Archivio | settembre 1, 2010

MUSICA – Leonard Cohen incanta Firenze come un avventuriero dell’anima

Leonard Cohen incanta Firenze come un avventuriero dell’anima

Il concerto del 76enne cantautore canadese, con classici rivisitati e brani che conquistano sempre la platea. E anche un inedito, Lullaby

.

dall’ inviato di Repubblica GINO CASTALDO

.

Leonard Cohen incanta Firenze come un avventuriero dell'anima

.

FIRENZE – Quando Leonard Cohen arriva in città, si porta dietro una nuvola di calore poetico e la modella con ruvidi cenni di voce per la delizia del pubblico. Più che un concerto, una lectio magistralis sull’arte della canzone, una pacata riconciliazione con la bellezza oscura del vivere. E dire che da buddista, nei suoi lunghi anni di ritiro in monastero, ha adottato il nome di Jikan (il silenzioso).

Ma ora parla, o meglio canta, con quella dizione precisa e densa che lo ha reso un monumento vivente della canzone popolare, come un campione di eleganza versificatrice, e continua a incantare, letteralmente, le platee di tutto il mondo, compresa quella di Piazza Santa Croce, per l’unica data italiana di quest’anno, ultimo trionfale concerto del festival Live On, splendido luogo per definizione, esattamente un anno dopo aver già stregato piazza San Marco a Venezia.

La notte è serena, complice, affettuosa, di umore primaverile, perfetta per questo signore di 76 anni che esce sul palco come un galante seduttore, vestito di scuro, come in obbligatorio segno di rispetto per i demoni della notte, e si toglie il cappello con lieve e dignitoso inchino del capo per rispondere agli applausi. Firenze lo accoglie da città del mondo, nel senso che il pubblico, cioè quelli che hanno comprato il biglietto (a riempire le quasi cinquemila sedie che riempiono la piazza) sono moltissimi stranieri, venuti espressamente, con sommo gaudio delle strutture turistiche, e anche gli italiani presenti provengono in larga parte da altre città.

La musica prende il volo con nitore, pulizia, forbita e funzionale sostanza. Cohen snocciola canzoni, a cominciare come fa sempre da Dance me to the end of love, stendendo la platea con colpi da novanta come The future, Bird on the wire, Chelsea hotel #2, struggente dedica a Janis Joplin (“ti ricordo bene al Chelsea hotel, eri famosa il tuo cuore era leggenda. Dicesti un’altra volta di preferire uomini belli, ma che per me avresti fatto un’eccezione”), e poi ovviamente Suzanne, I’m your man, So long Marianne, che se non fossero cantate con tale sobrietà sarebbero piccole deflagrazioni poetiche, e infatti Hallelujah, quando l’ha rivista Jeff Buckley l’ha trasformata in una visione celestiale di inaudita potenza.

Pezzo dopo pezzo la piazza diventa un tempio a cielo aperto dove si onora la poesia. Come si creasse un’isola, privilegiata ed esclusiva, un cerchio magico, con tutto il resto del mondo ad aspettare fuori. L’unicità di Cohen è quella di sembrare un avventuriero dell’anima, un consumato bohemien ma addestrato alla scuola zen, ogni frase sembra una freccia puntata al centro delle cose, alla fine un vecchio allievo di cose divine che riesce a trasformare le sue quotidiane epifanie in melodie avvincenti.

Gli arrangiamenti
spargono sentori di locali fumosi, di isole greche (dove ha passato molto del suo tempo), chitarre come mandolini o come distillati di blues e sassofoni che cesellano note, coriste perfette, musicisti che eseguono senza alcuna fretta, e senza spasimi, un dolce rito di accompagnamento. Regala al pubblico anche un pezzo nuovo di zecca, intitolato Lullaby, anticipo di un disco di inediti che, si dice, stia facendo, dopo tanti anni. Alcuni pezzi li dilata, la musica si sospende come se dovesse non finire mai, la sua voce si staglia su tutto con quel timbro che ha fatto epoca, è ferma e lucida, portatrice di sapienza e di antica saggezza. A metà concerto canta Waiting for a miracle, aspettando un miracolo, ma qui nessuno ha dubbi sul fatto che il miracolo si sia rinnovato, ancora una volta.

