Archivio | settembre 4, 2010

CATTOLICI E NON – Se la Chiesa gerarchica si ferma a Costantino / Cosa chiedo a (certi) cattolici

Altrachiesa

Se la Chiesa gerarchica si ferma a Costantino

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di don Raffaele Garofalo

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Il leone ferito incute un coraggio inconsueto agli altri animali della foresta. Crescono i tentativi di ribellione contro chi ha affermato il proprio potere con la prepotenza e la forza.
Famiglia Cristiana non è nuova ad alzare la testa contro il sovrano e anche la Chiesa istituzionale, negli ultimi tempi, ha reso pubblico il suo dissenso su alcuni temi. C’è stata la presa di distanza da provvedimenti che contrastano il sacrosanto dovere di accoglienza degli extracomunitari o favoriscono l’illegalità, con la quale tuttavia l’Istituzione risulta, vergognosamente, compromessa. Le ultime prese di posizione del settimanale cattolico e le polemiche suscitate, suggeriscono una riflessione sull’impegno politico della Chiesa.

Quando la gestione della cosa pubblica diventa potere che mortifica l’uomo, il cristiano ha il dovere di porsi dall’altra parte della barricata. Fu la scelta che motivò la condanna di Cristo: “Sobilla il popolo contro di noi”. La missione del seguace del Maestro è contrastare ogni regime, ogni potere, non è credibile una Chiesa che si oppone quando regime e potere sono in decadenza e dal sovrano in disgrazia non può ottenere ulteriori privilegi.

L’errore, ripetuto nella Storia,
ha inizio con la leggenda di Costantino, col motto blasfemo: “In hoc signo vinces”. Il Cristo della pace, dell’amore per il nemico, veniva arruolato… nell’esercito romano. L’uso della spada accresceva il numero dei cristiani, la religione imposta diventava religione di Stato, la falsa donazione dell’Imperatore dava inizio al potere temporale dei papi.

Lungo i secoli la Chiesa ha continuato ad appoggiarsi ai sovrani, ai loro eserciti. Si uccidevano esseri umani, “infedeli”, per liberare le pietre di un sepolcro. Questo raccontavano. Venivano affidati al “braccio secolare” i figli e le figlie della Chiesa che reclamavano il rispetto della propria coscienza, animati dal principio che “lo Spirito spira dove vuole”. Furono condannati movimenti e persone che, dentro e fuori della Istituzione, rivendicavano migliori condizioni di vita per le classi meno abbienti, denunciavano l’urgenza di intraprendere nuove strade della politica sociale.

Era soggetto a censura chi, come Antonio Rosmini, metteva il dito sulle “Piaghe della Chiesa”. Perfino “I Miserabili” di Hugo entravano nell’Indice dei libri proibiti, perché la figura troppo caritatevole di Mons. Myriel veniva associata al movimento socialista insorgente, piuttosto che percepita come testimonianza di un cristianesimo vicino agli emarginati e al loro reinserimento nella società.

Nel ventennio fascista si sosteneva la guerra d’Africa, portatrice della civiltà cristiana (!) tra quelle popolazioni; si benedicevano i gagliardetti e le armi; nelle chiese si pregava per il re e per il duce che si arrogava il diritto di reprimere con la violenza e anche nel sangue le libertà politiche e personali.
In tempi più vicini a noi, un papa dal grande fascino mediatico, che “avrebbe” sconfitto il comunismo, secondo una vulgata mitica più che una oggettiva analisi storica, si affacciava compiacente da un balcone cileno a fianco di un dittatore sanguinario che si professava cristiano cattolico.

Nella sua storia secolare la Chiesa ha offerto esaurientemente l’immagine di chi insegue il potere per interesse di casta, piuttosto che annunciare “la liberazione dei prigionieri, la consolazione degli oppressi” annunciate da Isaia, fatte proprie dalla predicazione di Cristo.
Vanno riconosciuti i meriti di quanti vivono con coerenza il Vangelo e lo testimoniano in ogni parte del mondo, spesso col rischio della propria vita, ma non stiamo parlando della Istituzione, delle gerarchie vaticane che governano la politica della Chiesa.

Nonostante questa ridotta rassegna di “scandali”, la Chiesa sopravvive, nei secoli, ad ogni tempesta. Al di là delle motivazioni “interne”, di Fede, addotte dai credenti, la Scrittura suggerisce una risposta “laica” all’interrogativo che si pone in tutta legittimità.
Oltre al volto scuro del “Dio degli eserciti”, che combatte a fianco del popolo eletto e ordina il massacro dei sopravvissuti dello schieramento avverso, nella Bibbia c’è l’altro volto di Dio: il Dio della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, dall’asservimento babilonese, il Dio “sovversivo” del Magnificat che “rovescia i potenti dai loro troni, rimanda i ricchi a mani vuote, riempie di beni gli affamati”. Con questa doppia “politica” del Dio delle Scritture, la Chiesa si è barcamenata nei secoli alternativamente presente nelle stanze del potere e nelle rivendicazioni dei poveri.

Il Dio battagliero, del potere profano, secondo la parola e la testimonianza di Cristo, è morto col Vecchio Testamento, ma l’Istituzione cattolica costantiniana sembra non essersene accorta.
Secondo il Vangelo e i Documenti Conciliari, la Chiesa deve riappropriarsi della sua coscienza critica, sapersi ribellare ad ogni abuso di potere, come ha fatto contro il mondo comunista sovietico. Diversamente avremo la certezza che essa condanni solo i governi che neghino gli ingiusti privilegi che reclama.

La Chiesa italiana prende ora le distanze da un Berlusconi in caduta libera, da cui ha già ottenuto abbastanza, in attesa di allearsi col prossimo Cavaliere che si presenterà sulla scena, pronta a ripetere con lui il rito costantiniano di compromesso. E’ un racconto millenario.

Se poi risultasse inesatta una tale analisi, perché affetta da “malizia preconcetta”, non resta che affidarsi alla misericordia di Dio. Non il dio del santo (!) Roberto Bellarmino, ma quello del Nuovo Testamento, naturalmente.

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30 agosto 2010

fonte:  http://temi.repubblica.it/micromega-online/se-la-chiesa-gerarchica-si-ferma-a-costantino/

fonte immagine:  http://www.centrostudilaruna.it/la-condizione-degli-schiavi-a-roma-dallimpero-di-costantino-a-quello-di-giustiniano.html

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Cosa chiedo a (certi) cattolici

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di Paolo Flores d’Arcais, Il Fatto Quotidiano, 26 agosto 2010

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Con Dio o senza Dio, cosa cambia?”. Un paio di mesi fa l’arcivescovo di Lucca mi invitava a discutere su questo tema, nella basilica della sua città, in dialogo con padre Enzo Bianchi. Cosa può unire un ateo e un credente in Gesù morto e risorto? Che impegno comune possono realizzare? Questo il cuore di quel pomeriggio di confronto, per me indimenticabile, di fronte a mille persone in stragrande maggioranza cattoliche. Una questione che mi sembra più che mai di attualità nell’Italia che si appresta – nelle prossime cruciali settimane – a decidere il futuro della propria convivenza, se quella indicata dalla Costituzione democratica o quella basata sulla prevaricazione dei più forti. Una questione che l’editoriale di “Famiglia cristiana” rende una volta di più ineludibile.

