Archivio | agosto 28, 2010

La testimonianza di un medico italiano: “Dov’erano le città del Pakistan solo acqua”

La testimonianza di un medico italiano
“Dov’erano le città del Pakistan solo acqua”

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Un lago infinito ha coperto un deserto. Da quella distesa emergono ogni tanto dei tetti e sui tetti intere famiglie che invocano aiuto. Il racconto di un capomissione di Medici senza frontiere

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di PIERLUIGI TESTA (Medici senza frontiere)

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La testimonianza di un medico italiano "Dov'erano le città del Pakistan solo acqua"

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LA MAGGIOR parte delle strade del Pakistan sono ormai sott’acqua e impraticabili. Per questo pochi giorni fa sono andato in elicottero da Islamabad, la capitale, a Dera Murad Jamal, dove abbiamo un progetto di assistenza medica. Durante il tragitto ho visto sotto di me quella che prima era una vasta zona desertica, completamente sommersa dalle acque. Si è formato un lago lungo circa 300 chilometri, sotto il quale si trovano villaggi e intere città, che contavano anche 200mila abitanti. Ogni tanto si vedevano dei tetti spuntare dalle acque e sui tetti intere famiglie che invocavano aiuto. Lo spettacolo era impressionante: si vedeva solo acqua a perdita d’occhio. E pensare che l’area del Paese colpita dalle inondazioni è grande quanto l’Italia.
Quando sono arrivato a Dera Murad Jamal sembrava di essere in un grande campo profughi di guerra. Migliaia di persone erano accampate alla meno peggio, qualcuno aveva costruito ricoveri di fortuna persino con dei letti. In questo solo posto abbiamo censito circa 100mila senza tetto a cui distribuiamo kit di prima necessità e teli di plastica per allestire ricoveri. Quattrocentocinquanta sono i bambini malnutriti che abbiamo curato nei primi giorni. Ma il numero è destinato a salire, per via del raccolto che è stato sommerso e della scarsità di acqua potabile, in una zona dove peraltro la malnutrizione era già presente.
Fa male al cuore vedere bambini che vomitano e che rischiano di morire per la diarrea. Noi stiamo lavorando per prevenire e curare il diffondersi di malattie legate alla contaminazione dell’acqua. La situazione è critica. Dopo un mese di piogge la popolazione è esasperata e stremata e la risposta umanitaria è insufficiente rispetto all’enormità dei bisogni.

Quando intorno al 28 luglio sono iniziate le piogge stavo lavorando a Islamabad. Inizialmente tutti dicevano che era normale, perché ci troviamo nella stagione dei monsoni; ma in sei anni con MSF in svariati posti del mondo, non avevo mai visto una quantità d’acqua come quella. Dopo qualche giorno di piogge ininterrotte, anche i nostri colleghi pachistani hanno cominciato a manifestare la loro sorpresa per una situazione che non era normale.
Intanto dal nostro progetto nella regione del Balucistan era arrivata la notizia che un flusso continuo di persone si stava riversando verso la città di Dera Murad Jamal. Si tratta di una zona dotata di serbatoi idrici di grandi dimensioni, i quali erano stati allagati dall’acqua piovana che aumentava giorno dopo giorno. Le autorità hanno poi aperto delle dighe della zona per paura che l’acqua debordasse: il flusso si è riversato nei distretti di Nasirabad e Jafarabad. che sono ora completamente allagati.

Da fine luglio abbiamo iniziato a distribuire in questa zona kit d’urgenza – un secchio, del sapone, un telo di plastica – a mille famiglie, per un totale di 6 mila persone. Ma presto ci siamo accorti che il flusso di persone in fuga dalla furia delle acque era troppo grande, così abbiamo allestito un sistema di cliniche mobili per cercare di raggiungere gli sfollati nelle zone più remote.

Le piogge non hanno risparmiato centri di salute e ospedali, che sono rimasti seriamente danneggiati. Inoltre parte del personale sanitario si è allontanato alla ricerca dei propri famigliari nelle zone colpite. In pochi giorni buona parte del sistema sanitario pachistano è entrato in crisi. Per questa ragione MSF ha esteso la propria risposta umanitaria, fornendo supporto ai centri di salute specie nella zona del fiume Indo, che è straripato.

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Pierluigi Testa è capomissione di Medici Senza Frontiere in Pakistan

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28 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/08/28/news/la_testimonianza_di_un_medico_italiano_dov_erano_le_citt_del_pakistan_solo_acqua-6567535/?ref=HREC1-11

Prodi: Bersani risollevi le sorti del Paese con il nuovo Ulivo / Dizionario di Bersanese. (3: il nuovo Ulivo)

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Bersani risollevi le sorti del Paese con il nuovo Ulivo

L’olio dei monaci e i nuovi innesti

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Commento di Romano Prodi su Il Messaggero del 27 agosto 2010

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Si narra (e non è detto che le cose narrate siano sempre vere) che, nei registri manoscritti delle aziende agricole dei monasteri della collina bolognese, i proventi per la vendita di olio di oliva costituissero una parte copiosa dei loro introiti durante tutto il quindicesimo secolo.

Si narra inoltre che intorno alla fine dello stesso secolo sia avvenuta una piccola glaciazione durata circa dodici anni e che, di conseguenza, a settentrione dell’Appennino (fatta eccezione per il lago di Garda, le colline di Brisighella e qualche altra ristretta isola) la coltivazione dell’ulivo sia totalmente scomparsa e tale sia rimasta fino ad oggi.

In fondo è passata soltanto una dozzina d’anni da quando, nel 1998, la coltura dell’ulivo è stata ritenuta non più remunerativa per il riformismo italiano ed è progressivamente scomparsa dai registri della nostra politica.

Mi ha destato quindi una piacevole sorpresa leggere che Bersani ha deciso di riprenderne la coltivazione, facendone un punto di riferimento per rimettere in ordine i registri dell’azienda italiana, messi in grave difficoltà dalle male organizzate tecniche agrarie succedutesi nel frattempo.

Ed è ovviamente apprezzabile che si parli di un “nuovo ulivo”, in cui l’aggettivo “nuovo” mette in rilievo la necessità di introdurre nella coltura nuovi diserbanti, nuovi fertilizzanti e, soprattutto, nuovi innesti.

Auguro quindi a Pier Luigi Bersani che trovi il terreno adatto e il calore sufficiente perché la pianta mediterranea a noi così cara possa vivere abbastanza a lungo da produrre frutti sufficienti a risollevare le sorti dell’Italia.

