Archivio | agosto 30, 2010

La strage della Love Parade sul Web: “Ecco i video che accusano la polizia”

La strage della Love Parade sul Web
“Ecco i video che accusano la polizia”

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https://i2.wp.com/www.lastampa.it/redazione/cmssezioni/esteri/201008images/Duisburg01G.jpg

Online oltre 20 ore di filmati su Duisburg. L’organizzatore: “Tattica sbagliata”. Insorgono i sindacati delle forze dell’ordine

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BERLINO
L’organizzatore della Love Parade
di Duisburg, il festival techno-rave in cui sono morte 21 persone, tra le quali anche l’italiana Giulia Minola, il 24 luglio scorso, ha messo sul Web 22 ore di materiale video ripreso da 7 telecamere di sorveglianza.

Le registrazioni a disposizione vanno dall’inizio della manifestazione fino alle 16:40, quando la situazione precipita; tutto quello che viene dopo (morti e feriti) non è stato caricato online. La decisione è stata criticata dai sindacati di polizia tedeschi. L’obiettivo dell’organizzatore è di fatto accusare la polizia di aver provocato la tragedia con una tattica sbagliata. Intervistato dal settimanale Spiegel, l’organizzatore – Rainer Schaller – ha detto che la strage «probabilmente» è stata provocata dalle barriere installate dalla polizia il giorno precedente all’evento. In questo modo, ha detto, «tutti potranno avere un’idea» di ciò che è successo.

Qui http://live.loveparade.com/fkxt76kdrf887t/videos/chronologie/hires/11.mp4 (materiale registrato tra le 15:50 e le 15:52)

qui http://live.loveparade.com/fkxt76kdrf887t/videos/chronologie/hires/12.mp4 (materiale registrato tra le 15:54 e le 16:03)

e qui http://live.loveparade.com/fkxt76kdrf887t/videos/chronologie/hires/15.mp4 (materiale registrato tra le 16:02 e le 16:03) si vedono ad esempio degli agenti bloccare l’accesso all’area in tre differenti momenti.

L’intero materiale è qui:
http://www.dokumentation-loveparade.com/kameras (in basso, sotto la voce “Zusammenschnitt”, c’è un breve montaggio)

Una ricostruzione cronologica degli eventi è invece qui:
http://www.dokumentation-loveparade.com/chronologie

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30 agosto 2010

fonte:  http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201008articoli/58072girata.asp

Terrore in Congo: 384 donne di un villagio violentate in quattro giorni / FRANCIA – Stuprata da 5 donne per punizione

Stupro di massa a Luvungi, villaggio in un’area ricca di minerali

Terrore in Congo: 384 donne violentate in quattro giorni

A sacco un paese nelle mani di miliziani e ribelli hutu in lotta per lo sfruttamento delle risorse. Ritardi nei soccorsi

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Una delle donne vittima delle violenze
Una delle donne vittima delle violenze

Lo stupro di massa è stato spaventoso: 384 donne violentate in quattro giorni da bande di miliziani che hanno saccheggiato e devastato Luvungi, un villaggio nell’est della Repubblica Democratica del Congo, sulla strada che da Walikale porta a Kisangani (la vecchia Stanleyville). «Lo spettacolo che ci siamo trovati davanti è stato terribile. Le donne, violentate e bastonate davanti ai loro bambini e ai mariti, erano terrorizzate; piangevano a dirotto, quasi non badavano alle loro ferite. Alcune durante lo stupro sono state morsicate, altre selvaggiamente picchiate». Giorgio Trombatore è stato il primo a entrare a Luvungi. Sono stati quattro giorni di violenza cieca. Il villaggio è stato messo a sacco da mezzo migliaio di miliziani, che secondo l’ONU appartengono ai ribelli hutu ruandesi e ai gruppi di guerrieri tradizionali mai-mai (che vuol dire “acqua-acqua”, perché nella loro superstizione credono che i proiettili al contatto con la loro pelle si liquefacciano) .

Una donna mostra una ferita a un braccio
Una donna mostra una ferita a un braccio

MOLTE VITTIME FUGGITE NELLA GIUNGLA – Le donne sono state stuprate tre, quattro, dieci volte da uomini diversi. Più che uomini bisognerebbe chiamarli animali. «Finora ne abbiamo curate 384 – racconta Giorgio Trombatore che è capomissione e incaricato della sicurezza dell’organizzazione non governativa americana IMC (International Medical Corp) – ma continuano ad arrivare. Parecchie atterrite dalla violenza sono fuggite nella giungla e hanno paura a tornare per farsi curare ». Le canaglie hanno però fatto attenzione a una cosa: non hanno ammazzato nessuno, e non hanno distrutto niente. Hanno solo stuprato e razziato con una meticolosa crudeltà . In casi come questi normalmente i villaggi vengono distrutti e dati alle fiamme. L’impresa di inizio agosto appare invece più come un’azione mafiosa per terrorizzare gli abitanti del villaggio e costringerli all’obbedienza a qualche capo milizia locale. La zona è molto ricca di minerali e questa azione criminale potrebbe essere una rappresaglia, una vendetta nella guerra per il controllo delle risorse. Il raid degli stupratori è cominciato il 30 luglio ed è durato fino al 3 agosto.

