Archivio | settembre 3, 2010

CINEMA – In manicomio con Celestini / VIDEO – [Underdog] Ascanio Celestini “La pecora nera”

In manicomio con Celestini. Bene la sua prima (al cinema)

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di Alberto Crespi

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Nel contesto di questi primi giorni di Mostra, “La pecora nera” è una benedizione: finalmente un bel film, dopo incredibili schifezze come il film d’apertura (“Black Swan” di Aronofsky) o ambigui monumenti alla correttezza politica (“Miral” di Schnabel, ne parliamo in altra pagina). Ma non ci sembra il modo giusto di parlarne: Ascanio Celestini, grande teatrante/affabulatore al primo film, non ha il compito di salvare Venezia da se stessa. Il suo film ha una lunga storia che prescinde dal Lido. Che sia in competizione è un incidente di percorso.

Prima di diventare un film, “La pecora nera” è stato uno spettacolo teatrale in forma di monologo ed un romanzo (editi in cofanetto da Einaudi). Apparentemente è la storia di un caso clinico. Un ragazzino nato «nei favolosi anni 60» (la frase è un tormentone che in teatro ricorreva spesso, nel film meno) cresce in una condizione di disagio, con una nonna affettuosa e ingombrante, un padre e dei fratelli violenti, una madre rinchiusa in manicomio. Dopo aver assistito all’omicidio di una prostituta, uccisa dai fratelli, il piccolo Nicola viene anch’egli ricoverato e sottoposto a elettroshock. Come suol dirsi, chi entra in manicomio sano diventa matto per forza. Anni dopo – nel 2005, nei giorni della morte di Papa Wojtyla – Nicola ha sviluppato una forma di schizofrenia che lo spinge a sdoppiare il sé «normale» con un alter ego folle. La trama non prevede scioglimenti: il manicomio è diventato un habitat, uno stile di vita. Non a caso il film si apre con la famosa barzelletta, che la voce di Celestini racconta fuori campo, dei due matti che tentano di fuggire dal manicomio dai 100 cancelli, i due matti ne scavalcano 99 e, all’ultimo, si stufano e tornano indietro.

Abbiamo «sciolto» in una trama temi e situazioni che Celestini a teatro snoda in un monologo avvincente e inquietante, e che al cinema – con l’aiuto degli sceneggiatori Ugo Chiti e Wilma Labate – si evolve in una serie di tableaux vivants, di bozzetti autosufficienti. C’è molto Brecht nello stile volutamente non naturalistico, e c’è molto Pasolini nell’occhio cinematografico che Celestini si inventa per questo suo primo film (non casuale, anzi, decisivo l’apporto del direttore della fotografia Daniele Ciprì, già partner di Franco Maresco in Cinico Tv). Ma l’apparente limpidezza del film” “nasconde una complessità che darà vita a polemiche e fraintendimenti. È facilissimo leggerlo come un film sulla pazzia, sulla 180, su Basaglia, e trovarlo poco realistico, poco «di denuncia».

La verità è che Celestini usa il manicomio per parlare d’altro, e nessuno è in grado di spiegarlo meglio di lui: «Non volevo fare un film, né uno spettacolo, di denuncia. Per questo non è ambientato nel ’78, all’epoca della legge 180, e non parla di Basaglia anche se parte da Basaglia. Anni prima della legge, egli scrisse del manicomio paragonandolo ad altre istituzioni come la scuola, il carcere, la famiglia, la caserma. Ecco, io non credo che il manicomio o il carcere siano istituzioni criminali perché vi avvengono abusi o violenze: credo che sia criminale l’idea stessa di istituire simili istituzioni, perché è criminale che qualcuno decida della libertà di un altro. Se ci si limita al manicomio, allora ogni dibattito viene chiuso dalla risposta che diede una paziente di Perugia intervistata sulla legge 180. Disse: ma perché ci avete chiuso i manicomi, stavamo così bene, mangiavamo cacavamo e pisciavamo come matti. Il manicomio riduce un adulto alla dimensione di un bambino col pannolino. Ed è ovvio che qualcuno ci stia bene, e non voglia crescere». “La pecora nera” è la storia di un’Italia non cresciuta, rinchiusa nel mito dei «favolosi anni Sessanta». È un film su di noi, anche se crediamo di non essere matti.

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03 settembre 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=103082

[Underdog] Ascanio Celestini “La pecora nera”

AltipianiTV | 14 aprile 2010

Servizio in onda su RepubblicaTv sul film di Ascanio Celestini “La pecora nera”, in sottofondo il brano “Spectra” estratto dall’album “Keine Psychotherapie” (Altipiani/Audioglobe 2009)

Il Rio delle Amazzoni verso la secca. Meteorologi: conferma cambio climatico

Il Rio delle Amazzoni verso la secca
Meteorologi: conferma cambio climatico

Imbarcazioni in secca sul Rio delle Amazzoni

In Perù diversi tratti del fiume non sono già più navigabili
A Manaus il livello è già sette metri sotto il livello normale

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ROMA (3 settembre) – Il Rio delle Amazzoni rischia di rimanere a secco. Il fiume più lungo del mondo dà segnali di riduzione costante del flusso d’acqua a causa della gravissima siccità che sta castigando tutto il Sudamerica.

In Perù vari tratti del Rio Amazonas non sono già più navigabili, e il porto di Pucallpa è ormai quasi a secco. Il flusso d’acqua si sta riducendo anche nel tratto brasiliano. Tutto il bacino amazzonico è in stato di allarme, perchè la sopravvivenza della regione dipende dalla navigazione e dai trasporti fluviali, gli unici che possono raggiungere le comunità più remote della foresta amazzonica.

