Archivio | agosto 29, 2010

Sumatra: Il vulcano Sinabung sputa ceneri a 1500 metri di altezza. Era spento da oltre 400 anni. 12mila evacuati

Eruzione a Sumatra, 12mila evacuati

Il vulcano Sinabung sputa ceneri a 1500 metri di altezza. Era spento da oltre 400 anni

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GIACARTA
Dopo un silenzio durato quattro secoli,
il vulcano Sinabung, nel nord dell’isola indonesiana di Sumatra, si è risvegliato oggi, causando l’evacuazione immediata di oltre 12.000 persone. Il bilancio delle vittime è di due morti e diversi feriti: «Due uomini di 65 e 54 anni sono morti per un attacco cardiaco, mentre venivano evacuati», ha detto all’agenzia di Stato Antara il capo delle operazioni di soccorso nella provincia di Nord Sumatra, Aiman Syafruddin, riferendo poi di numerosi incidenti stradali verificatisi sulle strade, prese d’assalto da migliaia di persone in fuga. L’eruzione, registrata alla mezzanotte locale, ha preso alla sprovvista gli esperti, che considerano il Sinabung un vulcano minore tra quelli che sorgono sulla «cintura di fuoco» del Pacifico, zona ad altissima attivit… sismica e vulcanica.
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L’ordine di evacuazione è scattato immediatamente, le forze dell’ordine hanno schierato numerosi camion per facilitarla. «Abbiamo sentito forti tremori, probabilmente un terremoto», racconta Muhammad Irsal, della Croce rossa indonesiana. «Poi è iniziata l’eruzione: gli alberi lungo la montagna sono stati bruciati dalla lava. La visibilità, complice la cenere, era davvero minima, al massimo si riusciva a vedere fino a cinque metri. Quindi ci siamo messi ad aiutare la gente per l’evacuazione». L’eruzione ha scatenato il panico: un testimone ha raccontato Medan Tribune di essere fuggito quando ha visto la lava avanzare verso di lui «come una palla di fuoco».
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La Croce Rossa ha distribuito centinaia di maschere anti-gas, per prevenire possibili intossicazioni causate dai gas sprigionati dall’eruzione, che ha proiettato fumo e cenere fino a 1.500 metri di altezza. L’attività del Sinabung è diminuita, ma resta l’allerta massima: «Nonostante una flessione dell’attività, non abbiamo ridotto il livello di allerta, che è massimo», ha detto il capo del centro vulcanologico indonesiano, Surono, al Jakarta Globe online. «È la prima volta dal 1600 che erutta, abbiamo quindi una scarsa conoscenza sia del vulcano che dei suoi comportamenti», ha aggiunto l’esperto. Il portavoce dell’ agenzia nazionale per i disastri, Priyadi Kardono, ha invitato i residenti «a rimanere nei rifugi per almeno una settimana».
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L’area attorno al Sinabung è principalmente agricola. I 14 villaggi intorno alla montagna sono stati evacuati, circa 12.000 le persone portate in aree più sicure. Per ora, l’eruzione non ha creato problemi al traffico aereo nella provincia, i voli dall’aeroporto di Medan (la capitale della provincia, a circa 60 chilometri dal vulcano) e dagli scali vicini, sono stati regolari.

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MULTIMEDIA

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fonte:  http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201008articoli/58040girata.asp

Francia, giovane italiano muore in carcere. Alla mamma diceva: “Mi maltrattano”

Francia, giovane muore in carcere
Alla mamma diceva: “Mi maltrattano”

Daniele Franceschi
Daniele Franceschi

Daniele Franceschi, originario di Viareggio, era stato arrestato a marzo con l’accusa di falsificazione e uso improprio di carte di credito. Nelle lettere la denuncia di soprusi. Lo zio: “Ci vietano di vedere il corpo”

Francia, giovane muore in carcere Alla mamma diceva: "Mi maltrattano" Una veduta di Grasse

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VIAREGGIO (LUCCA) – Nel marzo scorso era finito in manette con l’accusa di falsificazione e uso improprio di carta di credito in un casinò della Costa Azzurra. Cinque mesi dopo, Daniele Franceschi, 31 anni, carpentiere di Viareggio, sposato, separato e padre di un bambino di 9 anni, è morto in una cella del carcere di Grasse, nell’entroterra di Cannes, in circostanze tutte da chiarire. Lo riferiscono oggi alcuni quotidiani locali, che riferiscono anche che la famiglia di Franceschi ha ricevuto la notizia della morte, avvenuta ufficialmente per arresto cardiaco nella notte tra martedì e mercoledì scorsi, solo tre giorni più tardi.

I familiari di Franceschi sono già arrivati in Francia e sono assistiti, riferisce la Farnesina, dal consolato generale italiano di Nizza. La mamma dell’uomo, accompagnata da uno zio del giovane e dalla cugina, non ha potuto vedere la salma del figlio perché é in corso un’inchiesta. ”Mia sorella è già in Francia, ma le autorità non le permettono di vedere la salma di mio nipote prima dell’autopsia. Lei è andata comunque perché vuole essere ‘vicina’ al suo ragazzo”. Marco Antignano, zio di Daniele, racconta i momenti concitati e dolorosi che la sua famiglia sta vivendo dopo aver appreso, con tre giorni di ritardo, del decesso. La madre di Franceschi, Cira Antignano, riferisce il legale Aldo Lasagna, ha presentato un esposto informale alla Farnesina.

