Archivio | agosto 26, 2010

Palermo, «funerale» per la scuola. Precari, sciopero della fame a Roma

16 ottobre 2008 – Gli studenti di Napoli, nella manifestazione di protesta contro la riforma Gelmini, vestiti a lutto,  avevano inscenato un funerale. “Con questa riforma la scuola morirà”, avevano spiegato i manifestanti. Avevano ragione. (Foto: GiacominoFoto/Fotogramma)

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Palermo, «funerale» per la scuola

Precari, sciopero della fame a Roma

https://i0.wp.com/www.ilsannita.it/wp-content/uploads/2010/08/daniela-basile111.jpg Daniela Basile

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La protesta. Gli insegnanti precari a Palermo non cessano di lottare, hanno portato “tombe” in piazza, un docente ha smesso lo sciopero della fame per non compromettere la salute ma la battaglia si estende: inizia il digiuno un’insegnante di Benevento e domani, venerdì 27, la protesta senza cibo si trasferirà davanti al ministero dell’Istruzione a Roma. Una decisione sofferta, dicono i precari, ma non c’era scelta.

Sciopero della fame a Roma. «Da domani cominceremo uno sciopero della fame davanti al Ministero della Pubblica Istruzione. Abbiamo fatto una scelta difficile, che ci metterà a rischio, ma non abbiamo altri mezzi per far sentire la nostra voce e andremo fino in fondo con coraggio e dignità». Lo ha annunciato Caterina Altamore, una precaria della scuola alla manifestazione in Piazza Politeama a Palermo. «Chiederemo al ministro Gelmini – ha aggiunto – di fare marcia indietro sul decreto che distrugge la scuola pubblica in Sicilia, con il taglio dei docenti e del personale amministrativo. Al Presidente della Regione chiediamo un impegno forte e concreto per il ritiro della riforma 133, per una scuola a tempo pieno e quindi per la stabilizzazione di tutti i precari» . ».

Funerale a Palermo. La riforma Gelmini in Sicilia farà venire meno circa 5.000 incarichi, tra docenti e non. Un migliaio di persone ha trasformato in “cimitero” piazza Politeama, nel centro della città: una decina di tombe, approntate con lapidi, fiori e lumini di cartapesta hanno fatto da sfondo al funerale della scuola pubblica, mentre alcuni insegnanti e collaboratori scolastici hanno recitato la parte dei cadaveri, distesi sulle finte tombe. Alla manifestazione hanno partecipato il Coordinamento precari scuola, Palermo 2013, comitati spontanei, ma manche Pd, Idv, Udc, e i sindacati.

Il Ministero: turn over. La soluzione del ministero dell’Istruzione potrebbe risiedere in un turn over progressivo: lo ha detto al governatore Raffaele Lombardo il sottosegretario al Miur, Giuseppe Pizza, durante un incontro tenuto nella prefettura di Palermo.
«Non è con il turn over che si risolve la grave questione dei precari della scuola. Il ministro ritiri i tagli al personale, piuttosto che inviare un suo sottosegretario a proporre inutili soluzioni tampone per un problema che lo stesso governo ha creato», commenta l’europarlamentare Rita Borsellino, intervenuta a Palermo al sit-in di protesta.

Digiuno da Benevento. Per solidarietà con Daniela Basile, che da ieri sera ha avviato lo sciopero della fame, oggi anche Monica Sateriale, docente precaria di Benevento, ha iniziato il digiuno con il supporto di tutti i colleghi del presidio permanente in via Torre della Catena nella cittadina sannita. «Si proseguirà a oltranza – dice in una nota il Comitato Insegnanti Precari e Ata sanniti – fino a quando non sarà fatta chiarezza e non saranno sottoscritti impegni e valide soluzioni».

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26 agosto 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=102790

La minaccia dei taleban del Pakistan: “Alluvioni, niente aiuti dagli stranieri”

26/8/2010 (20:27)

La minaccia dei taleban del Pakistan:  “Alluvioni, niente aiuti dagli stranieri”

