 3, domani torneranno in fabbrica. “Ci presenteremo al nostro posto di lavoro”, ha detto Giovanni Barozzino ai microfoni di SkyTg24 parlando anche a nome degli altri due lavoratori, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli.

“Lo ha ordinato il giudice con un decreto. Se per l’azienda il decreto è carta straccia, se ne assume le responsabilità”, ha aggiunto l’operaio. “Noi non siamo parassiti, vogliamo il nostro posto di lavoro. Cosa significa vi paghiamo lo stipendio? Io la mattina mi voglio alzare e voglio sentirmi un uomo con la mia dignità, i miei diritti e i miei doveri”, ha detto ancora Barozzino. E ha avvertito: se non dovessero farci entrare “chiameremo le forze dell’ordine”.

Nel telegramma inviato ieri ai tre il Lingotto ha fatto sapere che “non intende avvalersi delle loro prestazioni” pur rispettando gli obblighi contrattuali nei loro confronti, fino al 6 ottobre, data della prima udienza in cui sarà discusso il ricorso dell’azienda contro la decisione del giudice del lavoro che ha reintegrato i tre dipendenti, due dei quali sono delegati Fiom.

Secondo il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, “il telegramma inviato dalla Fiat ai tre lavoratori dello stabilimento di Melfi è un atto autoritario affrettato, sbagliato e in evidente contrasto con le leggi del nostro Paese”. “Ci auguriamo – ha aggiunto – un atto di saggezza e di responsabilità da parte della Fiat che consenta ai tre lavoratori di rientrare in fabbrica domani così come, del resto, il 18 agosto ci aveva comunicato di voler fare”.

La Fiom ha inviato all’azienda una lettera di diffida in cui “si fa riferimento all’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori che reprime la condotta antisindacale del datore di lavoro e in cui si ricorda che se non ottempera al decreto del giudice del lavoro ricade in quanto previsto nell’articolo 650 codice penale”. Per domani alle 12 il sindacato dei metalmeccanici Cgil ha organizzato un presidio  davanti alla fabbrica, anche per “informare i lavoratori”. “Chiederemo che i tre entrino come da ordinanza del giudice che è un giudice della Repubblica italiana. Marchionne non può pensare che le leggi dello Stato siano rispettate solo per fare profitto, ma devono essere rispettate anche quando di mezzo ci sono i lavoratori”, ha spiegato il segretario dell’organizzazione della Basilicata Emanuele Di Nicola.

“La Fiat sbaglia a non reintegrare i tre lavoratori di Melfi. Rischia di essere la faccia opposta della Fiom”, ha detto il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. “I lavoratori – ha proseguito il leader di uno dei sindacati che ha sottoscritto il controverso accordo per Pomigliano – possono sbagliare, ma anche la Fiat sbaglia a rincorrere le provocazioni della Fiom e più lo fa, più dà forza alle provocazioni. Sbaglia a non reintegrare. Spero che si ravveda”.

Sulla stessa lunghezza d’onda
Rocco Palombella, segretario generale della Uilm: “La Fiat, con il non rispetto del decreto del giudice, anziché stemperare, continua ad appesantire il clima che si era già determinato nei mesi scorsi. E anche l’ulteriore decisione della Fiom di ricorrere alle forze dell’ordine per tornare in fabbrica crea un clima non distensivo”.

Nel suo intervento al meeting di Comunione e liberazione a Rimini, Bonanni  ha anche chiesto all’ad di Fiat Sergio Marchionne “una risposta chiara” sulla possibilità di introdurre forme di partecipazione dei lavoratori “se non con il possesso di azioni, almeno nell’indirizzo e controllo, per poter avere accesso ai dati dell’azienda, poter dire cosa va bene e cosa no, e su questo avere poteri”. E ha sottolineato che “altrimenti il progetto Fabbrica Italia (la newco creata dal Lingotto per Pomigliano, ndr) partirebbe con basi non troppo forti”. Serve “più potere delle persone, più coinvolgimento delle persone”, ha detto il numero uno della Cisl. Elementi necessari, ha aggiunto tornando a far riferimento alla Fiom, pur senza mai nominarla, anche per contrastare “la cultura di chi dice che non va bene nulla”.

Anche l’opposizione auspica un ripensamento dell’azienda torinese. “Come Partito Democratico”,  ha detto Cesare Damiano, capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera, “riteniamo giusto l’appello di quanti chiedono alla Fiat il rientro in fabbrica, come disposto dal magistrato, dei tre lavoratori di Melfi. Questo non intralcia l’iter giudiziario in corso e rappresenterebbe un importante gesto di normalizzazione di una situazione che corre il rischio di diventare incandescente”.

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22 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2010/08/22/news/fiat-6431770/?rss

Coppie gay, i Valdesi con il triangolo rosa

Coppie gay, i Valdesi con il triangolo rosa

Coppie gay, i Valdesi con il triangolo rosaGuarda la gallery

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La cerimonia di apertura del Sinodo delle chiese valdesi e metodiste, inaugurato oggi a Torre Pellice, Torino. Il corteo ha visto pastori e laici indossare un triangolo rosa, simbolo con il quale venivano identificate le persone omosessuali internate nei campi nazisti. “Un’iniziativa – hanno spiegato – per denunciare l’indifferenza e l’arretratezza del nostro Paese rispetto al riconoscimento dei diritti civili delle persone omosessuali, nonchè gli atti di omofobia”. Tra coloro che hanno sfilato con il triangolo rosa la pastora Letizia Tomassone che ha poi tenuto il sermone dell’inaugurazione e Michel Charbonnier che è stato consacrato oggi con l’antica confessione di fede del 1655. Quello delle coppie omosessuali sarà uno dei temi all’ordine del giorno del Sinodo, in particolare per quel che riguarda benedizione e matrimonio che per le religioni protestanti non è un sacramento. Hanno partecipato al culto numerosi ospiti italiani e stranieri, rappresentanti di diverse chiese evangeliche e organismi ecumenici dell’Europa, degli Usa e dell’Africa. Presente anche il vescovo di Pinerolo, mons. Piergiorgio Debernardi, membro della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della Cei – L’articolo di VERA SCHIAVAZZI

