Archivio | settembre 2010

A Roma nasce il primo Agroclub. Come il circolo del tennis, ma al posto della racchetta si usa la zappa

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Michelle Obama

e la regina Elisabetta..  – fonte immagini

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A Roma il primo Agroclub. Come il circolo del tennis, ma al posto della racchetta si usa la zappa

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Luigi e Denise Lancia

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di Maurita Cardone

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Se non avete ancora rinnovato la tessera della palestra, quest’anno valutate la possibilità di cambiare sport e passare a zappa e rastrello. Il concetto è lo stesso del circolo tennis, ma in questo caso lo sport è l’orticoltura. Un attività all’aria aperta salubre, rilassante e con risvolti gustosi.

Siamo alle porte di Roma, appena fuori dal Grande raccordo anulare, su via Nomentana. È qui che si trova il primo agroclub italiano. L’idea nasce dalla collaborazione tra Sap, Silvicoltura Agrocoltura e Paesaggio, rete di operatori che si occupa di gestione delle risorse verdi, ed Equorete, network di ecologia sociale che riunisce associazioni e imprese. Il progetto ha trovato spazio sui terreni della cooperativa Il fiore del deserto, che da anni gestisce una casa famiglia e si occupa del recupero di giovani donne in difficoltà. Su un’area di due ettari, sorgono sei orti, ognuno di circa 25 mq. Ogni socio ha il suo pezzetto di terra dove può decidere cosa coltivare e come.

«Il nostro primo esperimento nasce qui perché Il fiore del deserto è una delle associazioni riunite in Equorete – spiega Denise Lancia, presidente del network – ma questa non vuole essere una realtà isolata. Abbiamo fatto registrare il marchio e l’idea è di fare in modo che nascano tanti altri agroclub sul territorio romano e italiano: così tanti da poter dare vita a una federazione, proprio come quelle sportive. Chi volesse crearne uno non dovrebbe fare altro che chiederci l’uso gratuito del marchio e sottoscrivere il disciplinare». Per fare un agroclub ci sono infatti delle regole da rispettare, soprattutto per ciò che riguarda le piante da coltivare (rigorosamente non Ogm) e le tecniche agricole (pesticidi e prodotti chimici sono banditi).

Molte sono invece le variabili a discrezione dei singoli gestori di agroclub: «È un’occasione per fare economia, una forma di imprenditoria privata con un occhio alla sostenibilità e alla partecipazione – continua Denise Lancia – Vogliamo lasciare spazio alla libera iniziativa. Motivo per cui, per esempio, la quota associativa può variare». Al Il fiore del deserto i soci, tra cui si contano un artigiano, un dipendente del ministero della difesa e una insegnante, pagano 30 euro al mese. La quota comprende, per chi ne avesse bisogno, anche i semi e l’annaffiatura dell’orto, garantita anche nei giorni in cui il socio orticultore non dovesse farsi vivo.

«Non si tratta semplicemente di dare in uso un pezzo di terra. La coltivazione dell’orto è anche un’attività culturale – ci spiega Luigi Novelli, del Fiore del desereto – Scopo del progetto è anche recuperare e mettere in condivisione i saperi tradizionali legati all’agricoltura e al rapporto con la terra». Depositario di questi saperi è il signor Francesco, carrozziere in pensione ma figlio di contadini, che consiglia i meno esperti su cosa coltivare, quando e dove. Adesso è tempo di piantare fave, piselli agli e cipolle e tra poco si raccoglieranno verza, broccoli e finocchi. Dalla terra spuntano ordinate file di ortaggi che i soci dell’agroclub curano con metodica passione. «Fanno a gara a chi ha i pomodori migliori, a chi riesce a far crescere le zucchine più grandi – racconta Novelli – E mentre praticano un’attività fisica rilassante, riscoprono il gusto del mangiare sano, locale e stagionale. Anche le ragazze ospiti della cooperativa stanno cambiando abitudini alimentari e se prima non mangiavano quasi mai verdure, ora vanno volentieri nell’orto a raccogliere l’insalata per la cena».

Ma le ambizioni dell’agroclub non finiscono qui: l’idea nasce anche per strappare al degrado e all’abbandono i tanti pezzi di terra inutilizzati all’interno del perimetro urbano. «I proprietari dei piccoli appezzamenti nei dintorni o dentro le città – riprende Denise Lancia – spaventati dalle durate decennali dei contratti agricoli, piuttosto che dare in uso i propri terreni ai contadini, spesso preferiscono lasciarli all’abbandono, in attesa magari che una modifica al piano regolatore ne cambi la destinazione d’uso. Con l’agroclub noi proponiamo di stipulare normali contratti commerciali di breve durata: i sei mesi dei cicli produttivi agricoli. E il proprietario può riavere il suo terreno in qualsiasi momento, senza problemi». E l’orto diventa un’arma contro discariche e costruzioni abusive.