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fonte:  http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/bersani-risollevi-le-sorti-del-paese-con-il-nuovo-ulivo_1929.html

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Corrado Guzzanti : le stagioni di Prodi

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Dizionario di Bersanese. (3: il nuovo Ulivo)

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di Federico Mello https://i0.wp.com/www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/themes/ilfatto/img/autori/FMello-thumb.jpg
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Alzi per favore la mano chi ci ha capito qualcosa. Il segretario del Pd, al quale abbiamo già dedicato due puntate di questo “Dizionario di Bersanese”, ha scritto giovedì una lunga lettera a Repubblica. Le due pagine firmate da lui in persona erano intitolate “Addio Unione, ora un Nuovo Ulivo e un’Alleanza democratica per sconfiggere Berlusconi” (già da titolo, un perfetto esempio di bersanese). Poi in un profluvio di parole il segretario provava a illustrare il suo credo. Non c’è da invidiare in nulla i colleghi di Repubblica che hanno dovuto titolare la pezzessa democratica: i concetti espressi sono così oscuri che probabilmente in questi giorni a poco sono valsi gli sforzi delle redazioni dei giornali, le analisi di esimi politologi, le congetture di militanti dei gazebo, per dipanare la matassa del futuro del centrosinistra.

Eccone alcuni punti salienti, ma attenzione, potremmo aver capito niente e i veri punti salienti potrebbero invece nascondersi dentro frasi ancora più ostiche (nel Pd niente è mai certo). Dopo una lungo panegirico Bersani affonda il colpo: “Noi proporremo un’alleanza democratica per una legislatura costituente”. Cioé? “Sto parlando – ‘spiega’ Bersani – di una alleanza che può assumere, nell’emergenza, la forma di un patto politico ed elettorale vero e proprio, o che invece può assumere forme più articolate di convergenza che garantiscano comunque un impegno comune sugli essenziali fondamenti costituzionali e sulle regole del gioco”. Chiaro no? Una proposta “che potrebbe coinvolgere anche forze contrarie al berlusconismo e che in un normale contesto politico avrebbero un’altra collocazione; una proposta che dovrebbe rivolgersi ad energie esterne ai partiti interessate ad una svolta democratica”.

Per fare questa cosa qua
“occorre l’impegno univoco, leale, convinto e coeso di tutte le forze progressiste, che sono adesso chiamate a mettersi all’altezza di una responsabilità democratica e nazionale”.

Tutta questa bella pappardella detta, ecco che arriva la concretezza tutta emiliana. L’obiettivo è una “piattaforma fatta di lavoro, civismo, di equità, innovazione” un impegno “ad una progressiva semplificazione politica e organizzativa che rafforzi il campo del centrosinistra”.

Ovvero:bisogna lasciarsi alle spalle l’esperienza dell’Unione e prendere semmai la forma e la coerenza di un nuovo Ulivo”. Ah, ecco, non più l’Unione, meglio l’Ulivo! Che cambia? Bersani non lo dice, ma “spiega”: “Un nuovo Ulivo in cui i partiti del centrosinistra possano esprimere un progetto univoco di alternativa per l’Italia e per l’Europa e mettersi al servizio di un più vasto movimento di riscossa economica e civile del Paese”. Ma non basta, il segretario ha anche un’altra proposta: “Dunque un nuovo Ulivo e una Alleanza per la Democrazia. Su queste proposte il Pd vuole esprimere la sua funzione nazionale e il governo”.

Chi scrive chiede scusa ai lettori per aver loro proposto questo oscuro testo. Ma se questo deve essere un dizionario di bersanese, non potevamo esimerci. Ora, riprendiamo la domanda iniziale: qualcuno ci ha capito qualcosa? Se la risposta è no, tranquilli, anche pluridecorati giornalisti sembra che brancolino nel buio.

Ma attenzione: non tutto è perduto. Dopo aver osservato il moto delle prime foglie che cominciano a cadere; dopo aver studiato per giorni il volo degli uccelli; dopo una danza della pioggia; una notte insonne tipo “L’innominato” nei Promessi Sposi; dopo aver telefonato, brigato appuntato, ci è stato comunicato in sogno da Sant’Agostino in persona che la proposta di Bersani dovrebbe essere la seguente. Facciamo un nuovo Ulivo, che altro non sarebbe se non l’Unione senza Rifondazione Comunista e senza Mastella, ma con Vendola, Di Pietro, i Verdi e i Socialisti. Questo “Nuovo Ulivo”, che dovrebbe avere al centro il Pd, poi proporrà questa benedetta “Alleanza per la Democrazia” a Casini, Fini e Montezamolo. Per fare cosa? Per sconfiggere Berlusconi, forse. E poi fare la famosa “legislatura costituente”. Proposte politiche? Programmi? Si vedrà. Sarà qualcosa comunque tipo “un progetto univoco di alternativa per l’Italia“.

“E’ un’ammucchiata
ha replicato Berlusconi con evidente ironia: non si riferiva a notti blu viagra, ma ad un bel governo guidato da Bersani più D’Alema più Franceschini più Bindi più Enrico Letta più (forse) Veltroni più Di Pietro più De Magristris più Vendola più Nencini (Socialisti) più Casini più Cuffaro più Montezemolo più Fini più Bocchino più Granata più Briguglio e chi più ne ha più ne metta.

“E’ giunto il tempo infatti di suonare le nostre campane” ha chiuso Bersani il suo intervento a Repubblica. Il rischio, però, potrebbe malignare qualcuno, è che le campane suonino a morto.

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Il Sogno di Bersani raccontato da Crozza

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27 agosto 2010

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/27/dizionario-di-bersanese-3-la-lettera-a-repubblica/53793/

Pakistan, 270 mila bambini a rischio per fame

Pakistan, 270 mila bambini a rischio per fame


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Oltre 270 mila bambini, con diversi gradi di malnutrizione, rischiano di morire di fame o di malattie in Pakistan dove anche oggi le inondazioni hanno causato nuove devastazioni lungo il delta del fiume Indo nella provincia meridionale del Sindh

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ISLAMABAD – Oltre 270 mila bambini, con diversi gradi di malnutrizione, rischiano di morire di fame o di malattie in Pakistan dove anche oggi le inondazioni hanno causato nuove devastazioni lungo il delta del fiume Indo nella provincia meridionale del Sindh.

Mentre l’esercito e centinaia di volontari sono al lavoro per riparare le nuove brecce nelle dighe di contenimento che continuano a cedere sotto la pressione della piena, aumenta la preoccupazione per attacchi terroristici. L’uccisione per mano dei talebani di tre operatori umanitari, tenuta segreta per qualche giorno, e’ stata confermata oggi dalle autorita’ pakistane, secondo le quali i tre erano cristiani e stranieri.

Secondo il sito dell’agenzia cristiana Bosnewslife erano americani. I loro corpi sono stati portati a Islamabad da Mingora, nella valle di Swat, la localita’ dove sono stati uccisi e che fino a un anno fa era controllata dai talebani. La loro identita’ non e’ stata resa nota per non seminare il panico.

