Archivio | agosto 23, 2010

L’Udc contro Bossi: trafficante in banche. E i finiani: nuovo governo con i centristi

Il leader dell’Api: siamo all’opposizione e ci restiamo. Il Pd: «Mai stampella di Berlusconi»

L’Udc contro Bossi: trafficante in banche
E i finiani: nuovo governo con i centristi

Bocchino: «Maggioranza più ampia con Casini, Rutelli e i delusi del Pd». Ma Cicchitto: «Ipotesi da film»

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Fabrizio Cicchitto e Italo Bocchino insieme alla convention del Pdl dello scorso gennaio (Emblema)
Fabrizio Cicchitto e Italo Bocchino insieme alla convention del Pdl dello scorso gennaio (Emblema)

MILANO – La contromossa dei finiani al pressing berlusconiano è un allargamento a sorpresa della maggioranza. Presentata quasi come un assist al leader del Pdl: «A questo punto la partita per Berlusconi diventa veramente difficile. Se va alle urne rischia tutto e rischia molto, se sta fermo minacciando reazioni che non può fare rischia il logoramento nazionale e internazionale. L’unica strada che ha è appellarsi al Parlamento come gli ha consigliato Casini per varare un nuovo governo con un profilo alto e riformatore e una maggioranza più ampia, costruendo una nuova coalizione che comprenda i partiti di Fini, Casini e Rutelli e i moderati del Pd ormai delusi». Una proposta avanzata dal finiano Italo Bocchino dal sito di Generazione Italia.

LA «MISSION IMPOSSIBLE»«Sappiamo – aggiunge il capogruppo di Futuro e libertà – che per Berlusconi questa strada è quasi impossibile da intraprendere perché dovrebbe sostituire la logica della monarchia aziendale con quella della democrazia repubblicana, condividere scelte con logiche politiche e dar vita a un esecutivo fatto di ministri politici che darebbero un’altra fisionomia al governo che oggi è semplicemente un “!governo del Presidente”. Sappiamo che questa ipotesi gli fa accapponare la pelle, ma è l’unica che ha per sopravvivere alla crisi implosiva che ha aperto da solo», conclude Bocchino.

«IPOTESI DA FILM»La reazione del fronte berlusconiano non si è fatta attendere e, come prevedibile, è stata di totale chiusura. «Qua non è in ballo nè la monarchia aziendale nè la democrazia repubblicana – ha commentato il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto – , ma il mantenimento del patto fatto con gli elettori che nel 2008 votarono una precisa maggioranza della quale facevano parte anche i finiani di oggi. Questa ipotesi di una sorta di auto-ribaltone e di composizione e scomposizione di tutti gli schieramenti francamente sembra più un film che una seria ipotesi politica». Il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, ritiene invece che Bocchino «ha dimenticato che Berlusconi ha vinto, anzi stravinto le elezioni politiche del 2008» e pensa che al di fuori di questo concetto tutto il resto sono «chiacchiere, diversivi e fumisterie».

ANCHE RUTELLI DICE NO Ma lo sbarramento preventivo arriva anche da uno dei diretti interessati, il leader di Alleanza per l’Italia, Francesco Rutelli: «Noi siamo all’opposizione e lì rimarremo, ma lo faremo con uno spirito di impegno per il bene comune». Per Rutelli «tocca a chi ha vinto le elezioni assicurare la continuità della legislatura e del governo, e tocca alle opposizioni responsabili interessate al bene del Paese fare le proposte per il bene dell’Italia nella seconda parte della legislatura». «La Lega – ha detto ancora – ha una posizione molto arrogante: mi sembra stia dettando legge, e questo sta diventando un problema innanzitutto per il Pd».

«MAI DA STAMPELLA»E Filippo Penati, capo della segreteria politica del leader del Pd, Pier Luigi Bersani, fa notare che «le parole di Bocchino confermano che Berlusconi non è più in grado di governare. Il presidente del Consiglio ne prenda atto e si presenti alle Camere ed apra ufficialmente la crisi. Dopodichè si attenga al dettato Costituzionale rispettando le prerogative del capo dello Stato. Penati fa un riferimento indiretto anche ai «delusi del Pd» evocati da Bocchino: «Il Pd ha saputo essere unito nei momenti più difficili e ancor di più lo sarà di fronte alla fine del governo Berlusconi. Il nostro progetto è alternativo e nessuno di noi vuol rompere le righe, meno che mai fare da stampella a Berlusconi. Per Berlusconi si tratta di una sconfitta personale e di un modo distorto di interpretare il suo ruolo nelle istituzioni».

MA L’UDC ROMPE CON LA LEGA– La proposta-provocazione di Bocchino, che in parte ricalca il modello di un governo di larghe intese, appare in ogni caso di difficile realizzazione anche per i rapporti ormai del tutto compromessi tra Udc e Lega. Di fronte alle bordate di Bossi e dei suoi che hanno sparato a palle incatenate abbattendo l’ipotesi di un’alleanza con Casini, ‘lUdc reagisce con violenza: «Che Bossi, noto trafficante in banche e quote latte, insulti l’Udc – si legge in una polemica nota della segreteria nazionale del partito centrista – lo riteniamo molto utile per far capire agli italiani chi ostacola davvero i suoi progetti di occupazione del potere». «Si svegli – prosegue il comunicato – chi ha votato questa legge sul federalismo, che è solo uno spot per la Lega, e chi nel governo viene messo sempre più ai margini dal Carroccio».

LE FRASI DI BOSSI – Affermazioni che arrivano dopo le nuove accuse rivolte da Bossi a Casini. Il Senatùr, che ha dichiarato la sua ferma contrarietà a un rientro dei centristi nella maggioranza, aveva dichiarato che il leader Udc spera di trafficare, è un trafficone». «Se entra Casini – aveva affermato Umberto Bossi – è peggio che avere Fini».

GASPARRI – A cercare di smorzare le polemiche interviene intanto Maurizio Gasparri. «Ritengo che con l’Udc siamo destinati ad incontrarci – afferma in due interviste, al Quotidiano Nazionale e al Tempo il capogruppo Pdl al Senato. – In alcune regioni abbiamo vinto insieme e insieme governiamo anche diverse città del Centro-Sud. Credo che non si debba avere fretta in certe cose. Contano i contenuti. La Lega teme un freno su alcune riforme. Se ci fosse la possibilità di rendere compatibili gli obiettivi politici, il disegno andrebbe assolutamente perseguito».

«MARTINO NEL GOVERNO» – «In questi due anni, meriti e demeriti del governo, non c’è stato un momento in cui l’attività di governo abbia subito un pregiudizio da parte dei finiani – ha invece detto il finiano Benedetto Della Vedova -. Io avevo la fissa della cedolare secca e alla fine è stata attuata, anche se purtroppo il merito se lo prende troppo la Lega. Non c’è una cosa per cui il governo possa dire ‘non sono riuscito a fare questo per colpa dei finianì. Non c’è e non ci sarà. Il governo però ha un gravissimo ritardo rispetto al ministro dello Sviluppo Economico». E la persona più adatta per il delicato incarico sarebbe un uomo ormai non più vicino a Berlusconi, eppure ancora fedele al Pdl: « Adatto al ruolo, soprattutto per rilanciare le liberalizzazioni, sarebbe Antonio Martino, già ministro degli Esteri e della Difesa nei precedenti governi guidati da Silvio Berlusconi». Per Adolfo Urso invece, bisogna rivedere il procedimento disciplinare interno al Popolo della Libertà che a settembre dovrebbe portare davanti ai probiviro i finiani «ribelli» Bocchino, Granata e Briguglio. «Quella riunione – sostiene il viceministro – se si vuole ricomporre la situazione nel Pdl, deve essere annullata, così come la delibera sui gruppi autonomi a livello locale». Il rischio è arrivare al punto di non ritorno. «Finiscano il clima di aggressione e gli attacchi alle cariche istituzionali, contro il Quirinale e contro il presidente della Camera. Chi grida al voto è un irresponsabile, perchè il Paese ha bisogno di un governo che governi e faccia le riforme».

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Redazione online
23 agosto 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_agosto_23/udc-bossi-polemica_b971cb7a-aea4-11df-92e9-00144f02aabe.shtml

KURT VONNEGUT: L’UCCISIONE DI SACCO E VANZETTI

Kurt Vonnegut: l’uccisione di Sacco e Vanzetti

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Il 23 agosto 1927 venivano assassinati.

Quelli che già altre volte avevano ascoltato Kenneth Whistler lo pregarono di raccontare nuovamente di quando aveva organizzato le manifestazioni di protesta davanti alla prigione di Charlestown, per l’uccisione di Sacco e Vanzetti. Mi sembra strano, oggi, dover spiegare chi fossero Sacco e Vanzetti. Recentemente ho chiesto a Israel Edel, l’ex portiere notturno all’Arapahoe, cosa sapeva lui di Sacco e Vanzetti, e mi ha risposto senza esitazione che erano due giovani di buona famiglia che, a Chicago, avevano commesso un omicidio per provarne il brivido. Li aveva confusi, insomma, con Leopold e Loeb.

Perché dovrebbe sconvolgermi questo? Quand’ero giovane, ero convinto che la storia di Sacco e Vanzetti sarebbe stata raccontata tanto spesso quanto la storia di Gesù Cristo, suscitando altrettanta commozione. Non avevano forse diritto, i moderni – pensavo – a una Passione moderna come quella di Sacco e Vanzetti, che si concludeva sulla sedia elettrica?
Quanto agli ultimi giorni di Sacco e Vanzetti e al finale della loro Passione: come già sul Golgota, erano tre i condannati a morte dal potere statale. Stavolta, non uno su tre era innocente. Innocenti erano due, su tre.

Il colpevole era un famigerato ladro e assassino a nome Celestino Madeiros, condannato per un altro delitto. All’approssimarsi della fine, Madeiros confessò di esser lui l’autore degli omicidi per cui Sacco e Vanzetti erano stati condannati a morte.

Perché?

“Ho visto la moglie di Sacco venirlo a trovare coi figli, e mi hanno fatto pena, quei figlioli” disse.
Immaginate questa battuta pronunciata da un bravo attore in una moderna Sacra Rappresentazione.

Madeiros morì per primo. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.

Per secondo toccò a Sacco. Dei tre, era l’unico che avesse famiglia. L’attore chiamato a interpretarlo dovrà dar vita a un uomo molto intelligente che, non essendo ben padrone dell’inglese, né molto bravo a esprimersi, non poteva fidarsi di dire alcunché di complicato ai testimoni, mentre lo assicuravano alla sedia elettrica.