”In questa vicenda molte cose non quadrano”, ha aggiunto Marco Antignano. ”All’autopsia non potrà partecipare nessun medico di nostra fiducia, né italiano, né francese – spiega -, la motivazione ufficiale è che la procedura di nomina sarebbe stata troppo complessa. In più, i tempi si sono accorciati perché l’esame autoptico, prima fissato per martedì, è stato anticipato di un giorno, a domani”. Antignano ricorda che in questi cinque mesi il nipote aveva atteso invano il processo. ”C’erano state alcune udienze, sempre rimandate – dice -. Era complicatissimo andare a trovare mio nipote. Mia sorella era riuscita ad entrare in carcere solo
due volte, ogni volta l’avevano controllata in una maniera non solo minuziosa, ma anche umiliante. Il ragazzo era tranquillo ma parlava e scriveva di soprusi, di ore di lavoro estenuante. Recentemente, si era rifiutato di lavorare oltre il dovuto in cucina. Subito dopo, se ne era pentito temendo ritorsioni. Aveva paura che lo mettessero in una cella con qualche detenuto ‘difficile’. Raccontava che ce l’avevano particolarmente con gli italiani, forse, diceva, a causa del calcio”. Sono state fornite, inoltre, racconta lo zio, versioni discordanti sull’ultimo giorno di vita di Daniele. ”Io ho parlato con il direttore del carcere, dopo la notizia della morte, e lui mi ha spiegato che l’avevano controllato in cella alle 13,30, e Daniele stava bene. Poi, alle 17, durante il controllo seguente, l’avevano trovato morto. All’avvocato francese che ci assiste, è stato invece detto che, siccome Daniele non stava tanto bene, l’avevano portato in infermeria e gli avevano fatto l’elettrocardiogramma. Dato che il risultato era stato negativo, l’avevano riportato in cella. Ma mi chiedo: non era il caso di trattenerlo e controllare l’evolversi della situazione? Chiunque, anche un detenuto, ha diritto ad un’assistenza umana”.

L’uomo nel corso della sua detenzione aveva scritto diverse lettere alla madre, raccontando anche di aver subito soprusi, maltrattamenti e di non essere stato curato quando aveva la febbre molto alta. Domani è in programma l’autopsia all’istituto di medicina legale di Nizza. Franceschi era andato in vacanza in Costa Azzurra nel marzo scorso con alcuni amici. Il gruppo aveva deciso di trascorrere una serata al casinò, ma quando Franceschi si era presentato a pagare le fiche esibendo una carta di credito, gli addetti si sono accorti che qualcosa non andava e hanno chiamato la gendarmeria, che ha arrestato l’italiano.

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29 agosto 2010

fonte: http://www.repubblica.it/cronaca/2010/08/29/news/francia_giovane_muore_in_carcere_alla_mamma_diceva_mi_maltrattano-6595263/?rss

Gheddafi show a Roma con le hostess: «L’Islam religione di tutta Europa»

Rosy Bindi: umiliata la dignità delle donne italiane

Gheddafi show a Roma con le hostess: «L’Islam religione di tutta Europa»


Cinquecento ragazze reclutate da un’agenzia per la lezione sul Corano: tre si convertono

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Una delle tre ragazze convertite (foto Jpeg Fotoservizi)
Una delle tre ragazze convertite (foto Jpeg Fotoservizi)

ROMA – «L’Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l’Europa». Così il leader libico Muammar Gheddafi ha apostrofato domenica pomeriggio a Roma le quasi 500 ragazze convocate per una lezione sul Corano. Il leader libico, giunto in mattinata nella capitale per celebrare il secondo anniversario della firma del Trattato di amicizia fra Italia e Libia, ha distribuito copie del Corano a 487 ragazze (c’erano anche 47 ragazzi, ma per loro non c’è stato tempo), che ha incontrato divise in due scaglioni. Tre ragazze, due italiane e una spagnola, si sono presentate con il velo perché si sono convertite all’Islam: una decisione che Gheddafi ha suggellato con un «rito veloce», una piccola cerimonia di iniziazione. Le tre convertite sono uscite, tra le ultime, tutte insieme, senza rilasciare alcuna dichiarazione. Tutte indossavano il tradizionale chador islamico, dal quale però uscivano i capelli. Dopo qualche minuto, è uscita anche una quarta ragazza, anch’essa con un velo musulmano completamente nero. Secondo alcune delle hostess presenti all’incontro, tuttavia, quest’ultima non si sarebbe convertita in vista dell’arrivo di Gheddafi, ma aveva abbracciato già da tempo la religione islamica. Gheddafi ha collegato l’ipotesi di un’Europa islamica all’ingresso della Turchia nell’Unione europea, e ha parlato di Maometto, «ultimo profeta», mentre Gesù sarebbe il penultimo. Le ragazze gli hanno potuto fare alcune domande: vietate però quelle politiche o «scomode» (leggi il resoconto della giornata nel racconto di un’«infiltrata» tra le hostess).

«CI HANNO CHIESTO 500 PERSONE» – Spiega Alessandro Londero, presidente di Hostessweb, l’agenzia di casting che ha reclutato i partecipanti all’incontro: «La richiesta dei libici era stata di circa 500 persone, ma probabilmente se ne aspettavano di meno, perché la sala prevista per l’incontro non le conteneva tutte». «Ecco perché – ha aggiunto – abbiamo dovuto fare due sessioni, e nonostante questo un’ottantina di ragazze sono rimaste fuori». Inoltre, il colonnello avrebbe dovuto impartire una terza lezione di Corano esclusivamente agli ospiti uomini, ma «abbiamo fatto tardi e non ce n’è stato il tempo. Lui poi ha detto: sono stanco, e abbiamo finito». Il responsabile dell’agenzia ha inoltre precisato che per le ragazze era previsto un «rimborso spese» di 100 euro per chi veniva dal Lazio, e 150 euro per chi veniva da un’altra regione e che il pagamento sarebbe avvenuto solo dopo l’evento. Lunedì è in programma un nuovo incontro con altre hostess, ma «come sempre – ha detto Londero – sapremo tutto all’ultimo minuto».