RITARDO NEI SOCCORSIMa solo il 12 agosto le truppe della MONUSCO (la Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione del Congo), che pure hanno una base a 15 chilometri dal centro degli stupri, sono arrivate a Luvungi dove hanno trovato la disperazione, avvisate dall’IMC e da Giorgio Trombatore, che era già al lavoro per soccorre quanta più gente possibile. «Ci hanno avvertito il 12 agosto e il giorno successivo abbiamo inviato un gruppo di soldati per proteggere il villaggio e per aprire un’inchiesta. Eppure noi pattugliamo in continuazione quell’area. Nessuno dei civili che abbiamo incontrato in quei giorni o le autorità che abbiamo visto ci hanno detto nulla», si è scusato Madnodje Mounoubaye, portavoce della MONUSCO a Kinshasa. Ma è stato smentito subito dopo dalla portavoce di IMC, Margaret Aguirre secondo cui il coordinatore locale dell’organizzazione, Willie Cragin, già il 6 agosto aveva informato degli stupri a tappeto l’Ocha, l’ufficio dell’Onu che coordina gli affari umanitari. Riferisce Giorgio Trombatore: «Due o trecento uomini sono entrati nel villaggio. Hanno agito con un sangue freddo agghiacciante. Hanno tranquillizzato la popolazione, quasi fossero vecchi amici, raccontando che cercavano solo del cibo e volevano riposarsi, convincendola a non fuggire. Hanno così raccolto la fiducia della gente. Poche ore dopo, di notte e di soppiatto, è arrivato un altro gruppo di miliziani armati fino ai denti e a quel punto gli intrusi hanno cominciato a seviziare la gente e stuprare le donne. Ad alcune sono stati strappati i neonati dal seno immediatamente prima della violenza. In questi casi molte delle mogli vengono ripudiate dai mariti e quelle non sposate non trovano nessuno che le voglia. Noi quindi stiamo lavorando non solo per curare queste poverette ma anche per cercare di ricomporre le famiglie distrutte». La marmaglia di lanzichenecchi ha, tra l’altro, sistematicamente saccheggiato Luvungi e altri 16 piccoli villaggi intorno, poi è fuggita.

CONDANNA DI BAN KI-MOON E DELLA CLINTONIl segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, ha condannato l’attacco definendolo “oltraggioso” e ha immediatamente inviato sul posto Atul Khare, suo assistente per le operazioni di peacekeeping, e Margot Wallstrom, suo rappresentante speciale per le violenze sessuali. Indignata anche Hillary Clinton, Segretario di Stato americano: «Gli Stati Uniti faranno di tutto per impedire che si ripetano episodi del genere. Si deve assolutamente creare un ambiente sicuro per le donne e tutti civili che vivono nelle province orientali del Congo». La rivista Fund for Peace and Foreign Policy ha classificato la RDC tra i cinque Paesi del mondo dove lo Stato è praticamente inesistente.

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Massimo A. Alberizzi
30 agosto 2010

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_agosto_30/congo-violenza-alberizzi_03976406-b474-11df-913c-00144f02aabe.shtml

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Francia sotto choc per l’episodio avvenuto in un paesino della Piccardia

Stuprata da 5 donne per punizione

Aveva «soffiato» il fidanzato di una di loro, violenze e saccheggio davanti agli occhi del figlio di 2 anni

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MILANO – Un caso stile «Arancia meccanica» scuote la Francia. Cinque ragazze, quattro delle quali minorenni, sono state incriminate per lo stupro di una donna di 29 anni nella regione della Piccardia, commesso nel corso di una spedizione punitiva per una rivalità amorosa. E’ quanto si è appreso da fonti giudiziarie francesi.

LA RICOSTRUZIONELa più anziana del gruppetto, 27 anni, rimproverava alla vittima di averle soffiato il fidanzato. E’ stata messa in detenzione provvisoria, insieme con una ragazza di 16 anni. Le altre tre – dai 14 ai 17 anni – sono state messe sotto controllo giudiziario, due in un centro educativo. Sono accusate di aver seviziato la loro vittima per molte ore, nella notte tra il 19 e il 20 agosto, nella città di Saint-Quentin. La donna di 29 anni ha successivamente subito una violenza sessuale con un oggetto.

DAVANTI AL FIGLIOLETTOIl suo appartamento è stato sottoposto a un “autentico saccheggio”, secondo una fonte giudiziaria. Il figlio della vittima, due anni, si trovava all’interno dell’appartamento al momento dei fatti. Le cinque ragazze incriminate devono rispondere di stupro di gruppo, furto e violenze aggravate. (Fonte: Apcom)

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30 agosto 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_agosto_30/francia-stuprata-da-cinque-donne-per-vendetta_0b710264-b446-11df-913c-00144f02aabe.shtml

Angela racconta cosa significa vivere in un lager di stato

Angela racconta cosa significa vivere in un lager di stato

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Una testimonianza agghiacciante dal Cpt di Ponte Galeria, a Roma

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Le persone che conoscono direttamente i Cie (centri di identificazione ed espulsione) e non si esprimono per sentito dire, hanno imparato che non sono luoghi dove poter fantasticare a occhi aperti. Anzi, sanno benissimo che sono posti dove i sogni vengono spezzati e dove si puo’ incontrare una delle più crudeli realtà del XXI secolo. E’ un accumulo di esseri umani, gettati in una fogna, dove ogni diritto è sospeso.

Lo sa benissimo Miguel, che afflitto dalla disperazione, ingoia due pile e della candeggina. Non riesce a sopportare di sottovivere in prigione, senza aver commesso nessun reato. Compie un atto estremo e spera che qualcuno si accorga di lui, della sua storia, delle sue aspirazioni spezzate.

Eppure, le istituzioni chiamanoospiti” le persone che entrano all’interno di questi centri. Qualcuno si sorprende quando vengono chiamati Lager di stato. Qualcun’altro non resta turbato quando viene a conoscenza di storie raccapriccianti, perché sa cosa succede all’interno di quelle celle e qualcun altro ancora, è indifferente e accetta quel che può subire una persona colpevole di non avere un documento a portata di mano.

Succede che più conosci quella realtà e più scopri racconti incredibili e persone che vogliono narrare le loro esperienze dirette, vissute da protagoniste all’interno di quelle gabbie. Ci sono i migranti reclusi (come Miguel, Adel, Elham, Joy ecc) che ti implorano a scrivere e raccontare di loro. Ma ci sono anche gli operatori spesso andati via dal centro disumano e che vogliono raccontare le atrocità subite dai migranti.

NON GRADITA A PONTE GALERIA

Molte volte gli operatori che lavorano nei vari Cie d’Italia mi chiedono di mantenere segreta la loro identità per paura di perdere il posto di lavoro o per il timore di essere perseguitati. Questa volta, ci sono Nomi e cognomi. “Puoi fare tranquillamente il mio nome e anche il cognome se vuoi, io dico solo la verità” dice Angela, quando gli chiedo se vuole che la sua identità venga svelata.