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30 settembre 2010

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2010-09-30/roma-agroclub-italiano-nascita-162141.shtml?uuid=AYJlpDVC

ALIMENTAZIONE – Ecocucina: istruzioni per l’uso

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Ecocucina: istruzioni per l’uso

Come si riduce l’impatto ambientale in cucina? Con il cibo che scegliamo, ma anche con il modo in cui lo cuciniamo. Ecco come

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di Lisa Casali

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Per una dieta che rispetta l’ambiente

Preferite cereali integrali, ortaggi, frutta e legumi. Limitate il consumo di carne e considerate che tutti i derivati animali hanno un impatto maggiore sull’ambiente. Se non siete pronti ad un cambiamento drastico della vostra alimentazione potete provare a cominciare sostituendo qualche ingrediente a settimana con una delle alternative sopra citate, ad esempio inserendo il riso o la pasta integrale ogni tanto, pasta e legumi al posto della carne, ecc. Quando acquistate il pesce verificatene la provenienza: evitate quello da pesca a strascico e le specie sottoposte a forti pressioni antropiche come salmone, tonno, gamberi, pesce spada, datteri di mare, bianchetti, cernia bruna e merluzzo (per maggiori dettagli consultate il documento Mangiamoli Giusti di  Slowfish e il rapporto Tonno in trappola di Greenpeace). Prediligete alimenti non raffinati come lo zucchero grezzo biologico. Abituatevi a consumare anche prodotti crudi: oltre a mantenere intatto il contenuto nutritivo, risparmierete energia. Consumando almeno due pasti a settimana senza usare fornelli o apparecchi elettrici, ne gioveranno salute, portafoglio e ambiente.

La spesa

Se possibile coltivate un piccolo orto, basta un balcone anche di ridotte dimensioni per raccogliere pomodori, melanzane, ravanelli, carote, ecc. (per cominciare guardate Coltivare l’orto, Florablog ed Erbaviola). Prediligete la produzione locale e la filiera corta: una soluzione può essere comprare direttamente dal produttore, ai mercati del contadino o attraverso un Gruppo di Acquisto Solidale (consultate la pagina Filosofia e Contatti per maggiori dettagli sui GAS oppure visitate i siti di Intergas e Retegas). Scegliete ingredienti possibilmente biologici o biodinamici e di stagione. Gli alimenti migliori per la nostra salute oltre che per l’ambiente sono quelli poco lavorati e non raffinati: sono infatti quelli più ricchi di vitamine e fibre oltre ad aver richiesto meno risorse naturali per la produzione. Quando acquistate cereali e legumi, compatibilmente con i vostri consumi, prendete grandi quantitativi in modo da ridurre gli imballaggi utilizzati per il confezionamento. Evitate il più possibile prodotti con imballaggi e preferite, quando è  possibile, quelli sfusi.

In cucina
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Utilizzate ogni parte degli ingredienti cercando di limitare al massimo i rifiuti prodotti; gli scarti possono venire anche congelati per essere usati in seguito. Se preparate ricette elaborate e che richiedono lunghe cotture, preparatene una dose doppia e poi conservatela sottovuoto in frigo o nel congelatore. Raddoppiare le quantità di una ricetta non implica il consumo del doppio di energia ma solo di 1,2 volte: in questo modo si risparmia anche tempo. Sostituite la pellicola trasparente e l’alluminio con contenitori riutilizzabili, coperchi universali o piatti; al posto dei rotoloni di pannocarta usate canovacci e spugne. Essiccate o conservate sottovuoto gli alimenti. Preferite la pentola a pressione per le cotture lunghe e non dimenticate il coperchio con le pentole tradizionali.
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Meno ore di scuola nei tecnici e professionali: Consiglio di Stato boccia la Gelmini

Meno ore di scuola nei tecnici e professionali: Consiglio di Stato boccia la Gelmini

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Anche il Consiglio di Stato, dopo il Tar ed il Cnpi, si esprime negativamente sulla riduzione dell’orario settimanale delle lezioni nelle classi intermedie degli istituti tecnici e professionali decisa dal Miur nell’anno di avvio della riforma delle superiori.

I giudici della VI sezione di palazzo Spada hanno respinto l’appello di viale Trastevere contro l’ordinanza n. 3363, attraverso cui il 19 luglio il Tar del Lazio aveva sospeso, a seguito del ricorso presentato dallo Snals-Confsal, i decreti del 15 marzo scorso disponendo la riduzione di due ore nelle seconde, terze e quarte classi degli istituti tecnici e nelle seconde e terze dei professionali. Nel formulare il giudizio il Consiglio di Stato ha preso atto del parere, fortemente critico, espresso il 26 agosto dal Consiglio nazionale della pubblica istruzione e ha ritenuto che l’amministrazione scolastica non possa «esimersi dal rideterminarsi sulla definizione dell’orario complessivo annuale delle lezioni delle seconde, terze e quarte classi degli istituti tecnici e delle seconde e terze classi degli istituti professionali».

Non è chiaro, a questo punto, ad anno scolastico avviato e con gli organici ormai definiti, se il ministero dia seguito alle indicazioni di palazzo Spada: qualora dovesse farlo, ciò comporterà la rideterminazione delle circa 5mila cattedre soppresse, secondo stime sindacali, come conseguenza del decreto ministeriale di riduzione dell’orario.

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30 settembre 2010

fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=104104

Striscia di Gaza, i morti palestinesi che scompaiono dalle cronache italiane / Premio Nobel bandito da Israele

Striscia di Gaza, i morti palestinesi che scompaiono dalle cronache italiane

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Vittorio Arrigoni per Infopal, da Gaza

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Mentre a Gaza gli obitori reiniziano a intasarsi e i becchini si scervellano per trovare nuovi metri cubi di terra ancora vuota da riempire, qualcuno a Gerusalemme ha dato l’aria di divertirsi un mondo.

La settimana scorsa in mondovisione: i sorrisi e le strette di mano fra il promotore e primo patrocinatore del movimento dei coloni Netanyahu e il pupazzo indegno della bandiera che porta Abu Mazen stonavano parecchio con la realtà di Gaza, visti da qui sul campo.

I negoziati di pace stanno esportando più guerra di quanto preventivato, nella Striscia:
bombardamenti aerei, carri armati e cecchini israeliani al confine hanno provocato numerosi ferimenti e uccisioni, dal 2 settembre a oggi.

