Archivio | agosto 24, 2010

FUORI BERLUSCONI – TUTTI IN PIAZZA – W LA COSTITUZIONE: Firma l’appello di Andrea Camilleri, don Andrea Gallo, Paolo Flores d’Arcais, Margherita Hack

FUORI BERLUSCONI – TUTTI IN PIAZZA – W LA COSTITUZIONE

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Firma l’appello di Andrea Camilleri, don Andrea Gallo, Paolo Flores d’Arcais, Margherita Hack

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Il carattere eversivo dell’azione di Berlusconi è ormai dichiarato, la sua volontà di assassinare la Costituzione nata dalla Resistenza è costantemente esibita. Per difendere la Repubblica è necessario che l’Italia civile faccia sentire unanime la sua voce.

A questa Italia che vuole rinascere dalle macerie in cui l’ha precipitata un regime di cricche chiediamo di scendere in piazza al più presto, l’ultimo sabato di settembre o il primo di ottobre, per una grande manifestazione nazionale a Roma.

Ci rivolgiamo a tutte le associazioni, i club, le testate, i siti, i gruppi “viola”, a tutti i cittadini che si riconoscono nei valori della Costituzione e nella volontà di realizzarli compiutamente. Ci rivolgiamo al mondo della cultura, della scienza, dello spettacolo, a tutte le personalità che hanno il privilegio e la responsabilità della visibilità pubblica, perché si impegnino tutti, individualmente e direttamente, alla realizzazione di una indimenticabile giornata di passione civile.

FUORI BERLUSCONI

REALIZZIAMO LA COSTITUZIONE

VIA I CRIMINALI DAL POTERE

RESTITUIRE LE TELEVISIONI AL PLURALISMO

ELEZIONI DEMOCRATICHE

Andrea Camilleri
Paolo Flores d’Arcais
Don Andrea Gallo
Margherita Hack

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24 agosto 2010

fonte:  http://temi.repubblica.it/micromega-appello/?action=vediappello&idappello=391171

A picco le vendite di case negli Usa. La Casa Bianca: c’è tanto da lavorare / I nuovi poveri americani

24/8/2010 (18:33) – I NUMERI DELLA CRISI

A picco le vendite di case negli Usa
La Casa Bianca: c’è tanto da lavorare

A luglio un crollo di oltre il 27%, più drammatico delle previsioni. E in Borsa torna la grande paura

https://i1.wp.com/www.lastampa.it/redazione/cmssezioni/economia/201008images/home01g.jpg

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MILANO
Giornata di grande nervosismo
per tutte le Borse mondiali, scivolate dopo l’ennesimo dato negativo dell’economia Usa, quello sul mercato immobiliare di luglio ai minimi degli ultimi 11 anni: l’indice Stxe 600, che fotografa l’andamento dei principali titoli quotati sui listini europei, ha segnato un calo all’1,70% finale, ma per più di un’ora si è temuto il crollo.
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Debacle che c’è stata sul mercato azionario di Atene (-3,42%) e soprattutto su quello di Dublino, in ribasso finale del 5,36%, mentre tra le Borse principali la più pesante è risultata Parigi, che ha perso l’1,75%. Le vendite, già consistenti per tutta la seduta, sono scattate dopo che le compravendite di case esistenti negli Usa in luglio sono crollate del 27,2% a 3,83 milioni di unità, un dato nettamente peggiore delle stime degli analisti, che avevano previsto una flessione contenuta al 13,4%.
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Il problema è che la ripresa del settore immobiliare è strettamente legata al mercato del lavoro ed evidentemente non bastano gli attuali tassi d’interesse, ai minimi storici, a rilanciare il settore. Così anche Wall street ha accusato il colpo in avvio, per poi limare le perdite dopo qualche ora di contrattazioni. Anche Tokyo aveva annusato l’aria concludendo la sua seduta in chiaro ribasso, con grande debolezza dei titoli delle materie prime, i primi a registrare i segnali di stanca dell’economia mondiale, nonostante la partita aperta sul gigante Potash. Male anche i gruppi dell’energia, che scontano il continuo calo del prezzo del petrolio.
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In questo clima, sui mercati europei è bastato che il produttore di cemento irlandese Crh (che ha trascinato al ribasso la Borsa locale con un crollo finale del 16,58%) lanciasse un “profit warning”: le vendite sono tornate a farla da padrone. Ne ha fatto le spese tutto il settore delle costruzioni (Saint-Gobain -4,71%, Lafarge -4,35%), ma anche le banche hanno accusato il colpo. Tra i titoli europei del credito i peggiori sono stati quelli degli istituti greci (Alpha -5,95%, Pireus -5,92%), seguiti dai gruppi britannici, con Allied Irish bank in ribasso finale del 4,24%, Royal bank of Scotland del 3,50% e Lloyds del 3,20%. Male anche Unicredit (-2,51%) e Commerzbank (-2,50%), mentre ha tentato di contenere le perdite l’altro big italiano del comparto: Intesa SanPaolo, che ha concluso la seduta con una limatura dello 0,66%.
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Con questa incertezza sui listini azionari, gli investitori si sono nuovamente orientati al mercato dei titoli di Stato, dove i prezzi sono in forte rialzo e i rendimenti ai minimi storici per la scadenza biennale negli Stati Uniti, oltre che per quella decennale e trentennale dei bund tedeschi. Qualche tensione si è invece verificata sulle scadenze più “a breve” (a due e a cinque anni) delle emissioni italiane e spagnole, con prezzi in leggera crescita e rendimenti in proporzionale calo. Sui mercati valutari è stato ancora lo yen, spinto soprattutto dalla speculazione, il grande protagonista: la divisa giapponese è schizzata ai massimi da 15 anni contro il dollaro, e da nove anni contro l’euro. Moneta europea che da parte sua ha comunque recuperato sul dollaro, tornando anche sopra la soglia di 1,27.
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23/8/2010 (13:0) – HOMELESS PER COLPA DELLA CRISI

I nuovi poveri americani

Disoccupazione record in Usa, storie di povertà fra Miami e Los Angeles

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di DAMIANO CROGNALI
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Mike, homeless quarantenne dell’entroterra californiano
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Giancarlo è nato a Roma, ha 50 anni e da dieci si è trasferito a Miami iniziando un’attività nel turismo. Una professione che gli ha permesso di avere benessere economico e comprarsi una casa a South Beach. Poi è arrivata la crisi, la casa l’ha venduta e si è trasferito all’ostello Tropical a Miami Beach. Paga 20 dollari al giorno, ma ha la piscina e il mare a due passi. Vive in una camerata con altri 8 ragazzi, che cambiano ogni giorno e con cui divide il bagno e l’unico tavolino della stanza. Però Giancarlo si è costruito il suo angolino di privacy, appendendo le camicie e qualche lenzuolo sulla parte superiore del letto a castello, che da oltre un anno è diventata la sua casa. “E’ un modo diverso di vivere, incontri ogni giorno gente diversa, impari altre lingue” ci dice con un sorriso forzato sotto i baffi e la consapevolezza che è meglio questo che vivere in un dormitorio della Caritas o per strada. Paga qualcosa, ma fin quando quelli dell’ostello glielo permettono, lui si è ritirato in questa sorta di pensione. La Florida di Miami ha subito uno degli incrementi più alti della disoccupazione a livello nazionale. L’istituto di statistica statunitense segnala nell’ultimo rapporto mensile pubblicato il 20 agosto, che è un + 0,7% rispetto allo scorso anno, quando gli Stati Uniti hanno toccato l’apice della crisi (link al rapporto: http://www.bls.gov/news.release/laus.nr0.htm).
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Ernesto, argentino di nascita, ha trovato casa a 45 anni al Hostel California. L’assonanza con la famosa canzone dei The Eagles rende meno dura la realtà. La guida turistica della Lonely Planet lo segnala come uno dei due ostelli della gioventù a Santa Monica (Los Angeles), ma a frequentarlo sono in buona parte uomini come Ernesto che a 40 anni o più si sono ritrovati senza un lavoro stabile e una casa. Meglio l’ostello, che puoi pagare giornalmente, ci spiega Ernesto, che dormire per strada o in una delle strutture che il municipio di Los Angeles ha messo a disposizione come dormitorio per la notte e da cui sei mandato via alle 5 del mattino. La California ha perso quasi 104 mila posti di lavoro nell’ultimo anno, segnala ancora il rapporto dell’istituto di statistica statunitense. A farne le spese sono stati soprattutto gli ultra quarantenni che facevano parte del ceto medio. E’ la prima volta nella storia americana che adulti con più di trentacinque anni o ultraquarantenni raggiungono percentuali così alte di disoccupazione che fino a qualche anno fa non erano raggiunte neanche dai più giovani. Si parla di quarantenni che usano il computer, non si tratta di un MAC o di quelli di ultima generazione, ma navigano e s’informano in Rete e non si negano il cellulare. Il loro “ufficio” è lo Starbucks, una nota catena di caffetteria. Prendono un bibitone di caffè americano con un dollaro e se ne stanno tutto il giorno lì seduti, navigando su internet oppure guardando i video musicali su YouTube. Joe, una ragazza del personale, ci dice che vengono allo Starbucks perché loro li accolgono, senzatetto compresi, cosa che non avviene altrove. Ma l’impressione è che nell’America proletaria del dopo crisi stia nascendo una nuova middle class che cambia abitudini.
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A noi lo conferma Mike, un quarantenne dell’entroterra californiano, che abbiamo incontrato una mattina prendendo il caffè. Questo inverno ha perso il suo lavoro in un’associazione culturale, per “colpa dei tagli del governatore Arnold Schwarzenegger – ci racconta – e il suo ente ha dovuto tagliare il personale”. Il rapporto dell’istituto di statistica evidenzia che la disoccupazione è salita in California al 12,3% contro il 9,6% di media nazionale. Quando Mike ha terminato i soldi, ha cominciato a vivere per strada. Los Angeles è piena di senzatetto: in estate ci sono loro e i turisti. La mattina alle 6, con le prime luci del giorno, puoi vederne decine e decine per le strade. Portano una valigia appresso e si muovono come zombi, pare senza una meta. Gente come Mike, invece, se ne va dritto allo Starbucks dove si prende il caffè e cerca di capire che cosa fare a 40 anni della sua vita. “Qui ho Internet gratis, ci sono le prese per ricaricare il computer e alcune volte il caffè me lo affronto pure. – ci dice Mike – Ma soprattutto hanno la toilette”. Che c’entra la toilette? “In una città con tanta povertà come Los Angeles, i commercianti diventano cinici e cattivi. Invito a trovare una toilette aperta al pubblico”. Mike aveva bisogno di andare in bagno. Entra in un bar ma il bagno è chiuso, poi in un’altro ma il gestore, come lo vede, lo blocca e gli dice che è rotto. Entra infine in un Mc Donald, quando ormai non ce la fa più, e appena si rende conto che anche quel bagno era chiuso, se la fa addosso. Cerca di pulirsi come può e scappa via nella vergogna. Così si diventa homeless nell’America in crisi di Obama.
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La doppia morale della Lega