LE HOSTESS CACCIATENon tutte le ragazze presenti hanno superato la selezione del personale libico. Due di loro, che uscivano arrabbiate e deluse, non hanno voluto spiegarne il motivo, giustificandosi con un «noi non siamo nessuno». E alla domanda se fosse stata una «brutta esperienza», hanno risposto: «Lasciamo perdere». Le due ragazze hanno lasciato rapidamente l’edificio coprendosi il volto dalle telecamere con il passaporto. La tensione nel gruppo era già emersa prima dell’ingresso in accademia, quando alcune hostess e un coordinatore avevano avuto un acceso diverbio. «Non siamo retribuite» avrebbe poi detto una ragazza ai giornali. La volta scorsa, invece, ad ognuna delle partecipanti all’incontro era stato riconosciuto un «gettone» di 50 euro. «Mettete nei guai le ragazze – ha detto ai cronisti uno dei responsabili dell’agenzia, che teneva d’occhio le giovani che parlavano ai giornalisti – perché chi rilascia dichiarazioni non verrà pagata».

BINDI: UMILIATE DONNE ITALIANE – «Berlusconi finisce per rendersi complice non solo della sorte dei tanti disperati ricacciati nel deserto libico ma di una nuova umiliante violazione della dignità delle donne italiane», afferma la vicepresidente della Camera Rosy Bindi. «Solo nell’Italietta berlusconiana che si compiace di barzellette e battute misogine – afferma – e che ha incoraggiato una nuova forma di mercificazione del corpo della donna è possibile assistere alla celebrazione così imbarazzante e subalterna di un personaggio come Gheddafi. Purtroppo non c’è da stupirsi – aggiunge Bindi – per lo spettacolo offerto agli italiani con l’avallo del nostro governo. Invece di chiedere ragione delle condizioni di vita di migliaia di migranti, il governo Berlusconi si presta ad offrire un palcoscenico a chi per fare la sua propaganda pretende di circondarsi di belle ragazze».

STORACE: SHOW INTOLLERABILE – «Qualcuno ricordi a Gheddafi che l’Europa è cristiana. Gli show sulla fede sono intollerabili». È quanto dichiara Francesco Storace, segretario nazionale de La Destra.

LE POLEMICHE «La richiesta di Gheddafi di avere centinaia di avvenenti ragazze ad attenderlo al suo arrivo in Italia suona tanto come istigazione alla prostituzione», tuona il senatore dell’Italia dei Valori Stefano Pedica, per il quale «a Gheddafi non è bastato fare spregio dei diritti umani deportando i profughi nei lager costruiti nel deserto, ignorare la responsabilità gravissima di aver appoggiato il terrorismo internazionale e prendere in giro gli italiani rimpatriati dalla Libia che non ha ancora indennizzato: ora ha voluto anche ricostruirsi il suo harem con hostess italiane, reclutate per avvenenza e disponibilità. E chi meglio poteva assecondarlo nei suoi desideri se non il satrapo Silvio Berlusconi? È un’offesa alle donne che in Italia hanno conquistato parità e diritti con fatica». il senatore della Lega Piergiorgio Stiffoni, sentendo parlare di Europa islamizzata, commenta: «Dopo Boumedienne, allora presidente algerino, nel 1974 quando all’Onu disse che sarebbe stato «il ventre delle loro donne a dare loro la vittoria» nella sopraffazione dell’occidente, ora Gheddafi si contorna di una platea femminile per mandare i suoi messaggi. L’Islam non viene in pace ma per conquistarci». «Il circo mediatico organizzato per accogliere il dittatore Gheddafi serve a coprire le scomode verità che si nascondono dietro il Trattato Italia-Libia», dice Mario Staderini, segretario di Radicali italiani.

L’ARRIVO CON LE AMAZZONI – Gheddafi era arrivato a Ciampino alle 13.30, dopo un doppio cambio di programma. Sempre imprevedibile, Gheddafi – che indossava la tradizionale jeard libi e che è sceso dalla scaletta del velivolo scortato da due delle donne che compongono la sua scorta personale – è stato accolto dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, e dall’ambasciatore libico in Italia, Abdulhafed Gaddur. Dopo i saluti da cerimoniale, per il leader libico sono previste oltre 24 ore di appuntamenti privati: fino cioè alle 17 di lunedì, quando si terrà il primo appuntamento ufficiale della visita, il convegno all’Accademia libica su «I rapporti fra Libia e Italia», seguito da una mostra fotografica sulla storia del paese nordafricano. Al seguito del rais ci sono 30 cavalli arabi con altrettanti cavalieri: lunedì sera, alle 21, si esibiranno nel corso delle celebrazioni previste alla caserma Salvo D’Acquisto, alla presenza del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Gheddafi ha trovato già montata nei giardini dell’ambasciata di Libia a Roma la grande tenda beduina che sempre lo accompagna nei viaggi all’estero e che è giunta sabato nella capitale.