“Un’interferenza, reagiremo”. Preoccupazione di Onu e Usa

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NEW DELHI
Mentre la piena del fiume Indo
continua ad avanzare implacabile provocando altri 400 mila sfollati e minacciando una metropoli da milioni di abitanti, tra gli operatori umanitari in Pakistan si è fatta più viva la preoccupazione per un attacco del terrorismo islamico contrario all’Occidente e al suo aiuto anche in una situazione così drammatica da richiedere un intervento anche del Fondo monetario internazionale (Fmi).
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Il portavoce del sanguinario Movimento dei taleban pachistani, il Tehrik-i-Taliban Pakistan (Ttp) ha sostenuto che gli Stati Uniti e altri paesi non vogliono aiutare gli alluvionati ma hanno anche altre «intenzioni»: «Quest’orda di stranieri per noi non è affatto accettabile» e «quando diciamo che qualcosa Š inaccettabile per noi, ognuno può trarne le conclusioni», ha aggiunto con sinistro riferimento ad attentati terroristici. «Sarebbe davvero disumano attaccare coloro che stanno cercando di salvare delle vite umane», ha notato Maurizio Giuliano, portavoce dell’ufficio Onu per le questioni umanitarie. Diverse ore prima una fonte d’intelligence da Washington aveva messo in guardia gli operatori umanitari stranieri per il rischio di attacchi.
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Per ora non ci sono minacce concrete, ma il Palazzo di Vetro starebbe pensando di correre ai ripari alzando il livello delle misure di sicurezza. Già nella prima settimana del disastro il Tarik-e-Taleban, che controlla parte delle zone nord occidentali vicino alla frontiera afghana, si era opposto agli aiuti umanitari forniti dagli Stati Uniti e aveva denunciato l’ «interferenza» degli operatori stranieri. Le parole del portavoce talebano e le soffiate da Washington suonano sinistre a fronte dell’emergenza che continua tra i 17 milioni di alluvionati, di cui 3,5 milioni sono bambini senza acqua potabile e quindi a rischio di epidemie come il colera, secondo l’Unicef. Un nuovo allarme inondazioni ha fatto oggi scattare l’evacuazione di 400 mila abitanti da tre cittadine della provincia meridionale del Sindh, che continua a essere l’epicentro di questo «tsumami al rallentatore» iniziato un mese fa e che si esaurirà solo quando l’enorme massa d’acqua generata dalle piogge monsoniche record sfocerà nel Mar Arabico.
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Si teme che l’acqua possa invadere i quartieri bassi di Hyderabad, la seconda città del Sindh dopo Karachi e sesta metropoli pachistana con 2,5 milioni di abitanti. Le scuole sono state chiuse fino a domani per precauzione e alcuni quartieri periferici sono già stati sgomberati. Sempre da Washington, il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) sta valutando un maxi prestito per salvare il paese dalla bancarotta attraverso un «meccanismo di urgenza per le catastrofi naturali» già utilizzato in passato. La marea marrone, oltre a mettere in ginocchio l’economia nazionale, sta minacciando anche i simboli del Paese come il mausoleo della famiglia Bhutto, lambito dall’acqua in remoto villaggio nei pressi della città di Larkana, dove è sepolta l’ex premiere Benazir assassinata nel 2007. Mentre nella provincia centrale del Punjab, l’ex granaio del paese, la situazione sta lentamente migliorando, a centinaia di chilometri più a sud è ancora allarme rosso. All’altezza di alcuni sbarramenti sull’Indo, come quello di Kotri, il fiume si è gonfiato al punto di rompere gli argini costruiti nei giorni scorsi dall’esercito.
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EFFETTO MARONI – Ragazzini prendono a calci un immigrato, “Vattene via”. E i genitori ridono

Mi VERGOGNO di essere marchigiano. mauro

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RAZZISMO

https://i2.wp.com/www.inviatospeciale.com/wp-content/uploads/2009/01/migranti-02.jpg

Ragazzini prendono a calci un immigrato
“Vattene via”. E i genitori ridono

Su una spiaggia di Civitanova Marche, cinque bambini di 10-11 anni aggrediscono e insultano un venditore ambulante che si era fermato a riposare su una sdraio. Gli adulti non intervengono e assistono divertiti

Ragazzini prendono a calci un immigrato "Vattene via". E i genitori ridono Una veduta di Civitanova Marche

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MACERATA – Insultato e preso a calci da un gruppo di ragazzini. La vittima è un immigrato originario del Bangladesh, i piccoli razzisti non un gruppo di bulletti di periferia ma bambini che stavano trascorrendo una giornata in spiaggia, sotto gli occhi divertiti dei genitori. E’ successo a Civitanova Marche, in provincia di Macerata. Davanti a numerosi testimoni, fra i quali c’era anche un cronista.

L’immigrato, che lavora come ambulante sulle spiagge marchigiane delle vacanze, al termine del consueto giro tra gli ombrelloni si era fermato a riposare su una sdraio dello stabilimento Golden Beach. Cinque bambini lo hanno circondato intimandogli di allontanarsi a suon di insulti e calci contro la sdraio sulla quale era seduto. “Alzati da qua, vattene, questa è proprietà privata!”, hanno detto i ragazzini al giovane immigrato. Poi gli insulti a sfondo razzista: “Amigo vattene, vai a vendere fuori da qua. Questa roba l’hai rubata”. Poiché l’immigrato non rispondeva agli insulti, uno dei cinque gli ha sferrato dei calci dietro la sdraio colpendolo alla schiena.

Il tutto si è svolto
sotto gli occhi di un gruppo degli adulti, molto probabilmente i genitori, seduti a poca distanza sotto l’ombrellone. Non solo non sono intervenuti per fermare i bulletti, ma si sono messi a ridere del loro comportamento. Altri bagnanti non si sono accort8i di quanto stava accadendo, ho hanno preferito ignorare. Alla fine, l’ambulante si è alzato dalla sdraio e, in un italiano stentato, ha detto “siete stati molto cattivi”. E si è allontanato, rifiutando di denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine.

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26 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2010/08/26/news/senegalese_civitanova-6536744/?rss

MESSINA – Due palazzi contro il Ponte: “No alle trivelle nelle nostre case”

Due palazzi contro il Ponte
“No alle trivelle nelle nostre case”

Messina, rivolta a colpi di carta bollata per fermare il cantiere. E sabato torna a sfilare il “popolo del no”

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di PAOLO CASICCI

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Due palazzi contro il Ponte "No alle trivelle nelle nostre case" Una veduta dello Stretto di Messina

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Due condomìni contro il Ponte sullo Stretto. Cinquanta famiglie che dicono “no” ai lavori per la grande opera più controversa del secolo. Davide torna a sfidare Golia, a Messina. E lo scontro avviene sul mezzo chilometro di lungomare di Torre Faro, il villaggio a nord della città siciliana dove da giugno sono in corso le indagini geognostiche per il progetto definitivo del Ponte, atteso inizialmente per settembre e poi rinviato ad autunno inoltrato.

Per tutta l’estate le trivelle di Eurolink, il consorzio internazionale con capofila Impregilo che s’è aggiudicato l’appalto dell’opera, hanno scavato indisturbate sul lungomare messinese, nel punto in cui dovrebbe sorgere la torre alta 382 metri a sostegno della campata sul versante siciliano. Poi, al momento di procedere negli spazi privati, lo stop, per la resistenza degli abitanti di due complessi che hanno risposto a colpi di carta bollata alla richiesta di Eurolink di accedere alle aree condominiali ai sensi di una legge del 2001 sugli espropri. Una richiesta illegittima, secondo Carmelo Briguglio, legale dei due condomìni interessati, perché inviata agli amministratori dei complessi e non anche a ciascun singolo proprietario, ma soprattutto perché troppo generica: “La lettera di Eurolink – spiega Briguglio che ha segnalato la vicenda anche alla Procura e nella diffida al consorzio parla di tentata usurpazione – allude sommariamente a ‘operazioni preparatorie’ per il Ponte: potrebbe trattarsi di semplici e rapide misurazioni, e allora non ci sarebbe nulla da eccepire. Ma c’è il rischio che si tratti di interventi ben più invasivi, che però l’impresa non ha messo per iscritto”.