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La doppia morale della Lega

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ROMA (24 agosto) – Lezioni di moralità da Bossi proprio no, dicono in casa udc. Perché non si può sostenere impunemente che «i democristiani sono quelli che hanno rovinato il Nord», sventolare «Roma ladrona», dire sdegnosamente «mai un governo con Casini» e poi tramare per entrare nelle banche, alla caccia di potere e poltrone, così come accade con l’assalto della Lega alle fondazioni bancarie; oppure difendere gli allevatori imbroglioni sulle quote latte, un manipolo che si rifiuta di pagare le multe alle Ue, con l’Italia che rischia di pagare una maxi penale da 1,7 miliardi di euro. Una vergogna nazionale. E chi copre i più disonesti? Umberto Bossi.

Casini e i centristi, in realtà,
reagiscono ad un attacco politico mirato, sapendo che da quando è nata questa legislatura hanno inquadrato il Carroccio nel mirino, sostenendo che «Berlusconi ha le mani legate da Bossi», «l’asse del centrodestra pende sempre più verso la Padania», «la Lega ricatta il premier» e via così. E adesso che l’unico vero alleato del Cavaliere è rimasto Bossi, l’udc ha buon gioco a insistere: così come il Pd è succube di Di Pietro, ora è la Lega che ha in mano le sorti del premier. Casini è convinto che Bossi voglia fortemente le elezioni per un semplice motivo: immagina una vittoria del centrodestra grazie al dominio leghista al Nord e ad un arretramento del Pdl berlusconiano, sogna il sorpasso al Nord e un governo tutto a trazione padana.

«Trafficante in banche e quote latte», tuonano i centristi. E evitano di andare troppo indietro, quando ai tempi di Tangentopoli si scoprì che la purissima Lega del moralizzatore Bossi aveva intascato una mazzetta da 200 milioni dal capo della Ferruzzi, Carlo Sama, nell’ambito della maxi tangente Enimont. E senza ricordare il fallimento della banca leghista Credieuronord, capitolo imbarazzante e pieno di buchi. A quei peccati originali, finiti nell’oblio anche grazie alle maxi ruberie in casa Dc e Psi, non si fa più riferimento. Bossi ha capito che il potere si conquista da dentro. Prima di Ferragosto s’è vantato d’aver nominato Massimo Ponzellini alla Banca popolare di Milano. Il presidente di Impregilo, ex allievo di Prodi, in realtà è stato eletto dagli azionisti «e non dal potere politico», come hanno subito replicato i sindacati, però, siccome condivide la pozione leghista sulla vicinanza e il legame delle banche ai territori, eccolo arruolato.

La sete di potere e poltrone, Bossi l’ha pubblicamente e rozzamente rivendicata nell’aprile scorso: «A noi le grandi banche del Nord», «abbiamo vinto tutto e fatalmente ci toccherà una fetta delle banche». E pensare che, quando Fassino fece a Consorte la famosa domanda, «allora abbiamo una banca?», alludendo alla scalata Bnl, è scoppiato un casino e non si può dire che abbia portato bene ai Ds. Il Senatùr fece la sua sparata da banchiere in pectore ricordano i centristi in coincidenza, non casuale, con l’indicazione di Domenico Siniscalco per la presidenza del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, su spinta di Tremonti. Operazione che venne bloccata da Guzzetti, leader dell’Acri e della Cariplo, con Bazoli e Passera. Il partito dei “milanesi” contro quello dei “torinesi”, si disse, ma anche l’inizio delle grandi operazioni leghiste dopo la conquista delle due regioni del Nord, Piemonte e Veneto, con i governatori Cota e Zaia. L’assalto del Carroccio alle fondazioni bancarie, che detengono pacchetti consistenti delle banche di riferimento, serve per poi arrivare a scalare gli istituti di credito e spiega l’accusa di «trafficante in banche», lanciata da Casini. Non a caso la Lega punta a piazzare i suoi uomini nella fondazione Cariverona, importante azionista di Unicredit. Scalando, scalando, Bossi potrebbe trovarsi davanti a Gheddafi, che ha investito bei soldoni in Unicredit. Ma lì i rapporti li tiene Berlusconi. A patto che Calderoli sparisca, che a Tripoli ancora se lo ricordano.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=31881&sez=HOME_INITALIA&npl=&desc_sez=

Berlusconi e la ricerca dell’energia: Boccone da 10 miliardi con Putin

Berlusconi e la ricerca dell’energia. Boccone da 10 miliardi con Putin

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di U. De Giovannangeli

tutti gli articoli dell’autore

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Dal Colonnello allo «Zar». Dalle Tv all’«oro nero». Un affare da oltre 10 miliardi di dollari. Per costruire 900 km di tubazioni che dopo la profondità del Mar Nero attraverseranno solo Paesi dell’Unione europea, rafforzando il cordone ombelicale energetico con la Russia. Nasce sotto il segno del gas l’amicizia tra il Cavaliere e il nuovo «Zar» di Russia: Vladimir Putin. Le cronache rosa raccontano della prima volta di un estasiato Putin a Villa Certosa. Le cronache dell’epoca si soffermano sulle esibizioni canterine dell’immancabile Apicella, su bandane esibite dal premier e su spaghettate notturne. Ma quella esplosa tra Silvio e Vladimir non è un’amicizia disinteressata.

Gli affari c’entrano, eccome se c’entrano. Perché ai ripari di occhi indiscreti, nella villa berlusconiana si gettano le basi per la maxifornitura che l’Eni avrebbe dovuto trattare con Gazprom. L’affare riguardava il prolungamento dal 2017 al 2027 dei contratti per 3 miliardi di metri cubi di metano che sarebbero dovuti arrivare in Italia attraverso una società «terza». E qui entra un amico di vecchia data del Cavaliere. Amico e socio. Pure lui. Si tratta del commendator Bruno Mentasti Granelli, erede della dinastia San Pellegrino (l’acqua minerale, poi ceduta a Nestlè), amico di famiglia di Belusconi già socio del Cavaliere in Tele +. Dopo aver venduto la società dell’acqua con le bollicine Mentasti si è buttato nel business dell’energia con la società Central Energy Italia e nel 2003 è diventato l’uomo di fiducia sia di Berlusconi che dei russi di Gazprom. Qui una storia di affari assume i tratti di una spy story.

In ballo c’è sempre Berlusconi e con lui l’amico Putin. Nell’ombra agisce un personaggio-chiave: il colonnello Alexander Medvedev (gradi dell’Fsb, l’ex Kgb) che tratta quale direttore generale di Gazexport, che redige i contratti esteri di Gazprom. Il colonnello Medvedev è un uomo di fiducia dell’allora inquilino del Cremlino, Un’amicizia cementata negli anni in cui “Zar Vladimir” era a capo del Kgb. È con Medvedev che s’incontra a Vienna l’allora presidente dell’Eni, Vittorio Mincato. Siamo alla fine dell’ottobre 2003. Il colonnello Medvedev consegna a Mincato un foglietto su cui è vergato il nome del commendator Mentasti. Il contratto Eni e Gazprom non viene siglato – Mincato non trova motivazioni plausibili nel coinvolgimento di una società privata, la Central Energy Italia – ma resta alle cronache il ruolo di grande intermediario della società gestita da Mentasti e “controllata da soggetti russi, alcuni dei quali riconducibili a Gazprom”, come scrive, in un articolo illuminante, Giuseppe Oddo sul Sole 24 Ore del 4 novembre 2005. Sono gli anni in cui le cronache danno conto di numerosi viaggi in Russia del il fratello del presidente del Consiglio, Paolo Berlusconi, del fondatore di Publitalia, Marcello Dell’Utri e dell’ex amministratore di Fininvest Ubaldo Livolsi alla ricerca del «Santo Gral» energetico. Senza grandi risultati. La ragione, secondo indiscrezioni attribuite a fonti bene informate, è nel rifiuto dell’ex amministratore delegato dell’Eni, Vittorio Mincato, che non ha mai dato il permesso a nessuno di far transitare altro gas dall’«imbuto» di Tarvisio, la connessione via Austria del gasdotto per la Siberia. Un particolare non del tutto secondario nel siluramento di Mincato dal vertice dell’Eni.