.

01 settembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/09/01/news/cohen_firenze-6692778/?rss

Dublin O2, Lullaby, Leonard Cohen

Maddie, pedofilo rivela in punto di morte: “So chi la rapì”

MADDIE, PEDOFILO IN PUNTO
DI MORTE: “SO CHI LA RAPÌ”

.

Home page del SunRaymond Hewlett, un pedofilo sospettato di essere coinvolto nella sparizione di Madeleine McCann – la bambina scomparsa mentre si trovava in vacanza con i genitori a Praia da Luz in Portogallo nel maggio del 2007 – ha confessato sul letto di morte di sapere che cosa era successo alla piccola. A rivelarlo oggi è il Sun che riporta il contenuto di una lettera inviata prima di morire dall’uomo al figlio Wayne, con il quale non era più in contatto da tempo. Secondo Hewlett, Maddie sarebbe stata ‘rubata’ su commissione da una banda di zingari che vendono bambini a coppie ricche che non riescono ad avere figli. Il pedofilo, che all’epoca viveva come nomade in Portogallo insieme alla suo seconda famiglia, ha dichiarato che agli zingari era stata data una ‘lista della spesa’ che includeva anche bambine bionde dell’età di Madeleine, che all’epoca non aveva ancora compiuto quattro anni. Hewlett è morto all’età di 62 anni nell’aprile di quest’anno e la lettera è stata recapitata al 40enne Wayne una settimana dopo da uno sconosciuto. In essa il pedofilo si scusa per come i suoi crimini hanno distrutto la sua prima famiglia e racconta poi della vicenda di Madeleine. Wayne ora ha raccontato al Sun «(Mio padre, ndr) ha detto che un suo caro amico zingaro che conosceva in Potrtogallo da ubriaco aveva confessato di aver rubato Madeleine insieme ad una gang». E ha aggiunto: «Papà ha detto che l’uomo gli aveva raccontato che non si trattava di bambini rubati per conto di pedofili o per ragioni sessuali. ha detto che c’erano in palio grosse somme».

.

01 settembre 2010

fonte:  http://www.leggo.it/articolo.php?id=77691&sez=ESTERI

MILANO – La buona politica del sindaco Moratti “Comportamento grave e colposo”

La buona politica del sindaco Moratti
“Comportamento grave e colposo”

.

Lo scrive il gip di Milano nel decreto di archiviazione per l’inchiesta sulle consulenze d’oro a palazzo Marino. Assolti quindi il primo cittadino e il suo entourage. Ma al di là delle responsabilità penali, non rilevate dai magistrati, restano quelle politiche

Archiviata penalmente. E qui ci si ferma. Perché per il resto le responsabilità sono state gravi, ripetute, accertate. Stiamo parlando della politica milanese. Quella che dalla primavera 2006 guida le sorti del Comune e comanda le poltrone più ambite di palazzo Marino. Il sindaco, ad esempio, e i suoi più stretti collaboratori hanno tenuto “condotte illegittime e pregiudizievoli”, operato con “la volontà di recare vantaggio a terzi”, seguito “percorsi oscuri per la nomina di nuovi dirigenti”. Il tutto assumendo un “comportamento colposo” per mettere in piedi una “forma mascherata di spoil system”, collocando “nelle funzioni dirigenziali soggetti vicini”.

Parole di condanna che però non condannano. Sì perché stanno scritte nel decreto di archiviazione firmato dal gip di Milano per l’inchiesta sulle consulenze d’oro che a partire dal dicembre 2006 ha visto indagato Letizia Moratti assieme al suo più stretto entourage. A partire da Alberto Bonetti Baroggi a capo del gabinetto del sindaco, proseguendo con il direttore generale Giampiero Borghini e il suo vice Rita Amabile. Tutti assolti dall’accusa di violenza privata e abuso d’ufficio dopo la doppia richiesta di archiviazione fatta dall’allora pm Alfredo Robledo. “Sono sempre stata serena – dice soddisfatta donna Letizia – . Fa piacere che anche la magistratura abbia verificato la correttezza e la validità del nostro operato”.