Proprio in seguito al grave episodio, ha spiegato un alto funzionario governativo all’agenzia Fides, si era deciso di lanciare l’allarme per le minacce talebane alle ong. In questo contesto il lavoro dei soccorritori diventa piu’ difficile, ma e’ sempre piu’ fondamentale per la sopravvivenza di milioni di senza tetto e soprattutto dei piu’ vulnerabili, come i bambini.

L’Unicef ha lanciato oggi un appello urgente per raccogliere circa 80 milioni di dollari necessari per salvare dalla fame decine di migliaia di bambini che sono scappati con le famiglie dalle citta’ allagate. L’agenzia dell’Onu sostiene che tra i 17 milioni di alluvionati, i piccoli al di sotto dei cinque anni sono oltre due milioni e che almeno il 13% di loro soffre di malnutrizione. In particolare, “72 mila sono fortemente malnutriti, mentre circa 200 mila hanno una forma moderata di malnutrizione” ha riferito Shahid Mehboob, rappresentante dell’organizzazione.

Anche oggi l’epicentro della crisi e’ stato il distretto di Thatta, a est di Karachi, dove un milione di persone hanno lasciato centri urbani e villaggi per la minaccia della piena che ha gonfiato l’Indo a tal punto da farlo diventare 40 volte piu’ largo del normale. L’esercito ha preso il controllo delle citta’ ormai deserte. L’acqua ha anche sommerso alcune arterie stradali rendendo piu’ difficile l’invio di aiuti. Gli elicotteri diventano sempre piu’ determinanti per le operazioni in attesa che le acque si ritireranno una volta che la piena raggiungera’ il mare.

A questo scopo, gli Stati Uniti hanno deciso di mettere a disposizione altri 18 elicotteri per le operazioni di distribuzione di viveri e il recupero dei superstiti.

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fonte:  http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=144544

Giustizia, i magistrati contro Alfano: “Processo breve? Perdita di tempo”

28/8/2010 (18:14) – IL CASO

Giustizia, i magistrati contro Alfano
“Processo breve? Perdita di tempo”

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Il ministro: riforma prioritaria. L’Anm: «Parole intollerabili». Il Pdl: ormai sono un partito

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ROMA
Alta tensione tra il ministro
della Giustizia Alfano e il sindacato dei magistrati, sul piede di guerra dopo le parole del Guardiasigilli sulla necessità di accelerare con il processo breve con «investimenti straordinari». Una soluzione che garantirebbe l’appoggio dei finiani, ma che trova un ostacolo nell’Anm che bolla la misura del governo, già approvata dal Senato, come «una perdita di tempo». Il ministro intervistato dal Corriere assicura: «Siamo pronti a incontrare i magistrati dei principali uffici giudiziari per concordare le scelte organizzative più efficaci» e «questi incontri si avvieranno immediatamente, in parallelo all’esame del disegno di legge». Resta da stabilire la reale entità dei fondi disponibili e la tempistica con la quale potranno essere utilizzati. Per Alfano, scrive il quotidiano di Via Solferino, i soldi si potranno ricavare da quelli «risparmiati» sui risarcimenti che l’Europa impone all’Italia a causa elle lungaggini della giustizia.

Il finiano moderato Moffa ha la stessa idea, in contemporanea, sul Giornale più antifinano che c’è, quello diretto da Vittorio Feltri: «Nessuno – premette – intende logorare il Governo. Sarebbe una forma di autodistruzione». E quanto al processo breve, andrebbe legato «alla questione fondamentale: la Corte dei diritti dell’uomo ha condannato ripetutamente il nostro paese per i processi lumaca. Ma bisogna creare le condizioni perché i processi si possano fare». Più soldi alla magistratura? Chiede l’intervistatore. «Esatto», replica Moffa. «Quello che bisogna evitare è lo spacchettamento dei provvedimenti. Il processo breve sciolto dal resto verrebbe percepito come una legge ad personam».

L’ipotesi di mediazione
basata su un aumento dei finanziamenti al comparto giustizia, però, non convince l’opposizione. Sventagliata di dichiarazioni dall’Idv: per Massimo Donadi Alfano è un «ministro ad personam»; Luigi Li Gotti parla di «pupi e pupari»; per Leoluca Orlando Alfano è «il ministro dell`Ingiustizia», che «trova i fondi per l`amministrazione giudiziaria soltanto a condizione che si approvino le norme che di fatto condonano i reati commessi dai criminali dal colletto bianco, dalla cricca e dalla casta». Dal canto suo, Stefano Fassina, della segreteria Pd, mette l’accento sul fatto che «mentre in Europa e negli Usa i governi agiscono per contrastare le prospettive di stagnazione e l`aumento della disoccupazione», in Italia «il governo Berlusconi è paralizzato da uno scontro interno senza precedenti e impegnato, come al solito, nello stilare misure a tutela del presidente del Consiglio». E in serata in una notail segretario dell’Anm Palamara definisce «grave» e «non tollerabile» che il governo «perda tempo» con il provvedimento sul processo breve mentre il sistema della giustizia è al collasso.

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fonte:  http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201008articoli/58027girata.asp

GENOVA – Altra violenza sui bimbi. «Ho visto il video dell’asilo, è terribile»

«Ho visto il video dell’asilo, è terribile»

Un gruppo di genitori: «A un bimbo sbattuta la testa sul banco, i nostri figli non torneranno lì»

28 agosto 2010

di Laura Nicastro
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IL MARTELLO sbattuto con violenza sulla cattedra. Fermo immagine. «Riconosce quella donna?». Pausa. Un attimo di silenzio, prima di rispondere. «Sì, quella è la maestra della classe di mio figlio». Altra scena. Una bimba sta disegnando, seduta al suo posto. Una donna si avvicina e le strappa di mano la carta, la appallottola e la butta via. «Ma quella è mia figlia», esclama una mamma. E quella signora? «L’insegnante della sua classe».

Le immagini scorrono davanti agli occhi dei genitori degli alunni della scuola materna statale di San Gottardo, per la prima volta. «È stato straziante. Quando ho visto mia figlia presa e sbattuta con violenza sulla sedia mi è mancato il fiato». Le mani del papà della protagonista di quello spezzone, si irrigidiscono in un pugno, portato davanti alla bocca. Un respiro profondo, il tempo di inghiottire le lacrime che stanno per solcare il suo volto. Poi le parole scivolano via. «Ho assistito a momenti di pura follia, in quei filmati. Scatti d’ira, di violenza improvvisi. Di cui non si capisce il motivo. Siamo rimasti senza parole».