A Manaus il livello è già sette metri sotto il livello normale, e si teme che tra alcune settimane possa scendere sotto il livello record di siccità, – 18 metri, registrato nel 2005, quando dopo tre mesi di secca era possibile attraversare certi tratti del fiume a piedi. In quell’occasione morirono centinaia di persone a causa dei disagi (impossibilità di raggiungere gli ospedali, mancanza di rifornimenti e addirittura carestia per le comunità meno autonome, come gli accampamenti di cercatori d’oro e di pietre preziose).

Secondo i meteorologi dell’Inpe (Istituto statale di ricerche amazzoniche)
, la siccità di quest’anno conferma il profondo cambiamento della situazione climatica nel bacino amazzonico, che fino a dieci anni fa non aveva mai fatto registrare una vera e propria siccità.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=117326&sez=HOME_NELMONDO

Sabato 4 settembre: Giornata mondiale della salute sessuale; “Per l’Italia è un faro nella notte”

Giornata mondiale della salute sessuale
“Per l’Italia è un faro nella notte”

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Chiara Simonelli, psicosessuologa dell’università La Sapienza di Roma, presenta l’iniziativa del 4 settembre: “Troppo spesso il diritto alla felicità sessuale è considerato secondario”

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Sabato 4 settembre si terrà la prima Giornata mondiale della Salute sessuale, ideata dalla World Association for Sexual Health (Was). Oltre l’Italia, il primo appuntamento di questa iniziativa internazionale prevede la partecipazione di 27 Paesi di tutti e cinque i continenti: dal Canada al Messico, dalla Spagna alla Russia, dalla Nigeria al Pakistan, all’Australia. Chiara Simonelli, psicosessuologa dell’Università “La Sapienza” di Roma e presidente della European Federation of Sexology, è la principale animatrice della manifestazione per l’Italia.

Dottoressa, ci può descrivere questa iniziativa così particolare?

Per la prima volta 27 paesi di tutto il mondo si “riuniscono” in una manifestazione comune che non è il solito convegno, ma una sorta di “flash crowd”, cioè una mobilitazione intorno alle tematiche della salute sessuale. Sotto la guida di personale esperto, vari gruppi di persone avranno la possibilità di discutere di diritti sessuali, e di tematiche legate alla sessualità più in generale. Alla fine della giornata tutti i dati verranno raccolti (è infatti prevista una trascrizione delle tematiche discusse nei gruppi) e inviati alla società mondiale. Qui verranno ulteriormente elaborati per ottenere una fotografia che descriva la situazione attuale, ma anche per suscitare nuove riflessioni. Si tratta di una prima tappa di un progetto più ampio.

Cosa è stato organizzato in Italia?

Ci sarà un’iniziativa a Roma, alla Sapienza, nel cortile della facoltà di Psicologia dove si terrà un incontro che metterà al centro i protagonisti delle varie generazioni e delle diverse minoranze sessuali senza discriminazioni o pregiudizi. Il tutto in un clima di gioia e gemellaggio tra i tanti e diversi Paesi e realtà socio-culturali.

Cosa si intende per “salute sessuale”?

La definizione, ripresa dall’Organizzazione mondiale della sanità in collaborazione con la Was, afferma sostanzialmente che c’è salute sessuale dove c’è la possibilità di esprimersi – sempre nel rispetto degli altri – secondo il proprio orientamento, le proprie scelte. C’è un diritto alla felicità anche nella dimensione sessuale che purtroppo viene troppo spesso considerata secondaria. Se ad esempio hai un diabete raramente il clinico ti chiederà se ci sono problemi nella sfera sessuale. L’evidenza scientifica però dimostra che in questa patologia un maschio su due sperimenta impotenza, mentre nella donna si ha difficoltà nella risposta sessuale.

Quali sono gli strumenti più utili per raggiungere questi obiettivi?

E’ fondamentale che si abbia accesso a un’informazione corretta e che se ne possa parlare. Ma ancora più essenziale è la prevenzione che deve avere luogo nelle principali agenzie formative: la famiglia per i bambini e la scuola per gli adolescenti. Troppo spesso, invece, si riesce a mettere in campo solo interventi spot, senza risorse dedicate. Si può fare molto per cambiare il comportamento delle persone ma si fatica a mettere insieme delle politiche specifiche sull’educazione sessuale. Quando va bene si fanno interventi molto brevi – mentre le ultime linee guida elaborate insieme all’Istituto Superiore della Sanità richiederebbero interventi più organici, dove insieme alle informazioni si offre anche “peer education”, coinvolgendo i ragazzi con giochi di ruolo.

Quali sono i benefici di una “sana e consapevole libidine” (citando Zucchero)?

Un’educazione sessuale che parte dall’identità di genere, che è poi il vero problema, può avere effetti benefici sul modo in cui si vive il rapporto amoroso di coppia e sulla consapevolezza del proprio corpo e delle proprie emozioni. L’educazione sessuale può rendere più equipaggiate le persone, abbassando così la quota di sofferenza che si trova nella “normalità” di tutti i giorni.

Cosa possono fare le associazioni deputate alla promozione della salute sessuale?

La Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica, di cui sono socio fondatore e il cui presidente è Salvo Caruso dell’Università di Catania, sta cercando ad esempio di fare “pressione” sulle istituzioni perché passi una legge sull’educazione sessuale, di cui siamo totalmente sprovvisti in Italia.