Angela Bernardini, ha lavorato nel Lager romano di Ponte Galeria con la CRI dal 1998 al 1999, con varie mansioni: segreteria, logistica, ambulatorio. Come un fiume in piena mi ha raccontato ciò che succedeva all’interno di quel centro disumano sempre esaurito e stracolmo di persone.

“All’epoca – racconta Angela Bernardini – non esistevano nè regole, nè tanto meno diritti, almeno non codificati da un regolamento. I reclusi andavano a fortuna, secondo chi era di turno nei vari settori di competenza o delle forze dell’ordine”. Vi era una estrema difficoltà ad avere colloqui con gli avvocati e con i familiari. Tutto ciò che avevano, quando venivano portati al centro, era sequestrato e custodito in alcune cassette. “Non so se quando uscivano i militari ridavano loro esattamente ciò che avevano all’inizio della detenzione” dice l’ex operatrice di Ponte Galeria.

Ho sempre cercato la vicinanza umana con i detenuti, volevo conoscere le loro storie, sapere della loro vita, aiutarli a restare persone”, perché spesso come mi hanno raccontato molti ragazzi reclusi in un Cie, è difficile restare se stessi, quando esci da quell’inferno cambi. “Io voglio restare me stesso, spero di farcela” mi diceva Miguel prima di essere espulso.

“Mi ero conquistata la loro fiducia ed il loro rispetto”, tanto che in un’occasione, Angela, è riuscita ad impedire una rivolta e in un’altra addirittura volevano fare lo sciopero della fame per lei. Era accaduto che in mensa un detenuto, “forse impazzito per davvero o forse per finta, mi ha mollato un cazzotto sulla fronte”, lasciando Angela stordita e dolorante. “Questo poveraccio – racconta l’ex volontaria della CRI – successivamente è stato massacrato di botte dai poliziotti, malgrado i miei tentativi di impedirlo”. Secondo Angela a condurre il pestaggio fu Massimo Pigozzi, che è uno dei tanti che parteciparono al pestaggio di Bolzaneto, durante il g8 del 2001, secondo le indagini condotte avrebbe dilaniato una mano ad una ragazza, divaricando le dita fino a quando la pelle si è lacerata. Secondo le agenzie di stampa, Picozzi è stato accusato anche di aver violentato nel 2005 alcune prostitute romene nella camera di sicurezza della Questura di Genova. Per precauzione, il comandante aveva deciso che per un pò Angela non entrasse in contatto con gli “ospiti” e proprio per questo motivo, i detenuti, “si sono rifiutati di andare alla mensa se non ci fossi stata io”.

ABUSI E LE VIOLENZE SNERVANTI

Era scomoda Angela, troppo umana per il potere che cinicamente deve dettare legge e impedire che uscissero fuori le vicende. La sua “confidenza” non piaceva nè ai responsabili della CRI, nè a quelli delle forze dell’ordine. “Mi spiavano, mi controllavano, mi seguivano per vedere se passavo loro droga o facevo favori sessuali”. Forse anche per trovare un pretesto e poi chiedere il suo silenzio ricattandola, chissà.

Ma ad abusare sessualmente delle detenute erano altri racconta Angela: “ So che alcuni militari, e anche qualche volontario, in cambio di sigarette e schede telefoniche avevano rapporti sessuali con viados e prostitute”. Spesso, all’interno del centro, si trovavano preservativi usati che certamente i detenuti non potevano avere con se, “come non erano certo i detenuti a far entrare la droga. Io stessa ho tirato fuori da un bagno un ragazzo in overdose”. C’era sempre qualcuno che abusava della loro debolezza e chi pagavano erano sempre le donne, con le “normali” prestazioni sessuali.

Angela comprava le sigarette ai detenuti, ma senza chiedere nulla in cambio. “A volte non potevo dar loro il cambio della biancheria intima”, entravano e uscivano praticamente sempre con quello che avevano addosso al momento del fermo. “Chi protestava veniva sedato, spesso con le botte e messo in isolamento in una stanza priva di tutto”.

Un giorno, Angela accompagna con l’ambulanza all’ospedale San Camillo un ragazzo che aveva dei gravi problemi di autolesionismo. “Io riuscii a convincerlo ed entrai in ambulanza con lui, malgrado non fossi di turno in ambulatorio”. Il ragazzo, aveva una lametta nascosta in bocca e avrebbe potuto fare del male a se stesso e ad Angela, ma con calma l’ex operatrice, cercò di farsi dare la lametta dal detenuto. Al rientro al CPT, “mi beccai una grande lavata di testa dal comandante e dopo due giorni, ricevetti una telefonata dal responsabile del mio gruppo, che mi diceva che non dovevo più presentarmi al Centro, perchè non gradita”.

Sono seguiti giorni da incubo, “ho cercato di parlare con tutti i vertici della CRI, ma non ci sono riuscita. Mi avevano creato intorno un muro impenetrabile. Alla fine, mi hanno costretto ad andarmene, in quanto sottoposta ad un mobbing continuo”.

FACCETTA NERA

Un giorno, uno come tanti, verso l’ora di pranzo, Angela racconta che mentre alcuni internati uscivano dalla sala mensa, altri invece si erano intrattenuti ai tavoli per scambiare qualche parola tra loro. Improvvisamente, “dagli altoparlanti presenti nella sala, si sono diffuse ad alto volume, le note di Faccetta nera”. Tra il poco stupore degli ospiti, “che quasi certamente non conoscevano quella marcetta” e lo sconcerto tra i volontari in servizio, le note ad alto volume continuavano a cantare tra le risate dei militari.

Angela, chiese dove fosse la centrale che governava gli altoparlanti, e “mi è stato risposto che era il posto di polizia, sito al secondo cancello di ingresso, quello che conduceva fisicamente dentro il corpo vivo del lager”.

Senza pensarci due volte, Angela si è precipitata verso il posto di polizia: “c’era un poliziotto con davanti a sè un mangianastri e la custodia di una cassetta dal titolo inequivocabile: Inni e canti del Ventennio”. Angela chiese al giovane poliziotto se si rendeva conto di quello che stava facendo, “non solo offendeva i reclusi, ma stava commettendo anche il reato di apologia di fascismo”.