Non sono cinque uccisi, fra cui tre civili e un miliziano”, come ha scritto l’Ansa in un dispaccio del 15 settembre, ma sono 6 gli ammazzati palestinesi, fino al 24 di questo mese, qui a Gaza, e tutti e sei sono civili.

A beneficio anche della distrazione dei media italiani, ecco i nomi degli uccisi in tempo di negoziati di pace:

4 settembre. Caccia F16 israeliani bombardano i tunnel di Rafah al confine con l’Egitto. Due lavoratori palestinesi muoiono per l’esplosione il successivo crollo del tunnel. Sono Khaled ‘Abdul Karim al-Khatib, di 35 anni e  Saleem Mohammed al-Harrab, diciannovenne, entrambi provenivano dal campo profughi di, al-Bureij.

12 settembre. Un carro armato al confine di Beit Hanun fa fuoco in direzione di tre pastori palestinesi che accudiscono le loro pecore. All’ospedale arrivano i cadaveri massacrati di Ibrahim Abdullah Mosa Abu Sa’id, 91 anni, Hosam Khaled Ibrahim Abu S’aid, 16 anni e Isma’il Waleed Mohammed Abu ‘Oda, di anni 17.

L’esercito israeliano che all’inizio afferma di aver colpito miliziani in procinto di entrare in azione, dinnanzi alle prove lampanti fornite dalle organizzazioni per  i diritti umani non ha potuto fare altro  che ammettere “l’errore”, o per meglio dire “l’orrore”.

Senza che questo comporti nessun procedimento sostanziale contro l’ufficiale che ha dato l’ordine e il soldato che ha eseguito l’ennesima carneficina di civili.

15 settembre. Caccia  F16 di nuovo in picchiata sopra i tunnel di Rafah mietono l’ennesima vittima civile,  Wajdi Jihad al-Qadhi, 23 anni,  che viveva nel campo profughi  Yibna di Rafah.

Questi i nomi dei 6 civili assassinati, ai quali va aggiunto Mansur Baker, un giovane pescatore ucciso venerdì, e senza dimenticare le decine di feriti dal 2 settembre a oggi coinvolti nei bombardamenti e negli attacchi terroristici israeliani al confine.

Nell’articolo citato dell’Ansa, e ripreso da diversi quotidiani, ciò che lascia eufemisticamente interdetti  è la prassi di prendere come cronaca i comunicati diramati dai portavoce dell’esercito israeliano, come fossero la cieca realtà dei fatti:

Da Gaza miliziani palestinesi hanno sparato almeno due razzi verso il porto israeliano di Ashkelon e una decina di colpi di mortaio in direzione dei villaggi agricoli ebraici del Negev. Per la prima volta, almeno tre proiettili contenevano fosforo”, scrive un giornalista, senza che gli aleggi nella testa il dubbio di dove diavolo sono andati a prenderselo il fosforo bianco i palestinesi che sotto assedio fanno fatica a trovare due mattoni e un secchio di cemento.

Qualcuno ha ipotizzato che il fosforo bianco fosse un residuo di quelle tonnellate che ci hanno scaricato addosso, nel gennaio 2009, durante Piombo Fuso, ma non ci vuole un laureato in chimica per sapere che un proiettile del genere una volta sparato non può poi essere risparato indietro.  A meno che non si tratti di un messaggio volutamente simbolico, ma si dà il caso che gruppi armati di Gaza hanno smentito la bufala.

D’altronde, a prendere come vere notizie i comunicati dei vertici militari israeliani,  Piombo Fuso è stata un’offensiva contro Hamas, poco importa che poi il 90 per cento delle vittime sono state civili, compresi 350 bambini.

Il 17 settembre, un squadrone della morte israeliano è entrato prima dell’alba in una abitazione a Tulkarem e ha ammazzato nel sonno il leader di Hamas, As’ad Shelbaya, sparandogli gli tre colpi a bruciapelo.

Anche in questo caso, i maggiori media occidentali hanno ripetuto la versione israeliana secondo la quale Abu Shaalbiyeh  sarebbe  “corso in strada in maniera sospetta verso i militari, nascondendo le braccia dietro la schiena”, a differenza di quanto hanno raccontano familiari e testimoni secondo i quali si è trattata di una vera e propria esecuzione, avvenuta  nella camera da letto di Abu Shaalbiyeh. Sul suo corpo non sono state trovate e armi e comunque sarebbe bastato osservare le foto della scene del delitto per intuire la sua fine:

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Mentre, beffa delle beffe, per i palestinesi Abu Mazen incontra il premier israeliano nella sua confortevole casa di Gerusalemme, casa con vista sionista, come per assicurarsi un ruolo da suo maggiordomo a negoziati finiti, la società civile mondiale continua a fomentare il boicottaggio contro Israele. La buona notizia di questa settimana viene dalla Gran Bretagna, dove 6 milioni e mezzo di lavoratori, tramite i loro sindacati, si rifiuteranno di comprare merci prodotte nelle colonie illegali israeliane.

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Alla conferenza annuale del “Tuc”, il congresso della federazione dei sindacati del Regno Unito, che rappresenta la gran parte dei lavoratori inglesi, ha votato all’unanimità una mozione a sostegno del BDS movement.

Marterdì scorso, giorno dei negoziati, ci siamo recati al confine, disarmati, per ricordare le ultime vittime e per rilanciare il messaggio del boicottaggio dinnanzi a Erez, il muro nord della prigione di Gaza.