Oggi come ieri siamo alle prese con transazioni miliardarie (in dollari), che «di mercato» non hanno mai avuto quasi niente, piuttosto politica, potere e intelligence. A ricucire i rapporti, e a firmare gli accordi, sarà qualche anno dopo una figura-chiave nella partita energetica (e politica) giocata dal Cavaliere. In Russia come in Libia: l’Ad dell’Eni. Paolo Scaroni. D’altronde Eni sembra sempre pronta a dare una mano al gigante russo, come il caso della vendita delle ex azioni Neft dimostra, quando Eni permise a Gazprom di mettere le mani sugli ex asset della Yukos, rivale di Gazprom e liquidata con il controverso arresto dell’ex proprietario (e nemico di Putin) Khodorkovskij. Ieri come oggi è la storia del Cavaliere venditore. E dei suoi amici interessati. La triangolazione del gas coinvolge anche la Libia. Gli accordi con Tripoli, infatti, rappresentano un ulteriore rafforzamento del duo Eni-Gazprom. Il gigante russo viene coinvolto anche in Elephant oil field, il giacimento libico di proprietà dell’Eni, e, in futuro, in Transmed e Greenstream, che porteranno petrolio dall’Africa all’Europa. Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, e ascoltato consigliere di Barack Obama, così rispondeva alla domanda rivoltagli dal corrispondente negli Usa de La Stampa, Maurizio Molinari, su cosa ne pensasse del legame tra Putin e Berlusconi: ««È simile a quello che Putin ha con l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder». Schroeder lavora per la Gazprom, osserva l’intervistatore: «Intende dire che Berlusconi fa affari con Putin?» «La risposta che ho appena dato si spiega da sola», risponde Brzezinski.

Ma non è di soli affari – per quanto miliardari – che si nutre l’amicizia tra il premier italiano e il vero padre-padrone della «nuova Russia». Ciò che unisce Berlusconi e Putin è una visione del potere, una concezione «deregolamentata» della democrazia, e una diffidenza, che spesso si trasforma in aperta ostilità, verso la stampa libera e una opposizione che osi parlare, e rivendicare, il pieno rispetto di spazi e regole di democrazia. Più della Bielorussia, più della Libia. Il super Paese-pacchia per il Cavaliere è la Russia dei nuovi oligarchi e dei loro protettori politici. La Russia di Vladimir Putin. Non c’è un atto compiuto dall’amico Vladimir che il Cavaliere non abbia difeso, se non dichiaratamente avallato. Ecco allora che i massacri compiuti dalle truppe russe in Cecenia vengano liquidati da berlusconi come una «leggenda» inventata da giornali ostili. Scriveva su La Stampa Barbara Spinelli: «Proprio lui, che si vanta d’aver costruito una visione del mondo sulla lotta al comunismo e che sempre ricorda i disastri prodotti dal totalitarismo comunista, abbraccia oggi un regime che di quel disastro è figlio e continuatore, e sul quale regna sempre più fortemente l’ex Kgb da cui Putin proviene….». Era il 2002. Sono passati otto anni d’allora.

Otto anni in cui l’amicizia tra il Cavaliere e lo «Zar» non ha subito smagliature. «Berlusconi non solo mostra di non conoscere la Russia… Non conosce nemmeno da dove veniamo noi: da quale idea della democrazia, della correttezza istituzionale, della libertà di stampa. Finge di ignorare e mostra di sprezzare tutti coloro che, in nome di questa libertà, si oppongono oggi a Putin: giornalisti indipendenti come Anna Politkovskaja, che sulla Cecenia raccontano non già leggende ma fatti, ed ex dissidenti come Vladimir Bukowski, Sergej Kowaliov, o la vedova di Sacharov Elena Bonner….». Così rifletteva nello stesso articolo Barbara Spinelli. Anna Politkovskaja ha pagato con la vita il suo essere giornalista indipendente, scomoda al regime. E come lei sono stati eliminati altri giornalisti scomodi, attivisti dei diritti civili. Sulla Cecenia, Berlusconi non ha mai avuto dubbi: «In Cecenia c’è stata un’attività terroristica con molti attentati anche contro i cittadini russi senza che ci fosse mai una risposta corrispondente».

L’amicizia fa chiudere gli occhi. Fa fare sconti incredibili. I dimostranti vengono presi a manganellate a poche centinaia di metri dallo stesso palazzo Kostantinovsky dove poche ore prima Berlusconi era stato ricevuto da Putin (15 aprile 2007)? Centinaia di oppositori vengono arrestati? La colpa, spiega il Cavaliere col colbacco, è della stampa che ha «gonfiato» la repressione delle manifestazioni a San Pietroburgo e Mosca. La verità, giura, è che al Russia è un Paese che crede nella democrazia: «Ma non in una democrazia di secondo piano». Nella «verità» capovolta del Cavaliere, i colpevoli sono i dimostranti: «Lo so – spiega – perché ero con Putin mentre parlava con il ministero dell’Interno: l’opposizione aveva organizzato manifestazioni in strade non concesse dal comune per questioni di traffico». Ecco tutto. Nulla di grave, in fondo. La polizia ha soltanto fatto il suo dovere. Per facilitare il traffico….». L’amicizia tutto giustifica. Cosa rappresenti il Cavaliere per il nuovo-vecchio potere moscovita, lo chiarisce benissimo il quotidiano Izvestia (di proprietà di Gazprom Media): Silvio è «l’avvocato difensore della Russia …». Un avvocato con cui si possono stringere patti politici. E di affari. Il Gas. E non solo.

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24 agosto 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=102718

‘La Costituzione dimezzata’: Ecco l’Editoriale di “Famiglia Cristiana” n.35, in edicola dal 25 agosto

La Costituzione dimezzata

Il Cavaliere è sempre più insofferente delle “forme” e dei “limiti” previsti dalla Costituzione. Ecco l’Editoriale di “Famiglia Cristiana” n.35, in edicola dal 25 agosto

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24/08/2010

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi
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Berlusconi ha detto chiaro e tondo che nel cammino verso le elezioni anticipate – qualora il piano dei “cinque punti” non riceva rapidamente la fiducia del Parlamento – non si farà incantare da nessuno, tantomeno dai “formalismi costituzionali”. Così lo sappiamo dalla sua viva voce: in Italia comanda solo lui, grazie alla “sovranità popolare” che finora lo ha votato.

La Costituzione in realtà dice: «La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
Berlusconi si ferma a metà della frase, il resto non gli interessa, è puro “formalismo”. Quanti italiani avranno saputo di queste parole? Fra quelli che le hanno apprese, quanti le avranno approvate, quanti le avranno criticate, a quanti non sono importate nulla, alle prese come sono con ben altri problemi? Forse una risposta verrà dalle prossime elezioni, se si faranno presto e comunque, come sostiene Umberto Bossi (con la Lega che spera di conseguire il primato nel Nord e, di conseguenza, il solo potere concreto che conta oggi in Italia). Ma più probabilmente non lo sapremo mai. La situazione politica italiana è assolutamente unica in tutte le attuali democrazie, in Paesi dove – almeno da Machiavelli in poi – la questione del potere, attraverso cento passaggi teorici e pratici, è stata trattata in modo che si arrivasse a sistemi bilanciati, in cui nessun potere può arrogarsi il diritto di fare quello che vuole, avendo per di più in mano la grande maggioranza dei mezzi di comunicazione.

Uno dei temi trattati in queste settimane dagli opinionisti è che cosa ci si aspetta dal mondo cattolico, invitato da Gian Enrico Rusconi su La Stampa a fare autocritica. Su che cosa, in particolare? La discesa in campo di Berlusconi ha avuto come risultato quello che nessun politico nel mezzo secolo precedente aveva mai sperato: di spaccare in due il voto cattolico (o, per meglio dire, il voto democristiano). Quale delle due metà deve fare “autocritica”: quella che ha scelto il Cavaliere, o quella che si è divisa fra il Centro e la Sinistra, piena di magoni sui temi “non negoziabili” sui quali la Chiesa insiste in questi anni? A proposito. Ivan Illich, famoso sacerdote, teologo e sociologo critico della modernità, distingueva fra la vie substantive (cioè quella che riassume il concetto di “vita” mettendo insieme, come è giusto, e come risponde all’etica cristiana, tutti i momenti di un’esistenza umana, dalla fase embrionale a quella della morte naturale) e ogni altro aspetto della vita personale o comunitaria, a cui un sistema sociale e politico deve provvedere.

Il berlusconismo sembra averne fatto una regola: se promette alla Chiesa di appassionarsi (soprattutto con i suoi atei-devoti) all’embrione e a tutto il resto, con la vita quotidiana degli altri non ha esitazioni: il “metodo Boffo” (chi dissente va distrutto) è fatto apposta.

