Archivio | settembre 6, 2010

Scuola, fronte precari: settimana calda, verso grande manifestazione nazionale

Scuola, fronte precari: settimana calda, verso grande manifestazione nazionale

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Bloccate le convocazioni a Palermo e Milano. A Napoli in mattinata sit-in e blocco del traffico

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ROMA (6 settembre) – Mentre in diversi istituti è già suonata la prima campanella del nuovo anno scolastico, continuano a tenere banco le vicende dei precari della scuola. A Roma, nonostante l’avvio delle lezioni sia stato fissato ufficialmente al 13 settembre, sono già tornati in classe parecchi studenti, a cominciare da quelli del Tasso, storico liceo della Capitale. E anche in altre città, a prescindere da quanto stabilito dai calendari scolastici regionali e in virtù dell’autonomia scolastica, c’è già chi si è rimesso lo zaino in spalla. Anche all’Aquila, con le opportune misure di prevenzione di fronte allo sciame sismico in corso a 30 chilometri dal capoluogo, parecchie scuole hanno anticipato il rientro.

Entro il 20 settembre, comunque, le scuole riapriranno in tutta Italia
. E c’è pure chi, come gli alunni di una terza elementare di Savigliano, in pronincia di Cuneo, trascorrerà il primo giorno di scuola (il 13 settembre), in spiaggia, davanti al mare di Alassio, per sperimentare un progetto che dal prossimo anno punta a rilanciare il turismo ligure nel mese di settembre.

Sul fronte precari la settimana si annuncia calda: i prof rimasti senza incarico minacciano iniziative e mobilitazioni. Finiti o interrotti gli scioperi della fame della scorsa settimana la protesta dei precari prosegue davanti a Montecitorio, con un presidio almeno fino all’8 settembre, quando con l’inizio dell’attività parlamentare è stata convocata una nuova assemblea per organizzare uno sciopero nazionale, che potrebbe essere programmato a fine mese. Tensioni stamani a Palermo dove un gruppo di precari sta bloccando a Palermo gli uffici del provveditorato.

Napoli: sit-in precari con blocco della circolazione.
Un centinaio di precari tra docenti e personale Ata, insieme a genitori e rappresentanti dell’associazione Tutti a Scuola, hanno organizzato un’assemblea pubblica davanti all’ufficio scolastico regionale della Campania, a Napoli. I manifestanti hanno effettuato un sit-in, con blocco stradale, davanti agli uffici per discutere sulle prossime attività di protesta da mettere in campo a livello regionale.

Dal coordinamento precari scuola è venuta una proposta di effettuare una manifestazione nazionale con la quale mettere insieme tutti i precari del Paese, mentre dal sindacato dei Cobas è arrivata l’idea di avviare dei micro scioperi di alcune ore al giorno da effettuare durante l’orario scolastico.

«Ormai non rispettano più neanche la Corte costituzionale – dice Maria De Vita, madre di una disabile di 14 anni che frequenta le scuole medie. La legge dice che i nostri figli devono avere l’insegnante di sostegno con il rapporto 1 a 1, c’è anche una sentenza della Corte costituzionale che il governo intende non rispettare. A causa degli ultimi tagli della Gelmini la maggior parte dei nostri figli resterà senza il sostegno». La protesta e il sit-in si sono conclusi in tarda mattinata ma il presidio con tende e sedie resterà ad oltranza davanti all’Ufficio scolastico regionale.

Palermo: bloccate le convocazioni.
Un gruppo di precari della scuola sta bloccando a Palermo gli uffici del provveditorato agli studi, dove sono in corso le convocazioni annuali per il personale amministrativo. Sono 70 i posti disponibili e in circa duecento stanno aspettando l’esito. La protesta è scattata quando si è diffusa la notizia che il numero delle convocazioni era inferiore rispetto alle previsioni. È stato richiesto l’intervento delle forze dell’ordine. Davanti l’ufficio scolastico, in via Praga, è arrivata la polizia. «Stiamo tentando una contrattazione con il provveditore Rosario Leone per evitare che la situazione degeneri», dice Giuseppe Speciale, rappresentante del Comitato Ata, del personale tecnico-amministrativo. «Sono 70 i posti disponibili – continua il precario – mentre l’anno scorso erano 152. Oltre ai tagli della riforma Gelmini ci vediamo sottratto il posto di lavoro da personale non qualificato degli enti locali e ci costringono a non avere immissioni in ruolo».

Intanto 1.500 precari Ata attendono la decisione del Tar, che si pronuncerà il 9 settembre, sul ricorso presentato contro una circolare emanata dal provveditorato agli studi che prevede ulteriori tagli. «Chiediamo la sospensione della circolare – dice Paolo Di Maggio del comitato precari di via Praga – Siamo vincitori di un concorso per titoli bandito dal ministero e le percentuali dei tagli sono errate, sono state fatte in funzione di uno schema di decreto che a tutt’oggi non è stato approvato».