“Viva l’anarchia” disse. “Addio, moglie mia, figli miei, e tutti i miei amici” disse. “Buonasera, signori” disse poi. “Addio, mamma” disse. Era un calzolaio, costui. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.

Per ultimo toccò a Vanzetti. Si sedette da sé sulla sedia, dove già erano morti Madeiros e Sacco, prima che gliel’ordinassero. Cominciò a parlare ai testimoni prima che gli dicessero che era libero di farlo. Anche per lui l’inglese era la seconda lingua, ma ne era padrone.

Ascoltate:
“Desidero dirvi,” disse, “che sono innocente. Non ho commesso nessun delitto, ma qualche volta dei peccati, sì. Sono innocente di qualsiasi delitto, non solo di questo, ma di ogni delitto. Sono innocente”. Faceva il pescivendolo, al momento dell’arresto.
“Desidero perdonare alcune persone per quello che mi hanno fatto” disse. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.

La loro vicenda, di nuovo:
Sacco e Vanzetti non uccisero mai nessuno. Erano arrivati in America dall’Italia, senza conoscersi fra loro, nel Millenovecentootto. L’anno stesso in cui arrivarono i miei genitori.

Papà aveva diciannove anni. Mamma ventuno. Sacco ne aveva diciassette. Vanzetti venti. Gli industriali americani a quell’epoca avevano bisogno di molta manodopera a buon mercato e docile, per poter tenere basse le paghe.

Vanzetti dirà in seguito: “Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America”.

Papà e mamma mi raccontavano qualcosa di analogo. Anche loro ebbero la sensazione di essere dei poveri fessi che si erano dati tanto da fare solo per esser portati al macello.

I miei genitori furono subito reclutati da un agente delle Ferriere Cuyahoga di Cleveland. Costui aveva l’ordine di ingaggiare solo slavi biondi, mi disse una volta Mister MacCone, in base alla teoria di suo padre per cui i biondi avrebbero avuto la robustezza e l’ingegnosità meccanica dei tedeschi, ma temperata dalla docilità degli slavi. L’agente doveva scegliere sia degli operai sia dei domestici presentabili per le varie case dei MacCone. Perciò i miei genitori entrarono nella classe dei servi.

Sacco e Vanzetti non ebbero altrettanta fortuna. Non c’era nessun sensale cui fossero stati ordinati dei tipi come loro. “Dove potevo andare? Cosa potevo fare?” scrisse Vanzetti. “Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me.” Sicché lui e Sacco, ciascuno per suo conto, per non crepare di fame, dovettero cominciar subito a questuare in cattivo inglese un lavoro qualsiasi, a qualsiasi paga – andando di porta in porta.

Il tempo passava.
Sacco, che in Italia aveva fatto il calzolaio, trovò un posto in una fabbrica di calzature a Milford (Massachusetts), la cittadina in cui, guarda caso, era nata la madre di Mary Kathleen O’Looney. Sacco prese moglie e andò a stare in una casa con giardino. Ebbe un figlio, Dante, e una figlia, Ines. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Trovava anche il tempo per prendere parte a dimostrazioni indette da operai che chiedevano un salario più alto e condizioni di lavoro più umane e così via; per tali cause teneva discorsi e dava contributi in denaro. Fu arrestato, a causa di tali attività, nel Millenovecentosedici.

Vanzetti non aveva un mestiere e quindi lavorò qua e là: in trattorie, in una cava, in un’acciaieria, in una fabbrica di cordami. Era un avido lettore. Studiò Marx e Darwin e Victor Hugo e Gor’kij e Tolstoj e Zola e Dante. Questo aveva in comune con quelli di Harvard. Nel Millenovecentosedici guidò uno sciopero contro la fabbrica di cordami, ch’era la Plymouth Cordage Company, oggi consociata della RAMJAC. Era sulle liste nere dei datori di lavoro, sicché per sopravvivere si mise a fare il pescivendolo per conto proprio.

Fu nel Millenovecentosedici che Sacco e Vanzetti si conobbero bene. Si rese evidente a entrambi – pensando ognuno per proprio conto alla brutalità del padronato – che i campi di battaglia della Grande Guerra erano semplicemente altri luoghi di pericoloso e odioso lavoro, dove pochi sovrintendenti controllavano lo spreco di milioni di vite nella speranza di far soldi.

Era chiaro per loro, anche, che l’America sarebbe presto intervenuta. Non volevano esser costretti a lavorare in siffatte fabbriche in Europa, quindi si unirono a un gruppo di anarchici italoamericani che ripararono in Messico fino alla fine della guerra.

Gli anarchici sono persone che credono con tutto il loro cuore che i governi sono nemici dei loro stessi popoli.

Mi trovo ancor oggi a pensare che la storia di Sacco e Vanzetti possa entrare nelle ossa di future generazioni. Forse occorre solo raccontarla qualche altra volta. In ogni caso, la fuga in Messico verrà certo vista come un’ulteriore espressione di una sorta di sacro buon senso.

Sia come sia, Sacco e Vanzetti tornarono nel Massachusetts dopo la guerra, amici per la pelle. Il loro buon senso, sacro o no, basato su libri che quelli di Harvard leggono abitualmente senza cattivi effetti, era sempre apparso disdicevole al loro prossimo. Questo stesso prossimo – e quelli che volevano deciderne il destino senza incontrare tanta opposizione – presero a sentirsi atterriti da quel buon senso, specie quando a possederlo erano degli immigrati.

Il dipartimento di Giustizia compilò un elenco segreto di stranieri che non facevano mistero di quanto trovavano ingiusti e insinceri e ignoranti ed esosi tanti esponenti della cosiddetta Terra promessa. Sacco e Vanzetti erano inclusi in tale lista. Erano pedinati da spie del governo.

Incluso nella lista era anche un tipografo a nome Andrea Salsedo, amico di Vanzetti.

Costui fu arrestato a New York da agenti federali, senza specifiche accuse, e venne tenuto isolato per otto settimane. Il tre maggio del Millenovecentoventi Salsedo cadde o saltò o fu spinto da una finestra al quattordicesimo piano, dove avevano sede certi uffici del dipartimento di Giustizia.

Sacco e Vanzetti organizzarono un comizio per chiedere che fosse aperta un’inchiesta sull’arresto e sulla morte di Salsedo. Il comizio doveva tenersi il nove maggio a Brockton, nel Massachusetts, paese natale di Mary Kathleen O’Looney. Lei aveva sei anni, allora. Io, sette.
Sacco e Vanzetti vennero arrestati per attività sovversive prima che il comizio avesse luogo. Il loro reato era il possesso di volantini che annunciavano il comizio. Rischiavano una forte multa e fino a un anno di carcere.

Ma, ecco, d’un tratto, furono anche accusati di due omicidi rimasti irrisolti. Due guardie giurate erano state uccise durante una rapina a South Braintree (Massachusetts) circa un mese prima.
La pena per questo reato era, naturalmente, alquanto più dura: la morte indolore per entrambi sulla medesima sedia elettrica.

Vanzetti, per soprappiù, fu anche accusato di un tentativo di rapina a Bridgewater (Massachusetts). Processato, fu riconosciuto colpevole. Venne così tramutato, da pescivendolo, in notorio criminale, prima che Sacco e lui fossero processati per duplice omicidio.

Era colpevole, Vanzetti, di quel reato di rapina? Forse sì, ma non importava molto. Chi lo disse, che non importava molto? Il giudice che diresse il processo disse che non importava molto. Costui era Webster Thayer, rampollo di ottima famiglia del New England. E disse alla giuria: “Quest’uomo, benché potrebbe non aver effettivamente commesso il reato contestatogli, è tuttavia moralmente colpevole, poiché è un nemico giurato delle nostre vigenti Istituzioni”.
Parola d’onore: questa frase fu pronunciata da un giudice nell’aula di un tribunale americano. Traggo la citazione da un libro che ho sottomano: Labor’s Untold Story (Storia inedita del sindacalismo) di Richard O. Boyer e Herbert M. Morais (ed. United Front, San Francisco 1955).
E toccò poi a quello stesso giudice Thayer processare per omicidio Sacco e il noto criminale Vanzetti. Furono dichiarati colpevoli dopo un anno circa dal loro arresto; era il luglio del Millenovecentoventuno, e io avevo otto anni.

Quando alla fine salirono sulla sedia elettrica, io ne avevo quindici. Se udii qualcuno a Cleveland parlarne, l’ho dimenticato.

L’altro giorno in ascensore ho attaccato discorso con un fattorino della RAMJAC. Uno della mia età. Gli ho chiesto se ricordava niente di quell’esecuzione, avvenuta quando lui era ragazzo. Sì, mi rispose, aveva udito suo padre dire ch’era stufo marcio di sentire parlare di Sacco e Vanzetti, e che era contento che fosse finita.

Gli chiesi che cosa facesse suo padre, di mestiere.
“Era direttore di banca a Montpellier, nel Vermont” mi rispose. Il vecchio fattorino indossava un pastrano militare, residuato di guerra.

Al Capone, il famoso gangster di Chicago, trovava giusto che Sacco e Vanzetti venissero giustiziati. Anche lui era convinto che fossero nemici del modo di pensare americano sull’ America. L’indignava che fossero così ingrati verso l’America, quegli immigrati italiani.

Stando a Labor’s Untold Story, Capone disse: “Il bolscevismo bussa alla nostra porta… Dobbiamo tener i lavoratori lontani dall’ideologia rossa e dalle astuzie rosse”.

Il che mi ricorda una novella di Robert Fender, il mio amico galeotto. Vi si narra di un pianeta sul quale il crimine peggiore è l’ingratitudine. La gente viene condannata a morte, se ingrata. La condanna a morte viene eseguita, come in Cecoslovacchia, mediante defenestrazione. I condannati vengono buttati da un’alta finestra.

Il protagonista del racconto viene alla fine scaraventato giù da una finestra per ingratitudine. Le sue ultime parole, mentre precipita dal trentesimo piano, sono: “Grazie miiiiiiiiilllllllleeeeee!”.

Prima che Sacco e Vanzetti venissero giustiziati per ingratitudine nello stile del Massachusetts, però, grandi proteste si levarono in tutto il mondo. Il pescivendolo e il calzolaio erano divenuti celebrità planetarie.

“Mai ci saremmo aspettati, in vita nostra,” disse Vanzetti, “di poter compiere un tale lavoro in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione reciproca fra gli uomini, come ora vuole il caso che compiamo.”

Se da ciò si ricavasse una Passione teatrale moderna, gli attori chiamati a interpretare le autorità, i Ponzi Pilati, dovrebbero esprimere sdegno per le opinioni della massa. Ma sarebbero più in favore che contro la pena di morte, in questo caso.
E non si laverebbero le mani.