Beppe del Colle

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fonte:  http://www.famigliacristiana.it/Informazione/News/articolo/berlusconi-un-uomo-solo-al-comando.aspx

fonte immagine di testa: http://www.chitblog.net/index.php/berlusconi-dopo-le-polemiche-di-famiglia-cristiana/

Pakistan sott’acqua, rischio crac. Zardari: “Tre anni per ripartire”

24/8/2010 (7:43)

Pakistan sott’acqua, rischio crac. Zardari: “Tre anni per ripartire”

Cresce l’allarme internazionale

https://i0.wp.com/www.lastampa.it/redazione/cmssezioni/esteri/201008images/pakistan06G.jpg

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ISLAMABAD
Serviranno almeno tre anni
per completare la ricostruzione nelle aree alluvionate del Pakistan. Lo ha detto oggi il presidente pachistano Asif Ali Zardari, mentre abbondanti piogge continuano a cadere nel sud del paese. In circa un mese, almeno 500mila persone sono rimaste senza un tetto, mentre altri 1.500 residenti locali hanno perso la vita: oltre 17 milioni di persone, in totale, hanno subito le conseguenze delle alluvioni, secondo una stima delle Nazioni Unite.
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Zardari ha comunque difeso la risposta del governo alla catastrofe naturale, che è stata criticata duramente da più parti. Il presidente ha comunque ammesso che ci vorranno anni per una ripresa totale delle regioni colpite. Ieri la Farnesina ha annunciato un nuovo contributo del valore di un milione di euro in risposta all’Appello lanciato dalle Nazioni Unite «Pakistan Initial Floods Emergency Response Plan». In particolare, con lo scopo di contrastare l’elevato rischio di epidemie, saranno destinati 600.000 euro in favore di Unicef e 400.000 Euro in favore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità al fine di sostenerne le attività di assistenza nel settore sanitario, dell’igiene, dell’accesso all’acqua e della nutrizione con particolare attenzione alle fasce più vulnerabili della popolazione quali donne e bambini.
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Intanto la crisi umanitaria provocata dalle inondazioni sta creando un forte allarme internazionale. Si teme che il Paese finisca in bancarotta, ma anche che il disastro possa avvantaggiare i gruppi integralisti islamici. Da ieri il Fondo Monetario Internazionale è impegnato in una serie di riunioni a Washington per predisporre un piano di interventi di soccorso. La solidarietà internazionale si è messa in moto dopo un periodo di iniziale apatia dovuta a una certa diffidenza verso il governo di Islamabad, giudicato corrotto e con ambigui legami con i talebani. Il ponte aereo della Nato è operativo ed è stato consegnato da un velivolo partito da una base in Germania il primo carico di aiuti donati dalla Repubblica Ceca. Sono giunti nuovi stanziamenti, tra cui quello della Farnesina che ha aumentato di un milione di euro il suo contributo in risposta all’appello lanciato dalle Nazioni Unite.
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Intanto, dopo una pausa di quasi un mese dovuta all’emergenza delle inondazioni, il terrorismo ha di nuovo rialzato la testa con tre stragi costate la vita ieri ad almeno 37 persone, tra cui un religioso musulmano e una ventina di fedeli radunati in una moschea per il Ramadan. Gli attentati sono avvenuti nel nord ovest, la prima regione a essere colpita dalla calamità di tre settimane fa e dove ancora molte aree sono isolate a causa del crollo di strade e ponti. Non ci sono state rivendicazioni, ma tutto fa pensare all’opera di gruppi locali della jihad. Altri venti morti sono invece stati provocati nel Nord Waziristan dai missili lanciati da un drone (aereo senza pilota) americano, partito presumibilmente dal vicino Afghanistan: tra le vittime, oltre a 13 talebani afghani, anche sette civili pachistani (quattro donne e tre bambini).
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Farefuturo scrive ai moderati Pdl: “Con Bossi e Putin tradite idee liberali” / Cacciari: “Con le accozzaglie si può solo perdere. Silvio si batte con l’Ulivo e il terzo polo”

Farefuturo scrive ai moderati Pdl
“Con Bossi e Putin tradite idee liberali”

L’editoriale della fondazione vicina al presidente della Camera invita i berlusconiani “delusi” a cambiare strada. “Avete tradito la rivoluzione della Thatcher e di Reagan”. Famiglia Cristiana sul premier: “Chi dissente va distrutto”. Bocchino difende la sua proposta: “Non è strampalata”

Farefuturo scrive ai moderati Pdl "Con Bossi e Putin tradite idee liberali" Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini

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ROMA – La rivoluzione liberale non può avere i volti di Gheddafi, Putin e Bossi. I moderati del Pdl devono rendersene conto e cambiare strada. E’ l’appello che arriva da “Farefuturo” in un editoriale pubblicato sul suo periodico online. Un invito indirizzato “ai berlusconiani moderati”, i ”non custodi del culto berlusconiano, non pasdaran, non addetti al ”massacro del dissidente”.

Una lettera aperta che parte da un’idea tradita: quella liberale, appunto. E che congiunge Margareth Tatcher e Ronald Reagan con Putin e Gheddafi. “Ve la ricordate – scrive Federico Brusadelli – la Rivoluzione liberale? Bei tempi. Ma adesso, siete così convinti, cari pidiellini ‘moderati’, che la Rivoluzione liberale (quella che guardava alla signora Thatcher e al presidente Reagan con ammirazione e con invidia) possa avere il volto di Vladimir Putin, e possa davvero consumarsi sotto il tendone di Gheddafi?”. Non manca un riferimento ai recenti “editti” contro i finiani. ”La Rivoluzione liberale è quella racchiusa nel documento del 29 luglio, con cui il Pdl espelle uno dei fondatori?”.

E poi c’e’ il capitolo Lega, il verso bersaglio della fondazione vicina al presidente della Camera. ”Davvero pensate – continua Ffwebmagazine – che la Rivoluzione liberale possa essere appaltata alla Lega Nord? A Umberto Bossi, Roberto Cota, Roberto Calderoli?”. Una domanda con una risposta scontata. “Davvero volete che le vostre idee e i vostri progetti (ma anche, soprattutto, i vostri seggi, parliamoci chiaro….) si tingano di verde padano?”. La risposta e’ secca: ”No”.

Famiglia Cristiana prende di mira il premier. Il Berlusconi rampante e la Costituzione dimezzata. E’ d’ispirazione calviniana il titolo dell’editoriale di “Famiglia Cristiana”, in edicola domani. Il direttore Beppe Del Colle prende di mira il presidente del Consiglio e le sue recenti esternazioni sui “formalismi costituzionali”.
”Berlusconi ha detto chiaro e tondo che nel cammino verso le elezioni anticipate – qualora il piano dei cinque punti non riceva rapidamente la fiducia del Parlamento – non si fara’ incantare da nessuno, tantomeno dai ‘formalismi costituzionali'”.

Un’affermazione che, prosegue il settimanale dei paolini, contraddice il dettato della Carta. “Così lo sappiamo dalla sua viva voce: in Italia comanda solo lui, grazie alla ‘sovranità popolare’ che finora lo ha votato. La Costituzione in realtà dice: ‘La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione’. Berlusconi si ferma a metà della frase, il resto non gli interessa, è puro ‘formalismo”’. La regola del ”berlusconismo”? Per Famiglia Cristiana e’ indicativo il ”metodo” seguito con l’ex direttore di Avvenire Dino Boffo: ”Chi dissente, va distrutto”.

Bocchino difende la sua proposta.
Una proposta “tatarellian-berlusconiana”. Con questa formula Italo Bocchino difende la sua idea di formare una nuova maggioranza con i centristi e i delusi del Pd. Il riferimento è alla critica ricevuta dal ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli. “Mi dispiace che l’amico Altero Matteoli consideri ‘strampalata’ la mia proposta di allargare il governo oggi formato da Pdl, Lega, Fli e Mpa ad altri soggetti”. E’ la replica dei presidente dei deputati di Fli. “La mia è la riproposizione della teoria tatarelliana di ‘oltre il polo’ con l’obiettivo di unire il 65% degli italiani non di sinistra. Tra l’altro prima di me e con più forza questa strategia l’ha tentata il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di cui Matteoli è ministro, amico e collaboratore”, conclude Bocchino.

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24 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/08/24/news/farefuturo_scrive_ai_moderati_pdl-6475046/

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L’INTERVISTA

“Con le accozzaglie si può solo perdere
Silvio si batte con l’Ulivo e il terzo polo”

Cacciari respinge l’idea di una coalizione da “Vendola a Fini”: Il Pd deve stare con “Nichi e Di Pietro”

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di MAURO FAVALE

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"Con le accozzaglie si può solo perdere Silvio si batte con l'Ulivo e il terzo polo" Massimo Cacciari

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ROMA – “Basta con le ammucchiate”. Massimo Cacciari ex sindaco democratico di Venezia è stufo di alleanze larghe, “da Vendola a Fini”, frutto di errori “dettati dalla voglia di far propaganda o da un’errata real politik”.

Chi fa propaganda? Il Pd?
“Chi parla, come fa Franceschini, di “alleanza costituzionale” sa che né Casini, né tantomeno Fini, ci starebbero mai. Per loro sarebbe un suicidio politico. Sono dichiarazioni provocatorie che non portano a nulla”.

E l’errore da “real politik”?
“L’unico motivo per un’ammucchiata sarebbe il Cln, una coalizione per liberarsi di Berlusconi: un errore imperdonabile. Così ricadiamo nel vecchio antiberlusconismo, un formidabile regalo per il Cavaliere. In una campagna elettorale bene contro male, Berlusconi è imbattibile”.

Allora cosa resta da fare?

“Mi sembra evidente che c’è un disegno di Bossi e Tremonti per prendere il posto di Berlusconi. Per questo vogliono andare a votare subito”.

Quindi?
“Se non si cade nell’errore di fare un’accozzaglia, al 90% Berlusconi le elezioni le perde. Vince alla Camera, grazie alla Lega, ma perde al Senato”.

Ne è certo?
“È molto probabile, ma solo se esiste un terzo polo forte, composto da Fini, Casini e Montezemolo. In questo modo il centrosinistra andrebbe da Di Pietro a Vendola e, per come è fatta la legge elettorale Berlusconi la maggioranza al Senato se la scorda”.

A quel punto?
“Si va da Napolitano che sarà costretto a prendere atto che l’unico in grado di guidare un governo è Tremonti. Questo se si va alle urne in tempi brevi. Se invece ci fosse un accordo tattico tra Berlusconi e Fini le strade per il Pd sono altre”.

Quali?
“Invece di aspettare che il governo collassi, al Pd converrebbe mettersi a fare politica e avvicinarsi a Casini”.

Nel Pd sono convinti che i voti dei centristi servano ora.
“Le ammucchiate non servono. Il Pd pensi a fare un bel neo-Ulivo e non ostacoli un centro forte”.

Ma questo “neo-Ulivo” ha possibilità di vincere?
“Non vincerà mai. Ormai il Pd è quella cosa lì, una cosa che sta con Vendola e con Di Pietro”.