Affinità e differenze
Un ateo e un credente sono separati dalla fede, ovviamente. Per te, amico cristiano, questa vita è solo un passaggio, un preludio alla vita futura che non avrà mai fine, e quanto avviene nella storia umana, e anzi nell’intera vicenda del cosmo, dal big bang in avanti, ha un senso e uno scopo, nasce dalla volontà di Dio. Per me tutto si gioca e si conclude nella finitezza dell’esistenza, la mia morte sarà come quella di una qualsiasi altra scimmia, di un qualsiasi altro organismo. Tutto tornerà come era prima che nascessi, il mondo senza di me e io nel nulla. Un mondo che non ha alcun senso, che è nato dal caso: il senso, alla vita individuale e collettiva, dobbiamo provare a darlo noi, se ci riusciamo. Ma proprio a partire da qui, tra l’ateo e il cristiano è possibile assai più che alleanze e convergenze, è possibile un agire comune. Cristiano è infatti in primo luogo – o almeno dovrebbe, se la parola vuole avere un senso – colui che ascolta e cerca di applicare il messaggio di Gesù di Nazareth codificato nei vangeli. Dove – aprendo una pagina a caso – viene ricordato che il primo dovere di chi ha fede è quello di stare dalla parte degli ultimi, di dare al povero la metà del proprio mantello, perché è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che per un ricco si apra la porta del paradiso. Dove il Gesù dell’amore e della mitezza diventa furia di intolleranza solo con i mercanti del tempio, perché trasformano un luogo dello spirito in una spelonca di ladri, e con chi dà scandalo ai piccoli, perché sarebbe meglio che si gettasse in mare con una macina al collo, e con i farisei e chi non parla secondo “il tuo dire sia sì sì, no no”, perché ogni “di più viene dal maligno”. Per un ateo, se democratico, e per un credente, se cristiano, l’impegno comune dovrebbe perciò essere la cosa più semplice ed ovvia del mondo. Caro amico che credi in un Dio crocefisso e risorto, sul piano filosofico avremo sempre difficoltà a capirci. Io trovo assurdo che tu possa immaginare che non morirai mai, tu trovi che la mia vita, priva di trascendenza, sia irrimediabilmente impoverita. Ma sul piano civile, della nostra esistenza in comune, nulla ci divide. Uno dei comandamenti dice infatti “non ruberai”, nessun comandamento si preoccupa di cellule staminali, fissazione di Ratzinger e di Giuliano Ferrara, ignota a Gesù, e non certo perché non fossero state ancora scoperte. Ama il prossimo tuo come te stesso, è la sintesi che quel profeta ebreo di Galilea offre per il suo insegnamento. Quel prossimo che è l’immigrato esattamente e anzi più dei fratelli o del padre e della madre (che nei vangeli Gesù tratta tutti più volte con sprezzante durezza). Gesù fa appello alla coscienza di ciascuno, nonall’obbedienzaversoleautorità, verso i sommi sacerdoti di una Chiesa gerarchica che non si è mai sognato di fondare (la chiesa per Gesù è solo il riunirsi di chi ha fede in agape fraterna).

Diktat di obbedienza
Il messaggio terreno di Gesù è un messaggio di giustizia e di libertà.Tra i più radicali, e perciò divenuto paradigmatico di tante rivolte. Il messaggio della Chiesa gerarchica che pretende di avere in monopolio le chiavi della volontà di Cristo è invece divenuto, nei momenti cruciali della modernità, un diktat di obbedienza, volto fin troppo al mantenimento del privilegio. Mentre il padre degli Stati Uniti d’America, Thomas Jefferson, proclama il “muro di separazione” tra chiese e democrazia, tra politica e religione, e in nome non solo dei liberalismo di Locke ma anche della morale di Gesù (di cui pubblica il “vangelo autentico”, epurato di tutte le incrostazioni delle “chiese” che li renderanno “canonici”), i papi si esercitano nell’anatema contro l’autonomia che gli esseri umani cominciano a rivendicare. Questa divaricazione della fede percorre tutta la modernità, ed è oggi più che mai presente. C’è infatti la fede di monsignor Romero, martirizzato dagli squadroni della morte delle oligarchie, e quella di Karol Wojtyla che si affaccia insieme a Pinochet da un balcone (e che mette sullo stesso piano la donna che abortisce e l’SS), come ci fu ieri quella di Bonhoeffer, impiccato per resistenza al nazismo, o di don Minzoni, trucidato dal fascismo, e quella di Pio XII, corrivo verso l’uno e l’altro.

Non sempre la contrapposizione è così netta, ovviamente. E talvolta i due modi di vivere la fede si intrecciano e alternano nella stessa persona. Non possono però mai conciliarsi fino in fondo. I valori del vangelo o la supremazia della gerarchia: ogni credente, alla fin fine, compie una scelta. Il cristianesimo di chi decide il primo corno, quello di tanti “preti di strada” e delle loro associazioni di volontariato, è per molti di noi, atei democratici, una lezione quotidiana di coerenza. Pochi di noi trovano il coraggio di vivere radicalmente i valori di giustizia e libertà fino a quel punto di generosità e abnegazione. E sono proprio queste persone di fede che, in genere, praticano anche una rigorosa laicità, considerano forse peccato l’aborto o l’eutanasia, ma peccato ancor più inammissibile pretendere di negarlo con la violenza della legge a chi peccato non lo considera. Con questi credenti, che spero siano sempre di più, ci aspettano mesi di impegno senza risparmio, sotto la comune bandiera di chi vuole realizzare la nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Contro coloro che vogliono assassinarla.

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fonte:  http://temi.repubblica.it/micromega-online/cosa-chiedo-a-certi-cattolici/

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PER CARITA’, NON CHIEDETELO AL PD – Dove sono finiti i progressisti?

Dove sono finiti i progressisti?