In effetti erano tanto fieri del loro operato che incaricarono un comitato – composto da tre fra i più saggi, rispettati, equanimi e imparziali individui del momento – di dire al mondo intero se giustizia sarebbe stata fatta.

Fu soltanto questa parte della storia di Sacco e Vanzetti che Kenneth Whistler volle raccontare, quella sera di tanto tempo fa, mentre Mary Kathleen e io l’ascoltavamo tenendoci per mano.

Si dilungò con molto sarcasmo sulle risonanti credenziali dei tre saggi.
Uno era Robert Grant, giudice in pensione, che conosceva le leggi a menadito e sapeva in che modo farle funzionare. Presidente del comitato era il rettore di Harvard, e sarebbe stato ancora rettore quando m’iscrissi io. Figurarsi. Si chiamava A. Lawrence Lowell. Il terzo che, secondo Kenneth Whistler, “s’intendeva molto di elettricità, se non di altro”, era Samuel W. Stratton, rettore del Politecnico del Massachusetts (MIT).

Mentre eran dietro a deliberare, ricevettero migliaia di telegrammi: alcuni in favore dell’esecuzione ma la maggior parte contro. Fra i mittenti c’erano Romain Rolland, George Bernard Shaw, Albert Einstein, John Galsworthy, Sinclair Lewis e H.G. Wells.

Il triunvirato dichiarò alla fine che, se Sacco e Vanzetti fossero stati messi a morte, giustizia sarebbe stata fatta.

Questo dice la saggezza degli uomini più saggi del momento. E sono indotto a chiedermi se la saggezza sia mai esistita e possa mai esistere. E se la saggezza fosse tanto impossibile in questo particolare universo quanto il moto perpetuo?

Chi è l’uomo più saggio della Bibbia, ancor più saggio, si suppone, del rettore di Harvard? Re Salomone, naturalmente. Due donne che si contendevano un bambino comparvero davanti a Salomone, chiedendo che applicasse la sua leggendaria saggezza al loro caso. Lui suggerì allora di tagliare in due il bambino.

E gli uomini più saggi del Massachusetts dissero che Sacco e Vanzetti dovevano morire.
Quando il loro parere fu reso noto, il mio eroe Kenneth Whistler guidava una manifestazione di protesta davanti al palazzo del governo di Boston. Pioveva.

“La natura si mostrava partecipe” disse, guardando proprio Mary Kathleen e me, seduti in prima fila. E rise.

Mary Kathleen e io non ridemmo con lui. Né rise alcun altro fra il pubblico. La sua risata risuonò agghiacciante. La natura se ne frega di quello che provano gli esseri umani e di quello che loro succede.

La manifestazione davanti al palazzo del governo di Boston durò ininterrotta per altri dieci giorni, fino alla sera dell’esecuzione. Quella sera lui guidò i dimostranti per le strade tortuose e oltre il fiume, fino a Charlestown, dov’era la prigione. Fra i dimostranti c’erano Edna Saint Vincent Millay e John Dos Passos e Heywood Broun.

C’erano polizia e Guardia nazionale ad attenderli. C’erano mitragliatrici, in cima alle mura del carcere, puntate contro la popolazione che chiedeva clemenza a Ponzio Pilato.

Kenneth Whistler aveva con sé un pacco pesante. Era un enorme striscione, arrotolato. Lo aveva fatto preparare quel mattino.

Le luci del carcere cominciarono ad abbassarsi.
Quando si furono abbassate nove volte, Whistler e un amico si precipitarono alla camera ardente dove i corpi di Sacco e Vanzetti sarebbero stati esposti. Lo stato non sapeva più che farsene, delle salme. Venivano restituite a parenti e amici.

Whistler disse che due catafalchi eran stati eretti nella camera ardente, in attesa delle bare. Allora Whistler e il suo amico dispiegarono lo striscione e l’appesero alla parete, sopra i catafalchi.
Su quello striscione erano dipinte le parole che l’uomo che aveva condannato Sacco e Vanzetti a morte, il giudice Webster Thayer, aveva detto a un amico poco dopo aver emesso la sentenza:

Hai visto che cosa gli ho fatto a quei due bastardi anarchici, l’altro giorno?

Fonte: Kurt Vonnegut, Pezzo di galera (tit. orig. Jailbird), 1979, edizione Feltrinelli (2004), traduzione di Pier Francesco Paolini dal sito Filiarmonici.

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fonte: http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=7956&catid=41&Itemid=68

Noam Chomsky: Gli echi del Vietnam nella guerra in Afghanistan

Noam Chomsky: gli echi del Vietnam nella guerra in Afghanistan

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The War Logs, un archivio di documenti militari classificati nei sei anni di guerra in Afghanistan, lanciato su Internet dall’organizzazione Wikileaks, narra dalla prospettiva degli Stati Uniti la tragica lotta, ogni giorno più cruenta. Per gli afghani si tratta di un crescente orrore.
Nonostante la loro validità, The War Logs possono contribuire ad alimentare la sfortunata convinzione che le guerre siano un errore solo se non vengono vinte, qualcosa di simile a ciò che provarono i nazisti dopo Stalingrado.

Il mese scorso abbiamo assistito al vergognoso ritiro del general Stanley A. McChrystal, sostituito al comando delle forze degli USA in Afghanistan dal suo superiore, il generale David H. Petraeus. Una probabile conseguenza di questa sostituzione dei vertici sarà una “allentamento” delle norme d’ingaggio, di modo che uccidere civili risulterà più facile, e un allungamento della durata della guerra nella misura in cui Petraeus utilizzerà la sua influenza sul Congresso per raggiungere questo obiettivo.

L’Afghanistan è la principale guerra in corso del presidente Obama. Lo scopo ufficiale è proteggerci da Al Qaeda, un’organizzazione virtuale senza basi specifiche, “una rete di reti” e una “resistenza senza leader”, così come la si definisce nella letteratura specializzata. Ora, molto più di prima, Al Qaeda è composta da fazioni relativamente indipendenti e con legami associativi deboli presenti in tutto il mondo. La CIA calcola che in Afghanistan possano essere presenti tra i 50 e i 100 attivisti di Al Qaeda, e non c’è niente che indichi che i talebani desiderino ripetere l’errore di offrire rifugio a Al Qaeda. A quanto sembra, i talebani sono ben radicati su un vasto e difficile territorio, una grande porzione dei territori pashtun.

A febbraio, durante la prima applicazione della nuova strategia (bellica) di Obama, i marines statunitensi conquistarono Marja, un distretto minore della provincia di Helmand, centro principale della resistenza. Una volta insediatisi, da quel che ci informa Richar A. Oppel Jr. del New York Times, “I marines si sono scontrati con una identità talebana così forte da sembrare un’organizzazione politica in un paese a partito unico, con una influenza che raggiunge tutti…”

“Dobbiamo riconsiderare la nostra definizione della parola nemico”, afferma il generale Larry Nicholson, comandante della brigata mobile dei marines nella provincia di Helmand. “Qui, la maggior parte della gente si identifica come talebana… Dobbiamo correggere la nostra maniera di pensare per non espellere i talebani da Marja, ma i veri nemici”.

I marines si stanno scontrando con un problema che ha minacciato da sempre tutti i conquistatori e che è molto familiare agli USA dal Vietnam in poi. Nel 1969 Douglas Pike, esperto del Governo USA in Vietnam, si lamentava che il nemico, il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), “era l’unico partito politico con un’adesione di massa nel Vietnam del Sud”.

Secondo l’ammissione di Pike, qualsiasi sforzo di competere politicamente con questo nemico sarebbe stato come affrontare un conflitto tra una sardina e una balena. Per questo motivo, si doveva sconfiggere la forza politica del FLN ricorrendo al nostro vantaggio comparativo, la violenza, con risultati terribili.

Altri si sono scontrati con problemi simili: per esempio, durante gli anni ottanta, i russi, in Afghanistan, quando vinsero tutte le battaglie però persero la guerra.

Bruce Cumings, storiografo specialista dell’Asia all’Università di Chicago, intervenendo su un altra invasione USA, quella del 1989 nelle Filippine, fece un’osservazione che può essere applicata oggi alla situazione afghana: “Quando un marinaio vede che la sua rotta è disastrosa cambia direzione, ma gli eserciti imperiali affondano i propri stivali nelle sabbie mobili e continuano a marciare, anche se in circolo, mentre i politici addobbano il libro di frasi sugli ideali statunitensi”.

Dopo la vittoria di Marja, ci si aspettava che le forze comandate dagli USA attaccassero l’importante città di Kandahar, dove, secondo un’indagine dell’esercito, l’operazione militare viene rifiutata dal 95% della popolazione locale e cinque di ogni sei abitanti considerano i talebani come “i nostri fratelli afgani”. Ancora una volta risuonano gli echi di una conquista precedente. I piani su Kandahar vennero rimandati, in parte proprio per l’esonero di McChristal.

In queste circostanze non è sorprendente che le autorità degli USA siano preoccupate perché l’appoggio popolare alla guerra in Afghanistan si corroda ancora di più. A maggio Wikileaks rese pubblica un’inchiesta della CIA su come mantenere l’appoggio dell’Europa alla guerra. Il sottotitolo diceva: “Perchè contare sull’apatia probabilmente non sarà sufficiente”. Secondo quest’inchiesta “Il basso profilo della missione in Afghanistan ha permesso al leader francese e tedesco di non ascoltare l’opposizione popolare e aumentare gradualmente il loro contributo alle Forze di Sostegno alla Sicurezza Internazionale” (ISAF).

“Berlino e Parigi rimangono al terzo e quarto posto per numero di soldati della ISAF, nonostante l’opposizione dell’80% degli intervistati tedeschi e francesi ad un ulteriore invio di truppe”. È necessario, di conseguenza, “dissimulare i messaggi” per “impedire, o almeno contenere, una reazione negativa”.

Questa inchiesta deve ricordarci che gli Stati hanno un nemico interno: la loro stessa popolazione, che deve essere controllata quando la politica statale trova un’opposizione tra il popolo. Le società democratiche non dipendono dalla forza ma dalla propaganda, manipolando il consenso attraverso “un’illusione necessaria” e una “extrasemplificazione emozionalmente potente”, per citare il filosofo preferito di Obama, Reinhold Niebuhr.

Per questo motivo la battaglia per controllare il nemico interno continua ad essere altamente pertinente. Di fatto, il futuro della guerra in Afganistan può dipendere da questa.

