Archivio | agosto 27, 2010

I pastori sfilano a Porto Rotondo. La protesta a pochi metri da Villa Certosa

LA MANIFESTAZIONE IN SARDEGNA

I pastori sfilano a Porto Rotondo

La protesta a pochi metri da Villa Certosa

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PORTO ROTONDO – Un migliaio di pastori hanno sfilato per tutta la mattina a Porto Rotondo, in Gallura, a poche centinaia di metri da Villa Certosa, la residenza estiva del premier. Il Movimento dei Pastori sardi chiede risposte alla grave crisi che attanaglia il settore, e così ha radunato nel centro della Costa Smeralda decine di pullman giunti da tutta la Sardegna. I manifestanti sono stati accolti da un imponente sistema di sicurezza composto da Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia Municipale. «Non abbiamo nessuna intenzione di manifestare davanti alla residenza privata del presidente del Consiglio dei Ministri – ha spiegato il leader del Movimento Pastori Sardi, Felice Floris – Se sarà il caso e se nessuno in Sardegna prenderà provvedimenti chiederemo un incontro con Berlusconi a Roma, ricordandogli che è anche cittadino onorario di quest’isola non soltanto perchè l’ha scelta come residenza delle sue vacanze. Siamo certi che a Roma Berlusconi ci riceverà». I pastori hanno quindi distribuito volantini ai turisti per spiegare le ragioni della loro protesta, denunciando l’agonia dell’agropastorizia che negli ultimi 20 anni ha perso 10 mila aziende. Una protesta che segue i sit-in aegli aeroporti di Cagliari, Olbia, Alghero e la statale 131 nell’Oristanese, con conseguenti lamentele da parte dei turisti in transito.

OBIETTIVO REGIONE – «Il prossimo passo sarà l’occupazione del palazzo della Regione». Ha annunciato il leader del movimento pastori sardi, Felice Floris, durante la manifestazione. Il corteo ha sfilato per le vie del borgo fondato dai conti Donà dalle Rose, raggiungendo piazzetta San Marco e le banchine del porto, accompagnato dal suono dei campanacci e da slogan feroci rivolti in particolare contro l’assessore regionale dell’Agricoltura, Andrea Prato. I turisti hanno accolto come un diversivo i manifestanti, mentre anche il popolo delle barche di lusso ormeggiate nella marina veniva distratto dai riti della tintarella. Il corteo è poi passato senza fare rimostranze davanti al presidio delle forze dell’ordine che impediva l’accesso alla strada per Punta Lada, dove si trova la tenuta di Villa Certosa, residenza estiva del premier, senza che si registrassero tentativi di sfondamento. La manifestazione è terminata intorno alle 12.30.

LA FINE – La manifestazione si è poi conclusa alle 16, con la partenza dei pullman con gli ultimi manifestanti e il ritiro del dispositivo delle forze di polizia. Tra gli interventi per esprimere solidarietà ai pastori in lotta, anche quello di un cassintegrato Vinyls, Tino Tellini, che con gli altri colleghi occupa dal 24 febbraio l’ex carcere sull’isola dell’Asinara.

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Redazione online
27 agosto 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_agosto_27/pastori_sardegna_a12bd3f6-b1f3-11df-a044-00144f02aabe.shtml

SCUOLA – Protesta dei precari a Montecitorio: “Niente elemosine. Assunzione”

Protesta dei precari a Montecitorio
“Niente elemosine. Assunzione

Davanti alla Camera anche una delegazione dalla Sicilia. Arrivata l’adesione della Flc-Cgil: “In serata ci sposteremo davanti al Miur”. Il Cps: “In piazza per evitare qualsiasi tentativo di soluzione localistica e assistenziale”

Protesta dei precari a Montecitorio "Niente elemosine. Assunzione"

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Continuano le iniziative di protesta dei precari della scuola contro i tagli agli organici: un sit-in si sta tenendo nella Capitale, davanti Palazzo Montecitorio, dove è arrivata anche una delegazione di precari dalla Sicilia, docenti e personale Ata. Protestano contro i tagli degli organici previsti dalla riforma Gelmini. Ieri, una manifestazione è stata organizzata a Palermo in piazza Politeama, trasformata in un “cimitero”, con tanto di tombe finte, fiori e lumini, per simboleggiare la morte della scuola pubblica.

All’iniziativa romana partecipa anche Giacomo Russo, uno dei precari palermitani in sciopero della fame dal 17 agosto: “La mia – ha affermato – non è una battaglia dei precari della scuola, ma devo resistere per la scuola e il futuro dell’istruzione pubblica, perché questo governo non è capace di investire sulla conoscenza”. L’operazione prevista dalla legge 133 “non ha alcun senso pedagogico. Si sono stabiliti dei tagli e i decreti successivi – ha aggiunto – sono serviti a sostenere quelle cifre. Ma perché si continua a finanziare la scuola privata?” Russo ha anche espresso la sua amarezza perché il sottosegretario all’Istruzione, Giuseppe Pizza, presente ieri a Palermo, “non si è degnato di chiederci di sospendere lo sciopero della fame”. A questa forma di protesta estrema dell’astensione dal cibo ha aderito anche un’altra insegnante siciliana, Caterina Altamore, docente precaria delle elementari da 14 anni.

LE IMMAGINI DELLA PROTESTA

In piazza, nella Capitale, ci sono varie sigle sindacali: oggi, in particolare, è arrivata l’adesione dell’Rdb-Usb scuola. Ma soprattutto è presente la Flc-Cgil, l’organizzazione che nella scuola vanta il maggior numero di tessere. Il sindacato dei Lavoratori della conoscenza ha anche annunciato che “in serata la protesta si sposterà sotto la sede del Miur”.

A Montecitorio il sit-in è animato anche da diverse associazioni e movimenti di settore, tra cui il coordinamento precari scuola di Roma: il Cps spiega che è in piazza “per evitare qualsiasi tentativo di soluzione localistica e assistenziale: non accettiamo elemosine (il riferimento è al decreto salva-precari che dovrebbe garantire circa metà dello stipendio ad almeno 20mila precari non confermati ndr) che servano a tirare a campare ancora un anno nel precariato, ma vogliamo l’assunzione a tempo indeterminato e il ritiro dei tagli”.

Nel pomeriggio si riunisce l’Osservatorio permanente dei precari della scuola, per fare il punto della situazione e decidere ulteriori forme di lotta: l’obiettivo è anche organizzare un’attività di monitoraggio alle prossime convocazioni, per garantire la regolarità delle procedure, la trasparenza delle disponibilità e la non assegnazione di incarichi eccedenti le 18 ore previste dal contratto nazionale.

Secondo Francesco Cori, del Cps, a livello nazionale “sono a rischio più di 20 mila precari: per questo ci riuniamo, per verificare la regolarità delle convocazioni e fare pressioni sull’ufficio scolastico. Siamo pronti a rioccupare via Pianciani”, dove sono collocati l’ufficio scolastico regionale e provinciale.

Intanto, prosegue la protesta a Palermo. Da oltre dieci giorni docenti e collaboratori scolastici stanno dando vita a un sit-in in via Praga, dove ha sede l’ufficio scolastico regionale. Manifestazioni e mobilitazioni anche a Catania, Trapani e Messina.

E a Pisa stamani c’è stato un blitz della Rete dei precari della scuola al liceo scientifico ‘Ulisse Dini’ di Pisa durante le nomine per le supplenze annuali. Davanti a circa 200 persone Andrea Moneta, rappresentante dei precari, ha interrotto le operazioni e srotolato uno striscione con la scritta “Scuola pubblica, bene comune”. Per alcuni minuti ha poi illustrato i motivi della protesta per i tagli alla scuola pubblica ricordando che “sono stati cancellati 25.600 posti di docenti e 15 mila di Ata da aggiungere ai 42.100 docenti e 15 mila Ata già tagliati lo scorso anno”.

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27 agosto 2010

fonte:  http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/08/27/news/protesta_dei_precari_a_montecitorio_governo_non_investe_su_conoscenza-6550952/?rss

Una campagna per denunciare Mondadori. I dubbi. I motivi del sì. E quelli del no.

Una campagna per denunciare Mondadori.

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Mondadori? No Grazie.

Questa è una campagna per denunciare e fare pressione tramite il non-acquisto la Mondadori, , la casa editrice della famiglia Berlusconi per la quale il Parlamento ha emanato una norma che le consente di “evadere” per legge il fisco.

La presidente della Arnoldo Mondadori Editore è Marina Berlusconi, figlia del capo della maggioranza al governo.

Grazie ad un provvedimento parlamentare approvato dalla maggioranza guidata da Silvio Berlusconi, la Mondadori risparmierà quasi 350 milioni di euro non versandoli nelle casse dell’erario. Sono soldi che la casa editrice doveva allo Stato da molti anni e per la quale si aspettava una sentenza della Corte di Cassazione. Grazie al provvedimento, la Mondadori pagherà il 5% della somma dovuta ed estinguerà il contenzioso.

E così ciascun italiano (bambini compresi) si ritrova a pagare una tassa di ben 7 euro per coprire le tasse non versate dalla Arnoldo Mondadori Editore.

L’evasione fiscale danneggia tutti quanti, sono soldi che ci vengono sottratti direttamente. Sono mancati servizi, tagli alla cultura, alla scuola, alla sanità.

Noi cittadini italiani non possiamo tacere, accettando supinamente che il capo del Governo approfitti della sua situazione per approvare provvedimenti “ad-aziendam” che permettono alle sue società di famiglia di non pagare tasse dovute. Tutto questo a scapito dei bilanci dello Stato e quindi di tutti noi.

Abbiamo quindi pensato ad una Campagna di denuncia e boicottaggio alla Mondadori.

“Mondadori? No grazie” sarà impostata su tre azioni possibili:

1) Immediato boicottaggio a tutti i libri e prodotti Mondadori

2) Pressione sugli autori perchè non pubblichino da Mondadori. Giorgio Bocca l’ha fatto, perchè gli altri no?

3) Inizio di una campagna di sensibilizzazione che partirà dal web ed arriverà in tutte le città e davanti alle librerie con volantinaggi e diffusione di informazioni ai cittadini ignari.