Nella foto: La pastora Letizia Tomassone indossa il triangolo rosa

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22 agosto 2010

fonte:  http://torino.repubblica.it/cronaca/2010/08/22/foto/valdesi_unioni_gay-6437629/1/?rss

IL PENSIERO DI ELENA – Fantapolitica. Maanche no

pubblicata da Elena Pasionaria Gaetti il giorno domenica 22 agosto 2010 alle ore 23.00

Fantapolitica. Maanche no

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Questa volta non ho voglia di meditarci troppo. Sono depressa ed incupita, e francamente mettermi ad elucubrare aumenterebbe il mio “feeling blue”. Quindi, beccatevela come mi viene.

E’ da un po’ che dico che a me di sapere chi sarà il futuro leader della sinistra… ussignur, sinistra… be’, siccome mettersi d’accordo pare cosa troppo impervia senza ricominciare con definizioni/critiche/anatemi e quant’altro, decidiamo per un “neutro” (ma nulla è ormai neutro) coalizione democratica, dove gli antidemocratici per antonomasia sono i berlusconiani ed i leghisti. Sì, solo loro, anche se personalmente ci aggiungerei tranquillamente l’UDC di Cuffaro… ma vabbè.

Dunque. Berlusconi si sta rendendo conto che se non vuole rischiare un ribaltone o ricompatta i suoi (difficile) oppure torna urgentemente al voto, mentre i democratici sono ancora lì a decidere chi c’è e chi no. Allora a questo punto vediamo di darci una mossa e uscire con una trovata geniale che salvi l’Italia – e se non salva gli attuali leader di partito, be’, poco male. Quasi per tutti.

Si fa un gran parlare di candidati, nessuno o quasi s’è posto il problema del programma. E forse un motivo c’è, l’ho capito anche io alla fine… ed è proprio nel fatto che se torniamo a votare a breve, non c’è programma che tenga. Lasciamo perdere le ondivagazioni del PD, che deciderà con chi andare all’ultimo (se la sua base non si infuria, dopo essersi impegnata in un porta-a-porta che frutterà loro pochi, temo e/o spero, consensi) e se appena riesce privilegerà l’UDC alla sinistra. Lasciamo perdere tutto.

In gioco, se andiamo al voto a breve come minaccia il cavaliere, c’è la salvaguardia della democrazia italiana. Non esagero: se lo lasciamo vincere, sarà presidente della repubblica plenipotenziario. E’ quello che vuole e non l’ha mai nascosto.

Allora, che vi aspettate? Un bel – ennesimo – “tappiamoci il naso e votiamo, chessò, Vendola”? Non ci contate… non ha senso. In tempi così ristretti non si può umanamente mettere insieme un programma credibile, e soprattutto non ci crederanno gli elettori di sinistra che non sono andati a votare le ultime tornate. E farebbero bene, visti anche i risultati deludenti del programma Prodi… e probabilmente questa volta non ci cascherei più nemmeno io, che pure sono coriacea.

No, l’idea che mi frulla in testa è al tempo stesso molto più facile e molto più… irrealizzabile.

Siamo tutti d’accordo che il nemico principale dell’Italia attuale è il berlusconismo unito al leghismo ed alla mafia (i cui  interessi, chissà com’è, spesso coincidono)?

Bene, allora concentriamoci. Scegliamoci un candidato credibile, una bella persona, uno che lo guardi e ti fidi… e che chiunque provi a rifiutare si ponga automaticamente in odor di collusione con il nemico.

Di nomi ce ne sono tanti… basta scegliere.

Che dovrebbe fare costui/costei? Una cosa molto semplice, non fosse che siamo in Italia: porsi a garante del fatto che, se la coalizione democratica viene eletta, in parlamento si discuterà di legge elettorale, di stato sociale minimo e di conflitto di interessi (se mi son dimenticata di qualcosa di molto serio, ditemelo: è l’età…).

Dopodiché, fatto questo, torneremo a votare. Con la coscienza più leggera dall’esserci liberati di Berlusconi e Bossi e compagnia cantante… non solo in senso metaforico. E con la certezza che, allora sì, la destra potrà tornare a fare la destra (mica fan tutti schifo… vi ricordo i liberali dei tempi dei fratelli Rosselli o di Gobetti), il centro farà il centro e la sinistra – finalmente! – tornerà a fare, dire ed essere sinistra.

E’ poco? No… sarebbe già tanto.

Poi si potrà parlare di programmi, senza dover mediare la conservazione dei posti di lavoro con la tutela dell’ambiente, i diritti delle coppie “diverse” (ma diverse da chi?) con i diritti del culto, la scienza con la dottrina e tutte queste quisquilie che, secondo me, scompaiono davanti all’enormità di avere un presidente della repubblica mafioso e massone.

Dubbi? Parliamone. Ma non facciamoci prendere di sorpresa…

Aggià, i nomi. Non necessariamente politici, anzi, preferibilmente fuori dalla politica istituzionale che sennò ci impantaniamo subito in una serie di veti incrociati. Ce ne sono, se solo ci sforziamo un attimo. Serve solo che ci presti la sua faccia onesta. E credibile.

Per esempio, Roberto Saviano (e lo so che non gli sto facendo un favore…)

Voglio discutere con tutti voi… ovviamente gli insulti gratuiti non sono i benvenuti… ma se vi va fate girare questa idea e vediamo cosa ne esce… tutto è meglio che star qui ad aspettare la catastrofe annunciata!