Il cappuccino al bar (foto Jpeg)
Il cappuccino al bar (foto Jpeg)

IL FUORI PROGRAMMA IN CENTRO – In serata l’ennesimo fuori programma: Gheddafi è uscito dalla residenza dell’ambasciatore libico per fare un giro nel centro della città. Lo stuolo di macchine al seguito della limousine bianca si è diretto a Campo dè Fiori, dove il leader libico si è seduto al tavolino del bar Obika: davanti al locale si è subito formato in capannello di gente e di telecamere, con il colonnello che, sorridente, ha salutato a più riprese la folla. Le decine di macchine della scorta hanno causato più di qualche grattacapo ai responsabili della sicurezza. Poi il colonnello, contornato da una decina di guardie del corpo, si è diretto passeggiando verso piazza Navona, dove si è anche fermato a chiacchierare con alcuni ambulanti arabi a una bancarella, chiedendo loro come si trovano in Italia. Finito il colloquio, uno dei consiglieri del leader libico, dietro indicazione di Gheddafi, ha comprato per 300 euro in contanti un’abbondante manciata degli anelli venduti dagli ambulanti. Dopo avere attraversato a piedi Piazza Navona – circondato dalle guardie del corpo e da una folla di curiosi – Gheddafi si è fermato per un ultimo drink al ristorante «Il Passetto» in piazza di Santa Apollinare. Accomodatosi in un tavolo all’esterno, Gheddafi è stato accolto dai gestori del ristorante che gli hanno offerto un’aranciata, sempre sotto i riflettori delle telecamere e dei numerosi flash dei fotografi. Dopo pochi minuti Gheddafi ha lasciato il tavolo del ristorante per rientrare nella residenza dell’ambasciatore libico sulla Cassia.

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Redazione online
29 agosto 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_agosto_29/gheddafi-roma-cavalli-amazzoni-tenda-beduina_fed80874-b344-11df-ac3b-00144f02aabe.shtml

INDIANAPOLIS, NON SOLO MOTOGP – Muore un ragazzino di 13 anni in una gara di contorno e i media stanno zitti

Non si doveva sapere, per non turbare il ‘barnum’ delle gare motociclistiche. E poi, che sarà mai? Un ragazzino in meno. Tutto qui.

mauro

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https://i0.wp.com/www.blogcdn.com/motorsports.fanhouse.com/media/2010/08/lenz.jpg

“..la giornata di oggi è stata funestata dalla morte di un motociclista di appena 13 anni, Peter Lenz, in una gara di contorno al Gran Premio di Indianapolis. L’adolescente è rimasto coinvolto in un incidente durante il giro di ricognizione: dopo essere finito a terra era stato travolto dalla moto di un altro motociclista Xavier Zayat. I paramedici sono intervenuti ma non c’è stato nulla da fare. Una notizia terribile, offuscata purtroppo sui media internazionali: del povero Peter Lenz non ci sono notizie in giro e solo attraverso Facebook il padre è riuscito a trovare un po’ di spazio per parlare del tragico evento: “E’ morto – ha scritto il papà – facendo quello che amava e quando è sceso in pista aveva quell’espressione tipica di quando voleva andare veloce. Il mondo oggi ha perso una delle sue stelle più luminose. Dio benedica Peter e l’altro pilota coinvolto. Il numero 45 ora è su un’altra strada che noi possiamo soltanto sperare di raggiungere. Mi manchi ragazzino”.”

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29 agosto 2010

estratto da Gp Indianapolis, è il giorno di Pedrosa


Lotta di classe

Lotta di classe

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di Luigi De Magistris

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Nel nostro Paese da alcuni anni e negli ultimi mesi in particolare è in fase di definitiva attuazione un disegno strategico autoritario, di impronta piduista, teso all’introduzione del fascismo del terzo millennio. Verticalizzazione e concentrazione del potere nelle mani di una singola persona, con pieni poteri, circondata da sodali servili, imbottito di denari e protetto dalle organizzazioni criminali. Asservimento al capo degli organi di garanzia. Sottomissione della magistratura al potere politico, controllo capillare dei mezzi di comunicazione. Al fine di consolidare il neo-autoritarismo populista si attua la criminalizzazione di ogni forma di dissenso, con la distruzione di ogni luogo in un cui si possa formare il pensiero libero. Rendere l’Italia una grande SPA, in modo da rafforzare il liberismo senza regole e consentire la vendita di ogni cosa – compresa l’identità della nazione – che sia suscettibile di valutazione economica. Acqua spa, protezione civile spa, difesa spa, sicurezza spa, giustizia spa, patrimonio culturale spa, ambiente spa. In definitiva, la privatizzazione della democrazia e il dissolvimento dell’etica pubblica.

La propaganda di regime di Scodinzolini & C. serve per nascondere i fatti ed esaltare il sub-modello neo-fascista anche in vista della normalizzazione post-berlusconiana. Accanto al massacro dello stato di diritto è in atto, con la colpevole sottovalutazione di parte significativa del centro-sinistra e di settori rilevanti del sindacato, lo smantellamento dello stato sociale di diritto per mutare i rapporti tra capitale e lavoro, in favore del primo, ovviamente. Distruzione dello statuto dei lavoratori, attraverso l’eliminazione della norma simbolo dell’art. 18.