Come rispondono le istituzioni a questo tipo di “pressioni”?

Semplicemente non c’è reazione. Consideri che la prima proposta di legge per tentare di disciplinare questo ambito risale al 1902… Mi viene da dire che c’è un gran peso del Vaticano in tutto ciò. Tant’è che non c’è nessuna differenza tra governi di centrosinistra e centrodestra: si ha paura di perdere i voti dei “cattolici”, ma non si pensa che anche i cattolici si confrontano tutti i giorni con questi problemi nella vita reale.

Negli Stati Uniti esiste una materia obbligatoria nelle scuole denominata “Health” dove si affrontano anche le tematiche legate allo sviluppo sessuale. Potrebbe essere questa una soluzione?

Non credo. Purtroppo non basta l’organizzazione. Bisogna anche accertarsi che passino le politiche corrette. Ad esempio durante l’amministrazione Bush abbiamo assistito a una regressione poiché il presidente finanziava una “campagna pro verginità”. Temo che le classi di “Health” siano state in questo caso strumento per la diffusione di campagne governative che vanno contro qualsiasi tipo di evidenza scientifica. I ragazzi ancora oggi continuano a non usare il preservativo. Sarebbe molto importante invece esporre le giovani generazioni a messaggi positivi legati all’uso del preservativo, utilizzando adolescenti in cui potersi identificare.

Insomma la rivoluzione sessuale degli anni ’60 non è servita a niente?

Sono passati quarant’anni e abbiamo visto profondi cambiamenti di costume. Nonostante ciò oggi assistiamo ancora agli stupri che non calano, alle donne svantaggiate sul lavoro, a fenomeni prettamente sessuali come la prostituzione, le escort, la ‘sex addiction’ su Internet, i divorzi in aumento. Mi sembra che tutto ciò stia a testimoniare ancora un grandissimo malessere. Il nocciolo duro della questione è la sessualità come la si dà per scontata oggi, così accessibile. Sono cadute le ipocrisie, si sbatte il sesso in prima pagina. Ma quale sesso, però? C’è un successo della pornografia senza precedenti. Senza essere moralisti, uno si domanda il perché. A quale bisogno risponde tutto questo?

L’università si propone come attore capace di innescare il cambiamento?

Noi ce la mettiamo tutta ma in questo momento l’università è in ginocchio. Si sta dimostrando un disinteresse per il futuro di un Paese intero. Trovo ottusa questa miopia che non prevede alcuna empatia per le generazioni che verranno… In questo quadro fosco però, trovo che l’iniziativa del 4 settembre sia come un faro nella notte, a dimostrazione del fatto che ci sono ancora persone che, condividendo problemi e speranze, lottano per una qualità della vita sessuale e affettiva migliore.

Per saperne di più:

www.worldsexology.org/

www.sessuologiaclinicaroma.it

www.fissonline.it

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03 settembre 2010

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/03/giornata-mondiale-della-salute-sessualeper-litalia-e-un-faro-nella-notte/56279/

Nuova Zelanda, sisma di magnitudo 7,2. A Christchurch crolli e danni ai ponti / VIDEO

Nuova Zelanda, sisma di magnitudo 7,2
A Christchurch crolli e danni ai ponti

https://i1.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20100903_christchurch-terremoto.jpg

Panico nel cuore della notte. Crollata una chiesa, black-out

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ROMA (3 settembre) – Un terremoto di magnitudo 7,2 ha colpito la Nuova Zelanda alle 4,35 del mattino ora locale. L’epicentro è stato localizzato nell’isola meridionale, a una profondità di 16 km, a 30 km da Christchurch, la seconda città del paese con i suoi 350mila abitanti. Ampie zone della città sono rimaste al buio, mentre sono saltate le linee telefoniche. Non è stato diramato alcun allarme tsunami.

Ponti ed edifici danneggiati. Le autorità hanno ordinato l’evacuazione delle zone collinari intorno alla città, dove la scossa si è sentita con più intensità. Gli abitanti di Christchurch, svegliati alle prime luci dell’alba, si sono riversati nelle strade. «C’è una fila di negozi davanti a me completamente distrutta», racconta Colleen Simpson a The Press. La polizia riferisce di ponti danneggiati. In città sono state avvertite almeno sette scosse di assestamento. Il sisma è stato avvertito anche a Wellington.

Una chiesa è crollata nel centro della città, racconta un testimone all’Ansa. «Una chiesa è caduta a Latimer square, in pieno centro, e ci sono molti edifici lesionati – ha detto Fiorenzo Peloso, originario di Aosta – Siamo stati svegliati in piena notte. Una scossa terribile. In casa è caduto tutto, ma la struttura è di legno ed è rimasta in piedi. Sono scattati immediatamente i soccorsi. Il sindaco alla radio sta dando le direttive, e ognuno cerca di aiutare chi è in difficoltà, davvero un grande esempio di efficienza». Al momento, non risultano vittime. Danni si registrano anche in altri centri a sud di Christchurch.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=117348&sez=HOME_NELMONDO&ssez=

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7.0 Magnitude Earthquake In New Zealand

DATI INPS – Vola la cassa integrazione: +60 per cento rispetto al 2009

DATI INPS

Vola la cassa integrazione: +60 per cento rispetto al 2009

Nei primi otto mesi del 2010 l’Inps ha autorizzato 826,4 milioni di ore. Boom per quella in deroga ad agosto

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ROMA – Nei primi otto mesi del 2010 l’Inps ha autorizzato alle aziende italiane l’utilizzo di 826,4 milioni di ore di cassa integrazione con un aumento del 60,5% rispetto allo stesso periodo del 2009. Lo fa sapere lo stesso Istituto di previdenza ricordando che quasi il 25% del totale delle ore richieste dalle imprese è rappresentato dalla cassa integrazione in deroga, strumento che nei primi otto mesi dell’anno scorso pesava per meno del 10% sul dato complessivo.