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fonte:  http://www.facebook.com/note.php?note_id=431538918745&comments&ref=notif&notif_t=note_comment

Il partigiano Giorgio

Il partigiano Giorgio

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di Roberto Saviano

Ha combattuto con il fucile durante la Resistenza. E con l’inchiostro sui giornali. Ma sempre per la libertà. L’omaggio dello scrittore Roberto Saviano al giornalista per i suoi novant’anni

(19 agosto 2010)

Giorgio Bocca Giorgio Bocca
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Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati… Quelli che parlavano erano due piemontesi e discutevano delle radici profonde del male meridionale, loro lo avevano capito e l’analisi che si scambiavano come un testimone che l’uno affidava all’altro non era disprezzo colonialista verso un popolo schiavo che non aveva la forza di riscattare i suoi diritti. No, il loro era amore per il Sud, da italiani che sapevano di essere parte di quella stessa terra così lontana dai portici delle città sabaude, costruiti per proteggere da un clima europeo che il sole della Sicilia e della Campania non sa immaginare: un amore che andava oltre il senso del dovere o della professione e che per questo si trasformava in denuncia, nella metodica, sistematica analisi di quanto il male fosse profondo nella vita della gente che non sapeva, non voleva, non poteva ribellarsi.
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Quel colloquio tra Carlo Alberto Dalla Chiesa e Giorgio Bocca è stato importante per me e per quelli della mia generazione che hanno sempre chiesto di capire. Noi che abbiamo cominciato a fare domande dopo la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per riscoprire così il sacrificio del carabiniere diventato prefetto che aveva rinunciato alle scorte e alle blindate per essere parte della vita di Palermo, l’altra capitale del Sud, e si era imposto di cominciare la sua missione proprio dalle scuole, dal consegnare ai giovani meridionali la speranza in un futuro di legalità.
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Noi volevamo capire perché senza capire non si può cambiare; capire anche a costo di specchiarsi nell’orrore di una realtà che non poteva più restare nascosta dietro slogan logori e paesaggi da soap: guardarsi in faccia, scoprire il proprio volto a costo di rendersi conto di quanto fosse brutto.

Questo è quello che Giorgio Bocca mi ha insegnato, a raccontare senza avere scrupoli né sentirmi un traditore. Lo hanno accusato di essere razzista, antimeridionale, di odiare il Sud. Sono le stesse cose che hanno detto di me, contro di me, “il rinnegato”. Ci hanno dato degli “avvoltoi” che si arricchiscono con il dolore altrui. Bocca invece ha fatto dell’essere “antitaliano” una virtù, il metodo per non arrendersi a luoghi comuni. Da lui ho capito che non bisognava mai lasciarsi ferire, né abbassare gli occhi: gli insulti sono spinte ad andare oltre, a entrare più in profondità nei problemi. La mia strada per l’inferno l’ha indicata lui, “Gomorra” si è nutrito della sua lezione: guardare le cose in faccia, respirarle, sbatterci contro fino a farsele entrare dentro e poi scrivere senza reticenze, smussature, compiacenze.

Bocca lo ha sempre fatto, da fuoriclasse, lo continua a fare oggi a novant’anni con la curiosità e la tenacia di un ventenne; sempre pronto a mettersi in discussione come quel ragazzo che nel 1943 salì in montagna superando il suo passato e scegliendo il suo futuro.

E quando lui e Dalla Chiesa parlavano di un popolo da liberare lo facevano con l’anima dei partigiani, di chi aveva combattuto lo stesso nemico in nome dello stesso popolo. Avevano rischiato la vita e ucciso anche per consegnare un domani diverso a chi accettava passivamente la dittatura fascista e la dominazione nazitedesca; sono stati partigiani anche per chi non aveva il coraggio, la forza, la volontà, la possibilità o la capacità di lottare per i propri diritti. La loro vittoria è stata la Costituzione, quel documento vivo che dovrebbe essere il pilastro della nostra democrazia, un monumento di libertà troppo spesso ignorato o bollato di vecchiaia. No, è un testo modernissimo, come ancora oggi lo sono gli interventi di Giorgio Bocca. Essere partigiano prima con il fucile e poi per altri 65 anni con l’inchiostro significa avere la misura della libertà, saperla riconoscere ovunque.

A sud di Roma è difficile ascoltare racconti partigiani. La guerra di liberazione è stata più a nord e anche questo ha contribuito a non risvegliare coscienze già rassegnate. Napoli con le sue quattro giornate è stata una fiammata d’eroismo, l’unica metropoli europea a cacciare i tedeschi, ma la sua levata d’orgoglio è bruciata in meno di una settimana. Sembrava quasi che ad animare i napoletani diventati guerriglieri ci fosse lo stesso sentimento del tassista che Bocca descrive nell’incipit del suo “Napoli siamo Noi”: “Lui che è più intelligente del forestiero. La maledetta presunzione individualista per la quale un napoletano è pronto a dannarsi”.