La porta della stazione dei carabinieri di Molassana si apre, altri due genitori hanno finito di parlare con il pubblico ministero Stefano Puppo. «Mio figlio non metterà mai più piede lì dentro – si sfoga un papà che preferisce rimanere anonimo, come tutti gli altri, dopo che il pm ha detto di non parlare di quanto visto in caserma -. Quella è una scuola schifosa. Non si fanno queste cose ai bambini. Quando ho visto quella donna che schiacciava la testa a mio figlio contro il banco, non ho capito più nulla. È stato un pugno allo stomaco».

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fonte: http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2010/08/27/AMqALwzD-terribile_visto_asilo.shtml

SCUOLA – Palermo, finisce in ospedale il precario in sciopero della fame

Palermo, finisce in ospedale il precario in sciopero della fame

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Il collaboratore scolastico Pietro DI Grusa è stato nuovamente ricoverato all’ospedale Villa Sofia dopo che aveva avuto un malore. La protesta contro i tagli era cominciata il 17 agosto

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di SALVO INTRAVAIA

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Palermo, finisce in ospedale  il precario in sciopero della fame Pietro Di Grusa

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È stato ricoverato per la terza volta in ospedale Pietro Di Grusa, il collaboratore scolastico palermitano in sciopero della fame dal 17 agosto contro i tagli al personale previsti dal governo nazionale. I medici lo hanno costretto a sospendere la protesta. “Alle 11, Pietro ha avvertito un malore tale da convincerlo a fare chiamare l’ambulanza”, racconta Silvia Bisagna, supplente di Inglese. I medici hanno consigliato il ricovero.

Di Grusa, stremato dal caldo e dal digiuno, questa volta ha accettato. “Il tutto avviene  –  continua la precaria  –  nell’indifferenza assoluta delle istituzioni, sedicenti democratiche, ma Pietro è circondato dall’affetto e dal supporto di tanti colleghi, amici e anche semplici passanti”. Di Grusa è disidratato e malconcio per avere anche sospeso i farmaci per la cardiopatia di cui è affetto. Dopo alcune cure, i sanitari di Villa Sofia lo hanno dimesso con un “piano di rientro” che lo riabitui ad alimentarsi gradualmente. “Appena starò un po’ meglio  –  dichiara  –  tornerò in piazza”.

Salvo Altadonna, sostenuto dai colleghi, continua invece la protesta in via Praga, davanti all’Ufficio scolastico regionale di Palermo. Martedì si recherà a Catania e Caltanissetta per sostenere le manifestazioni dei colleghi catanesi e nisseni. E da domani, quello di via Praga si trasformerà in un sit-in permanente. Lo ha annunciato il coordinamento precari della Flc Cgil. Sul fronte romano, Giacomo Russo e Caterina Altamore, sostenuti da un folto gruppo di precari provenienti da diverse città italiane, proseguono lo sciopero della fame nella capitale.

Oggi hanno fatto tappa in viale Trastevere, dove ha sede il ministero dell’Istruzione. “Ma ci trasferiamo – dice Russo – nuovamente a piazza Montecitorio. Sospenderemo lo sciopero solo dopo un dibattito pubblico con la Gelmini”. E, intanto, incassano la solidarietà di Nichi Vendola. “Non posso che sentirmi vicino a Pietro, Salvo e Giacomo e a tutti coloro che si stanno battendo per salvare il futuro dei nostri giovani, del nostro paese e della nostra scuola, chiedendo al governo di ritirare la legge 133”, dichiara il governatore della Puglia.

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BLOG Se dopo le vacanze ti aspetta la disoccupazione

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28 agosto 2010

fonte:  http://palermo.repubblica.it/cronaca/2010/08/28/news/palermo_finisce_in_ospedale_il_percario_in_sciopero_della_fame-6578140/?rss

L’Aquila, tafferugli alla “Perdonanza”: “Letta vattene, Cialente vergogna”

L’Aquila, tafferugli alla “Perdonanza”
“Letta vattene, Cialente vergogna

“Alle 3e32 io non ridevo” hanno gridato i manifestanti al passaggio del sottosegretario su Corso Federico II. Molta tensione nonostante l’invito del sindaco alla ”non belligeranza”

L'Aquila, tafferugli alla "Perdonanza" "Letta vattene, Cialente vergogna" Uno degli striscioni portati al corteo

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L’AQUILA – Due grandi striscioni con scritto “Il gran rifiuto della cricca”, “Cialente vergogna, Molinari vergogna, Letta vidi de jttene” e una grande scritta, “3e32 io non ridevo”: così i giovani dei Comitati spontanei stanno protestando a L’Aquila, lungo Corso Federico II, contro la scelta di invitare alla Perdonanza il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta.

Il corteo nel capoluogo abruzzese, che precede l’apertura della Porta Santa in occasione della della 716/a Perdonanza Celestiniana, è stato così aperto dalle contestazioni. I mille manifestanti non hanno gradito la presenza del sottosegretario in rappresentanza del governo e lo hanno accolto con accuse e cori di protesta. “Il governo è stato sempre rappresentato al corteo della Perdonanza – ha spiegato il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente – da 30 anni c’è sempre stato un suo esponente al fianco di Regione e Province abruzzesi”.

Qualche tafferuglio tra forze dell’ordine e gruppi di cittadini pronti a sfilare con le carriole dietro al corteo, ha sottolineato come siano sempre più tesi i rapporti tra i cittadini e le istituzioni. E a nulla è valso l’invito del sindaco alla ”non belligeranza”. Uno degli striscioni di protesta è stato coperto dalle forze dell’ordine con bandiere nero-verdi, colori della locale squadra di rugby, e questo non ha fatto che esacerbare gli animi.

“Oggi è il giorno della Perdonanza”, ha detto il sottosegretario cercando di placare gli animi. Di origine abruzzese, Letta ha inviato “un messaggio di pace, di armonia e di fiducia agli aquilani e ai cittadini del cratere del terremoto”. Il rappresentante del governo ha chiuso così la questione sollevata dai giornalisti, che hanno sottolineato che parte della città sta protestando contro l’esecutivo per avere più garanzie nella ricostruzione post-sisma. La protesta delle carriole ha indotto il sottosegretario a fare un percorso alternativo per arrivare in piazza Duomo.