Che questa seconda ipotesi sia la più probabile, lo confermano alcuni abitanti del complesso Due Torri, cui un rappresentante di Eurolink avrebbe offerto verbalmente 3500 euro per poter installare una trivella negli spazi condominiali. Al consorzio provano a gettare acqua sul fuoco. “Il nostro obiettivo –  ha spiegato al giornale online Tempo Stretto il responsabile dei lavori Gianni Parisi – è trovare un accordo pacifico, come già avvenuto in altri casi. Ma se saremo costretti, chiederemo all’autorità giudiziaria di intervenire e farci entrare con la forza. I sondaggi sono previsti dalla legge e sono indispensabili”.

Formalmente, la procedura avviata da Eurolink non è un esproprio, che può partire solo una volta approvato il progetto definitivo. Ma la diffida degli abitanti di Torre Faro si può considerare il primo atto formale di resistenza giudiziaria alla grande opera da parte di comuni cittadini.

Intanto torna a manifestare la Rete No Ponte. Dalle 18 di sabato un corteo sfilerà a Messina, a Torre Faro, proprio davanti alla trivella di Eurolink. Alla protesta, che inizierà con uno spettacolo di teatro civile a cura di giovani compagnie locali, aderiscono associazioni ambientaliste (Wwf, Legambiente, Italia Nostra), partiti politici (Sinistra ecologia e libertà e Federazione della sinistra), sindacalisti e i comitati No Frane dei villaggi colpiti dall’alluvione devastante del 2 ottobre scorso. La richiesta che il corteo farà al governo è di dirottare gli oltre sei miliardi previsti per il Ponte verso la messa in sicurezza di uno dei territori a maggior rischio sismico e idrogeologico d’Italia.

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26 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2010/08/26/news/protesta_ponte_stretto-6532434/?rss

la stupenda vignetta è stata reperita qui: http://www.cosanonmisonoperso.it/

Simonetta, appalti e 007: L’ultima pista di via Poma

Il giallo | La deposizione di un affarista coinvolto nell’inchiesta «cheque to cheque

Simonetta, appalti e 007
L’ultima pista di via Poma

«La Cesaroni sapeva delle tangenti sugli aiuti umanitari»

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Affiora tra le carte di una vecchia inchiesta, la «Cheque to Cheque» del 1996, una pista inesplorata che potrebbe imprimere una svolta improvvisa al processo per l’omicidio di Simonetta Cesaroni in cui è imputato l’ex fidanzato Raniero Busco. In queste carte, che finora non sono state prese in considerazione dai magistrati in quanto sepolte insieme a un’inchiesta di 14 anni fa che non ha alcuna attinenza, c’è un’ipotesi sconvolgente. Ovvero che il delitto sia maturato nell’ambiente di lavoro in cui operava Simonetta: una possibilità che i magistrati stanno comunque vagliando e che ha preso corpo dopo il suicidio di Pietrino Vanacore e i rinvii per malattia della deposizione del datore di lavoro, Salvatore Volponi. A raccontare cose sconvolgenti sulla fine di Simonetta è una strana figura, Luciano Porcari, classe 1940, originario di Orvieto, un uomo di confine tra criminalità e Servizi. Porcari, tra il luglio e il dicembre 1996—nel carcere di Secondigliano (Napoli) prima e poi in quello di Viterbo — rendeva delle dichiarazioni verbalizzate al comandante della stazione dei carabinieri di Vico Equense, il maresciallo capo Vincenzo Vacchiano, che all’epoca indagava nell’ambito dell’operazione «Cheque to Cheque», condotta nel 1996 dai pm della Procura di Torre Annunziata Paolo Fortuna e Giancarlo Novelli. Un’inchiesta che ha portato alla luce molti scottanti capitoli di storia italiana recente: dal traffico d’armi alle tangenti sulla cooperazione in Africa. Luciano Porcari articola il suo lungo racconto in quattro deposizioni: 29 luglio, 28 ottobre, 8 novembre, 4 dicembre 1996.

Simonetta Cesaroni
Simonetta Cesaroni

In esse Porcari racconta di aver lavorato all’estero, in particolare nell’Africa francofona; un ambito nel quale entra in contatto con il «giro» degli appalti legati alla cooperazione italiana e delle tangenti che si muovono tra i vertici dei Paesi riceventi e dei Paesi donatori. Ambiti nei quali si trovano spregiudicati affaristi, esponenti dei servizi segreti e delle forze militari, politici con propensioni «mediterranee ».

Porcari, nelle sue deposizioni, racconta di essere venuto a contatto, in questo contesto, con ambienti dei Servizi. Il comandante dei carabinieri di Vico Equense, Vicenzo Vacchiano, scrive (Informativa di reato, operazione «Cheque to cheque », pp. 226-235): «Operando in attività illecite in Sud Africa, il Porcari conobbe quello che si presentava come il responsabile di una compagnia di import-export interessata ai traffici gestiti dal Porcari; tale personaggio asserì di chiamarsi Fabio Marcelli. In seguito poté identificarlo nel colonnello (dei Servizi segreti) Mario Ferraro ».