Riduzione del diritto di sciopero. Repressione della manifestazione del pensiero all’interno delle fabbriche. Consolidamento del precariato, in violazione dell’art. 1 della Costituzione, come regola ordinaria dei rapporti tra capitale e lavoro. Il ricatto ai lavoratori: il lavoro non è un diritto, ma una concessione del potere, come tale condizionabile e revocabile. Lavoro in cambio di compressione dei diritti, come un baratto. L’utilizzo dell’immigrato non-persona in maniera servente agli interessi del capitale: un corpo da sfruttare fino a quando utile, poi scarto sociale da smaltire, magari nelle discariche sociali delle carceri in quanto l’immigrato è criminale perchè clandestino e non autore di reati. I neofascisti hanno rispolverato, anche grazie al “compagno” Fini, la colpa d’autore che Hitler creò per gli ebrei. I lavoratori, inoltre, non debbono pensare, ma solo ubbidire a chi concede loro il privilegio di lavorare. La pretesa di un diritto è sovversione, nelle fabbriche come nei luoghi di lavoro. Se si comprimono i diritti si uccide la democrazia; se si ammazzano i diritti dei lavoratori la soppressione è ancora più odiosa. Di fronte a questo progetto eversivo di attacco profondo alla democrazia – che passa anche attraverso lo schiaffo istituzionale di Marchionne che ordina ai suoi di non ottemperare alla sentenza del giudice che dispone il reintegro dei lavoratori di Melfi – non si può rimanere fermi. Si deve consolidare la lotta per i diritti già in atto nel Paese.

Se il governo, con il ministro Tremonti, adotta una manovra di classe colpendo i soliti noti e tutelando i soliti noti, i ceti oppressi (lavoratori, precari, studenti, senza lavoro, senza dimora, operai, pensionati, impiegati, imprenditori onesti diversi dai prenditori, professionisti perbene, servitori dello stato stanchi del regime delle cricche e dei mafiosi di stato) devono attuare la “nuova lotta di classe”. Sì ai diritti, no ai privilegi. Sì alla giustizia, no alle mafie. Si alla legalità costituzionale, no alla legalità illegale. No allo scudo – fiscale, economico e penale – per i potenti, sì alla redistribuzione dei redditi. Lotta ad evasione e privilegi fiscali. Tassazione delle rendite finanziarie. Aumento dei salari e previsione di un reddito minimo per i senza lavoro. Utilizzo diverso dei fondi pubblici, per uno sviluppo economico compatibile con l’ambiente e per valorizzare ricerca e cultura. Qualche casa del popolo in più e qualche casa di Propaganda Fide in meno. Riduzione drastica delle forme più odiose di precariato. Valorizzazione dei beni comuni ed eliminazione del federalismo dei ricchi a discapito dei più deboli. Un federalismo che punta anche alla vendita dei beni pubblici patrimonio comune del Paese: dalle foreste ai beni culturali, dai siti archeologici ai beni architettonici. La nuova lotta di classe, ovviamente pacifica, deve essere dura, senza sconti. E’ il momento che il popolo, non quello evocato strumentalmente dal neofascista Berlusconi o dal peones Bossi, ma quello che soffre e che non gode dei privilegi, si ribelli, faccia sentire la sua voce, forte e chiara.

Si riappropri delle comunità, dei territori violentati. Si convinca che può essere protagonista del proprio destino. Mettiamoci tutti in movimento, come il popolo del quarto stato, quali soggetti politici e pensanti, per far valere diritti e democrazia. Il potere ha paura della gente che pensa in modo libero e critico e che dissente dal pensiero unico, ha il terrore delle facce pulite, dei cuori generosi, teme la democrazia. Viviamo in un regime che dispensa, allo stesso tempo, sorrisi e violenza morale, prebende e “picconate istituzionali”. Un sultanato amorale che vede l’Italia come cosa da sfruttare: l’ideologia degli “utilizzatori finali”. Non consentiamo più l’usurpazione dell’Italia, del nostro futuro e del sogno di vivere in un Paese pulito, senza il puzzo del compromesso morale. Dipende anche da noi, da ognuno di noi, in modo anche da poterci guardare allo specchio con un sorriso e non con gli occhi abbassati.

ricevuto via mail, ma lo trovate anche qui: http://www.luigidemagistris.it/

Sanremo, Comunale vietato allo striscione dedicato all’amico scomparso: l’opinione dei Cani Sciolti

Sanremo, Comunale vietato allo striscione dedicato all’amico scomparso: l’opinione dei Cani Sciolti

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Sanremo – …Mirco era un nostro amico, un nostro fratello, un ultras della Sanremese e ci è stato proibito di far entrare una pezza di un metro per un metro con scritto ‘Miciu vive’…

Lo striscione esposto la domenica successiva al tragico evento

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Il gruppo ultras dei “Cani Sciolti” di Sanremo, con questo comunicato, vuole commentare la spiacevole situazione creatasi mercoledì scorso quando, prima della partita di Coppa Italia tra Sanremese e Entella, a seguito delle nuove norme più comunemente conosciute come “la tessera del tifoso” – norme che prevedono, tra l’altro, l’obbligo da parte dei tifosi a dichiarare alle autorità comptetenti, tutti gli striscioni e il materiale da introdurre sulle gradinate e sugli spalti – gli è stato impedito di portare all’interno del campo lo striscione con la scritta “Miciu vive” (striscione dedicato a Mirko Gnocchi, giovane tifoso della Sanremese tragicamente scomparso lo scorso anno in un incidente stradale).