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di Antonio Pascale https://i0.wp.com/temi.repubblica.it/UserFiles/limes/Image/Loghi/fotof_pascale_50.jpg
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L’ITALIANO ERETICO. Con questo articolo iniziava su LimesOnline la nuova rubrica dello scrittore Antonio Pascale, già collaboratore di Limes e uno degli autori del volume “Esiste l’Italia? Dipende da noi”
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Quello che vedete è l’albero della vita, un diagramma disegnato dal biologo Hillis (ed elaborato e colorato da Laura Canali). Vi sono rappresentate tremila specie. I loro nomi compaiono intorno al cerchio, ma sono troppo piccoli perché li si possa leggere.
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La specie Homo sapiens è indicata dalla scritta, voi siete qui. Noi siamo qui, in alto a sinistra, ma in sostanza siamo nel bel mezzo del mare magnum della complessità. Ora, questa meravigliosa complessità è forse la sola ragione che ci spinge a vivere, indagare, analizzare, cercare nuovi strumenti per meglio delimitare la nostra posizione e crescere culturalmente. Ma è anche, questa complessità, motivo di preoccupazioni e ossessioni.
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Essere lì, in quello spicchio di circonferenza turba. E non poco. Vogliamo esserci, desideriamo la visibilità. Reclamiamo la nostra identità. Sarà per questo che giorni fa ho sentito Davide di Porto, un concorrente, nip (sull’isola ci sono i vip e i nip), dell’isola dei famosi dichiarare, con forte accento romanesco, durante una lite: io rappresento Trastevere, tu chi rappresenti? Rappresentare Trastevere. Un quartiere romano. Lo so che può far ridere, ma prendo molto sul serio la suddetta dichiarazione. Perché Davide di Porto, che si può definire un romano de Roma, proprio perché trasteverino, non è mica un caso isolato.
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Cosa reclama Davide di Porto?
Cosa lo rende orgoglioso? E’ chiaro, l’appartenenza a un quartiere e in più, l’appartenenza a un quartiere che secondo lui, definisce, meglio di altri, la romanità. Ma perché poi un quartiere dovrebbe definire la romanità? Non è Trastevere oggi che definisce la romanità, è quello che si pensa sia stato Trastevere un tempo. La poesia di Trilussa, il quartiere popolare, la gente aperta e leale, il cuore aperto, sempre in mano, pronto a essere donato agli altri.
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L’identità si associa sempre al passato. A un passato idealizzato, naturalmente. E siamo o non siamo oggi, vittime di questa identità nostalgica? E se a Davide di Porto sostituiamo alcune figure più prestigiose e moderne, cambia davvero molto? Che cosa rivendica la Lega? L’appartenenza a un territorio e non solo, esprime la paura che questo territorio venga contaminato, noi siamo qui e non abbiamo nessuna voglia di avere a che fare con i vicini di stanza. C’è un territorio che ci è stato consegnato dai Celti, questo territorio, ha una sua cultura, una sua vocazione e una sua tradizione. Io rappresento Trastevere tu rappresenti i celti. Tu a casa tua io a casa mia. Questo territorio naturalmente ha un suo linguaggio dialettale, cioè autentico, parlato dal popolo, passato da generazione a generazione senza subire modifiche.
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Questo dice la Lega. E la sinistra? Fateci caso, la stessa cosa. Una parte della sinistra, rappresentata dai compagni bucolici, per esempio. Quelli che difendono i vecchi sapori di una volta le colture che i vecchi contadini si affannavano a produrre. Anche loro sono convinti che esistono territori vocati alla produzione di uno o più prodotti e che, soprattutto (pensano) questi prodotti siano da sempre esistiti e che per sempre debbano esistere. Non si può modificare l’essenza del trasteverino, né quella del popolo celtico e nemmeno l’essenza dei prodotti tipici.
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Ci troviamo dunque da sinistra a contestare la destra per ragioni che a un attenta analisi si dimostrato insensate. Parte della sinistra la pensa su molte questioni esattamente come la Lega. Il ministro Zaia con la sua difesa dell’identità italiana che si esprime attraverso i prodotti italiani (che non sia mai vengano contaminati) non dice cose diverse da quelle affermate da Carlo Petrini. Insomma, si sospetta che la Lega sia un partito di derivazione (o degradazione) popolare che nasce da una costola del Pci. Sarà pure meno raffinato ma la base di partenza è la stessa.
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La ricerca dell’identità potrebbe essere una cosa saggia a patto che si tenga conto che questa è fortunatamente mutevole, altrimenti vivremmo in un mondo determinato, saremo vittime di un eccesso di condizione o di una presunta vocazione. Non esistono prodotti tipici, come non esistono i Celti, e il dialetto, la lingua, gli strumenti culturali non sono mai oggetti tradizionali, dunque immutabili. Si muovono, si fermano, si lasciano contaminare.
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E’ un albero della vita, la nostra vita. Per scalarlo, sistemarlo, ci vogliono a volte i progressisti, quelle persone cioè, che hanno il gusto dell’analisi e della misura e non prendono sul serio affermazioni come “io rappresento Trastevere” e non per odio verso i trasteverini, ma perché sono convinti che sia sbagliato partire da un modello nostalgico, così idealizzato e perso nel lontano passato. Bisogna essere all’altezza dei tempi, una cosa impegnativa, confrontarsi con la mutevolezza. Da progressisti appunto.
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Ma dove sono finiti i progressisti? Tra tanti trasteverini orgogliosi, leghisti convinti di essere parenti di Celti e compagni bucolici che amano il passato e i vecchi sapori, forse i progressisti si sono ricavati nell’albero italiano un angolino troppo piccolo affinché possa vedersi? Che dite, rivendichiamo anche noi?

Antonio Pascale – scrittore – è autore di Scienza e sentimento (Einaudi 2008), Qui dobbiamo fare qualcosa. Si, ma cosa? (Laterza 2009), Questo è il paese che non amo. Trent’anni nell’Italia senza stile (Minimun Fax 2010).