Domani è in programma un’assemblea della Cgil, alle 10, nei locali dell’ex provveditorato, dopodomani invece partirà da via Praga, alle 16.30, un corteo organizzato dai Cobas. Il 12 settembre i precari di tutte le province siciliane si daranno appuntamento a Messina per la manifestazione regionale «Invadiamo lo Stretto». Dopodomani, a Roma, è previsto un incontro tra i delegati dei precari di ogni parte d’Italia per discutere le proposte da inserire nella piattaforma nazionale, elaborata dal coordinamento della scuola.

Milano, bloccate nomine insegnante di sostegno: «Vogliamo trasparenza». Assemblea permanente e blocco delle nomine per le cattedre di sostegno per le scuole secondarie di Milano e provincia. Sono le iniziative dei coordinamenti dei docenti precari in corso in queste ore mentre si stanno effettuando le nomine presso la scuola Ipc Cavalieri di via Olona. I precari chiedono che «le nomine vengano fatte in trasparenza, non in aule chiuse ma pubblicamente nell’aula magna. Già gli scorsi anni – spiega Giuseppe Palatrasio del coordinamento 3 ottobre – sono state fatte nomine in deroga alle regole, quest’anno vogliamo che le regole siano tutte rispettate. I tagli alla scuola non fanno che rendere più inefficiente il sistema di reclutamento». Secondo quanto spiegano i precari, sono 152 le cattedre di sostegno da assegnare tra medie e superiori a Milano e provincia, «un numero già sottostimato rispetto alle 200 di cui è stato calcolato il fabbisogno».

A Milano prende corpo la manifestazione annunciata per sabato prossimo con ritrovo in piazza Missori, alle 15 «contro i tagli alla scuola, per il ritiro della legge 133, e in difesa della scuola pubblica». Secondo quanto riferisce la Cub, al corteo non ci saranno solo insegnanti precari, e di ruolo, di Milano e di altre province, ma anche rappresentanze sindacali di Cub Scuola, Flc Cgil ed Sdl, studenti, genitori e cittadini, che dopo l’assemblea dello scorso 4 settembre hanno deciso di promuovere questa nuova iniziativa, in seguito allo sciopero della fame della scorsa settimana da parte di quattro insegnanti precari.

Oggi Sinistra Ecologia Libertà ha annunciato che parteciperà all’assemblea indetta dal Coordinamento precari per mercoledì 8 settembre davanti a Montecitorio, in concomitanza con la riapertura dell’attività parlamentare dopo la pausa estiva. «25 mila cattedre e 15 mila posti in meno per il personale Ata per l’anno scolastico 2010-11, che si aggiungono ai 57.000 posti persi già l’anno scorso rappresentano – spiega in una nota – la netta volontà di distruggere l’Istituzione Scuola».

E da domani a Bologna parte la Festa nazionale della scuola organizzata dal Pd. Francesca Puglisi responsabile per la Scuola del partito spiega così l’iniziativa: «Una settimana di incontri aperti e dibattiti per raccontare all’Italia che sta accadendo alla scuola pubblica italiana e la nostra opposizione ai tagli drammatici del Governo».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=117648&sez=HOME_SCUOLA

Piazza Venezia (noi ci saremmo andati?)

Piazza Venezia (noi ci saremmo andati?)

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di Ferruccio Sansa

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Ce lo siamo chiesto tutti: ma io sarei andato in piazza Venezia? Avrei alzato il braccio teso verso quel terrazzo?

Non so che cosa ne pensiate voi, ma io in piazza Venezia ci metterei un monumento. Niente di celebrativo o sentenzioso. Semplicemente una figura umana a grandezza naturale in mezzo al grande spazio vuoto. Con una scritta: “Tu saresti venuto qui?”. Punto.

Invece niente. Noi italiani siamo dei maestri in quella finta bonomia che somiglia tanto a un’innata capacità di autoassoluzione.

Sono passato pochi giorni fa in piazza Venezia. Era notte. Turisti che si trascinavano verso gli alberghi, uno spazzino, il solito girotondo di auto e le luci del bar Castellino, così ben descritto da Marco Lodoli nelle sue “Isole” (un libro che vi consiglio, se amate Roma, come me che ci ho vissuto dieci anni). E’ di notte, quando la piazza è vuota e silenziosa, che riesci a immaginarla meglio gremita di gente. Ti metti di lato, nascosto in un angolo, chiudi gli occhi e ti pare di sentire il ruggito della folla che sembra far tremare i sanpietrini. Che ti sale dentro e ti eccita, di entusiasmo o terrore.