Fonte: http://blogs.publico.es/noam-chomsky/14/ecos-de-vietnam-en-la-guerra-de-afganistan/

traduzione da http://www.senzasoste.it

fonte: http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=7958&catid=45&Itemid=68

Gli ammortizzatori sociali? Un buon affare elettorale

Gli ammortizzatori sociali? Un buon affare elettorale

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di Fabio Sebastiani

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La Cassa integrazione guadagni non è né stabile né in “tendenziale diminuzione”. La Cig cresce. E i dati dell’Istat parlano chiaro. Con buona pace del ministro Maurizio Sacconi sempre attento a “celebrare” gli “zero virgola” nella diminuzione della disoccupazione come i grandi successi della sua azione “per liberare il lavoro” mentre quando c’è da commentare le “botte” a due cifre della cassa integrazione si limita a parlare di “lievi incrementi”. L’incremento delle richieste di cassa integrazione nel mese di luglio rispetto a giugno, è di quasi il 10% (9,8%).

Secondo l’Inps, è tutto attribuibile all’aumento di ore autorizzate per cassa integrazione straordinaria (cigs +26,3%). E questo, ovviamente, aumenta la pericolosità, perché mette in evidenza la “qualità” della crisi che sta attanagliando le imprese italiane. Le domande per cassa integrazione ordinaria (cigo) sono rimaste pressochè stabili rispetto a giugno (+1,6%), mentre le autorizzazioni per cassa integrazione in deroga (cigd) sono addirittura in leggera flessione rispetto al mese precedente (-3,4%). Questo è in parte spiegabile con il contesto stagionale.

In valore assoluto, nel mese di luglio su base annuale sono state autorizzate 113,7 milioni di ore di cassa integrazione con un aumento del 28,4% rispetto allo stesso mese dello scorso anno: nel dettaglio 27,7 milioni di ore di cigo (-48,6% rispetto al 2009), 52,4 milioni di ore per la cigs (+178,1%) e 33,6 milioni di ore di cigd (+113,8%). Secondo la Cgil, “la Cig cresce esponenzialmente e il 2010 sarà, a tutti gli effetti, l’anno record per la cassa integrazione». “A luglio, ricorda Fulvio Fammoni, della segreteria nazionale della Cgil, ancora una volta la cassa cresce del 28% sullo stesso mese dello scorso anno e di circa il 10% sul mese precedente”. Siamo oltre le 700 milioni di ore nei primi sette mesi dell’anno, ben più dell’anno precedente. Quanto alla differenza rispetto allo scorso anno, lo stesso Fammoni aggiunge che lo spostamento sulla “straordinaria” sta segnando la fase dell’anticamera dell’uscita dal lavoro. “Questa è la realtà che non ha bisogno di falso ottimismo ma di politiche di sviluppo che evitino lo scivolare di questa enorme platea di lavoratori verso la disoccupazione. Quello che – conclude – manca totalmente nella manovra e nelle politiche del governo”.

E’ chiaro che in una situazione come questa il Governo ha l’obbligo di continuare a finanziare, per la parte che gli spetta, gli ammortizzatori sociali anche oltre la scadenza del 2010. Con la crisi politica in atto sarà molto difficile che l’esecutivo si impegni in questa direzione in modo equanime. C’è da aspettarsi una sorta di “mercato delle vacche” in cui aiuti e incentivi prendono soltanto certe direzioni, ovvero verso i territori più promettenti da una punto di vista elettorale. Ovviamente, vince la partita chi sta sul rubinetto giusto. Da questo punto di vista i famosi fondi per i corsi di formazione, spacciati come ammortizzatori sociali, sono una vera e propria miniera d’oro per il Governo.

a cura della cooperativa editoriale LIBERAROMA

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[Leggi tutti i prezzi della crisi]

fonte: http://www.controlacrisi.org/joomla/ultimo-prezzo-della-crisi.html

Buffonate di ferragosto: Dell’Utri e Cosentino in visita alle carceri dei poveri detenuti

Buffonate di ferragosto: Dell’Utri e Cosentino in visita alle carceri dei poveri detenuti

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Ipocrisia umanitaria per chi cerca un distintivo di bontà. Ma non succederà nulla. Chi è dentro resta all’inferno e chi fuori spera in un altro indulto che lo aiuti a stare lontano dalla gattabuia. Mancano i soldi e il governo tace

di Pietro Ancona

Si è conclusa la kermesse degli Oligarchi Politici nelle carceri italiane. È durata tre giorni e pare abbia impegnato “centinaia” di parlamentari e loro disgraziati portaborse. Già da ieri gli Oligarchi sono nei panfili, gioielli veri e propri della cantieristica navale da diporto dotati di tanti confort e di tecnologie ultramoderne, a riprendere le doratissime vacanze. Parentesi: a bordo di uno di questi si trovava il Presidente del Senato quando si è avuta la scossa tellurica nelle Eolie. Il nostro carissimo Schifano si è premurato di recarsi con la “barca” a Lipari per “coordinare” i soccorsi. Immagino che sia già ritornato alle sue occupazioni vacanziere.

Ho letto tutti i resoconti giornalistici della visita dei nostri attempati boy scout capeggiati da Pannella con la consulenza speciale degli On.li Dell’Utri e Cosentino che si sono fatti coinvolgere in questa iniziativa “umanitaria” che testimonia della loro sensibilità sociale.

Si è trattato di una inutile pagliacciata con risvolti amari per i detenuti che si sentiranno abbandonati ancora di più al loro destino sempre più cupo. Le modalità e la pubblicità della visita non hanno fatto altro che acclarare quanto già sapevamo: che le carceri italiane stanno scoppiando perché restringono ventimila detenuti in più della loro capienza e che anche le condizioni delle guardie carcerarie non sono tra le migliori. Servono altri uomini. Dalla visita non è uscita nessuna altra notizia, nessuna novità.

Si presenteranno interrogazioni al Governo. Ma non cambierà niente dal momento che il governo non ha nessuna voglia di cambiare le cose. Peggio stanno i detenuti e più si sente in linea con la politica securitaria di odio per chi sbaglia che ha consentito alla destra di stravincere le elezioni. Anni di martellamento sul tema della sicurezza hanno prodotto una “cultura” ostile alla causa dei carcerati. Basta leggere i commenti che arrivano ai giornali o in internet. Il governo è riuscito a creare un clima nei confronti dei suoi prigionieri che va dall’odio razzista all’indifferenza.

Se sono in galera sono colpevoli. Debbono pagare! Niente è stato fatto dal Ministro Alfano in questi due anni e niente sarà fatto in futuro. Probabilmente si aspetta una crisi umanitaria per fare passare una amnistia, un indulto che saranno studiati accuratamente per  essere utili ai grandi criminali colletti bianchi. Un alleggerimento delle pene per tutti si farà soltanto se alcuni personaggi ne potranno fruire. Se non sarà così non se ne farà niente. Probabilmente questo spiega la presenza di Dell’Utri e Cosentino nel blitz ferragostano. I due si prenotano per possibili future “agevolazioni”.

Bastano alcune cifre per avere contezza della inciviltà della condizione dei carcerati italiani. Su quasi settantamila detenuti soltanto la metà sono stati condannati definitivamente. Quindicimila sono in attesa di primo giudizio. I detenuti stranieri sono 25 mila di cui sei mila in attesa del primo giudizio di condanna.

Le carceri sono discariche sociali dei poveri, oramai abbandonate a se stesse. Laddove c’è l’iniziativa di un bravo direttore che ha il coraggio di non stare dentro il rigore mortuario dei regolamenti ed assume una qualche iniziativa sportiva o teatrale i risultati sono entusiasmanti. Ma la condizione generale è quella che ha spinto al suicidio 40 disperati dall’inizio dell’anno.

La visita ferragostana dei parlamentari non fa emergere la verità della condizione reale delle carceri. Non c’è né tempo né spazio né opportunità per una informazione vera, per un bagno di verità. I detenuti e le guardie carcerarie parlano dentro lo schema prefabbricato della visita. Si parla sopratutto
delle condizioni igienico-sanitarie tra le più incivili d’Europa. C’è una semplificazione delle problematiche che vengono ricondotte a due temi: sovraffollamento e carenza di personale.

Ma che cosa c’è davvero dietro le sbarre non lo sappiamo e non lo sapremo mai da queste visite propagandistiche ed improduttive. Ci vuole un diverso esercizio della ispezione parlamentare che in Italia non viene esercitata. Le visite “ispettive” si fanno soltanto  a reclusi potenti nel pochissimo tempo che restano in carcere. Ho ancora davanti gli occhi l’indecente processione di onorevoli e alti papaveri alla cella di Sulmona di Ottaviano Del Turco. Lo sguardo di tutti costoro non si sono mai posati sui detenuti “ordinari” di un carcere famigerato per i suoi suicidi. Quasi un suicidio all’anno negli ultimi dieci anni. Salutato l’illustre recluso nessuno si è fermato un istante a parlare con qualcuno dei ristretti. In fretta, in fretta, via.

Le leggi fondamentali che hanno affollato le carceri italiane non saranno abrogate da questo governo. Si tratta della Fini-Giovanardi e delle leggi sulla sicurezza che hanno criminalizzato i sanspapiers. Quasi un terzo della popolazione carceraria è frutto di questi provvedimenti di ingiustizia, di odio di classe, di persecuzione securitaria. Una parte dei detenuti potrebbero essere sfollati attuando pene alternative. Ma potete scommetterci: la popolazione carceraria continuerà ad aumentare e soltanto un grave evento potrà portare all’unica misura che gli Oligarchi hanno in testa: l’amnistia o l’indulto.

E nessuno si azzarda a mettere mano ai regolamenti carcerari che permettono di trattenere a tempo indefinito persone che hanno già scontato la pena e graduano l’afflittività del carcere sulla base di classificazioni di stampo fascista.

fonte: http://domani.arcoiris.tv/buffonate-di-ferragosto-dell%E2%80%99utri-e-cosentino-in-visita-alle-carceri-dei-poveri-detenuti

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Pietro Ancona, sindacalista, ha partecipato alle lotte per il diritto ad assistenza a pensione di vecchi contadini senza risorse, in quanto vittime del caporalato e del lavoro nero. Segretario della CGIL di Agrigento, fu chiamato da Pio La Torre alla segreteria siciliana. Ha collaborato con Fernando Santi, ultimo grande sindacalista socialista. Restituì la tessera del PSI appena Craxi ne divenne segretario.

FULVIO SCAGLIONE: NO ALLO STRANIERO, SI AL SUO LAVORO

Fulvio Scaglione: non allo straniero, si al suo lavoro

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Al primo odore di elezioni anticipate, i politici italiani hanno ripreso ad agitare lo spauracchio degli immigrati. Prima il ministro La Russa (anche allo scopo di mettere in crisi un Gianfranco Fini di colpo giudicato “buonista”), poi il ministro Maroni, ansioso forse di non farsi sottrarre la palma dell’intransigenza dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Maroni si è spinto ad annunciare di voler chiedere all’Unione Europea “la possibilità di espellere anche cittadini comunitari”, aggiungendo (con rimpianto, sembrerebbe dal tono dell’intervista al Corriere della Sera) che “da noi molti sinti e rom hanno cittadinanza italiana. Loro hanno diritto a restare, non si può fare niente”.

