Archivio | settembre 5, 2010

Lo 007 e i furti di segreti online. Trema la Genova degli affari / Altana Pietro: lo 007 del SISMI che spiava i centri sociali (e non solo)

Trovate che l’immagine che ho aggiunto a corredo dell’articolo sia un tantino banale? Beh, prima di giudicare leggete tutto fino in fondo, e capirete..

mauro

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Ex agente del Sismi, si infiltrò fra i no global durante il G8

Lo 007 e i furti di segreti online
Trema la Genova degli affari

Indagato come hacker. Una lettera riservata al sindaco finisce in rete L’avvocato: «Diciamo che un po’ di cose le sa e le ha. Ma è anche bravissimo a bluffare»

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Il sindaco di Genova, Marta Vincenzi
Il sindaco di Genova, Marta Vincenzi

MILANO – Anni e anni di segreti raccolti di persona, di appunti, di documenti fotografati, fotocopiati, duplicati, di filmati, intercettazioni e registrazioni top-secret, di «curiosità» informatica e di accesso facile alle fonti delle informazioni…
Pietro Altana la sa lunga, come si conviene a qualunque 007 che si rispetti. Ex agente del Sismi e all’occasione collaboratore anche del Sisde, è una specie di memoria storica di mille «informazioni confidenziali» che appartengono a faccendieri, commercialisti, avvocati dell’alta finanza, banche, industrie, tributaristi, consulenti di politici e di società varie. Soprattutto a Genova, la città dei suoi genitori e la sua prediletta: quella che più teme i suoi scheletri nell’armadio. Perché se è vero che ormai da cinque anni Altana viveva nell’ombra, è anche vero che adesso è tornato in scena da quando la procura di Genova lo ha indagato per accesso abusivo al sistema informatico e diffamazione. Perquisizione a casa (Torino), sequestro di computer e dischetti con richiesta e concessione (pochi giorni fa) di altri sei mesi di indagine sul suo conto. Così eccolo di nuovo nel bel mezzo di un caso giudiziario. E siccome finora ogni volta che l’ex agente si è ripresentato al mondo ha tolto il sonno a decine di persone, c’è anche stavolta l’effetto spauracchio per chiunque abbia avuto a che fare con lui.

Ma sarà poi vero che ha uno scrigno pieno zeppo di segreti inconfessabili? «Diciamo che un sacco di cose le sa e le ha» sintetizza il suo avvocato, Riccardo Caramello. Diciamolo. Ma «un sacco di cose» non è tutto. «Vero. Ma non dimentichiamo che è sempre stato ed è molto abile a bluffare».
Certo non era un bluff il documento diffuso online nei giorni scorsi da Indymedia, il sito antagonista di informazione indipendente che sulla scia di Wikileaks – l’organizzazione internazionale che riceve e mette in rete sul suo sito documenti coperti da segreto – ha più volte ha pubblicato carte top-secret, quasi sempre legati alle spy-story nelle quali Altana ha avuto qualche ruolo. Viene spontaneo chiedersi: che sia lui a passare i carteggi a Indymedia? «Non so proprio perché tutti si siano messi in testa che sia così» nega l’avvocato Caramello. Quindi l’ex uomo Sismi e Sisde non avrebbe nulla a che fare con le carte riservate dell’altro giorno.

Si tratta di una lettera indirizzata al sindaco genovese Marta Vincenzi e scritta dall’avvocato Vincenzo Roppo, notissimo legale genovese che si occupa di finanza nonché ex consulente di Carlo De Benedetti e docente di Diritto Civile. L’argomento è la composizione del consiglio di amministrazione della Iren, l’azienda nata dalla fusione di Iride ed Enia (per la gestione di acqua e gas) e le parole dell’avvocato sono di delusione e amarezza per il comportamento del sindaco che non gli avrebbe comunicato un cambiamento nelle scelte di alcune persone. Lettera più che riservata. E però finita sulla piazza mondiale del Web. Quasi fosse una risposta alla denuncia (per le continue intrusioni nel suo sistema informatico) che proprio l’avvocato Roppo aveva presentato mesi fa. Il «filo d’Arianna» partì da quella denuncia e portò a lui, Altana.

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Dossier e lettere su Internet, quindi. Come i fascicoli che guidano i lettori in complicati intrighi internazionali, con chiamata in causa di armatori, governo iraniano, società tributarie, aziende internazionali. O come le lettere che lo stesso Altana ha spedito ai generali Nicolò Pollari (ex capo del Sismi) e Mario Mori (Sisde). Tutto in rete, accompagnato da tanti articoli sullo «spione» del Secolo XIX e dai commenti del pubblico di Indymedia che non si può dire sia dalla sua parte. Soprattutto da quando è diventato noto – durante un processo nel quale il Sismi confermò che fosse un suo agente – che lui fu un infiltrato fra i duri del G8 di Genova e nei centri sociali della città. I ragazzi dei centri sociali discussero di quello «strano tipo», Anonymus, Guglielmo, Franco, Ugo, Pietro o come diavolo diceva di chiamarsi. «Ecco perché non voleva mai che nessuno lo accompagnasse a casa» capirono finalmente. E dedussero: «Impossibile che sappia qualcosa di compagni perché è uno spione troppo smaccato».

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Giusi Fasano
05 settembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_settembre_05/lo-007-e-i-furti-di-segreti-online-trema-la-genova-degli-affari-giusi-fasano_e1ef7ec0-b8c8-11df-aec9-00144f02aabe.shtml

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Altana Pietro: lo 007 del SISMI che spiava i centri sociali (e non solo)

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Storia di uno straccetto, usato e buttato via

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In tanti ci siamo chiesti chi era quel personaggio oscuro che qualche anno fa scorrazzava imperturbato per i centri sociali di mezz’Italia raccogliendo diffidenza e/o simpatie. Da “El Paso” (To) al “Csa Zapata” (GE), dal “Leoncavallo” (Torino) al “TDN-Terra di Nessuno” (GE). Nessuno sospettava niente. Al Buridda addirittura l’enigmatico figuro si intrattenne amichevolmente a discorrere con Fausto Bertinotti su TAV e Terzo Valico. Allo Zapata, una sera venne notato alla chitarra ad improvvisare una jam session con Bambi Fossati dei Garibaldi. Ad una manifestazione di protesta aspettando la (vergognosa) sentenza per i fatti dell G8 davanti al Palazzo di Giustizia di Genova losco soggetto fu scorto a disquisire animatamente con Luca Casarini e con l’On.le Paolo Cento. Poi un giorno alcuni attivisti del “Csa Inmensa” e del “Borgorosso” s’accorsero che dietro le mentite spoglie del compagno attivista forse si nascondeva una spia. Lui diceva di chiamarsi Franco Ugo Davolio ed era (perlomeno sembrava) un antistatalista convinto. Al suo attivo più d’un anno di carcere a Forte Boccea ed in altre carceri militari per rifiuto della divisa (aveva dei documenti con questo nome ma si capì ben presto che poteva essere un nome di copertura). Viene seguito e pedinato (ma lui dribbla sistematicamente il tallonamento). Si scopre che le sue generalità non sono quelle date: si potrebbe chiamare Altana Pietro, ha un pass da giornalista, nel suo portafogli s’intravede un badge del “Ministero dell’Interno” e risulta avere una base logistica in Via Sardorella (proprio nella Carserma della Polizia di Stato di Bolzaneto). Il cerchio si chiude. I compagni di Inmensa fanno velocemente circolare la voce e denunciano subito lo sbirro su Indymedia (all’epoca non si sapeva ancora che era un agente del SISMI si credeva potesse essere una pedina del Ministero dell’Interno o della Digos).