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I DATI DI AGOSTO – Le ore di cassa integrazione autorizzate ad agosto alle aziende italiane diminuiscono del 32,7% rispetto a luglio ma aumentano del 40,1% rispetto ad agosto 2009. Lo rileva l’Inps precisando che nel mese appena trascorso le aziende hanno chiesto 76,5 milioni di ore a fronte dei 54,6 milioni chiesti nello stesso mese del 2009. Quasi la metà delle ore di cassa integrazione chieste sono state di cassa in deroga (35,5 milioni) mentre quelle di cassa integrazione ordinaria e straordinaria con 41 milioni di ore nel complesso sono risultate in lieve diminuzione rispetto al 2009 (42,4 milioni le ore autorizzate nell’agosto 2009). La cassa in deroga nel mese è quasi triplicata passando da 12,1 milioni a 35,5 milioni. (fonte Ansa)

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03 settembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/economia/10_settembre_03/cassa-integrazione_af3a99dc-b77a-11df-b2c1-00144f02aabe.shtml

Alfano, i soldi e la ‘ndrangheta (ovvero: come ti contrasto la mafia)

Alfano, i soldi e la ‘ndrangheta

A.A., cercasi..

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di Jacopo Fo

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Ieri sera ho fatto un salto sulla sedia ascoltando il Tg di Rai News24 (e diciamolo che quello di Corradino Mineo è di gran lunga il miglior Tg oggi in Italia!!!). Ho pensato che la giornalista avesse sbagliato a leggere affermando che il ministro della Giustizia Angelino Alfano, dopo l’attentato e le lettere minatorie contro i giudici di Reggio Calabria ha deciso uno stanziamento straordinario di 45.000 euro lordi (quarantacinquemila). Oggi ho verificato sulle agenzie di stampa e ho appurato che la giornalista non si era sbagliata. Sono proprio 45.000 euro. LORDI!

La procura di Reggio Calabria sta conducendo una battaglia dura contro la ‘ndrangheta, i risultati si vedono. Tanto che questa organizzazione criminale, che ha un fatturato stimato intorno ai 45 miliardi euro, è evidentemente in difficoltà e intenzionata a mettere in atto ritorsioni contro giudici e forze dell’ordine. E non è che Alfano non lo capisca, infatti dice: “…In considerazione dell’innalzamento dell’esposizione a rischio dell’incolumità dei magistrati che operano negli uffici giudiziari reggini“, ci si impegna a “fronteggiare, in tempi brevissimi, le richieste per il potenziamento dei mezzi, delle risorse e del personale di questi uffici“… “Si provvederà a uno stanziamento aggiuntivo di fondi per il personale, che ammonta a circa 30.000 euro lordi; mentre per il potenziamento dei mezzi sarà prevista una rimodulazione delle risorse di quasi 15.000 euro“.

Direi un intervento a dir poco risibile. Quel QUASI 15.000 euro fa tenerezza. A 15.000 non ci arrivavano proprio.

Ma questo nuovo, lauto finanziamento non può certo scalfire la situazione drammatica dei tribunali calabresi che sono a corto di tutto. Alfano nel gennaio 2010 ha deciso di mandare 6 rinforzi. La delibera approvata all’unanimità dal Consiglio Superiore della Magistratura, il 3 febbraio 2010, ci dice che a quella data i posti vacanti erano ancora 81.

Qualcuno dirà: “Ha fatto quel che poteva.”

Ma non è così. Maroni, ha fatto qualche cosina di più sostanzioso, mandando 121 agenti a gennaio. Alfano solo 6.

E non è proprio una questione di denaro.

Infatti la sopracitata delibera
del Consiglio Superiore della Magistratura, ci informa anche che grazie al lavoro dei giudici calabresi nel 2009 “sono stati sequestrati beni per un valore complessivo di circa 300-400 milioni di euro (collocando la sezione al secondo posto in Italia, dopo Palermo e prima di Napoli) e appaiono in crescita esponenziale.” E credo che si sia d’accordo nel valutare che i costi complessivi del sistema giudiziario calabrese sono ampiamente ripagati dagli utili per lo Stato derivanti dai sequestri di beni dei gruppi criminali. Quindi investire nel buon funzionamento della giustizia calabrese sarebbe oltretutto economicamente conveniente.

Peraltro è da notare che non si possono descrivere i giudici calabresi come i soliti fannulloni. Sempre la delibera del Consiglio Superiore della Magistratura, ci informa infatti che: “nel solo primo semestre del 2009 sono state iscritti 236 nuovi procedimenti di prevenzione (a fronte di una sopravvenienza media negli anni precedenti di 30 procedimenti)” e che tutta l’attività giudiziaria ha avuto un notevole incremento.

L’unica obiezione a questa mia critica ad Alfano può essere che attualmente il sistema di sequestro dei beni criminali è complesso e lento. Allora perché il governo “del fare” non semplifica la legge? Non sarebbe più urgente questo dei problemi sessuali e giudiziari di B.?