Dopo, la rivolta della dignità in armi ha lasciato spazio all’umanità prostituta di Curzio Malaparte. Scriveva Bocca in quei mesi dell’autunno 2006 quando ancora una volta Napoli tornava a essere sinonimo di abisso criminale: “Una grande città può accettare un’occupazione delinquenziale? La risposta è sì: la grande città che dovrebbe ribellarsi all’occupazione è purtroppo composta da troppi cittadini impigliati nei vizi della camorra. Napoli dovrebbe ribellarsi contro se stessa e questo francamente è impensabile. In definitiva noi crediamo che almeno per ora la criminalità abbia vinto. Napoli ha toccato il fondo”. Il Sud non ha speranze?
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Da solo, difficilmente può farcela, ma senza il Sud non c’è più l’Italia. I partigiani lo avevano capito, Dalla Chiesa lo aveva capito, Bocca continua a ripeterlo. E nel titolo del suo libro c’è la chiave per decifrarne il significato: “Napoli siamo noi, il dramma di una città nell’indifferenza dell’Italia”. Lui non è antimeridionale, non è razzista ma da italiano dimostra un amore vero per questa terra devastata.
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Per Bocca la guerra di liberazione era stata battaglia per salvare anche l’unità, contro i tedeschi, i francesi gaullisti e i comunisti titini; contro i “moti separatisti siciliani e calabresi, di Portella della Ginestra e di Caulonia, ci fu una spontanea offerta partigiana di riprendere le armi a difesa dell’unità nazionale. Il vento del Nord, come fu chiamata la presenza partigiana nei primi governi di Parri e di De Gasperi, guardasigilli il comunista Togliatti, fu chiaramente unitario e risorgimentale. Sentimento condiviso dagli italiani che si strinsero attorno a quei padri fondatori della Repubblica”.
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Oggi anche lui guarda con sospetto alla chiamata federalista: sa che le mafie non chiedono altro e non soltanto al Sud. Perché lui, quello che chiamano “razzista piemontese”, quello che tra i primi ha saputo scorgere le istanze positive della Lega, non si fa scrupolo nel dire il male che vede al Nord, i frutti malati di quella colonizzazione criminale che ha trovato terreno fertile sulle due sponde del Po grazie anche alla distrazione spesso complice degli amministratori leghisti: “La presenza della criminalità organizzata, per sua storia e natura antistatale, è qualcosa di visibile, di onnipresente, di impudente. Ci sono ristoranti, mercati, club, sezione di partito, amministrazioni della Padania equamente divise fra la novità politica della Lega anti-unitaria e le cosche mafiose che di patria conoscono solo quella della rapina e delle consorterie criminali”. Eccolo Bocca, in quello che parlando dei suoi maestri definì : “Lo stesso modo di vedere il mondo, senza retorica ma senza rassegnazione”. Vedere il mondo a testa alta, la sua lezione, che mi accompagnerà sempre.

© 2010 Roberto Saviano Agenzia Santachiara

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Abbraccio gay, il carabiniere li caccia

Abbraccio gay, il carabiniere li caccia

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Il caso in un bar di Viareggio. La denuncia dell’Arcigay: “Grave episodio di omofobia. L’Arma ci dia spiegazioni”

(20 agosto 2010)

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«Io e Fabio eravamo al bar a fare colazione, ci siamo abbracciati e un carabiniere in divisa è intervenuto. Urlando ci ha invitati ad andarcene via, dicendo che quello era un posto dove vengono i bambini e non un posto per gay. Gli abbiamo chiesto cosa stessimo facendo di male e lui ha ripetuto, a voce ancora più alta, di andarcene via. Non ci siamo nemmeno baciati. Era solo un abbraccio fra due amici».

La denuncia di Mirco Vigni,
22 anni, ha fatto in poche ore il giro di Viareggio. Dove questa mattina, verso le 5.30, al bar da Cusimano in via San Francesco stava facendo colazione assieme a un amico dopo avere lavorato tutta la notte al Priscilla Caffè, un locale gay della vicina Torre del Lago. Il solito cappuccino per sgranchirsi dopo la nottata al bancone, come tante altre volte. Mirco era in compagnia di Fabio, un amico che lavora in un’altra famosa discoteca della Versilia.

«Fabio stava seduto al tavolo e io ero in piedi alle sue spalle. L’ho abbracciato. Siamo solo amici. Nel bar c’erano quattro carabinieri in divisa, seduti qualche tavolo più in là». Uno dei quattro ha parlato a voce alta, rivolto verso il bancone. Nel bar c’erano almeno una quindicina di persone a quell’ora. «Ha detto – prosegue Mirco – riferendosi a noi, che queste cose dovevamo andare a farle da qualche altra parte, perché quello era un luogo pubblico. E che si riempiva di bambini. Io ho chiesto se l’avrebbe detto anche a un ragazzo che abbracciava una ragazza e il carabiniere, a voce ancora più alta, ha ripetuto che ce ne dovevamo andare».

A questo punto Mirco ha raccolto telefonino e portafogli e si è avvicinato al bancone. «Conosco il titolare di vista, gli ho chiesto il conto e gli ho detto che avrebbe fatto meglio a intervenire visto che i carabinieri non ci avevano contestato nulla formalmente, ma stavano mandando via un cliente. E quella, in fondo, era casa sua. Abbiamo subito una discriminazione incredibile e pensare che io e Fabio non siamo nemmeno fidanzati. Siamo due amici. Ci vogliamo bene e ci siamo scambiati un semplice abbraccio».

Fuori dal bar, la solidarietà di una ragazza che ha assistito alla scena. Mentre Fabio piangeva terrorizzato. «Mi ripeteva che voleva andarsene, era spaventato». Immediata la segnalazione all’Arcigay che ha condannato l’episodio e intende chiedere spiegazioni all’Arma dei carabinieri. Nel pomeriggio il presidente nazionale dell’associazione, Paolo Patanè, ha tenuto una conferenza stampa su quello che definisce «un caso grave di omofobia a fronte di un avanzamento del dialogo con le forze dell’ordine che è un fatto importantissimo», spiega a L’espresso.

«Ancora un volta in Italia siamo di fronte a un problema di omofobia profonda che c’è nel Paese. Una problematica diffusa da parte delle forze dell’ordine, che danno un’interpretazione e un giudizio moralistici di fronte all’affettività e alla presunzione di omosessualità. Qui siamo di fronte a due amici che si abbracciano, è gravissimo ciò che è avvenuto. E’ un problema di formazione che va affrontato una volta per tutte. Altrimenti chi indossa la divisa lede un diritto fondamentale dei cittadini che invece dovrebbe difendere: essere se stessi».

L’irresistibile discesa di Piero Sansonetti

L’irresistibile discesa di Piero Sansonetti

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I “Magnifici 3”. Da sinistra, Franco Giordano, “Obama Bianco”, Piero Sansonetti

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È di questi giorni la notizia che Piero Sansonetti, ex direttore di Liberazione ai tempi in cui nel PRC comandavano Bertinotti e l’”Obama bianco” Nichi Vendola, andrà a dirigere il quotidiano Calabria Ora.