Sull’allontanamento di un losco figuro dal Borgorosso.. .”

http://italy.indymedia.org/news/hidden.php?id=588723

Altana Pietro intuito lo sgamo sparisce letteralmente dalla circolazione. Non lo si vede più all’Inmensa, diserta le riunioni dello Zapata, assente totale anche da tutti gli appuntamenti in tutti gli altri centri sociali (e ben per lui se no sai quante mazzate …. ). Di lui non si sentirà più parlare sino al 2008, quando trapelano da Palazzo di Giustizia notizie riservate sull’infiltrato.

“ALTANA PIETRO – Giornalista/Agente del SISMI e SISDE – Missiva sconcertante ai vertici di SISMI e SISDE

http://piemonte.indymedia.org/../article/3566

Dal Palazzo di Giustizia di Genova torna alla luce un carteggio intrigante e sconcertante sul personaggio. L’Altana non ha spiato solo i centri sociali, ha spiato anche l’alta finanza, fiscalisti ed avvocati (Uckmar, Coeclerici, ENI, FIAT, Italcementi, FS, Finmare, CIR, Finmeccanica, ed un miliardo di altre società). Per non farsi mancare niente spia anche le società iraniane (Irasco, Iritec, Irisa, Ascotec, Iran Air, (se lo beccano gli iraniani lo fanno a fettine). Lo scoop è colossale. Le notizie apprese vengono pubblicate quì su Indymedia:

Genova – Spy story al pesto – ecco come Coeclerici Spa spiava

http://piemonte.indymedia.org/../article/1347

Mafioso è bello” (parola di COECLERICI)

http://piemonte.indymedia.org/../article/1700

ENI, “codice etico” e Servizi Segreti”

http://piemonte.indymedia.org/../article/5520

SISMI e IRANIANI – Prima si spiano poi gli si tende la mano.

http://piemonte.indymedia.org/../article/5025

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Altana Pietro (questo il vero nome della spia) è un agente in pianta stabile del SISMI (ed occasionale agente del SISDE). E’ un personaggio certamente scomodo (e sicuramente a rischio). Nel 2004 viene fatto arrestare dai Carabinieri di GE-Pontedecimo per ordine del PM Anna Canepa (DDA/Antiterrorismo). Da infiltrato del SISMI nei centri sociali potrebbe sapere un sacco di cose che interessano la Procura genovese. Forse potrebbe salvarsi in corner spifferando alla Canepa le cose che sa sui centri sociali di mezz’Italia (la Canepa infatti stava indagado proprio sui Centri Sociali e sui fatti del G8). Ma Altana è un tipo cazzuto. 15 mesi di galera a Castello Angioino (Gaeta) sono un background mica da ridere e lo 007 non è certo infastidito dal soggiorno obbligato nel Carcere di Marassi (pare che la Canepa l’abbia tenuto lì in ostaggio per quasi un annetto buono buono). Il SISMI di Pollari in questo frangente s’è mantenuto defilato ed equidistante. Benchè interpellato in proposito dalla Canepa evita oculatamente di interloquire con gli inquirenti genovesi. Gli inquirenti genovesi – contrariati dal contegno reticente di Pollari – evitano strategicamente di confrontarsi con i servizi segreti. Casualmente, proprio in quel periodo, per le Procure gira in sordina una nota di sdegno per aver scoperto che il SISMI ha spiato anche le procure e diversi magistrati (c’è di mezzo anche quì Altana? Non ci s arebbe da meravigliarsi). Nel caso Altana l’attesa non premia. Il SISMI aspetta le mosse della procura genovese e vicevesa. Ma niente si muove. Altana Pietro, in ostaggio, ce l’ha nel culo. E’ la fine della carriera di spia.

Morale della favola? Quando usi uno straccio dopo lo puoi anche buttare via. Per le istituzioni siamo tutti utili ma nessuno è indispensabile (beh da noi ste cose non succedono).

Su Milano Finanza del 15 agosto 2009 è uscito un articolo a firma Marco Gregoretti (che trovate di seguito allegato pdf e ritrascritto) che parla del nostro “straccetto” del SISMI:

http://www.milanofinanza.it/giornali/preview_giornali.asp?id=1618052&codiciTestate=14&sez=edicMF&testo=&titolo=Spy%20story%20sotto%20la%20Lanterna

L’articolo è visibile sulla Rassegna Stampa del Ministero della Difesa:

www.difesa.it/files/rassegnastampa/090815/13486355.pdf

(la pagina risulta rimossa, n.d.m.)

Titolo:

Grandi Intrighi. Alla Procura di Genova un archivio dei rapporti tra politica, finanza e servizi segreti. Da cui si scopre che per anni i fiscalisti furono tenuti d’occhio dal SISMI. Con l’aiuto di una potente società armatrice. Spy story sotto la lanterna”.

Ci vorrebbe Pepe Carvalho, il celebre e disincantato investigatore privato inventato dallo scrittore spagnolo Manuel Vasquez Montalban. Solo lui, abituato come è a districare trame dove si incontrano interessi inconfessabili di imprenditori con la faccia pulita, condite da soffiate di giornalisti prestati ai servizi segreti da poliziotti intraprendenti dei reparti speciali, da addetti alle pubbliche relazioni sempre a posto, da montagne di soldi e forse anche da un po’ di terrorismo, potrebbe capire la vera intrinseca natura della magica Genova. Sembra, infatti, che sotto la Lanterna da almeno 15 anni, in un parossistico inseguirsi di date, si stiano giocando partite romanzesche, spy story da leggere con gioia sotto l’ombrellone: servizi segreti militari che spiano commercialisti e avvocati d’affari, armatori che usano la propria società come fosse la Cia, tangenti, denunce, blog militanti-militari, querele e finte bombe. Pero, è tutto vero. Gli archivi della Procura della Repubblica di Genova fanno invidia a quelli cosiddetti coperti di Pio Pompa, il potente collaboratore di Nicolò Pollari a capo del Sismi, il vecchio Servizio Segreto Militare.

I fascicoli con documenti riservati, con fotografie, con filmati, con intercettazioni telefoniche e ambientali, con hard disk di computer che scottano, sulla morte in fraq di Fabrizio Quattrocchi e sulla strana storia del Dssa, quel centro studi sul terrorismo accusato di essere una sorta di polizia parallela collegata al Sismi, sono a Genova e costituiscono di fatto un archivio di intrighi tutti collegati. A cui si potrebbe aggiungere quello che sta venendo fuori dalla de-secretazione di pagine giacenti nel dimenticatoio genovese.