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28 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2010/08/28/news/aquila_perdonanza-6575165/?rss

fonte immagine di testa:  http://ilseniomormora.blogspot.com/2009_08_01_archive.html

Messina, lite tra medici in sala parto: gravissimi la mamma e il bambino

Aperta un’inchiesta. la donna ha avuto un’emorragia, il piccolo due crisi cardiache

Messina, lite tra medici in sala parto: gravissimi la mamma e il bambino

I sanitari si stavano picchiando quando sono iniziate le complicazioni. Il marito: intervento in ritardo

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Il Policlinico di Messina (Ansa)
Il Policlinico di Messina (Ansa)

MESSINA – Il travaglio è cominciato, la gestante è stata portata in sala parto, quando all’improvviso i medici cominciano a litigare. Scoppia una rissa: uno prende l’altro per il collo, l’altro dà un pugno contro la finestra e si ferisce a una mano. Intanto le condizioni della donna diventano critiche: occorre un cesareo d’emergenza. Ma tutto va storto: il piccolo va due volte in crisi, forse in arresto cardiaco, la mamma ha un’emorragia e deve essere operata una seconda volta, per l’asportazione dell’utero. Ha dell’incredibile l’episodio di malasanità accaduto giovedì al Policlinico di Messina. La donna, messinese di 30 anni, adesso è ricoverata in gravi condizioni; lo stesso vale per il piccolo, che ha riportato danni cerebrali ancora da quantificare. Il marito 37enne della paziente ha presentato una denuncia ai carabinieri, la Procura ha già aperto un’inchiesta. I due medici sono stati sospesi dal servizio.

LA RISSA – La donna è entrata in sala parto giovedì scorso, accompagnata marito e dal ginecologo che l’aveva seguita durante la gravidanza, per dare alla luce il suo primo figlio. In base alla ricostruzione fatta ai carabinieri dal marito, i due medici-ginecologi avrebbero cominciato a litigare per gelosie professionali proprio mentre la paziente era sul lettino per il parto. A quanto sembra, erano di parere discorde su come procedere, se con parto indotto oppure no. Dopo uno scambio di frasi ingiuriose uno dei due avrebbe preso il collega per il collo, sbattendolo al muro. Il ginecologo avrebbe reagito dando un pugno a una vetrata, andata in frantumi, e riportando ferite alla mano. Quando i due hanno smesso di picchiarsi, si sono accorti che i sensori collegati alla donna indicavano gravi complicazioni: hanno così optato per il parto cesareo, durante il quale il piccolo ha avuto due crisi cardiache, che potrebbero aver causato danni cerebrali permenenti, e la mamma un’emorragia in seguito alla quale le è stato asportato l’utero. Ora il bimbo è ricoverato nel reparto di terapia intensiva; entrambi sono in prognosi riservata, anche se le condizioni della donna sarebbero in miglioramento.

SOSPESI DALL’ATTIVITA’ – «Siamo molto rammaricati, ho sospeso i due medici dall’attività ambulatoriale». Lo dice il prof. Domenico Granese, direttore dell’unità operativa di ostetricia e ginecologia del Policlinico di Messina, che però esclude un nesso tra quanto accaduto e le condizioni della paziente e del neonato. «Ho inviato – prosegue Granese – una lettera alla direzione sanitaria per comunicare la sospensione dei medici che torneranno al lavoro solo quando la direzione lo riterrà opportuno». Per Granese «quello che hanno fatto è grave, ma ci tengo a precisare che la donna è stata male non per la lite o per un eventuale ritardo negli interventi da parte dei medici». «Tutto si è svolto regolarmente – assicura il direttore del reparto di ginecologia – L’intervento dei sanitari visto le complicazioni della donna è stato tempestivo. Non c’è alcun rapporto tra la lite e le complicazioni della donna che sono sorte a prescindere da quello che è accaduto».

LE INDAGINI – Il sostituto procuratore di Messina, Francesca Rende, sta ascoltando il personale del Policlinico per ricostruire quanto accaduto nella sala parto del reparto di ginecologia e ostetricia. «Sebbene ancora non ci siano riscontri oggettivi al racconto fornito dall’uomo – fanno sapere i militari dell’Arma incaricati delle indagini – stiamo cercando di capire se effettivamente la lite tra i due sanitari sia direttamente connessa con le complicazioni e i danni subiti dalla moglie e dal bambino». «È necessario fare chiarezza al più presto. Disporrò subito una verifica per far luce sui fatti. Chiederò una relazione per capire cosa è accaduto in quella sala parto del Policlinico di Messina. Certo, se le cose sono andate davvero come sono riportate dai media i fatti sono estremamente gravi», afferma l’assessore regionale alla Sanità della Sicilia, Massimo Russo.

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Redazione online
28 agosto 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_agosto_28/messina-lite-sala-parto-medici-madre-bambino-gravi_f0e6c378-b2ad-11df-8a2a-00144f02aabe.shtml

DOSSIER RUSSIA – prima puntata – Nessuna calma sul fronte orientale

dossier Russia – prima puntata

Nessuna calma sul fronte orientale

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di Mikhail Tsovma

Dopo dieci anni di ininterrotto potere di Vladimir Putin, la situazione russa appare sempre più complessa e preoccupante.
Il ruolo dei neonazisti.
Realtà e prospettive del movimento anarchico.

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Pare che sui media si parli sempre di meno della Russia. Su Euronews, come sulla BBC o la CNN, non c’è quasi niente riguardo al vasto territorio a est della Finlandia e a nord della Cina. In un certo senso si capisce perché: non ci sono grandi movimenti di protesta, scioperi, cambiamenti di governo – niente del genere. Ogni tanto sorgono problemi per le forniture di gas all’Europa, che comunque restano relativamente stabili. Il petrolio affluisce ai mercati mondiali, come pure i minerali e il legname. I ricchi oligarchi russi diventano ancora più ricchi (e traslocano a Londra), i poveri rimangono poveri (e per lo più tacciono). Sembrerebbe che Putin debba restare lo zar della Russia in eterno. Di tanto in tanto c’è un’esplosione e sui notiziari compaiono immagini delle vittime…
Ma è davvero giusto dire che laggiù non succede niente? È vero: al momento in Russia non ci sono grandi movimenti di massa e quelli che ci sono non fanno notizia. Ma bisogna guardare con più attenzione a quello che accade nel paese, perché sono in corso evoluzioni tanto gravi quanto importanti e che, fra l’altro, richiedono una solidarietà verso gli attivisti locali.