Non le piace?
“Non è il soggetto che avevamo progettato. Non è quell’elemento di grande novità che serviva. È la riedizione dell’Ulivo in salsa dipietrista. È un partito che ha il suo radicamento territoriale sull’Appennino tosco-emiliano. Ma per governare dovrebbe trovare un’intesa con l’area di Montezemolo, di Fini e di Casini e non fare un unico cartello. Ma questo solo se avranno tempo. Altrimenti meglio che vadano separati”.

Al Nord i voti sono destinati a spartirseli Lega e Pdl?

“Se si va al voto al Nord la Lega è il primo partito. Il Pd ha perso contatti con la realtà sociale. Hanno ereditato la strutturale incompetenza nell’interpretare le trasformazioni sociali e questo è il risultato”.

Non dà nemmeno una chance al centrosinistra?
“Ma è necessario iniziare a fare autocritica. Cosa che al momento non vedo”.

Le primarie possono essere utili?
“Le primarie hanno rotto, soprattutto quelle teleguidate. Servirebbe una leadership che guardi al nord. Sono due anni che insisto su Chiamparino”.

E il terzo polo, invece? È quello l’elemento di novità?
“Potrebbe esserlo se ben articolato. Non penso a un partito, piuttosto a una coalizione di governo. Una presenza laica come quella di Fini è interessante per una maturazione culturale e politica. Il valore aggiunto, però, lo darebbe Montezemolo”.

L’era-Berlusconi sta finendo?
“Lui non ha più nulla da dire al Paese dal punto di vista strategico. Ma non credo che andrà via con le sue gambe. E questo lo sanno anche Tremonti e Bossi”.

La legge elettorale? Verrà modificata?
“Fa talmente comodo ai partiti che resterà così com’è”.

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24 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/08/24/news/intervista_cacciari-6469265/

GENOVA – Il salame paga i libri di scuola

Il salame paga i libri di scuola

Dopo l’allarme lanciato dal sindaco di Sant’Olcese, si muovono le industrie locali per garantire ai 220 scolari delle elementari i testi gratuiti. Senza pretendere nulla in cambio. Il primo a muoversi è stato Alfredo Breschi, titolare della “Preti”, l’industria dolciaria che ha sede in zona, poi sono arrivati i due salumifici, Parodi e Cabella e infine il Consorzio Villa Serra. Insieme sosterranno la spesa di 7.000 euro

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di WANDA VALLI

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Il salame paga i libri di scuola

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Libri dolci o salati, comunque gratuiti. Per quest’anno i bambini delle scuole elementari di Sant’Olcese, sono a posto. Dopo l’allarme lanciato un mese fa dal sindaco, Alfredo Cassissa, con una lettera alle famiglie: “Non abbiamo soldi, per i tagli ai comuni stabiliti dalla Finanziaria”, dopo le polemiche del Ministero della Pubblica Istruzione che lo aveva accusato di propaganda politica, la soluzione è arrivata. Alle promesse sono seguiti i fatti.

E così se a muoversi per primo era stato Alfredo Breschi, titolare della “Preti”, l’industria dolciaria che ha sede in zona, poi sono arrivati i due salumifici, Parodi e Cabella e infine il Consorzio Villa Serra. Tutti hanno dato la disponibilità a sostenere la spesa, sette mila euro, senza volere niente in cambio. “Non siamo sponsor né fornitori del Comune”, precisa Breschi, lo facciamo perché lavoriamo qui”.

Intanto le famiglie
sono andate nelle librerie a prenotare i libri. Ma dalle librerie è arrivata una serie di telefonate al Comune. Che dobbiamo fare, dare i testi gratis o aspettare? hanno chiesto a Egle Belli, assessore ai servizi sociali. Che ora spiega: “Abbiamo risposto di consegnare i libri gratis, perché sarà comunque il Comune a ricevere i finanziamenti per poi versarli a loro”.

I bambini delle elementari
di Sant’Olcese sono 220 in totale, per un bimbo di prima o seconda servono 18,75 euro, per chi è in terza 25 che salgono a circa 40 per gli alunni di quarta e quinta, per via dei testi d’Inglese e di Religione. I testi profumeranno di dolce, di salato, e avranno la garanzia del Comune. Con buona pace del Ministero.

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24 agosto 2010

fonte:  http://genova.repubblica.it/cronaca/2010/08/24/news/il_salame_paga_i_libri_di_scuola-6471628/?rss

IL RITORNO DI VELTRONI… o lettere dall’inferno

IL RITORNO DI VELTRONI… o lettere dall’inferno

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C’è qualcuno pensava che non sarebbe più tornato? Che avesse capito che in politica se il fallimento è totale e devastante si sparisce, che in un paese democratico, normalmente si fanno i conti con le proprie decisioni e se i conti portano davanti il segno meno se ne trae la conseguenza che è giunto il momento di cambiare? Io sinceramente credevo che questo Veltroni lo avesse capito.

Che tutto sommato, certamente con livore e con astio nei confronti dei “compagni” di partito, avesse capito che dopo quello che la sua idea di politica ha portato al paese sarebbe stato meglio lasciar perdere… e invece no… invece il grande comunicatore, il sindaco d’Italia, torna oggi sul corriere della sera con una bella letterina che segna di fatto il suo ritorno (sotto che veste lo capiremo tra breve) nella politica italiana.

Mi permetto di scrivere agli italiani perché due anni fa, un secolo in questo tempo leggero e bulimico, quasi quattordici milioni di italiani misero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio .

Tecnicamente sarebbe falso, ma semplicemente si appropria del linguaggio berlusconianao… 14 milioni di italiani scelsero il partito uinico a vocazione maggioritaria che lui aveva creato unendo i ds e la margerita più una serie di minuscoli partitucoli in crisi… lui era solo il candidato della coalizione… comunque transeat.

Dopodiché si passa alle recriminazioni in puro stile televisivo, minzolinian-fedista

Sono stato uno dei pochi che si sono fatti da parte davvero (caricandomi responsabilità certo non mie). Non ho chiesto alcun incarico, non ho fatto polemiche, non ho alimentato veleni. Ho semmai taciuto e ingoiato fiele, anche davanti a tante vigliaccherie.

E mi fermo qui. Mi fermo alle parole che scivolano tra parentesi… se le responsabilità non sono certo sue allora di chi sono?

Chi ha scelto di creare un partito formato da due anime assolutamente inconciliabili che è andato in pezzi (l’uscita di Rutelli che si è portato via 1/6 del partito) alla prima occasione utile come prevedibile.

Chi ha scelto deliberatamente di fare il “partito a vocazione maggioritaria” e di scaricare tutti “i pesi morti pseudocomunisti” riuscendo a perdere per strada non solo il 4 per cento che quei partiti avevano recuperato alle elezioni (che sarebbero stati molti di più se si viaggiava in coalizione), ma addirittura a fargli campagna elettorale contro, dicendo che Bertinotti aveva fatto cadere il governo ( quando era stato Mastella prontamente passato dall’altra parte a farlo cadere) riuscendo a fare uscire la sinistra dal parlamento e non guadagnando nemmeno un consenso, anzi perdendo 3 milioni secchi di voti.

Infine chi ha inaugurato la politica del Loft, che si mette alle spalle la politica urlata, che si mette da parte la terribile scena dei partiti che si scannano, che va sul piano del ragionamento e che tende la mano anche a Berlusconi (memorabile una vignetta di Vauro).

Bisogna dirlo, alle elezioni del 2008 la sinistra non ha perso, la sinistra ha fallito ed è entrata in una crisi di identità dalla quale, forse non uscirà mai più.

La responsabilità è tutta di Veltroni e della sua cricca di sodali che non hanno capito nulla di come si muoveva un paese e lo hanno cristallizzato in un’idea di ragionevolezza e conteggio elettorale.

Adesso, come e sempre nella politica anche Veltroni torna… bene, speriamo che nel prossimo governo Berlusconi ci sia spazio anche per lui.

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per amor di completezza, ecco la lettera di Veltroni:

«Scrivo al mio Paese e vi dico cosa farei»

http://antoniovergara.files.wordpress.com/2008/01/veltroni-pinocchio-cover-exc.jpg

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Rischiamo che questa monarchia livida sia sostituita da una pura difesa dell’esistente. Si va incontro a suggestioni di democrazia autoritaria del sistema russo o cinese

Caro Direttore, scrivo al mio Paese. Scrivo agli italiani che tornano a casa, a quelli che non si sono mossi perché lavoravano o perché non possono lavorare. Scrivo agli imprenditori che fanno e rifanno i conti della loro azienda chiedendosi perché metà del loro lavoro di un anno debba andare a finanziare uno Stato che non riesce a finire da sempre la costruzione di un’autostrada come la Salerno-Reggio Calabria o che alimenta autentici colossi del malaffare come quelli emersi
in questi mesi.

(Ansa)
(Ansa)

Scrivo ai lavoratori che sentono che si è aperto un tempo nuovo e difficile, in cui, per resistere alla pressione di una globalizzazione diseguale, dovranno rinegoziare e ritrovare un equilibrio nuovo tra diritti e lavoro. Scrivo ai nuovi poveri italiani, i ragazzi precari, che arrivano a metà della vita senza uno straccio di certezza, senza un euro per la pensione, senza un lavoro sicuro, senza una casa, senza la sicurezza di poter mettere al mondo dei figli. E senza che politica e sindacati si occupino di loro.
Mi permetto di scrivere agli italiani solo perché sento di avere un minimo di titolo per farlo. In fondo due anni fa, un secolo di questo tempo leggero e bulimico, quasi quattordici milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio. Se un milione e mezzo dei 38 milioni di votanti avesse scelto il centrosinistra riformista invece di Berlusconi ora saremmo noi a guidare il Paese.