Sono rimasto a lungo a sentire i suoni che arrivavano da fuori e i pensieri che mi nascevano dentro. E alla fine si è riproposta quella domanda che mi sono – ci siamo – fatti mille e mille volte: “Ma io ci sarei venuto?”.

Ecco, potrà sembrare assurdo, ma credo che questi tempi grami ci mettano di fronte a una grande opportunità prima di tutto individuale, personale: ci costringono a prendere una posizione chiara, di fronte agli altri e prima di tutto a noi stessi. Insomma, ci spingono a capire chi siamo veramente.

Certo, oggi non si rischia la vita. Nemmeno l’esilio oppure l’olio di ricino. E, però, non dobbiamo nasconderci la verità: opporsi fermamente oggi a chi comanda ha un prezzo. Così come tacere, assecondare garantisce dei vantaggi.

Ne ho parlato a lungo con mia moglie durante quei bilanci notturni che precedono il sonno. Valeria ha sintetizzato i miei lunghi discorsi con una frase molto più efficace: “Se paghi un prezzo per le tue scelte, vuol dire che avevano un valore”.

Sono giorni che rimastico questa frase dentro di me. E piano piano ecco che quelle due parole – prezzo e valore – se ne sono tirate dietro tante altre, sempre più grandi: bene, male, coraggio, coscienza. Ma alla fine una soprattutto che le racchiude tutte: libertà.

Già, oggi è il momento di prendere posizione (non intendo, ovviamente, per uno o l’altro schieramento), intendo prima di tutto di fronte a se stessi e quindi rispetto alla società in cui viviamo e cui in qualche modo contribuiamo.

Accade per i personaggi pubblici, ma anche per tutti noi, nella vita di ogni giorno: medici, insegnanti, impiegati… e, visto il lavoro che faccio, i giornalisti.

Ricordo ancora lo sdegno che provai nei primi anni della mia formazione quando mi trovai davanti le prime pagine dei giornali usciti il giorno dell’approvazione delle leggi razziali. No, quei titoli vomitevoli, quegli articoli indegni non si erano scritti da soli. Gli autori non erano marziani, ma giornalisti come noi. E di nuovo, oggi, mi pongo la domanda: ma io… noi giornalisti che cosa avremmo scritto? Anzi, che cosa stiamo scrivendo?

Non ci sono, è vero, ancora leggi razziali approvate dal Governo, ma leggendo i proclami di alcuni sindaci leghisti del Nord ci accorgiamo che non ne siamo lontani. La strategia è semplice, una sorta di mitridatizzazione: giorno dopo giorno, aumentando la dose si cerca di abituare l’opinione pubblica. Mi ricordo ancora un incontro casuale che ebbi, giovane cronista politico alle prime armi, all’uscita della buvette di Montecitorio con Umberto Bossi. Il Senatur – eravamo nel 2003 – era al massimo della sua verve polemica. Era mattina, aveva la voce ancora assonnata. Pareva non rendersi conto di avere davanti un cronista o, forse, visto che è molto più furbo di me, fingeva di non pensarci: “I clandestini? Bisogna prenderli a cannonate”, disse. Poi il giorno dopo, secondo una tecnica ben collaudata, smentì: “Una battuta male interpretata dal cronista”.

Ma le dichiarazioni dal sapore razzista sono soltanto un esempio. Ci sono leggi vergogna, scandali (nel centrodestra come nel centrosinistra) sotto gli occhi di tutti eppure taciuti da noi giornalisti. Ecco, non vedo poi tanta differenza tra chi riempiva le pagine dei quotidiani del Ventennio e noi cronisti di oggi.

Ho letto nei giorni scorsi l’interessante articolo di un collega che elencava gli ingredienti necessari per diventare un buon giornalista. E’ importante parlare le lingue, diceva. Verissimo. E’ indispensabile avere una solida cultura. Altrettanto vero.

E però, prima di tutto, io metterei un altro requisito: la libertà. No, qui non voglio dare lezioni a nessuno, non voglio dire di possedere questa dote. Ma davvero non riesco nemmeno a concepire il nostro lavoro senza questa condizione. Non so, è come pretendere di fare il pilota possedendo un aereo senza ali.

Viene da pensarla come una fatica, la libertà, come un rischio. E’ senz’altro anche questo, ma è prima di tutto una vertigine. Perdonatemi se cito Jovanotti: la vertigine non è soltanto paura di cadere, ma anche voglia di volare. Quindi uno stato d’animo che confina con la paura e il desiderio.

E qui, vi assicuro, non voglio parlare di me. Ma in questi anni ho visto tanti, troppi, colleghi che hanno tradito la loro professione – e quindi se stessi – dimenticandosi il dovere di essere liberi.