Il decennio di Putin

A dieci anni dall’ascesa al potere di Putin – e ovviamente nessuno deve farsi trarre in inganno dalla presidenza formale di Medvedev al momento – il paese è a una svolta particolare del proprio sviluppo. Le elezioni parlamentari sono sempre meno interessanti, perché esistono solo due partiti ufficiali che sostengono il governo e due di finta opposizione, uno dei quali è quello comunista, che però votano come viene loro detto di votare. Le elezioni presidenziali rivestono ancor meno interesse. Siccome l’interesse generale del pubblico scende ancora più in basso, sono state abolite le elezioni regionali: i responsabili locali sono nominati dal Cremlino, che senza dubbio sa quello che fa. L’opposizione politica è emarginata e pesantemente repressa. In pratica tutti gli osservatori affermano che oggi in Russia la politica è assente. È una cosa che semplicemente non esiste! Almeno così vogliono farci credere.
Già da qualche anno sono spariti i media relativamente indipendenti (anche se un altro grosso problema è l’autocensura dei mezzi di comunicazione e dei giornalisti), ma c’è ancora un mezzo che mantiene la propria posizione critica nei confronti del governo e ovviamente è Internet. Per il vasto pubblico, però, queste cose non esistono: alla maggioranza è somministrata una dieta rigida fatta di propaganda di Stato e di notizie ufficiali (o di cattive notizie), di serie televisive di poliziotti, di saghe familiari e di interminabili spettacoli di varietà. Le dittature non sono eventi che ci piovono dall’alto, sono riprodotte dalla gente che è stata condizionata in modo autoritario: quando le persone hanno paura, quando non ce la fanno più, cercano un conforto o preferiscono una vita “più facile” senza preoccuparsi delle conseguenze.
La brutale realtà della vita sociale in Russia oggi è anche fatta di violazioni delle libertà e dei diritti umani fondamentali, di uno sfruttamento capitalista sempre più esasperato in assenza di un’organizzazione sindacale di massa, di un’estrema brutalità poliziesca. A ciò si aggiunge la corruzione dilagante e l’inefficienza di un’amministrazione pubblica, che certe volte minaccia di paralizzare l’intero sistema e lo rende completamente ingestibile. È sempre più chiaro a tutti, anche ai burocrati, che il sistema è vulnerabilissimo. Per questo hanno paura…
In un certo senso le critiche anarchiche e di sinistra al regime sovietico e al capitalismo degli ultimi anni ottanta avevano già predetto questa situazione. All’epoca la maggioranza dei russi sembrava affascinata dall’idea di vivere in un sogno consumistico da Primo Mondo, ma gli scettici avvertivano che la Russia era destinata a diventare un paese capitalista, non come quelli dell’Europa occidentale o gli USA, ma come l’America Latina del periodo, con un enorme divario tra ricchi e poveri, uno sfruttamento sfrenato della forza lavoro e delle risorse naturali, con regimi politici autoritari e alla fine perfino con squadroni della morte. Bene, è ormai evidente che quegli ammonimenti erano del tutto logici. Abbiamo tutto questo e anche peggio… Ora abbiamo perfino gli squadroni della morte.

Burocrati ed estremisti

Due tratti importanti caratterizzano la Russia odierna e l’atmosfera generale che si respira negli ultimi tempi nella società. Sono una politica “contro l’estremismo” sempre più arbitraria (che spesso si traduce nei fatti in una prevenzione e spesso in una criminalizzazione dell’attivismo sociale in quanto tale) e l’emergere di un terrorismo neonazista. Il governo e i burocrati locali hanno una tale paura delle proteste sociali, da essere più che disposti a definire “estremista” qualsiasi attivismo sociale: è più facile vietare qualsiasi cosa, come si faceva nella vecchia Russia e nell’URSS. Quanto all’ascesa di movimenti violenti di destra (il vero “estremismo”), va detto che sono stati in gran parte allevati e cresciuti dal governo.
Vari anni fa i consiglieri del presidente se ne uscirono con un idea che giudicarono splendida: un “nazionalismo gestibile”! Una cosa che avrebbe distratto le masse dalle vere cause dei problemi sociali, incanalando le energie negative in modo da poterle manipolare. Mentre stava già giocando nel campo dei nazionalisti con la sua esasperata propaganda patriottica con idee grandiose sulla Grande Russia, il governo decise di sfruttare anche i movimenti nazionalisti. Nel 2005 si inventò una nuova ricorrenza per loro, il 4 Novembre, Giorno dell’Unità nazionale (in ricordo della vittoria sugli invasori polacchi nel XVII secolo: un evento proprio importante da celebrare!). Da allora questa data è stata attivamente utilizzata dai nazionalisti russi e dai nazisti dichiarati per sfilare in modo legale. Si costituì il DPNI, un movimento di destra contro le immigrazioni illegali, che per un certo periodo ebbe qualche successo, insieme ad altre organizzazioni xenofobe e dichiaratamente naziste. Ma con l’andar del tempo quei soggetti sono stati sempre meno disposti a seguire gli scenari del Cremlino e aspirano a svolgere un ruolo indipendente.

Morti non accidentali di antifascisti

La violenza su noti personaggi pubblici, giornalisti e attivisti per i diritti umani certe volte finiscono sulle prime pagine dei media internazionali. L’assassinio della giornalista Anna Politkovskaya nel 2006, dell’attivista per i diritti civili Natalya Estemirova nel 2009 e in precedenza di alcuni politici liberal sono stati grossi scandali (come il misterioso avvelenamento di Litvinenko a Londra, anche se in questo caso è difficile parlare di un dissidente). Più di recente, però, i volti degli attivisti uccisi sono diventati più giovani e se esaminiamo con attenzione i fatti riferiti (o no) dai media, noteremo alcune importanti differenze.
Negli ultimi tempi la Russia ha visto crescere un’ondata di violenza razzista dell’ultradestra, per un certo tempo favorita dal governo, che non ha saputo reagire al terrorismo nazista. È in crescita la violenza nazista, soprattutto rivolta contro gli immigrati e la gente di colore, ma anche contro gli antifascisti, gli anarchici e i progressisti. Negli ultimi tempi abbiamo anche assistito all’emergere dalla clandestinità di nazisti, che rappresentano una forza sempre più propensa al terrorismo.
Il 19 gennaio 2009 un noto avvocato, Stanislav Markelov, è stato ucciso con un colpo alla testa in pieno centro di Mosca, ed è stata colpita anche la giornalista Anastasia Baburova, che lo stava accompagnando e che tentava di fermare l’assassino. Il caso è diventato uno scandalo internazionale, perché Markelov era molto noto in quanto difensore di civili ceceni vittime della brutalità della polizia e dell’esercito, come di attivisti e di antifascisti. Era anch’egli un socialista e collaborava attivamente con gli anarchici. La Baburova non era solo una reporter di un giornale dell’opposizione, la Novaya Gazeta, ma era anche impegnata nel movimento anarchico e antifascista. Meno note al pubblico sono le uccisioni di altri attivisti, anarchici e antifascisti avvenute di recente e con modalità simili a quelle dell’assassinio di Markelov e Baburova.