La campagna è promossa dai comitati BOBI BOicotta il BIscione. Per aderire CLICCA QUI

fonte: http://www.mondadorinograzie.org/

Io, autore Mondadori e lo scandalo “ad aziendam”

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di Vito Mancuso • 23-Ago-10

La domanda era sempre quella: come posso adesso, se quello che scrive Giannini corrisponde al vero, continuare a pubblicare con la Mondadori e rimanere a posto con la mia coscienza?

pagine volanti

Da quando ho letto l’articolo di Massimo Giannini  giovedì scorso 19 agosto non ho potuto smettere di pensarci. Ho provato a fare altro e a concentrarmi sul mio lavoro, ma dato che in questi giorni esso consiste proprio nella stesura del nuovo libro che a breve dovrei consegnare alla Mondadori, mi è sempre risultato impossibile distogliere dalla mente i pensieri abbastanza cupi che vi si affacciavano. La domanda era sempre quella: come posso adesso, se quello che scrive Giannini corrisponde al vero, continuare a pubblicare con la Mondadori e rimanere a posto con la mia coscienza? Come posso fondare il mio pensiero sul bene e sulla giustizia, e poi contribuire al programma editoriale di un’azienda che a quanto pare, godendo di favori parlamentari ed extra-parlamentari, pagherebbe al fisco solo una minima parte (8,6 milioni versati) di un antico ed enorme debito (350 milioni dovuti)? Come posso fare dell’etica la stella polare della mia teologia e poi pubblicare i miei libri con un’azienda che non solo dell’etica ma anche del diritto mostrerebbe, in questo caso, una concezione alquanto singolare?

Io sono legato da tempo alla Mondadori, era il 1997 quando vi entrai come consulente editoriale della saggistica fondandovi una collana di religione e spiritualità, poi nel 2002 ebbi l’onore di diventarne autore quando il comitato editoriale accettò il mio saggio sull’handicap come problema teologico, onore ripetuto nel 2005 e nel 2009 con altri due libri.

Conosco bene i cinque piani di palazzo Niemeyer a Segrate, gli uffici open-space, i corridoi interminabili dove si incontra chiunque (scrittori, politici, cantanti, calciatori, scienziati, matematici, preti, comici…), la mensa dove per parlare con il vicino spesso bisogna gridare, il ristorantino vip, lo spaccio dove si comprano i libri a metà prezzo, le redazioni dei settimanali e dei femminili, l’auditorium dove presentavo ai venditori i libri in uscita e di recente il libro che sto scrivendo. So dove si trovano le macchinette del caffè, luogo di ritrovi e di battute, e di gara con gli amici a chi mette per primo la monetina. Ecco, gli amici. Impossibile per me parlare della Mondadori e non rivedere i loro volti e non provare ancora una volta ammirazione e stima per la loro professionalità. Perché questo anzitutto la Mondadori è: una grande azienda di brillanti professionisti. Del resto a parlare sono i titoli e i fatturati, sono i lettori italiani che continuano a premiare con le loro scelte il lavoro di un’editrice che va avanti dal 1907. Un lavoro in grado di vincere anche in qualità, basti pensare alla collezione dei Meridiani, ai Meridiani dello Spirito, ai classici greci e latini della Fondazione Valla. E se uno avesse dei dubbi, prenda in mano il catalogo degli Oscar e di sicuro gli passeranno, perché si ritroverà tra le mani una vera e propria enciclopedia della scienza editoriale in compendio.

Per questo il mio dubbio, dopo l’articolo di Giannini, è pesante. Leggendo ho appreso che non si tratta più di accettare una proprietà che può piacere oppure no ma che non ha nulla a che fare con le scelte editoriali, cioè con l’azienda nella sua essenza. Stavolta è la Mondadori in quanto tale a essere coinvolta, non solo il suo proprietario per i soliti motivi che non hanno nulla a che fare con l’editoria libraria. Quindi stavolta come autore non posso più dire a me stesso che l’editrice in quanto tale non c’entra nulla con gli affari politici e giudiziari del suo proprietario, perché ora l’editrice c’entra, eccome se c’entra, se è vero che di 350 milioni dovuti al fisco ne viene a pagare solo 8,6 dopo quasi vent’anni, e senza neppure un euro di interesse per il ritardo, interessi che invece a un normale cittadino nessuno defalca se non paga nei tempi dovuti il bollo auto, il canone tv o uno degli altri bollettini a tutti noti.

Eccomi quindi qui con la coscienza in tempesta: da un lato il poter far parte di un programma editoriale di prima qualità venendo anche ben retribuito, dall’altro il non voler avere nulla a che fare con chi speculerebbe sugli appoggi politici di cui gode. Da un lato un debito di riconoscenza per l’editrice che ha avuto fiducia in me quando ero sconosciuto, dall’altro il dovere civico di contrastare un’inedita legge ad aziendam che si sommerebbe alle 36 leggi ad personam già confezionate per l’attuale primo ministro (riprendo il numero delle leggi dall’articolo di Giannini e mi scuso per il latino ipermaccheronico “ad aziendam”, ma ho preso atto che oggi si dice così). A tutto questo si aggiunge lo stupore per il fatto che il Corriere della Sera, gruppo Rizzoli principale concorrente Mondadori, finora abbia dedicato una notizia di poche righe alla questione: come mai?

Nella mia incertezza ho deciso di scrivere questo articolo. Spero infatti che a seguito di esso qualcuno tra i dirigenti della Mondadori possa spiegare pubblicamente cosa c’è che non va nell’articolo di Giannini, perché e in che cosa esagera e non corrisponde a verità. Io sarei il primo a gioirne. Spero inoltre che anche altri autori Mondadori che scrivono su questo giornale possano dire come la pensano e cosa rispondono alla loro coscienza. Sto parlando di firme come Corrado Augias, Pietro Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano… Se poi allarghiamo il tiro alle editrici controllate interamente dalla Mondadori (il che, in questo caso, mi pare oggettivamente doveroso) arriviamo all’Einaudi e a nomi come Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi… Sono tutte personalità di grande spessore e per questo sarei loro riconoscente se contribuissero a risolvere qualcuno dei dubbi sollevati da questa inedita legge ad aziendam nella coscienza di un autore del Gruppo Mondadori.

http://www.repubblica.it (21 agosto 2010)

fonte: http://www.fondfranceschi.it/cogito-ergo-sum/io-autore-mondadori-e-lo-scandalo-ad-aziendam

Il gran rifiuto di don Gallo
“Mai più libri con la Mondadori”

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Evasione fiscale e legge “ad aziendam”: il prete di strada che ha pubblicato con la casa di Segrate “Angelicamente anarchico” e “Così in terra come in cielo” è il primo autore che se ne va  

di MICHELA BOMPANI
Il gran rifiuto di don Gallo "Mai più libri con la Mondadori"  
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“Non pubblicherò più libri con Mondadori, dopo questa storia del romanzaccio di Segrate io zitto non ci sto”. Don Andrea Gallo è un autore Mondadori e mette la parola fine al suo rapporto con la casa editrice dopo l’inchiesta del vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini pubblicata tre giorni fa e la “tempesta del dubbio” di un autore Mondadori, il teologo Vito Mancuso, che in una lettera aperta al quotidiano ha sollevato la questione se sia eticamente corretto continuare a pubblicare il proprio lavoro con un’azienda che ha pagato 8,6 milioni di euro al fisco, in vent’anni, anziché 350 milioni. E poi tutto sia stato sanato da una legge “ad aziendam”.
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Tra tutti gli autori Mondadori in ambasce, don Andrea però è il primo che consuma lo strappo. “Ciò che è grave sono le leggi ad personam del governo, allora dovrei dimettermi dall’Italia – riflette sulla polemica la psicoterapeuta e scrittrice, Gianna Schelotto – Mondadori è un’azienda con cui lavoro benissimo, ha altissime professionalità e non ha mai toccato una virgola nei miei libri”. “Da Mondadori me ne sono andato un anno fa – spiega Dario Vergassola, comico e autore spezzino – non mi trovavo bene; nessuna pressione, ma nei miei confronti c’era indifferenza”.

Don Gallo invece sabato ha pagato 92 euro, la bolletta di un pensionato genovese cui avevano tagliato la luce perché non riusciva a saldarla, e non può stare zitto, dice, davanti a un’evasione di 350 milioni. “Sono un autore piccolissimo, minuscolo, ho compagni enormi, da Zagrebelski a Scalfari, da Saviano a Citati, ma qualcuno deve pur dire no a un certo punto, e questa vicenda: è un romanzaccio che spinge un mini-autore come me a non poter proseguire ancora con Mondadori”, dice don Gallo.

Il prete di strada ci tiene a precisare, però: “L’azienda di Segrate è un monumento dell’editoria italiana e, lì dentro, ho incontrato professionalità eccellenti. Però non posso fare finta di niente davanti a una legge “ad aziendam” che ha messo a posto un’evasione fiscale enorme. Vero che ci sono state due sentenze favorevoli, ma al terzo grado non ci si è arrivati: è invece arrivata l’ennesima legge ad personam”.

Per Mondadori don Gallo ha pubblicato due titoli, “Angelicamente anarchico” nel 2004 e, a febbraio 2010, “Così in terra come in cielo”: “È successa una cosa che mi ha incuriosito, in occasione delle presentazioni pubbliche dell’ultimo libro – svela don Andrea – la Mondadori, sia a Milano, sia a Genova, dove esistono librerie dell’azienda, mi ha organizzato gli incontri da Feltrinelli”. Ricorda la telefonata furiosa del suo amico Beppe Grillo, appena pubblicò “Angelicamente anarchico” per Mondadori: “Prete maledetto non dovevi farlo” – ride il fondatore della Comunità di San Benedetto – ma mi avevano cercato loro, io non mi ero posto il problema, avevo incontrato persone molto competenti, e poi mi interessava soltanto che tutto ciò che il libro guadagnava, così come tutti quelli che ho scritto, andasse sul conto della Comunità e finanziasse il suo lavoro. Quando è uscito “Così in terra come in cielo” Grillo mi ha nuovamente telefonato (“Finalmente pubblichi con Feltrinelli” mi ha detto). Io gli ho risposto di no, ma anche lui era caduto nel giochetto, perché il volume veniva presentato al pubblico nella libreria di via Ceccardi”.

Don Gallo guarda indietro e punta il dito: “Abbiamo tutti preso un grosso granchio: abbiamo sottovalutato chi sapeva e aveva capito tutto, per tempo, Indro Montanelli”. “Perché davanti all’inchiesta di Giannini le istituzioni, le forze politiche non parlano? C’è un silenzio assordante in questa crisi di sistema”.

Gianna Schelotto si allinea con la maggior parte di grandi autori che non vogliono rompere un rapporto di altissimo profilo con le eccellenze che lavorano in Mondadori: “Ho cominciato con la casa editrice negli anni Settanta e Berlusconi non c’era ancora – dice la psicoterapeuta genovese – Spero di continuare finché Berlusconi, come proprietario, non ci sarà più”.