Certo se la legge sugli espropri dei beni criminali e sul loro utilizzo cambiasse potremmo rendere rapidamente disponibili le risorse sequestrate per finanziare l’attività dei tribunali. La giustizia italiana diventerebbe addirittura un’attività economicamente in attivo…

In effetti alcuni disegni di legge che risolverebbero questo problema giacciono nei cassetti del parlamento dal 2007. Avevano come primo firmatario il senatore D’AMBROSIO, insieme a CASSON, FINOCCHIARO, VIOLANTE, Massimo BRUTTI,  PECORARO SCANIO, Furio COLOMBO, MACCANICO, FORMISANO, Franca RAME e parecchi altri (vedi: Dieci leggi per salvare l’italia).

E per inciso credo
che se riusciremo a costruire una coalizione elettorale l’approvazione di queste proposte di legge dovrebbe essere in cima al nostro programma politico.

Ma che il ministro Alfano in realtà remi contro il buon funzionamento della giustizia lo dimostra anche un altro fatto increscioso che denunciamo da tempo: la Legge Bavaglio non è passata ma comunque stanno togliendo alla magistratura gran parte delle possibilità di intercettare realmente. Ci sono riusciti in un modo semplice. Non pagano 450 MILIONI DI EURO alle aziende che forniscono attrezzature e servizi necessari per effettuare in pratica queste intercettazioni. Queste aziende si sono unite in associazione (Iliia) e da anni protestano e annunciano ora il tracollo di tutto il settore, alcune aziende hanno già chiuso…

Che dire di un governo che non vuole incassare le risorse sequestrate dalla magistratura per essere sicuro di non avere i soldi per gestire efficientemente la repressione della criminalità e far funzionare i tribunali?

Che dire di un governo che non rispetta la legge rifiutandosi di pagare i debiti dello Stato?

E vorrei anche notare che in Italia sta succedendo un notevole miracolo, grazie all’impegno eroico di forze dell’ordine e giudici si sta colpendo duramente la criminalità organizzata. E questo non a causa del lavoro del ministro Alfano ma nonostante il ministro Alfano acerrimo nemico dei giudici comunisti e delle intercettazioni telefoniche.

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03 settembre 2010

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/03/alfano-i-soldi-e-la-ndrangheta/56277/

UMILIARSI A VICENZA – Vuoi fare la cameriera? Basta sfilare in bikini: la più bella avrà il posto di lavoro al bar

Vuoi fare la cameriera? Basta sfilare in bikini: la più bella avrà il posto di lavoro al bar

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Il concorso di bellezza scatta domani ed è riservato alle aspiranti cameriere di un locale di Tezze sul Brenta. Le ragazze verranno giudicate dai titolari e dai sei clienti più affezionati

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VICENZA, 3 settembre 2010 – E’ pur vero che un bell’aspetto aiuta, nella vita, ma nella società dell’immagine non era ancora successo, a nostra memoria, che per avere un posto di lavoro le aspiranti debbano salire su una passerella. E invece è proprio quello che succederà a Tezze sul Brenta, in provincia di Vicenza, dove il premio di un concorso di bellezza sarà il posto da cameriera in un bar.

L’ideona è venuta ai titolari, padre e figlio, del “Tnt”, convinti che una bella cameriera  può far guadagnare clienti all’esercizio. Le aspiranti si presenteranno domani sulla passerella di “Miss Tnt Pub”, riporta il Corriere del Veneto, e verranno giudicate da una giuria composta dai sei clienti più affezionati del bar e dal proprietario.

Finora si conta una decina di aspiranti miss-cameriera, tutte tra i 18 e i 30 anni – come da regolamento – e tutte  residenti nel bassanese. Sono previste sfilate in abito elegante, in tenuta da lavoro e dulcis in fundo in costume da bagno. In più devono cercare di superare alcune prove pratiche.
“L’idea e’ stata apprezzata – spiega Aurelio Zarpellon 49 anni, uno dei titolari – e non e’ detto che possiamo riproprorla tra sei mesi”.

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fonte:  http://qn.quotidiano.net/cronaca/2010/09/03/379197-vuoi_fare_cameriera_basta_sfilare_bikini_bella_avra_posto.shtml

Scuola, protesta dei precari a Napoli Caos in centro: traffico paralizzato / Video

Scuola, protesta dei precari a Napoli
Caos in centro: traffico paralizzato

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NAPOLI (3 settembre) – In circa 200 persone, docenti e personale Ata precari della scuola campana, da stamattina, a Napoli, stanno effettuando un presidio di protesta davanti alla sede dell’Ufficio scolastico regionale. I precari, molti dei quali hanno dormito tutta la notte in tenda proprio davanti all’ex provveditorato al Ponte della Maddalena, chiedono al ministro Gelmini il ritiro dei tagli al personale della scuola.

Sul posto sono presenti gli uomini della polizia, coordinati dal vice questore Pasquale Trocino, dirigente del commissariato Vasto Arenaccia. I precari hanno deciso questa mattina di attuare un blocco del traffico nella zona. Una ventina di autobus – il cui stazionamento è nei pressi della sede – sono incolonnati, fermi a causa della protesta dei manifestanti. Le auto vengono invece dirottate dalle forze dell’ordine su via Marina. Una precaria è salita sul tetto della direzione e ha fissato ai pennoni una bandiera del coordinamento precari della scuola. Alla protesta partecipano i rappresentanti di diverse sigle sindacali.

Tutte le sigle sindacali, Cgil, Cisl, Uil e Cobas insieme alla Gilda, Snals e Rdb stamani hanno partecipato al presidio che in realtà è il prolungamento della protesta già organizzata ieri dal coordinamento precari napoletani. Per stamani, infatti, era stata organizzata una manifestazione dalla Uil poi confluita nel presidio del Ponte della Maddalena.