Si tratta del colonnello del Sismi trovato morto il 16 luglio 1995 nel bagno della sua abitazione al quartiere Torino, a Roma. Ferraro venne trovato impiccato ad un portasciugamani del bagno. Si è parlato di un omicidio mascherato, dovuto alle indagini che il colonnello Ferraro stava compiendo sulle vicende della malacooperazione. I dettagli che Porcari riporta indicano, secondo il maresciallo dei carabinieri, che il detenuto è attendibile. «Porcari asserisce che il nome operativo del colonnello Ferraro era appunto Fabio Marcelli. Questo particolare, coperto dal segreto, non è mai stato rivelato dalla stampa né mai è stato riportato in altre dichiarazioni giudiziarie. Questa circostanza costituisce indubbiamente un oggettivo riscontro».

Ma di riscontri ce ne sono altri. Porcari parla di una società (in cui egli stesso dice di aver operato) attiva agli ambienti della cooperazione con l’Africa del Nord, ma operante come «facciata» anche per conto dei Servizi segreti italiani. «Quando svolgevo l’attività di broker, ho lavorato anche per conto della società Dolmen, con sede in Roma al largo Argentina. I responsabili li conobbi in Liberia nel dicembre 1990».

Abbiamo compiuto delle verifiche nei registri storici della Camera di Commercio di Roma e scoperto che in effetti a pochi metri da largo Argentina, in largo Arenula 11 (uno spiazzo collegato a Largo Argentina) aveva sede La Dolmen International srl, una società dalla ragione sociale oscura, dedita a scambi con l’Africa, i paesi dell’Est e il Sudamerica. Nella contigua via Arenula ha sede pure il ministero dell’Interno, da cui dipendeva il Sisde. Porcari nelle deposizioni parla di maxi-tangenti sugli aiuti umanitari, di corruzioni, di strani traffici. E poi rivela un inquietante collegamento, quello con Simonetta Cesaroni.

Secondo Porcari, la Dolmen aveva una «società gemella, in via Poma », nella quale afferma di aver lavorato. Nella deposizione rese ai carabinieri il 28 ottobre ’96, Porcari racconta: «Fatti questi due viaggi dai quali guadagnai circa 80 milioni, dissi che non avrei voluto più farne perché era mio desiderio stare vicino ai miei figli. Con quei soldi misi su un’azienda di oggettistica con 13 dipendenti. Il lavoro andava bene nei primi tempi, poi sorsero delle difficoltà, tanto che dopo circa due anni chiusi l’attività e ricominciai a viaggiare per conto di una società di Roma sita in via Poma».

Porcari rivela che nella società di via Poma lavorava un’impiegata, Simonetta Cesaroni. Nel verbale del 4 dicembre 1996 racconta: «La povera Simonetta Cesaroni era la ragazza incaricata di stipulare i contratti per conto di queste società (legate ai contratti della cooperazione allo sviluppo, ndr) al di fuori del suo lavoro normale e quindi inevitabilmente era a conoscenza di queste operazioni illecite che, come io le ho detto, ho concluso per conto di queste società. Debbo precisarle che ho conosciuto gli uffici di via Poma nel 1991, al ritorno dalla Liberia. Come vede, tutte le persone che hanno avuto conoscenza delle attività di queste società sono state uccise». Una pista inquietante, che compete alla Procura vagliare.

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Ferruccio Pinotti
(autore di «Poteri forti» e «La società del sapere»)
26 agosto 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_agosto_26/pinotti-via-poma-appalti-007_dfa08ede-b0d5-11df-9462-00144f02aabe.shtml

Crescente pericolo ’ndrangheta: bombe ai giudici e “suicidi” in carcere di pentiti

Crescente pericolo ’ndrangheta: bombe ai giudici e “suicidi” in carcere di pentiti

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Crescente pericolo 'ndrangheta: bombe ai giudici e "suicidi" in carcere di pentiti

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Con i nostri precedenti articoli abbiamo cercato di mostrare, sempre di più, come il nostro Sistema Carcerario sia un fallimento: non rispetta i dettami della Costituzione e men che meno i più elementari diritti dell’uomo. L’anno non è ancora finito e siamo arrivati a 42 suicidi, se si continua di questo passo supereremo abbondantemente il “record” delle morti in carcere dell’anno scorso.

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Detto questo, trovo strano che nessuna associazione (da Antigone a Ristretti) che segue con costanza le morti in carcere non abbia notato che qualcosa non vada. Ll’abbiamo segnalato da tempo, partendo dalla strana morte, nel 2008, di Niki Aprile Gatti avvenuta nel carcere di Sollicciano, episodio nel quale si può intravedere l’ombra della ‘ndrangheta.

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Quest’anno nessuno ha notato che tra i sucidi spiccano alcuni collaboratori di giustizia o pentiti, oppure indagati per associazione mafiosa. Infatti ad “inaugurare” l’anno 2009 e 2010 è stato lo strano suicidio del pentito della camorra di nome Ciro Ruffo. La moglie tuttora dice che è stato ucciso e che il marito già da tempo diceva di temere di morire. D’altronde non è nemmeno un caso che il famoso pentito della ‘ndrangheta Fonti, abbia il timore di essere abbandonato dalle istituzioni e finire in carcere perché, testuali parole, “lì morirà”!