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Libretti satanici

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Che tristezza le mail preformattate e standard spedite con un click agli autori che pubblicano con Mondadori per intimiditli, le minacce di picchettaggio alla librerie che osano vendere libri del marchio satanico e dei suoi impuri autori e ora pure la solita sortita del Grande Fustigatore di Peccati Altrui, Tonino Quant’Altro DiPietro, con la formula comica dei libri “etico-compatibili”.

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Arriveremo ai cappelli e all’orecchie d’asino messi sulla testa degli intellettuali “borghesi” trascinati alla pubblica gogna secondo quel mirabile successo storico che fu la Rivoluzione Culturale Maoista alla quale a stento la Cina scampò? Vedremo bruciare in piazza i libri di Mondadori da parte delle nuove “guardie rosse” della purezza editoriale? Si difende la libertà coartando la libertà degli altri? Se mai avessi avuto dubbi sulla opportunità di pubblicare con un editore o con l’altro, ammesso che ce ne siano davvero di immacolati e di vergini fra di loro, questi tentativi di “fatwa” lanciate dai Talebbani all’amatriciana per impedire ad autori di scrivere per chi essi vogliano sarebbe bastata a convincermi.

fonte: http://zucconi.blogautore.repubblica.it/2010/08/27/libretti-satanici/

Boicottare i libri? No, grazie

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di Diego Cugia

Boicottare i libri? No, grazie

.Da qualche giorno il mio indirizzo di posta elettronica è bersagliato da centinaia di mail dallo sgradevole tono intimidatorio. Mi si chiede, insieme a un altro sparuto manipolo di scrittori, politicamente all’opposizione, di smettere di pubblicare libri con la Mondadori. Il motivo è noto. Riguarda un indecente risparmio sulle imposte dovute dalla casa di Segrate, grazie a un provvedimento emanato dal governo Berlusconi, il quale, come tutti sappiamo da quasi vent’anni, ha maestosi interessi confliggenti con quelli di un uomo al servizio dello Stato, e che comprendono, fra l’altro, la Rai, Canale 5, Italia 1, Rete 4, (ma anche Telecinco, una delle prime Tv spagnole per ascolti) tutti i giornali di cui è editore, la casa editrice Mondadori, la Einaudi, la Sperling & Kupfer, assicurazioni come Mediolanum, la Medusa film, istituti di credito, Vogue, il Milan, la Standa, il Teatro Manzoni, intere città come Milano 2, i fumetti della Walt Disney e il centro commerciale di Milano 3, compresa la rivendita di pizza al taglio e Blockbuster. Come a dire che se questo weekend mi affitto il dvd di “C’era una volta in America”, il mio film preferito, e mi porto a casa un trancio di pizza Margherita, sono colpevole di foraggiare un presidente del consiglio plurimiliardario che si cuce leggi “ad personam”.

Sono antiberlusconiano dalla prim’ora, precisamente dal 26 gennaio 1994, data della sua discesa in campo politica, perché ero assolutamente certo che il proprietario delle principali tv commerciali, una volta al governo, avrebbe facilmente controllato anche il servizio pubblico RAI, diventando, di fatto, il “grande fratello” orwelliano. Ritengo che questo massiccio “controllo delle menti”, condotto con sofisticate tecniche di marketing pubblicitario, non solo nei servizi giornalistici ma soprattutto nella programmazione d’intrattenimento, abbia purtroppo centrato il bersaglio. Un leader populista televisivo è una minaccia seria per ogni democrazia. Se Berlusconi fosse stato di sinistra, di estrema sinistra, verde o biancocrociato, l’avrei pensata nell’identico modo.

Per questa modesta ma netta opinione, ribadita in tanti programmi radiofonici e televisivi, articoli, interviste, saggi, fiction e persino romanzi pubblicati con Rai-Eri, la Bompiani e, soprattutto, con la stessa Mondadori (che edita anche i libri del subcomandante Marcos) ho pagato un caro prezzo, perché negli ultimi anni i miei rapporti di lavoro si sono ridotti a un decimo e ora sono quasi a zero. Attualmente, tra l’altro, non ho alcun contratto con la mia casa editrice, la Mondadori. Nessuna idea o proposta, dopo il programma “Alcatraz”, è stata più accolta dai dirigenti di via Asiago, la radio pubblica con la quale ho collaborato per 25 anni. Lo stesso con la Tv. Delle due l’una: o nel mio mestiere sono diventato improvvisamente un idiota  o la libera opinione nel nostro Paese è stata blindata e con parecchi giri di vite. Con tutto questo non me la tiro da martire, e non mi lamento perché sono un uomo libero, povero, ma libero. Anche se finalmente potessi riavere un microfono in Rai (governata in larga parte, e assai più della Mondadori, da fedelissimi berlusconiani) o trovassi lavoro come commesso alla Standa, sempre di sua proprietà. Libero. Libero anche se mi assicurassi con la Mediolanum, mi godessi un film distribuito dalla Medusa, o mi leggessi un fumetto di Walt Disney, edito dal presidente del Consiglio. Libero. Perché tutte queste attività, secondo una logica liberticida che s’ispira a un’infantile “coerenza assoluta”, tipica proprio delle menti dispotiche, entrerebbero, tal quale allo scrivere per Mondadori, in “conflitto d’interessi” con l’essere uomini di sinistra o antiberlusconiani.

In Italia siamo arrivati al paradosso che il pazzesco conflitto d’interessi del capo del governo sia stato legittimato e avallato dalle forze dell’opposizione, e si pretenda, da isolati scrittori, di rescindere i loro contratti con la più grande casa editrice italiana (ammesso che li abbiano) perché sarebbero “loro” in conflitto d’interessi con la propria libera opinione. Ma siamo seri! Anche perché la serietà, oggi, come diceva Flaiano “è il solo umorismo accettabile.” Io non mi azzarderei mai a scrivere una lettera a un cassiere di Banca Mediolanum, sincero simpatizzante del Pd, chiedendogli di dimettersi immediatamente dal suo posto di lavoro. Non mi salterebbe mai in testa di invadere la posta elettronica di una maschera del Teatro Manzoni ricordandogli cupamente che ogni volta che illumina con la pila una fila di poltrone per far accomodare uno spettatore ritardatario sta, in realtà, contribuendo alla lunga marcia di un despota. Ma soprattutto -e questa è la cosa che ritengo più grave- non inciterei mai un popolo che deve proprio alla sua malinconica ignoranza la situazione in cui versa, a “boicottare” l’immenso e meraviglioso catalogo della Mondadori. Perché non ci trovo questa gran differenza con la propaganda dell’Associazione degli studenti nazional-socialisti tedeschi, nel 1933, che portò alla pubblica messa al rogo dei libri ebraici, marxisti, pacifisti.

Per questo considero la campagna “Boicotta i libri Mondadori” un’iniziativa dispotica come una legge “ad personam” e ogni volta che ricevo una mail col “copia e incolla”, che attacca con un “Caro Diego, non scrivere con Mondadori” e prosegue “Ti volevo informare che – da oggi in poi – io non comprerò più libri o prodotti della Mondadori. Neanche quelli scritti da te”, mi corre un brivido lungo la schiena. Innanzitutto perché mi offende. Poi è sciocca. È una lettera offensiva perché, minacciando di non comprare più i suoi libri, si tratta uno scrittore da mercenario, servo del denaro, facendo leva proprio sui portafogli fra i più sguarniti del mondo. Ed è sciocca perché, cambiato editore, poniamo la Rizzoli, l’indomani stesso Berlusconi, gatton gattoni, si compra la Rizzoli. (Non sta già trattando l’acquisto dei periodici?) O, attraverso una fiduciaria alle isole Cayman, acquista un pacchetto di azioni della Longanesi. E che si fa, il gioco dell’oca? Lo scrittore va in prigione, perde un giro, e riparte dai murales mentre questo si compra pure i muri?

La Mondadori non mi ha mai censurato, altrimenti me ne sarei andato. Punto. Boicottare i libri è un delitto che si compie ogni giorno in tutte le librerie italiane semideserte. Nessuno, mai, ha conquistato il potere con i libri. E arricchirsi scrivendo equivale a centrare il Superenalotto.

Come mai, visto che la Mondadori era sua, Berlusconi non ci tempesta ogni giorno con dichiarazioni e proclami politici pubblicati sui Meridiani e sui Tascabili? E come mai, nel mio piccolissimo, non mi fanno avvicinare a un microfono ma se voglio scrivere le identiche cose che direi in Tv o alla radio la Mondadori me lo lascia fare? Sveglia. Non è uccidendo un topolino che si salva un paese dalla peste. Né oscurando Mediaset, boicottando la Rai, non comprando i giornali degli editori avversi. Al contrario, occorre che gli uomini realmente liberi siano messi in grado di esprimere il proprio pensiero, soprattutto se in contrasto con l’opinione dominante. Per questo c’è bisogno dello sforzo di tutti i veri democratici di questo Paese. Grandi aziende come Mediaset, la Rai, il gruppo Repubblica-L’Espresso, quello Rizzoli-Corriere della Sera, i network radiofonici, tutti, di qualsiasi fede politica, dovrebbero essere pressati dall’opinione pubblica, quotidianamente, incessantemente, a rivoluzionarsi, ad aprirsi a una ventata di opinioni nuove, di pensieri liberi, di progetti innovativi, di conoscenza. Questo è ormai culturalmente un paese per vecchi. C’è un fetore di stantio, di finestre chiuse, di poteri che si passano di mano come fossero mazzette, e di poltrone pubbliche che si ereditano di padre in figlio, come quelle dei notai. Boicottare libri era davvero l’ultima cosa da fare.

fonte: http://www.articolo21.org/1656/notizia/boicottare-i-libri-no-grazie.html

Marchionne: superare il conflitto operai-padrone. Nuova patto sociale

Marchionne: superare il conflitto operai-padrone. Nuova patto sociale

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Una strenua difesa della posizione della Fiat nella vicenda Melfi, e una critica spietata al sistema industriale italiano. E’ stata questa la linea adottata dall’amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, nel corso del suo intervento al meeting di Rimini. Per quanto riguarda Melfi, dopo aver ribadito di “aver rispettato la legge”, Marchionne ha sottolineato “la gravita’ delle accuse mosse contro la Fiat” e si e’ scagliato contro chi difende i
tre dipendenti: “E’ inammissibile – ha sottolineato – tollerare e difendere alcuni comportamenti, come la mancanza di rispetto delle regole e gli illeciti che in qualche caso sono arrivati anche al sabotaggio”. Il top manager, che ha scritto una lettera al capo dello Stato spiegando le ragioni dell’azienda, ha precisato di voler accogliere l’invito rivolto dal Colle.