Ma non è successo, per tanti motivi. Come cercherò altrove di approfondire, credo più per ragioni profonde e storiche che per limiti di quella campagna elettorale che si concluse con il risultato elettorale più importante della storia del riformismo italiano. Non è successo e dopo alcuni mesi io mi feci da parte. Forse è questo l’altro titolo per il quale sento di potermi rivolgere al mio Paese. Sono stato tra i pochi che si sono fatti da parte davvero (caricandomi responsabilità certo non solo mie). Non ho chiesto alcun incarico, non ho fatto polemiche, non ho alimentato veleni. Ho semmai taciuto e ingoiato fiele, anche di fronte a varie vigliaccherie.

Cosa sta succedendo a noi italiani? Abbiamo trascorso la più folle e orrenda estate politica che io ricordi. Una maggioranza deflagrata, un irriducibile odio personale e politico tra i suoi principali contraenti, toni e giudizi che si scambiano non tra alleati ma tra i peggiori nemici. E poi dossier, colpi bassi, una orrenda aria putrida di ricatti e intimidazioni che ha messo in un unico frullatore informazione, politica e forse poteri altri costruendo un mix che non può non preoccupare chi considera la democrazia come un insieme di regole, di valori, di confini. Il Paese assiste attonito allo sfarinarsi della maggioranza solida che era emersa dalle urne, a ministri che sembrano invocare freneticamente la fine della legislatura, nuovi voti, nuovi conflitti laceranti. Mentre stanno per essere messe in circolo emissioni consistenti di titoli pubblici per finanziare il nostro abnorme debito pubblico chi governa questo Paese sembra dominato dal desiderio della instabilità. E, tutto, senza una parola di autocritica. Chi ha vinto le elezioni e ne provoca altre neanche a metà delle legislatura vorrà almeno dichiarare il proprio fallimento politico?

L’alleanza di centrodestra sembra immersa nello scenario dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Prima l’abbandono di Casini, ora la irreversibile crisi con Fini. Le forze più moderate hanno abbandonato uno schieramento sempre più dominato dalla logica puramente personale degli interessi di Berlusconi e dallo spirito divisivo di una Lega che alimenta ogni forma di egoismo sociale con lo sguardo solo al tornaconto elettorale immediato. Con effetti che già registriamo nel sentire diffuso e nei comportamenti. Un Paese che smarrisce il suo senso di comunità, la sua anima solidale, la sua coscienza unitaria finisce con lo sfarinarsi violentemente.

Quella che stiamo vivendo è una profonda crisi del nostro sistema. Era la mia ossessione quando guidavo il Pd. Mi angoscia l’idea che la democrazia rischi sotto la pressione delle spinte populistiche e dei conservatorismi di varia natura. E la crisi di questi mesi rafforza una distanza siderale tra la vita politica e i reali bisogni dei cittadini e della nazione. Berlusconi forza costantemente e pericolosamente i confini immaginando di vivere in un regime che non esiste. Se ci fosse un semipresidenzialismo lui certo non potrebbe disporre, ciò che è già una insopportabile anomalia oggi, di giornali e tv con i quali promuovere se stesso e randellare i suoi avversari. Ma neanche quella che su questo giornale è stata giustamente definita la «repubblica acefala» può fare sentire al Paese che il sistema politico tempestivamente ascolta, comprende, decide. Indeterminatezza di tempi, modalità, sedi di decisione hanno accompagnato anche altre stagioni politiche.

(LaPresse)
(LaPresse)

Questo è il rischio che corriamo, l’alternativa tra una monarchia livida e una pura difesa dell’esistente. E tra i cittadini rischia di rafforzarsi l’idea che di fronte alla velocità del nostro tempo, dei suoi repentini mutamenti sociali e finanziari, a essere più «utile» sia un sistema che decide, qualsiasi esso sia. Il rischio è che si faccia strada, anche in Occidente, quella suggestione di «democrazia autoritaria» che è già una realtà in sistemi, come quello russo o, in forma diversa, in quello cinese, che stanno segnando il tempo della fine dei blocchi. La possibilità che la società globale porti con sé un principio di disunità e che questo reclami poteri centrali forti e semplificati è molto di più di un rischio. Rimando per una analisi più compiuta al volume di John Kampfner Libertà in vendita o al bellissimo lavoro di Alessandro Colombo La disunità del mondo. In una società globale una democrazia che non decide è destinata a soccombere. Ma in una società globale la suggestione autoritaria si scontra con una irrefrenabile esigenza di libertà, libertà di sapere, dire, pensare.

Dunque l’unica strada che i veri democratici devono percorrere è quella di una repubblica forte e decidente. Ma questa comporta profonde e coraggiose innovazioni, nei regolamenti delle Camere, nell’equilibrio dei poteri tra governo e Parlamento, nelle leggi elettorali, nella riduzione dell’abnorme peso della politica, nella soppressione di istituzioni non essenziali. Bisogna semplificare e alleggerire, bisogna considerare il tempo delle decisioni come una variante non più secondaria. E, soprattutto, l’Italia, tutta, deve ingaggiare una lotta senza quartiere alla criminalità che succhia ogni anno 130 miliardi di euro alle risorse del Paese. Non basta che si arrestino i latitanti. La mafia è politica, è finanza. La mafia compra e condiziona. La mafia invade tutto il territorio e credo che ora, guardando le cronache di Milano o di Imperia, ci si accorga finalmente che non è un problema della Kalsa di Palermo o una invenzione di Roberto Saviano, ma una spaventosa realtà che altera il mercato, distorce la concorrenza, limita la libertà delle persone.

Le culture di progresso non possono declinare solo un verbo: difendere. Agli italiani non sembra di vivere in un Paese da conservare così come è. Un Paese che non ha una università tra le prime cento del mondo (dopo averle inventate), che ha una metà, meravigliosa, di sé sotto il condizionamento di poteri criminali, che ha evasione altissima e altissima pressione fiscale, che ha una amministrazione barocca e il primato dei condoni, che scarta come un cavallo l’ostacolo ogni volta che deve sfidare sondaggi e corporazioni. Un Paese fermo, che ha bisogno di correre. Che ha bisogno di politica alta, ispirata ai bisogni della nazione. Non è retorica. Parri, De Gasperi, Moro, Ciampi, Prodi e altri hanno dimostrato che si può stare a Palazzo Chigi per servire gli italiani. Bene o male, ma servire gli italiani. Non se stessi.

Spero che si concluda rapidamente l’era Berlusconi. Ma forse con una visione opposta a quella di alcuni protagonisti della vita politica italiana. Spero che finisca questo tempo non per tornare a quello passato. Non per mettere la pietra al collo al bipolarismo e riportare l’orologio ai giorni in cui pochi leader decidevano vita e morte dei governi, quasi sessanta in cinquanta anni, come l’andamento del debito pubblico testimonia in modo agghiacciante. Anche perché quei partiti avevano storie grandi che affondavano nel Risorgimento o nelle lotte bracciantili e quei leader avevano fatto, insieme, la Resistenza o la Ricostruzione. Berlusconi è stato un limite drammatico per il bipolarismo, perché la sua anomalia (una delle tante, troppe della storia italiana) ha costretto dentro recinti innaturali, pro o contro, una dialettica politica che avrebbe potuto e dovuto esprimersi nelle forme tipiche della storia del moderno pensiero politico occidentale. Senza Berlusconi in Italia potremo finalmente avere un vero bipolarismo, schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti, capaci di riconoscersi e legittimarsi reciprocamente in un Paese con una politica più lieve e perciò più veloce ed efficiente nella capacità di decisione del suo sistema democratico. Solo così sarà possibile affrontare, in un clima civile, l’indifferibile esigenza di ammodernamento costituzionale per dare alla democrazia la capacità di guidare davvero la nuova società italiana. Se saremo invece tanto cinici da pensare che il declino di Berlusconi possa aprire la strada a un nuovo partitismo senza partiti e alla sottrazione ai cittadini del potere di decidere il governo, finiremo con l’allungare l’agonia del berlusconismo e l’autunno italiano.

In questa estate orrenda non per caso la frase più citata dai leader politici è stata «Mi alleo anche con il diavolo pur di…». Lo ha detto Calderoli parlando del Federalismo, lo hanno detto alcuni leader del centrosinistra parlando della necessità di una santa alleanza contro Berlusconi. Io rimango dell’idea che invece le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica. In fondo il repentino declino del centrodestra conferma proprio questo. È giusto semmai che, in caso di crisi di governo, si cerchino soluzioni capaci di fronteggiare per un breve periodo l’emergenza finanziaria e sociale e di riformare la legge elettorale dando forma, per esempio attraverso i collegi uninominali e le primarie per legge, a un moderno e maturo bipolarismo. Perché poi, alle elezioni prodotte dal dissolvimento della destra, si presenti uno schieramento alternativo capace di assicurare all’Italia quella stagione di vera innovazione riformista che questo nostro Paese non ha mai conosciuto. Perché questo Paese deve uscire dall’incubo dell’immobilità che perpetua rendite e povertà. Deve conoscere un tempo di radicale, profondo cambiamento. È questo, da decenni, il frutto dell’alternanza nei diversi Paesi europei.

Il nostro è un meraviglioso Paese. Amare l’Italia e gli italiani dovrebbe essere una precondizione per partecipare alla vita politica. Chiunque alzi gli occhi nella Cappella Palatina di Palermo o nella galleria di Diana di Venaria Reale non può non sentire tutto intero l’orgoglio di essere figlio di questo Paese e della sua straordinaria e travagliata storia. Lo stesso orgoglio che si prova pensando agli italiani che lavorano per la nazione, imprenditori od operai, insegnanti o poliziotti. Per questo il nostro Paese merita di più. Merita di più dei dossier e dei veleni. Di più della politica ridotta a interesse di un leader. Di più delle alleanze con il diavolo. Il nostro Paese deve smettere di vivere dominato solo da passioni tristi. È difficile. È possibile.