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Il penultimo, per ora, suicidio riguarda Riccardo Greco, arrestato in Spagna perché ritenuto appartenente alla cosca Cicero della ‘ndrangheta. Lui si sarebbe suicidato il 12 agosto di quest’anno nel carcere di Rebibbia tramite un lenzuolo. Strano per uno che si dichiarava innocente e pronto ad affrontare il processo perché avrebbe detto tutto davanti al magistrato. E infatti la moglie Marisa e i figli chiedono chiarezza e hanno subito chiesto aiuto ai due periti di parte, Raffaele Mauro, medico legale di Cosenza e Giorgio Sacchetti dell’università Tor Vergata di Roma. E in più la moglie ha detto che l’autopsia deve essere rispresa con un video onde evitare qualche manomissione. (Fonte)
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Pare che la moglie abbia idee chiare e denuncia anche un altro fatto strano. Riccardo Greco venne arrestato il 26 Luglio ma risulta entrato nel carcere di Rebibbima solo il 3 agosto. Chiede un’indagine per sapere dove sia stato dal giorno dell’arresto fino all’entrata in carcere. Riccardo Greco viene è stato fermato dalla polizia con l’accusa di 416 bis (associazione criminale di stampo mafioso, ndr), nell’ambito dell’“Operazione Anaconda” che, nel 2008, portò a 32 arresti; con capi di accusa molto gravi, tra cui la sparizione, caso di lupara bianca, di Angelo Cerminara.
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Non è la prima volta che che la ‘ndrangheta, piuttosto che uccidere direttamente, “suicidi” le persone in carcere. Ed è facile farlo dove il carcere è un luogo dove muore tanta gente, e un suicido in più non desta sospetti. D’altronde la ‘ndrangheta durante la prima guerra tra cosche aveva già ucciso in carcere, come dimostra l’arresto nel 2006 dell boss calabrese Franco Perna che nel 1985 uccise un direttore del carcere perché si oppose al loro controllo.
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Quindi è un dato oggettivo il fatto che la ‘ndrangheta abbia un grande controllo nelle carceri. Allora mi chiedo, quanti direttori di carcere riescono ad opporsi? Ci sono altri direttori che si sono ribellati e sono stati minacciati? Ovviamente non prendendo in considerazione il bellissimo carcere di Bollate, in cui un eventuale suicidio desterebbe non pochi sospetti,
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Mi auguro che ci sia qualche Magistrato che voglia vederci chiaro su queste morti di sapore mafioso, perché basta che rilegga tutte le archiviazioni e le autopsie e le legasse ai motivi per cui sono stati arrestati. Sono sicuro che qualche dubbio gli verrebbe.
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A partire da Niki Aprile Gatti, ragazzo incensurato, l’unico che non si era avvalso della facoltà di non rispondere, l’unico tra gli arrestati che dopo tre giorni si sarebbe impiccato con un laccio di scarpe che nemmeno poteva avere e sicuramente non avrebbe retto i suoi 90 chili.

La prova del dna, Hitler era ebreo e nordafricano

La prova del dna, Hitler era ebreo e nordafricano

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ROMA – L’analisi del Dna di Adolf Hitler, ottenuto da campioni di saliva di 39 parenti del Fuehrer, dimostra che il dittatore nazista aveva origini ebraiche e nordafricane. E’ stato infatti rintracciato un cromosoma, Aplogruppo Eib1b1, raro tra gli occidentali, ma comune tra i berberi in Marocco, Algeria e Tunisia, e tra gli ebrei ashkenaziti e serfarditi. La ricerca è stata effettuata da un giornalista e uno storico belgi, Jean-Paul Mulders e Marc Vermeeren.

L’ Aplogruppo Eib1b1 è legato al 10-20% del cromosoma Y degli ashkenaziti e tra l’,8,6 e il 30% dei sefarditi. Già in passato era emerso che il padre di Hitler, Alois, fosse il figlio illegittimo di una cameriera di nome maria Schickelgruber e di un 19enne ebreo, noto come Frankenberger, ma in questo caso le prove non si basano su voci, bensì su rigorosi studi scientifici.

Secondo il Daily Telegraph che riporta la notizia, tutti gli esami sono stati eseguiti in laboratorio in condizioni particolarmente severe in modo da non poter inficiare in alcun modo i risultati, qualunque fossero stati. Uno specialista di genetica dell’Università Cattolica di Lovanio, Ronny Decorte, ha definito “sorprendente” lo studio realizzato da Mulders e Vermeeren “affascinante soprattutto se lo si confronta con la concezione del mondo dei nazisti, nel quale razza e sangue sono elementi fondamentali per stabilire l’appartenza alla razza ariana”.
Mulders ha sintetizzato il risultato delle analisi in modo lapidario:”Si può dire chiaramente che Hitler era legato alle stesse persone che tanto disprezzava”.

fonte: http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=11863%3Ala-prova-del-dna-hitler-era-ebreo-e-nordafricano&catid=91%3Ascienze-filosofia&Itemid=289

Sarà vero? Certo sarebbe una bella pena del contrappasso… anche se, purtroppo, come tutte le pene previste da Dante capita sempre e solo ai morti… elena

SALUTE – Vi cureremo alla Cinese

Vi cureremo alla Cinese

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Contro la malaria, l’angina, il diabete, per curare il fegato. I big dell’industria farmaceutica scoprono i prodotti della tradizione. E li adattano alle esigenze del mercato di casa nostra

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di Caterina Visco da Shanghai

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Una tradizione millenaria unita alla moderna prassi scientifica e clinica. È quello che la Cina vuole fare con la sua medicina tradizionale. Per curare i suoi malati, ma anche per invadere i mercati dell’Occidente con pillole e preparati nati nella medicina tradizionale cinese e trasformati farmacologicamente per essere testati secondo i canoni della nostra medicina scientifica, l’unica che i nostri mercati possono accettare. Non si parla di corni di rinoceronte o di attività fisiche dai nomi strani . Ma di formulati erboristici e naturali, adoperati ogni giorno da milioni di persone, il cui corretto uso nel mondo moderno e soprattutto nel mondo occidentale ha bisogno di evidenze scientifiche.