“Ho un grandissimo rispetto per lui come persona e per il suo ruolo di Presidente della Repubblica e accetto da lui anche l’invito a cercare di trovare una soluzione a questo problema”. Piu’ in generale, sul sistema Paese, l’ad del Lingotto ha proposto un nuovo “patto sociale”, che superi definitivamente il conflitto operai-padrone. “Non siamo piu’ negli anni Sessanta – ha detto – bisogna tralasciare l’idea della contrapposizione tra capitale e lavoro, tra operaio e padrone”. Immediata la replica dei tre operai reintegrati dal giudice: “Invito Marchionne – ha commentato a caldo Giovanni Barozzino – a venire negli stabilimenti in Italia e vedere realmente cosa succede in Italia, visto che gira tutti gli stabilimenti in America. Se non ha paura della verita’, venga a vedere”. Secca anche la risposta della Fiom. “La sostanza del discorso che l’amministratore delegato della Fiat ha fatto all’assemblea dei ciellini – ha commentato Giorgio Cremaschi – e’ di puro stampo reazionario”. Mentre la Cgil Basilicata, si e’ detta “basita” dalle dichiarazioni di Marchionne “che continua a sostenere il presunto sabotaggio, mai avvenuto, nello stabilimento Sata di San Nicola di Melfi, ignorando completamente il fatto che in quella sede era in corso uno sciopero dichiarato da tutte le sigle sindacali presenti in fabbrica”. L’ad della Fiat si e’ detto “totalmente aperto a parlare” con il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, che stamane dalle colonne di un quotidiano aveva aperto al dialogo. La proposta di un patto sociale lanciata da Marchionne e’ accolta dall’Ugl secondo cui “e’ possibile giungere a un nuovo patto sociale ma solo se condiviso da tutte le organizzazioni sindacali e datoriali, non solo da Fiat, e purche’ venga realmente rispettato”. Intanto Fiat accelera a Piazza Affari grazie alle indicazioni positive date da Marchionne sul terzo trimestre e sull’intero 2010. Il titolo e’ arrivato a guadagnare oltre il 2%, (9,31 euro il valore massimo toccato finora). (AGI)

fonte: http://liberazione.it/news-file/Marchionne–superare-il-conflitto-opeari-padrone–Nuova-patto-sociale—LIBERAZIONE-IT.htm

Parliamo un po’ di Vendola…

Don Verzé e i trucchi di Vendola

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Don Verzé e i trucchi di Vendola

di Rossano Foschini

Bari, 19 agosto dell’era astrale berlusconian-vendoliana. Ore 9 e 40 del mattino: parte la caccia alla delibera numero 1154, datata 11 maggio 2010. Di che si tratta? Di un oggetto apparentemente scarno: lo statuto; in altri termini, soci, regole, finalità, proprietà, durata (a tempo indeterminato?). Torniamo alla missione del giorno. Recita il frontespizio del testo istituzionalmente smaterializzato: “Struttura ospedaliera nella città di Taranto. San Raffaele del Mediterraneo. Correzione e integrazione DGR 10/02/2010 n. 331”. Il terreno di  ricerca – prima di sondare il territorio raffaeliano all’ombra della “Madunina” – è delimitato dall’attuale regno pro tempore del governatore Vendola. Ecco la sede regionale sul lungomare. Si scomoda in sordina anche Gianni Lannes protetto dalla sua scorta della Polizia di Stato. L’ingresso del segretariato regionale è al terzo piano: in loco regna Romano Donno, ma il funzionario non è in servizio. Cortesia, buone maniere, ma niente timori reverenziali. “Buongiorno, vorrei visionare la delibera di giunta regionale” esordisce il vulcanico cronista. La segretaria di Nichi a domanda risponde: “Deve attendere il gabinetto, l’ufficio di gabinetto. E’ loro la competenza. Deve attendere il capo di gabinetto. L’avvocato Francesco Manna quando arriva non lo so. Lei deve venire a settembre”. Si, a Natale. Passo e chiudo. Lannes non si arrende, inforca l’ascensore personale di Nichi, azzanna l’olezzo di  violetta e scende al primo piano del mastodontico edificio. Qui fa irruzione negli uffici del bollettino regionale. Il quesito è scontato: come mai questo atto deliberativo non è stato pubblicato? “Non lo so … –  balbetta il funzionario incaricato – non c’è la richiesta specifica di pubblicazione”. Insomma, a conti fatti e in barba alla tanto sbandierata trasparenza amministrativa, una delibera emana i suoi effetti legali ma è ignota all’opinione pubblica. Cosa nasconde il governatore Vendola? Riassunto delle puntate precedenti. La partita è incentrata su un ospedale privato – a tutti gli effetti e prove alla mano – da realizzarsi a Taranto con denaro pubblico, non prima di aver cancellato ben due nosocomi pubblici ed aver consentito alla Fintecna srl (ministero delle Finanze) di costruire 250 appartamenti in una città dove gli alloggi disabitati aumentano a dismisura. In complesso non si tratta di speculazione, ed è tutto sotto controllo del pubblico, rassicura qualche esperto rigorosamente anonimo in libera uscita sulla realtà virtuale che, però, non ha mai messo piede in Puglia e meno che mai nell’area jonica, limitandosi al copia e incolla su internet.

Come già ampiamente anticipato da ITALIA TERRA NOSTRA, la giunta regionale il 6 agosto di quest’anno, prima di evadere alla “mamma li turchi”, ha scucito a don Luigi Maria Verzé (materialmente ai suoi fidati), ben 60 milioni di euro (la prima tranche); altri 60 saranno concessi a breve a chi lucra sulla salute umana. Infatti, la sentenza del Consiglio di Stato numero 3897 del 24 marzo 2009, attesta: “la finalità della Fondazione San Raffaele  prevede che essa possa svolgere in Italia e all’estero ogni attività utile al raggiungimento dello scopo sociale e quindi ogni attività economica”. Insomma, tutto tranne che filantropia. La sanità pubblica in terra levantina rischia di esalare l’ultimo respiro e i nostri dipendenti invece di rianimarla fanno i generosi con i soldi della collettività. Altro che cure gratis agli indigenti. Meglio non rivelarlo ai 4 milioni di cittadine e cittadini pugliesi: un milione di loro sopravvive al di sotto della soglia di povertà materiale e non potranno mai accedere a quelle cure ecclesiastiche a pagamento; in fondo si tratta di invisibili elettori. E poi vuoi mettere il danno d’immagine all’Obama bianco nello Stivale e i cori da stadio delle fabbriche? Spropositi a parte: Nixon è caduto grazie a due giornalisti del Washington Post. Ovviamente non osiamo tanto, anche se i debiti della sanità pubblica sono ormai un buco nero. Chi è il responsabile della voragine? Vuoi vedere che è colpa dell’arcangelo Michele? Restate di stucco è un vendolo trucco. Scherzi a parte, l’odissea continua. A presto.

fonte: http://www.italiaterranostra.it/?p=6314

«Sinistra (Ogm) in libertà»

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di Michele Matassa

« Allora, ecco l’uomo nuovo. Pardon. Ora si comprende appieno perché stia montando una campagna a favore di Vendola come leader di una sinistra Ogm (geneticamente modificata). La Confindustria quando sceglie qualcuno non sbaglia mai. Esatto Emma? (…) Non è possibile fare sconti a nessuno se alla parola democrazia si vuole dare ancora un senso. Lei Vendola ha detto recentemente: “Quando governo io rispondo solo ai pugliesi”. Ebbene si faccia vivo: noi  attendiamo risposte concrete, confronti seri e non chiacchiere da bar su una fetta insignificante di rete internet.».

Al direttore di un giornale online italiano hanno fatto sapere senza mezzi termini: “ora basta, occupati di altro, altrimenti sono guai”. E giù fango e insulti da stadio. Perché alcuni giornalisti si ostinano ad affrontare problemi seri (ad esempio: un “ospedale pubblico” con lucro privato), nonostante questi ripetuti avvisi a non insistere su temi che nel gergo politico del belpaese vengono definiti fastidiosi?

L’idea che il direttore di quella testata ha del giornalismo libero e indipendente, nonostante attentati, intimidazioni e una vita blindata, non è allineata con il pensiero unico imperante. Insomma, non è alla moda destrorsa o sinistrorsa. Noi umili testimoni del tempo corrente sappiamo che, chi fa il giornalista, chi è giornalista purosangue, lo fa e lo è per capire e far capire come vanno realmente le cose di questo mondo. In altri termini: per il dovere della conoscenza e non per altri fini, non per essere la fedele voce del padrone.
Parentesi. A proposito di navi dei veleni e scorie pericolose a perdere nel Mediterraneo. Quel giornalista stamani 17 agosto – senza appuntarsi medaglie al merito ma con estrema umiltà e in silenzio – ha comunicato alla Procura della Repubblica di Salerno in merito al traffico illegale scoperto in porto e in Basilicata direttamente dalla Francia, ampiamente segnalato con prove schiaccianti da Italia Terra Nostra. Il procuratore capo Francesco Roberti ha aperto prontamente il procedimento giudiziario 2433/2010.
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Torniamo all’eroe Nicola Vendola, allergico alle critiche costruttive. In sostanza al parolaio arancione non è consentito porre domande scomode, quesiti scivolosi. Il capo del governo Berlusconi Silvio (tessera P2 numero 1816) è in buona compagnia. I due politicanti, entrambi amici di don Luigi Verzé (chi l’avrebbe mai detto) preferiscono all’informazione l’evasione, cioé un bel materasso morbido. Allora la memoria non inganna: Nichi è proprio quello che l’anno scorso minacciava pubblicamente un magistrato serio (D. Digeronimo), una donna pubblico ministero titolare alla Procura della Repubblica di Bari di un’indagine probante sull’affare malasanitario in Puglia. All’epoca c’era un deputato Zazzera (medico) che si dibatteva doverosamente contro l’ex compagno; oggi più nessuno dopo il contentino assessorile. Misteri dell’Idv onorevole Di Pietro? Nichi, nomen omen, è lo stesso ex rifondarolo in cerca d’autore che aveva imbarcato l’assessore alla sanità Tedesco (conflitti di interesse a iosa dai tempi di Craxi) e il vice presidente Frisullo (prostitute d’alto bordo a pagamento con i soldi pubblici).
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Il pensiero che da qualche tempo la stampa e la tv che “conta” ci rifilino lo smemorato da Terlizzi sdraiato su un comodo divano a dipingere uno scenario della Puglia inesistente, a noi pugliesi comincia un pò a solleticare i nervi. Ecco il mirabolante miracolo di cartapesta. Tanto per sgonfiare il cosiddetto fenomeno, dati ufficiali alla mano: Vendola alle elezioni regionali del 2005 ha raccolto come lista complessiva 1.165.536 consensi (Fitto 1.151.405); nel 2010 l’allievo di Bertinotti ha incassato esattamente 1.036.638 voti in totale, ma il suo partito (Sel) ha racimolato appena 192.604 adesioni. L’anonimo mazzetta e gli strepitanti svendolini saranno capaci di fare almeno un’aritmetica sottrazione, invece di strombazzare cavolate a vanvera?