Accuse da verificare. Una grande e prestigiosa compagnia di navigazione, la Coeclerici spa, avrebbe funzionato come una centrale di spionaggio e controspionaggio stabilmente agganciata ai servizi segreti, ma anche capace di attivare una rete informativa riservata per battere slealmente la concorrenza negli appalti e nelle commesse internazionali. “Negli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta”, rivela a MF/Milano Finanza «G-71», un agente proveniente dal Comsubin che aveva già operato all’estero per il cosiddetto Supersid di Vito Miceli e Francesco La Bruna, “usavamo le navi di Coeclerici come copertura per andare a fare operazioni nel Golfo di Guinea. Ricordo che era una donna il nostro riferimento all’interno della compagnia genovese. Non so se fosse la titolare o un alto dirigente”. Nel dicembre del 1994 Coecierici denunciò per spionaggio industriale e intercettazioni telefoniche abusive un giornalista torinese, residente a Genova, collaboratore di alcuni importanti studi di fiscalisti liguri e quindi a contatto con notizie sensiblli e riservate. Infatti, era anche un consulente fisso del Sismi: passava informazioni e a volte era anche mandato in missione, come quando, nel 2004, infiltrato con successo in alcuni centri sociali per cercare connessioni con società iraniane in odore di terrorismo islamico. Pietro Altana ha 49 anni, si professa pacifista al punto da aver fatto 15 mesi di carcere a Gaeta per obiezione di coscienza, abbozza un look militante con codino e in un documento che ha inviato alla Procura della Repubblica di Genova elenca perfino gli studi dei fiscalisti nel mirino dei controlli del Sismi: chissà perché, poi, visto che il servizio segreto militare dovrebbe occuparsi di terrorismo internazionale, finanziamenti off shore, mafia cinese… I casi sono due: o quegli studi sono sospettati di attività pericolosa internazionale o i controlli sono illegittimi.

Per infiltrarsi negli archivi e nei giornali Altana usava (e usa tuttora) diversi pseudonimi. Dal recente Anonymous Remaller a Guglielmo Dabove, quello con cui lo aveva inizialmente identificato la società armatrice genovese. La denuncia del 1994 contro di lui si è trasformata in un potenziale boomerang contro Coeclerici spa e le sue controllate, nonostante i pedinamenti, le perquisizioni a casa e in ufficio effettuate da un intraprendente poliziotto della Digos. Perché il 14 agosto 1998 è il giornalista-spione-investigatore a depositare dai Carabinieri di Bolzaneto, a Genova, una querela denuncia contro i vertici di Coeclerici spa, Coeclerici Logistics spa, Coeclerici Armatori spa, Coeclerici Carbometal spa, il direttore dello studio Banchero & Costa e altri tre personaggi stranieri. Altana accusa tutti di spionaggio industriale, turbativa d’asta, concorrenza sleale.

Anche se la Procura di Genova non ha agito nei loro confronti il documento descrivere la rete informativa e corruttiva che la società genovese sarebbe stata capace di mettere in piedi, dove figurano perfino personaggi di cui si conoscono l’indirizzo e il nome, Jasim, ma non il cognome. O faccendieri come una certo Berdy; con società di catering in India per copertura. La denuncia si riferisce a un contratto che “Coeclerici rincorre da tempo: il contratto denominato Hadeed Lighterage Project (prende il nome dalla omonima società Hadeed – Saudi Iron and Steel Company, che ha indetto la gara). L’ottimismo è palpabile…”.

In effetti c’era l’arma segreta, l’arma letale contro cui i concorrenti in gara per quell’appalto, i norvegesi di Oslo della Torvald Klaveness Konsern As, non potevano nulla: la società di Genova era in grado di avere in anticipo tutti i dettagli dell’offerta di Klaveness. Un mese prima della final commercial dicussion di fine luglio, Coeclerici aveva già in mano le rate offerte da Klaveness, presentate in busta chiusa e sigillata appunto un mese dopo, ad Hadeed. Ecco come cominciava la lettera fax “strettamente confidenziale” di Pino Silvestri, direttore di Banchero & Costa, datata 16 giugno 1998, a Coeclerici Logistics, stando alla denuncia di Altana: “Mi ha appena telefonato Berdy da casa. Mi ha confermato che Hadeed ha chiamato Klaveness il 29 giugno e non 30 giugno. Queste sono le rate che ha offerto Klaveness…”.

È un pezzetto di una grande vicenda, la classica punta dell’iceberg già denunciata due volte, nel 1995 e nel 1996, dal giornalista-agente. Ma ancora non sono del tutto chiari gli sviluppi e i ruoli dei personaggi. Per esempio perché il giornalista-agente si è trasformato in giustiziere finanziario e ora promette nuove rivelazioni su enti pubblici? E adesso che il Sismi non c’è più, Altana-Anonymous Remaller è ancora in servizio?”

Speriamo di no, ma se del caso postate una foto dello 007 così stiamo in campana.

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fonte:  http://piemonte.indymedia.org/article/5620

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La foto? Eccola qui. Vecchiotta e poco chiara, oltre che tremendamente somigliante a Pierce Brosnan.. Un caso? Naaahhhhh!!!

mauro

Franco Ugo Davolio, alias Pietro Altana

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Note sull’Afghanistan – Il Dolore di un Paese e il suo Lutto Infinito

Note sull’Afghanistan

Il Dolore di un Paese e il suo Lutto Infinito

Il diario di un cronista che per anni ha percorso quelle strade, a piedi, anche nelle contrade più remote

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Pieno di incognite il tentativo di un negoziato coi Talebani, rimane incerta la data di un eventuale ritiro dall’Afghanistan del contingente americano e di quello dei suoi alleati che secondo un’incauta previsione della Casa Bianca dovrebbe avvenire entro il luglio del 2011.
In realtà le ultime notizie confermano che i 140 mila uomini delle forze Nato impegnate nel conflitto stanno tuttora combattendo (e vincendo, secondo alcune fonti) nel Sud-Ovest del Paese, particolarmente nelle province di Herat e Kandahar. Per il generale Petraeus, comandante in capo americano dell’operazione, nessun ritiro è prevedibile prima del 2015, tenendo conto dei risultati finora conseguiti. Dai bollettini ufficiali risulta che dall’inizio di quest’anno sono stati uccisi 572 soldati «stranieri», mentre fra i belligeranti afghani le vittime sono, in un solo mese, 618 militari, 124 agenti della polizia e 229 civili.

Contabilità dolorosa per un piccolo Paese afflitto da un lutto infinito. Quanto segue è semplicemente il diario di un cronista che per anni le ha percorse – non di rado a piedi – anche nelle contrade più remote e ha assistito alla sua lenta, implacabile agonia. Concordo con Terzani – il mai abbastanza compianto amico e collega Tiziano – quando, riferendosi alla guerra afghana, scrive che essa ha aggiunto «nuovo dolore e miseria al già stracarico fardello di disperazione della gente più magra e affamata del pianeta».

Per i giornalisti non era facile l’ingresso in Afghanistan dopo che a fine dicembre del ’79 l’Armata Rossa s’era installata fragorosamente a Kabul per ordine di Breznev. Occorreva un visto che veniva direttamente concesso con vigore e parsimonia moscovite: e il sottoscritto, insieme a moltissimi altri, ne era sprovvisto. Facevo parte della variopinta truppa di «clandestini» che in quegli anni sciamava su Peshawar, città di frontiere lungo il confine afghano-pakistano dove stavano annidati i quartieri generali dei sei e sette partiti della resistenza islamica impegnati nella Jihad, la guerra santa, che lottava contro il governo filosovietico di Kabul e poteva contare su migliaia di mujaheddin, i guerriglieri di Allah dislocati sull’intero territorio afghano. Ma secondo i dati più recenti, questo territorio sarebbe oggi sotto il controllo dei Talebani nella misura del 74 per cento.

A Peshawar, sei mesi prima dell’intervento sovietico in Afghanistan, feci la conoscenza con Gulbuddin Hekmatyar, capo dello Hezb-i-Isiami (il maggiore partito della resistenza islamica) che si atteggiava a salvatore della patria e attribuiva a se stesso e al suo gruppo ogni priorità, sia in campo politico che militare. Bell’uomo, alto, elegante, aveva un’estrema cura della sua persona, non parlava, sentenziava. Sulla sua scrivania il Corano e una pistola: evidentemente in stretto rapporto l’uomo con l’altra. Lo capii parecchi anni dopo, quando, nel ’94, fece massacrare un giovane giornalista afghano della Bbc di Kabul, che aveva osato criticarlo (blandamente) sul teleschermo. Nessuna sorpresa, quindi, quando è giunta notizia che l’eroe Hekmatyar si troverebbe ora in qualche spelonca di confine insieme ad Osama Bin Laden.