I secondini israeliani ci hanno mitragliato senza negoziare alcuna umanità:

http://www.youtube.com/watch?v=jBUDcM6MEaA

Restiamo Umani

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Scritto il 2010-09-27 in News

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fonte:  http://www.infopal.it/leggi.php?id=16015

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Premio Nobel bandito da Israele

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Tell er-Rabi’ (Tel Aviv) – Ma’an. Il premio Nobel per la pace Mairéad Maguire si è vista negare due giorni fa il permesso di entrata in Israele, ed è stata trattenuta dalle autorità israeliane all’aeroporto internazionale di Ben Gurion.

Maguire, pacifista irlandese e co-fondatore della Nobel women’s initiative, era in viaggio verso Israele e la Cisgiordania come membro di una delegazione, allo scopo di raccogliere informazioni sul lavoro delle donne ebree ed arabe per la pace e la convivenza.

“Dedicare la propria vita alla pace non dovrebbe rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale”, aveva dichiarato uno dei sei fondatori dell’associazione, Jody Williams, prima di salire sul suo volo per Tel Aviv.

Maguire ha lottato contro le deportazioni fin da subito, con l’aiuto di Adalah, un’Ong locale a difesa dei diritti dei cittadini israeliano-palestinesi.

“Crediamo che la decisione di negare l’entrata a Maguire sia basata su illegittime, irrilevanti e arbitrarie considerazioni politiche – ha commentato il rappresentante legale di Adalah, Fatmeh al-Aju – Tutto il suo lavoro [in Israele e Palestina] si è sempre svolto in maniera pacifica e non-violenta, e andrebbe quindi protetto dal diritto alla libertà di opinione”.

Maguire ha criticato esplicitamente le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi, compreso l’assedio su Gaza. Lo scorso maggio partecipò alla Freedom Flotilla, il convoglio di aiuti umanitari diretto a Gaza e assaltato dai commando israeliani, con un raid che costò la vita a nove attivisti. Maguire non era però presente all’assalto, poiché venne arrestata sulla Rachel Corrie, la nave salpata nei giorni successivi alla strage ed abbordata e confiscata pacificamente dall’esercito israeliano. Una volta rilasciato, il premio Nobel venne rimandato in patria.

Essere espulsi da Israele vuol dire spesso non poter ritornarvi per i dieci anni successivi. Maguire, ha riferito al-Aju, era però talmente preoccupata che il suo rimpatrio le impedisse di ritornare in Israele e nei Territori Palestinesi occupati che in giugno, ritornata in Irlanda, contattò le autorità israeliane; queste le garantirono l’annullamento del divieto.

Ieri, tuttavia, alla sua collega – anche lei ex membro della Flotilla – è stato permesso di entrare in Israele, mentre a Maguire è stato negato l’ingresso a causa della sua partecipazione alla spedizione umanitaria.

Sabine Haddad, portavoce del ministero dell’Interno, ha commentato in una dichiarazione pubblicata dall’Huffington Post: “Qualche mese fa, [Maguire] si trovava sulla Rachel Corrie. Quindi venne deportata. Per questo motivo sa bene che non può venire in Israele. Lei sostiene di aver contattato l’ambasciata prima di partire, ma non è vero”. Haddad ha negato anche che l’arresto del premio Nobel abbia motivazioni politiche, o che sia collegato al sostegno dato ai palestinesi. “Non è una persona speciale, ok? – ha aggiunto – “Deve solo rispettare la legge d’Israele”.

Riguardo a questa presa di posizione, tuttavia, al-Aju ha semplicemente commentato: “È solo una scusa”.

Che cosa dimostra lo Stato israeliano quando arresta il vincitore di un premio Nobel per la pace? È forse uno sciopero contro la libertà di parola? È un castigo per aver appoggiato i palestinesi?

“Entrambe le cose” risponde al-Aju, aggiungendo che Maguire è stata presa di mira per il suo “impegno nell’alleviare le sofferenze del popolo di Gaza, e per le sue attività ad ampio raggio in cerca della pace e della giustizia”.

Anche ad altri personaggi illustri, critici della politica israeliana nei confronti dei palestinesi, è stato impedito di fare ingresso nel Paese. Lo scorso maggio era toccato a Noam Chomsky. Il professor Richard Falk, relatore speciale dell’Onu sui Diritti umani nei Territori Palestinesi, venne invece arrestato nel 2008 al suo (tentato) ingresso in Israele, e fu quindi deportato in patria.

L’arresto di Maguire è giunto appena due giorni dopo la fine dello stop alle colonie, il che mette a rischio le trattative di pace appena avviate. L’espansione edilizia riprende. Un premio Nobel viene fermato. Entrambe le mosse suscitano seri dubbi sull’impegno d’Israele nel puntare alla pace.

Mya Guarnieri è un collaboratore regolare del National (Abu Dhabi), dell’Huffington Post e del Jerusalem Post.

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Scritto il 2010-09-30 in News

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fonte:  http://www.infopal.it/leggi.php?id=16062

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“Gaza”, © Golrokh Nafisi, http://golrokhn.blogspot.com

B. come Balle Spaziali: Bugie di un premier. Dalle tasse al lavoro…

Balle spaziali: bugie di un premier Dalle tasse al lavoro…

Il premier Berlusconi ieri durante il discorso alla Camera dei deputati

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Invoca, il premier, la fine delle faziosità e dell’«odio politico» ma dimentica i suoi insulti, sostiene che non ha aumentato la spesa pubblica e invece i conti stanno esplodendo, afferma di abbassare le tasse ma finora la pressione è solo cresciuta.

LEGGI IL DOSSIER BALLE SPAZIALI 1234

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La profezia di Agostino

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Sant’Agostino nello studio (dipinto di Vittore Carpaccio).

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Nel ‘De mendacio’, scritto nel 395 dopo Cristo, Agostino da Ippona compilò una dettagliata classificazione delle bugie in ordine decrescente di gravità.
Le ultime quattro delle otto voci della lista riassumono le cosiddette “bugie buone”, mentre le prime quattro sono le bugie in senso stretto, le bugie che un buon cristiano non dovrebbe mai dire.