La maggioranza astensionista
– compresi noi di Italia Terra Nostra, nati nella terra di Peppino Di Vittorio – se la legge elettorale non premiasse le lobby affaristiche dei partiti, avrebbe potuto eleggere qualcun altro, senza tante fanfare. Di più: se Fitto si fosse dato meritatamente al giardinaggio, all’ippica o finalmente al lavoro, la cosiddetta destra avrebbe candidato e fatto eleggere sicuramente la non entusiasmante Adriana Poli Bortone. Ergo: dov’è la straripante vittoria del poeta un tanto a spot? Sputa che indovini: per dirla con i nostri antenati briganti che hanno combattuto i piemontesi, i padroni e i fascisti. Allora, ecco l’uomo nuovo. Pardon. Ora si comprende appieno perché stia montando una campagna a favore di Vendola come leader di una sinistra Ogm (geneticamente modificata). La Confindustria quando sceglie qualcuno non sbaglia mai. Esatto Emma? E quando accade fa di tutto per darne risalto.

Scovato il soggetto ideale, buono per ogni stagione, parte l’opera di dissuasione di massa dell’elettorato. I ricchi sono gente seria, professionisti degli affari. Impossibile mantenere la bocca cucita. La Marcegaglia – ha tenuto in Puglia un convegno pro nucleare a cui ha partecipato anche Vendola – è stata beneficiata con gli inceneritori assolutamente illegali, foraggiati con quattrini pubblici. Vero Nichi? Non ci credete fate un salto a Modugno (Bari), Massafra (per questo impianto fuorilegge in provincia di Taranto l’Italia è stata sanzionata dall’Ue) e soprattutto in contrada “Paglia” ad un soffio da Borgo Tressanti, dove vivono e lavorano onestamente un migliaio di contadini. Ai confini tra Manfredonia e la mitica Cerignola, la Marcegaglia grazie a Vendola, a Losappio e al silenzio interessato della squallida destra locale, sta costruendo una fabbrica di diossine cancerogene che metterà a repentaglio la vita di 700 mila cittadini della Capitanata.

A questo punto i potenti di turno ci fanno così idioti? Pensate che consentiremo a Vendola e alla Marcegaglia o a chicchessia di portare a termine questo scempio all’esistenza umana, alla salubrità ambientale e all’economia agricola e naturalistica della provincia di Foggia? Un dato è certo: combatteremo nel solco della legalità. Gandhi docet. Il buon Nichi può già scaldare le sparute truppe cammellate: in loco avranno una degna accoglienza.

Torniamo al san Raffaele. Esistono patti parasociali (accordi sottobanco) tra Vendola e don Verzé? Allo stato dei fatti il pubblico deve portare i soldoni (120 milioni di euro solo per aprire le danze) e non fiatare.; altri 90 milioni di euro ce li mette Berlusconi e lo Stato (ovvero sempre noi fessi). Don Verzé non risulta agli atti un filantropo: lo attesta una sentenza del Consiglio di Stato (numero 3897 del 24/03/2009). La struttura che nascerà a Taranto – paradossalmente il Comune è fuori dalla Fondazione san Raffaele del Mediterraneo – sara a tutti gli effetti un nosocomio privato per una sanità commerciale finanziata con quattrini del contribuente. Governatore Vendola, come forse saprà, la difesa della sanità pubblica è un concetto non negoziabile, al pari della lotta contro guerre, privatizzazioni, precarizzazioni. La salute non è una mercé. Una lettura di Ivan Illich o magari soltanto del medico di Medicina Democratica  Maurizio Portaluri (Puglia, sanità malata) non guasterebbe per comprendere appieno i danni della iatrogenesi. Il privato è quello che fa merce della salute. Vendola perché non ha puntato su  un ospedale pubblico al cento per cento?

E’ vero o non è vero che il reverendo don Verzé ha debiti con le banche che ammontano a 380 milioni di euro? Se li ripianerà forse a Taranto sulla pelle dei pugliesi?  La fondazione di Luigi Maria Verzé ha distrutto un bosco nel veronese per il progetto “quo vadis”? Governatore Vendola le risulta forse che il san Raffaele di Milano abbia mai smaltito i suoi rifiuti (chimici e radioattivi) in Puglia? Perché la regione Puglia è riuscita a spendere solo il 40,6% dei fondi Fas (addirittura meno della metà della disastrata Campania)? Per quale ragione nel dicembre scorso (2009) la regione Puglia ha accumulato una perdita di esercizio nella sanità pari a 1 miliardo di euro, di cui solo 350 milioni  nell’anno 2009? Presidente Vendola lei è gravemente affetto dal populismo a buon mercato?

C’è bisogno di cittadini informati, consapevoli e protagonisti e non di fans idolatranti. La smetta di gridare al complotto appena viene chiamato a dare conto del suo operato pubblico. Se vogliamo costruire una democrazia matura auspichiamo che i paladini della libertà solo a parole, che i commercianti di ideali facciano autocritica e la smettano di frignare. Purtroppo l’ipocrisia e la falsità sono diventate in Italia uno sport nazionale che annovera tanti affiliati, tanti tifosi e tanti aspiranti velinari. Non è possibile fare sconti a nessuno se alla parola democrazia si vuole dare ancora un senso. Lei Vendola ha detto recentemente: “Quando governo io rispondo solo ai pugliesi”. Ebbene si faccia vivo: noi  attendiamo risposte concrete, confronti seri e non chiacchiere da bar su una fetta insignificante di rete internet.

fonte: http://sollevazione.blogspot.com/2010/08/nichi-vendola-e-gli-svendolini.html?spref=fb

Vendola, l’aedo del riformismo

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di Eleonora Forenza

Una intervista doppia, a testate unificate, il manifesto e la Repubblica, in questa torrida estate da basso impero: il nostro versatile aedo lancia, a dire il vero con una tempistica un po’ surreale, la sfida salvifica delle primarie, per uscire dal pantano della seconda repubblica. Le due interviste di Nichi Vendola propongono con tonalità diverse (a ciascuno il suo, il marketing è una scienza seria) la stessa tesi: per il pubblico “adulto” del manifesto non mancano i riferimenti a Melfi e Pomigliano e una differenziazione dalla analisi propostaci dalla lettera di Veltroni sulla sconfitta del 2008. Ma il senso delle due interviste è identico: Vendola si propone di «incarnare in progettualità», la «spinta innovativa» che sente «in Veltroni». Si propone di tradurre in «narrazione», o meglio di essere il narratore, di un compiuto progetto riformista. Di realizzare, cioè, in salsa euromediterranea, il sogno americano di Walter. Certo, «ci sono diversi e divaricati riformismi», e Vendola ne interpreta una variante meno moderata.

Non è un caso che la sfida delle primarie sia rivolta al Pd, e circoscritta nell’ambito di un Pd per entrambi, Vendola e Veltroni, onnicomprensivo, cioè votato a cancellare a suon di sbarramenti, o a cancellare sussumendolo, tutto quello che si trova alla sua sinistra. Poco importa che l’aedo sia convinto di poter sussumere nelle affascinanti spire della sua poesia la prosa del fallimento riformista, mentre rischia di essere il cantore di una storia non sua, cioè sembri essere sussunto da una narrazione altrui. Tra Nichi e Walter non c’è conflitto di interessi. Anzi.

Vendola sembra in grado di poter realizzare compiutamente il progetto veltroniano di piena relizzazione dalla seconda repubblica, bipolare e bipartitica e con venature presidenzialiste, attraverso una più radicale americanizzazione del sistema politico: il superamento del contributo dei partiti nella formazione della decisione democratica, in una ottica saldamente postideologica, quando non retoricamente anti-ideologica; una definitiva stabilizzazione di un sistema dell’alternanza (e, dunque, la necessità di cancellare chi si propone di rappresentare l’alternativa al sistema economico e politico); una sublimazione carismatica del conflitto sociale come surrogato di una sua semplice espunzione dal sistema politico. Una dilatazione parossistica del “ma anche”: diritti civili, ma anche Family day; Pomigliano, ma anche Marcegaglia e De Benedetti; il Pride ma anche Padre Pio.

Vendola, dunque, come evidente nella risposta indiretta a De Magistris, non si pensa come possibile leader di una sinistra unita, né di governo né di alternativa, perché semplicemente non pensa ad uno spazio autonomo di sogettivazione e ricostruzione della sinistra. Il progetto di Vendola non è quello di costruire una sinistra per uscire dal capitalismo in crisi, ma appunto, quello di essere il narratore del riformismo più moderno. Perché Vendola è già oltre l’idea di sinistra: Vendola si propone di rappresentare una interclassista “Italia migliore”.

Ecco perché relega elegantemente nell’iperuranio il ritorno ad un sistema proporzionale (per cui invece la Federazione della sinistra si batte) e si propone di giocare la partita con una legge elettorale, che oltre ad aver regalato l’Italia a Berlusconi, ha cancellato il pluralismo e soprattutto ha definitivamente reso il sistema istituzionale italiano impermeabile al conflitto sociale. Ed ecco perché il nemico da cancellare, da confinare tra la mucillagine dei partiti, e nell’oltretomba del Novecento, sono quelli brutti, sporchi e cattivi, che sostengono che oggi sia ancora più maturo il bisogno di comunismo: essi vengono dipinti nel “discorso della luce” tenuto al meeting della “fabbriche di Nichi” come chi «ha introiettato l’etica e l’estetica della sconfitta». “Che palle”, queste bandiere rosse che avvolgono il corpo agonizzante della sinistra comunista, esclama Vendola, con un linguaggio che forse vorrebbe essere giovanilistico e invece è semplicemente inelegante. E quanta paura dovrebbe provocare in un orecchio di sinistra questa retorica del “vincere”, della sinistra che vince… Non importa che provi a vincere diventando altro, cioè muoia compiendo definitivamente quella metamorfosi degenerativa che in Italia è iniziata col suicidio del Pci. Questi vecchi prigionieri dell’idea della democrazia come conflitto e partecipazione non “romperanno” ancora con la storia della personalizzazione della politica? Con l’idea che le convention siano saldamente costruite in un ottica postideologica, interclassista? Votate appunto a un’idea della democrazia easy, senza faticose assemblee, senza lo stress dei gruppi dirigenti, tanto votiamo alle primarie?