Walter Veltroni
24 agosto 2010
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Uolter mai cresciuto (foto di Michelangelo Giuliani)
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Fondamentalmente, per me, l’errore di Uolter è stato quello di credersi un politico.. Era meglio se restava nel Paese dei Balocchi.
mauro

NO GRAZIE, PAGO IO! – Il marketing dei sostituti del latte materno

https://i2.wp.com/www.nograziepagoio.it/testata_media.JPG

Il marketing dei sostituti del latte materno

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di Adriano Cattaneo, Epidemiologo, Burlo Garofolo, Trieste

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Introduzione

To monger: commerciare, vendere, trafficare. Disease mongering: inventare malattie per farne commercio. Uno sport talmente alla moda che la prestigiosa rivista elettronica PLoS Medicine vi ha dedicato un numero speciale ed ospita sul suo sito un’interessantissima collezione di articoli [1]. Uno sport non nuovo. Ray Moynihan e Alan Cassels ci hanno scritto un libro [2]. Nell’introduzione riportano alcune frasi da un’intervista che Henry Gadsen, all’epoca direttore della compagnia farmaceutica Merck, concesse trent’anni fa alla rivista Fortune: “Il nostro sogno è quello di produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque. É un peccato che io non sia stato in grado di rendere la Merck simile a Wrigley (produttore di chewing gum, ndr).” Ma Henri Nestlé aveva anticipato Gadsen di oltre un secolo. Nel 1867 aveva salvato la vita ad un neonato prematuro, la cui madre era gravemente ammalata e non in grado di allattare il figlio, con “un latte svizzero intero ed un’aggiunta di cereali cotti al forno con un procedimento speciale di mia invenzione”, un prodotto che egli stesso denominò farina lattea. L’anno seguente Henri Nestlé dovette aprire un ufficio a Londra per gestire ordini in costante aumento. Nel giro di cinque anni esportava in Australia e Sud America. Nel 1874 vendette la sua compagnia per un milione di franchi svizzeri. La Nestlé continuò ad espandere, e diversificare, il suo mercato fino a diventare quella che oggi conosciamo: la più grande multinazionale degli alimenti e sicuramente la prima nel settore degli alimenti per lattanti e bambini. In Italia è presente con il proprio marchio e con il marchio Guigoz. Ma grandi affari in questo settore li fanno anche:

· la francese Danone, presente sul mercato europeo ma anche africano, sudamericano, russo e mediorientale. Fino a poco tempo fa era presente in Italia con il solo marchio Blemil, ma poi ha acquistato l’olandese Numico, diventando seconda al mondo dopo la Nestlè, ed è ora presente in Italia con i marchi Nutricia, Milupa e Mellin, ed in altri paesi anche come Cow & Gate e Dumex;

·    la tedesca Humana, che controlla anche la spagnola Milte, presente anche come Milte Italia, e Hipp, quest’ultima in rapida espansione nei mercati dell’est europeo;

·    la Plasmon, controllata dalla multinazionale americana Heinz, conosciuta anche per i marchi Dieterba e Nipiol (Farley in altri paesi);

·    la Mead Johnson, controllata dalla multinazionale farmaceutica angloamericana Bristol-Myers Squibb, che afferma di essere leader mondiale con i prodotti della serie Enfamil;

·   alcune aziende italiane minori come Chiesi, Dicofarm, Syrio, Medifood e Sicura;

·   la Wyeth (recentemente acquisita da Pfizer) e la Abbott-Ross, due multinazionali USA del farmaco che, con la Mead Johnson e la Gerber (prima Novartis, ora Nestlé), dominano il mercato nordamericano, ma non sono presenti, se non sporadicamente, in Italia;

·   le giapponesi Meiji, Morinaga e Snow che contendono alle altre multinazionali il mercato asiatico;

·   le new entries russe (Nutritec) e cinesi (Guangdong Yashili, Hangzhou Beingmate, Jianqxi Meilu, Sanlu, quella dello scandalo melamina) che per il momento si limitano a sgomitare con le multinazionali per un posto al sole.

Com’è possibile che un prodotto inventato per salvare una vita in casi gravi sia diventato di uso comune per mamme e bambini che non ne hanno bisogno, sostituendo tra l’altro un prodotto a costo zero, ecologico e qualitativamente inarrivabile come il latte materno? A quest’espansione hanno sicuramente contribuito fattori sociali come il passaggio dalla famiglia estesa a quella nucleare ed il progressivo inserimento della donna nel mondo del lavoro. Ma un ruolo importante l’ha avuto il “mongering”, l’invenzione di un bisogno inesistente per “vendere ai sani”.

Il marketing dei sostituti del latte materno

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La foto a sinistra mostra come già nel 1893, a Roma in Piazza Colonna, dietro le “prime torreggianti lampade elettriche”, fosse ben visibile una pubblicità della farina lattea Nestlé, presentata come un alimento per bambini, non per bambini ammalati o figli di madri ammalate. L’immagine di destra è una pubblicità diffusa in Francia negli stessi anni. Anche in questo caso la “fresca felicità” della farina lattea è proposta per una madre ed un bambino del tutto normali. Era così in tutto il mondo: fin dall’inizio, nonostante il mito originario del prematuro cui Henri Nestlé aveva salvato la vita, i sostituti del latte materno sono stati proposti come il chewing gum, come prodotti per tutti. I produttori avevano già capito quello che Jean Baudrillard avrebbe descritto molto più tardi: che la pubblicità, da strumento d’informazione, poteva diventare potente strumento di persuasione occulta, volta ad influenzare i consumi, i comportamenti, le aspirazioni e addirittura i bisogni percepiti della gente [3].

Contemporaneamente all’invenzione e allo sviluppo dei sostituti del latte materno, nasceva e cresceva la moderna medicina scientifica. Una delle caratteristiche della quale era ed è la medicalizzazione, cioè il tentativo o la pretesa di sottoporre a controllo medico tutti gli eventi nella vita di un individuo che possono influenzare la sua salute. È successo con il parto, ed è successo con l’alimentazione dei lattanti e dei bambini. L’allattamento e lo svezzamento, che per millenni erano stati praticati in modo naturale, mediante la trasmissione intergenerazionale dei relativi comportamenti, diventano oggetto di attenzione da parte dei pediatri. Non potendo controllare quantità e qualità del latte materno, essi accolgono con favore l’idea di usare e prescrivere un sostituto. All’inizio, verso la fine del XIX° secolo, sono avversari dell’industria; ritengono infatti che spetti a loro, e non a “chimici” come Nestlé, Liebig e Mellin, stabilire la composizione del prodotto. Sono soprattutto i pediatri americani a lanciarsi nell’impresa e a sviluppare diverse “formule” per diluire e mescolare il latte di mucca con altri ingredienti, nel tentativo di renderlo adatto all’alimentazione del lattante. La parola “formula”, tuttora usata in inglese per indicare il latte artificiale ed ormai entrata in uso anche nel dizionario pediatrico italiano, nasce proprio a cavallo del XIX° e del XX° secolo alla Facoltà di Medicina dell’Università di Harvard. Attorno al 1920, tuttavia, la maggioranza dei pediatri, frustrata dalla complessità di prescrivere e preparare le formule proposte dalla varie scuole di pediatria, raccomandavano ormai le formule industriali.

Si forma così, per consolidarsi in seguito in tutto il mondo, una stretta alleanza tra le professioni sanitarie, pediatri in primis, ma non solo, e l’industria che produce e commercializza sostituti del latte materno. Alleanza che spazia dalla ricerca alla formazione ed alla prestazione di servizi, ma che in ogni caso l’industria integra nel suo sistema di marketing. Nonostante importanti riviste mediche americane, inglesi e tedesche pubblichino fin dall’inizio del XX° secolo articoli che mostrano come i bambini alimentati con latte di formula abbiano una mortalità, e più in generale uno stato di salute e nutrizione, peggiore di quella dei bambini allattati al seno, l’alleanza si estende e si rafforza. Attualmente l’industria finanzia gran parte della ricerca sull’alimentazione infantile, la quasi totalità dei congressi pediatrici e su argomenti e per professioni affini, molti corsi di formazione, e una parte delle risorse necessarie per il funzionamento dei reparti ospedalieri e degli ambulatori pediatrici. Contribuisce anche alla vita delle associazioni professionali e non lesina regali di vario tipo, da costose ed esotiche vacanze alle penne che l’operatore usa per stilare le sue ricette. Questo connubio è talmente stretto e talmente strutturale da renderne difficile lo smantellamento; non è né facile né immediato, infatti, sostituire con finanziamenti pubblici o individuali l’immensa quantità di denaro sborsata dalle multinazionali. Ma, soprattutto, è considerato “naturale” dalla maggioranza degli operatori sanitari, fin dal periodo della loro formazione nelle varie facoltà; pochi sono quelli che prendono coscienza dell’intrinseco conflitto d’interessi e del fatto di essere usati come inconsapevoli strumenti di marketing.

Si stima che per ogni dollaro speso dall’industria per il marketing dei suoi prodotti tramite gli operatori sanitari vi sia un ritorno di cinque dollari. Ciò avviene in parte direttamente, cioè per le stesse prescrizioni mediche e per l’uso dei prodotti promosso all’interno dei servizi sanitari. Ma non è probabilmente il meccanismo più importante. Molto più importante è l’immagine. La figura in basso a sinistra mostra una pubblicità diffusa in Brasile nel 1948; la parola chiave è “confiança”, fiducia. Associando un latte in polvere ad un camice bianco, si promuove tra i genitori, e le mamme in particolare, l’idea che il prodotto sia “approvato dal vostro medico di fiducia”. In Italia ormai non succede più, ma in molti paesi i sostituti del latte materno sono pubblicizzati al pubblico come “approvati dalla locale società di pediatria”. La Nestlé era arrivata ad usare, fino agli anni ’70, sue dipendenti vestite da infermiere per promuovere i suoi latti negli ospedali e nei centri di salute. Per rafforzare quest’immagine, le formule lattee erano etichettate come “umanizzate” o “maternizzate”, per far passare l’idea che fossero equivalenti al latte materno.