Succube di un’ambizione smisurata, Gulbuddin non tollerava i suoi rivali politici, fossero Massoud o Rabbani, Babrak Karmal e Younis Khalis o il sovrano di Mazar-i-Sharif, il generale Dostum, un barbaro. Per ammorbidirlo, i suoi «nemici» gli aveva proposto un incarico importantissimo: ma lui lo respinse e col suo carico d’odio andò a rifugiarsi sulla collina di Sharasiab, da dove, per un paio d’anni, continuò a scaricare missili su Kabul, massacrando la sua gente: tanti erano i morti – secondo le cronache del tempo – che «non c’erano più cimiteri per seppellirli degnamente».

Da Peshawar, che ospitava già allora (estate del ’79) un milione di profughi afgani, raggiunsi Kabul su una piccola, ansimante corriera azzurra, stipata al limite anche di pecore e capre. Ero comunque curioso di visitare a conoscere la capitale afgana, questa remota Cenerentola dell’Asia Centrale di cui ben poco si sapeva: avevo nello zaino un elzeviro di Alberto Moravia che, sulla terza pagina del Corriere parlava di Kabul e del suo arcano Re (che anni dopo avrei incontrato), da tempo esule in Italia. Il giorno prima di salire su quella corriera azzurra, Gulbuddin mi aveva detto, col solito piglio autoritario: «Se vai a Kabul, salutami Taraki. Digli che i miei ragazzi possono anche andare scalzi in montagna, con un tirasassi invece del fucile, ma si lasceranno ammazzare piuttosto che arrendersi. Digli che il giorno della resa dei conti è vicino. Allah akbar, che Iddio li assista». Non riuscii a vedere Taraki, che in quei giorni, se ben ricordo, era in visita nell’Unione Sovietica e che qualche tempo dopo scomparve di scena (cioè venne eliminato) ma ebbi l’opportunità di conoscere e conversare col suo successore Hafizullah Amin, amabile persona, cui chiesi – col più innocente dei sorrisi – se temesse di finire i suoi giorni come Taraki, dal momento che, come quest’ultimo, apparteneva al regime dei «senza Dio», ferocemente avverso alla prospettiva di una repubblica Teocratica nel Paese, simile a quella iraniana dell’Ayatollah. In realtà venne ucciso quello stesso anno, nella notte fra Natale e Santo Stefano, quando i carri armati sovietici entrarono sferragliando a Kabul scatenando quella che sarebbe stata definita l’ultima guerra coloniale del secolo.

Nella sua autobiografia, il presidente Karzai descrive la Kabul degli anni Cinquanta come «una città pulita, ordinata e discretamente cosmopolita, con lunghe strade a tre corsie…, il luogo favorito per i diplomatici occidentali, davanti alle spettacolari cime dell’Hindu Kush». Ma neanche quella ho visto subito dopo l’intervento dei russi appariva particolarmente «marziale» o «militare». La presenza sovietica era confermata con discrezione da robuste camionette senza targa o con targa non afghana, gremite di soldati dell’Armata Rossa, infagottati e silenziosi, la testa avvolta nel colbacco nero pochi i carri armati in città, minacciosamente immobili nel giardino della sede tv; ma centinaia di blindati stavano dislocati e occultati nella periferia tutta intorno, livida e bianca di neve, o lungo i contorcimenti della carrozzabile per Jalalabad.

Da un’altura a ovest della capitale, reparti di «sciuravi», i russi, tenevano sotto tiro un campo militare afghano, segno evidente che l’Armata Rossa non si fidava più degli uomini che avevano combattuto contro i mujaheddin sotto il regime di Taraki e Amin. Molti di loro s’erano rapidamente sbarazzati della divisa passando dalla parte dei guerriglieri islamici. Defezioni a catena. Era ormai chiaro per tutti che l’ordine interno e la sopravvivenza del nuovo governo «moscovita» dipendevano esclusivamente dall’esercito sovietico, padrone assoluto.
Qualcuno s’illudeva che una lunga permanenza sovietica in Afghanistan avrebbe trascinato il popolo afghano nel 2000, mentre la conferma di un regime islamico l’avrebbe tenuto inchiodato all’Ottocento. Ma quando, il 15 febbraio del 1989, il generale Gromov, ultimo uomo dell’Armata Rossa a lasciare il Paese, varca il ponte dell’Amu Darya, è il canto lamentoso del muezzin a diffondersi nell’aria. Una delle più gravi conseguenze dell’occupazione sovietica (durata nove anni) fu l’esodo di cinque milioni di afghani che abbandonarono precipitosamente il Paese per trovare rifugio nelle tendopoli e baraccopoli germinate appena oltre frontiera, soprattutto in Pakistan, nelle fiere comunità autonome pashtun della North-West Frontier.

I guai veri sarebbero arrivati subito dopo con lo scoppio della guerra civile tra le due forze rivali dei mujaheddin: quella di Gulbuddin Hekmatyar, che poteva contare sull’appoggio economico del «principe delle tenebre» Osama Bin Laden; e quella, non meno indomita, di Ahmad Shah Massud, «il leone del Panshir», ancor oggi celebrato come il vero «eroe nazionale». Ed è a quella guerra fratricida che sono da attribuirsi le ferite, le voragini, la devastazione, le macerie dell’odierna Kabul. Il tema urgente della ricostruzione, che prevede cospicui investimenti e contributi internazionali, cede però il posto a quello, sempre attuale e penoso, dei Talebani, tornati alla ribalta dopo l’attentato al presidente Karzai, che per fortuna ne è uscito illeso. Già nell’autunno del 1998, questi ragazzi indottrinati nella madrasse agricole di confine e zelanti discepoli dell’integralismo usque ad mortem controllavano il 90 per cento del territorio afghano.

Ma l’argomento su cui si continua a discutere e polemizzare oggigiorno in Afghanistan è la massiccia presenza dei contingenti stranieri sul territorio nazionale. C’è però chi vede nell’allontanamento delle forze Nato un grave rischio: quello di lasciare nelle mani dei Talebani il controllo esclusivo della situazione. Lo pensa anche Massoud Khalili, braccio destro del Comandante, che rimase gravemente ferito nell’attentato che costò la vita al «leone del Panshir» il 9 settembre del 2001. «Io ora seguo la carriera diplomatica e mi trovo all’ambasciata afghana di Istanbul – mi dice al telefono – ogni volta che rientro a Kabul mi piange il cuore a vedere nella mia città tutti quegli schieramenti. Però dobbiamo usare il cervello e non il cuore. E tutti immaginano cosa potrebbe succedere se lasciassimo l’Afghanistan in mano agli integralisti islamici del Mullah Omar e di Osama Bin Laden».