Poco importa che questo formidabile strumento di Opa sul centrosinistra si collochi in un’idea della politica anch’essa votata al compimento della parabola della seconda repubblica attraverso una definitiva cancellazione della democrazia dei partiti e delle ideologie.
Dunque, l’“Italia Migliore scende in campo”, “mette a Vendola”. Si libera dei pregiudizi ideologici: Fini non può essere un alleato stabile, ma un alleato sì. Così come “l’io Sud” della Poli Bortone rappresentava per Vendola nella prima legislatura pugliese una possibile chance per allargare una giunta colpita dalla questione morale.

Dunque la sinistra può anche scomparire, sussunta in un progetto “oltre la sinistra”. No, non citerò quello che diceva D’Alema, commentando “l’oltre la sinistra” di Adornato. E non farò nemmeno riferimento alle analogie fra l’anello che unisce il popolo e l’unto del Signore. Quelle davvero mi fanno troppo male. Sono comunista, e ho molto rispetto per le speranze dei compagni. Ovunque esse siano riposte.

fonte: http://www.liberazione.it/rubrica-file/Vendola–l-aedo-del-riformismo—LIBERAZIONE-IT.htm

Vendola assomiglia a Berlusconi

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Vendola assomiglia a Berlusconi

Don Circostanza ovvero il Messia delle Puglie

di Luigi Pulpito (Presidente dell’Associazione Stella Ciao)

Seriamente preoccupati per il futuro della nostra terra e per le sorti politiche del paese, dal nostro osservatorio tarantino diamo un giudizio negativo dell’azione amministrativa e politica del presidente della regione. Dobbiamo dire che in ciò siamo abbastanza isolati e, anzi ci viene spesso rimproverato un eccesso di attenzione, quasi che il nostro sia un partito preso, poco ci manca che ci diano del fascista nonostante una vita trascorsa a sinistra, il pubblico impegno e la militanza in organizzazioni chiaramente riconoscibili per il loro orientamento politico ed una storia personale limpida. Con la presente s’intende dare una valutazione che, naturalmente rappresenta un punto di vista che non ha pretese di verità assolute, semplicemente alcuni compagni – che alle ultime elezioni regionali non ha votato – la pensa così ed è abituato per cultura e storia personale e politica a rendere pubbliche le proprie valutazioni per chiarezza senza equilibrismi o opportunismi: chiaro e diretto.  A chi interessa.

In un forum su l’Unita’, Vendola sottolinea:

C’e’ un clima pazzesco, un’aria irrespirabile. Non solo a destra, anche a sinistra quando si manifestano posizioni forse discutibili, magari eccentriche rispetto alla realpolitik si scatena l’intolleranza. Da quando ho posto il tema della mia candidatura alle primarie, sono stato oggetto di attacchi con risvolti psicanalitici, psichiatrici, sociologici…

Come nella migliore delle tradizioni del populismo più becero, si dà del folle a chi ha l’ardire di esercitare il proprio diritto di critica. La pretesa che chi dissenta commetta un delitto di lesa maestà ben rappresenta l’involuzione di chi ha introiettato i modi, i contenuti e le frequentazioni proprie del berlusconismo che, a parole dice di voler combattere. Noi ingenuamente culliamo ancora le nostre certezze che rappresentano una bussola da seguire nell’agitato mare di melma in cui questa povera nazione si dibatte. Un leader che personalizza in modo esasperato tutto ciò che fa offrendosi al “suo” popolo come novello salvatore della patria non ci piace. Un leader che si rappresenta come il nuovo mentre è in campo politico-parlamentare e come amministratore locale da più di vent’anni non dice il vero. Un leader che si rappresenta come solo contro tutti mentre frequenta i salotti buoni di CONFINDUSTRIA e intrattiene rapporti cordialissimi con don Verzè al quale affida la gestione del nuovo costruendo ospedale di Taranto non può rappresentare la risposta giusta per ricostruire un minimo di dignità per lo schieramento che anche grazie alla sua azione non ha più alcuna rappresentanza in Parlamento. Un leader che di fronte alla bufera giudiziaria sulla sanità pugliese con arresti, avvisi di garanzia, dimissioni di assessori, fughe “parlamentari” non sente la necessità di assumersi le proprie responsabilità in quanto soggetto che ha personalmente scelto e difeso strenuamente quegli uomini e quelle donne che oggi sono chiamati a rispondere alla giustizia dei propri comportamenti e per di più è scandalizzato se un giudice ha la pretesa di indagare la sua persona che, si sa è luminosamente pura e inattaccabile e il dogma: nichi è al di sopra di tutto – santo subito – rappresenta il primo ed unico comandamento del partito che c’è e non c’è di cui è il leader non ci convince. La parte dell’elettorato pugliese che ha votato Vendola – meno che nelle precedenti elezioni e con più astensioni ottenendo quello che voleva anche grazie alla spaccatura dello schieramento avversario che se si fosse presentato unito avrebbe vinto facilmente – affinchè governi la regione sino alla scadenza del mandato viene moritificata dalla decisione, nemmeno tre mesi dopo il “trionfo”, di abbandonare il “suo” popolo per auto candidarsi alle primarie intendendo competere per coronare il suo sogno: la presidenza del consiglio battendo Berlusconi! Niente meno!

Il grande balzo, dalla Puglia all’Italia intera…!

La circostanza che non disponga di un vero, grande partito nazionale che sostenga una simile progettualità dando sostanza numerica alle sue ambizioni è un particolare secondario, d’altronde non c’è forse il “popolo di centrosinistra del quale i militanti del Pd sono la parte piu’ importante e generosa ?

La questione, poi che i ruffianamente blanditi militanti del Pd abbiano un segretario che a termini di statuto deve essere il candidato del partito ad eventuali primarie di coalizione (che, al momento, non esiste) non lo sfiora nemmeno…sono la parte più importante e generosa…non c’è male come schiaffo ai suoi stessi sostenitori di Sinistra Ecologia e Libertà che per la proprietà transitiva NON sono, dunque, la parte più importante e generosa… per non parlare degli altri partiti che dovrebbero comporre lo schieramento che dovrà contrapporsi all’armata berlusconiana alle prossime elezioni i cui militanti che dovrebbero votare compattamente il messia delle Puglie NON sono, neanche loro, i più importanti e generosi…

Tutto questo gran parlare di popolo, in modo ripetuto, continuo, quasi ossessivo fa venire i brividi, al grido: il popolo lo vuole! sono state perpetrate le peggiori porcherie. L’unica cosa vera e riscontrabile è che il “nostro”, l’unica volta che si è appellato al suo popolo, in campo nazionale, ha perso. Si era nel 2008, al congresso di Chianciano il popolo di rifondazione, il “suo” popolo non lo volle come segretario preferendogli Ferrero e lui molto coerentemente, mollò il partito uscendone per farsene uno tutto suo, come dire, sembra che quando non esca dalle urne un risultato che lo premia la narrazione del momento subisce un brusco stop per cominciarne una nuova e tanti saluti a tutti! Ci si può fidare di uno così? Del don Circostanza di turno?

Speriamo solo che le tantissime vittime, in buona fede, di un innamoramento che ottunde i sensi e lo spirito critico si risveglino e badino ai fatti, non alle “narrazioni” che si sa, partono dal presupposto in cui il narratore dice: “ammettete che questo mondo immaginario che io vi presento sia reale, ed accettate per buone le cose che vi racconto”.

No, grazie.

fonte: http://www.italiaterranostra.it/?p=6272

Vendola: TAV e Cie? Ottima amministrazione…

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Anche per Nichi Vendola sarà un autunno caldo e difficile; nelle stesse ore, infatti, in cui ha lanciato un estremo appello per la convocazione immediata delle primarie, consapevole del fatto che la sua corsa finirebbe prima di cominciare se Napolitano sciogliesse le Camere già a settembre, anche dalla sua sinistra, da quei “movimenti” di cui si è sempre voluto ergere a portavoce e interprete istituzionale (come insegnatogli ai tempi di Rifondazione da Bertinotti), arrivano polemiche e pesanti critiche.

Sulle pagine di “Repubblica”, infatti, il governatore della Puglia ha lanciato importanti apprezzamenti al sindaco di Torino Sergio Chiamparino, possibile sfidante qualora venissero convocate le primarie, e disegnato dai giornali come candidato del centrosinistra, con Vendola come vice, auspicato dall’ala veltroniana del Partito Democratico in caso di elezioni anticipate già a dicembre.

Chiamparino è un grande amministratore, la sua candidatura è un fatto positivo. – ha spiegato il leader di SeL – Ma quando si attiva un processo democratico come questo, sai come si apre e non sai come si chiude. Vediamo cosa riusciamo a suscitare e cosa decide il popolo”.
Parole che hanno scatenato l’ira della “base” piemontese della sinistra che Vendola stesso vorrebbe rappresentare.

Sergio Chiamparino, sindaco di Torino dal 2001, si è distinto, negli ultimi mesi, come principale trascinatore del fronte del Partito Democratico fortemente favorevole alla costruzione in Val di Susa della Tav, la linea ad alta velocità “Torino Lione” contestata da decine di migliaia di valligiani e osteggiata, dati economici e ambientali alla mano, da economisti, movimenti e partiti e associazioni di sinistra.

La “grande amministrazione” targata Chiamparino, ricordano le realtà antirazziste del capoluogo piemontese, contempla poi anche il mantenimento, senza aver mai affrontato le problematiche inerenti, del Centro di Identificazione ed Espulsione aperto nel 1999 in corso Brunelleschi, protagonista negli ultimi mesi di ripetute rivolte e tentate fughe ad opera degli extracomunitari reclusi che i movimenti definiscono “deportati” e sottoposti a maltrattamenti disumani e stupri e curati con “medicinali scaduti”.