Le nuove norme troveranno sicuramente giustificazione in episodi di violenza accaduti negli anni passati in tifoserie molto più grandi di quelle della Sanremese, e probabilmente anche più violente.
Sembra comunque un eccesso di zelo o, per lo meno, una svista, da parte degli addetti alla sicurezza l’aver impedito a un gruppo di tifosi di poter rendere omaggio al proprio amico scomparso.
Ecco qui di seguito il pensiero dei Cani Sciolti di Sanremo riguardo la vicenda:

Cosa genera più violenza? Uno striscione in onore di un amico che non c’e’ più, ‘Miciu’, o coloro che non lo fanno entrare? Questa è la domanda che ieri sera prima della partita di Coppa Italia, un gruppo di ragazzi si è posta. Siamo disposti a non entrare all’interno dello stadio, siamo disposti a non attaccare la pezza del nostro gruppo, a non sventolare le nostre bandiere perchè siamo ultras e sopratutto contrari alle nuove normative messe in atto dal governo. Ma quando viene a mancare il rispetto allora non ci stiamo! Mirco era un nostro amico, un nostro fratello, un ultras della Sanremese e ci è stato proibito di far entrare una pezza di un metro per un metro con scritto ‘Miciu vive’. Come tifosi e come persone ci sentiamo indignati per questo gesto che offende la memoria di un giovane ragazzo”.

27/08/2010

fonte: http://www.riviera24.it/articoli/2010/08/27/92281/sanremo-comunale-vietato-allo-striscione-dedicato-allamico-scomparso-lopinione-dei-cani-sciolti

CRISI – Pane e vestiti fatti in casa: Ecco gli apostoli verdi

Pane e vestiti fatti in casa
ecco gli apostoli verdi

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Il movimento del risparmio ecologico “Così consumiamo la metà senza troppi sacrifici”. La rete di mille famiglie cattoliche ed “equo-solidali”: bollette tagliate ma identico stile di vita

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dall’inviato di Repubblica MICHELE SMARGIASSI

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MARGHERA – Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Anzi no, dacci solo la farina (biologica), che il pane ce lo facciamo da soli, in casa. Quello di Marta ed Ezio, insegnanti, una figlia di 5 anni, è caldo e croccante, ma soprattutto è “giusto”. È un pane ecologico e morale, un pane “liberato”. “Sei anni fa, sposandoci, scegliemmo di non essere di peso né all’ambiente né al Sud del mondo”. Acqua di rubinetto, pannelli solari, scambio di vestiti, niente tivù, al lavoro in bici, e alla fine del mese si fanno i conti. Con la calcolatrice. Marta ed Ezio sono cattolici praticanti, ma il loro non è un fioretto, è un impegno, e gli impegni si calcolano. “Quest’anno abbiamo sforato sulle vacanze. Risparmieremo sull’elettricità”.

Marta ed Ezio sono una famiglia “bilancista”, una tra oltre mille organizzate in 42 gruppi locali dal Trentino alla Sicilia. Apostoli del sostenibile, predicatori dell’eco-solidale, difensori del Creato, sono un movimento cattolico se non altro perché lo fondò e lo coordina ancora un sacerdote, don Gianni Fazzini, che però se gli proponi l’etichetta di “ecologismo cristiano” te la corregge: “Siamo un movimento di liberazione”. Da cosa? “Dallo stato di schiavitù del consumatore, in teoria padrone del mercato, in realtà succube di un immaginario del benessere che lo sfrutta per il profitto di pochi”.

Una Greenpeace col segno di Croce? “Cristo ci invita ad essere liberi, noi scegliamo come. Una mano ce la dà anche quel signore lì”. Gandhi: è pieno di poster del Mahatma l’ufficetto alla periferia di Marghera dove don Gianni, classe 1937, ex prete operaio, parroco di San Eliodoro ad Altino, tiene i legami col suo movimento “leggero” (niente statuto né veste giuridica) che senza clamore esiste e resiste da diciassette anni. Una rete di famiglie solidali che però ora ha pensato di alzare un po’ la voce. L’assemblea nazionale dei “Bilanci di giustizia” si concluderà stasera a Massa Marittima calcando sulla parola Politica, con la maiuscola.

“All’ultima assemblea
alcuni amici ci misero un po’ in crisi: voi fate belle cose ma siete “poco politici”, non basta il pane in casa, dovete fare i conti col potere”. Hanno ragione? “Me lo sono chiesto. Poi ho pensato, la Giovanna a Messina ha messo su una cooperativa di installazione del solare termico, Giorgio a Bologna distribuisce la pasta madre per il pane, l’Antonella in Trentino promuove le piste ciclabili, Andrea a Torino ha inventato i distretti dell’economia solidale… E allora un po’ di politica forse la facciamo già”.

Del resto tutto cominciò nel ’93 a Verona con uno slogan quasi sovversivo: L’economia uccide, bisogna cambiare. Era un convegno mondialista di “Beati i costruttori di pace”, e un centinaio di famiglie decisero di cominciare a cambiare in casa propria. Cambiare cosa? “Chiesi aiuto a un economista, mi suggerì: “Se un’azienda vuole cambiare gestione, parte dal bilancio”. Geniale. Infatti partimmo dal bilancio di casa”. Funziona ancora così: ogni famiglia “bilancista” si impegna a compilare ogni mese e inviare alla sede centrale un rendiconto minuzioso della propria economia domestica, una partita doppia “etica”: su una colonna le spese effettive divise per capitoli, su quella a fianco le spese “spostabili secondo giustizia”.