Bene ha fatto, quindi, monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana, a puntualizzare attraverso la Radio Vaticana due concetti fondamentali: il primo è che “il Governo italiano non può autonomamente decidere in riferimento a una politica europea che invece stabilisce sostanzialmente il diritto di insediamento e di movimento”; e il secondo, non meno importante, è che “l’azione che avviene contro i rom oggi, non è un’azione di politica migratoria – non dimentichiamo che anche in Italia, l’80% dei rom è italiano – ma è una politica discriminatoria nei confronti di una popolazione che, sostanzialmente, non si è riusciti a gestire attraverso canali che sono soprattutto di tipo sociale”.

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La prontezza della politica nel servirsi della leva anti-straniero e anti-immigrato dice tutto della schizofrenia di questa nostra Italia. Perché i politici parlano in un modo (e magari i cittadini li votano) ma la realtà va esattamente in senso opposto. Nel 2009, in piena crisi occupazionale (526 mila italiani in più senza lavoro), gli occupati stranieri sono cresciuti di 147 mila unità. Mentre la Fondazione “Leone Moressa”, analizzando i dati Excelsior-Unioncamere, già ci dice che la tendenza proseguirà nel 2010: sono 181 mila i nuovi assunti stranieri previsti per l’anno in corso, pari al 22,6% di tutte le assunzioni previste. A far la parte del leone saranno le imprese sopra i 50 dipendenti, che cercano manodopera straniera da impiegare nei servizi alle persone (21,8%), lavoratori con esperienza nel settore (54,6%) e qualificati nel commercio e nei servizi (27%).

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In poche parole: non vogliamo gli stranieri, ma ci piace che il loro lavoro dia un contributo decisivo alla tenuta del nostro sistema produttivo e, di conseguenza, al benessere di tutto il Paese. Quando capiremo che le due cose non stanno insieme sarà sempre troppo tardi.

FONTE: Famiglia cristiana, 21 agosto 2010

fonte: http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=7951&catid=36&Itemid=68

PALERMO – Precario della scuola finisce in ospedale, è in sciopero della fame: “Sono già morto”

Precario della scuola finisce in ospedale
è in sciopero della fame: “Sono già morto”

Pietro Di Grusa, assieme ad alcuni colleghi, è in sit-in permanete davanti all’ex provveditorato per protestare contro i tagli del ministro Gelmini. Da una settimana non assume cibo né le medicine per la sua cardiopatia: “I medici dicono che devo riprendere ad alimentarmi e assumere i farmaci ma io sono già un uomo morto senza un lavoro”

Precario della scuola finisce in ospedale è in sciopero della fame: "Sono già morto" I precari della scuola davanti all’ex provveditorato

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E’ stato ricoverato in ospedale uno dei precari della scuola che da otto giorni sono in sciopero della fame davanti all’ex provveditorato agli studi di Palermo in via Praga. Si chiama Pietro Di Grusa ha 50 anni e da 25 è precario. Di Grusa, che è cardiopatico, da una settimana ha sospeso le medicine. Colto da malore, è stato portato all’ospedale di Villa Sofia dove è stato curato e poi dimesso.

“I medici dicono che devo riprendere ad alimentarmi e assumere i farmaci – ha raccontato – ma io sono già un uomo morto senza un lavoro. Andrò via da qui con una bara, se non risolvono la situazione”. Assieme ai suoi colleghi, Di Grusa protesta contro i tagli alla scuola del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Di Grusa è stato visitato dai medici dell’ospedale di Villa Sofia, che lo hanno alimentato forzatamente tramite flebo.

Nonostante sia precario da 25 anni, Di Grusa, come tanti altri precari, non ha raggiunto i requisiti per l’indennità di disoccupazione. “In questi mesi mi sono arrangiato come potevo – ha raccontato – Sono stato aiutato dalla Caritas che mi ha pagato le bollette e comprato cibo. Ho due figli, Nicolò di 25 anni e Marta di 20 anni, pago le tasse, voto, ma non ho alcuna tutela come cittadino”.

Di Grusa è in sciopero della fame assieme ad altri due precari: Giacomo Russo, assistente tecnico di 31 anni, e Salvo Altadonna, 35 anni, insegnante di sostegno con otto anni di precariato alle spalle, una moglie anche lei insegnante e precaria e una bimba di venti mesi.

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22 agosto 2010

fonte:  http://palermo.repubblica.it/cronaca/2010/08/22/news/precario_della_scuola_finisce_in_ospedale_in_sciopero_della_fame_sono_gi_morto-6436096/

GIUSTIZIA – Per salvare il Lodo 5 milioni di cause a rischio

Per salvare il Lodo 5 milioni di cause a rischio

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Così il Cavaliere vuol evitare il pagamento del risarcimento Mondadori. Finiani e opposizione in allerta per sventare il colpo di spugna sui 750 milioni

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di LIANA MILELLA

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Per salvare il Lodo 5 milioni di cause a rischio

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ROMA – Mandare al macero, o quantomeno compromettere pesantemente il corso, di 5 milioni di cause civili pendenti, pur di cambiare il destino dell’unica che gli interessa. La sua. Quella sul lodo Mondadori che, se venisse confermata la sentenza di primo grado del giudice Raimondo Mesiano, costerebbe alla Fininvest 750 milioni di euro da versare alla Cir di Carlo De Benedetti. Non si smentisce mai Silvio Berlusconi. Il metodo delle leggi ad personam e ad aziendam è sempre lo stesso. Storia lunghissima, Cirami, Cirielli, rogatorie, falso in bilancio, blocca processi, processo breve, lodo Schifani, lodo Alfano, già una norma per il caso fiscale della stessa Mondadori. Solo per citare le più note.

E le prime indiscrezioni sul suo progetto, annunciato venerdì a palazzo Grazioli durante la conferenza stampa post vertice, per “un piano straordinario per il rapido smaltimento delle cause civili pendenti”, svela subito il suo interesse recondito. Poiché per i processi civili non c’è amnistia che tenga, allora la strategia del colpo di spugna deve camminare per altre vie e ammantarsi di una fittizia regolarità. Ma i finiani all’interno della maggioranza, e le opposizioni, sono già in allerta, pronti a sventare il nuovo tentativo.

Dice il Cavaliere che i processi civili “sono talmente lenti e inefficienti da rappresentare un ostacolo insormontabile per chi voglia investire in Italia”. Che farne dunque? Toglierli di mezzo al più presto. Soprattutto se l’urgenza del caso specifico, la Mondadori in specie, va affrontata al più presto visto che il processo è già in secondo grado. Tant’è che il Guardasigilli Angelino Alfano ci aveva già provato a luglio, addirittura per decreto legge. Con il solito sistema di piazzare un emendamento del tutto estraneo per materia in un decreto già in dirittura d’arrivo e tale da dover essere convertito per assoluta necessità.

Niente di meglio che quello sulla manovra economica in cui, al Senato, il governo ha tentato di infilare una paginetta che riscriveva le regole per i processi civili pendenti. Due trucchi e il dibattimento si blocca: la sospensione di sei mesi e una nuova figura, quella dell’ausiliario del giudice, che a bocce ferme studia e propone una soluzione nel merito. Le parti possono accoglierla, l’ausiliario si becca un bel gruzzolo, la causa è finita. Oppure, se i contendenti non sono d’accordo, si va alla sentenza per le vie regolari, ma sul perdente pesa la minaccia di doversi accollare tutte le spese per aver rifiutato la “via breve”.

Chi, in questi ultimi giorni, è stato in contratto con Alfano e con Berlusconi conferma che il progetto è rimasto lo stesso. Prima la sospensione, articolata in due fasi, due-tre mesi per prendere la decisione se seguire oppure no la strada alternativa a quella tradizionale, poi altri sei mesi per permettere all’ausiliario di costruire una soluzione processuale. Poi la decisione delle parti e l’opzione tra l’assenso alla mediazione o il rifiuto con quello che, in quelle condizioni, può comportare economicamente il rischio del dibattimento tradizionale. A luglio, a fermare il governo, fu la levata di scudi dell’opposizione, Pd e Idv, che gridò “alla giustizia svenduta e data in appalto a figure estranee come quella dell’ausiliario”.

Non un magistrato di carriera dunque, ma avvocati, notai, avvocati dello Stato, docenti o ricercatori universitari, anche magistrati in pensione, che pigliano in carico un processo con l’obiettivo di chiuderlo. E sono ben pagati solo se azzeccano la soluzione, altrimenti incassano una sorta di risarcimento al lavoro fatto. Una figura “incostituzionale” dissero le due capogruppo del Pd al Senato Silvia Della Monica e alla Camera Donatella Ferranti. Aggiunse la della Monica: “Si creano i presupposti perché possa essere presentata un’istanza dalla Fininvest per ottenere un ulteriore rinvio del processo per un periodo di sei mesi per esperire una procedura di mediazione”. E proprio la mediazione, ribadisce tuttora la Ferranti, “è procedura anomala perché rappresenta una prima fase del processo, e non può intervenire in una seconda, a partita già iniziata”.

La Fininvest, a luglio, ha assicurato che, anche se fosse stata approvata, non avrebbe usufruito della riforma. Ma la fretta di allora resta sospetta e l’obiettivo di affidare a un esercito di ausiliari cinque milioni di processi civili altrettanto. In barba, come sostiene il Pd, “a qualsiasi risparmio e alla logica che vorrebbe veder semplicemente potenziato l’organico della magistratura ordinaria”. Ma si sa, i giudici, come dice Berlusconi, “sono tutti comunisti”.

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23 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/08/23/news/lodo_cause_rischio-6442730/?rss

FIAT – Epifani: “Così Marchionne danneggia l’azienda pronti a ricucire ma sui diritti non cediamo”

FIAT – Epifani: “Così Marchionne danneggia l’azienda, pronti a ricucire ma sui diritti non cediamo”

Il segretario della Cgil: l’Italia arriva al momento della ripresa economica come ultima della classe. Il gelo con Cisl e Uil anche per colpa del governo. E’ possibile un patto con Bonanni e Angeletti per superare le divisioni: partiamo da una legge sulla rappresentanza sindacale

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di PAOLO GRISERI

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Epifani: "Così Marchionne danneggia l'azienda  pronti a ricucire ma sui diritti non cediamo" 

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ROMA – L’autunno si annuncia duro. L’economia italiana si riprende meno delle altre mentre incombe il fantasma della crisi di governo e il clima nelle fabbriche torna ad essere molto teso. Guglielmo Epifani prova a rimettere al centro i temi del lavoro e dello sviluppo e propone un patto agli altri sindacati per superare le profonde divisioni di oggi.