Incurante di tutto ciò e del potere conferitogli dallo Stato, sorrise e in maniera ironica “ha preso la cassetta dal mangianastri, l’ha riposta e ne ha presa un’altra, dicendomi: ma io stavo mettendo Baglioni”. Con coraggio Angela fece rapporto al funzionario di PS responsabile e il poliziotto fu successivamente allontanato dal CPT, ma “per molto tempo sono stata guardata malissimo da tutti i vari addetti delle forze dell’ordine”.

Oggi, al Cie di Ponte Galeria non c’è più la CRI, ma la Cooperativa auxilium. “Da quello che leggo, non mi pare che le cose siano migliorate”. E effettivamente non lo sono davvero. “Stare a Ponte Galeria mi ha cambiato per sempre la vita” parola di Angela.

Andrea Onori

UNIONE EUROPEA / Lettera contro la direttiva europea sulla vivisezione, 12 milioni di esseri viventi sacrificati nei laboratori

UNIONE EUROPEA / Lettera contro la direttiva europea sulla vivisezione, 12 milioni di esseri viventi sacrificati nei laboratori

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Settembre potrebbe essere un gran mese, il Parlamento europeo affrontando la revisione della direttiva CEE 86/609 potrebbe, infatti,porre fine ad uno stato di barbarie assolutamente ed incontrovertibilmente incompatibile con un’Europa civile e che ha per vittime gli individui in assoluto più inermi, gli animali non umani, ben 12 milioni di esseri viventi strumentalmente usati nei laboratori di questa Europa “civile”.

Gli eurodeputati potrebbero svoltare in direzione di un mondo eticamente migliore, ma pare che la china verso cui propendono sia quella additata loro dalle potenti industrie farmaceutiche che trovano molto più remunerativo per le loro tasche esercitare una sperimentazione obsoleta ed inutile come la vivisezione che, però, ha il pregio di offrire vittime a basso costo, anziché investire nelle metodologie alternative più innovative e sicure, propugnate da medici illustri.

Purtroppo, la revisione sembrerebbe andare in senso reazionario tanto da rischiare di essere strumentalizzata fino al punto di dare mano libera ai vivisettori. In un mondo che cambia, un’Europa, la nostra, che torna indietro. Un’Europa debole, priva di ideali e di contenuti. Un’Europa fragile. In ciò, come sempre, la “vox populi” che in tutti i sondaggi risuona decisamente contraria alla sperimentazione animale, resterebbe inascoltata. Come sempre la politica ed i politici si piegherebbero agli interessi delle grandi lobbies, infischiandosene dei più deboli e della volontà di chi li ha votati, rendendosi complici di crimini perpetrati sotto la bandiera della legalità.

Libertà ed Eguaglianza dice NO ed auspica che gli eurodeputati abbiano un rigurgito di responsabilità e, se possibile, di civiltà.

Libertà ed Eguaglianza si associa alle richieste poste come basilari dall’ECEAE (European Coalition to End Animal Experiments) e ribadisce come assolutamente imprescindibile il divieto sempre e comunque a qualsiasi esperimento che comporti sofferenza di esseri senzienti.

Libertà ed Eguaglianza dice NO ad un’Europa grondante sangue innocente.

COPIA, INCOLLA ED INVIA LA LETTERA CONTRO LA DIRETTIVA EUROPEA SULLA VIVISEZIONE AI LEADER DEI GRUPPI DEL PARLAMENTO EUROPEO CHE TROVI QUI:

www.libertaedeguaglianza.eu/


Sabrina Martinelli
Membro del Direttivo nazionale di Libertà ed Eguaglianza

fonte: http://www.unonotizie.it/11348-unione-europea-lettera-contro-la-direttiva-europea-sulla-vivisezione-12-milioni-di-esseri-viventi-sacrificati-nei-laboratori.php?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=agosto

SOCIALE / Aumentano le dipendenze che affliggono gli italiani: da Internet ai giochi d’azzardo, viaggio nelle ‘addiction’

SOCIALE / Aumentano le dipendenze che affliggono gli italiani: da Internet ai giochi d’azzardo, viaggio nelle ‘addiction’

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Dipendenza da Internet, gioco d’azzardo, shopping compulsivo e ossessione per il sesso: sono queste le nuove “addiction” che affliggono gli italiani. “La fascia di età più esposta al rischio di sviluppare questi disturbi comportamentali ed emotivi è quella compresa tra i 14 e i 45 anni e ad essere maggiormente colpiti sono gli uomini” spiega lo psicologo Stefano Benemeglio (www.ipnosibenemeglio.com), autore di numerosi studi sul comportamento umano già a partire dagli Anni Sessanta, nonché fondatore dell’onlus Accademia Internazionale delle Discipline Analogiche (www.accademianalogica.com).

“Le sfaccettature del disturbo -prosegue lo psicologo- sono molteplici: c’è chi si fa travolgere da Internet fino a diventarne dipendente e chi si fa coinvolgere dal gioco d’azzardo: ma si tratta sempre di uno stesso fenomeno che caratterizza la nostra epoca. E per risolvere questi problemi sempre più persone si rivolgono all’ipnosi”.

Secondo l’Accademia Internazionale “Stefano Benemeglio delle Discipline Analogiche”, organizzazione non lucrativa di utilità sociale (onlus) che si propone di contribuire allo sviluppo del potenziale umano del singolo individuo e al recupero della qualità della vita (info 800 91.01.79), almeno 3 italiani su 100 sono dipendenti da Internet, dall’acquisto dell’oggetto inutile, dal gioco d’azzardo e dal sesso ad ogni costo.

“L’opinione pubblica spesso crede che la dipendenza sia solo quella legata agli stupefacenti, all’alcol o al fumo. Ma non è così: ci sono dipendenze subdole, scambiate per cattive abitudini di cui vediamo solo la punta di un iceberg. Le quattro nuove dipendenze che affliggono gli italiani sono abitudini che generalmente si possono classificare tra i comportamenti naturali e normali, ma diventano un disturbo comportamentale quando l’individuo non riesce più a farne a meno” spiega lo psicologo Stefano Benemeglio.

“Provate a pensare –prosegue Benemeglio- a chi scommette su tutto, a chi va al supermarket e acquista l’oggetto più inutile e lontano dai propri gusti, a chi dopo cena si mette al computer e ci sta fino all’alba, a chi ha il chiodo fisso della sessualità e cerca sempre storie a rischio”.