I precari, nella maggiore parte dei casi da molti anni in graduatoria, chiedono più soldi e più cattedre anche alla luce dei nuovi tagli previsti al sostegno comunicati dal ministero alla direzione scolastica regionale solo due giorni fa.

«Il mondo della scuola campana ha subito tagli quasi del 17 per cento – dice Luigi Panacea, della Uil scuola – prima si è parlato di un incremento del sostegno con 1788, confermato dal ministero e poi lo stesso ministero li nega riducendoli a 500. Non si può portare avanti la scuola campana con i soli mille posti assegnati quest’anno e infatti il direttore Pietro Esposito lo aveva capito e ci era venuto incontro. È inconcepibile».

Della stessa opinione anche le altre sigle sindacali. «A noi pare che la situazione sia esplosiva in tutto il Paese – dice Francesco Amodio dei Cobas – forse la Gelmini non sta gradendo le proteste, ma non si annunciano posti di lavoro e poi si ritirano. Sarà solo una mia illazione ma questi tagli mi sanno tanto di punizione». Sotto accusa, insomma, i tagli alle cattedre, ma non solo. Anche il ritorno al maestro unico che ha tagliato definitivamente le gambe a migliaia di precari della scuola primaria. Da due anni infatti non si fanno assunzioni in Campania per la scuola primaria, ovvero alle elementari, e con molta probabilità non si faranno neanche nei prossimi anni.
«Sui tagli dobbiamo ancora aspettare qualche giorno per avere la definitiva conferma sui numeri – dice il direttore dell’Urs Campania, Pietro Esposito – sono in continuo contatto con Roma. Sul maestro unico entrato in vigore con la riforma, voglio ribadire che sono figlio di questo sistema con un unico insegnante, e concordo in toto con il principio che ha guidato il ministro Gelmini in questa riforma e con l’innovazione in tal senso».

Tuttavia è proprio il ritorno al maestro unico, secondo i precari, a essere il vero problema della Campania. Insieme ai docenti, anche gli Ata: centinaia di loro ha perso il posto, altri non saranno mai assunti. «Eppure è grazie a noi che si aprono le classi – dicono – che le scuole sono pulite e sicure. Ma questo forse alla Gelmini non interessa affatto».

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03 settembre 2010

fonte:  http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=117258&sez=NAPOLI

Napoli, Tagli alla scuola, protestano i docenti e i precari – Lunaset.it

Caos scuola, altolà dei vescovi: «Nessuno speculi sulla pelle dei ragazzi»

DURO MONITO DELL’AVVENIRE DOPO LA POLEMICA SUI PRECARI CHE NON SI POSSONO «ASSORBIRE»

Caos scuola, altolà dei vescovi
«Nessuno speculi sulla pelle dei ragazzi»

«Avvio dell’anno confuso e con ombre. Dal ministro Gelmini partita personale e politica»

MILANO – Nell’anno scolastico che sta per cominciare «non si guardi ad altri interessi» che non siano quelli dei ragazzi», non si sfrutti il loro nome per richieste e pretese, per quanto comprensibili. Non si faccia carriera sulla loro pelle». Il che vale «per il Ministro, e per ogni adulto che ha una funzione nella scuola». Il duro monito è contenuto in un editoriale del giornale dei vescovi Avvenire, che esce all’indomani della conferenza stampa del ministro Maria Stella Gelmini.

LA POLEMICA – «La signora ministro – afferma l’articolo – ha affrontato con gagliarda e dunque controversa volontà riformatrice sia l’Università che la scuola. Una partita personale e politica su cui sta scommettendo molto». Sulla quale il giudizio dei vescovi rimane sospeso. Nonostante gli sforzi, infatti, anche per «interessi corporativi» e i «molti problemi lasciati per strada» «anche quest’anno il panorama dell’avvio» del nuovo anno scolastico appare – a giudizio di Avvenire – «confuso e pieno di ombre». «Speriamo – auspica l’articolo – che prevalga in tutte le parti la buona volontà di salvaguardare l’essenziale», e di evitare, anche e soprattutto «là dove le condizioni non sono buone» che «si esacerbi il tutto, ma si faccia in modo che i bambini e i ragazzi non patiscano maggiore disagio». In giro – osserva Avvenire – «ci sono un sacco di furbastri che campano sulla e nella scuola e però dei ragazzi gliene interessa assai meno del giusto». Mentre «trattare male la scuola – avverte il giornale dei vescovi – è «il reato più grave oggi in Italia», oltre che un peccato ignominioso. E chi lo fa meriterebbe di essere portato davanti ad un «plotone di esecuzione» di ragazzi armati di «pistole ad acqua, elastici, schioppi di legno o mitragliette con i suoni elettronici». Un plotone che, a guardare come vanno le cose «sarebbe schierato dalla mattina alla sera».