La carriera di Sansonetti ha degli aspetti decisamente divertenti, ma pone anche degli interrogativi seri su come un personaggio del genere abbia potuto dirigere il quotidiano del maggior partito della sinistra italiana.

Nel 1990 Sansonetti arriva a L’Unità, dove sarà vicedirettore e poi condirettore. E gli anni Novanta per L’Unità sono stati quelli della crisi di vendite che ha portato, nel 2000, alla chiusura del giornale.

Gennaro Carotenuto ricorda che “Quando morì Diana Spencer riuscì a disgustare tutti e ad accelerare il percorso verso il fallimento titolando ‘Scusaci principessa’ e dedicando una dozzina di pagine a quello che considerava l’evento del secolo”.

Passato a Liberazione, si sente investito di una missione singolare: quella di sostenere posizioni di destra dalle pagine di un quotidiano di sinistra.

I redattori di Liberazione raccontano di aver avuto difficoltà a riportare le difficoltà giudiziarie dei vari esponenti di Forza Italia, e in particolare di Dell’Utri: il direttore si opponeva sistematicamente a posizioni troppo ostili, bollandole come “giustizialismo”.

Ma la polemica più accesa scoppia a fine maggio 2007, quando sul quotidiano di Rifondazione compaiono alcuni articoli di tale Angela Nocioni contro Cuba, che offendono e sbeffeggiano il padre di Fabio Di Celmo, vittima di un attentato avvenuto nel 1997, e le famiglie dei cinque agenti dell’antiterrorismo cubano ingiustamente detenuti negli Stati Uniti.

A sinistra c’è un’ondata di indignazione ma Sansonetti, difeso dall’area “innovatrice” del partito Bertinotti-Vendola,  prosegue imperterrito sulla strada dell’esibizionismo e dell’anticomunismo.

Nel febbraio 2008 si fa intervistare da Il Secolo d’Italia facendo una sviolinata a Gianfranco Fini e al sindacato di destra UGL: (“esprime posizioni originali e culturalmente interessanti”).

Liberazione ormai è un giornale allo sbando in cui nessuno si riconosce più: passa da 10mila copie, con punte di 13mila, a 4mila.

Nel frattempo arriva la batosta della Sinistra Arcobaleno. Rifondazione rimane senza parlamentari e senza i relativi finanziamenti pubblici. Le perdite generate dalla gestione di Liberazione sono ormai insostenibili e imporrebbero un deciso cambio di rotta, ma nonostante i risultati fallimentari Sansonetti rimane al suo posto. I bertinottiani ad ogni tentativo di rimuoverlo gridano al colpo di stato e strepitano contro lo “stalinismo”.

Sansonetti si scatena: nel maggio 2008 chiede la grazia per Anna Maria Franzoni, la donna condannata per il delitto di Cogne, uno dei tormentoni di Bruno Vespa.

Nell’estate del 2008 difende a spada tratta la ministra Carfagna dopo l’intervento di Sabina Guzzanti al No Cav day, che definisce “fascistoide e barbaro”.

Nel novembre 2008 dedica paginate entusiaste alla vittoria di Vladimir Luxuria nel reality L’Isola dei Famosi. Titoli imbarazzanti come “Grazie Simona Ventura”.

In televisione e alla radio è onnipresente: un personaggio che si dichiara di sinistra ma dà sempre ragione alla destra non può mancare in nessun talk show, soprattutto in quelli più faziosi. Le comparsate a “Porta a Porta”, “La vita in Diretta” e “Zapping” si sprecano e si concludono sempre con figuracce epocali.

Alla fine del 2008 finalmente viene cacciato da Liberazione e sostituito da Dino Greco.

Collabora con Il Riformista, altro giornale inutile che campa di contributi pubblici: costa al contribuente quattro euro di tasse per ognuna delle duemila copie che vende.

Nel maggio 2009 Sansonetti ha di nuovo un giornale tutto suo. Apre L’altro, distribuito dalla Mondadori di Berlusconi in 80 città.

“Faremo riferimento a Sinistra e libertà ma senza esserne l’organo ufficiale”, dice il direttore.

A “Porta a Porta” c’è un simpatico siparietto con Berlusconi in persona: “Ma io non temo questo giornale perchè stimo davvero il direttore che so non si presta a operazioni che siano men che lecite”  dice Silvio. “Questo non lo deve temere” assicura Sansonetti.

Infatti alla prima occasione (caso “Noemi”) Sansonetti dimostra la sua amicizia al cavaliere: «Abbasso Santoro, viva le veline» titola L’altro, in linea con i quotidiani di famiglia, denunciando il  «linciaggio pubblico» di Annozero nei confronti della favorita del Cavaliere, Noemi Letizia.

Quando si tratta di difendere gli amici di Berlusconi Sansonetti non si risparmia: anche il direttore del TG1 Minzolini secondo lui è vittima di un linciaggio.

Non si è dimenticato neanche di Fini: “è l’uomo politico che ha detto le cose più interessanti degli ultimi tempi” dichiara.

Ma L’Altro si caratterizza soprattutto per l’ampio spazio che dedica all’estrema destra neofascista: nel giugno 2009 alcune realtà della sinistra romana denunciano: “Un’intervista a Iannone, capo dei “fascisti del terzo millennio” di Casapound, senza contraddittorio alcuno, quasi un volantino di propaganda, in cui si bercia contro l’antifascismo; il racconto dell’incendio di Casapound Bologna, con tanto di eroica descrizione del federale locale ‘personaggio interessante e controverso’: definizione perlomeno curiosa per chi, neanche due anni fa, è finito in carcere con l’accusa di associazione a delinquere con l’aggravante razzista per una quindicina di pestaggi.