La dipendenza in maggior crescita nella Capitale è l’Internet Addiction Disorder (dipendenza da Internet), una sindrome -forse la più tipica del nuovo millennio- legata ad una sudditanza alla tecnologia da cui sono affette molte persone che passano ore e ore davanti al computer. «Nella fase iniziale del fenomeno della rete-dipendenza c’è un’attenzione esasperata che può arrivare all’ossessione sui vari aspetti di Internet, un’ossessione che in alcuni casi rimane nell’ambito dei comportamenti normali e in altri sfocia nei disturbi comportamentali ed emotivi. Nel percorso tra normalità e disturbo vi è una fase definitiva “tossicofilia” che è caratterizzata dall’aumento del tempo trascorso on-line con un crescente senso di malessere quando si è scollegati: una condizione paragonabile all’astinenza. Infine vi è una terza tappa riconosciuta come “tossicomania” in cui l’individuo comincia a subire dei disturbi sia nei rapporti con le persone che lo circondano sia sul luogo di lavoro» puntualizza Stefano Benemeglio.

Il gioco d’azzardo affligge invece soprattutto i veneziani: 4 cittadini su 100 hanno questa forma di dipendenza, di cui un terzo è donna. Gli adulti preferiscono il casinò e la bisca clandestina, mentre i giovani scelgono le macchinette, il video poker e i gratta e vinci. “La mania da gioco d’azzardo riguarda però solo i giochi che danno un risultato immediato, perché i giocatori compulsivi scommettono solo su eventi di imminente svolgimento e di altrettanto rapida soluzione. Mentre è veramente rara la dipendenza dal gioco dal lotto o dalla schedina del totocalcio, perché il risultato non è istantaneo” sostiene lo psicologo.

Un’altra dipendenza sempre più diffusa soprattutto tra i milanesi è quella dello shopping compulsivo. Si tratta di un’ossessione che colpisce soprattutto le donne, che sono più esposte degli uomini agli acquisti voluttuari. C’è gente che spende più delle proprie possibilità e acquista di tutto, anche oggetti che non rientrano nei propri gusti. “L’individuo affetto da questa mania si gratifica andando in un supermarket e uscendo con il carrello pieno di cose inutili e con il portafoglio vuoto. Ma nel cervello c’è un’immensa soddisfazione, una soddisfazione che dura poco, fino all’ingresso al prossimo supermarket” precisa Stefano Benemeglio.

Per quanto riguarda invece la “sex addiction”, sono vittime di questa dipendenza soprattutto i napoletani: il 2 per cento. Si tratta di un disturbo comportamentale che si abbina spesso con altre dipendenze: ad esempio molti sesso-dipendenti sono anche rete-dipendenti. Ci sono diversi casi di donne affette da questa ossessione, ma sono soprattutto gli uomini ad esserne colpiti. “Si tratta di persone che sentono l’impulso di fare l’amore in continuazione e di parlarne, ma l’elemento più significativo della dipendenza è dato dalla ricerca di situazioni sempre più rischiose, quali ad esempio corteggiare donne o uomini sposati per avere il brivido di vivere il pericolo di essere sorpresi” commenta Stefano Benemeglio. Spesso il “sexual addicted” è scambiato per un irriducibile “latin lover”, invece è solo uno schiavo della sessualità che più che l’atto fisico si sente appagato dal brivido del proibito.

Fonte:
AJ Comunicazione
benemeglio@ajcomunicazione.it

tratto da http://www.unonotizie.it/11345-sociale-aumentano-le-dipendenze-che-affliggono-gli-italiani-da-internet-ai-giochi-d-azzardo-viaggio-nelle-addiction.php?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=agosto

Proposta choc, ‘incenerire i randagi’

Proposta choc, ‘incenerire i randagi’

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Iniziativa consigliere Pdl Sardegna. No sottosegretario Martini

(ANSA) – CAGLIARI, 28 AGO – Per risolvere l’emergenza randagismo a Olbia il consigliere regionale del Pdl Gianfranco Bardanzellu ha proposto di incenerire i cani.

‘Davanti ad un’emergenza bisogna avere il coraggio di misure anche impopolari. Per affrontare il randagismo, in attesa di migliorare le strutture di accoglienza sarebbe opportuno incenerire i cani abbandonati’. Replica il sottosegretario Francesca Martini: ‘sono profondamente indignata, il problema non si puo’ risolvere attraverso incivili mattanze’.

fonte: http://ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2010/08/28/visualizza_new.html_1789074892.html

SALUTE, ALIMENTAZIONE / Il sequestro di 200mila bottiglie di conserva di pomodoro, tutela del Made in Italy

SALUTE, ALIMENTAZIONE / Il sequestro di 200mila bottiglie di conserva di pomodoro, tutela del Made in Italy

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Le frodi e le troppe furbizie mettono  a rischio il futuro di un settore simbolo del Made in Italy come le conserve di pomodoro con operatori senza scrupoli che non rispettano i contratti e sottopagano, su valori insostenibili per gli agricoltori, la produzione nazionale che quest’anno è stimata in calo del 10 per cento e di buona qualità. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare positivamente il sequestro di 200mila bottiglie di conserva di pomodoro pericolosa, da parte dei carabinieri del Nas di Salerno. Una iniziativa a tutela della produzione nazionale di qualità che offre reddito e occupazione per ottomila aziende italiane che su 85mila ettari di terreno coltivano pomodoro da destinare alle 173 industrie nazionali dove trovano lavoro 20mila persone. Nelle campagne si segnalano ritardi nel ritiro dei prodotti, clausole vessatorie e mancato rispetto delle regole contrattuali che stanno provocando incertezza e danni ai produttori agricoli nonostante una annata caratterizzata da una produzione con ottime caratteristiche qualitative.