Forse però il sindaco non ha avuto la pazienza di leggersi le 21 pagine firmate dal giudice Maria Grazia Domanico. Si tratta di un documento eccezionale che pur assolvendola penalmente, inchioda la Moratti a gravissime responsabilità politiche. Una vicenda di malamministrazione, l’ennesima in Lombardia, che inizia qualche giorno prima del Natale 2006. Sono passati appena pochi mesi dalle ultime elezioni che hanno visto trionfare il centrodestra della Moratti sull’ennesimo outsider gettato in campo dal centrosinistra, l’ex prefetto Bruno Ferrante.

In quell’inverno sul tavolo della procura atterra un esposto anonimo che denuncia “il conferimento di 54 incarichi a dirigenti esterni e di alte specializzazioni”. Il numero è troppo alto. Lo si capisce subito. Supera di molto al soglia del 5% del personale interno. E poi ci sono quei dirgenti nominati che non sembrano in grado di fornire un curriculum adeguato. Si pensi al caso a tale Del Nero a cui viene affidato l’incarico di responsabile del servizio gestione delle relazioni territoriali. Lavoro di prestigio pagato con 95.000 euro annui. Peccato però che il signore non risulta laureato e il suo curriculum non presenta caratteristiche adatte. In passato Del Nero ha fatto addirittura il giornalista radiofonico, dopodiché ha lavorato per un industria farmaceutica per poi finire in una società specializzata in fondi d’investimento.

Caso simile e ancora più clamoroso
è quello di Carmela Madaffari, origini calabresi e qualche amicizia importante. Ad esempio l’assessore alla Famiglia Mariolina Moioli. E’ lei, per sua stessa ammissione davanti al pm, a farsi carico della situazione dell’amica inviando il curriculum a Rita Amabile. “Ricordo – dice la Moioli – , che nel 2006 la dottoressa Madaffari aveva avuto un grave lutto familiare. E i suoi parenti mi dissero che era opportuno allontanarla dal suo ambiente. Suggerii di inviarmi un curriculum che avrei girato alla dottoressa Amabile”. Così andò e la Madaffari ottenne una consulenza da oltre 200mila euro. “Al momento della sua nomina – scrive il gip – aveva subito provvedimenti negativi, sia pure non definitivi, quali la sospensione dalla funzione di direttore generale e la risoluzione del suo contratto di direzione generale della Asl di locri”.

In sostanza pur ribadendo che “il profilo penale non sia sempre sovrapponibile ad altri profili di responsabilità” il giudice milanese sottolinea il “comportamento grave e colposo del Comune di Milano”. Partendo, ad esempio, dalle pressioni per mandare via i vecchi dirigenti e mettere quelli amici. Scrive il pm: “Silvia Gardino aveva riferito di minacce rappresentatele da Bordogna (Direttore centrale delle risorse umane, indagato e poi archiviato, ndr)”. Ecco cosa le disse il dirigente del Comune: “Stai attenta perché se non accetti te le faranno pagare”. Insomma la lista degli epurabili è pronta e nelle mani di Rita Amabile che demanda ad altri il lavoro “sporco”. Eppure, si legge nel decreto di archiviazione, “le modalità di rimozione dei dirigenti, per quanto censurabili sotto diversi profili, non hanno travalicato il limite dell’illecito penale”

Ben diversa la sentenza della Corte dei Conti che il 24 marzo 2009 contabilizza il danno all’amministrazione pubblica in 262.062 euro. Ecco cosa scrivevano i giudici: “L’interruzione consensuale di numerosi incarichi ha di fatto significato l’adoazione di una forma mascherata di spoyl system assistito in varia misura da una responsabilità degli organi politici”. Un conferimento di incarichi che viene definito “indiscriminato”.

E del resto l’abitudine alla poca trasparenza sembra piacere agli stretti collaboratori della Moratti. Rita Amabile, ad esempio, nel luglio scorso è stata coinvolta nell’indagine sulla cricca per le licenze milanesi che ha toccato importanti personalità dell’amministrazione pubblica milanese, non ultimo l’ex comandante dei vigili Emiliano Bezzon. Anche per il capo del gabinetto del sinadco, Alberto Bonetti Baroggi, l’inciampo, seppure meno grave, resta comunque antipatico. In un emendamento al nuovo Pgt il consigliere azzurro Armando Vagliati ha proposto di rivalutare dei terreni a sud della città. Peccato che parte di quell’area era di proprietà dello stesso Bonetti Baroggi. Donna Letizia, però, si dice “soddisfatta”. Incassa l’archiviazione e tira avanti.