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22 marzo 2010

Italia-Libia: l’interesse del rais, l’interesse di Berlusconi

Italia-Libia: l’interesse del rais, l’interesse di Berlusconi

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di Lucio Caracciolo
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RUBRICA IL PUNTO. La visita di Gheddafi in Italia ha di buono che ci ricorda chi siamo. Il rais è molto realista e persegue una strategia. Noi no. Gli interessi di Berlusconi non coincidono con gli interessi dell’Italia.
(articolo pubblicato sui giornali locali del Gruppo L’Espresso il 1/9/2010)
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Le visite di Gheddafi hanno questo di buono: ci ricordano chi siamo. Il colonnello è tutt’altro che un pazzo. E’ un politico molto realista, che certo ama divertirsi. Le sue apparizioni romane, con cavalli berberi e belle ragazze al seguito o da convertire, non sarebbero concepibili altrove. Solo noi siamo sufficientemente incoscienti da concederci alle scorribande dell’”alleato” libico, credendo addirittura di fare i nostri interessi.
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Purtroppo le cose non stanno così. Berlusconi non sta facendo gli interessi dell’Italia, ospitando il suo ingombrante amico, più di quanto li facessero l’Italietta giolittiana o quella fascista occupando la Quarta Sponda. Certo, i soci di Tripoli sono ormai parte della storia del nostro sistema economico. Si sono radicati con quote anche rilevanti ai vertici del nostro sistema bancario (Unicredit) o industriale (Fiat), mentre intrattengono relazioni più che privilegiate con l’Eni. E non c’è dubbio che possano contribuire – a modo loro – a frenare il flusso di clandestini attraverso il Canale di Sicilia. Il problema è che mentre loro dimostrano di avere una strategia economico-geopolitica complessiva, noi ci ostiniamo a considerarla superflua. Sicché nei rapporti Roma-Tripoli sono i libici a dettare le condizioni. Persino negli orari e nei contenuti di quella che dovrebbe essere una visita di Stato, ridotta a show mediatico ad uso del colonnello.
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La ragione principale – purtroppo non l’unica – della nostra mancanza di strategia sta nel fatto che la politica estera nazionale coincide, secondo Berlusconi, con i suoi interessi personali. In alcuni casi, non c’è dubbio, gli affari privati del nostro primo ministro possono anche giovare all’insieme del paese. Ma postulare la coincidenza fra Berlusconi e Italia appare piuttosto azzardato. Gheddafi conosce bene questo nostro punto debole e lo sfrutta da par suo. Anche divertendosi. Mentre noi cadiamo nell’autoillusione che le apparenti o effettive bizzarrie del leader libico siano folklore. A differenza dei nostri dirigenti, l’élite libica sa bene quello che vuole. Soprattutto sa come far leva sulle nostre debolezze e sui sensi di colpa, più o meno sinceri, che ci derivano dall’ingloriosa avventura coloniale. Ciò spiega anche perché Gheddafi possa pubblicamente fissare una cifra (5 miliardi) come prezzo del suo contributo al contenimento delle migrazioni africane via Libia in Europa.
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Non conosciamo ovviamente tutti gli aspetti
del più che consolidato rapporto Berlusconi-Gheddafi. Sotto la tenda sono probabilmente intercorse intenzioni e promesse che non verranno alla luce. Ma affidarci completamente alla buona volontà di Gheddafi è piuttosto azzardato. Non solo per quanto riguarda il trattamento piuttosto brusco cui le forze di sicurezza gheddafiane sottopongono i poveracci bloccati sulle coste libiche per evitare che sbarchino da noi. A ben vedere, anche l’influenza libica nel nostro sistema economico, soprattutto bancario, potrebbe rivelarsi meno economica e più geopolitica di quanto appaia. Ma questi sono problemi di troppo ampia prospettiva per poter anche solo essere individuati dal nostro governo.
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articoli di L. Caracciolo
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MONTI REATINI – Terremoto, l’Ingv: previsioni impossibili ma 2% probabilità sisma superiore a 4

Terremoto, l’Ingv: previsioni impossibili ma 2% probabilità sisma superiore a 4

Nota riservata dell’Istituto, valida fino al 7 settembre. Nuove scosse fra L’Aquila e Rieti. Slitta rientro studenti universitari

Un container allestito a Borbona

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ROMA (4 settembre) – Prosegue lo sciame sismico tra Montereale (L’Aquila) e Borbona (Rieti) ai confini di Lazio e Abruzzo, mentre emerge che lo stato di allerta scattato nel territorio fa seguito a una nota riservata dell’Ingv, nella quale si fanno previsioni probabilistiche sull’ipotesi di una nuova violenta scossa entro il 7 settembre.

Dopo le due scosse nella mattinata, alle 5.31 e alle 11.22, entrambe di magnitudo 2, un nuovo evento di magnitudo locale 2.9 – secondo quanto riportato dal sito dell’European-Mediterranean Seismological centre (Emcs) – è stato rilevato a 3 chilometri da Montereale alle 15.27.

La scossa delle 5:31 è stata avvertita dalla
popolazione ma non si segnalano danni a cose o persone. I sismografi dell’Ingv hanno registrato un terremoto di magnitudo 2 a 8,6 chilometri di profondità, tra le province dell’Aquila e Rieti. Tra i paesi più vicini all’epicentro, come nei giorni scorsi, Borbona (Rieti) e i comuni di Barete, Cagnano Amiterno, Capitignano e Montereale, tutti nell’Aquilano.

Le nuove scosse arrivano dopo la notte di paura
fra giovedì e venerdì, quando molte persone – tra quelle che non dormono già in roulotte, macchina o in una casetta di legno – sono uscite di casa per la paura del terremoto. A decine si sono rivolte ai quattro presidi nei comuni di Cagnano Amiterno, Capitignano, Montereale e Campotosto.

L’Ingv: previsioni impossibili, ma 2% probabilità di scossa superiore a magnitudo 4 entro il 7 settembre. Nella nota riservata inviata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia alle autorità locali si fanno previsioni probabilistiche (perché i terremoti non si prevedono) sulla possibilità che si verifichino – fino al 7 settembre – scosse violente nell’area dell’alta valle dell’Aterno e dei monti reatini interessata dallo sciame sismico. Basandosi su calcoli probabilistici e metodi in via di sperimentazione, l’Ingv scrive che c’è il 2% di probabilità di un terremoto di magnitudo 4% o superore e dello 0,1% di un terremoto pari o superiore al 5.5%. «È stata calcolata la probabilità di occorrenza settimanale di terremoto magnitudo secondo il metodo locale maggiore di 4.0 e maggiori di 5.0 con il metodo Etas, metodo probabilistico attualmente in fase di sperimentazioni al Cnt – si legge nella nota -. Le probabilità settimanali di osservare un evento di magnitudo maggiore o uguale di 4.0 nel periodo 31 agosto 2010 – 07 settembre sono uguali al 2%, mentre la probabilità di osservare nel periodo indicato un terremoto di magnitudo uguale o superiore al 5.5 è pari a 0.1%. Le probabilità di background di un terremoto di magnitudo 4.0 (o superiore) è di 0.09%».

Nella nota si sottolinea «che la zona interessata ricade nell’area a maggiore pericolosità sismica nel nostro paese ed è classificata zona 1». Alla nota le istituzioni, dal commissario per la ricostruzione Gianni Chiodi agli stessi scienziati dell’Ingv, hanno reagito senza far mistero della possibilità di nuove forti scosse. Antonio Moretti, geologo dell’Università de L’Aquila, dubita comunque che un’eventuale forte scossa a Montereale possa superare i 5.5 gradi di magnitudo.

Slitta il rientro degli studenti nella Reiss Romoli. L’ordinanza del sindaco Cialente, con cui si impartiscono prescrizioni e chiusure come misure preventive per lo sciame in atto, ha fatto slittare la data di ingresso degli studenti universitari aventi diritto alla borsa di studio e al posto letto nella Reiss Romoli, dove l’azienda per il diritto allo studio universitario (Adsu) dell’Aquila ha in gestione 211 posti. L’ingresso, previsto per il primo settembre, è slittato per ora a lunedì 6. Ci sono stati dei disagi per gruppi di studenti arrivati in città che sono stati sistemati in container riservati dalla Protezione civile all’associazione Giulia Carnevale, intitolata alla studentessa di ingegneria originaria di Sora, morta nel terremoto del 6 aprile. «L’associazione – spiega Giulio Carnevale, padre di Giulia – è ben lieta di aiutare gli studenti che hanno difficoltà in questo momento molto critico, d’altra parte questo tipo di azione interpreta pienamente lo spirito dell’associazione». Se non dovesse attenuarsi, lo sciame provocherà problemi anche per la imminente riapertura dell’anno scolastico.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=117452&sez=HOME_INITALIA

SAN CASCIANO – La suora di clausura va online

SAN CASCIANO

La suora di clausura va online

Le monache clarisse di San Casciano hanno stabilito un contatto virtuale con il mondo. Dal sito del Comune è possibile accedere al nuovissimo spazio web dell’antico Monastero delle Clarisse di San Casciano