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Ettore Mo
05 settembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_settembre_05/il-dolore-di-un-paese-e-il-suo-lutto-infinito-ettore-mo_55f017aa-b8c7-11df-aec9-00144f02aabe.shtml

MOTO – Al Gp di Misano muore Tomizawa in un incidente. «Bisognava interrompere la gara», denuncia Rossi

Al Gp di Misano muore Tomizawa in un incidente. «Bisognava interrompere la gara», denuncia Rossi

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Shoya Tomizawa

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Non accenna a dileguarsi, l’ombra nera che avvolge il Motomondiale. La scorsa settimana la morte, a Indianapolis, del 13enne Peter Lenz (che dopo il grottesco silenzio di piloti e organizzatori nella domenica della gara, è stata colpevolmente commemorata solo a Misano, con un minuto di silenzio). Ma proprio nel Gp di San Marino arriva il terribile incidente che ha causato la morte del giapponese Shoya Tomizawa nella gara di Moto2: il pilota nipponico è caduto in piena accelerazione quando mancavano 14 giri alla fine, ed è stato investito dalle moto di Alex De Angelis e Scott Redding. «Ha traumi ed emorragie multiple: sta lottando per sopravvivere», la dichiarazione del dottor Macchiagodena, clinical director del Motomondiale, mentre annunciava il trasferimento del pilota in ambulanza all’ospedale di Riccione.

Trasferimento purtroppo inutile, perché alle 14.19 veniva ufficializzata la notizia della morte del 19enne giapponese, esordiente nella categoria che quest’anno aveva conquistato il successo nella gara d’apertura del Mondiale, in Qatar. Ad alimentare le polemiche, poi, la scelta della direzione di corsa di non fermare la gara; decisione che ha costretto i primi soccorritori a intervenire mentre gli altri piloti stavano ancora sfrecciando in pista. Seconda vittoria triste per Pedrosa, che come a Indy trionfa (quarta volta quest’anno , miglior annata in MotoGp in carriera) senza discussioni ma è relegato ai margini da una tragedia più grande del circus e di tutto. Lorenzo anche stavolta si accontenta del secondo posto e vede il Mondiale sempre più vicino; Valentino Rossi è terzo, ma soprattutto piega prima Stoner poi Dovizioso, e i tempi della seconda metà di gara dicono che il pesarese sta tornando quello di prima dell’incidente al Mugello. La cronaca finisce qui, il resto è dolore e amarezza. In classifica Lorenzo 271, Pedrosa 208, 133 Dovizioso, a 130 Rossi e Stoner. Prossimo appuntamento tra due settimane per il Gran Premio d’Aragona

La gara – Al via Pedrosa scatta a razzo come al solito e mette in fila Stoner, Lorenzo e Valentino Rossi. Dieci secondi e la gara di Capirossi e Hayden, che si toccano (tutta colpa del ducatista) e cadono a centro gruppo,è già finita, mentre comincia quella di Lorenzo, che passa Stoner ed è secondo. Valentino osserva tutto da pochi metri: sembra che la sveglia che sfoggia disegnata sul casco come invito a dar battaglia, stia suggerendo di aspettare il momento giusto… Pedrosa impone un ritmo impressionante e allunga in testa, mentre Stoner si avvicina a Lorenzo e distanzia Rossi, ora agganciato da Dovizioso. Cade anche Simoncelli, che da sesto si ritrova in fondo al gruppo. Pedrosa vola a +4 secondi su Lorenzo che arranca, Stoner e Rossi cominciano a duellare, Dovizioso studia la situazione: situazione interessante dopo 10 giri, soprattutto nel duello tra ducatisti di oggi e domani….Valentino attacca duro e passa con una doppia staccata, l’australiano accusa il colpo, e lascia strada anche a Dovizioso. Nel mezzo della gara arriva la notizia della morte di Tomizawa: su Misano cala un silenzio raggelante. Pedrosa mette il secondo successo consecutivo in cassaforte, Lorenzo prosegue regolare col suo passo che gli regala la seconda piazza e un’altra fetta di Mondiale; Rossi alla fine trova con merito il podio indicato alla vigilia come risultato accettabile sulla pista di casa. Bravo Valentino ad alzare il ritmo nel finale: segno di volontà di ferro e forma fisica in continuo miglioramento. Dovizioso è quarto, poi Stoner, Spies, Edwards. Melandri è decimo, in una delle giornate più tristi e amare per il circo a due ruote.

Parlano i protagonisti – Aria mesta sul podio e nel paddock, con il boss del circus Ezepleta che subito dopo il traguardo informa i piloti MotoGp della morte di Tomizawa. «La gara non è importante oggi; era un ragazzo allegro e divertente; e’ un giorno doloroso», sintetizzano Lorenzo e Pedrosa, con poca voglia di parlare e nessuna di festeggiare. Parole e pensieri condivisi da Valentino Rossi: «È stato un incidente terribile, l’avevo visto, poi ho cercato di concentrarmi sulla gara. Con Tomizawa c’eravamo incrociati prima della partenza delle 125, era un ragazzo simpatico. La gara? Sono contento, ho girato forte, ma che volete che conti oggi?». «L’interruzione della gara? Certo che ci voleva la bandiera rossa, lo dice il regolamento, e sono sorpreso che la corsa non sia stata fermata: si vedeva che era un brutto incidente. Senza contare che in Moto2 ci sono un po’ troppi piloti, difficile correre quando si è in una trentina in pista». Impossibile dar torto a Valentino, in pomeriggi come questo. Le lacrime del dottor Costa, l’angelo custode dei piloti che ha accompagnato Tomizawa nella corsa disperata in ambulanza verso Riccione, sono il commento silente e doloroso alla tragedia.

CONTINUA QUI

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5 settembre 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-09-05/moto-gp-san-marino-154224.shtml?uuid=AYULT4MC

ASSOLUTAMENTE DA VEDERE – «Iraq guerra invisibile»: applausi al film di Aureliano Amadei / VIDEO – ’20 SIGARETTE’, STORIA DI AURELIANO

«Iraq guerra invisibile»: applausi al film di Aureliano Amadei

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«I militari mi hanno subito ammonito che in Italia non si sapeva nulla e che avrei sentito molte cose inaspettate su questa guerra che non è altre che una delle tante guerre invisibili che continueranno ad esserci»: a parlare così è Aureliano Amadei, autore del film “Venti Sigarette” (sezione Controcampo italiano) in cui racconta la sua esperienza di regista per un giorno in Iraq in quanto vittima dell’attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003. Fu l’unico civile sopravvissuto alla strage in cui persero la vita 19 italiani.

Per quanto riguarda le notizie omesse nei tg in cui si parla nel film, spiega il regista: «ci sono state molte notizie omesse nelle settimane successive all’attentato e sui notiziari un ‘orgia di retorica non ha permesso agli italiani di riflettere più a fondo sulla verità mentre si è continuato a parlare di un’infinta serie di missioni di pace». Il film distribuito da Cinecittà Luce è stato accolto oggi alla prima stampa da 14 minuti di applausi. Al lido insieme al cast del film anche i genitori di una delle vittime, i Ficuciello.

«Mi è stato detto che recentemente persone vicine al ministero della Difesa hanno chiesto ai genitori delle vittime di protestare per bloccare il film. Per fortuna io che conosco molti di loro mi hanno detto che lo vedranno prima di giudicare», ha detto il regista Aureliano Amadei all’incontro stampa.

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05 settembre 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=103150

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20 SIGARETTE – STORIA DI AURELIANO

PonzioPirata | 16 agosto 2010

Chi era e chi è Aureliano Amadei, il regista che nel film “20 Sigarette” racconta la sua drammatica esperienza durante l’attentato a Nassiriya. Le ferite fisiche e psicologiche riportate, ma anche la rinascita e il coronamento del suo sogno.