Eccole:

1) per convertire qualcuno;

2) per fare del male;

3) perché si prova piacere nell’ingannare il prossimo;

4) per fare un favore a qualcuno nocendo ad altri.

Agostino, benché santo e dottore della Chiesa, non era un profeta. Così è ancora più impressionante constatare la precisione con la quale, 1600 anni fa, riuscì a descrivere il comportamento dell’attuale premier. Le bugie della prima categoria sono evidentemente
le balle elettorali, quelle della seconda le infamie contro gli avversari politici, quelle della terza compongono il grande insieme delle balle narcisistiche («Sono il più grande statista della storia») e, infine, quelle della quarta sono le menzogne rassicuranti sulla lotta all’evasione fiscale. Sono possibili altri abbinamenti. E può essere un divertente gioco di società individuarli. Qua vi forniamo la materia prima. Diciannove balle “vere” tratte dal discorso di ieri. (g.m.b.)

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30 settembre 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=104110

ALLARNE MALWARE – Dopo l’Iran Stuxnet attacca la Cina. E l’Ue si tutela contro il Cybervirus

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Dopo l’Iran Stuxnet attacca la Cina
E l’Ue si tutela contro il Cybervirus

Giallo sul malware che ha colpito la centrale nucleare di Bushehr. Il New York Times: contiene un riferimento biblico che può far pensare ai servizi israeliani

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di ENRICO CAPORALE (AGB)

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PECHINO – Dopo alcuni mesi di celata preoccupazione tra gli esperti, il virus Stuxnet ha attaccato la Cina. Si tratta del secondo caso registrato internazionalmente dopo l’intromissione nella centrale nucleare iraniana di Bushehr. Sei milioni di computer sono stati infettati e soprattutto le operazioni di grandi complessi industriali sono a rischio. Il cybervirus infatti è potente, sconosciuto, provvisto di autodifesa: uno spietato malware, malicious software, un «programma malvagio». La sua azione ha minato l’operatività di fabbriche e servizi importanti: comunicazioni, ospedali, centrali elettriche e «quasi un migliaio di impianti», secondo l’agenzia ufficiale cinese Xinhua. La pericolosità del virus è di una scala mai sperimentata prima. Può bloccare le attività, attaccare i dati e lasciarli esposti agli hacker per furto e manipolazione. Il fornitore dei computer industriali attaccati è la Siemens che da decenni intrattiene cospicui rapporti d’affari con la Cina. I suoi sistemi di operatività e sicurezza comprendono il treno a levitazione magnetica a Shanghai, porti, ferrovie, siti nucleari e la diga delle tre gole.

Il timore di diffusione del virus è comprensibilmente alto. In aggiunta, si susseguono gli interrogativi sulle responsabilità. La complessità di Stuxnet è così sofisticata da far ritenere impossibile la sua elaborazione da mani goliardiche. Il timore espresso è quello di un intervento straniero. Gli interessi in gioco sono giganteschi ed affondano su terreni non solo economici. Le preoccupazioni sconfinano dunque sui terreni della sicurezza e del sabotaggio. Il virus – scrive il New York Times – contiene un riferimento biblico che potrebbe far pensare ad una sorta di firma dei servizi segreti israeliani, oppure potrebbe essere stato messo apposta per depistare le ricerche sui veri responsbaili del sabotaggio. Ralph Langner, esperto informatico tedesco che è stato fra i primi a capire che il «worm» era stato disegnato per attaccare i sistemi di funzionamento delle centrali, ipotizza che il virus sia stato diffuso dai contractor russi nei loro contatti cone le autorità nucleari iraniane.

In ogni caso, dopo essere stata accusata di pirateria informatica, la Cina ne diventa vittima, con una pericolosità mai registrata in precedenza. Al di là delle conseguenze del contagio, si conferma la vulnerabilità di un sistema. Gli attacchi superano confini e firewall e la Cina non ne è esente. E’ questa la maggiore preoccupazione di Pechino. Finora era entrata nella globalizzazione senza aver perso l’intera sovranità nazionale. Contraddittoriamente, era inserita nel circuito mondiale pur perseguendo gli interessi nazionali. Una politica efficace si trova ora esposta ai venti dell’informatica e dell’etere.

Intanto, l’Unione europea
si prepara a rafforzare le sue difese. La Commissione europea ha annunciato oggi due proposte di direttiva per contrastare gli attacchi informatici, soprattutto quelli su grande scala che potrebbero mettere in pericolo la vita economica e sociale di interi Paesi. Nelle due direttive, annunciate dalle commissarie Cecilia Malmstroem (affari interni) e Neelie Kroes (agenda digitale), si prevede che nelle legislazioni penali di tutti i 27 stati membri siano introdotti i reati di creazione di software maligni, furto di identità o anche di semplice password, e che le condanne siano uniformi e pesanti (fino a 2 anni di prigione, che possono salire a 5 quando gli attacchi sono lanciati su larga scala o vengono dalla criminalità organizzata). Strumento principale dell’azione europea sarà il rafforzamento e la modernizzazione dell’agenzia Enisa, il cui mandato sarà esteso fino al 2017, dandole la possibilità di interfacciarsi con le autorità di polizia di tutti i Paesi garantendo tempi di risposta entro 8 ore dall’attacco.