Per un certo tempo la polizia ha finto di non notare il problema o ha sostenuto che c’era una sorta di strana guerra tra due subculture giovanili: gli skinhead nazisti e gli antifascisti. Ma la situazione è sfuggita di mano e alla fine si è dovuta ammettere ufficialmente l’esistenza di un terrorismo nazista in Russia. L’ultimo assassinato è stato un giudice che aveva condannato al carcere alcuni nazisti.
Nel giugno 2004 a San Pietroburgo, Nikolay Girenko, un militante per i diritti civili che aveva testimoniato come esperto contro alcuni aggressori razzisti, è stato assassinato da colpi sparati attraverso la porta della sua abitazione. Nel novembre 2005 Timur Kacharava, un giovane musicista e attivista dell’antifascismo, nel corso di un’azione “Cibo e non Bombe” è morto accoltellato da una dozzina di skinhead nazisti. Nell’aprile 2006, sempre a San Pietroburgo, i nazisti hanno sparato a uno studente senegalese, Samba Lanpsar, attivo in una ONG antirazzista. Nello stesso mese, a Mosca, un militante antifascista, Alexander Ryukhin, mentre si recava a un concerto antifascista, è stato aggredito e ucciso da una banda di nazisti armati di coltelli. In una aggressione simile, nel marzo 2008 a Mosca, ha perso la vita Alexey Krylov. Nel luglio 2007 ad Angarsk, in Siberia, un campo ecologista di protesta contro l’importazione di scorie radioattive in Russia, è stato attaccato da una banda di nazisti che agivano chiaramente per ordine non ufficiale delle autorità locali e della polizia: uno dei manifestanti, Ilya Borodayenko, è stato accoltellato a morte (tre anni dopo il caso non è ancora finito in tribunale, perché le indagini non sono state condotte in modo adeguato). Nell’ottobre 2008 a Mosca Fyodor Filatov, uno skinhead antinazista tra I principali organizzatori della resistenza antifascista, è stato accoltellato davanti all’ingresso del proprio appartamento. Uno altro antifascista moscovita, Ilya Dzhaparidze, attivo tra le tifoserie calcistiche, è stato ammazzato nello stesso modo nel luglio 2009. Nel gennaio 2009 sono caduti come ricordato Stanislav Markelov e Anastasia Baburova. In novembre le pallottole naziste hanno tolto la vita di Ivan Khutorskoy, uno dei leader dell’antifascismo di strada a Mosca.
Sono solo i casi di aggressioni conclusasi con la morte, mentre che ne sono tante che hanno provocato feriti (e ci sono casi di attentati dinamitardi a concerti e ad abitazioni di antifascisti). Secondo il rapporto pubblicato dal Centro Sova, circa il 22 per cento delle aggressioni naziste nel 2009 sono state ai danni di antifascisti. Le modalità degli assassini è la stessa delle uccisioni razziste: aggressioni di gruppo con molteplici coltellate letali o, più di recente, anche con l’uso di armi da fuoco.
Fino a oggi il movimento antifascista ha scelto di non uccidere i nazisti per rappresaglia. È forte una presa di posizione morale, una nobile decisione, ma nessuno può dire per quanto tempo potrà continuare (e ovviamente ci sono già casi di nazisti uccisi: un caso si è verificato a Odessa, in Ucraina, quando un antifascista, per difendersi da un’aggressione di una banda nazista ha accidentalmente ucciso uno degli aggressori. A quanto risulta anche in Ucraina cominciano a esserci problemi per l’aumento della violenza nazista, anche se con dimensioni più ridotte rispetto alla Russia).

Niente fughe

Con l’affermarsi del governo sempre più autoritario del presidente Putin dal 1999-2000 e l’emergere di nuovi problemi (il regime poliziesco e autoritario, la Guerra e i continui disordini in Cecenia e nel Caucaso, il terrorismo, l’aumento della xenofobia e la continua ascesa del movimento nazista in Russia) anche il movimento anarchico è cresciuto e si è rafforzato, in reazione a queste tendenze negative. In Russia gli anarchici in genere prendono parte alle lotte sociali insieme ad altri attivisti e progressisti. Inoltre, davanti al crescente nazionalismo, gli anarchici e gli antiautoritari rappresentano il nucleo forte del movimento antifascista e sono tra i più coerenti internazionalisti in un situazione in cui la sinistra è quasi del tutto assente nel paese.
(La particolarità della situazione sta nel fatto che in Russia non esiste affatto una sinistra forte. Ovviamente i partiti comunisti non si possono considerare di “sinistra” in vero senso: sono stalinisti, nazionalisti, estremamente autoritari e xenofobi. Ci sono alcuni gruppi di sinistra non stalinisti, ma in genere hanno dimensioni minori di quelli anarchici). Per questo non è un caso se gli anarchici e i nostri più stretti alleati sono tra le regolari vittime della violenza nazista. Ma il movimento anarchico e il più ampio movimento antifascista sono prevalentemente composti da giovani, in media tra i sedici e i venticinque anni. E le vittime del terrorismo nazista contro gli antifascisti sono drammaticamente giovani.
Sì, come in altri paesi, anche in Russia si discute se si debba combattere contro il fascismo o contro il capitalismo. C’è chi sostiene, in modo del tutto convinto (di solito davanti alla tastiera del computer) che dovremmo batterci prima di tutto contro il capitalismo, perché è lì la radice di tutti i mali. Sia pure, ma non va dimenticato che ci si batte contro il capitalismo e lo Stato nel pieno delle battaglie antifasciste. E non abbiamo troppa possibilità di scegliere se batterci o no contro il fascismo qui e ora e di decidere quale sia l’ordine di priorità delle nostre lotte.

In che direzione ci muoviamo?