.

01 settembre 2010

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/01/la-buona-politica-del-sindaco-moratti-comportamento-grave-e-colposo/55130/

LE ‘CONVERTITE’ DI GHEDDAFI – Escort, politica, nomignoli. Se il Cavaliere è “Papi”, il Colonnello raddoppia a “Pappi”

Escort, politica, nomignoli. Se il Cavaliere è “Papi”, il Colonnello raddoppia a “Pappi”

.

Rea Beka

Storia di Rea Beko, giovane albanese convertita all’Islam e grande ancella di Muhammar Gheddafi, il cui soprannome assomiglia molto a quello con cui il premier veniva chiamato dalle ragazze che sbarcavano in Costa Smeralda

.

Uno racconta barzellette, l’altro più seriamente legge il Corano. Entrambi amano farlo davanti a belle donne. L’Accademia libica a Roma non sarà Palazzo Grazioli e neppure Villa Certosa ma è inevitabile associare il tipico “One Man Show” di Silvio Berlusconi che decanta la sua azione di Governo alle lezioni sull’Islam di Muhammar Gheddafi. Tanto che, se le fanciulle che sbarcavano in Sardegna solevano chiamare “Papi” il Presidente del Consiglio, quelle che hanno seguito i sermoni di Gheddafi a Roma si sentono autorizzate a chiamare “Pappi” il leader libico.

«A Roma arriva Pappi Gheddy» scriveva Rea, una delle hostess che hanno partecipato agli incontri romani col Colonnello, sulla sua bacheca di Facebook (dove utilizza il nome di Rea Gordon Gekko) il 26 agosto alle 13.52. A quell’ora, secondo quanto dichiarato alla stampa dal titolare dell’agenzia Hostessweb, Alessandro Londero,  l’organizzazione dell’evento non era stata nemmeno concordata con Tripoli. Eppure Rea già sapeva tutto, tanto da imprimerlo sul suo diario digitale. In albanese, la sua lingua. Anzi, il giorno dopo, più o meno alla stessa ora, rincarava la dose rivolgendosi a un’amica che vive al di là dell’Adriatico: “Sapessi, cara sorella, che guai ho passato durante questo periodo… Sono stato anche a Korça (città del Sud Est dell’Albania, ndr) per un problema… ti scriverò dopo. Ma ho una buona notizia: Pappi a Roma… si aprono di nuovo le porte”. Una frase che si presta a mille interpretazioni, le più disparate.

Anche perché Rea non è una qualunque: è una delle tre hostess che si sarebbero convertite all’Islam dopo gli incontri con Gheddafi. Il suo ciuffo biondo e i grandi occhi verdi che spuntavano sotto un vistoso chador nero non erano passati inosservati all’uscita dall’ambasciata di via Caldonazzo sabato scorso. Della sua presunta conversione, Rea ha parlato al Corriere della sera,  presentandosi col nome di Rea Beka, 27 anni, albanese che vive in Italia da dodici. Lo ha fatto contravvenendo al primo comandamento imposto dall’agenzia Hostessweb che l’aveva reclutata insieme ad altre 500 per l’ora di religione col Colonnello: non parlare con nessuno, specie coi giornalisti. Pena, l’espulsione dal giro. Eppure, fino a questa mattina la sua scheda continuava a essere visibile nel catalogo on-demand dell’agenzia (clicca qui per visualizzare la scheda, rimossa dopo la pubblicazione di questo articolo),  completa di foto che farebbero gridare al sacrilegio il più moderato dei seguaci di Maometto. Nessun provvedimento, cioè, è stato preso nei suoi confronti da Londero.