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Questi aggettivi sono attualmente proibiti dalla nostra e da altre legislazioni. Ma l’industria li ha rapidamente sostituiti con altri “health and nutrition claims”, come esemplificato dalla figura in basso a destra. Si tratta di affermazioni su veri o presunti benefici conseguenti all’uso di un prodotto. Quelli della pubblicità rivolta ai pediatri italiani, riguardanti la prevenzione di manifestazioni allergiche, sono presunti, o addirittura falsi. Si basano infatti su articoli pubblicati oltre 20 anni fa dallo scienziato canadese RK Chandra, mai pienamente accettati dalla comunità scientifica internazionale e, si viene ora a sapere, basati su dati mai raccolti e totalmente inventati: uno dei molti esempi di frode scientifica [4]. Ugualmente presunti sono i miracolosi effetti sullo sviluppo cognitivo del bambino degli acidi grassi poli-insaturi ormai aggiunti a tutti i latti artificiali, e dei vari pre- e probiotici. Ma anche se le affermazioni fossero vere, è chiaro che l’industria le usa soprattutto per migliorare l’immagine del prodotto ed aumentarne le vendite. In ogni caso non rivela mai che, quando uno qualsiasi dei suoi prodotti è stato comparato al latte materno in studi controllati, il confronto ha sempre assegnato la vittoria a quest’ultimo. Per non parlare del confronto sui costi!

Che fare?

Una volta che le madri, persuase che il loro latte sia insufficiente o inadeguato, provano il latte di formula, il mercato per lo stesso è assicurato. Il lattante che, avendo preso latte di formula, succhia meno latte materno, scatena infatti quel processo fisiologico che porterà la madre a produrne sempre meno, fino all’esaurimento. L’industria conosce alla perfezione questo meccanismo ed è per questo che concentra i suoi sforzi sulla donna che deve decidere come alimentare il figlio e sui primi giorni dopo il parto. Le forniture gratuite di latte formulato agli ospedali, ora proibite dalla legge ma ancora in voga, hanno proprio questo malefico scopo: rendere facilmente disponibile il sostituto del latte materno in modo che rappresenti per tutti, madri ed operatori sanitari, la facile ed immediata soluzione all’apparire del minimo problema con l’allattamento al seno. Il marketing non è il solo responsabile di questi problemi; fanno sicuramente la loro parte operatori sanitari non adeguatamente preparati a mettere in atto routines e pratiche che favoriscano l’allattamento. Ma se almeno in parte è responsabile, bisogna porvi dei limiti, a salvaguardia della salute pubblica. Non bisogna infatti dimenticare che nelle popolazioni a basso reddito si stimano ad oltre un milione i bambini che muoiono perché non allattati al seno. E si tratta solo della punta dell’iceberg; sotto la superficie ci sono decine di milioni di bambini ammalati e denutriti. La situazione non è così tragica nelle popolazioni a reddito medio/alto, ma anche in Italia e negli altri paesi ad alto reddito madri e bambini che non allattano stanno in media peggio di quelli che allattano.

Questi limiti sono stati posti, fin dal 1981, dal Codice Internazionale sulla Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno, approvato in sede OMS dall’Assemblea Mondiale della Sanità con il voto favorevole di tutti i paesi, meno gli Stati Uniti. Assieme alle successive pertinenti risoluzioni, votate a stragrande maggioranza ogni due anni dalla stessa Assemblea, il Codice Internazionale rappresenta un corpus di regole che, se tradotte in leggi nazionali ed applicate nella lettera e nello spirito, ci farebbero tornare al 1867, cioè all’uso dei sostituti del latte materno solo in casi di provata necessità. Purtroppo però non tutti i paesi membri dell’OMS hanno tradotto il Codice Internazionale in leggi nazionali. Al momento, solo una quarantina di paesi hanno una legge che rispecchia il Codice Internazionale al 100% o quasi, una trentina non hanno nessuna legge, i restanti 130 sono in situazioni intermedie ed hanno in generale leggi più deboli del Codice; l’Italia, assieme agli altri paesi dell’Unione Europea, è tra questi. Ma anche dove le leggi esistono, non è facile metterle in pratica. In parte a causa della debolezza dei sistemi giuridici e di controllo di molti paesi. Ma anche perché l’industria inventa sempre nuovi trucchi per aggirare la lettera e lo spirito del Codice Internazionale. Guardate la figura qui sotto (si tratta della faccia rivolta verso il paziente di un calendario per la scrivania del pediatra). Il Codice Internazionale proibisce di promuovere commercialmente qualsiasi sostituto del latte materno. Dal momento che si raccomanda di alimentare solo con latte materno il bambino fino a sei mesi compiuti, un cereale (come quello della figura) presentato come utilizzabile sotto i sei mesi è un sostituto del latte materno. La sua pubblicità costituisce una violazione del Codice Internazionale. Ma notate la sottigliezza: la pubblicità non cita l’età del bambino, dice soltanto che quando la mamma nota che il figlio mette spesso le mani alla bocca, allora è pronto per il suo “primo gentile alimento”.

Notare che stiamo parlando ancora una volta di mamme e bambini perfettamente sani. È evidente che se non riusciamo a porre un freno alla fantasia ed all’enorme quantità di denaro (tra il 10% ed il 20% del budget complessivo) che l’industria è disposta a spendere in marketing, avremo sempre una spinta ad usare il latte di formula come chewing gum. Questo freno deve agire ad ogni livello, ma dev’essere azionato soprattutto nell’interfaccia tra industria ed operatori sanitari. I quali, solo per fare un esempio, dovrebbero “svezzarsi” dalla dipendenza dall’industria, in tutti i sensi. Dovrebbero, per esempio, evitare di aiutare l’industria ad aggirare la legge, come il primario di pediatria della figura qui sotto che non solo accetta la turnazione dei latti, ma ordina addirittura ai suoi subalterni di prescrivere il latte di turno e di inserirne il nome nella lettera di dimissioni.

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Ma la faccenda non riguarda ormai solo i pediatri. L’industria, come per i farmaci, si rivolge ora anche ai giornalisti, che poi potranno inondare l’opinione pubblica, e quindi anche i pediatri, attraverso i vari inserti salute che ormai non mancano in nessun periodico o quotidiano, per non parlare della TV, con informazioni “addomesticate”. Recentissimo l’episodio di giornalisti invitati dalla Danone, mediante una ditta di pubbliche relazioni, al Park Hotel “Villa Quaranta, dimora seicentesca, una delle più incantevoli ville della Valpolicella Classica, territorio ricco di storia, cultura e tradizioni. L’Hotel, il Centro Congressi ed Eventi, le Terme della Valpolicella, il Ristorante Borgo Antico, la Cantina in Villa ma al tempo stesso il Parco e la Chiesetta medioevale sono il mondo di Villa Quaranta: unico, esclusivo, amico ed accogliente, attento e discreto.” Per indottrinarli sulla necessità di evitare l’uso del latte di mucca fino a tre anni, a favore naturalmente dei latti formulati. Basta leggere i giornali e i comunicati stampa posteriori all’evento per verificare che la strategia di marketing ha avuto l’effetto sperato, grazie anche all’eco prestato da molti pediatri (inconsapevoli?).

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Conclusione

Ho cercato di mostrare come i meccanismi che portano ad un uso generalizzato ed improprio di sostituti del latte materno siano in atto da oltre 100 anni e siano basati sugli stessi principi adottati attualmente dalle multinazionali del farmaco per inventare malattie e farne commercio. Non per nulla l’industria del latte formulato, avendo fatto in modo che nel corso degli anni i suoi prodotti, per lo meno in Italia, si vendano prevalentemente in farmacia, resiste a qualsiasi tentativo, dall’alto e dal basso, di privilegiarne la vendita attraverso i normali canali commerciali. Vuole cioè che, fino a quando è possibile, i suoi prodotti conservino nell’immaginario collettivo le sembianze di un farmaco. Inutile dire che in questa disputa riesce ad avere al suo fianco, fedeli alleati, la maggioranza dei pediatri, che difficilmente rinunciano ad un congresso o ad un corso sponsorizzato.

C’è chi pensa che questa tendenza debba essere portata all’eccesso; che il latte di formula debba essere cioè catalogato ufficialmente come farmaco (attualmente, in tutti i paesi del mondo meno Israele, è catalogato come alimento speciale). In questo modo, sostengono coloro che propugnano questa soluzione, sarebbe usabile solo con ricetta medica, e quindi solo quando mamma e/o bambino siano gravemente ammalati ed impossibilitati ad allattare. La parallela vicenda del “disease mongering” dovrebbe insegnarci che così non è: anche un farmaco usabile solo con ricetta medica può diventare come il chewing gum. Io penso, perciò, che sia preferibile il contrario: che il latte di formula debba essere equiparato alle melanzane. Forse, declassato da prodotto medico ad ortaggio, cesserebbe di essere appetibile per i pediatri e di far concorrenza al latte m

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[1] http://collections.plos.org/diseasemongering-2006.php

[2] Farmaci che ammalano e case farmaceutiche che ci trasformano in pazienti. Nuovi Mondi Media, 2005.a

[3] Baudrillard J. Per una critica dell’economia politica del segno. Mazzotta, 1974.

[4] Smith R. Investigating the previous studies of a fraudolent author. British Medical Journal 2005;331:288-91.

Sui siti web di IBFAN (International Baby Food Action Network) Italia e del MAMI (Movimento Allattamento Materno Italiano) si può trovare documentazione sulle norme internazionali sui sostituti del latte materno, le violazioni e tante notizie utili sull’allattamento materno.

fonte:  http://www.nograziepagoio.it/sostituti_latte_materno.htm