Le monache clarisse di San Casciano hanno stabilito un contatto virtuale con il mondo con un sito web linkato dal Comune

“Una sorella ai fornelli, impegnata a preparare il pranzo per la comunità”

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SAN CASCIANO (FIRENZE) – Suore di clausura sì, ma online. Le monache clarisse di San Casciano hanno stabilito un contatto virtuale con il mondo. Dal sito del Comune è possibile accedere al nuovissimo spazio web dell’antico Monastero delle Clarisse di San Casciano: www.clarissesancasc.altervista.org. Digitando questo indirizzo, il cui link è disponibile anche nella sezione parrocchie della rete civica, chiunque potrà sfogliare le diverse sezioni che compongono il portale e conoscere nel dettaglio il monastero, la sua collocazione, l’origine storica, ma anche la dimensione spirituale vissuta quotidianamente dalle clarisse. Nell’area “La preghiera” sono indicati i vari momenti che scandiscono la giornata delle monache: i canti, le celebrazioni, le recite, le letture, l’adorazione eucaristica e le rispettive fasce orarie in cui si svolgono le celebrazioni. Nell’home page è attiva anche una sezione che contiene gli eventi organizzati dalle monache e che è possibile conoscere attraverso una ricerca per data in lingua inglese.

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Le suore di clausura… online

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Ampia l’area delle pubblicazioni: sono una decina gli scritti di Suor Maria Fernanda Dima, abbadessa dell’istituto religioso, pubblicati o editi dal Monastero dal 1996 ad oggi. Tra gli altri Meditazioni sulle “Collette” – tempo di Quaresima, camminare incontro a Cristo – Percorsi Spirituali, Un Monastero per la città: Le Clarisse da Volterra a San Casciano, Parlando di Chiara – Conversazioni di una Clarissa VIII Centenario della nascita di S. Chiara d’Assisi, La libertà nello Spirito. Madre Maria Fernanda Dima ha collaborato con varie riviste di spiritualità e cultura. Il sito ha una funzione informativa come dimostra l’area dedicata ai canti evangelici racchiusi in un cd, edito da Pro Civitate Cristiana di Assisi. Non manca la sezione galleria con le immagini dei luoghi più rappresentativi del monastero tra cui il Coro monastico e l’Altare della chiesa delle Clarisse, l’antico refettorio del monastero, la cui costruzione risale alla fine del Quattrocento, e il luminoso affresco di Lorenzo Cresci, raffigurante l’Ultima Cena, le monache ritratte mentre pregano, mentre lavorano, alle prese con gli eventi natalizi, con la neve caduta in abbondanza nei dintorni dell’edificio religioso.

Un modo dunque, semplice, innovativo e funzionale, per entrare in contatto con le monache senza varcare la soglia del monastero. E se si desidera inviare messaggi di testo è possibile riempire l’apposito campo all’interno della area contatti. Il monastero delle Clarisse è situato in viale San Francesco d’Assisi, n. 40/A a San Casciano in Val di Pesa. «Per noi – ha dichiarato Suor Maria Fernanda Dima – è riconoscere l’importanza della comunicazione nel mondo di oggi che la cultura contemporanea ci offre e che la stessa Chiesa incoraggia ad usare ovviamente nel rispetto dei ruoli e della missione che ogni istituto religioso compie».

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03 settembre 2010

fonte:  http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/2010/3-settembre-2010/suora-clausura-va-online-1703693350275.shtml

BUONE NOTIZIE – Annullata la sfida di Miss cameriera

Poveri cocchi, loro la cameriera la sognavano così..

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Dure proteste dei sindacati: «Non rispettate le leggi»

Annullata la sfida di Miss cameriera

Il titolare del bar di Tezze sul Brenta: «Così salterà un posto di lavoro. Troppe strumentalizzazioni inutili»

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I due titolari del pub: Aurelio e Andrea Zarpellon (Vito Galofaro)
I due titolari del pub: Aurelio e Andrea Zarpellon (Vito Galofaro)

VICENZA – Nessuna bellezza o presunta tale sfilerà sulla passerella del pub “Tnt” di Tezze sul Brenta per tentare di conquistare il posto di lavoro da cameriera promesso alla vincitrice dal titolare dell’esercizio. La sfida di “Miss cameriera” è stata annullata dallo stesso barista Aurelio Zarpellon, 49 anni, che gestisce il pub assieme al figlio Andrea di 20 anni. «Troppe strumentalizzazioni inutili e stupide – dice Zarpellon -, così salterà un posto di lavoro perché rinunciamo all’assunzione di una ragazza. Qualcuno sarà certo contento. Siamo in pochi a lavorare nel locale ma resteremo quelli che siamo, magari faticando un po’ di più». Zarpellon dice di non aver nulla da rimproverarsi, che per questa iniziativa, dopo le prime polemiche, aveva chiesto anche consigli al sindaco. «Mi aveva confermato – spiega – che la serata era mio diritto farla. Ma ho deciso di annullare tutto».

L'annuncio della serata di 'Miss cameriera' fuori dal pub (Vito Galofaro)
L’annuncio della serata di “Miss cameriera” fuori dal pub (Vito Galofaro)

«PROPOSTA DEI GIOVANI» – L’esercente è arrabbiato e amareggiato e non nasconde la propria delusione. «Ma quale sfruttamento – dice -. Voleva essere una festa, una serata un po’ diversa dal solito: così era nata quest’idea, peraltro proposta dai clienti più giovani. Invece è stato strumentalizzato tutto, si è confusa, sbagliando, un’idea divertente con qualcosa di scorretto; non lo avremmo mai immaginato». Per l’uomo è stata pesante anche la pressione mediatica: «Tra venerdì pomeriggio e sabato mattina sono arrivati giornalisti, radio e televisioni da tutta Italia. Non era nelle nostre intenzioni sollevare questo pandemonio, volevamo solo fare festa e consentire ai nostri clienti di scegliere la cameriera preferita, in chiave scherzosa e simpatica. E ovviamente offrire un posto di lavoro a una ragazza del territorio. Peccato che qualcuno non abbiamo capito il senso, a questo punto ho preferito fare un passo indietro. E lo ha fatto anche il livello occupazionale». Il locale sarà regolarmente aperto e si prevede un’affluenza al di sopra della norma con molti curiosi che affiancheranno i clienti abituali. «La morale di questa storia – conclude Zarpellon – è che senza volerlo chi ha voluto metterci i bastoni tra le ruote ci ha fatto una pubblicità pazzesca a costo zero».