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30 settembre 2010

fonte:  http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&ID_articolo=8160&ID_sezione=38&sezione=

Rai, caso Santoro: Masi resta solo. Ancora polemiche sul “codice” del dg

Rai, caso Santoro: Masi resta solo
Ancora polemiche sul “codice” del dg

Il cda non firma il contratto di servizio: canone insufficiente

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di Alberto Guarnieri

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Michele Santoro (foto Massimo Percossi - Ansa) ROMA (30 settembre) – Il cda della Rai, diviso sul “codice Masi” per l’informazione che comunque da ieri è vigente, trova l’unanimità, addirittura contro il governo, in materia economica. E così i vertici di viale Mazzini rifiutano di firmare il rinnovo di quel contratto di servizio (tra l’altro abbondantemente scaduto) che regolamenta le attività di servizio pubblico che la Rai deve svolgere in cambio del canone.

La tv pubblica percepisce annualmente mille e seicento milioni
di euro. Secondo i calcoli dei suoi dirigenti il costo di quanto lo Stato chiede in cambio è superiore di 335 milioni. Una cifra che il recupero dell’evasione del canone, stimata in almeno 400 milioni, coprirebbe ampiamente. La soluzione è quindi quella di attuare quell’abbinamento della tassa alle bollette elettriche da molti (dal consigliere Petroni a vari parlamentari tra cui Roberto Rao che propose di inserirlo nella Finanziaria) indicato come l’unico modo rapido e concreto per combattere l’evasione del canone, che raggiunge in alcune regioni il 40%.

Il cda, così una nota ufficiale, «con decisione unanime ha aggiornato l’approvazione del Contratto di servizio dando mandato al presidente e al direttore generale di operare per rendere operative le iniziative di recupero di evasione del canone. Questo anche – sottolinea in conclusione la Rai – per ottemperare alle direttive impartite dall’azionista sul raggiungimento dell’equilibrio del bilancio e sulla conservazione del patrimonio dell’azienda».

La Rai chiuderà il bilancio 2010 in passivo. Col segno meno ha chiuso anche quello del 2009. Un terzo “rosso” aprirebbe scenari fino a ieri impensabili, come il commissariamento dell’azienda e magari la cassa integrazione per molti dipendenti. Da qui l’unanimità di un vertice che certo non vuole passare alla storia per simili imprese.

A maggioranza invece il cda ha «preso atto» della direttiva del direttore generale Mauro Masi del 17 settembre in tema di «pluralismo e contraddittorio nei programmi di approfondimento informativo». A favore i consiglieri di maggioranza, astenuto il presidente. Garimberti ha chiesto “in cambio” che il “codice” valga anche per i tg. L’ormai famoso documento impone il contraddittorio nell’ambito della stessa puntata di un programma che ospiti un opinionista e che impone al pubblico in studio di non parteggiare per questo o quello applaudendo.

«E’ una circolare sbagliata in molte delle sue parti, e rischia di imbavagliare i programmi di approfondimento informativo», commenta il consigliere Nino Rizzo Nervo. «L’aspetto più grave -sottolinea – è che surrettiziamente rende ordinario il regime di par condicio, che la stessa legge invece considera eccezionale e lo limita, infatti, al solo periodo di campagna elettorale».

Il cda è poi passato al capitolo più atteso: il caso Santoro. Esaminato un video relativo alla prima parte della trasmissione Annozero del 23 settembre scorso (nella quale il conduttore mandava a “fan..bicchiere” il dg), «dopo un lungo e articolato dibattito», Masi «si è riservato di esercitare in proposito le prerogative e le responsabilità a lui demandate dalla normativa vigente». Questo recita un comunicato anodino. Che sta in realtà a significare che il cda, tutto il cda, ha detto al dg: «E’ un problema tuo, decidi tu in autonomia se “squalificare” per una o due puntate Santoro o che altro fare».

Non la soluzione che il direttore generale si aspettava. Necessaria una pausa di riflessione, interrotta all’ora di cena da un comunicato nel quale Masi dichiara: «Nessuna frenata su Santoro». Smentendo, in merito al dibattito in cda, «fantasiose ricostruzioni apparse sulle agenzie di stampa» e ribadendo che eserciterà «le proprie prerogative, per altro confermate dallo stesso consiglio di amministrazione, in termini di eventuale procedimento disciplinare nella maniera più tempestiva».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=120983&sez=HOME_INITALIA

USA – Fisher-Price ritira 11 milioni di giocattoli: Tricicli e seggiolini “pericolosi per i bimbi”

Fisher-Price ritira 11 milioni di giocattoli
Tricicli e seggiolini “pericolosi per i bimbi”

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L’agenzia per la sicurezza dei consumatori americana si scaglia contro la casa di giocattoli comprata dalla Mattel nel 1993. Tre anni fa aveva vinto una causa per vernici illegali facendo ritirare dal mercato 21 milioni di pezzi

Fisher-Price ritira 11 milioni di giocattoli Tricicli e seggiolini "pericolosi per i bimbi"

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WASHINGTON – La famosa casa di giocattoli Fisher-Price, della Mattel Inc., sarà costretta a togliere dal mercato 11 milioni di pezzi, tra tricicli, macchinine e seggiolini, dopo aver ricevuto diverse segnalazioni di bambini rimasti feriti. Tagliati, in alcuni casi gravemente, o a rischio di soffocamento per aver ingerito pezzi smontabili. A cominciare la guerra dei giocattoli è stata la commissione per la sicurezza dei consumatori americana (Consumer Product Safety Commission) che da anni porta avanti la crociata contro la società e che oggi ha precisato come alcuni dei prodotti richiamati “possano causare gravi lesioni”.