No, non è soltanto un calcolo di convenienza, è una questione molto più complessa. La libertà – nel nostro lavoro, ma nella vita di ognuno – implica indipendenza e, quindi, solitudine. Essere cronisti liberi significa mettere in conto di trovarsi soli, isolati rispetto all’opinione pubblica e ai propri colleghi.

Entra in gioco anche il senso di sé. Chi è capace di restare solo non ha bisogno di quel sostegno che viene dall’approvazione degli altri. Il cronista, credo, non deve cercare il consenso. E’ uno dei rischi più comuni, ma anche più seri della nostra professione.

La libertà è frutto anche della solidità di una persona. Insomma, entrano in gioco, direi, stati d’animo molto più complessi della semplice convenienza. Non bisogna essere troppo severi nell’emettere giudizi. Andate in Parlamento a vedere, andare nei consigli dei mille e mille comuni d’Italia. Troverete cronisti – magari bravissime persone – che si scambiano sorrisi con onorevoli e sindaci, che si danno troppo facilmente del tu. Ovvio, ci sono i ruffiani, ma non sono la maggioranza. Il discorso è più complicato: l’approvazione, la confidenza del potente di turno sono anche un conforto, una conferma del tuo ruolo.

Ricordo, quando mi aggiravo impacciato per il Transatlantico, alcuni “grandi” nomi del giornalismo italiano appollaiati su una poltrona in attesa che i politici di turno li avvicinassero, li riverissero. Quei saluti li facevano sentire importanti, si vedeva; e però, a ben guardare, con la loro arroganza rivelavano soprattutto insicurezza.

Eppure… eppure credo che i giornalisti non debbano cercare questa confidenza. Anzi, debbano fuggirla. E qui, ripeto, non parlo di me. Ho avuto la fortuna di incrociare nel mio lavoro alcuni tra i migliori giornalisti italiani. Due, in particolare, mi hanno colpito per il loro modo di concepire il loro ruolo: Gian Antonio Stella e Paolo Rumiz. Sempre cortesi, attenti alle persone. E però due uomini che si distinguono per una certa fierezza nel tratto. Uso una parola ormai desueta. Non intendo dire distacco o arroganza (non c’è messaggio, telefonata o lettera cui Stella e Rumiz non rispondano). Tutt’altro: voglio dire quel giusto senso di sé, anzi, del proprio ruolo che tutti dovremmo avere e che ci aiuta a essere individui liberi.

Noi svolgiamo una funzione sociale precisa. Preziosa. I cronisti che non sono liberi tradiscono la loro professione. Ma soprattutto, questo ho sempre pensato, sottovalutano profondamente il proprio ruolo. E quindi anche se stessi. Come diceva Joseph Pulitzer: “Un’opinione pubblica bene informata è la nostra Corte Suprema. Perché a essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l’indifferenza popolare o gli errori del governo. Una stampa onesta è lo strumento efficace di un simile appello”. Spesso noi giornalisti ce ne dimentichiamo. Siamo pronti a rivendicazioni contrattuali (giuste), ma quanto più raramente ci ricordiamo di difendere la nostra libertà e i colleghi rimasti soli…

La parola libertà davvero racchiude tutto. Perdonatemi, oggi mi è presa una febbre da citazione (forse anch’io mi aggrappo a grandi nomi per trovare conferma alle mie idee). Diceva Pier Paolo Pasolini: “Ho sempre pensato, come qualsiasi persona normale, che dietro a chi scrive ci debba essere necessità di scrivere, libertà, autenticità, rischio”.

Ecco, libertà è rischio. Quindi coraggio. Una virtù strana. Dalle tante facce. Così capita di vedere cronisti che hanno rischiato la pelle in guerra e che poi piegano la testa di fronte al potente di turno, cercando riparo sotto le sue ali. Sono stati soli sotto le bombe e poi diventano embedded quando devono ritornare nelle redazioni.

Non so che cosa ne pensiate voi, mi piacerebbe saperlo, ma io mi sono convinto che il coraggio sia, per così dire, una virtù derivata. Certo, esiste anche allo stato puro, ci sono persone che si possono dire coraggiose. Punto e basta. E, però, ci sono molti uomini che compiono gesti coraggiosi, che vivono esistenze straordinarie, senza essere nati eroi. Leggete la biografia di Armando Spataro, uno dei migliori giudici che l’Italia si trovi ad avere. Leggete le pagine in cui racconta di come, a lui giudice ragazzino, fu chiesto di sostenere l’accusa nei primi processi di terrorismo. La tentazione di rinunciare era forte, le vie di fuga erano pronte. Spataro, però, non si tirò indietro. Un coraggio che nasceva dal senso di lealtà verso lo Stato, i colleghi e gli amici. E soprattutto verso i propri ideali.