Luca Di Bartolomei: «Caro Ago, volevo solo dirti che mi manchi…»

«Caro Ago, volevo solo dirti che mi manchi…»

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di Luca Di Bartolomei

tutti gli articoli dell’autore

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Caro Ago, è da quando Andrea e Giovanni mi hanno chiesto di pensare a un’introduzione per questo libro bello e onesto – scritto con il tatto di chi sa di toccare sentimenti privati e allo stesso tempo una passione e un affetto condivisi da tantissime persone – che penso e ripenso a queste poche righe. E ne ho buttate via tante di versioni prima di decidere davvero che forse era il caso di essere egoista e parlarti, per una volta pubblicamente, solo da figlio.
Quanto mi manchi papà. In queste settimane ho passato qualche giorno di vacanza a San Marco e ho avvertito fortissima la tua assenza. In un attimo mi sono tornati in mente tutti insieme i piccoli segni dei giorni estivi di festa. Il tuo asciugamano blu nel bagno davanti al mare da cui d’estate cercavo la barca mentre assonnato indossavo il costume; lo sguardo di mamma quando vedeva che mettevi l’aria nelle bombole, preludio di una giornata di pesca subacquea in cui tu, ti riposavi 20 metri sott’acqua tra tane di cernie, e lei si agitava guardando il pallone di segnalazione galleggiare incerto di sopra. Ago, se prima mi capitava di parlare di te sempre con il sorriso e quasi con la certezza di scorgere nelle mie azioni qualcosa che ti riportasse alla mia memoria, adesso purtroppo tutto questo non mi viene naturale. Non più come prima.

Mi manchi papà. E da figlio perdonami se decido oggi di gridare con egoismo l’ingiustizia di avermi sottratto i nostri anni più belli. Quelli dell’adolescenza e di una contestazione strozzata nel realismo; quelli di qualche schiaffone con cui, ogni tanto, mi avresti addrizzato. Quelli delle prime ragazze, dello studio all’università, della casa da solo. Quelli delle partite di calcetto insieme. Rigorosamente, in squadre diverse. Rituali sicuramente sciocchi e forse banali ma che ti parlano di una normalità che – forse perché negata – avrei desiderato tanto e che mi sottraesti in quella mattina serena di un’estate immobile.

Una giornata di cui purtroppo ricorderò perfettamente ogni secondo per tutta la mia vita.Di quell’ultima volta che ti ho visto vivo al sole del terrazzo. Di quella sedia bianca da giardino che stazionò lì per mesi prima che ce ne accorgessimo, presi come eravamo da mille interrogativi e dai rimorsi che ti stringono quando capisci che non avevi capito nulla. Quella sedia bianca di legno colpita come da una martellata rotonda all’altezza della seconda fascia. Dell’ultima volta che ti ho visto poco più di un’ora dopo nel corridoio stretto del cortile davanti casa: steso in quella chiglia fredda di zinco.
Avevo undici anni papà, tu mi sembravi invincibile e destinato a tornare in qualche modo in quello stadio grande con sopra gli imbuti nel quale quando incontravamo i tifosi partiva in automatico la foto mentre in sottofondo scattava plastico il coretto: «OOOO AGOSTINO… AGO AGO AGOSTINO GOL…» scatenando in un certo senso la mia gelosia di bambino.
Volendo, oggi, essere onesto fino in fondo con me stesso penso che nella serenità con cui ho parlato di te alle moltissime persone chi mi hanno chiesto se fossi parente del Capitano – a riguardarla adesso quella serenità – ci sia stato qualcosa di inconsciamente innaturale. Come se con quella mia tranquillità volessi placare il rumore assurdo che quel tuo sparo ha prodotto nella testa di tutti noi. Che gesto estremo insensato imbecille ed allucinante hai fatto quel 30 di maggio Ago. Un altro 30 di maggio per te: l’ultimo. Per noi, da lì in avanti, l’unico.

Quella data diventerà un giorno a caso sul calendario, un giorno tra il 29 e il 31 in cui i giornalisti delle radio mi chiamano per un ricordo con il pubblico. Per i tifosi che hanno visto e non hanno dimenticato quel Capitano serio. Per quelli giovani che ti hanno scoperto sui forum, visto su Youtube e che per te hanno aperto anche una pagina Facebook. Ho scoperto più avanti la crudeltà di quella data. Dieci anni dopo quella finale. Ho scoperto quella crudeltà e mi sono sempre ripetuto che non ci puoi aver pensato davvero. Troppa cattiveria in quella coincidenza. Forse ti si è insinuata dentro quella data, ecco. Come la depressione che ti porta a un gesto stronzo. Come un fallo plateale in area di rigore.

Perché papà io non ci ho mai creduto e non voglio crederci che in quell’attimo estraneo all’intelletto hai pensato a una sconfitta in quella stupidissima partita di calcio. Di fronte alla grandezza di una vita umana, all’amore di una moglie e di due figli infatti cosa era quella se una stupidissima partita di calcio? E pensare che la sera prima saremmo stati in trenta a casa, tra cugini e amici stretti, a mangiare insieme senza che nessuno si accorgesse di nulla. Mentre quella sensazione lieve di malessere ti stritolava.

Ma non penso che ci saremmo potuti accorgere di nulla, papà. Con noi sei stato, fino all’ultimo istante, lo stesso di sempre. Non chiuso. Non orso come ti vedevano gli altri. Quelli che non ti conoscevano. Quelli che ti avevano cucito addosso un personaggio che non ti apparteneva. Non fiero, non superbo. Solo riservato.
Con noi eri solo Ago: innamorato, dolce, caciarone e ironico. L’Ago di sempre. Quello che accantonava l’aria seria del ragazzo cresciuto in fretta, precocemente vecchio, e buttava le miccette nel camino per spaventare nonno. Quello delle domeniche in barca per andare a pesca. Dei pomeriggi su un campo alla periferia del calcio per insegnare ai ragazzini gli schemi e dirgli che serietà e talento contano alla stessa maniera. Quello che veniva a svegliarmi tutte le mattine per vedere i tg delle 7 e che poi partendo per andare a lavoro con Gianmarco mi portava a scuola. Quello che durante la settimana aveva sempre dei fiori per Marisa e che quando tornava a casa aveva per lei il primo bacio. Quello che nonostante tutta la mia incazzatura e tutto il vuoto mi ha lasciato dentro riesco sempre a perdonare perché ho conosciuto tutto il suo amore.
Mi manchi Ago. Ecco volevo solo dirtelo ancora una volta.

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05 settembre 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=103147

fonte immagine:  http://emporiomalkovich.blogspot.com/2007_11_01_archive.html

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Omaggio ad Agostino Di Bartolomei

romanistafinoinfondo | 09 giugno 2009

in memoria di Ago

Guatemala colpita dalle alluvioni: 36 morti Valanga di fango sui soccorsi, cento dispersi / VIDEO – Guatemala hit by heavy rain

Guatemala colpita dalle alluvioni: 36 morti
Valanga di fango sui soccorsi, cento dispersi

https://i1.wp.com/www.repubblica.it/images/2010/09/05/194259150-1a74726a-d67e-48db-83a5-f85b9c745788.jpg

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CITTA’ DEL GUATEMALA – Almeno 36 persone sono morte in Guatemala per le inondazioni e gli smottamenti provocati dalla pioggia torrenziale che si è abbattuta ieri sul paese dell’America centrale. Dieci delle trentasei vittime erano a bordo di un autocarro travolto da una frana a Chimaltenango, nell’ovest del paese, mentre in quattro sono morti a Quezaltenango, travolti dal fango mentre erano in casa. E un’altra valanga di fango s’è abbattuta sui soccorritori che tentavano di salvare le persone in auto rimaste sotto la frana: ci sono altri 100 dispersi tra coloro che stavano operando sul campo.