A riprova che, come molti pensano, la sua sia solo una testimonianza di facciata. Nessuno più di lei – una delle fedelissime del boss di Hostessweb – poteva meglio interpretare la parte dell’ennesimo figurante sull’asse Arcore-Tripoli utile a far passare il messaggio sui media di regime, italiani e libici, che lì dentro si faceva davvero sul serio: “Mi sento purificata, ora faccio il digiuno, rispetto il Ramadan”, sono state le sue parole. Se così fosse, la “chiamata” di Maometto deve essere stata proprio forte, se appena cinque mesi fa Rea non aveva alcuna considerazione per le leggi islamiche. Su Youtube e su Facebook sono visibili i filmati della spedizione in Libia di un gruppo di prescelte tra le hostess che avevano partecipato alla prima “lezione” del Colonnello a Roma un anno fa. Anche allora Rea c’era, e non aveva perso occasione di offrirsi in pasto ai giornalisti. Persino il Guardian riprese il suo convinto annuncio: “Mi ha convinto, mi convertirò all’Islam”. Quei video girati a marzo riprendono momenti di relax delle dieci ragazze sbarcate a Tripoli col jet privato: una cena con tanto di birra sul tavolo con un uomo che carezza la chioma bionda della giovane albanese, una serata danzante in tenda nel deserto con beduini che suonano e ballano e le ragazze in abiti succinti che ridono divertite con l’immancabile bicchiere tra le mani. Non proprio un comportamento che si addice a una donna folgorata sulla via della Mecca, che già a novembre 2009 annunciava “urbi et orbi” la sua conversione. Peggio se si tratta di una delle ospiti di uno come Gheddafi, che vorrebbe imporre l’Islam all’intero Vecchio Continente. Chissà cosa penserebbero di quelle immagini i sudditi di “Pappi”. Lei, comunque, è affezionata anche a Papi, il nostro premier. E non solo a lui. Tanto che, quando Berlusconi ha subito nel dicembre scorso l’aggressione in piazza Duomo, Rea (sempre su Facebook) ha scritto: “E’ l’evento più triste del secolo avvenuto in Italia dopo la morte di Mussolini”.

.

01 settembre 2010

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/01/escort-politica-nomignoli-se-il-cavaliere-e-papi-il-colonnello-raddoppia-a-pappi/55345/

L’ISOLA DEI CASSAINTEGRATI – La lunga protesta dell’Asinara

La lunga protesta dell’Asinara

.

I cassaintegrati di Porto Torres continuano a occupare l’ex supercarcere. E la loro manifestazione aumenta l’interesse dei turisti verso le bellezze dell’isola sarda

.

di Marco Nurra

.

Sono mesi che dormono nelle celle dell’ex carcere di massima sicurezza, dove il vento entra ululando senza chiedere il permesso e la luna, che si affaccia timidamente tra le sbarre, illumina quelle stesse stanze che in passato hanno ospitato brigatisti e mafiosi. L’originale forma di protesta messa in atto dagli operai di Porto Torres ha appassionato da subito migliaia di persone, che col passare del tempo si sono affezionate ai protagonisti de “L’isola dei cassintegrati” (leggi), la prima contestazione operaia raccontata in diretta sul web.

Con i carcerati virtuali è diventato famoso anche lo scenario che li ospita, ed ecco che l’Italia scopre che dal 2002 l’Asinara è un parco naturale protetto, popolato da più di 600 specie differenti. Molti la ricordavano unicamente per aver ospitato criminali del calibro di Totò Riina, o per essere stata la dimora di Falcone e Borsellino durante l’istituzione del maxi-processo. In questi ultimi mesi, però, la protesta è riuscita a dare un impulso importante verso una nuova immagine dell’isola, che quest’anno ha registrato la cifra record di 80.000 visite, convertendosi in un destino turistico che non ha niente da invidiare alle più famose spiagge della Costa Smeralda.

Grazie alla pagina aperta su Facebook i cassintegrati hanno ottenuto una visibilità nazionale senza precedenti, guadagnando spazio sui giornali, radio, televisioni e sommergendo la blogosfera con le loro rivendicazioni. Ma oltre agli articoli satirici, alle vignette e ai contenuti informativi, ciò che emerge “sfogliando” le pagine del blog isoladeicassintegrati.com è la bellezza della loro terra. Perché Asinara vuol dire Sardegna, oggi più che mai.