Ma il coraggio e, alla fine, la libertà, possono nascere da mille stati d’animo. Perfino da sentimenti che in origine non erano necessariamente positivi: l’ostinazione, il senso di confronto, perfino l’invidia. In fondo non importa.

Davvero non so se sarei andato in piazza Venezia. Non mi sento di condannare chi alzava il braccio verso quel terrazzo. Però credo che oggi sia il momento di decidere da che parte stiamo. Lo dobbiamo soprattutto a noi stessi.

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06 settembre 2010

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/06/piazza-venezia-noi-ci-saremmo-andati/57335/

VI RACCONTIAMO COME BERLUSCONI HA USATO LA PROTEZIONE CIVILE PER TENTARE IL COLPO DI STATO

VI RACCONTIAMO COME BERLUSCONI HA USATO LA PROTEZIONE CIVILE PER TENTARE IL COLPO DI STATO

pubblicata da PARTIGIANI DEL TERZO MILLENNIO il giorno lunedì 6 settembre 2010

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Nel 1992 una legge stabilisce che la Protezione Civile nel caso di emergenze possa agire velocemente e, se necessario, scavalcare le procedure correnti. Di questa legge nel 2001 si accorgono gli esperti che lavorano per Berlusconi, e che cosa si inventano? Alla parola ‘emergenza’, aggiungono la parola ‘grandi eventi’. Perchè lo fanno? Perchè se l’emergenza permette di scavalcare la legge, e se i grandi eventi sono come l’emergenza, allora anch’essi permettono di aggirare la legge. Ma cosa intende Berlusconi per emergenza e grandi eventi? Un grande evento è ciò che il Governo decide essere un grande evento! Siccome lo stato di emergenza crea le condizioni per fare delle ordinanze e per agevolare questi poteri dittatorieli assoluti, è il Governo a stabilire cosa sia emergenza. Non sono solo i grandi eventi: se il Governo decide che è emergenza qualsiasi cosa, ad esempio il traffico nelle grandi città, può aggirare le leggi in nome di questa ordinanza.

Una volta dichiarato lo stato di emergenza, Guido Bertolaso (direttore del dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio) su proposta di Silvio Berlusconi, firma un’ordinanza nella quale dichiara che ‘tizio’ è nominato commissario straordinario in un determinato territorio per risolvere una determinata emergenza, il quale può agire in deroga a queste norme.

Quest’ordinanza c’è sempre stata, ma il problema consiste nel fatto che nessun presidente del consiglio l’ha mai utilizzata così sfacciatamente come Berlusconi stà facendo, nessuno mai ha giocato sulla pelle dei morti, nessuno mai ha giocato e speculato sulle emergenze gravi.Sono infinite le possibilità della nuova Protezione Civile voluta da Berlusconi, come per esempio trasformare l’emergenza rifiuti in una gigantesca operazione di propaganda (sono sotto gli occhi di tutti le immagini di Berlusconi con secchio e paletta a Napoli).Con la nuova Protezione Civile è possibile ad esempio bruciare negli inceneritori, anche quello che per legge non si può bruciare perchè tossico e perchè va a inquinare irreparabilmente terreni e falde acquifere e quindi è possibile far diventare legale ciò che è illegale.Questo ha fatto sì che diventasse reato punibile con il carcere da 1 a 5 anni, il manifestare pacificamente contro le decisioni della Protezione Civile.

Forse non tutti sanno che in Italia le grandi manifestazioni, anche sportive come i Mondiali di Nuoto o i Giochi del Mediterraneo, sono gestite dalla Protezione Civile, che può elergire centinaia di milioni di euro per la creazione di strutture non solo pubbliche ma anche private. Per i Mondiali di nuoto ad esempio, il commissario straordinario Angelo Balducci, può indirizzare finanziamenti pubblici a favore di suo figlio che viene autorizzato a costruire in piena zona esondazione Tevere.Quando il tribunale dà ragione ai comitati cittadini che lamentano il fatto che molte costruzioni non sono di pubblico utilizzo, Berlusconi risponde infilando due righe in un decreto in cui all ‘pubblico’ si aggiunge ‘ed anche privato’. Il 30 giugno Berlusconi decreta una nuova ordinanza nella quale si equipara l’ente pubblico al privato, cosa questa aberrante perchè in questo modo soldi pubblici vanno a rimpinguare le tasche dei privati.Facciamo notare che in questi ultimi anni i decreti del Presidente del Consiglio a favore della Protezione Civile sono praticamente raddoppiati.