Procurare queste evidenze,
individuare dosaggi consigliati, target specifici ed eventuali effetti collaterali secondo i parametri occidentali è il lavoro a cui oggi si dedicano massicciamente centinaia di ricercatori cinesi. E per il quale lo Shanghai Institute of Materia Medica (Simm) ha avviato collaborazioni internazionali. Al centro di un lavorio che sta cominciando a dare i suoi frutti. Ottenendo riconoscimenti da parte della comunità internazionale. Due dei maggiori editori mondiali in campo medico e scientifico, per esempio, hanno recentemente dato via a progetti con il dichiarato obiettivo di creare un ponte tra la medicina tradizionale cinese e quella occidentale. Elsevier ha lanciato la versione on line e in inglese del “Chinese Journal of Natural Medicine”. Springer, invece, oltre ad aver annunciato la pubblicazione del “Chinese Journal of Polymer Science”, rivista ufficiale della Società Cinese di Chimica, che si va ad aggiungere al bacino di oltre 90 riviste di alto livello sulla ricerca cinese, ha lanciato una nuova serie di manuali in inglese intitolata: “Fondamenti di medicina cinese”, tre volumi realizzati dall’Università Battista di Hong Kong in collaborazione con alcuni rappresentanti della Università di Pechino di Medicina Cinese.

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L’invasione dell’Occidente è cominciata. Forte anche di un successo consolidato, perché la medicina tradizionale cinese ha già offerto al mondo l’Artemetere, derivato dall’artesimina, il principio attivo estratto dall’Artemisia annua. Grazie alla collaborazione con lo Shanghai Institute of Materia Medica, il colosso farmaceutico Novartis ha realizzato il Coartem, un potente antimalarico diffuso in oltre 80 nazioni, la cui formula è stata inserita nel 2002 nella lista dei medicamenti essenziali dell’Organizzazione mondiale della sanità. “Lo Shanghai Institute of Materia Medica è l’unico istituto interamente dedicato alla scoperta e allo sviluppo di nuovi farmaci dell’Accademia Cinese delle Scienze”, spiega il vicedirettore Yang Ye. Oltre all’artemetere, il centro, situato nel cuore dello ZhangJiang Hi-Tech Park nel distretto di Pudong a Shanghai, ha sviluppato anche altri principi attivi riconosciuti a livello internazionale. Per esempio l’Uperzine A, isolato dalla Huperzia serrata, che potrebbe migliorare i deficit di memoria nei soggetti anziani e nei pazienti colpiti da Alzheimer e il Sale di depsidi iniettabile, un fitofarmaco per la angina pectoris, autorizzato per pazienti cinesi e statunitensi. In totale, tra il 2005 e il 2009 i brevetti approvati sono stati 92, di cui 12 di livello internazionale.
L’Istituto di Materia Medica conta tre centri di ricerca nazionali, sei dipartimenti, sei divisioni per la scoperta e lo sviluppo di farmaci. Fa parte del Simm anche lo Shanghai Research Center for Modernization of Traditional Medicine (Sctcm), una struttura dedicata alla ricerca dei principi della medicina tradizionale cinese secondo i metodi scientifici occidentali. “Si studiano i dati riportati in letteratura e si scelgono alcuni ingredienti attivi di cui si analizza la struttura e la composizione”, illustra Li-Hong Hu, ricercatore del centro che lavora alla scoperta di farmaci basati sulla Mtc con un approccio multidisciplinare: “Una volta individuati, si sperimentano in vitro o in vivo, e se ne modifica la composizione chimica fino a ottenere nuovi formulati efficaci e il più possibile sicuri”.

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24 agosto 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/vi-cureremo-alla-cinese/2133093

BERSANI, LA LETTERA – “Nuovo Ulivo e un’Alleanza democratica per sconfiggere Silvio Berlusconi”

La lettera

“Nuovo Ulivo e un’Alleanza democratica
per sconfiggere Silvio Berlusconi”

La svolta di Bersani: è ora di suonare le nostre campane. Occorre l’impegno univoco di tutte le forze progressiste. Il consenso per il Cavaliere è ancora largo ma il rapporto tra promesse e realtà è sempre più labile

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di PIERLUIGI BERSANI

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"Nuovo Ulivo e un'Alleanza democratica  per sconfiggere Silvio Berlusconi"

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CARO direttore, dopo anni di illusione berlusconiana l’Italia continua a regredire sul piano economico e sociale e si allontana, alla luce di ogni parametro, dai paesi forti dell’Europa. Nello stesso tempo l’impegno a riformare e a rafforzare le istituzioni repubblicane si sta trasformando in una deformazione grave della nostra democrazia. Ci si vuole trascinare ad un sistema dove il consenso viene prima delle regole e cioè delle forme e dei limiti della Costituzione; dove si limita l’indipendenza della Magistratura; dove il Parlamento viene composto da nominati; dove il Governo ha il diritto all’impunità e ad una informazione asservita e favorevole; dove si annebbiano i confini fra interesse pubblico e privato. I segni di tutto questo li abbiamo potuti valutare in questi anni berlusconiani: regressione dello spirito civico e della moralità pubblica, politica ridotta a tifoseria, allargamento del divario tra nord e sud, nessuna buona riforma sui problemi veri dei cittadini. Il populismo infatti è, per definizione, una democrazia che non decide, specializzata com’è nell’usare il governo per fare consenso e non il consenso per fare governo. Il dato di fondo della situazione politica sta qui, mentre la questione sociale e quella del lavoro sono senza risposte e si drammatizzano ogni giorno. Il consenso per Berlusconi è ancora largo, ma il rapporto fra parole e fatti e fra promesse e realtà diventa sempre più labile anche nella percezione dei ceti popolari. Vengono alla luce degenerazioni corruttive che vivono all’ombra di un potere personalizzato. Gli strappi all’assetto costituzionale non sono più sopportati da una parte della destra attratta da ipotesi liberali e conservatrici di stampo europeo.