Epifani, si riprende da dove si era lasciato: lo scontro alla Fiat. E’ inevitabile?
“Per la Cgil è inevitabile difendere diritti, come quello di sciopero o la malattia, che sono dei lavoratori, di tutti i lavoratori presi uno per uno. Non sono diritti nella disponibilità dei sindacati. I sindacati possono e devono contrattare turni e organizzazione del lavoro. E io sono perché si contratti fino in fondo e con grande disponibilità soprattutto in casi, com’è quello della Fiat, in cui l’azienda dichiara di voler realizzare ingenti investimenti”.

Sulla Fiat, Cisl e Uil vi dipingono come un sindacato di estremisti chiusi nell’angolo. Che cosa risponde?
“Che in questo si vedono i frutti di un lavoro sistematico portato avanti dal governo per dividerci. Mai si era arrivati a questi livelli. E’ indubbio che oggi abbiamo un’idea differente del sindacato e che gli altri sindacati hanno assunto una linea contigua alle scelte del governo”.

C’è chi chiede alla Cgil di mettere in riga la Fiom. Lo farete?
“La Fiom è l’organizzazione maggiormente rappresentativa tra i metalmeccanici italiani. Condivido la grandissima parte delle sue battaglie. Un’altra parte non la condivido e l’ho sempre detto pubblicamente. Quando la Fiom difende i diritti indisponibili dei lavoratori, come è il caso della Fiat, io sono d’accordo e troverà sempre la Cgil al suo fianco. Sulle questioni dei turni, degli orari e dell’organizzazione del lavoro dico alla Fiom che un sindacato deve contrattare di tutto e di più per rendere gli impianti più produttivi e per salvare e stabilizzare l’occupazione”.

Quali sono oggi i suoi rapporti con Bonanni e Angeletti?
“Sono freddi, com’è inevitabile”.

Come si può ricucire?
“Partendo da un accordo e da una legge sulla rappresentanza nei luoghi di lavoro. Un testo è fermo in Parlamento. Una legge che consegni ai lavoratori pubblici e privati il diritto di esprimere il loro punto di vista con un referendum nei momenti decisivi della contrattazione. E di farlo sempre, non solo quando fa comodo ad alcune organizzazioni com’è accaduto a Pomigliano”.

Altri punti di un possibile patto con Cisl e Uil?
“Rimettere al centro il lavoro partendo dal Mezzogiorno e chiedere a chi governa il federalismo che unisce, non quello che divide. C’è poi il grave nodo dei redditi: è necessario pretendere una politica che sostenga i salari e i consumi interni perché altrimenti rimarremo, come siamo oggi, in fondo alla fila nella crescita delle economie occidentali. Oggi la nostra crescita è semplicemente una percentuale di quella tedesca. Quando cresce la Germania noi cresciamo grazie alle esportazioni in quel Paese. Ma non abbiamo una domanda interna autonoma in grado di far ripartire, da sola, la ripresa italiana. Infine c’è il nodo del fisco: che continua a mangiare i salari e le pensioni e lascia impunita una buona fetta di evasione”.

Teme una crisi di governo?
“Di questo governo abbiamo combattuto le scelte di politica economica contenute in una manovra che abbiamo giudicato pesantemente iniqua. Poi abbiamo subìto gli effetti di una linea governativa che puntava esplicitamente alla divisione tra i sindacati e a diminuire i diritti e le tutele dei lavoratori. E’ chiaro che se questo governo cade non me ne dolgo. Altro discorso è capire che cosa accade dopo la crisi”.

Sarà più facile ricucire con Cisl e Uil o tornare ad avere relazioni civili con la Fiat?
“Dell’atteggiamento della Fiat mi ha colpito il cambio di linea improvviso. All’inizio Marchionne appariva come un manager moderno che intendeva valorizzare i lavoratori e gli stessi sindacati. E per questo aveva suscitato interesse e una diffusa simpatia. Oggi si ripresenta invece l’immagine della vecchia Fiat che chiede di scambiare il lavoro con la negazione di alcuni diritti. Penso che così facendo si finisca per danneggiare la stessa immagine dell’azienda. Perché non si può giocare con la vita delle persone, come sta accadendo nella vicenda di Melfi”.

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23 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2010/08/23/news/epifani_cos_marchionne_danneggia_l_azienda_pronti_a_ricucire_ma_sui_diritti_non_cediamo-6442863/?rss

L’ITALIA DEGLI ANNI BUI – «Il caso Moro resta il mistero mai svelato da Cossiga» / E Napolitano lo ha salutato come ‘grande uomo di Stato’

«Il caso Moro resta il mistero mai svelato da Cossiga»

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di Oreste Pivetta

tutti gli articoli dell’autore

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Quando muore un uomo come Cossiga, per gli incarichi che ha rivestito, per la stagione che ha attraversato, è naturale chiedersi quanti misteri si porti appresso… Sergio Flamigni, per vent’anni parlamentare del Pci, membro della commissione d’inchiesta sul caso Moro, vivendo le più drammatiche e intricate vicende della nostra storia repubblicana, ha avvicinato molti di quei misteri.

Flamigni, è fondato pensare che Cossiga qualche mistero l’abbia mantenuto per sé?
«Di un mistero, soprattutto, mi sentirei di dire: il mistero legato al caso Moro, la vicenda che gli creò il turbamento maggiore, come ebbe lui stesso modo di ripetere. Ma ricordare il caso Moro significa innanzitutto, e purtroppo, mettere in rilievo il fatto che Cossiga fu il più fallimentare ministro degli Interni della Repubblica, segnando con il suo comportamento la storia del nostro paese, con il concorso ovviamente di altri fattori, anche internazionali. Peraltro, già prima di Moro, la sua gestione del Viminale fu caratterizzata da errori gravi e, addirittura, da atteggiamenti provocatori, che ebbero l’effetto di accentuare la tensione e di rinvigorire il terrorismo, anziché sconfiggerlo. Basterebbe ricordare quanto avvenne a Roma, nel 1977, il 12 maggio: gli agenti in borghese infiltrati che sparano, la morte di Giorgiana Masi. Pochi mesi prima era stato il giovane militante di Lotta Continua, Francesco Lorusso, a cadere, ucciso da un colpo esploso da un carabiniere, nel corso di una protesta a Bologna. Quello sarebbe stato il momento di usare la massima cautela, di lavorare tutti per convincere i giovani, non per reprimere soltanto. Cossiga aveva la tendenza a ricorrere alle misure militari. Gli piaceva schierare i blindati. Lo criticammo aspramente per questo. Lo criticai anch’io, quando ero capogruppo del Pci alla commissione interni della Camera…».

I servizi segreti furono oggetto prediletto della sua attenzione…
«All’inizio del 1978, con il governo Andreotti dimissionario e quindi in carica solo per l’ordinaria amministrazione, il 31 gennaio, Cossiga sciolse per decreto il servizio di sicurezza della polizia, unico servizio segreto che avesse ottenuto grandi successi contro il terrorismo: prima contro i Nap, nuclei armati proletari, poi contro Br, preparando la mappa del brigatismo. Determinando ovviamente perdita di professionalità, di competenze, disseminando personale specializzato in servizi di ben minore importanza. In compenso creò l’Ucigos, mettendo al comando il suo amico, questore di Sassari, che nel merito non vantava alcuna esperienza. Santillo, che era stato a capo del servizio di polizia e che sapeva di terrorismo, venne promosso alla carica di vicecapo della polizia: cioè venne promosso a un posto di tutto riposo. Nel frattempo il comando generale dei carabinieri aveva sciolto il primo servizio antiterrorismo creato dal generale Dalla Chiesa, dopo il sequestro Sossi. In compenso vennero inseriti nei servizi segreti con ruoli dirigenziali personaggi che risulteranno poi iscritti alla P2. Con un governo in crisi e senza un’ombra di consultazione delle commissioni parlamentari, con le conseguenze che presto si sarebbero potute apprezzare. Intanto, Aldo Moro, che lavorava per convincere i più riottosi del suo partito perché condividessero un’alleanza di governo con il Pci, malgrado i numerosi avvertimenti, venne lasciato senza adeguata protezione».

Se parliamo del sequestro Moro, la prima sensazione è di impotenza…
«Di fronte alla strage di via Fani e al sequestro di Aldo Moro, Cossiga seguì, d’accordo con Andreotti, la strada prediletta: mobilitazione dell’esercito e posti di blocco ovunque. Misure adatte solo a soddisfare l’opinione pubblica. Ricordo d’aver partecipato con Pecchioli e Violante, il 20 marzo 1978, quattro giorni dopo il rapimento, a palazzo Chigi, ad una riunione che avrebbe dovuto discutere misure antiterrorismo, in vista di un decreto previsto per il giorno successivo. Proponemmo, in quella riunione, presente con Cossiga anche il ministro di Giustizia Bonifacio, di anticipare nel decreto le norme di riforma della polizia, già approvate in commissione, norme che prevedevano il coordinamento dei vari corpi di sicurezza. Sarebbe stato il momento giusto dopo quanto era successo: mettere in campo le forze migliori, quando erano necessarie capacità investigativa, intelligenza, conoscenza, astuzia. Socialisti e repubblicani furono d’accordo, sembrarono tutti d’accordo… Cossiga si oppose. Inspiegabilmente. Obiettò solo che i carabinieri non avrebbero mai accolto un simile provvedimento. Pecchioli replicò citando il “comandamento” del Corpo: usi a obbedir tacendo. Cossiga non cambiò idea. Così la linea della fermezza divenne la linea della fermezza passiva e in cinquantacinque giorni di prigionia di Moro non vivemmo un solo giorno di gloria: neppure un terrorista arrestato. Più avanti, con il generale Dalla Chiesa, si capì quanto quelle misure sarebbero state necessarie e poi efficaci (ad esempio nella individuazione del covo di via Monte Nevoso e nella liberazione del generale Dozier). Continuo a non capire quel rifiuto di Cossiga. Forse non si fidava dei suoi stessi sottoposti…».