Da quando è stata modificata la legge, Berlusconi ha dichiarato ben 35 GRANDI EVENTI, di questi più della metà sono eventi religiosi:

– Quarto centenario della nascita di S.Giuseppe da Copertino- Canonizzazione del Beato Josèmaira Escrivà, fondatore dell’Opus Dei- Beatificazione di Madre Teresa di Calcutta- Celebrazione dell’anno giubilare Paolino- Il 24 congresso Eucaristico Nazionale- L’incontro dei giovani italiani- Celebrazione del congresso europeo delle famiglie numerose (?)- Visita pastorale di Benedetto XVI a Brindisi- Visita pastorale di Benedetto XVI a Savona- Visita pastorale di Benedetto XVI a Cagliari

Tutti questi “GRANDI” eventi elencati e tutto ciò che essi comportano, dai viaggi alle cene, dai buffet alle infrastrutture (palchi), sono gentilmente offerti dalla Protezione Civile, e indovinate un po’ la Protezione Civile da dove prende i soldi? DA NOI!! NOI ONESTI CITTADINI CHE PAGHIAMO LE TASSE!!!

Il braccio destro economico di questo governo è la Protezione Civile: tutto passa per le mani della protezione civile e la Protezione Civile può fare tutto, anche quello che normalmente richiederebbe delle procedure lunge e legali.Ecco perchè la Protezione Civile può occuparsi di edilizia, come nel caso della costruzione delle new town di L’Aquila (i mostri di cemento), potendole edificare anche la dove era vietato costruire per legge, e può anche permettersi di sperimentare i costosissimi progetti di una fondazione privata a cui è collegata, questo spiega come mai, a L’Aquila per la costruzione dei nuovi alloggi per gli sfollati, si sia raggiunta la cifra costruttiva di 2800 euro a metro quadro, edificando case ben oltre le necessità che il piano antisismico richiedeva.Piani ammortizzati sopra il terreno, sui quali si possono costruire addirittura grattacieli, colonne antisismiche e case antisismiche. Dalla serie “pago io non ci facciamo mancar nulla!”

Si svela così il piano di Berlusconi che è dunque quello di ridurre drasticamente i controlli democratici sugli investimenti pubblici e privati. Si serve del successo d’immagine della Protezione Civile per tentare il passo decisivo: TRASFORMARE LA PROTEZIONE CIVILE IN UNA SOCIETA’ PER AZIONI, così Berlusconi stesso sarebbe in grado di gestire tutto il denaro pubblico che vuole attraverso una struttura che regoli il consiglio di amministrazione scelto da lui stesso e di cui lui sarebbe il presidente.In pratica senza modificare la costituzione reale il cavaliere sta tentando di modificare la costituzione materiale di questo paese.

Quasi avesse sentore di ciò che stava per accadere, non appena i suoi avvocati riuscirono a far passare la legge sull’immunità delle cariche dello stato (lodo Alfano), Berlusconi tentò anche di promuove Bertolaso ministro, garantendogli così il legittimo impedimento.Al suo massimo storico di popolarità, Berlusconi era ad un passo dal realizzare il suo sogno, gestire il paese come una delle sue aziende (P3), ma proprio in quel momento, intercettazioni e scandali sugli appalti e sulle commissioni edilizie fecero implodere il suo progetto facendolo vertiginosamente ripiombare nella crisi di immagine alla quale era sino a 5 minuti prima della scossa di terremoto del 6 aprile 2009.Da queste intercettazioni uscirà che la criminilatà organizzata, mafia, ‘ndrangheta, imprenditori corrotti e politici usavano la Protezione Civile per compiere il malaffare e lo stesso Bertolaso aveva “appaltato” i lavori del primo sito, la Maddalena, del G8 a suo cognato.Bertolaso viene indagato per corruzione ed il suo ex numero due per corruzione e per prostituzione.

Il resto è storia dei nostri giorni, come è storia dei nostri giorni il film DRAQUILA, da cui abbiamo estrapolato quanto sopra scritto, ed è storia dei nostri giorni il video che abbiamo girato noi stessi in prima persona a L’Aquila, ed è storia dei nostri giorni il decadimento morale e politico di un despota che ha tentato fino all’ultimo di emogenizzare il nostro paese.Se rileggete tutto quanto sopra scritto, se già non vi si sono mostrati gli ingranaggi di questo tremendo e pericolosissimo macchinario politico, vi renderete conto che, quanto provato a fare con l’ausilo della Protezione Civile, e cioè il controllo di una democrazia, collima con la nascita della loggia massonica P3, e collima con un vero e proprio colpo di stato… SILENZIOSO!