“L’isola ci ha portato fortuna”, dice Andrea Spanu, uno dei veterani dell’occupazione. “I primi giorni era dura: abbiamo dovuto lottare contro il clima e abituarci all’idea di dormire in cella, però ora mi sento protetto da questa natura selvaggia”. La protesta, che gode del sostegno ufficiale di Legambiente, si è fatta portavoce di un messaggio ambientalista molto forte. Negli articoli del blog si incontrano riferimenti costanti al patrimonio naturale dell’isola, la cui fauna riveste spesso il ruolo di protagonista della narrazione: come nel caso di Andria, il caprone unicorno, o del cinghiale Scaroni che si aggira tra la boscaglia nascondendosi nell’ombra.

In questi 180 giorni (alla data in cui scriviamo) e 179 notti i cassintegrati hanno stabilito un legame indissolubile con l’isola. Antonio Salaris usa queste parole: “È la nostra terra, ma a volte dimentichiamo il suo incanto. Vivere questa esperienza serve a ricordarci ogni giorno la bellezza maledetta della Sardegna”. Perché maledetta? “Perché mancano le opportunità e molti giovani sono costretti ad andarsene, pur di crearsi un futuro – dice Antonio – ed è triste dover abbandonare questo paradiso per necessità”.

Un tempo carcere, ora parco naturale, disabitata e forse troppo a lungo abbandonata, l’Asinara sta probabilmente vivendo la propria rinascita grazie al viavai di operai provenienti da tutta Italia, di associazioni culturali, fotografi, giornalisti, professori universitari, politici, scrittori, attori e musicisti, o semplicemente famiglie in vacanza che inseriscono l’isola nel loro percorso turistico. E se prima c’era chi non sapeva neanche della sua esistenza, ora c’è chi: “L’Asinara? Si che la conosco, è l’Isola dei cassintegrati, giusto?”.

E così, nonostante il ministero dello Sviluppo Economico non abbia dato, fino ad ora, risposte convincenti per risolvere la loro vertenza, questi uomini continuano a credere nel valore simbolico dell’occupazione: “Anche se durante l’estate ci sono meno telecamere, non bisogna dimenticarsi dei turisti. Perché per parlare alla gente a volte non è necessario stare in tv”, spiega Pietro Marongiu, conosciuto col soprannome di ‘Tiranno’. “La nostra presenza in questo momento è fondamentale per accogliere i visitatori stagionali e raccontare la nostra battaglia”.

Andarli a trovare può essere un’occasione irripetibile per entrare in contatto con una Sardegna autentica, dimenticando la Costa Smeralda di Briatore o i festini di Berlusconi e lasciandosi sedurre dall’idea di una vacanza su un’isola disabitata, con spiagge incontaminate. Con la garanzia che ad accoglierre i turisti non ci saranno solo gli asinelli albini, ma anche un’altra specie in via d’estinzione: i lavoratori sardi.

.

27 agosto 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-lunga-protesta-dellasinara/2133074

Mozambico, proteste per i rincari. La polizia spara, sei morti

Mozambico, proteste per i rincari
La polizia spara, sei morti

.

Police officers arrest protesters during a rally in the neighbourhood of Benfica, in the suburbs of Maputo, Mozambique

Police officers arrest protesters during a rally in the neighbourhood of Benfica, in the suburbs of Maputo, Mozambique Photo: EPA

.