Ma non c’e’ da stupirsi se su L’Altro a scrivere tutto ciò è Ugo Maria Tassinari, studioso della destra radicale che partecipa e promuove però le iniziative dei neofascisti stessi. Oppure se ad occuparsi di futurismo è Miro Renzaglia, animatore della galassia culturale della destra radicale e firma di NoReporter, sito d’informazione gestito da Gabriele Adinolfi, ex Terza Posizione, che ogni anno non manca di ricordare con un articolo il compleanno di Adolf Hitler. Sono questi gli steccati da superare?”

Se è per questo ce ne sono anche altri di steccati da superare: in agosto L’altro titola: “Il nucleare? Basta fanatismi, non è il demonio.

sansonetti

Il 28 settembre 2009 due redattori esasperati scrivono una lettera aperta: “Ci vergogniamo, è dura ammetterlo, ma è così. Doveva essere per noi un’avventura nuova, appassionante e a tratti lo è stata. Ma ora ci vergogniamo di essere nella redazione de L’Altro. (…) 2 pagine “simpatetiche” dedicate agli sproloqui del fascista Iannone, l’unico articolo sulla Resistenza (ad esclusione dei “numeri zero”) affidato a un’ intervista a Giampaolo Pansa autore di quel ‘memorabile lavoro storico e storiografico’ che è Il sangue dei vinti, un articolo del sempre simpatetico Tassinari sulle aggressioni a Casa Pound, un interessantissimo contributo di Renzaglia sul futurismo fino ad arrivare agli ultimi interventi. (…) Una campagna continua contro tutto e tutti che dà la misura della supponenza con cui in cinque mesi abbiamo dato vita a un giornale gossipparo e provinciale”.

Nell’ottobre 2009 è costretto a cambiare nome a seguito di una causa e diventa Gli altri, ma anche al plurale i risultati in termini di vendite sono gli stessi di sempre: due mesi dopo passa da quotidiano a settimanale. Sansonetti conferma il suo impegno per aiutare la sinistra “a liberarsi delle scorie del passato e a misurarsi con i temi giganteschi che la modernità ci propone”.

Continua a tessere gli elogi di Berlusconi, stavolta sulla questione delle intercettazioni: “Secondo me, il consiglio dei ministri non ha fatto una cattiva legge”.

La polemica più accesa scoppia nel maggio scorso, quando con altri “innovatori” dell’area bertinottiana e del PD firma un appello per la libertà di manifestare di Casa Pound e tratta da squadrista chi si oppone: “C’è una sinistra da legge Scelba”, scrive, fingendo di dimenticarsi che la ricostituzione del partito fascista è vietata dalla Costituzione e non dalla legge Scelba. Contestato dovunque va, piagnucola titolando: “La sinistra squadrista che mi cerca”. Definisce il suo “un giornale di sinistra che – dichiaratamente – si misura con l’impresa dell’uscita dal comunismo”.

In questi giorni, come dicevamo all’inizio, va a dirigere Calabria Ora. Ed è interessate quanto scrive Il Manifesto sull’operazione: “Il giornale è nel caos dopo l’addio al vetriolo del vecchio direttore. Paolo Pollichieni si è dimesso meno di una settimana fa con un editoriale-denuncia contro la proprietà. Guarda caso, il 20 luglio Pollichieni aveva pubblicato alcuni articoli su presunti incontri tra il governatore del Pdl Giuseppe Scopelliti e alcuni boss delle cosche calabresi. Con lui se ne se sono andati due cronisti di punta minacciati dalle cosche, il caporedattore centrale e due vice, due capiservizio e il responsabile delle cronache politiche. In pratica tutta l’ossatura del giornale, che da allora è in stato di agitazione con il cdr sul piede di guerra.

Al centro delle polemiche le pressioni continue sulla fattura del giornale dei due editori, Pietro Citrigno e Fausto Aquino, imprenditori ex Psi molto «trasversali» nelle amicizie politiche. Citrigno, in passato vicino a Nicola Adamo (Pd), ha interessi nell’edilizia e nella sanità privata convenzionata, è stato condannato in secondo grado per usura a 4 anni e 8 mesi. Aquino invece ha un profilo più «istituzionale»: è vicepresidente nazionale Piccola Industria di Confindustria, è nella giunta di Confindustria Calabria, ha interessi nel petrolio (è il distributore Agip in regione) ed è stato più volte candidato nelle liste di Lamberto Dini”.

Sansonetti troverà certamente altri steccati da superare. Intanto però (ma non è che porta male?) il progetto degli editori di Calabria Ora di rilevare anche la testata storica Paese Sera viene frustrato dai giudici che non gli concedono la possibilità di utilizzarne il nome.

Una cosa è certa: Sansonetti continuerà a divertirci come ha fatto finora.

Per Senza Soste, Nello Gradirà

fonte: http://www.senzasoste.it/nazionale/l-irresistibile-discesa-di-piero-sansonetti

Al nostro paese, che non attraversa di certo un momento entusiasmante, qualche eroe farebbe bene

Al nostro paese, che non attraversa di certo un momento entusiasmante, qualche eroe farebbe bene