SINDACATI: «ILLEGALE» – Tra i più duri critici dell’iniziativa c’era stata la Cgil del Veneto, che venerdì ha chiesto al Comune vicentino di bloccare l’iniziativa «perché celebra – spiega una nota – in un rito da osteria, la svalorizzazione delle persone e del lavoro i cui segnali stanno emergendo sempre più frequenti nelle nostre comunità e perché toglie dignità alle donne che per soddisfare l’aspirazione a un lavoro devono passare per la mercificazione del proprio corpo». La Cgil chiede il blocco del concorso anche «perché il lavoro è cosa nobile e deve vedere prima di tutto premiate le professionalità e le competenze, anche di una ragazza che serve al bar e perché non si può sbandierare, come fa il gestore del locale, il fatto che “ogni sei mesi si ripeterà il concorso” alla stregua di una lavoratrice usa e getta». Secondo la Cgil esistono le condizioni perché il Comune possa minacciare il ritiro della licenza. Franca Porto, segretaria generale della Cisl del Veneto, aveva parlato di iniziativa «triste e misera». «Senza entrare nel merito del mancato rispetto delle leggi che regolano la ricerca di personale – rileva – va aggiunto anche che, in tempi di crisi di lavoro e di disoccupazione specie per le donne, la cosa diventa ancor più offensiva e inaccettabile».

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Redazione online
04 settembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_settembre_04/miss-cameriera-palio-lavoro-annullato_0e0a78a0-b83a-11df-927f-00144f02aabe.shtml

Il figlio di Sakineh: «Condannata a 99 frustate, forse sarà lapidata domenica»

Il figlio di Sakineh: «Condannata a 99 frustate, forse sarà lapidata domenica»

Frattini: «Per salvarla pronto a incontrare il ministro degli Esteri iraniano Morraki»

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Una manifestazione pro-Sakineh a Roma (Polaris)
Una manifestazione pro-Sakineh a Roma (Polaris)

MILANO – Sakineh Mohammadi Ashtiani potrebbe essere lapidata domenica. È l’allarme lanciato dal figlio Sajjad Ghaderzadeh in un’intervista al quotidiano francese Libération. Il 22enne ha diffuso una lettera aperta datata 3 settembre che si riferisce a un articolo pubblicato dal London Times il 20 agosto scorso in cui appare un foto di donna senza velo, in cui sarebbe stata riconosciuta Sakineh.

99 FRUSTATE – «Mia madre – scrive Sajjad nella lettera aperta pubblicata online dall’International Comittee against executions – è stata convocata dal giudice che si occupa della cattiva condotta in carcere ed è stata condannata a 99 frustate sulla base della falsa accusa di diffondere la corruzione e l’indecenza diffondendo quella foto di una donna senza velo che si presume erroneamente sia lei. Non sappiamo – aggiunge il figlio di Sakineh – come il Times sia venuto in possesso di questa foto». Sajjad spiega comunque di essere venuto a sapere che la foto sarebbe stata fornita al giornale dall’ex avvocato di sua madre, Mohammad Mostafei, fuggito in Norvegia nei giorni scorsi. All’avvocato la famiglia Sakineh avrebbe tolto l’incarico giorni fa dopo avergli versato una somma di circa 20milioni di rial, circa 1.500 euro. »Purtroppo – ha continuato Sajjad – continuano a giungerci i suoi commenti». La foto sarebbe di un’attivista politica che vive in Svezia, secondo quanto riferito dall’International Comittee against executions. Il quotidiano ha poi smentito e si è scusato con i lettori, spiegando che l’ex avvocato avrebbe dichiarato di aver ricevuto la foto dal figlio. «Non siamo in grado di incontrarla dal giorno della sua intervista in tv – continua il giovane. – Secondo informazioni giunteci dalle donne che sono state rilasciate la scorsa notte dal carcere femminile, la pubblicazione di questa foto ha dato alle autorità carcerarie una scusa per aumentare il loro accanimento contro mia madre. È stata convocata dal giudice che si occupa della cattiva condotta in carcere ed è stata condannata a 99 frustate sulla base della falsa accusa di diffondere la corruzione e l’indecenza».

FRATTINI – Sulla vicenda interviene anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini: «La vicenda di Sakineh dovrebbe e potrebbe essere per l’Iran un’opportunità per riavviare il dialogo – dichiara il responsabile della Farnesina in un’intervista a Qn. – E se servisse, non sarei affatto contrario a incontrare il ministro degli Esteri Mottaki, anche tra pochi giorni a New York, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu». Frattini afferma che, per salvare la vita di Sakineh, «abbiamo pensato che in questa fase fosse opportuno far sentire la nostra voce anche come esecutivo. Non per puntare il dito contro il governo iraniano ma per chiedergli un gesto di clemenza». «Solo chi non conosce Paesi come l’Iran – è la convinzione del ministro – può pensare che la minaccia di sanzioni potrebbe salvare la vita a questa donna». Invece, riflette il capo della diplomazia italiana, «se mossi da una prospettiva strategica, gli iraniani hanno mostrato di sapersi muovere anche dialogando con l’Occidente», perché «l’Iran rivendica il suo ruolo di potenza regionale ma non può sopportare il peso di un isolamento che rischia di essere politico, economico e anche umanitario nel caso non vi fosse la conversione di questa condanna».

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Redazione online
04 settembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_settembre_04/sakineh-appello-consulta_be1faa84-b813-11df-927f-00144f02aabe.shtml

CINEMA – Fantastica Deneuve, eroina anti-machismo: “Ci siamo ispirati alla politica italiana” / Potiche – Trailer originale sottotitolato in italiano

Fantastica Deneuve, eroina anti-machismo
“Ci siamo ispirati alla politica italiana”

L’intramontabile diva francese protagonista della divertente commedia “Potiche – Quel genio di mia moglie”. E il co-protagonista Fabrice Luchini dice: “Bello interpretare personaggi ignobili come il vostro premier…”

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dall’inviato di Repubblica CLAUDIA MORGOGLIONE

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Fantastica Deneuve, eroina anti-machismo "Ci siamo ispirati alla politica italiana" Catherine Deneuve

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VENEZIA – Un antidoto alla tristezza di molte pellicole festivaliere. Una critica feroce al capitalismo del “pugno di ferro” e delle delocalizzazioni (vi ricorda qualcosa?). Ma soprattutto una denuncia fortissima del maschilismo delle nostre società, e una rivendicazione – in toni divertenti – dei diritti della donna. Attraverso uno straordinario ritratto femminile, una madre di famiglia di età avanzata che si trasforma, nel corso del film, in una vera Giovanna d’Arco dell’auto-liberazione: ruolo che solo lei, l’intramontabile Catherine Deneuve, poteva incarnare, col giusto mix di fascino e ironia.

C’è tutto questo in Potiche – Quel genio di mia moglie, diretto da Francois Ozon, di scena oggi in concorso, con Gerard Depardieu coprotagonista (ma assente qui al Lido). Un forfait, il suo, che finisce per passare in secondo piano. Perché alla presentazione ufficiale sia il regista che Fabrice Luchini, un altro degli interpreti, la buttano in politica. Ozon spiega che a ispirarlo, oltre al trattamento riservato a Segolene Royal nell’ultima campagna elettorale francese (anche lei veniva definita “potiche”, ovvero vaso decorativo o bella statuina, come la protagonista della storia), è stata “la ripresa del machismo nella società e nella politica italiana”. Ma sono le parole di Luchini a chiarire meglio: “Mi piace – dichiara l’attore, che interpreta il viscido e retrogrado marito della Deneuve – interpretare personaggi mediocri, meschini, reazionari, ai limiti dell’ignominia: come il vostro presidente del Consiglio, per intenderci”.