Due bambini sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco e almeno altre quattro persone sono morte oggi negli scontri tra manifestanti e polizia scoppiati nella capitale del Mozambico, Maputo, nel corso delle proteste di piazza contro l’inflazione nel Paese. Lo hanno riferito la polizia e fonti ospedaliere. La polizia ha impiegato gas lacrimogeni per disperdere la folla e ha utilizzato munizioni vere dopo aver terminato i proiettili di gomma, mentre i manifestanti bloccavano le strade e bruciavano pneumatici. Si tratta del più grave episodio di violenza nel Paese, uno dei più poveri dell’Africa, dal 2008.
.
“Due bambini sono stati uccisi nella periferia di Mafalala. I disordini e la confusione hanno invaso la città”, ha detto il portavoce della polizia Arnaldo Chefo. Il bilancio ufficiale della polizia è di tre morti, ma fonti ospedaliere e della polizia hanno detto che le vittime sono almeno sei. Sembra che la protesta sia esplosa quando oggi il governo ha aumentato il prezzo del pane del 30%. Il Paese dipende fortemente dalle importazioni dal Sud Africa, divenute più onerose negli ultimi mesi per il rafforzamento del Rand sudafricano.
.
“A stento riesco a mangiare. Mi unisco alla protesta perché non ne posso più di così alti costi di vita”, ha detto Nelfa Temoteo, che vive a Malhazine, popolato sobborgo della capitale. La polizia ha invocato la calma, mentre nella città — abitata da 23 milioni di persone — i disordini si diffondevano. Già nel 2008, almeno sei persone morirono in Mozambico nelle proteste per l’incremento dei costi dei carburanti e della vita.
.
01 settembre 2010
.
food riots haiti
Food riots in Haiti

food protests mexico
Food protests in Mexico

food riots india
Food riots in India

food protest argentina
Food riots in Argentina

food riots egypt
Food riots in Egypt

food riots mozambique
Food riots in Mozambique

food riots bangladesh
Food riots in Bangladesh

Philippines Protest
Food protest in the Philippines

.
Pictures courtesy AFP, Reuters, Daniel Garcia (AFP-Getty Images), Al Jazeera, BBC.

Detenuto si sente male, il medico (?) lo visita. E poco dopo muore di infarto

Intanto, chi compone i titoli degli articoli è pregato di attenersi al loro contenuto. NON è stato un medico ad effettuare la visita al detenuto MA degli infermieri. E in quanto ai già citati infermieri, visto che la direttrice del carcere lamenta il fatto che ‘ i medici sono pochi’, c’è da chiedersi quale sia la loro professionalità, visto che non hanno saputo accertare i sintomi di un infarto imminente (che sono caratteristici e non di difficile individuazione) che è stato poi fatale all’uomo detenuto. Anzi, c’è da chiedersi se davvero lo hanno visitato.

mauro

__________________________________________

Alla Dozza

Detenuto si sente male, il medico lo visita
E poco dopo muore di infarto

L’uomo, 44 anni, era recluso per reati legati alla criminalità organizzata. Era appena stato in infermeria

.

.

Non si sentiva bene, è andato in infermeria, l’hanno visitato ma non gli hanno riscontrato niente di anomalo. Poi, mentre rientrava in cella, è caduto a terra ed è morto. Ad uccidere l’uomo, un italiano di 44 anni detenuto al carcere bolognese della Dozza, probabilmente è stato un infarto.

IL DETENUTOL’uomo era recluso per reati legati alla criminalità organizzata. Per prassi, il pm di turno Alessandra Serra ha disposto l’autopsia. Quando è stato portato in infermeria, puntualizza la direttrice del carcere Ione Toccafondi, il detenuto è stato visitato non dal medico, ma dagli infermieri: «In quel momento il medico non era all’interno dell’infermeria, c’erano solo gli infermieri, che gli hanno provato la pressione non riscontrando nulla di anomalo». A quanto riferisce la direttrice, l’uomo lamentava «dolore» e diceva di non sentirsi bene. Poi, una volta uscito dall’infermeria (che si trova molto vicino alla sua cella), l’uomo si è accasciato al suolo: «È caduto in corridoio, davanti a molte persone, è stata una cosa fulminante – racconta la direttrice – Sono intervenuti i medici ed è stato chiamato il 118, ma non c’è stato nulla da fare».

IL CARCEREAlla Dozza, intanto, resta la carenza di personale: come riferisce il segretario aggiunge del Sappe (il sindacato autonomo di polizia penitenziaria), Giovanni Battista Durante, al momento dietro le sbarre ci sono circa 1.100 detenuti, un centinaio in meno rispetto agli ultimi tempi, ma la sproporzione rispetto al personale è ancora alta. «È difficile seguire tutti i detenuti se mancano gli agenti – dice Durante – e il problema riguarda anche i medici, che sono pochi».

.

31 agosto 2010

fonte:  http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2010/31-agosto-2010/detenuto-si-sente-male-medico-visita-poco-muore-infarto-1703672577601.shtml