PARTIGIANI DEL TERZO MILLENNIO

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fonte:  http://www.facebook.com/notes/partigiani-del-terzo-millennio/vi-raccontiamo-come-berlusconi-ha-usato-la-protezione-civile-per-tentare-il-colp/125756290806966

La Twinings come la Fiat 500: Addio Londra, se ne va in Polonia

La Twinings come la Fiat 500
addio Londra, se ne va in Polonia

La vecchia Inghilterra perde un’icona che per tre secoli ha scandito le sue giornate. La mitica bustina di tè sarà prodotta nell’Est Europa, gli stabilimenti inglesi veranno chiusi e i dipendenti prepensionati o licenziati. La ragione: la ricerca di manodopera a basso costo, nel mondo sempre più globalizzato

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dal corrispondente di Repubblica ENRICO FRANCESCHINI

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La Twinings come la Fiat 500 addio Londra, se ne va in Polonia Contenitori del celebre tè

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LONDRA – Tutti l’abbiamo tenuta in mano almeno una volta, e così facendo ci sentivamo un po’ parte di un mondo che comprende la regina Elisabetta, Churchill, i gialli di Agatha Christie. Ma ora non più. La vecchia Inghilterra perde un’altra icona, un simbolo che ha scandito per tre secoli le sue giornate, e in particolare i suoi pomeriggi, verso le cinque o giù di lì. La mitica bustina Twinings, glorioso marchio intrinsecamente legato alla tradizione britannica, sarà prodotta in Polonia mentre gli stabilimenti inglesi dell’azienda verranno gradualmente chiusi e i dipendenti prepensionati o licenziati. La ragione è la stessa che spinge imprese di ogni genere ad andare in Asia o in Europa dell’Est: la ricerca di manodopera a basso costo nel mondo sempre più globalizzato. Ma è anche la fine di un’era: come se gli spaghetti non si producessero più in Italia, ma in Bulgaria. Da Tyneside, dove si trovava attualmente, la fabbrica sarà trasferita a Swarzdz, nella Polonia centrale.

La storia della Twinings comincia nel 1706, quando Thomas Twining, il fondatore, aprì la prima “tea room” al 216 dello Strand, la strada che porta a Trafalgar Square, nel cuore di Londra. Da allora l’espansione è stata rapida e costante. Da 170 anni la Twinings è fornitore ufficiale di tè per la casa reale britannica. E’ stata l’azienda che ha insegnato agli inglesi a bere il tè. Ma già da tempo buona parte delle miscele di Earl Grey, Lpasang e Darjeeling venivano confezionate in Cina, in un impianto che adesso verrà raddoppiato di volume. La Polonia è, si potrebbe dire, la goccia che fa traboccare la tazzina: un duro colpo per i 400 dipendenti britannici della Twinings, che ora hanno la quasi certezza di essere mandati a casa. Tra loro 263 operai della fabbrica di Tyneside, alle cui preoccupazioni economiche si è aggiunta una beffa: a partire dalla prossima settimana nello stabilimento di North Shields arriveranno i lavoratori polacchi che devono imparare il mestiere.

Le maestranze non l’hanno presa bene. “Non solo ci levano il posto, dobbiamo anche insegnare loro come si fa”, commenta un dipendente, chiedendo di restare anonimo. “Tè prodotto in Polonia?”, osserva il quotidiano Guardian di Londra, “no, questo è un atto contro la legge divina, i pionieri del British Empire e Rudyard Kipling che ne cantava le gesta si rivolteranno nella tomba”. Circa 4 mila inglesi hanno formato un gruppo di protesta su Facebook, intitolato “Salviamo la Twinings”. Ma per salvarsi, o meglio per restare competitiva in un mercato sempre più difficile, che la vede presente con 200 miscele diverse in 115 paesi,  la Twinings ha deciso che non c’era altra strada che questa: andarsene, emigrare, prima in Cina, ora anche in Polonia. Come la Fiat 500.

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06 settembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/09/06/news/twinings_polonia-6810725/?rss

A PROPOSITO DI SCHIFANI (o di Fassino?) – Il PD e la farfalla

OPINIONI

Il PD e la farfalla

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Per la serie ‘sinistre figure’

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Il PD ha una sola grande forza: la speranza, nei suoi elettori, che il PD possa cambiare. Non è poco. Osservando il moto browniano della sua burocratia, forse, è anche troppo. E la cosa peggiore è che non sanno nemmeno organizzare feste. Innanzitutto non può esserci una festa se c’è di mezzo Fassino, non solo non porta i dischi ma ti resta chiuso in bagno per ore a vomitare perché non digerisce le tartine.

Immagino che in pochi si saranno persi la performance di Piero, appena riesumato per l’occasione. Mettiamo il caso invitiate una persona dai provati rapporti con la mafia a casa vostra nel corso di una festa e i vostri amici lo fischino, voi cosa fate?
A) Deplorate vivamente l’episodio.
B) Esprimete profondo rammarico e solidarietà per l’indecente gazzarra.
C) Prendete la cosa con un leggero sorriso, in fondo anche questa è democrazia.
Avete risposto A? E’ già un miracolo che arriviate alla fine del pezzo. Se, invece, avete risposto B, siete nel posto sbagliato al momento sbagliato. Infine, se la vostra risposta è C, non sapete più per chi votare.