Frasi mica da poco, queste. Anche se in effetti, rileggendo la storia con la chiave di lettura appena fornita da autore e interprete, tutto combacia. Al centro della vicenda, tratta da una celebre piéce teatrale francese, c’è Suzanne Pujol (Deneuve), moglie casalinga e trascurata di un manager di una fabbrica di ombrelli, fedifrago impenitente (Luchini). Siamo nel 1977: quando gli operai sequestrano l’imprenditore dal pugno di ferro la consorte chiede aiuto al deputato comunista locale (Dapardieu), e si ritrova pure a capo dello stabilimento: con risultati sorprendenti, e regalando allo spettatore tanto buonumore.

“E’ un film che vuole far riflettere
sulla condizione femminile – spiega oggi la Deneuve, inappuntabile come sempre col suo tailleur bianco – ancora oggi le donne sono discriminate sul lavoro, retribuite meno degli uomini. Mi piacerebbe se con questa commedia riuscissimo a smuovere un po’ le acque. Le commedie spesso sono bandite dai festival, e questo è sbagliato. Tornando alle donne, certo la situazione è migliorata, anche se lentamente; c’è maggiore libertà; ma c’è ancora tanto da fare. Io stessa in passato mi sono sentita utilizzata, anche a causa del mio aspetto fisico”.

Interpellato invece su se in qualche modo il personaggio di Luchini sia ispirato, oltre che al machismo di certi politici italiani, anche a Nicolas Sarkozy, Ozon si schernisce: “No, io non  credo che il nostro presidente sia macho: credo che ami molto le donne. E poi le cose peggiori sulla condizione femminile nel mio Paese le hanno dette alcuni leader uomini dell’altro schieramento: ad esempio, che se le madri lavorano non c’è chi si occupa dei figli”. Nessun riferimento ufficiale al capo dell’Eliseo, dunque. Eppure quel gallismo impenitente del marito (cinematografico) della Deneuve, ricorda tanto gli sketch-parodia su Sarkò…

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04 settembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/speciali/cinema/venezia/2010/09/04/news/potiche-6760256/?rss

Torino, i grillini e il Popolo viola contestano Schifani alla festa Pd

ItalianSpot | 04 settembre 2010

Un nutrito gruppo di coraggiosi cittadini che vogliono che la mafia stia fuori dalle Istituzioni di questo Paese, ha contestato pesantemente il Presidente del Senato Renato Schifani alla festa del PD di Torino. Al grido di “Fuori la Mafia dalla Stato” agitando “l’agenda rossa” di Paolo Borsellino, i manifestanti hanno ricordato al PD che la presenza di Schifani al dibattino era del tutto inopportuna viste le sue frequentazioni da avvocato prima che diventasse deputato.

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Fassino: «metodi squadristi». Una ragazza: «Scandaloso che ci lascino fuori»

Torino, i grillini e il Popolo viola contestano Schifani alla festa Pd

Fischi e urla contro il presidente del Senato. Duro richiamo di Napolitano

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La contestazione dei Grillini e del Popolo Viola durante il dibattito del Presidente del Senato Renato Schifani e di Piero Fassino alla festa del Pd (Ansa)

(Ansa)

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TORINO – Tensione alla festa nazionale del Pd tra un gruppo di manifestanti, gli esponenti democratici e Renato Schifani. Tutto inizia quando un gruppo di attivisti del MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo e del Popolo viola inizia la sua protesta contro il presidente del Senato davanti alla tensostruttura nel centro di Torino. I manifestanti – che ripetono lo slogan “Fuori la mafia dallo Stato” e che hanno in mano un’agenda rossa, riferimento al magistrato Paolo Borsellino ucciso dalla mafia nel 1992 – chiedono di entrare per assistere all’incontro con Piero Fassino e rivolgere qualche domanda a Schifani, ma le forze dell’ordine impediscono l’ingresso ai contestatori. Questo scatena la rabbia dei grillini che, assiepati contro le transenne che delimitano il perimetro dell’area Norberto Bobbio, iniziano a urlare e fischiare. «È scandaloso che alla festa di un partito che si definisce democratico – spiega Simonetta, una delle manifestanti – ci lascino fuori. Noi vogliamo semplicemente entrare ed ascoltare e fare delle domande a Schifani sull’attuale situazione politica italiana». «Se volete manifestare lo fate fuori dall’area della festa – risponde il segretario provinciale del Pd, Gioacchino Cuntrò – se foste stati invitati vi avremmo lasciati entrare».

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La contestazione a Schifani La contestazione a Schifani La contestazione a Schifani

La contestazione a Schifani La contestazione a Schifani La contestazione a Schifani La contestazione a Schifani La contestazione a Schifani

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LE REAZIONI SUL PALCO – Lo stesso Schifani, interrotto durante il suo intervento, replica duramente ai manifestanti: «Siete un esempio di antidemocrazia, perché volete impedire a due personalità politiche di parlare». Ed ancora: «Sono onorato – dice Schifani – di partecipare a questo dibattito e non saranno i vostri fischi ad impedirmi di parlare». I fischi e i cori però continuano. E allora interviene lo stesso Fassino: «Abbiamo letto sui giornali in questi giorni che c’è qualcuno che ha tentato di organizzare squadre di contestatori a Fini e li abbiamo definiti squadristi. È lo stesso metodo. Vorrei dire a chi sta urlando di provare ad ascoltare, la festa del Pd è un luogo dove si discute e si mettono a confronto le idee».

L’INTERVENTO – Proseguendo il dibattito, Schifani commenta l’attuale situazione politica: «Se non sarà possibile» ricompattare la maggioranza e mandare avanti la legislatura, afferma il presidente del Senato, «tutto va nelle mani del capo dello Stato, al quale tutti ci rifacciamo, al quale spetta secondo la Costituzione l’ultima parola». «Lui è garante della Costituzione – spiega Schifani – lo è sempre stato. Ha dimostrato di essere impeccabile in ogni momento della vita del nostro Paese. È un grande statista, ha un grande senso dello Stato, un grande senso di responsabilità e saprà lui fare le scelte migliori nel caso in cui la maggioranza dovesse andare in crisi. Saprà essere sempre rispettoso della Costituzione reale, di quella attuale a cui tutti ci dobbiamo inchinare”. Schifani auspica però che non si torni ad elezioni anticipate. «Ogni interruzione – dice – è dannosa per la convivenza civile ed economica».

IL RICHIAMO DI NAPOLITANO Sull’episodio è intervenuto il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che ha sottolineato la «preoccupante degenerazione» del confronto politico nel Paese: «Il tentativo di impedire con intimidatorie gazzarre il libero svolgimento di manifestazioni e discorsi politici è un segno dell’allarmante degenerazione che caratterizza i comportamenti di gruppi, sia pur minoritari, incapaci di rispettare il principio del libero e democratico confronto e di riconoscere nel Parlamento e nella stessa magistratura le istituzioni cui è affidata nel sistema democratico ogni chiarificazione e ricerca di verità». La nota del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, giunta pochi minuti dopo i fatti di Torino continua così: «Deploro vivamente l’episodio verificatosi oggi a Torino ai danni del presidente del Senato e ogni forma di contestazione aggressiva sia verso figure di particolare responsabilità istituzionale sia verso qualsiasi esponente politico nell’esercizio della sua inconfutabile libertà di parola e di opinione».