Ogni mese ci si dà un obiettivo. Mollo l’acqua minerale e bevo l’acqua “San Rubinetto”. Abbasso il termostato. Regalo e ricevo i vestiti dei bimbi. Lavo a mano. Compro frutta e verdura solo di stagione. Autoproduco in casa quel che posso. Riparo la bici (e la uso). Ogni famiglia “bilancista” riceve poi una carta sconti, L’Altracard, risposta polemica alla social card di Tremonti. “Non la puoi usare nei negozi ma vale di più”: dà accesso a un sito dove un programmino ti calcola quanto stai risparmiando con i comportamenti “sostenibili”. Anche centinaia di euro al mese.

Con l’aiuto del tedesco Wuppertal Institute, i “Bilanci di giustizia” hanno cominciato a misurare i propri successi. I risultati sono sorprendenti. Rispetto alla famiglia italiana media Istat, le famiglia “bilanciste” consumano il 16% in meno, con significativi trasferimenti di poste: meno 49% nell’abbigliamento, addirittura -56% in cosmetici e detersivi, più 72% in divertimenti e cultura. I consumi energetici sono la metà di quelli medi (107 litri d’acqua al giorno contro 192, e 599 Kwh annui contro 1202). Dal punto di vista etico, la famiglia “bilancista” sposta ogni anno quasi il 20% delle proprie risorse su prodotti meno “ingiusti”. Tutto senza sacrificare il proprio stile di vita: l’indice di soddisfazione si colloca sul 5 in una scala di 7.

Ma la scelta del bilancista non è utilitaria: comprare prodotti biologico o equo-solidali in realtà costa di più, anche se “proprio per questo ne sprechi meno”, non molla Marta, “ma il vero guadagno non è monetario”. Per scambiare vestiti devi avere molti amici e frequentarli: devi costruire relazioni. Dario e Antonella hanno scoperto che invitandosi a cena una volta alla settimana si risparmia e ci si diverte.

Quando Enrico e Serenella hanno dovuto cambiare auto hanno lanciato un appello email a tutta la rete, “Ci aiutate a trovare la più “sostenibile”?”, e s’è riunita un’assemblea (con grigliata finale). La differenza tra i bilancisti e un’associazione di consumatori è tutta qui: “Non lo facciamo per risparmiare, ma per nostalgia di giustizia”, dice don Gianni. E allora, da oggi questa cosa è giusto chiamarla Politica: “Le nostre famiglie vivono in città in preda alla corruzione, alla non-cura del bene comune. Noi in questo sfacelo vogliamo camminare puliti”. Lo vede, don Gianni, che alla fine torniamo al punto: inquinare, sprecare sono peccati. “No! Sono schiavitù. Di questo sistema siamo le vittime, non i colpevoli. Quindi dobbiamo liberarci, non pentirci”.

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29 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/ambiente/2010/08/29/news/apostoli_verdi-6587590/?rss

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Ricette, storia e trucchi per l’autoproduzione del pane

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Fare da sè i cosmetici si può, perchè: – si utilizzano materie prime di qualità e di sicura provenienza; – si impara quali sono gli ingredienti veramente necessari, quali no e quali sono gli elementi più utili al nostro tipo di pelle; – si impara a…

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Campagna Bilanci:Dossier: Auto a metano

Premessa necessaria Quelle che seguono sono alcuni appunti che Patrizio ha messo insieme sull’argomento del “carburante metano”. Si tratta di notizie e dati presi qua e là e riuniti sotto forma di dossier. Oggi, con la tecnologia che…

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PERCHE’ SCEGLIERE I PANNOLINI RIUTILIZZABILI? Esistono tre ragioni fondamentali per scegliere…

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Campagna Bilanci:Dossier: Andar per erbe

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Le fabbriche riaprono i cancelli ma 500 mila posti sono a rischio

Le fabbriche riaprono i cancelli
ma 500 mila posti sono a rischio

Al ministero dello Sviluppo 200 tavoli di crisi. La Pepsi chiude l’impianto di Treviso. Vacilla anche il made in Italy

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di ROBERTO MANIA

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Le fabbriche riaprono i cancelli ma 500 mila posti sono a rischio

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ROMA – Mezzo milione di posti di lavoro in bilico. Centinaia di aziende che domani non alzeranno nemmeno la saracinesca. La ripresa è debole e incerta, la domanda langue, i nuovi mercati sono lontani, la produzione resta ferma. È l’Italia imprigionata nella cassa integrazione. La crisi non se n’è andata e parla italiano: Fiat, Indesit, Antonio Merloni, Italtel, Burani, Tirrenia, Unicredit, Omsa, tra gli altri. E parla italiano – perché dipende dalle nostre fragilità ad attrarre gli investimenti esteri – anche quando racconta delle multinazionali che chiudono, come, per ultima, la Pepsi a Silea (un centinaio di dipendenti) nel trevigiano, dove si produce il Gatorade e il Lipton Ice Tea. Nella mappa della crisi italiana c’è Mirafiori, stabilimento simbolo della grande industria, e ci sono le centinaia di piccole imprese subfornitrici che mollano in silenzio.

C’è un osservatorio privilegiato per leggere questa fase della crisi e la metamorfosi che si sta determinando nel sistema industriale italiano. È quello dell’Unità per le gestione delle vertenze delle imprese in crisi presso il ministero dello Sviluppo economico, guidata dall’ex sindacalista della Fiom Giampietro Castano. Da domani si riprende il lavoro anche lì: quasi 200 tavoli aperti, 4-500 mila posti di lavoro a rischio. Non tutte le vertenze arrivano al ministero. Abbastanza però per capire – come sostiene Castano – che questa parte della crisi è molto “made in Italy”. Nel senso che chi, in questo momento, soffre, fino a chiudere, dipende esclusivamente dal mercato domestico limitato e asfittico.