A questo punto per Berlusconi la scelta è fra ripiegare o alzare la posta. Per l’Italia la scelta non riguarda più solo un governo, ma finalmente una idea di democrazia e di società. La prossima scadenza elettorale, più o meno anticipata che sia, comporterà in ogni caso una scelta di fondo. Rispetto a tutto questo, la proposta alternativa soffre ancora di debolezze che devono essere rapidamente superate. Il venir meno di una promessa populista produce sempre, direttamente o specularmente, fenomeni di distacco dei cittadini dalla politica, una spinta alla radicalizzazione impotente, espressioni vere e proprie di antipolitica che possono insorgere da ogni lato. Il compito dell’alternativa è quello di trasformare grande parte di queste forze disperse in energia positiva, collegandole ad un progetto politico capace di sorreggere non solo una proposta di governo ma una proposta di sistema. Tocca al PD innanzitutto, come maggiore forza dell’opposizione, indicare una strada che colleghi efficacemente l’iniziativa di oggi alla sfida radicale e dirimente di domani.

Rendendoci disponibili
oggi ad un governo di transizione non cerchiamo né scorciatoie né ribaltoni. Sfidiamo piuttosto la destra a riconoscere la realtà e ad ammettere l’impossibilità di mandare avanti l’attuale esperienza di governo e ad introdurre correttivi, a cominciare dalla legge elettorale, che consegnino lo scettro ai cittadini, per tornare poi in tempi brevi al voto. Sarebbe questo un tradimento del mandato elettorale? L’elettore in realtà è stato tradito da chi non è più in grado di rappresentare la sua coalizione e mantenere le promesse del suo programma. Sarebbe questo uno strappo costituzionale? Qui siamo all’analfabetismo o alla sfacciata malafede. E’ l’esclusione in via di principio di questa ipotesi, il vero strappo costituzionale!

Chi ha rispetto della Costituzione della Repubblica e del suo Presidente deve considerare invece tutte le possibilità. Noi lo facciamo. Noi consideriamo la possibilità che il Governo provi a sopravvivere con una specie di respirazione artificiale, rifiutandosi di prendere atto della sua crisi politica. Una soluzione che non porterebbe lontano e alla quale risponderemmo con una opposizione netta. Riteniamo infatti doveroso che la destra in disfacimento certifichi la sua crisi in Parlamento. Consideriamo altresì la possibilità che la situazione precipiti verso un vuoto politico e verso elezioni svolte con questa sciagurata legge elettorale, in una situazione economica, sociale e finanziaria di acutissima criticità. In questo caso la nostra proposta avrebbe la stessa ispirazione che oggi ci fa proporre un governo di transizione; una ispirazione cioè che deriva dall’analisi di fondo cui ho accennato. Noi proporremmo un’alleanza democratica per una legislatura costituente. Un’alleanza capace finalmente di sconfiggere una interpretazione populista e distruttiva del bipolarismo, capace di riaffermare i principi costituzionali, di rafforzare le istituzioni rendendo più efficiente una salda democrazia parlamentare (a cominciare da una nuova legge elettorale) e di promuovere un federalismo concepito per unire e non per dividere. Sto parlando di una alleanza che può assumere, nell’emergenza, la forma di un patto politico ed elettorale vero e proprio, o che invece può assumere forme più articolate di convergenza che garantiscano comunque un impegno comune sugli essenziali fondamenti costituzionali e sulle regole del gioco. Una proposta che potrebbe coinvolgere anche forze contrarie al berlusconismo che in un contesto politico normale (come già avviene in Europa) avrebbero un’altra collocazione; una proposta che dovrebbe rivolgersi ad energie esterne ai partiti interessate ad una svolta democratica, civica e morale. Come si vede, questa idea nasce dalla convinzione che la fuoriuscita dal berlusconismo non sia un processo lineare, cioè legato ad una semplice alternanza di governo in un sistema che funziona. Si dovrà uscire, lo ribadisco, da una fase politica e culturale e non solo da un governo, verso una repubblica in cui alternanza e bipolarismo assumano la forma di una vera fisiologia democratica.

Per dare l’impulso decisivo a questo cruciale passaggio occorre l’impegno univoco, leale, convinto e coeso di tutte le forze progressiste, che sono adesso chiamate a mettersi all’altezza di una responsabilità democratica e nazionale. Come potrebbero queste forze essere credibili se in un simile frangente non dessero per prime una prova di consapevolezza, di unità e di determinazione comune? Ecco allora la proposta di un percorso comune delle forze di centrosinistra interessate ad una piattaforma fatta di lavoro, di civismo, di equità, di innovazione e disponibili ad impegnarsi ad una progressiva semplificazione politica e organizzativa che rafforzi il grande campo del centrosinistra. Un simile percorso dovrebbe lasciarci definitivamente alle spalle l’esperienza dell’Unione e prendere semmai la forma e la coerenza di un nuovo Ulivo. Un nuovo Ulivo in cui i partiti del centro sinistra possano esprimere un progetto univoco di alternativa per l’Italia e per l’Europa e mettersi al servizio di un più vasto movimento di riscossa economica e civile del Paese. Dunque, un nuovo Ulivo ed una Alleanza per la democrazia. Su queste proposte il Pd vuole esprimere la sua funzione nazionale e di governo.

Su queste basi politiche il Partito Democratico organizzerà per l’autunno una grande campagna di mobilitazione sui temi sociali e della democrazia. E’ giunto il tempo infatti di suonare le nostre campane.