Una realtà che, non a caso, ha indotto i governatori di Marche e Toscana, in quota Partito Democratico con l’appoggio di uno schieramento di centrosinistra, a esternare la propria ferma contrarietà alla possibile costruzione di un Cie sul territorio da loro amministrato.

Chissà, dunque, cosa risponderebbe Vendola se Maroni chiedesse a lui di costruire un Cie in Puglia. Magari di fianco all’ospedale ionico affidato al San Raffaele di Don Verzè, il prete fedele a Berlusconi.

Mattia Nesti

fonte: http://www.newnotizie.it/2010/08/25/vendola-tav-e-cie-ottima-amministrazione/

Prodi con Bersani. E Vendola che fine fa?

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Il momento è politico è incerto, difficile e, probabilmente, decisivo per il futuro del Paese nei prossimi anni; a testimoniare l’importanza dei giorni che le forze di maggioranza e opposizione si apprestano ad affrontare dopo la riapertura della Camere il prossimo 8 settembre è giunto, oggi, anche il ritorno sulla scena del Presidente Romano Prodi; per mesi, come annunciato già due anni fa, quando Dini e Mastella fecero cadere il suo ultimo Governo, il Professore non è intervenuto nel merito degli avvenimenti politici riguardanti il Paese e il Partito Democratico.

La scelta di “tornare in campo”, seppur con una semplice dichiarazione a mezzo stampa, è dettata dalla decisione del segretario Pierluigi Bersani di lanciare un “nuovo Ulivo”, creatura cara a Prodi, come fulcro fondante di una più ampia “alleanza democratica” in grado di spingere verso nuove elezioni, possibilmente con una diversa legge elettorale, con cui “cacciare Berlusconi” e ripristinare la difesa della Repubblica e della Costituzione.

“Bravo Pierluigi. Ci voleva proprio. – ha spiegato il Professore – Ma adesso bisogna passare subito ai fatti. Nei rapporti con la nostra gente, con le altre forze politiche e soprattutto nella capacità di contrastare il declino dell’Italia. Il confronto è su chi sul serio sa rivitalizzare il sistema Paese. Non è solo il problema Berlusconi. Il futuro è di chi sa dipingere e subito dopo costruire un futuro per l’Italia”.

Prodi, nel prosieguo dell’incontro con i cronisti, ha spiegato di aver apprezzato soprattutto il clima di unità e convinzione suscitato dalle parole di Bersani; nel corso della giornata di ieri, infatti, tutto il mondo del centrosinistra ha reagito positivamente, chi accogliendo con entusiasmo la possibilità di creare un nuovo contenitore dei progressisti in stile “Ulivo” e chi ribadendo la necessità di una grande coalizione costituzionale che chiuda davvero l’epoca berlusconiana.

La “svolta” di Bersani, tuttavia, ha di fatto inferto un colpo micidiale al protagonista dell’estate dell’opposizione; il governatore della Puglia Nichi Vendola, infatti, rimasto in ombra negli ultimi giorni, appare sempre più fuori dai giochi che decideranno leader e composizione della coalizione che sfiderà le destre alla prossima tornata elettorale.
Nonostante un disperato, e completamente inascoltato, appello a organizzare “primarie subito”, in caso di elezioni anticipate, probabili nel giro di pochi mesi se non già a dicembre, il Partito Democratico, e le altre realtà dell’opposizione, non hanno alcuna intenzione di aprire un percorso legato alle primarie che finirebbe solo per togliere tempo prezioso alla campagna elettorale e frammentare un fronte contro Berlusconi, una sorta di nuovo Comitato di Liberazione Nazionale, che sembra essersi costituito in questi ultimi tempi.

Sempre che, ovviamente, al PD non riesca la sortita parlamentare con cui, stando a indiscrezioni di “Repubblica”, il partito di Bersani vorrebbe varare una nuova legge elettorale, cancellando una volta per tutte il “porcellum”.

Mattia Nesti

fonte: http://www.newnotizie.it/2010/08/27/prodi-con-bersani-e-vendola-che-fine-fa/

Uno sguardo al suk dei partiti: perché Nichi Vendola diventa socio di Don Verzé?

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La sua regione Puglia sborsa 120 milioni per l’ospedale di Taranto che verrà privatamente gestito da don Verzé. Il 24 per cento della società appartiene a Luigi Berlusconi, figlio del Presidente al quale don Verzé è devoto. La sinistra cambia così?

di don Paolo Farinella

La pazzia della delinquenza al potere e il malaffare tracimano dal governo e fanno saltare il tappo per tutti. La pantomima della scissione del Pdl in nome della legalità e la panna montata del centro che inneggia alle istituzioni fanno impazzire tutti, meno il Pd che fa finta di non esserci. Un parlamento che acclama come allo stadio Berlusconi è agghiacciante e disgustoso per gli onesti. La sfiducia di un viceministro è atto di gravità istituzionale somma e dovrebbe ispirare comportamenti compunti e non l’indecenza da curva sud.

Chi compra senatori e deputati, chi è definitivamente individuato come corruttore di giudici e testimoni, è osannato da chi ha l’obbligo di rappresentanza libera e cosciente dell’intera Nazione: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» (, articolo 67 della Costituzione ). In quel giorno il parlamento ha dichiarato formalmente se stesso servo di un padrone senza rispetto. Molti mi chiedono una valutazione e altri cosa penso della scelta di Beppe Grillo di mettere in moto il «Movimento a cinque stelle» e dell’auto-candidatura di Niki Vendola. Provo a dare una risposta complessiva.

Una cosa è certa: lo scoppio della maggioranza, entro Natale, provocherà una deflagrazione nel Pd che si frantumerà: la parte ex Dc (quella destrorsa per vocazione), ritornerà a casetta Casini-Fini-Rutelli; mentre la parte ex Pci-Ds (soggiogata da D’Alema, navigherà a vista senza mèta. Al suo interno alcuni sperano in Vendola. Il Pd ha paura delle elezioni che lo dimezzerebbero: non ha linea e strategia, ma pensa, restando bloccato e immobile: qualunque decisione, se va bene agli ex Pci-Ds non va bene agli ex Dc-Margherita da Roma alla periferia. In Liguria deve allearsi con l’Udc di Casini che non è il massimo della legalità; nel comune di Genova senza politica, galleggia su un equilibrio instabile. Il Pd è morto nelle sabbie mobili dell’immobilismo dalemiano. Una prece.

Quali scenari si aprono? Se si va alle elezioni in autunno (evento improbabile), Berlusconi e Lega stravincono per la «legge porcata», la macchina da guerra mediatica del padrone e l’appoggio incondizionato dei miscredenti che abitano in Vaticano, Bertone capofila [sì, quello della cena carbonara!]. Di Pietro non va molto lontano perché ormai è dentro fino al collo nella fauna partitica di cui ha imparato presto tattiche e metodi da sottobosco immorale (basta vedere l’Idv all’opera in Liguria). Beppe Grillo presenta il Movimento, ma sento moltissimi che sono perplessi e temono un qualunquismo diffuso: Grillo può avere la maggioranza per prendere le redini della legalità e dell’economia alternativa? Avrà successo, ma più aspetta e più perde e di questo passo si va alle calende greche. In questo momento l’Italia si riforma solo in un modo: prendendo il governo e la maggioranza, abolendo tutte le leggi-Berlusconi e facendo leggi coerenti con la Costituzione con uomini e donne onesti. Punto.

Resta Vendola come ultima speme del Pd. Non mi entusiasma. La sua precedente presidenza pugliese ha mostrato il disastro in cui ha portato la sanità. E’ vero che lui come persona è rimasto fuori dalla maglie del malaffare, ma è anche vero che le persone inquisite e le loro politiche le ha scelte e approvate lui. L’ultima perla: il 28 maggio 2010 don Luigi Verzè (è lui, è lui) firma insieme a Nichi Vendola l’atto costitutivo della «Fondazione San Raffaele del Mediterrano» che gestirà a Taranto un complesso ospedaliero privato (convenzionato). Costo iniziale: 120 milioni di euro, tutti sborsati dalla Regione Puglia. Il Consiglio di Stato ha sentenziato che don Verzè e il suo San Raffaele svolgono «attività commerciale», cioè gli interessa «fare soldi», altro che la salute!.

Vendola non ha indetto una gara d’appalto, ma ha appaltato la sanità tarantina a don Verzè e a Luigi Berlusconi (sì, il figlio di Silvio e ciellino per sovrapprezzo) che per il 24% è nel consiglio di amministrazione della MolMed spa di Milano, da cui dipende la porcata che Vendola sta facendo in Puglia. La domanda semplice, semplice è la seguente: perché Vendola non ha speso i 120 milioni per un centro pubblico di sanità, ma li ha regalati al peggiore affarista in ambito sanitario, compagno di merenda di Berlusconi che così lucra anche sulla sanità pugliese? Se queste sono le prime luci dell’alba, figuratevi cosa sarà il mezzogiorno! Aveva ragione Nanni Moretti: «con questi qua non vinceremo mai». In attesa di un cataclisma, aspetto fiducioso che qualche santo provveda di suo, perché Dio è scappato inorridito dalla «serva Italia, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello» (Dante, Purg. VI, 76-78).

fonte: http://domani.arcoiris.tv/uno-sguardo-al-suk-dei-partiti-perche-nichi-vendola-diventa-socio-di-don-verze?sms_ss=facebook


STORIA PATRIA – Il massacro dimenticato di Pontelandolfo: Quando i bersaglieri fucilarono gli innocenti

Il massacro dimenticato di Pontelandolfo
Quando i bersaglieri fucilarono gli innocenti

Massacro di Pontelandolfo, foto d’epoca

Il 14 agosto 1861 per vendicare i loro quaranta morti i soldati sabaudi uccisero 400 inermi. Un eccidio come quello delle Fosse Ardeatine. Il sindaco oggi si batte perché alla città sia riconosciuto lo status di “martire”. E promette: se l’esercito chiede scusa, invitiamo la loro fanfara a suonare come atto di riconciliazione

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di PAOLO RUMIZ

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Il massacro dimenticato di Pontelandolfo Quando i bersaglieri fucilarono gli innocenti Illustrazione di Riccardo Mannelli

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SIGNOR presidente della Repubblica, signori ministri, autorità incaricate delle celebrazioni del centocinquantenario, questa storia è per voi. Non voltate pagina e ascoltate il racconto di questo soldato, se credete al motto “fratelli d’Italia” e tenete all’onestà della memoria sul 1861, anno uno della Nazione.