Chi si è internazionalizzato, chi si è spostato sui mercati emergenti, chi sta sulla “filiera tedesca”, invece, sta uscendo dall’apnea. Accade soprattutto nel nord-est, rapidissimo a interpretare il mutamento; mentre il sud si ritrova totalmente avvolto nella crisi. Non solo i casi di Pomigliano, Termini Imerese (1.350 lavoratori). Ma anche il declino del distretto lucano del divano (la Natuzzi con i suoi 1.500 dipendenti). Oppure l’incertezza che segna il futuro del polo aeronautico (Alenia) che a Pomigliano è non lontano dalla Fiat.

A parte il caso Tirrenia, quello di una privatizzazione abortita con circa 3 mila posti a rischio, al ministero si sta ingrossando il dossier delle aziende in crisi del settore dei trasporti, quelle in particolare che producono componenti per il ferroviario: la Firema, in amministrazione controllata da un mese, la Fervet in liquidazione, la Keller che sta chiudendo il sito produttivo in Sicilia senza dare garanzie per quello sardo, la Ferrosud in Basilicata. Quasi duemila posti di lavoro in pericolo ai quali vanno aggiunti quelli dell’indotto. “L’errore – dice Castano – è quello di aver pensato che esistesse un mercato italiano. Lo si è pensato a proposito della chimica, dell’informatica, delle telecomunicazioni. Ma noi siamo un mercato piccolissimo. E ora dobbiamo gestire la crisi dell’Italtel, azienda di qualità dipendente esclusivamente dalla Telecom, o quella della Sirti”. Oppure, ancora, quella della chimica Vinyls (800 lavoratori) di Porto Marghera e Porto Torres.

È una crisi coltivata in Italia pure quella di un pezzo del “made in Italy” con i fallimenti di Mariella Burani (1.500 lavoratori) e della Itierre (con i marchi Ferrè e Cavalli e i suoi 1.500 dipendenti). Tracolli provocati dai debiti con effetti a catena: sono almeno quattromila le aziende fornitrici monocommittenti. Migliaia (fino a seimila) i posti di lavoro che potrebbero saltare.

Nel ricco comasco, Alberto Zappa, segretario provinciale della Fim-Cisl, stima che entro la fine dell’anno possano chiudere una sessantina di piccole aziende metalmeccaniche cancellando almeno 300 posti. Da quelle parti è già fallita la ferriera di Dongo, ora è a rischio anche l’Isotta Fraschini che produce getti meccanici. E se la crisi è “alimentata” dalle nostre carenze strutturali, tanto più che di politica industriale nemmeno si parla nelle stanze del governo, le ripercussioni saranno serissime nel terziario. “C’è da aspettarsi un forte ridimensionamento nel commercio”, dice Paolo Pirani, segretario confederale della Uil. “Molte imprese – aggiunge – non riapriranno”.

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29 agosto 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2010/08/29/news/fabbriche-6587296/?rss

fonte immagine di testa: http://www.vagabondando.it/2009/fabbriche/

SABAUDIA – Avvertimento mafioso a Saviano le cornacchie morte sulla spiaggia

Avvertimento mafioso a Saviano le cornacchie morte sulla spiaggia

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Venti volatili congelati vennero ritrovati il 23 agosto scorso. Le carcasse erano collocate a circa 30 metri l’una dall’altra secondo una disposizione ben precisa. Dopo alcuni giorni di indagini è stato accertato che in quei giorni l’autore di “Gomorra” ha fatto il bagno in quel tratto di mare

Avvertimento mafioso a Saviano le cornacchie morte sulla spiaggia Roberto Saviano

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Un avvertimento mafioso rivolto allo scrittore Roberto Saviano che era ospite di una villa sul lungomare di Sabaudia. Sarebbe questo il motivo per cui sono state lasciate sulla spiaggia della cittadina laziale, nel tratto compreso tra due stabilimenti balneari, le carcasse di venti cornacchie grigie congelate, ritrovate il 23 agosto scorso da uomini del corpo Forestale dello Stato. Lo si apprende da fonti investigative di Latina.

Le carcasse erano collocate a circa 30 metri l’una dall’altra secondo una disposizione ben precisa. I veterinari avevano escluso che la morte degli animali fosse avvenuta per malattia o arma da fuoco. Il congelamento dei volatili sarebbe stato infatti successivo alla morte.

Sin dall’inizio, tra le ipotesi investigative c’era, a parte il gesto goliardico, proprio l’avvertimento malavitoso, ma non era stato individuato chi fosse la persona a cui era diretto. Dopo alcuni giorni di indagini è stato accertato che in quei giorni l’autore di “Gomorra” ha fatto il bagno in quel tratto di mare, a poca distanza da dove sono state collocate le cornacchie.

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28 agosto 2010

fonte:  http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/08/28/news/saviano_sabaudia-6582905/?rss

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Roberto Saviano al libro possibile di Polignano

CitizenGioia | 22 agosto 2010

(luglio 2010) Roberto Saviano interviene al Libro Possibile di Polignano in una indimenticabile serata. Si comprende come il giovane scrittore italiano abbia una smisurata conoscenza di vasti argomenti dell’attualità italiana, primo tra tutti il sistema delle mafie (camorra, ndrangheta, mafia). Questo è un frammento della chiacchierata condotta dallo scrittore pugliese Mario Desiati