Il presidente Alvaro Colom ha dichiarato lo stato di emergenza e ha lanciato l’allarme: “non abbiamo i soldi per far fronte a un’altra catastrofe come quella di Agatha”, la tempesta tropicale che ha provocato almeno 165 morti e un miliardo di dollari di danni nel mese di maggio. Questa volta, secondo il presidente, i danni potrebbero ammontare a 350-500 milioni di dollari.

Secondo le informazioni diffuse dalla stampa locale, oltre ai 36 morti, un bilancio provvisorio, ci sarebbero almeno altri 150 dispersi e oltre 3000 persone che hanno dovuto abbandonare le loro case. Gli smottamenti e la tracimazione di fiumi e torrenti stanno mettendo a rischio l’incolumità di almeno ventimila guatemaltechi che vivono nelle zone più a rischio. Il Coordinamento nazionale per la prevenzione dei disastri naturali ha avvertito che attualmente sono almeno dieci i fiumi che potrebbero tracimare nelle prossime ore.

Per le caratteristiche del terreno carsico su cui è costruita la capitale, Città del Guatemala, si teme che le piogge torrenziali possano creare seri problemi alla stabilità delle abitazioni, soprattutto quelle dei quartieri più poveri.

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05 settembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/09/05/news/guatemala_colpita_dalle_alluvioni_22_morti_150_dispersi_e_3000_evacuati-6780853/?rss

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Guatemala hit by heavy rain

AlJazeeraEnglish | 05 settembre 2010

The worst rainy season has hit Guatemala, the rain is still coming down and the situation remains critical.

Guatemala’s weather service predicts the higher than average rainfall will not let up for another 12 weeks.

The floods first swept across central Chimaltenango City burying a bus and killing at least ten people.

More than 29-thousand people are thought to have been affected by the rains and 24-thousand could be in danger.

Al Jazeera’s Kimberly Halkett is in the flood-hit town of Amatitlan.

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Tropical storm opens up 60m sinkhole in Guatemala City

NMAWorldEdition | 01 giugno 2010

Residents of a Guatemala City suburb were shocked when rain bought by Tropical Storm Agatha opened up a huge sinkhole in their neighborhood. The 30m diameter, 60m deep hole swallowed a whole building, but there were no deaths, according to reports. Local residents have blamed the sinkhole on the rain and the city’s substandard drainage system. Agatha swept across Central America at the weekend, bringing heavy rain and flooding that killed around 150 people.

IL DISCORSO – Fini: Il Pdl non c’è più, c’è il predellino. Giustizia, stop a Ghedini dottor Stranamore

Fini: Il Pdl non c’è più, c’è il predellino

http://www.unita.it/_arke2/modules/phpthumbv1.7.9/phpThumb.php?src=/img/upload/image/AREA%202%20640X250/finispalle640.jpg&w=640&h=

Giustizia, stop a Ghedini dottor Stranamore

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19.55 Finisce tra gli applausi: discorso di un’ora e mezzo

Fini conclude con appello ai suoi, a Futuro e libertà che andrà avanti, scrosci di applausi, segue l’inno di Mameli.

19.53 Appello al centro destra: idee e coscienze migliori
Se vogliamo dare all’Italia e a centra destra il calcolo utilitarista del farmacista, buttiamo il cuore oltre l’ostacolo, diamo un senso alla politica, mobilitiamo le coscienze migliori nel nome delle nostre idee.

19.51 Codice etico per chi ha cariche pubbliche
Discutiamo in parlamento su opportunità su codice etico per chi ha cariche pubbliche

19.48 Ringraziamo chi lavora
Non stanchiamoci di ringraziare quelli che fanno il proprio dovere, servire lo stato significa servire la patria, il nostro popolo, il lavoro.

19.46 Coinvolgiamo l’opposizione
Vediamo se e chi ha interesse nazionale. Se una buona idea viene da opposizione chi ha a cuore il bene del paese la raccoglie.

19.43 Meno fisco con più familiari e disabili
se nei cinque punti si dovrà dar vita a riduzione del carico fiscale, dovremo discuterne. Interveniamo sul cosiddetto quoziente familiare: chi ha più familiari o disabili a carico abbia meno carico fiscale. Parliamone in Parlamento e nel paese.

19.42 Ultimi in Europa nel welfare
Nel welfare siamo tra gli ultimi in Europa

19.41 Giovani e disoccupati
Fa piangere il cuore che un ragazzo su 4 è disoccupato. Il patto generazionale vuol dire che molti ragazzi anche qui in Emilia senza la pensione del nonno non andrebbero avanti. Poniamocele queste questioni, investiamo nei giovani.

19.38 Ministro “ghe pensi mi”
Ma vi pare possibile che si possa attendere il nome del ministro dello sviluppo economico al di là del ghe pensi mi?

19.36 Giacimenti culturali
Occhio ci vuole per grandi imprese ma tessuto italiano si basa su imprese medio piccole. E i giacimenti culturali valgono di più dei giacimenti petroliferi.

19.33 preoccupati da condizioni sociali ed economiche
Gli italiani sono preoccupati da condizioni sociali ed economiche

19.32 Scegliere i parlamentari
Sovranità popolare significa che elettori hanno diritto di scegliere i loro parlamentari. Poi discuteremo come, ma se è sovranità popolare gli italiani hanno il diritto di scegliere chi li deve rappresentare.

19.30 19.30 Perenne corto circuito con magistratura
Perenne corto circuito con magistratura

19.29 Divisione dei poteri vale per tutti
Divisione dei poteri vale per tutti

19.27 Processo breve
Come essere contrari? Occorrono anni per sapere se si è nel torto o si ha ragione. Riforma giustizia va fatta ma per garantire onesti e cittadini. Non può essere fatta contro la magistratura ma tenendo conto anche della magistratura.

19.25 Ghedini dottor Stranamore
E’ diritto di Berlusconi a governare senza che la magistratura lo metta fuori gioco. Finirla di affidare al dottor Stranamore che è Ghedini col risultato che la soluzione non si trova mai. Lavorare non per una legge ad personam ma che tutela la funzione e il ruolo del capo del governo che non vuol dire impunità, vuol dire sospensione dei processi.

19.22 Avanti con un patto di legislatura
Avanti con un patto di legislatura

19.21 A Italia serve riforma equa e solidale
Il 150esimo dell’unità d’Italia che è una e indivisibile va celebrato con una riforma che non va all’egoismo di una parte, è interesse non solo del sud ma anche del nord e delle parti più progredite. Se quando scoppia la crisi finanziaria in Grecia trema la Germania qualcuno è così ottuso che pensa di sopravvivere che riguarda uno solo un paese dell’Ue e uno dei paesi sul Mediterraneo? Italia ha bisogno di riforma equa e solidale.

19.19 Bossi è popolare, ma Padania non esiste
Bossi è leader popolare Solo chi non conosce la storia, neanche la geografia, può pensare che la Padania esista per davvero.

19.17 Fallimento legislatura sarebbe fallimento anche di Berlusconi
Il fallimento di questa legislatura sarebbe un fallimento per tutti, anche per Berlusconi. Quando si ottiene una fiducia talmente ampia come mai accaduto, il primo dovere non è liquidare il dissenso ma è governare. E siamo certi che questo patto di legislatura possa proseguire il prosieguo della legislatura. Anche la Lega ne è cosciente, ne sono certo.

19.15 Non si fanno cambi di campo
Si va avanti e non si passa altrove. Non si fanno cambi di campo. Tra qualche settimana quando presidente del consiglio si presenterà per presentare il nuovo patto. Guarderemo con attenzione a quei punti.