La mancanza dell’obbligo di indicare in etichetta per tutti i derivati del pomodoro la reale origine del prodotto consente di sottopagare il prodotto nazionale agli agricoltori (ben al di sotto dei 72 euro a tonnellata previsto dai contratti) e di spacciare come Made in Italy ai consumatori il concentrato di pomodoro proveniente dalla Cina le cui importazioni sono praticamente quadruplicate (+272 %) in Italia negli ultimi dieci anni, secondo una analisi della Coldiretti sulla base dei primi cinque mesi del 2010. Il quantitativo che sbarca in Italia dalla Cina dovrebbe superare a fine anno i 100 milioni di chili e corrisponde – precisa la Coldiretti – a quasi il 15 per cento della produzione di pomodoro fresco italiana destinato alla trasformazione realizzata in Italia. Dalle navi sbarcano fusti di oltre 200 chili di peso con concentrato da rilavorare e confezionare come italiano.

Il pomodoro è il condimento maggiormente acquistato dagli italiani che si stima consumano in famiglia circa 550 milioni di chili di pomodori in scatola o in bottiglia. Ogni famiglia durante l’anno acquista almeno 31 kg di pomodori trasformati e, a essere preferiti, sono stati nell’ordine i pelati (12 Kg), le passate (11 Kg), le polpe o il pomodoro a pezzi (5 Kg) e i concentrati e gli altri derivati (3 Kg).

L’anno scorso la produzione globale di pomodori e’ stata di 5,73 miliardi di chili con la coltivazione dei pomodori che e’ divisa equamente in Italia tra il 50% del Nord e il 50% del Sud. In assoluto la parte del leone al Nord la fanno l’Emilia Romagna, la Lombardia, il Veneto e una parte del Piemonte. Al Sud invece, la produzione si concentra in Puglia, Basilicata e Campania. Poi ci sono anche Toscana e Lazio che hanno una quota rilevante di produzione. Passate, polpe, pelati e conserve che si ricavano  dal pomodoro italiano valgono, secondo le stime di Coldiretti, 2 miliardi all’anno di valore in termini di vendite.

fonte: http://www.unonotizie.it/11354-salute-alimentazione-il-sequestro-di-200mila-bottiglie-di-conserva-di-pomodoro-tutela-del-made-in-italy.php?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=agosto

CILE, MINIERA DI COPIACO/ Iniziate le trivellazioni per salvare i minatori. Benedetto XVI prega per la loro serenità

CILE, MINIERA DI COPIACO/ Iniziate le trivellazioni per salvare i minatori. Benedetto XVI prega per la loro serenità

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Sono iniziate stamane le trivellazioni per il condotto che riporterà in superficie i 33 minatori rimasti intrappolati a 700 metri di profondità nella miniera di Copiaco.

La grande macchina australiana perforerà il terreno verticalmente fino a raggiungere il rifugio in cui si trovano, dal 5 agosto scorso, i minatori.

Sono ore di grande apprensione per i familiari, che contano di riabbracciare i propri cari non prima di 3 o 4 mesi, il tempo stimato per portare a termine le operazioni di scavo.

Nel frattempo alcune fonti hanno confermato il recapito di circa 60 tubi di metallo attraverso i quali vengono conferiti generi di prima necessità, come acqua, cibo e medicine, indispensabili alla sopravvivenza.

Da ogni parte del mondo, le vicende dei 33 minatori cileni sono seguiti con vivo interesse dalle popolazioni. Anche Papa Benedetto XVI, durante l’Angelus, ha rivolto loro una preghiera: “con particolare affetto verso i minatori intrappolati nel giacimento di San Josè, raccomando loro e i loro familiari all’intercessione di San Lorenzo, e assicuro la mia vicinanza spirituale e le mie continue preghiere affinché mantengano la serenità nella speranza di una felice conclusione dei lavori”.

fonte: http://www.unonotizie.it/11356-cile-miniera-di-copiaco-iniziate-le-trivellazioni-per-salvare-i-minatori-benedetto-xvi-prega-per-la-loro-serenita.php?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=agosto

Matriarcato, esiste ancora? La risposta è si / La ricerca dell’amore perfetto in Cina

Matriarcato, esiste ancora?

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Le società matriarcali tuttora esistenti le trovi sull’isola di Sumatra, in Indonesia è il popolo dei Minangkabau, con tre milioni di membri. Nelle minuscole isole coralline di San Blas, di fronte alle coste del Panama in America centrale, abitano gli indiani Cuna, un gruppo matriarcale. Sulle isole della Melanesia, nel Pacifico, vive il popolo dei Trobriander, anch’esso matriarcale.

Nel deserto del Sahara, i nomadi berberi Imazighen, altrimenti, conosciuti come “tuareg”, sono sopravvissuti in condizioni estreme come popolo matriarcale di pastori.
Le tribù matriarcali dell’America hanno cercato riparo dai conquistatori nelle grandi foreste pluviali, dove sono riuscite a sopravvivere. È questo il caso degli Arawak, sparsi un po’ ovunque nelle foreste. Nelle foreste pluviali dell’Africa centrale vivono ancora oggi numerose tribù matriarcali, prime fra tutte quelle dei Bemba e dei Luapula.

Particolarmente numerose sono inoltre le società matriarcali distribuite nelle aree montane: ne sono un esempio i classici matriarcati dei Khasi e dei Garo, sulle montagne del Khasi nel Bengala e nell’India orientale, nonché diverse piccole etnie sull’Himalaya, negli Stati di Ladakh, Bhutan, Nepal e Tibet. Nelle interminabili catene montuose dell’Asia orientale si trovano ancora alcuni popoli tipicamente matriarcali, quali i Mosuo dello Yunnan, nella Cina sud-occidentale, e molti altri che lo sono stati fino a poco tempo fa, come per esempio i Naxi. Le montagne di Atlante, nel Nord Africa, hanno offerto riparo all’antico gruppo matriarcale dei berberi. Anche nel deserto del Sahara sono soprattutto i monti (come l’Ahaggar, l’Alr Tassili-n-Ajjer, l’Adrar des Iforas) a dare asilo ai cosiddetti “tuareg”.