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03 settembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_settembre_03/gelmini-scuola-avvenire_297600a4-b74b-11df-b2c1-00144f02aabe.shtml

Sprechigi: ecco i 90 comitati (spesso inutili) della presidenza del Consiglio. E costosi

Sprechigi

Dalle radio della Guerra Fredda alla “Memoria del Futuro”, dal Concordato alla biosicurezza: ecco i 90 comitati della presidenza del Consiglio. Uffici spesso inutili ma con migliaia di poltrone e consulenze

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di Tommaso Cerno e Primo Di Nicola

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C’è un ufficio a Roma che teme ancora la Jugoslavia comunista. Un comitato, inventato nel 1956, con il compito di regolare le trasmissioni della neonata Rai nel territorio di Trieste. Divisa in zone dopo la seconda guerra mondiale. Bene, quell’ufficio esiste ancora. Poco importa se il muro di Berlino è crollato, i confini non ci sono più, la Slovenia fa parte dell’Unione europea e la Rai si vede bene pure da Lubiana. Ad aprile il governo Berlusconi l’ha rinnovato per l’ennesima volta con precisione svizzera. Un presidente e un drappello di consulenti scelti fra esperti ministeriali, direttori in pensione ed ex politicanti a caccia di un posto al sole. A Trieste nemmeno si ricordavano di doverli indicare: «Non lo dica a noi, stiamo aspettando i nomi dal Comune e dalla Provincia. In più c’è un membro del ministero delle Poste e un esperto nominato dal governo», ribattono alla presidenza del Consiglio. Pure se lo domandi ai triestini del Corecom, il comitato regionale di controllo sulle trasmissione radiotelevisive, cascano dalle nuvole: «Il comitato statale? Era stato abolito. Abbiamo assunto noi quelle competenze ».

Dopo un paio di giorni,
però, qualcuno ci ripensa: «Forse ci siamo sbagliati, abbiamo le competenze di un altro comitato che adesso non c’è più. Quello potrebbe esistere ancora». Una svista? Macché. Ne sopravvivono a decine di uffici fantasma alla presidenza del Consiglio. Su Internet ne compaiono una trentina al massimo, quelli più attivi.

Ma un elenco completo esiste. “L’espresso” l’ha trovato: novanta strutture spesso doppioni di altre, passate incolumi lungo le due Repubbliche. Nulla ha potuto il rogo delle leggi obsolete appiccato dal ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli. Nulla il taglio degli enti inutili che ha cancellato 480 poltrone giudicate «spreco», lasciandone tuttavia in vita più di mille. Sotto l’ombrello del potente segretario generale Manlio Strano ce ne sono addirittura di più. Capaci di sfilarsi dalla Finanziaria di Giulio Tremonti, che ai ministri ha fatto versare lacrime e al premier ha lasciato le consulenze praticamente intatte.

Così, mentre gli ospedali tagliano letti per far quadrare i conti e la polizia prende il taxi perché non ha i soldi per la benzina, a Palazzo Chigi uno stipendio non si nega a nessuno. Alla faccia della devolution, è a Roma che si studia da decenni la toponomastica di Bolzano. Nomi di strade in tedesco ma conti all’italiana. C’è poi un comitato per la difesa non violenta, uno per l’infanzia e un altro con l’arduo compito di «rafforzare la classe dirigente del Paese». Ci sono gli esperti di sicurezza dei trasporti, quelli del credito agevolato. E c’è un commissario per ogni alluvione, smottamento o temporale si abbatta sull’Italia. Individuarli nel mare dei denari pubblici che annaffiano la Presidenza del consiglio non è impresa facile.

Nei bilanci, infatti,
comitati, commissari e commissioni si mimetizzano fra i capitoli di spesa. Milioni di euro nascosti fra la paga dei dirigenti, il leasing per le nuove auto blu, il boom di missioni estere, arredi e manutenzioni. Eppure anche quest’anno i fondi previsti per foraggiare questi uffici fantasma sono oltre 12 milioni. Di cui circa 2,2 servono a elargire gettoni di presenza. Si passa da super-uffici come il comitato nazionale permanente per Mediocredito che nell’ultimo bilancio pesa per 1 milione 789 mila euro, agli 849 mila del Dipartimento innovazione, ai 424 mila per le politiche comunitarie, fino a 1 milione 105 mila euro per la struttura che avrebbe il compito di rilanciare l’immagine dell’Italia.

«Sono organismi a durata temporanea che si occupano di questioni urgenti», ribattono a Palazzo Chigi. Già. Come quello che ha il compito di attuare gli accordi fra Stato e Chiesa dopo il Concordato del ?€˜29, rivisto nel 1984. Gli uffici sono addirittura due: uno studia l’accordo, l’altro si occupa di interpretare eventuali incomprensioni. Perché, come si dice, due teste sono meglio di una. Soprattutto se a rimborso spese. Quando va bene si riuniscono tre volte l’anno, rivelano alla segreteria, e scavano negli accordi fra Italia e Santa Sede. Se si prova a chiamare Palazzo Chigi per chiedere a che punto siano i lavori e se ci sia qualche nodo irrisolto che ancora sfugge al Paese, la risposta è sempre la stessa: «Le inviamo la pubblicazione prodotta dal comitato. Lì potrete trovare tutte le risposte che vi interessano». Eccola: si intitola “Dall’accordo del 1984 al disegno di legge sulla libertà religiosa”. Niente data. In copertina l’immagine di Giovanni Paolo II in preghiera ad Assisi coi capi delle altre religioni. Era il 27 ottobre 1986. L’introduzione è di Giuliano Amato, quand’era presidente del Consiglio. La prima volta era nel 1992.

Se c’è in ballo un’emergenza, non si bada a spese. L’esempio della Protezione civile fa scuola. La struttura di missione messa in piedi per organizzare gli aiuti a L’Aquila ha fatto schizzare i conti di Palazzo Chigi da 4,2 miliardi a più di 5 miliardi. Un aumento forse indispensabile. Solo che lo stesso meccanismo va avanti da anni anche per la Torino- Lione, che emergenza non è. Nel 2002 fu nominato un comitato per supportare la delegazione italiana per la Tav, nominata già nel 1996 per velocizzare l’opera. A distanza di 14 anni, non soltanto la Torino-Lione ancora non c’è, ma gli organismi pubblici nel frattempo si sono moltiplicati: «Ora stiamo pagando una commissione che fa consulenza a un commissario.