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di Marco Lodoli

Roberto Saviano (Foto Ansa)
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“Sfortunato il paese che ha bisogno di eroi” si ripete, citando Bertold Brecht, ma mi sembra una di quelle frasi belle da dirsi ma in realtà assai poco vere, un po’ come “caro agli dei chi muore giovane”: andrebbe per lo meno ascoltato il parere del morto. E così ho l’impressione che al nostro paese, che non attraversa di certo un momento entusiasmante, qualche eroe farebbe bene, non tanto per trasformare le cose a colpi di spavalderia e sprezzo del pericolo, ma per fornire a tutti quanti, ma soprattutto ai ragazzi, qualche modello diverso, più nobile, più generoso.
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In quest’ultimo mese Roberto Saviano è stato attaccato da tutte le parti, da destra e sinistra, da sopra e sotto: ci sono dei miserabili che sostengono che Saviano “s’è arricchito” con le sue denunce, che ha speculato sui guai della sue terra e altre nefandezze del genere; e c’è chi se la prende con questo trentenne eroico, che s’è rovinato la vita per sempre, che non può più avere neppure una casa sua, una fidanzata, quattro amici, perché è diventato un’icona. Ecco il punto. In qualche modo Saviano sarebbe riconducibile alla società dello spettacolo, al teatrino che tutti i giorni mostra le sue maschere a noi, popolo bue, capace solo di applaudire.
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Sono sassate feroci che arrivano proprio dai campi a sinistra di Saviano. Paradossalmente si contesta la sua visibilità, il faro sempre acceso, il personaggio. Questi criticoni dovrebbero passare due ore in una delle tante scuole delle periferie italiane. Ascolterebbero lodi sperticate a Corona, peana spudorati per Lapo, dichiarazioni d’amore per questo o quel calciatore semianalfabeta ma “tanto fico, tanto bono”. Si apprezzano bicipidi, tatuaggi, fidanzate di gomma, occhiali da sole e abbronzature, soldi e sfacciataggini: si ammirano dei pupazzi gonfi e deprimenti.
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E allora, io dico, se Roberto Saviano che a venticinque anni indagava in totale solitudine sulle malefatte dei Casalesi e scriveva le sue storie, e le pubblicava su una rivista on line, se uno come lui che ha deciso di rischiare la pelle per accusare dei banditi che tengono in ginocchio intere zone d’Italia, se Saviano diventasse un punto di riferimento, un modello di comportamento civile e intellettuale, se la sua fiducia nelle parole che dicono la verità e schiacciano la menzogna divenisse la fiducia di tanta gente, di tanti ragazzi, sarebbe forse una catastrofe?
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A me sembra che sarebbe bellissimo. Il nostro paese ha un bisogno disperato di giovani come Saviano, e se qualcuno avesse la sua faccia attaccata sul muro della stanzetta accanto ai poster dei cantanti preferiti, evviva!
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Progetto Napoli – Benetton è il principale finanziatore della Lega: “Boicottiamolo”

Progetto Napoli – Benetton è il principale finanziatore della Lega: “Boicottiamolo”

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NAPOLI.16/07/2010. Le associazioni del Progetto Napoli hanno reso noto di aver avviato una serie di iniziative contro la multinazionale Benetton che sarebbe tra i principali finanziatori privati della Lega Nord Padania.

La coalizione, costituita da Cambiamo Napoli, Insieme per la rinascita, Insorgenza civile e Partito del Sud, ha scelto come prima azione una campagna di sensibilizzazione dei consumatori mediate la distribuzione massiva di volantini che invitano al boicottaggio della multinazionale.

Tutti i meridionalisti si sono ritrovati della medesima opinione quando, durante l’incontro del 13 Luglio, è stato evidenziato come la multinazionale con sede in Veneto, che solo in Campania conta più di trenta rivenditori ed inoltre gestisce la Tangenziale di Napoli, abbia a cuore il Carroccio tanto da essere uno dei suoi principali finanziatori. Dunque due ottimi motivi per indicare la Benetton come il nemico in casa da contrastare. “Gli amici della Lega sono nostri nemici, restino confinati nel Settentrione” così viene sintetizzata in una nota la decisione; appare chiaro che i meridionali cominciano a prendere coscienza di chi nonostante è a loro ostile continua subdolamente a drenare denaro da Sud a Nord.

Come se questo non bastasse tale operazione viene legittimata da quelli che saranno gli effetti del federalismo fiscale tanto osannato dai leghisti che prevederà il versamento dei contributi direttamente alla regione in cui è registrata la sede legale aziendale, il Veneto nel caso Benetton. Parallelamente al boicottaggio sarà promosso l’acquisto dei prodotti delle aziende meridionali con altri volantini del progetto compra Sud.

Prossimi aggiornamenti su: http://www.meridionalismo.it/

Allegato il volantino:

fonte: http://www.meridionalismo.it/?p=109#comment-36

A Report gli affari della Benetton in Argentina e lo sfruttamento della Nigeria

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pubblicato: domenica 07 giugno 2009 da Luca Landoni

Come sempre Report brilla per originalità, e anche quando ha le ali tarpate dal silenzio elettorale riesce a proporre inchieste di spessore e fuori dai canoni. In questo caso voleremo oltreoceano per assistere alle rivendicazioni degli indios sull’enorme distesa di terreno acquistata dalla Benetton in Argentina (il 10% dell’intera Patagonia). Poi si parlerà di Nigeria e infine del terremoto abruzzese.

Il titolo della puntata è La Ricaduta.

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“Report” ha inoltre preso in esame la concentrazione delle proprietà terriere per l’allevamento di pecore da lana nella pampa argentina. In Argentina – dicono gli autori – enormi estensioni di terra sono state comprate dalla Benetton: quasi un milione di ettari di territorio, pari al 10 per cento dell’intera Patagonia una volta abitata dagli Indios che ora vogliono indietro il loro territorio. Al loro posto allevamenti di pecore che forniscono lana pregiata mentre le comunità originarie di indios Mapuche sono state escluse sempre di più, confinate in riserve e relegate ad attività economiche di pura sussistenza. La famiglia indio Curinanco ha denunciato questa situazione rioccupando un piccolo fazzoletto di terra all’interno delle proprietà della famiglia di Ponzano Veneto, rivendicando i propri diritti ancestrali e avviando una causa legale contro l’esproprio dei terreni agli indios e l’economia del latifondo.”

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fonte (da cui è stata riportata solo la parte relativa a Benetton): http://www.polisblog.it/post/4741/a-report-gli-affari-della-benetton-in-argentina-e-lo-sfruttamento-della-nigeria

Che andremo a dire porta a porta per il PD?

Che andremo a dire porta a porta per il PD?

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D'alema.

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Dice che sarà la nostra grande forza perchè la maggioranza è finita.