Ben più vasto rispetto all’insieme delle società matriarcali tuttora esistenti è invece il numero di residui o tracce di antichi matriarcati che sono presenti in abbondanza in tutti i continenti. Ciò riguarda anche l’Europa e i territori proprio di fronte a casa nostra. Si tratta delle costruzioni di pietra sparse nell’intera Europa della cultura megalitica, che fungono da testimonianze architettoniche e, ancor più, sociologiche dell’importante posizione occupata ancora oggi dalle donne in queste aree. Tracce religiose del matriarcato europeo di un tempo sono contenute in gran quantità nei miti e nelle leggende, nelle tradizioni e nelle usanze. Anche nel nostro continente i resti abbondano soprattutto sulle montagne, poiché queste furono le più importanti terre in cui avevano trovato rifugio le portatrici e i portatori della cultura matriarcale. Degna di nota a tale riguardo è la grande catena delle Alpi con le sue molteplici cime ma anche i Pirenei e la foresta bavarese, dove i monti si congiungevano a grandi foreste impenetrabili, a creare una vasta zona protetta protesa fino alla Boemia.

Nonostante l’apparato aggressivo di potere e dominio, i patriarcati non sono stati in grado di annientare la struttura sociale e la cultura dei matriarcati, siano stati questi ultimi società nascoste o apertamente vissute. Oggi questo modello sociale continua a riaffiorare in superficie.
A livello culturale queste società non sono caratterizzate dai “culti di fertilità”. E ciò può forse far pensare semplicisticamente all’assenza di un sistema religioso complesso. Il concetto fondamentale di cosmo e della vita stessa proprio dei membri di una società matriarcale
e la fede che essi esprimono attraverso numerosi riti, miti e tradizioni spirituali è la convinzione nella rinascita.

Non si tratta qui della nozione astratta di trasmigrazione delle anime che in seguito sarebbe emersa in seno all’induismo e al buddismo, ma di un’idea di reincarnazione intesa.in termini molto concreti: il membro di ciascun clan sa che, dopo la sua morte, nascerà dal grembo di una delle donne del suo clan, nella stessa abitazione del clan, nello stesso villaggio.
Ogni defunto ritorna nello stesso clan nelle vesti di un bambino. Nelle società matriarcali vi è un grande rispetto per la donna, poiché è la donna a garantire la rinascita.

È la donna che rinnova e perpetua la vita del clan. Questo concetto sta alla base della visione matriarcale della vita. Si tratta di un concetto che le popolazioni matriarcali hanno elaborato sulla base dell’osservazione della natura. Ogni anno in natura si susseguono i cicli della crescita, della fioritura, dell’avvizzimento e di nuovo della rinascita della vegetazione. Le popolazioni matriarcali credono che ogni pianta che in autunno avvizzisce tornerà a vivere in primavera. Perciò, la Terra è la Grande Madre che assicura la rinascita a tutti e che a tutti dà nutrimento.
Lo stesso continuo ritorno si osserva anche in cielo: Tutti i corpi celesti sorgono, tramontano e risorgono, ogni giorno e ogni notte. Queste popolazioni percepiscono il cosmo come la Grande Dea del Firmamento e della Creazione, impegnata in una creazione continua, dalla quale scaturisce l’ordine del tempo. È questa Dea a generare tutti gli astri a oriente e a tracciarne il cammino nel cielo; è lei, con il suo potere, ad accompagnarli alla morte a occidente.

Un bell’esempio di idea matriarcale di cosmo è quello offerto dalla dea egizia Nut, la Dea del Cielo, che ogni mattina genera suo figlio Re, il sole, e che ogni notte lo divora, per riportarlo a nuova vita il mattino successivo. Nel cosmo e sulla terra le popolazioni matriarcali osservano questo ciclo di vita, morte e rinascita. Esse riconoscono lo stesso ciclo nella vita umana, in base al principio matriarcale dell’unione tra macro e microcosmo.

L’esistenza umana non è diversa dai cicli della natura, bensì è soggetta alle stesse regole. Il concetto di natura e di mondo umano è privo della mentalità dualistica patriarcale, che separa lo “spirito” e la “natura” o la “società” e la “natura”.

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fonte:  http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20070826134055AAShhCN

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La ricerca dell’amore perfetto in Cina

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Lo Yunnan è una provincia molto particolare della Cina.
Un po’ per il clima che, in alcune sue parti, è veramente un’eterna primavera dal clima dolce e temperato che ben si accompagna ad una natura rigogliosa. In questa cornice da sogno, che è forse l’ispirazione dello Shangri-là dei romanzi, risiede una buona parte delle minoranze etniche cinesi.
La Cina riconosce 56 etnie diverse, la maggiore delle quali è la Han che costituisce oltre il 90% della popolazione cinese, con una grandissima varietà di usi, costumi e religioni. La provincia dello Yunnan è la casa per più di venti di queste etnie.

Una particolarità della etnia dei Mosuo, composta da circa cinquantamila persone, è la sua matrilinearità, in quanto i figli delle coppie vivono con la famiglia della madre e la figura maschile di riferimento è lo zio materno dei bambini.

Un’altra caratteristica dei Mosuo è il loro “matrimonio-passeggiata”. Periodicamente si tiene una danza dedicata alla dea dell’amore Gan Mu nel corso della quale le potenziali coppie si scambiano un segnale di disponibilità che permetterà alle donne Mosuo di scegliersi un partner.

Questi passerà la notte con loro, ma lascerà la casa della donna alla mattina (da qui il termine camminare, passeggiare via).
Sebbene le donne Mosuo tendano a scegliere sempre lo stesso uomo, sono tuttavia libere nelle loro scelte senza incorrere in alcun tipo di pressione sociale o di riprovazione.

La romantica ragione che viene evocata dietro questa usanza è la ricerca del vero amore, per la quale si deve lasciare la libertà all’interno della coppia.

Chissà che questa piccolissima comunità sperduta ai confini del mondo non abbia veramente vissuto nello Shangri-là con gli usi e costumi di un paradiso terrestre perduto.

E chissà che la loro romantica ricerca dell’amore vero e perfetto non possa essere di ispirazione anche il resto del mondo.