Secondo la Mattel, proprietaria del marchio Fisher-Price dal 1993, il ritiro dei giocattoli causerà una grave perdita all’azienda. E già le quotazioni in borsa di questa mattina hanno subito una prima scossa. Ma per la commissione dei consumatori è una nuova vittoria. Nel 2007 il Congresso Usa aveva infatti fatto passare una legge che ne aumentava i poteri di controllo proprio dopo la loro denuncia della Fisher-Price che utilizzava vernici illegali 1. A giugno del 2009 la Mattel fu multata per 2,3 milioni di dolari per aver violato le leggi federali sui colori dei giocattoli.

Adesso Fisher-Price dovrà ritirare dal mercato 7 milioni di tricicli (Trikes and Tough Trikes, adatti dai 2 ai 5 anni) grazie a dieci segnalazioni di bambini rimasti feriti con una “chiavetta d’accensione” in plastica posta vicino al sellino e in grado di causare lesioni, in particolare ai genitali. All’East Aurora, la base operativa a New York della Fisher-Price, è stato imposto anche il ritiro di altri 2,8 milioni di giocattoli tra cui il Baby Playzone Crawl & Cruise.

Inoltre dopo 14 denunce di ferite (tra le quali un incidente ai denti e uno che ha causato punti di sutura), saranno tolti dal mercato 950mila seggiolini e 100mila macchinette con le ruote smontabili. E quindi masticabili. “La pista per macchinine è a rischio soffocamento perché i pezzi si staccano”, ha sottolineato la commissione consumatori che nella battaglia è aiutata dalla Health Canada.

La Fisher-Price ha risposto cercando di tamponare il danno. In un comunicato ufficiale rivolto alle famiglie ha detto di poter offrire semplici consigli pratici per evitare incidenti con i giocattoli incriminati. In più ha messo a disposizione dei kit fai-da-te per aggiustare i seggiolini. “Vogliano assicurare ai genitori che i nostri prodotti sono straordinariamente sicuri”, ha detto la portavoce dell’azienda, Juliette Reashor. “Se ci accorgessimo del pericolo di un giocattolo già sul mercato, prenderemmo certamente i necessari provvedimenti”.

Ma la guerra dei giocattoli ormai continua senza esclusione di colpi. La commissione dei consumatori è decisa. Oggi ha indicato ai genitori un numero della Fisher-Price cui chiedere sostituzioni e fare reclami (1-800-432-5437).

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30 settembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/09/30/news/giocattoli_fisher-ritiro-7588681/?rss

CRISI – Ecuador, militari e polizia in rivolta contro i tagli. Denunciato tentato golpe

Ecuador, militari e polizia in rivolta contro i tagli. Denunciato tentato golpe

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Occupati aeroporti e caserme, chiuse banche e scuole. Correa non recede, capo forze armate appoggia il presidente

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Ecuador, rivolta delle forze dell'ordine Correa ferito denuncia tentativo golpe Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, parla ai poliziotti in sciopero (foto del sito di Repubblica. L’articolo qui)

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ROMA (30 settembre) – Ecuador nel caos dopo che migliaia di agenti e di soldati hanno occupato caserme e aeroporti per protestare contro una legge che riduce i benefici economici per gli uomini e le donne in divisa, equiparandoli agli altri dipendenti pubblici. I manifestanti hanno hanno dato alle fiamme pneumatici e lanciato gas lacrimogeni, chiudendo gli accessi alla capitale Quito, dove è stato chiuso l’aeroporto. In diverse città sono chiusi scuole, banche e uffici.

A causa dell’assenza degli agenti di polizia, a Quito e Guayaquil sono avvenuti saccheggi e rapine a passanti. Diversi centri commerciali hanno chiuso le porte, per timore delle bande di malavitosi. Attaccate anche sedi di banche e, a Guayaquil sono stati sospesi i trasporti pubblici.

Membri della polizia ecuadoriana hanno fatto irruzione della sede della Asamblea Nacional (parlamento). Gli agenti hanno impedito l’ingresso a parlamentari. Secondo la stazione radio filogovernativa La luna, gli agenti di polizia stanno cercando di occupare il Parlamento con l’intenzione di cacciare i deputati che hanno approvato la legge sui tagli. «Da qui non usciamo, ci devono uccidere per portarci fuori», ha detto il parlamentare Paco Velasco. Il direttore della radio, Ataulfo Tobar ha rivolto appelli alla popolazione a dirigersi al parlamento e alla caserma del Reggimento 1, occupata dai poliziotti, per appoggiare il presidente Rafael Correa. Appello raccolto da centinaia di sostenitori del presidente, che si sono radunati davanti al palazzo presidenziale.

Correa è dovuto ricorrere alle cure dei medici ed è assediato in ospedale, dopo i disordini davanti alla principale caserma di Quito, nei quali è rimasto intossicato dai lacrimogeni. Il presidente si era recato di fronte alla caserma per arringare i manifestanti, ma durante il discorso sono scoppiati violenti disordini.

Correa non recederà. «Non farò nessun passo indietro e se volete occupare le caserme lasciando i cittadini indifesi, tradendo la vostra missione, fatelo pure», aveva detto il capo dello Stato nell’acceso intervento davanti ai militari.

Il presidente ha accusato l’opposizione di tentare un colpo di Stato e ha imputato agli agenti di polizia che protestano nel Paese «cospirazione e tradimento». Il presidente ha anche confermato di essere stato aggredito e di essersi dovuto sottoporre a cure mediche. Correa sta valutando lo scioglimento del Parlamento. Il presidente denuncia che i dimostranti «mi stanno dando la caccia. Se non mi faranno uscire di qui – ha detto Correa all’emittente Telesur – significa che hanno sequestrato il presidente, e se ne assumeranno la responsabilità».