Uno dei maggiori problemi per gli attivisti anarchici e progressisti resta sempre lo stesso: la maggior parte della gente, per tradizione, non crede all’azione “politica”, cioè collettiva, e alla possibilità di ottenere qualcosa con questo mezzo. In un certo senso è un’eredità di secoli di amministrazione di uno stato repressivo, che è passata attraverso l’epoca zarista e quella del regime comunista. Certe tradizioni sono ben dure a morire! Questa tendenza sembra sostenuta anche dalla progressiva frammentazione sociale del paese, in conseguenza delle riforme neoliberali.
Negli ultimi tempi, l’attivismo ha visto una ripresa lenta ma continua, davanti alla crescente repressione di Stato, alla corruzione straripante e alle pratiche sempre più selvagge del capitalismo. Aumenta la sfiducia verso il regime di Putin, che sempre di più assomiglia a un governo di stile sovietico, ma questa sfiducia lascia paralizzate molte persone, perché mancano idee e strumenti per cambiare. I movimenti sociali sono molto deboli, mancano forme consolidate e organizzazioni (sindacati o iniziative locali) che possano essere strumenti di azione civile. Negli ultimi mesi, però, abbiamo assistito a molte proteste rivolte esplicitamente contro il governo e le sue politiche, con la presenza di un numero più alto di manifestanti. Poiché le scelte del governo, l’impudenza dei burocrati, le violazioni all’ambiente, la brutalità della polizia, la violenza nazista diventano davvero insopportabili, più gente è convinta che si sia ormai toccato il fondo e che sia necessario fare qualcosa.
Comunque il clima in Russia è molto oppressivo nei confronti dell’attivismo sociale (e lo è ancor di più negli ultimi tempi). Oltre alla continua sorveglianza nei confronti degli attivisti da parte della polizia e dei servizi di sicurezza della FSB, oltre alle incursioni nelle sedi di organizzazioni politiche e sociali (perfino di ONG assolutamente rispettose della legge e pacifiche), ci sono rigide norme che limitano le manifestazioni e le proteste. Per esempio è pratica diffusa delle autorità vietare o rendere praticamente impossibile qualsiasi dimostrazione e certe volte perfino piccoli picchetti. In Russia si è tenuti ad informare le autorità con dieci giorni di anticipo se si vuole fare un corteo o una manifestazione (se non mi sbaglio, una norma del genere esisteva in Cile sotto Pinochet). In pratica, se non ai sensi di legge, le autorità possono perfino negare l’autorizzazione. In certi casi, anche se si ha il permesso, ciò non significa che il corteo non sia poi bloccato illegalmente e brutalmente dalla polizia. Per questo è resa difficile, se non impossibile, ogni manifestazione di piazza e ogni iniziativa pubblica spesso limitata in piccoli spazi circondati dalla polizia. Immaginatevi che un vostro compagno sia ucciso dalla polizia: aspettate dieci giorni per scendere in piazza?
Ma gli anarchici, con la pratica portata avanti negli ultimi anni di manifestazioni non autorizzate, si dimostrano talora più capaci del resto dell’opposizione, perché in sostanza non chiedono il permesso e hanno la possibilità di programmare ed effettuare le proprie azioni nonostante la polizia. Può ancora esserci uno spazio d’azione molto limitato: è possibile fare manifestazioni molto rapide, perché è sicuro che quasi subito, appena avranno saputo dell’iniziativa, si presenteranno forze di polizia in numero schiacciante. Ma così, almeno, si può fare qualcosa di abbastanza visibile e talvolta in un modo abbastanza efficace. In varie occasioni gli anarchici di Mosca e di San Pietroburgo sono riusciti a fare manifestazioni di questo genere, bloccando il traffico nelle vie del centro (per esempio nel corso della campagna contro la violenza poliziesca e nelle proteste per l’uccisione di compagni da parte dei nazisti). È anche in aumento la pratica di scontro con la polizia, se questa cerca di impedire o limitare le assemblee legali (come nel caso della manifestazione antifascista del 19 gennaio 2010). Così, da questo punto di vista, sia pure non senza problemi, si sviluppano le attività di piazza degli anarchici, che riescono in questo modo a costruire una propria cultura della protesta.
Uno scrittore russo una volta ha detto: “Ci sono due grandi sciagure in Russia: il potere del male in basso e il male del potere in alto.” Già nel 1886 faceva così riferimento al duplice problema dello Stato autoritario e dell’assenza di ragione e di coscienza civile tra il popolo. È una frase di valore universale, che si poteva pronunciare nel 1916, nel 1936 o nel 2006: abbiamo ancora lo stesso e identico problema: in alcuni periodi sembra sparire, ma si ripresenta in continuazione. E non abbiamo altra scelta se non quella di combattere contro questo stato di cose.
In ogni modo, in queste lotte sarebbe bene sapere e sentire che non combattiamo da soli e che la solidarietà internazionale è ancora uno strumento potente. Come dimostra l’esperienza, i burocrati russi si preoccupano ancora della propria reputazione internazionale e quindi possono essere piuttosto efficaci le azioni di solidarietà davanti alle ambasciate russe (come altre forme di protesta e di solidarietà). Purtroppo, la situazione in Russia non rende così evidente il fatto che presto saranno necessarie azioni del genere.

Mikhail Tsovma


Aggressioni razziste e contro antifascisti da parte dell’ultradestra

2004 2005 2006 2007 2008 2009
Numero di vittime di aggressioni razziste*
267
464
564
653
486
333
Numero di morti
49
47
62
73
109
71

Fonte: Centro Sova
* Sono comprese le aggressioni dell’ultradestra per motivi razziali e quelle contro antifascisti.
Il ministero degli Interni russo fino a poco tempo fa non pubblicava statistiche di questo genere, e Sova ha raccolto i dati in modo indipendente. Sono comprese soprattutto le aggressioni in cui siano presenti l’odio razziale e la xenofobia, da parte di nazisti, ma non numerosi casi quotidiani di razzismo e xenofobia dei quali non si può dare conto per mancanza di rapporti del ministero degli Interni.

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rivista anarchica
anno 40 n. 355
estate 2010

fonte:  http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm

La tragedia del Pakistan e l’indifferenza d’agosto

La tragedia del Pakistan e l’indifferenza d’agosto

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di Lello Naso

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C’è una classifica delle sventure? C’è una priorità della generosità? Ci sono morti – ci si passi l’aggettivo – più simpatici di altri? Disgrazie più mediatiche? Istintivamente, anche con un moto di ribrezzo, verrebbe da dire di no. Invece la cronaca dimostra il contrario. Quest’anno, il mondo intero si è mobilitato per il terremoto di Haiti. Miliardi di euro di aiuti da ogni paese, anche dai più poveri, star di Hollywood in passerella, protezioni civili in campo per contendersi la regia delle operazioni. Navi di soccorsi che partivano e arrivavano settimane dopo. Conti correnti attivi, televisioni in perenne diretta.

Il Pakistan è sommerso dalle piogge da un mese. È interessata una superficie pari a venti volte la Lombardia. I morti sono oltre 1.600, un numero imprecisato i dispersi, gli sfollati oltre tre milioni su sette milioni di alluvionati. Secondo i geologi, il riflusso produrrà ancora morte e devastazione. Il resto del mondo, per quel poco che le tv trasmettono, guarda più o meno indifferente. Ci sono paesi più attivi – la Gran Bretagna, la Svizzera – altri quasi inermi, tra cui l’Italia e gli Stati Uniti, tra i più solerti ad Haiti. La riserva di generosità si è esaurita nei Caraibi? Il Pakistan è un paese antipatico, la culla del terrorismo islamico?

Secondo gli psicologi di massa c’è un po’ di tutto questo. Contribuisce a fare la differenza anche il periodo in cui avvengono le disgrazie. Haiti è stata affossata a inizio anno, subito dopo Natale. Lo stesso era avvenuto con lo tsunami che aveva travolto i paesi dell’Oceano Indiano il 26 dicembre del 2004. In quel caso la molla erano stati i tanti turisti stranieri coinvolti, italiani compresi.

Le vittime lontane, questo è noto, interessano poco. Ad agosto, durante le ferie, è più scomodo fare un versamento, organizzare i call center, i soccorsi. In spiaggia anche le disgrazie diventano un’eco lontana. Al rientro in città fare una donazione diventa più semplice. Non ci sono più alibi.

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28 agosto 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-08-28/tragedia-pakistan-indifferenza-agosto-101740.shtml?uuid=AYDIIcKC