GRILLO: «È SOLO L’INIZIO» – Al richiamo del Colle si mostra sorda Beppe Grillo, ispiratore del MoVimento 5 Stelle: «Questo è solo l’inizio. Devono rendersi conto che è finita. Che si blindino con i poliziotti antisommossa, chiamino Maroni e l’esercito. Paghino la gente che va ai comizi per applaudirli. Oppure se ne vadano a casa». Così Grillo ha commentato le contestazioni di Torino al presidente del Senato: «Io non sono l’autore o il sobillatore, io interpreto quello che vedo e che sento: la gente non ce la fa più», ha aggiunto Grillo, per il quale i grillini sono «persone educate, perbene che manifestano un pensiero assolutamente giusto».

LA TELEFONATA DI BERSANI – Più tardi, Schifani riceve la telefonata del segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani, che gli esprime solidarietà e profondo rammarico per quel che è avvenuto. «Il dibattito politico, anche il più aspro – afferma Bersani – deve segnare un confine netto con la prepotenza e la prevaricazione. Le nostre feste vivono come luoghi aperti di incontro e di discussione politica. Così le abbiamo volute, così sono e saranno. Qualcuno si levi dalla testa di poterci intimorire o farci derogare da questa scelta».

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Redazione online
04 settembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_settembre_04/festa-democratica-schifani-popolo-viola_ae7a413e-b831-11df-927f-00144f02aabe.shtml

FRANCIA – Rom, in migliaia in piazza a Parigi. 130 città contro le espulsioni

Rom, in migliaia in piazza a Parigi
130 città contro le espulsioni

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La Francia scende in piazza per i romGuarda la Photogallery

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Manifestazioni anche in Europa. “No alla politica disumana di Sarkozy”. Malgrado questa massiccia adesione, però, i sondaggi continuano a mostrare come oltre la metà dei francesi sostenga la linea dura del governo

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PARIGI – Per una volta si è riunita anche tutta la gauche francese, in prima fila oggi a Parigi nella manifestazione anti-xenofobia che è partita da place de la Republique. In prima fila, in quella che è considerata la grande protesta contro il presidente Nicolas Sarkozy e la sua decisione di espellere nomadi e rom, anche il sindaco socialista della capitale, Bertrand Delanoe.

La protesta è concentrata contro le politiche del governo nei confronti dei rom 1 e soprattutto contro le espulsioni collettive dei nomadi verso alcuni Paesi d’origine, dalla Romania alla Bulgaria. Sono ben 138 le manifestazioni organizzate in tutto il Paese e oltre 130 le città coinvolte: in testa al corteo di Parigi una quarantina di rom rumeni, il cui campo è stato smantellato il 12 agosto scorso a Choisy-Le-Roi, alla periferia della città. Nelle loro mani uno striscione: “No alla politica disumana di Sarkozy”. Artisti come Regine, Jane Birkin, Anges Jaoui e Jean Cherhal hanno intonato, lungo le strade, “Les Petits Papiers”, celebre canzone di Serge Gainsbourg, accompagnati da una fisarmonica.

E la protesta non si esaurisce a Parigi. A Bordeaux centinaia di persone sono scese in strada per dire “basta al razzismo” e gruppi di manifestanti si sono dati appuntamento anche nel resto d’Europa, davanti alle ambasciate francesi di diversi Paesi Ue, inclusa l’italia. Questi mini sit-in sono stati organizzati da decine di associazioni e organizzazioni per la difesa dei diritti umani con il sostegno dei sindacati e dei partiti di opposizione

Le espulsioni hanno finora
colpito oltre 1000 rom, innescando una serie di polemiche nella comunità internazionale. Secondo le cifre ufficiali, lo scorso anno sono stati espulsi 11 mila rom. La “League of Human Rights”, che ha organizzato la maggior parte delle manifestazioni, ha dichiarato di voler reagire così a un governo ”xenofobo”. I sit-in sono stati supportati dal partito dell’opposizione socialista e dal sindacato Cgt, il secondo più grande della Francia. Malgrado questa massiccia desione, però, i sondaggi continuano a mostrare come oltre la metà dei francesi sostenga le misure del governo.

A ribasso nei sondaggi e imbarazzato dallo scandalo politico-fiscale che ha investito il ministro del lavoro Eric Woerth, costretto a difendere la cruciale riforma delle pensioni, il presidente francese Nicolas Sarkozy aveva annunciato a fine luglio un inasprimento della sua politica di sicurezza. Ma, decidendo di smantellare i campi illegali di rom e annunciando di voler togliere la cittadinanza ai neofrancesi di origine straniera che si macchino di certi reati, ha suscitato l’indignazione dell’opposizione e di gran parte della società civile.

Si protesta anche a Roma.
Appuntamento presso l’ambasciata francese a Roma per la manifestazione contro il “razzismo e la discriminazione di rom e sinti”, contro “i campi nomadi” e contro le politiche sui nomadi di Sarkozy e Maroni, organizzata dal coordinamento nazionale antidiscriminazione. Sono un centinaio le persone che da piazza della Cancelleria si sono spostate nell’adiacente Campo de’ Fiori.

Le bandiere blu e verdi
con al centro una ruota, simbolo dei rom, sventolano dunque anche nella capitale. Presenti alla manifestazione Prc, Sel e Cgil. “Questa manifestazione è gemellata con quella di Parigi”, ha spiegato Alexian Santino Spinelli, rom e docente all’università di Camerino. “Siamo qui contro i respingimenti in Francia e in Italia e contro i campi rom, che ci emarginano. In pochi sanno che il settanta per cento dei rom in italia vive in case, mentre i bambini stanno morendo nei campi. È un bollettino di guerra in periodo di pace”.

Secondo il delegato del sindaco ai rapporti con la comunità rom di Roma, Najo Adzovic, si tratta però di una manifestazione “ideologica e politica, un evento organizzato dai centri sociali e dalle associazioni che non rispecchia la nostra comunità e il cui scopo è solo quello di fare un pò di rumore”. “Protestare e far sentire la propria voce è giusto e corretto, ma a farlo – prosegue Adzovic – dobbiamo essere noi rom che però non ne sentiamo la necessità, almeno qui a Roma, dove le politiche della sicurezza si sposano con quelle dell’integrazione. In questa città, mai come in questo momento, ci stiamo confrontando con un’amministrazione disposta ad ascoltare le nostre esigenze e le nostre problematiche a 360 gradi”.

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04 settembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/09/04/news/rom_la_francia_scende_in_piazza_138_manifestazioni_e_un_corteo_a_parigi-6758681/?rss