Eppure quel commissario ha già alle sue dipendenze un’altra struttura identica, istituita anche stavolta dalla presidenza del Consiglio, che fa la stessa consulenza », riassumono i giudici contabili. Non bastasse, dal 2005 gli esperti sono cresciuti in numero e costi. Prima ce n’era uno soltanto, poi due, poi tre, fino ai sei attuali. Lo stesso trend della commissione per il recepimento delle direttive europee. Nel 2002, quando l’Italia era appena entrata nell’euro ed era tutto da fare, bastavano 12 esperti per sbrigare le pratiche. Oggi invece ne servono 29. Spesso incompetenti. Secondo la Corte dei conti, infatti, queste figure tecniche «non sempre presentano i requisiti peculiari dell’istituto e appaiono sovrapponibili a quelli dell’amministrazione ». Dubbi anche sui tempi del mandato: «La durata si protrae a tal punto da non poter essere più definita temporanea». Con questo meccanismo, a ogni urgenza corrisponde un nuovo ufficio. Poi l’emergenza finisce e l’ufficio rimane. Durante il governo Berlusconi le strutture di missione foraggiate sono diventate 24. Storie di sprechi una simile all’altra. A partire da quelle che dovrebbero servire, sulla carta, a ridurre la spesa pubblica.

Per tagliare enti e leggi, infatti, era nata la cosiddetta “Unità per la semplificazione”. Tanto ha semplificato da essere passata da 12 a 16 componenti nel giugno 2008. Una squadra di tre dirigenti, pagati per coordinare quattro funzionari, con la possibilità di assumere altri 12 esperti.

Al solito. O come la struttura che dovrebbe valutare l’impatto finanziario delle leggi. Nel 2003 contava 15 esperti, oggi sono saliti a 20 con un impatto finanziario, appunto, che per ora pagano i cittadini. Quando il centrodestra l’ha prorogata nel maggio 2008 ci ha pure aggiunto un posto da dirigente generale con compiti di studio. Al punto da prendersi la censura della Corte che già nell’aprile 2009 parlava di «incarichi non giustificabili». Se anche i tagli sfiorano Palazzo Chigi i superstiti sono sempre parecchi. Basta guardare l’Ente italiano per la montagna. Ha cambiato un paio di nomi, ma è sempre al suo posto. Una sforbiciata di organismi l’ha subita, spiegano a Palazzo Chigi. Peccato che restino in carica un consiglio direttivo e un comitato scientifico, oltre agli immancabili revisori dei conti. Ogni premier sceglie un suo presidente. E così Silvio Berlusconi ha nominato Massimo Romagnoli, un ex deputato di Forza Italia, al posto del prodiano Luigi Olivieri. Nella Finanziaria dei tagli, poi, Tremonti ha lasciato 407 mila euro diretti all’Agenzia nazionale per i giovani. Una missione sponsorizzata da Bruxelles, spiegano al dipartimento di Palazzo Chigi. Ma sorvolano sulla composizione: 34 membri. Il presidente è un ex dirigente dei giovani di Alleanza nazionale, Paolo Giuseppe Di Caro, rimasto fuori dal Parlamento e ripescato su indicazione governativa all’Ang, che gli passa uno stipendio da 101 mila euro. Largo ai giovani, si dirà. Perché Di Caro non si sente di certo solo. A tenergli compagnia, fra dirigenti e collaboratori, c’è una squadra da altri 450 mila euro l’anno.

L’esercito di esperti è quasi sempre fatto di «ex qualcosa»: professore o burocrate, generale in pensione o politico trombato, dirigente o assessore ripescato dal sottobosco dei partiti. Sono loro che mandano avanti la baracca dei comitati. Ce n’è uno per il turismo, che costerà circa un milione. Un altro si occupa di politiche comunitarie e spende 424 mila euro. C’è la struttura permanente per il Mediocredito che chiude a 1,7 milioni e, ancora, il comitato per la minoranza slovena, quello per l’accesso ai documenti amministrativi, per la statistica e per l’innovazione tecnologica. Una commissione assegna invece i vitalizi agli sportivi, un’altra i premi alla cultura, un’altra ancora aggiorna il protocollo dei vip. Secondo la Corte dei conti, questi cosiddetti esperti, tanto esperti non sono. Spesso anzi il curriculum è la fotocopia di profili già presenti (e stipendiati) nella pubblica amministrazione. Quei fannulloni, per dirla con Brunetta, che nemmeno volendo potrebbero fare gli straordinari a piazza Colonna, visto che a sbrigare il lavoro ci pensano i sosia a gettone. E se l’etica nella scelta dei consulenti qualche dubbio lo solleva, in fatto di bioetica l’Italia sta in una botte di ferro. Di commissioni temporanee, diventate permanenti, ce ne sono addirittura due. E quella che si occupa di biosicurezza, tecnologie e scienza della vita conta un numero di dirigenti, esperti e consulenti che da soli fanno un consiglio regionale. Dal presidente Leonardo Santi dell’università di Genova, alla pattuglia ministeriale da 14 delegati fino all’immancabile corazzata di esperti: quindici professori in viaggio verso la capitale da Milano, Napoli o Pavia.

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26 agosto 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/sprechigi/2133149