“Al mattino del giorno 14
ricevemmo l’ordine di entrare nel paese, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, e incendiarlo. Subito abbiamo cominciato a fucilare… quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, di circa 4.500 abitanti. Quale desolazione… non si poteva stare d’intorno per il gran calore; e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava”. Olocausto firmato dagli Einsatzkommando? No, soldati italiani, al comando di ufficiali italiani. E il villaggio non sta in Etiopia ma in Italia, nel Beneventano. Il suo nome è Pontelandolfo. Massacro a opera dei bersaglieri, data 14 agosto 1861, meno di un anno dopo l’ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli. Pontelandolfo, nome cancellato dai libri perché ricorda che al Sud ci fu guerra, sporca e terribile, e non solo annessione.

Andiamoci dunque, luogotenente Cariolato, per capire cosa accadde; perdiamoci nel labirinto di strade sannitiche già ostiche ai Romani, e saliamo verso quel promontorio di case, in un profumo ubriacante di ginestre e faggete secolari. Penso a un viaggio nella storia e invece mi trovo immerso in un oggi che scotta, davanti a una giunta comunale che aspetta, sindaco in testa. Delegazione agguerrita, di centrosinistra, schierata per avere giustizia. Raccontano, come di cosa appena accaduta. C’è una rivolta, alla falsa notizia che i Borboni sono tornati. Scattano regolamenti di conti con due morti, i briganti scendono dai monti, il prete suona le campane per salutare la restaurazione. Un distaccamento di bersaglieri va a vedere, ma nella notte vengono aggrediti da una banda in un paese vicino e lasciano sul terreno 41 morti. Ci sono buoni motivi per pensare che il responsabile sia un proprietario terriero, impegnato in un subdolo doppio gioco: eccitare le masse per poi invocare la mannaia e rafforzare il suo status. Ma non importa: si manda una spedizione punitiva con l’incarico di “non mostrare misericordia”, e alla fine si contano 400 morti. Morti innocenti perché gli assassini si sono dati alla macchia.

Quattrocento per quaranta. Dieci uccisi per ogni soldato, come alle Fosse Ardeatine. Oggi a Pontelandolfo c’è solo un monumentino con tredici nomi e una lapide in memoria di Concetta Biondi, violentata e uccisa dai soldati. Mancano centinaia di nomi, scritti solo nei registri parrocchiali. Il sindaco: “A marzo siamo stati finalmente riconosciuti come “luogo della memoria”. Ma non ci basta: vogliamo essere “città martire” e che questo nome sia scritto sulla segnaletica. Vogliamo che l’esercito riconosca la sua ferocia. Lo dico al ministro: se i bersaglieri chiedono scusa, noi invitiamo ufficialmente le loro fanfare a suonare in paese come atto di riconciliazione. I nostri e i loro morti vanno ricordati insieme. Io ho giurato sulla fascia tricolore. Voglio dar senso alle celebrazioni, e non lasciare spazio ai rancori anti-unitari”. Renato Rinaldi è un ex ufficiale di marina che si è tuffato in quelle pagine nere. Anche lui ha giurato sul Tricolore e anche a lui pesa il silenzio del Quirinale di fronte a vent’anni di lettere miranti al “ricupero della dignità del paese”. Mi spiega che i bersaglieri erano agli ordini di un generale vicentino – vicentino, sì, come il mio buon Cariolato – di nome Pier Eleonoro Negri. E anche qui c’è silenzio. L’Italia non fa mai i conti col suo passato. Nessuna risposta da Vicenza alla richiesta di dedicare una via a Pontelandolfo o di togliere la lapide celebrativa del generale sterminatore.

Cielo limpido sulle verdissime foreste del Sannio. Perché si parla di Bronte e non di Pontelandolfo? Perché sono rimasti nella memoria gli errori garibaldini e non gli orrori savoiardi? E che cosa si sa della teoria dell’inferiorità razziale dei meridionali – infidi, pigri e riottosi – impostata da un giovane ufficiale medico piemontese di nome Cesare Lombroso, spedito al Sud nel ’61 e seguire la cosiddetta guerra al brigantaggio? Che “fratelli d’Italia” potevano esistere se mezzo Paese era “razza maledetta” dal cranio “anomalo”, condannata all’arretratezza e alla delinquenza? Leggo: “Dio, che cosa abbiamo fatto!”, parole scritte nel ’62 da Garibaldi in merito allo stato del Sud. Lettera alla vedova Cairoli, che per fare l’Italia – un’altra Italia – gli ha dato la vita di tre figli e del marito. Non si parla dei vinti. E senza i vinti le celebrazioni sono ipocrisia. Che fine ha fatto per esempio Josè Borjes, il generale di cui mi ha parlato Andrea Camilleri? Parlo dell’uomo che sempre nel ’61, quasi da solo, tentò di sollevare le Sicilie contro i Savoia. Perché non si dice nulla della sua epopea e del mistero della sua morte? Perché non si riconosce il valore di questo Rolando che galoppa verso una fatale Roncisvalle dopo essere sbarcato con soli dodici uomini in Calabria, alla disperata, sulla costa crudele dei fallimenti, la stessa di Murat, dei Fratelli Bandiera, di Pisacane, dei curdi disperati, dei monaci in fuga dagli scismi bizantini?

Ed ecco, in una sera straziante color indaco, arrivare come da un fonografo lontano la voce di Sergio Tau, scrittore e regista che ha dedicato anni alla storia del generale catalano. “All’inizio degli anni Sessanta feci un film sul brigantaggio post-unitario. Volevo fare qualcosa di simile a un western, ma la pellicola non fu mai trasmessa. Allora era ancora impossibile parlarne. Ora vedo che la storia di Borjes può tornare fuori… Filmicamente è grandiosa, con la sua traversata invernale dell’Appennino”. Ne terrà conto qualcuno? Borjes punta sullo Stato pontificio, ma a Tagliacozzo viene “venduto” da una guida traditrice ai bersaglieri, che lo fucilano insieme ai suoi. “Conservate quel corpo, potrete passarlo ai Borboni”, dice un misterioso francese e venti giorni dopo la salma è consegnata alla guardia papalina, scende via Tivoli fino al Tevere e al funerale nella chiesa del Gesù a Roma. Poi c’è una messa per l’anima sua a Barcellona, ma del corpo più nessuna traccia. Resta un suo diario, stranamente in francese, lingua che lui non conosceva. L’ha davvero scritto lui o l’hanno scritto i “servizi” di allora, per occultare la repressione in atto? Il giallo di una vita vissuta anch’essa, bene o male, alla garibaldina.

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27 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/rubriche/camicie-rosse/2010/08/27/news/il_massacro_dimenticato_di_pontelandolfo_quando_i_bersaglieri_fucilarono_gli_innocenti-6543288/?rss

Testamento biologico e coppie omosessuali. Lo strappo dei valdesi

27/08/2010 – IL CASO

Testamento biologico e coppie omosessuali. Lo strappo dei valdesi

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Un momento del sinodo valdese a Torre PelliceUn momento del sinodo valdese a Torre Pellice

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di A. GIAIMO, A. ROSSI
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TORRE PELLICE (Torino) – Per imprimere una svolta epocale basta un giorno solo: via libera alla benedizione delle coppie omosessuali (seppur con riserva e dopo mille riflessioni), ai registri per il testamento biologico e alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Tre «sì» che trasformano in faglia la frattura tra valdesi e cattolici d’Italia.
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A Torre Pellice, nel Torinese, dove ogni fine d’agosto gli eredi del mercante Pietro Valdo – in Italia sono 30 mila – celebrano il Sinodo, ritrovo delle chiese evangeliche e metodiste, ci sono voluti due giorni, tre sessioni e decine d’interventi per trovare il punto d’incontro sul tema più spinoso: la benedizione alle coppie gay. Ne è uscito un ordine del giorno votato a maggioranza (105 sì, 9 no, 29 astenuti): saranno riconosciute dalle chiese valdesi anche in Italia, dove nessuna legge prevede matrimoni omosessuali né disciplina le unioni civili. Spetterà a ogni comunità stabilire tempi e modi, «laddove si sia raggiunto un consenso maturo e rispettoso delle diverse posizioni».
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«Un passo in avanti chiaro e netto, ma da collocare in un percorso che andrà ancora meglio definito, soprattutto nel rapporto tra le chiese e le coppie omoaffettive», spiega il presidente del Sinodo, l’ex magistrato Marco Bouchard. Nei paesi che prevedono le nozze gay i valdesi hanno già scelto. Si trattava di stabilire cosa fare in uno Stato dove non esistono leggi sul tema. Il verdetto è un «sì» nel rispetto delle diverse sensibilità di tutti e una posizione netta: no all’omofobia e alle discriminazioni, subito norme sui diritti delle coppie di fatto.
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Colmare vuoti normativi. È la stessa logica che a Milano ha portato a raccogliere 500 firme sul registro per il testamento biologico. Un modulo, compilato e firmato davanti a un avvocato e due testimoni, tutti volontari: a Milano quasi tutti i firmatari erano laici. «Vuol dire che le persone ne sentono la necessità», riflette Giuseppe Platone, pastore della chiesa valdese meneghina, la prima ad aver istituito il registro. Una scelta simbolica, e «un segnale al Parlamento per una nuova legge sul fine vita che riconosca il diritto inalienabile alla decisione».
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I valdesi si erano già espressi tre anni fa, con un appello al Parlamento. Oggi lanciano un segnale ancora più forte, che non viene dal Sinodo, visto che il tema non è all’ordine del giorno, ma da molte comunità. Sulla scia di Milano a Torino, Bologna, Trieste e Napoli hanno istituito il registro. Altre città l’avranno presto, «là dove non esiste un servizio analogo fornito da amministrazioni pubbliche: una risposta alla domanda sulla dignità della vita e del fine vita e una testimonianza di laicità», afferma il pastore Platone.
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L’ispirazione arriva dalla Germania: dal 2003 esiste un modulo con cui si possono esprimere le proprie volontà, accompagnato da una riflessione sul fine vita elaborata dal pastore evangelico Manfred Kock e dal cardinale Karl Lehmann, all’epoca presidenti del Consiglio delle chiese evangeliche di Germania e della Conferenza episcopale tedesca. «Il pensiero evangelico dice che ognuno di noi ha la facoltà di decidere; il testamento biologico si colloca su questa linea», spiega la pastora Erika Tomassone, membro della Commissione bioetica, la stessa che, sempre ieri, dopo un lavoro di due anni, condotto da un pool di teologi, giuristi, medici, scienziati e ricercatori, ha approvato un documento in favore della ricerca sulle cellule staminali embrionali.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/308722/