19.10 Campagne infami perché attaccano i familiari
Dopo il metodo Boffo, non ci facciamo intimidire da campagne paranoiche e patetiche. Paranoiche perché superato livello di decenza, patetiche perché non si rendono conto del disprezzo. Campagne infami non perché attaccano la mia persona ma i familiari e questo è tipico delle persone infami.

19.02 Tg salvo eccezioni fotocopie dei fogli d’ordine del Pdl
I tg sembrano fotocopie dei fogli d’ordine del Pdl e tante donne e uomini saltano le pagine di quei giornali.

19.02 Futuro e libertà è autentico spirito del Pdl
Futuro e libertà non è An in sedicesimo ma l’autentico spirito del Pdl. Per il superamento delle divisioni.

19 Popolo della libertà? Garantire libertà di dissenso
Se ci chiamiamo Popolo delle libertà deve essere garantita la libertà di esprimere il dissenso. Se proseguiamo con questa dialettica non significa tradire.

18.58 Leader di partito non è padrone di azienda
A Berlusconi siamo tutti grati per quando scese in campo nel 1994 nel fermare la “macchina da guerra”, ma la gratitudine non vuol dire che ci senta accusare di lesa maestà per ogni critica, non c’è un popolo di sudditi. Non gli ho mai contestato la sua leadership ma il ruolo che nelle aziende hanno i loro proprietari. I leader sanno trovare compromessi. Un grande partito è più di un coro di plaudenti.

18.54 Un dovere rispettare Costituzione, Napolitano è riferimento
Al capo dello Stato rivolgo qui un saluto deferente perché rappresenta un riferimento per il dovere di tutti di rispettare la Costituzione.

18.49 magistratura caposaldo della democrazia italiana
La magistratura è caposaldo italiana della democrazia. E’ lecito nel partito della libertà pensare al garantismo che non può essere considerato una sorta di impunità permanente?

18.48 Garantismo non è impunità permanente
E’ lecito nel partito della libertà pensare al garantismo che non può essere considerato una sorta di impunità permanente?

18.45 Sacrosanta protesta dei precari scuola
Tagli alla scuola, sacrosanta la protesta dei precari che non sanno il loro futuro. Mi hanno ferito le proteste dei poliziotti a Venezia per i tagli.

18.42 Espulso come nel peggior stalinismo
Solo nelle pagine del peggior stalinismo si può essere messi alla porta senza contraddittorio e con motivazioni ridicole.

18.40 Il 29 luglio fui espulso in mia assenza
Quel giorno fui espulso dall’ufficio politico del Pdl in due ore in mia assenza e non ero stato invitato. Si disse che la mia posizione era uno “stillicidio di dissenso, una partecipazione attiva al gioco al massacro delle procure e quindi Fini è assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Pdl”. Tutto è iniziato lì.

18.33 Mirabello come luogo di svolte. Sono emozionato
La cittadina ferrarese simbolo di svolte per la destra italiana ma – ammette Fini – mai sono stato emozionato come oggi. Perché questa festa è diventato apputamento rilevante per la politica italiana: per un giorno è la capitale della politica.

18.33 Arriva Fini, standing ovation
Applausi e “Gianfranco” dalla piazza.

18.32 Il saluto di Chiara Moroni
Saluta la figlia di un uomo coinvolto in Mani pulite e suicida.

18.26 Ricordano Almirante
Vittorio Lodi dal palco ricorda Almirante (e riceve applausi) per la Festa del tricolore (ora alla 29esima edizione) e ringrazia Fini.

18.18 Inno d’italia
Il figlio di Pinuccio Tatarella chiede di stringersi attorno alla “Patria” e invita a cantare l’inno di Mameli.

18.08 Piazza Primo maggio piena

Fini deve parlare dalla piazza 1° maggio (si chiama così, in omaggio alla festa dei lavoratori): è stracolma. Maxischermo e un aereo sorvola il paese con la scritta “Con Fini Futuro e Libertà”.

17.58 Dopo Lucio Battisti, “The Wall” dei Pink Floyd

Tutto lo stato maggiore e i parlamentari del movimento hanno preso posto nelle prime file. L’organizzatore della festa Luca Bellotti chiama per nome i deputati e senatori di Futuro e Libertà, e i loro nomi vengono accompagnati da lunghi applausi, tra bandiere di Generazione Italia e al suono delle vuvuzuelas. Dal palco risuonano le note della canzone “The wall” dei Pink Floyd, dopo “Uno in più” di Lucio Battisti.

17.49 Arriva Elisabetta Tulliani

Arriva da un ingresso secondario, la compagna di Gianfranco Fini Elisabetta Tulliani. Accompagnata dall’avvocato Consolo, si siede in prima fila davanti al palco da cui tra circa un’ora e mezza Gianfranco Fini terrà uno dei discorsi più importanti della sua carriera politica. I cronisti provano a strappare qualche battuta, ottengono solo un cortese sorriso.

La giornata che prelude al discorso
«Rispetteremo il patto con gli elettori, continueremo a sostenere il governo, nonostante ci abbiano buttato fuori dal Pdl. E agli elettori spiegheremo cosa è successo». Lo ha ribadito Gianfranco Fini parlando all’assemblea dei parlamentari di Futuro e Libertà riuniti al ristorante «I Durandi» prima dell’intervento del presidente della Camera alla festa di Mirabello. «Non è vero che siamo dei traditori – ha aggiunto Fini secondo quanto riferito da alcuni dei presenti – come ci stanno accusando di essere».

Ma all’assemblea dei parlamentari, più che Fini hanno parlato i deputati e i senatori di Fli: un dibattito che ha rispecchiato le sfumature nelle posizioni tra i “falchi e le colombe ma che si sarebbe concluso, racconta una fonte, con una «delega piena» al presidente della Camera, qualunque sia la scelta che Fini compirà rispetto al destino del movimento. E Fini non ha voluto anticipare nulla del suo intervento, preferendo ascoltare le posizioni, i consigli e i suggerimenti dei suoi uomini. A loro sono una raccomandazione: «Non dobbiamo fare dichiarazioni che diano l’impressione di divisioni tra di noi. Divisioni che non ci sono».

Sono arrivati alla festa Tricolore di Mirabello reggendo quattro bandiere con il simbolo di Alleanza nazionale. Sono militanti che chiedono un «ritorno al passato. Per recuperare quella libertà che avevamo e che ora non abbiamo più. Il Pdl è stata una esperienza positiva, ci crediamo – spiegano – ma i nostri valori e la nostra identità deve essere valorizzata».

Con un ringraziamento ai parlamentari che hanno deciso di stare al suo fianco e di seguirlo in questa delicata svolta politica, Gianfranco Fini – a poche ore dal suo discorso a Mirabello – ha aperto l’incontro con i fedelissimi di “Futuro e libertà”, in un ristorante alle porte di Mirabello. «Siate granitici e parlate una lingua sola», ha esortato confermando ai suoi che dovrà essere votata in Parlamento la fiducia al governo.

Ristorante blindato per i giornalisti, bloccati a un centinaio di metri dall’ingresso. Tra di loro anche gli inviati di Libero con uno scatolone con le firme raccolte dal quotidiano per chiedere le dimissioni dalla presidenza della Camera. L’obiettivo era consegnare le firme a Fini ma il corteo del presidente di Montecitorio non si è fermato. Poco dopo è però il deputato Enzo Raisi ha ritirato lo scatolone e in cambio ha regalato ai cronisti di Libero un pacco di tortelli con il logo di Fli.

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05 settembre 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=103151