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26 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/08/26/news/lettera_bersani-6514997/

Lo scandalo dei manicomi lager / FOLLIA & MUSICA: Un video

Ecco i manicomi lager

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Esistono ancora, a 32 anni dalla Legge Basaglia. Sporcizia, degrado, sovraffollamento, assenza di cure mediche, scarsa assistenza psichiatrica. Sono le condizioni degli Ospedali psichiatrici giudiziari, prigioni che non aiutano a recuperare il paziente-detenuto. E dove si rischia l'”ergastolo bianco”. Le ispezioni a sorpresa della Commissione d’inchiesta sulla sanità hanno scoperto situazioni vergognose. Ne parla il presidente Ignazio Marino

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di Lara Crinò

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Una stanza dell Opg di Montelupo Fiorentino Una stanza dell’Opg di Montelupo Fiorentino

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Pazienti legati ai letti. “Celle” sovraffollate, ambienti sporchi, spazi fatiscenti, nessuna privacy. Impossibilità per i ricoverati-reclusi di essere curati per malattie anche gravi, come il diabete. E soprattutto il peccato capitale: l’incapacità di garantire quelle cure psichiatriche al centro di un percorso di riabilitazione, la ragione per cui esistono queste strutture. Oggi, a trentadue anni dalla legge Basaglia che abolì i vecchi manicomi criminali, questa è ancora la situazione generale degli Ospedali Psichiatrici giudiziari, Opg, che dovevano rimpiazzare i reclusori della vergogna. Con persone trattenute oltre la fine della pena prevista, in una sorta di “ergastolo bianco”. Sono quei penitenziari speciali dove, per citare alcuni fatti di cronaca recente, sono stati custoditi e assistiti Annamaria Franzoni, condannata per il delitto di Cogne, e Ferdinando Carretta, che massacrò i suoi genitori alimentando un lungo giallo. A fotografare il degrado in cui vivono ancora molti dei 1500 pazienti di queste strutture è l’indagine della Commissione parlamentare di inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale, presieduta da Ignazio Marino, chirurgo e senatore del Pd.

Tra luglio e agosto la commissione ha eseguito “ispezioni a sorpresa” in tutti e sei gli ospedali psichiatrici giudiziari (Napoli, Aversa, Reggio Emilia, Barcellona Pozzo di Gotto, Castiglione delle Stiviere, Montelupo Fiorentino) per poi indicare una serie di misure che dovrebbero migliorare una situazione definita “inaccettabile” dal punto di vista igienico e “lesiva della dignità personale” dal presidente della commissione. Alcuni provvedimenti da realizzare subito, per dare sollievo ai pazienti-reclusi, altri che si spera verranno attuati in tempi più lunghi. È lo stesso Marino, commentando le immagini girate durante le ispezioni ( guarda il video), a spiegare come si sta cercando di cancellare lo scandalo degli Opg. Anche attraverso una nuova proposta di legge.

Dottor Marino, perché avete ordinato ispezioni a sorpresa negli ospedali psichiatrici?
Tutti i membri della commissione sono stati d’accordo sul fatto che era lo strumento migliore per capire quali fossero le reali condizioni di vita quotidiana di questi pazienti. Se partiamo da presupposto che chi è internato in un ospedale psichiatrico giudiziario è lì per essere curato, quello che abbiamo trovato è un fallimento totale. Innanzitutto perché i pazienti non hanno accesso sufficiente a ciò di cui hanno bisogno, ovvero le cure psichiatriche. In media, possiamo calcolare che ciascun paziente abbia contatti con uno psichiatra per meno di un’ora al mese. Poi, perché chi è internato in queste strutture ed è affetto da una patologia fisica anche grave non ha modo di essere curato. E questa è una violazione dell’articolo 32 della Costituzione, sul diritto alla salute. Infine, perché questi luoghi non sono idonei dal punto di vista igienico e sanitario.

Come mostra il video girato durante le ispezioni, queste strutture non dovrebbero ospitare dei malati. Somigliano più a carceri sporche e sovraffollate che a istituti di cura
Questa è vero per la quasi totalità degli ospedali. Ad Aversa e a Napoli, per esempio. A Barcellona Pozzo di Gotto ci sono letti di contenzione ottocenteschi, a Montelupo Fiorentino c’è una situazione di grave affollamento, di fatiscenza della struttura e di totale mancanza di privacy. A Reggio Emilia la capienza ufficiale è di 132 pazienti ma ne abbiamo trovati 234. Tutto ciò ostacola la possibilità di un percorso riabilitativo. Consideriamo poi che molti pazienti, circa il 40%, sono in una condizione di “proroga”, ciò che viene chiamato ‘ergastolo bianco’. Di fronte a una pena detentiva di due-tre anni, alcuni sono rimasti in ospedale psichiatrico anche oltre vent’anni, un quarto di secolo. Persino dove si è fatto un vero sforzo per dare ai pazienti condizioni di vita più idonee, come a Castiglione delle Stiviere, che è la dimostrazione che un altro tipo di assistenza è possibile, il sovraffolamento rischia di vanificare i risultati.

Se la situazione che avete scoperto è così drammatica, cosa può fare la Commissione per rendere civili questi luoghi?
Diciamo innanzitutto che qualunque misura che prendiamo o auspichiamo deve bilanciare due interessi: l’interesse della società a essere protetta dalla “pericolosità” di una persona e l’interesse della persona stessa, che è un malata e va curata. Sul breve termine, abbiamo predisposto una lista dei pazienti che possono già essere dimessi (circa il 40%) per essere riaffidati alle Asl, in modo che realizzino un’assistenza sul territorio. Sul medio termine, l’obiettivo è di chiudere le strutture più fatiscenti. In questo abbiamo avuto già risposte positive, in particolare il comune di Montelupo Fiorentino e dal suo sindaco, Rossana Mori, che ha emesso un’ordinanza in merito al sovraffolamento dell’ospedale.

E il Parlamento come si occuperà di questo scandalo?
Abbiamo avviato uno studio comparativo tra le legislazioni in materia degli altri paesi, per arrivare a una proposta di legge firmata da tutti i membri della commissione, sia di maggioranza che di opposizione. Ciò che auspichiamo è una riforma di questo istituto, gli OPG, in grado di garantire la protezione della società ma anche i diritti dell’individuo.

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18 agosto 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/ecco-i-manicomi-lager/2132608

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Lithium – Evanescence, cover di Francesca