Di chi si fidava, allora?
«Dei suoi amici e di pochi altri… Durante la prigionia di Moro, si affidò all’esperto americano di antiterrorismo, che gli era stato spedito in soccorso dal dipartimento usa, un uomo assunto da Kissinger e in attività anche sotto l’amministrazione Carter… il professor Steve Pieczenik, che fu incaricato di guidare il comitato di esperti e che si preoccupò soprattutto di preparare l’opinione pubblica alla notizia della morte di Moro, come fu con il comunicato a proposito del lago della Duchessa, di orientare i rapporti con la famiglia, di controllare l’informazione».

Cossiga mise in piedi altri comitati, quello tecnico operativo e quello dei servizi segreti.
«… che pullulava di uomini della P2».

C’era anche Licio Gelli?
«Dall’inchiesta del giudice Priore, il giudice di Ustica, risultò soltanto che Gelli aveva frequentato il Palazzo della Marina, che per un certo periodo di tempo, per ragioni pratiche, aveva ospitato gli uffici di Cossiga. Ma non c’era rapporto con il caso Moro».

Che cosa la colpì della personalità di Cossiga?

«Era attratto dai misteri e per questo coltivava un autentica passione per i servizi segreti. L’altra sua passione era la massoneria. Era grande amico del capo della massoneria, Corona, sardo come lui: quand’era presidente, a Roma, non gli faceva mai mancare l’auto di Stato. Sicuramente non disprezzava neppure la massoneria di Licio Gelli: non esitò a dichiarare che tra gli iscritti alla P2 vi erano anche molti patrioti».

Di Gladio disse che era una organizzazione di patrioti.

«Di Gladio si occupò molto presto quando era sottosegretario agli Interni. Conosceva benissimo Gladio, che aveva peraltro la sua base operativa principale in Sardegna. Il giudice Casson, quando trasmise gli atti della sua inchiesta per incompetenza, perché l’indagine sarebbe andata oltre i suoi poteri investigativi, scrisse che Gladio era un paravento che nascondeva altre attività… Cossiga negò. Sicuramente Gladio, pensata per rispondere a un nemico esterno, divenne una meccanismo con il compito di impedire al Pci qualsiasi responsabilità di governo, ottenuta per via democratica naturalmente».

Malgrado tutto, lo votaste presidente della Repubblica.
«Un errore per il solito politicismo. Sono convinto che se Berlinguer fosse stato ancora al mondo, il nostro partito non l’avrebbe mai votato. Berlinguer fu assai risoluto quando scoppiò il caso Cossiga. Donat Cattin. Donat Cattin fu avvisato in anticipo del futuro arresto del figlio, capo di Prima Linea. Berlinguer pretese il dibattito parlamentare e dopo quel dibattito il governo Cossiga s’avviò verso la crisi».

Torniamo all’inizio, al mistero.
«Tutto conferma che Cossiga sapeva molto di più e qualcosa di diverso da quanto aveva sempre dichiarato…».

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22 agosto 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=102658

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E Napolitano lo ha salutato come ‘grande uomo di Stato’

Cossiga, l’ultimo saluto
Napolitano: “Un grande statista”

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Già. C’è da chiedersi cosa facesse il buon Giorgio negli anni in cui Cossiga giocava ai ‘soldatini’ e usava i blindati, quando autorizzava gli uomini dei servizi segreti a sparare sui ragazzi che manifestavano pacificamente, magari uccidendoli (vedi più sotto la storia di Giogiana Masi). Anzi. C’è da chiedersi che facessero tutti. Tutti i ‘caporioni’ di oggi, di destra o di sinistra che siano (o dicano di essere).

La morte di Cossiga, al di là del migliaio di persone partecipanti al funerale (anche questo indice del ‘sentire comune’), poche per il ‘grande statista’ che se n’è andato (ma il cronista imputa alla scarsa affluenza un’origine puramente metereologica) ha messo in risalto un ‘fragoroso’ silenzio. Silenzio politico.

Perché Cossiga fa paura.Fa paura perché ora che è morto continua a parlare col non detto.

Ha scritto le sue lettere con la chiara intenzione di avvisare tutti, con la sua finta bonomia, che potrebbero essercene altre, di lettere. Lettere molto più spaventose, vere e proprie ‘pistole’ puntate su altri (o magari gli stessi, chissà..) destinatari.

Possibile che nessuno avesse nulla da dire sul Cossiga che brinda ai fatti del ’77, sul Cossiga di Gladio e della P2? O sul Cossiga del ‘caso Moro’? Lo stesso Cossiga che frantumò ogni speranza di ritrovarlo vivo e che accolse l’aiuto americano nella persona di Steve Pieczenik  il quale si preoccupò soprattutto di preparare l’opinione pubblica alla notizia della morte di Moro‘ -vedi l’intervista sopra riportata- (che, per inciso, non era ‘ancora’ stato ucciso dalle BR)? Possibile. Anzi, certo. Perché i misteri d’Italia non possono essere illuminati dalla luce della verità. Sopratutto non ora, perché troppi artefici di questi misteri sono ancora in vita. E tremano.

mauro

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Giorgiana Masi

Tano D’Amico

risponde a Cossiga su l’Unità

foto di Giorgiana Masi  di Tano D'Amico
Giorgiana Masi fotografata da Tano D’Amico

Uno scrittore morto alcolizzato diceva che è impossibile vivere con una menzogna. Tutti noi sappiamo che è più difficile ancora vivere con certi ricordi. E allora capita che un intero paese rimuova anni della sua storia. Così è stato per il ’77. Lo leggevo negli occhi delle persone che in quel tempo avevano avuto amici, amori. E per continuare a vivere li avevano rimossi.
Mi sono sempre identificato con i rimossi. Ai giovani di oggi, che nelle sere d’estate cercano le storie proposte da ombre che si muovono, vorrei mostrare le ombre dei giovani di venti anni fa. Con le loro storie, distrutte per sempre.(Tano D’Amico)

Alcune foto di Tano D’Amico le potete vedere QUI e QUI e QUI e QUI e tutti i suoi libri QUI. Vi posto un intervista da lui rilasciata all’Unità di ieri, in risposta all’articolo di Cossiga sul Corriere, e un’altra, sempre di Tano D’Amico del 2005 e il ricordo/testimonianza di Pierluigi Sullo allora giornalista del Manifesto che si trovava alla manifestazione insieme a Tano D’Amico quando scattò la famosa foto che smontò la versione di stato (georgia)
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«Giorgiana Masi uccisa da fuoco amico? Orrendo che qualcuno voglia brindarci su»

Il fotografo Tano D’Amico risponde a Cossiga sui fatti del 1977: «Una parte di questo Paese non vuole la verità»

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di Marco Bucciantini

foto di tano d'amico«Mi volle incontrare un poliziotto, qualche anno dopo i fatti. Un ufficiale, venne in divisa al bar. Si fece vicino, s’informò degli sviluppi sulla morte di Giorgiana Masi. Gli dissi che l’inchiesta per omicidio era stata archiviata. Il giudice prendeva atto che il proiettile che aveva ucciso Giorgiana era di un calibro piccolo, non in dotazione alle questure, diverso dalle armi in uso quel giorno. La risposta dell’ufficiale mi gelò: è vero – mi disse – i poliziotti non usano quel calibro nelle operazioni di ordine pubblico. Ma nel poligono di Nettuno, i tiratori scelti si allenano proprio con quel calibro. Dopo la “soffiata”, girò i tacchi e non l’ho più visto né sentito».
Tano D’Amico ha ormai 64 anni ed è ancora “in giro”. Bazzica i posti degli ultimi, fotografa i volti che nessuno vede, cerca l’umanità dov’è più disperata e vera. Ama i giovani. Nel 1977 i giovani erano per strada, come Giorgiana, uccisa il 12 maggio durante i disordini in un sit dei radicali. Sul Corriere della Sera in edicola ieri, in un’intervista ad Aldo Cazzullo, il senatore a vita Francesco Cossiga ha raccontato la sua storia, il ’77 visto dal Viminale, il contenimento dei movimenti, i rimpianti, i vanti. Ha parlato di Giorgiana, senza tatto: «Avevo supplicato Pannella in ginocchio: non fate la manifestazione in Piazza Navona… non siete in grado di proteggervi dagli infiltrati». Chi fu a sparare, chiede Cazzullo. «In cinque sappiamo la verità. Non la dirò in pubblico. Ma il capo della mobile mi confidò di aver messo in frigo lo champagne, da bere quando sarebbe emersa la verità», ricorda il senatore, inducendo a pensare che Giorgiana sia stata uccisa dal “fuoco amico”.
Non dirà la verità in pubblico, e non ha più senso che lo faccia in privato. Perché i genitori di Giorgiana sono sotto terra, morti di crepacuore, consumati da quel giorno infinito, il 12 maggio del 1977. Quando torna sui giornali la storia della Masi, si vede quella foto, il poliziotto in borghese con la rivoltella in mano.
È il suo scatto, la foto di Tano D’Amico
«È morta Giorgiana, sono morti i suoi, sono morti i giovani. Quel pomeriggio l’ordine era di farla finita coi contestatori, con chi metteva in discussione il ruolo di chi comandava».

Qualcuno non contestava e basta: sparava, uccideva.
«Ho letto il rimpianto di Cossiga per aver “perso” – a causa dell’intervento dei blindati – molti ragazzi, passati alla lotta armata. Sembra uno di quei film americani quando fanno vedere le malefatte dei pellerossa cattivi. Certo, esistevano. Ma erano una goccia rispetto alla verità storica, al genocidio dei bianchi contro gli indiani d’America. Cossiga conferma una cosa nota: una parte di questo Paese non è interessato alla verità, subordina il valore della verità ad altre ragioni».

Dove sono finiti i giovani?
«Sono stati assenti dalla vita pubblica per vent’anni. Sono ricomparsi contestando la globalizzazione. A Genova c’erano in piazza le monache e i punk, non solo operai e studenti. Era una cosa enorme. E anche lì c’è scappato il morto… Oggi i giovani emergono sono acquiescenti, a testa bassa, hanno già sposato modi e pensieri dominanti. E spesso sono raccomandati».

Quello scatto le piace?
«Sì, quella foto è riuscita a vivere di vita propria. Al di là della denuncia vive perché è l’immagine dell’agguato. Dello Stato che tende trappole ai cittadini, che governa con l’inganno, con i morti….è lo Stato di quegli anni. Lo stesso Cossiga – sulla vicenda Masi – mentì ai cittadini e al Parlamento».

Sono le foto di quegli anni.
«Il mio lavoro era in quel fermento. Come i ragazzi in strada: una voce diversa, forte, non lineare. Occupavamo un posto vuoto. Fra la fine degli anni sessanta e il 1977 nacquero movimenti, giornali, riviste. Perché quello che esisteva non bastava, e con le foto cercavo di riempire uno spazio».