Il ministro degli Esteri Ricardo Patino, ha fatto appello alla popolazione perchè si rechi nell’ospedale dove si trova Rafael Correa, presidiato all’esterno dai rivoltosi per salvargli la vita. Patino ha invitato il popolo a «scendere in piazza per respingere il colpo di Stato». Patino ha detto che Correa va tratto in «salvo» dall’ospedale della polizia dove si trova poichè stanno cercando di aggredirlo. Patino ha rivolto il suo appello parlando da un balcone del palazzo Carandolet, sede del governo, ad una folla di militanti filo-governativi, radunatisi dopo le notizie della ribellione di forze della polizia. «Dobbiamo andare insieme a salvarlo», ha ribadito il ministro.

Il capo di stato maggiore delle forze armate, Ernesto Gonzalez, ha espresso il suo sostegno a Correa, sconfessando i militari che hanno occupato l’aeroporto internazionale di Quito. Il ministro degli Esteri del Paese, Ricardo Patino, ha precisato che non c’è alcuna insurrezione popolare, definendo «intollerabile ed inaccettabile» le manifestazioni di protesta della polizia. Il governatore della Banca centrale ecuadoriana Diego Borja ha invitato i cittadini alla calma, evitando di correre alle banche per ritirare i risparmi.

Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha lanciato un appello per sostenere Rafael Correa. «Stanno cercando di rocesciare il presidente Correa. Popoli dell’Alleanza bolivariana e dell’Unasur (l’Unione delle nazioni sudamericane) state in allerta! Viva Correa!», ha scritto Chavez su Twitter.

Il governo spagnolo ha denunciato il «tentativo di golpe». In una nota diffusa dal ministero degli Esteri sulle «notizie di un tentativo di golpe nella Repubblica dell’Ecuador» il governo di Madrid condanna «fermamente qualsiasi rottura della legalità costituzionale e reitera il suo appoggio al governo legittimo e alle istituzioni democratiche» del Paese. Anche il governo argentino ha espresso «profonda preoccupazione» per quanto accade in Ecuador. Il ministero degli esteri precisa che autorità del governo «mantengono un permanente contatto» con Correa.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=121022&sez=HOME_NELMONDO

“San Suu Kyi libera il 13 novembre”. La Nobel a casa solo dopo le elezioni

30/9/2010 (13:43)

“San Suu Kyi libera il 13 novembre”
La Nobel a casa solo dopo le elezioni

La giunta militare birmana pronta a rilasciare l’attivista ora in cella: ma non potrà presentarsi ai seggi. Il legale scettico: serve conferma. Fassino: ora si apra una nuova fase

La leader democratica birmana Aung San Suu Kyi
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RANGOON
Aung San Suu Kyi tornerà in libertà
il prossimo 13 novembre, una settimana dopo le elezioni legislative in Birmania. La giunta militare al potere ha annunciato oggi la sua decisione: dopo due decenni di lotta per la democrazia e 15 anni di carcere, la leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la Pace potrà lasciare la sua abitazione, dov’è tuttora sottoposta agli arresti domiciliari.
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«La sua detenzione terminerà il 13 novembre, una settimana dopo le elezioni in Birmania. Sarà liberata conformemente alla legge», ha confermato una fonte di Rangoon. Il 7 novembre prossimo si svolgeranno in Birmania le prime elezioni legislative degli ultimi 20 anni. Il partito di Aung San Suu Kyi, la Lega nazionale per la democrazia (LDN), è stato sciolto prima dello scrutinio. La leader democratica, esclusa da ogni forma di candidatura alle elezioni legislative, sarà autorizzata a votare. Un permesso che, in ogni caso, non dovrebbe valere per il giorno delle elezioni, quando il Premio Nobel per la Pace sarà costretta a rimanere a casa per evitare contatti con i suoi sostenitori e gli oppositori all’attuale governo. Per San Suu Kyi, infatti, le autorità locali starebbero pensando a un voto anticipato.
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Intanto la notizia del suo prossimo rilascio è stata accolta più con scetticismo che con moderata soddisfazione da uno dei suoi legali. «Non abbiamo ancora conferme su questo annuncio e ci crederò solo quando lo vedrò. Il regime ha più volte annunciato la liberazione di San Suu Kyi in questi ultimi sette anni, anche indicando delle date precise. Annunci che poi si sono sempre rivelati falsi. Quindi, aspettiamo a vedere cosa succede», ha detto Jared Genser ai microfoni di CnrMedia. Dubbioso si è detto anche Aung Naing Oo, analista ed esperto di Birmania. «Sarà ufficialmente libera, ma non avrà libertà di movimento», ha spiegato. «Siamo di fronte a una dittatura militare. Poco importa il quadro legale, se non vogliono restituirle la libertà non lo faranno. Sono un pò scettico. Ci crederò quando lo vedrò con i miei occhi», ha aggiunto.
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«Auguriamoci che la notizia sia vera e che Aung San Suu Kyi possa essere presto restituita al suo popolo e alla sua famiglia», ha commentato da parte sua Piero Fassino, deputato Pd e inviato in Birmania per l’Unione Europea. «Certamente le pressioni internazionali – ha affermato a CnrMedia – hanno dato dei risultati e credo che anche le autorità al potere si siano rese conto che alla vigilia delle elezioni si dovesse dare un segnale alla comunità internazionale sulla reale volontà di arrivare a questo appuntamento in maniera trasparente». Con la scarcerazione di San Suu Kyi, secondo Fassino, potrebbe aprirsi «una fase nuova nella vita della Birmania». «È importante che queste elezioni siano trasparenti e vi sia la libertà di partecipare per tutti. Sarebbe per quel paese una pagina nuova, l’avvio di una fase che fino ad oggi è stata impossibile», ha sottolineato l’inviato Onu.
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