Mentre riceviamo questi appelli, non manchiamo di essere stupiti dalle affermazioni dei finiani di  Fare Futuro:

”Berlusconi è solo slogan, editti e killeraggio.

Il berlusconismo: un mix di dossieraggio, ricatti, menzogna per distruggere l’avversario, propaganda stupida e intontita, slogan, signorsì e canzoncine ebeti.

Il pensiero corre agli eventi passati, all’editto contro Enzo Biagi, contro Daniele Luttazzi, contro Michele Santoro. Il pensiero corre ai sensi di colpa per non aver capito prima, per non aver saputo e voluto alzare la testa. E oggi che gli editti toccano da vicino, è fin troppo facile cambiare idea.

Oggi ha ragione chi dice: perché non ci avete pensato prima? non c’è una risposta che non contempli un pizzico di vergogna. Un vergogna che, però, non prevede ora il silenzio, il ripetersi di un errore. Oggi che gli editti toccano da vicino, è fin troppo facile cambiare idea e ha ragione chi dice: “perché non ci avete pensato prima?” Ammettiamolo, non c’è una risposta che non contempli un pizzico di vergogna. Un vergogna che, però, non prevede ora il silenzio, il ripetersi di un errore”.

Veramente notevole, non c’è che dire. E’ gente questa che guarda avanti e che vuole costruire qualcosa di nuovo.
E partono con una dura quanto spietata autocritica i finiani che, per quanto tardiva, appare comunque in anticipo rispetto ai tanti sedicenti “intellettuali di sinistra che da 16 anni tengono il sacco e fanno da palo al Cavaliere paraculeggiando con finta indipendenza, che è pure peggio del berlusconismo, perché non ci mette neppure la faccia.
E questo vale per tutti i dirigenti e le teste d’uovo del centrosinistra “riformista”, prima di tutto del PD, che hanno screditato il valore dell’antiberlusconismo come “demonizzazione” e “giustizialismo”, sacrificato sull’altare di un “dialogo” mai corrisposto e di “riforme condivise” mai viste e delle ospitate a Porta a Porta, gente che non ha mai voluto immaginare una destra diversa da quella abusiva e fuorilegge di Berlusconi, garantendogli così lunga vita.

Oggi che finalmente viene detto dai finiani quanto il re sia nudo dovrebbero vergognarsi gli appartenenti alla casta partitica del PD e chiedere finalmente scusa alla loro base che sbeffeggiano da anni con alterigia.
I finiani, con tutte le loro magagne, lo stanno facendo mentre Berlusconi è vivo e potente e con potenza li attacca a livello personale con i suoi media. D’Alema & C. invece aspettano il referto del medico legale.

«Spiegheremo agli italiani cosa sta veramente accadendo nel nostro Paese» ci dice Rosy Bindi invitandoci ad una mobilitazione porta a porta e chiedendoci se siamo pronti; certo che siamo pronti cara compagna/amica e lo siamo da anni, noi!
Ma che cos’è che dovremmo spiegare porta a porta, che i finiani hanno avuto il coraggio (finalmente) di dire quanto noi non ci azzardiamo nemmeno ancora a pensare?

fonte: http://www.andrez.cotti.biz/che-andremo-a-dire-porta-a-porta-per-il-pd-2317.html

Cuneo – Tanto per cambiare… le divise menano. Mentre a Udine…

Cuneo – Tanto per cambiare

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Riceviamo e diffondiamo questo volantino diffuso nel cuneese su un recente episodio di brutalità sbirresca

fonte: http://www.informa-azione.info/cuneo_tanto_per_cambiare

https://i1.wp.com/www.informa-azione.info/themes/infognazione/BG-Header.gif

Udine – Comunicato dal carcere di Tolmezzo

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Un altro pestaggio in carcere, questa volta a Tolmezzo (Udine), i secondini manganellano un ragazzo e  poi lo imbottiscono di  psicofarmaci.

Qui di seguito un comunicato di alcuni detenuti.

Tolmezzo 15/08/2010
Noi detenuti della casa circondariale di Tolmezzo abbiamo deciso di scrivere questa lettera dopo l’ennesimo pestaggio avvenuto nelle carceri italiane.
Dopo i casi di Marcello Lonzi a Livorno, di Stefano Cucchi a Roma e di Stefano Frapporti a Rovereto e di tanti, troppi altri in giro per la penisola, siamo costretti a vedere con i nostri occhi che la situazione carceraria in italia non è cambiata per niente.
Mentre da una parte ci si aspetta dai detenuti silenzio e sottomissione per una situazione inumana (quasi 70.000 prigionieri a fronte di nemmeno 45.000 posti, percorsi di reinserimento sociale pressochè inesistenti, scarsissima assistenza sanitaria, fatiscenza delle strutture ecc…) si ha dall’altra il solito trattamento vessatorio da parte del personale penitenziario, non giustificabile con la solita scusa sulla scarsità di uomini e mezzi.
Denunciamo quello che, ancora una volta, è successo venerdì 13 agosto proprio qui a Tolmezzo, dove un ragazzo, M.F., è stato picchiato con tanto di manganelli nella sezione infermeria.
Se come per altre volte i protagonisti dell’aggressione erano, tra gli altri, graduati ormai noti ai detenuti per le loro provocazioni, l’altra costante è  stata la completa assenza del comandante delle guardie e della direttrice dell’istituto.
La nostra situazione è fin troppo pesante per accettare la sottomissione fisica dopo quella psicologica.
Per noi tacere oggi potrebbe voler dire ricevere bastonate domani se non fare la fine dei vari Stefano o Marcello domani l’altro.
Noi non ci stiamo e con questa nostra ci rivolgiamo a chiunque nel cosidetto mondo libero voglia ascoltare, affinchè la nostra voce non cada morta all’interno di queste mura.

alcuni detenuti del carcere di Tolmezzo

fonte: http://www.informa-azione.info/udine_comunicato_dal_carcere_di_tolmezzo