Cosa accade, quel giorno, a Roma?
«Non si può sapere con esattezza. Ma l’idea che qualcuno conservi lo champagne in ghiaccio per festeggiare, è terribile, agghiacciante. Anche si scoprisse che l’assassino è il più impensabile, che festa è? Così si calpesta la memoria di una ragazza che non può più difendere nessuno. E se c’è qualcuno che vuole brindare a quegli anni, provo pena. Il giorno dei funerali, le compagne di scuola di Giorgiana volevano partecipare, chiesero di lasciare per mezza giornata la scuola, dalle parti di Roma Nord. Furono ricacciate in classe minacciate con colpi di arma da fuoco esplosi per aria».

Che fa lei oggi?
«Il fotografo. Vado nei cantieri dove muoiono i lavoratori. Vado fra gli immigrati, fra i precari. Non ho un contratto di lavoro, non ho mai avuto il posto fisso, campare è complicato, ma i miei sono ancora scatti liberi».
L’unità 26 gennaio 2007, via
Segnalazioni
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Cossiga: “Giorgiana Masi fu uccisa da fuoco amico”

by da liberazione Thursday, May. 19, 2005 at 12:31 AM

A 28 anni di distanza l’ex ministro dell’Interno si difende e lancia accuse. Intervista al fotogiornalista romano che raccontò quel terribile giorno con i suoi scatti. Tano D’Amico smentisce. «Ero lì e vi dico: sparò la polizia».

«Cossiga mente. Dopo la morte di Giorgiana Masi sembrò che dovesse dimettersi da ministro degli Interni. Invece la sua fu una carriera brillante, fino ad approdare anche al Quirinale». Tano D’Amico, uno dei maggiori fotografi italiani, quel tragico pomeriggio del 12 maggio 1977 era a Roma e i suoi scatti sono ormai un pezzo della nostra storia. In particolare questa fotografia che riproponiamo. E’ la prova della presenza in piazza di agenti in borghese con le armi in pugno, a contrastare la pacifica mobilitazione in ricordo della vittoria al referendum sul divorzio. Un documento che da solo risponde all’ennesima provocazione del Picconatore: «Giorgiana Masi uccisa da “fuoco amico”, da colpi vaganti dei manifestanti».

Tano, prova a tornare indietro con la memoria e contestualizza il tuo scatto.
Mi trovo in piazza della Cancelleria, all’angolo con corso Vittorio Emanuele. E’ un pomeriggio orrendo di cariche continue, ripetute, molto violente e rimango tagliato fuori posizione rispetto agli altri miei colleghi fotografi.

Chi sono i due protagonisti? Cosa si dicono?
Il ragazzo con i ricci e la tolfa in primo piano è un agente in borghese. Scatto una foto, poi un’altra. Lui se ne accorge e dice al superiore al suo fianco: “Guarda che quello mi ha fotografato”. E il capo gli risponde: “Ma lascia perdere, non vedi che casino… “. Io mi feci piccolo piccolo. Una scena inquietante, quelle trame, quell’intrigo nel rapporto del potere con i movimenti.

E a quel punto?
Devo essere sincero, non mi sembrò di aver fatto nulla di speciale. Era la scoperta dell’acqua calda. I poliziotti infiltrati nei cortei erano la regola. Ma quando vidi Cossiga giurare davanti al paese e al Parlamento che quel giorno non c’erano agenti in borghese, capii che c’era qualcosa che non andava. Qualcosa di molto grave. Mi alzai dal letto e feci il giro dei giornali che conoscevo con quelle foto. All’epoca collaboravo con Lotta continua. I radicali ne fecero anche un poster che riempì i muri di tutta Italia.

Eppure la verità è ancora sepolta.
Sembravano imminenti le dimissioni di Cossiga e invece i giornali si ricompattarono. Il clima era difficile, anche esponenti del Pci volevano la mano pesante contro la sinistra extraparlamentare. C’è sempre stata complicità tra potere e stampa. Quel pomeriggio questa complicità sembrò incrinarsi. Ma la denuncia fortissima fatta da me e dai miei colleghi fotografi rinsaldò quella unità. Mi accorsi come un paese intero non volesse la verità e l’evidenza delle cose. Ancora oggi mi spiace dirlo. Nonostante le denunce circostanziate anche la stampa più vicina a noi non volle raccogliere le ammissioni esplicite di uomini delle forze dello Stato. Nei corpi armati qualcuno non era d’accordo nell’uccidere delle donne inermi.

Puoi essere più preciso?
Mi capitò che degli esponenti della polizia romana, incontrandomi per la strada, cercassero di farmi riflettere. Inizialmente sembravano solo battute di cattivo gusto sul sesso dei protagonisti di quella giornata. Frasi come: “I nostri colleghi che lei ha fotografato erano maschi e la ragazza uccisa era donna”. Con delle pause insistenti, a sottolineare le parole. Battute ripetute una volta, due. Allora ho cominciato a interrogarmi e tutto mi apparse chiaro: hanno ucciso una donna per non rischiare di colpire un loro collega. Ma per tutti ero il solito Tano che vedeva complotti.

Poi anche l’incontro con quell’ufficiale…
Un giorno, alcuni mesi dopo l’omicidio, quando l’inchiesta si era ormai insabbiata, mi trovo in un bar di una centrale piazza di Roma. Un ufficiale in divisa di un corpo armato dello Stato mi saluta e mi chiede: “Come va la questione a cui lei è molto interessato, il caso di Giorgiana Masi? “. Risposi che non avevo purtroppo più avuto modo di seguirla. Sapevo solo che tutto era stato insabbiato, perchè il calibro del proiettile che uccise Giorgiana non era in dotazione alle forze di polizia. Ma questo ufficiale, che evidentemente mi aveva abbordato proprio per imboccarmi, mi rispose: “Non nelle azioni di ordine pubblico, ma i tiratori scelti del poligono di Nettuno si allenano con carabine di quel calibro”. Mi salutò e se ne andò.

Quale fu la tua prima reazione?
Lo dissi ai giornali, ma la notizia uscì solo sul quotidiano delle femministe “Donna” e su “Noi Donne”, ma con poco risalto. Sai, erano voci senza prove. Ma ancora oggi credo che quelle persone avevano l’intenzione sincera di fare sapere la verità a tutto il paese. Io collaboravo con giornali incerti, avevo una vita precaria, tutti i giorni in affanno lavorando per la stampa extraparlamentare. Ma questo episodio toccò anche la vita e la carriera di altri miei colleghi più famosi. Tutti hanno potuto sentire il rumore dei colpi d’arma da fuoco.

Puoi fare un esempio?
Sì, ma senza fare il nome del giornalista, uno dei più famosi conduttori Rai del maggior Tg. Raccontò i momenti della morte di Giorgiana. Disse in diretta che il gotha della polizia romana, prima degli spari, aveva parcheggiato le macchine con i cofani vero i manifestanti. Quando si sentirono i colpi si ripararono dietro i cofani, come se sapessero che i colpi provenivano dalle schiere della polizia. Quel collega non parlò mai più in diretta e fu allontanato. Non faccio il nome per discrezione. Ma dalla notte del 12 maggio ’77 fu sepolto per sempre ai servizi culturali. Raccontò la dinamica dei fatti e gli assassini si accorsero che lui poteva guidare verso la verità. Forse senza neanche accorgersene.

La vulgata ha sempre riferito che quel giorno anche i manifestanti erano armati. Cosa rispondi a queste accuse?
I ragazzi non avevano armi. Il corteo si è difeso con i sassi mentre le macchine intorno alla manifestazione traballavano colpite dai proiettili esplosi dalle forze dell’ordine. Il segreto sulla morte di Giorgiana tiene non perchè non lo conosce nessuno, ma perchè lo condividono molti.
su Liberazione, 2005, via
L’estintore.

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Prese la mira e sparò.
Cronista in piazza Navona, nel ’77, testimone di quel che accadde

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foto di tano d'amico

Per quel che può servire, chi scrive può fornire una testimonianza di quel che accadde il giorno che Giorgiana Masi fu assassinata, il 12 maggio 1977. Andammo a quella manifestazione, noi del “manifesto“, abbastanza tranquilli perché, anche se sapevamo della proibizione del ministro degli interni Cossiga, la cosa era indetta dai radicali. E certo non erano i radicali, né quelli che presumibilmente sarebbero andati a rievocare la vittoria del divorzio, quelli che avrebbero tirato fuori bazooka o pistole. E così era in piazza Navona, dove s’infilavano, tra file cilene di poliziotti armatissimi, signori per bene e giovanissimi, ignari della tagliola.

Che scattò quasi subito, ci furono manganelli e corse furiose, finché Stefano Bonilli e io, e c’era anche Tano D’Amico, ci trovammo inginocchiati dietro una macchina, una millecento Fiat mi pare, parcheggiata su corso Vittorio, dalla parte di piazza Navona, di fronte al grande spazio di piazza della Cancelleria. Attorno a noi la polizia, e in fondo alla piazza ragazzi che correvano da un lato all’altro e che tiravano sassi. In un gruppetto di poliziotti in divisa vedemmo un tipo con una maglietta bianca attraversata da una striscia nera, il quale venne al nostro fianco, si inginocchiò a sua volta, appoggiò le braccia al cofano della millecento, e solo allora vedemmo che impugnava una pistola, sentimmo dei colpi sordi e capimmo impallidendo che il tipo aveva preso la mira e stava sparando contro i ragazzi là in fondo. Strisciammo via pian piano, forse ci aveva presi per colleghi, Tano scattò e il giorno dopo la celebre foto era sul “Messaggero“, e il giorno dopo ancora sul “manifesto“.

Poi Bonilli tornò al giornale a raccontare l’incredibile fatto, mentre io mi avviai verso Ponte Garibaldi, dove l’attacca-e-fuggi si era progressivamente spostato. Arrivai che all’inizio del viale Trastevere lampeggiavano le ambulanze e i blindati e un gruppo di poliziotti rimetteva sul fianco un’auto, dopo averla già rimessa sulle ruote, perché il “Tg1″ potesse riprendere la scena. Qualcuno mi disse che una ragazza era stata uccisa, colpita alle spalle, mentre fuggiva sul viale.
Colpita alle spalle. Certo, tutto è possibile: che l'”autonomo” uccisore sparasse dalla parte della polizia verso i ragazzi, o che quello che vedemmo non fosse un poliziotto, ma solo un buon amico della Celere. E’ possibile anche che Pinelli si sia suicidato. Ma chi ci crede?
(pierluigi sullo)
sprigionare stampa.

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fonte: http://georgiamada.splinder.com/post/10726596


Per chi non dovesse conoscere bene la storia, le persone armate che si vedono alla fine del video sono dei poliziotti in borghese infiltrati.