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Marco Wong

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fonte:  http://www.associna.com/modules.php?name=News&file=article&sid=731

MAFIA – Protezione negata, le accuse di Spatuzza: “Schifani ha messo in contatto i Graviano con Dell’Utri e Berlusconi”

https://i0.wp.com/img14.imageshack.us/img14/3632/skifani.jpg

Protezione negata, le accuse di Spatuzza

Ricorso al Tar: «Mantovano doveva astenersi»
E su Schifani: avrebbe messo i contatto i Graviano con Dell’Utri-Berlusconi. La replica del presidente: indignato

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Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza
Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza

ROMA – Il presidente della commissione ministeriale che ha negato la protezione al pentito di mafia Gaspare Spatuzza, il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, doveva astenersi da ogni pronuncia perché in precedenza aveva già «bocciato» il collaboratore di giustizia. Di più: aveva accusato pubblicamente i magistrati di «palese violazione di legge» raccogliendo le dichiarazioni dell’ex mafioso sul conto di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri oltre il limite dei sei mesi dal primo verbale imposto dalla legge. Lo disse a novembre del 2009, Mantovano, e il 15 giugno 2010 ha firmato il provvedimento di esclusione di Spatuzza dal programma di protezione, proprio con la motivazione delle accuse fuori tempo massimo.

Non poteva, dicono ora i difensori del pentito nel ricorso contro la delibera della commissione depositato sabato nella cancelleria del Tribunale amministrativo regionale del Lazio. C’erano «gravi ragioni di convenienza» per astenersi dopo aver preso una pubblica posizione tanto chiara, sostengono gli avvocati Valeria Maffei, Adriano Tolomeo e Sergio Luceri. Citano l’articolo 51 del codice di procedura civile nonché altre leggi e sentenze da cui si desume – a loro avviso – l’illegittimità della scelta fatta dalla commissione.

L’onorevole Mantovano – esponente del Popolo della libertà proveniente da Alleanza nazionale, che nelle recenti divisioni all’interno di quella componente s’è schierato al fianco di Berlusconi – presiede un organismo di cui fanno parte alcuni esponenti delle forze dell’ordine e due magistrati della Procura nazionale antimafia. Questi ultimi erano favorevoli alla protezione del pentito, mentre tutti gli altri si sono dichiarati contrari. Ma che autonomia potevano avere i rappresentanti di polizia, carabinieri, guardia di finanza e Direzione investigativa antimafia – chiedono i legali di Spatuzza nel loro ricorso – dopo un’anticipazione di giudizio tanto esplicita del sottosegretario del ministero dal quale dipendono funzionalmente in materia di contrasto al crimine organizzato?

Dubitando che gliene restasse molta, i difensori del pentito domandano al Tar se quella decisione sia stata presa legittimamente. Loro pensano di no e credono che sia assurda – e forse incostituzionale – una norma che fa dipendere dal parere di un organo amministrativo la protezione di un collaboratore di giustizia del quale ben tre Procure più la Direzione nazionale antimafia hanno certificato l’attendibilità e l’utilità alle indagini. I magistrati hanno chiesto una cosa e il governo l’ha negata, con motivazioni che i legali contestano anche nel merito. A loro avviso, infatti, c’erano tracce delle dichiarazioni sui mandanti occulti delle bombe mafiose anche in alcuni verbali di Spatuzza precedenti a quelli in cui nomina Berlusconi e Dell’Utri. Inoltre il pentito ha spiegato di aver inizialmente taciuto per timore di conseguenze personali, visto che Berlusconi era divenuto capo del governo proprio nei giorni in cui l’ex «uomo d’onore» aveva cominciato i suoi interrogatori; per i suoi difensori sarebbe una sorta di esimente dall’eventuale non rispetto dei termini previsti dalla legge, assimilabile alla «legittima difesa».

Nonostante sia stato depositato l’altro ieri, gli avvocati Maffei, Tolomeo e Luceri hanno tempo fino alla fine di settembre per aggiungere altri motivi al loro ricorso. Ed entro quella data potrebbe essere fissata l’udienza davanti al Tar per decidere se confermare o meno l’estromissione di Spatuzza dal programma di protezione. Una decisione tecnico-giuridica dagli evidenti riflessi politici. Perché da quando ha chiamato in causa Berlusconi e Dell’Utri – «all’inizio del 1994 Giuseppe Graviano mi disse che grazie a loro ci eravamo messi il Paese nelle mani» ha detto – il collaboratore che s’è autoaccusato per la strage di via D’Amelio facendo riaprire le indagini sull’omicidio del giudice Borsellino è diventato oggetto di un’aspra contesa. Non solo tra maggioranza e opposizione, ma anche all’interno della maggioranza dopo il distacco dei «finiani» dalle posizioni del premier.

Nella sentenza d’appello che ha condannato Dell’Utri a sette anni di carcere per concorso in associazione mafiosa le dichiarazioni di Spatuzza non hanno pesato, giacché la corte ha ritenuto provata la colpevolezza dell’imputato fino al 1992 e non dopo. Ma solo le motivazioni del verdetto diranno se i giudici hanno ritenuto inattendibile il pentito, oppure semplicemente non riscontrate le sue dichiarazioni. Non è una differenza di poco conto. Anche perché nel frattempo è arrivato un attestato di credibilità verso il collaboratore da parte del giudice che ha condannato tre suoi ex complici per l’omicidio di Giuseppe Di Matteo, il bambino figlio del pentito che svelò i nomi dei killer della strage di Capaci. E l’ex mafioso ha fatto ulteriori dichiarazioni sui rapporti tra mafia e politica. Le ultime – secondo alcune anticipazioni dell’Espresso – chiamerebbero in causa il presidente del Senato Renato Schifani, che avrebbe avuto un ruolo nel contatto dei Graviano con Dell’Utri e Berlusconi. Schifani s’è detto «indignato ma sereno» per le indiscrezioni sul contenuto dei verbali di Spatuzza, ha smentito ogni ipotesi di collusioni e ha assicurato la «massima disponibilità con l’autorità giudiziaria qualora decidesse di occuparsi della questione». I magistrati della Procura di Palermo si apprestano a interrogare nuovamente il pentito, per avere chiarimenti e particolari riguardo all’ipotetico ruolo della seconda carica dello Stato nelle rete di relazioni tra Cosa nostra e i nuovi referenti politici dopo le stragi del 1992.

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Giovanni Bianconi
30 agosto 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_agosto_30/protezione-negata-le-accuse-di-spatuzza-bianconi_60ff40b0-b400-11df-913c-00144f02aabe.shtml