A ben vedere, Fassino era contrario alla presenza di Schifani e lo ha detto chiaramente durante la contestazione: “La festa del PD è un luogo dove si discute e si mettono a confronto delle idee perché è un luogo dove si invitano anche delle persone che la pensano diversamente da noi“, cioè altri del Pd.
Schifani, la “vittima”, da’ qua e là dell’antidemocratico. Sareste disposti a scommettere la verginità di vostra figlia minorenne che, quando veniva contestato Prodi, nel 2006, la reazione fu la stessa? (Come ha puntualmente fatto notare Carlo Gubitosa).

Il PD ci ha regalato ancora una volta un’immagine di sé aperta e dinamica come uno scafandro. Di questo passo non mi sorprenderebbe, trovandomi ad una festa del PD, imbattermi in un dibattito dal titolo: “Può la galera essere compatibile con un incarico istituzionale?”

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05 settembre 2010

fonte:  http://polluzionenotturna.blogspot.com/

L’OPINIONE DELL’ESPERTO

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La vicenda di Adro e la vergogna di essere leghista / La Lega val bene un Marchetto

Alla fine la ‘volontà popolare’ ha trionfato, nella vicenda della mensa negata ai bimbi delle famiglie inadempienti di Adro. Nulla ha potuto, nè i richiami al buon senso nè la generosità di un cittadino che, ironia della sorte, porta lo stesso cognome del sindaco del paese. Sindaco leghista come la maggior parte dei cittadini che governa. Sindaco e cittadini sprezzanti anche nel dichiarare che la ‘carne di maiale la devono mangiare tutti, ché una volta assaggiata poi ci si abitua’. Io credo che la carne del sindaco io la mangerò mai, tanto sa di marcio nella sua fetida putrescenza. Lui, e i cittadini come lui, sono morti che camminano su una terra che non è nemmeno loro ma è solo avuta in prestito e nella quale un giorno o l’altro si caleranno. Magari contornati da budini e uova. Ovviamente marce, esattamente come lo spirito che li anima.

mauro

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Adro, vittoria del sindaco e della gente: a mensa mangiano solo i bimbi paganti

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di Lucio Fero
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adro

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Alla lunga vince chi e soprattutto “cosa” è più forte. Quello che andiamo a raccontare è l’esito, la conclusione alla lunga, della storia di Adro. Chi ha vinto è chiaro, decidete voi, dopo aver letto, “cosa” ha vinto. Ad Adro sta per cominciare l’anno scolastico. Nella scuola c’era una mensa e c’è ancora. Quella che non c’è più è l’Associazione Promotori Attività Parascolastiche e la sua direttrice, Giuseppina Paganotti, che la mensa gestiva. Ora la gestione della mensa scolastica è passata di fatto direttamente al Comune, sotto la super visione del sindaco Oscar Lancini.

Era l’aprile scorso e sindaco e direttrice furono l’un contro l’altra. Il sindaco, in carica dal 1992, riconfermato con il 62 per cento dei voti dai settemila circa abitanti di Adro, ricevette allora una lettera dalla direttrice. C’era scritto che mancavano diecimila euro nei pagamenti delle “rette” per la refezione dei bambini. Cosa fece allora il sindaco Lancini? Trovò quei soldi in bilancio, tagliò altre spese, suggerì risparmi? No, stabilì che “Chi non paga non mangia”, anche, anzi soprattutto se a non pagare sono i genitori e a non mangiare i bambini. Niente più pasti per i figli dei morosi, guarda caso quasi tutti immigrati, genitori e figli. Lancini “condì” la secca risposta alla direttrice con il consiglio: “Carne di maiale anche agli islamici, se la assaggiano gli piace”. La direttrice non obbedì. Il tutto finì sui giornali e gli italiani cominciarono a discutere se fosse giusto e “istruttivo” per genitori e figli tenerlia  digiuno oppure se fosse una cucina di cattiveria umana quella che serviva questa pietanza.

Si mise di mezzo un altro Lancini, stavolta di nome Silvano e di professione imprenditore e non sindaco. Tirò fuori libretto degli assegni e penna e firmò di tasca sua un assegno con cui pagava la mensa a tutti per l’anno in corso. E ci mise sopra una lettera anche lui, dicendo che era un’infamia non dare da mangiare a quei bambini, qualunque fosse il motivo, qualunque fosse la ragione, non c’era giustificazione. A questo punto la storia di Adro fece il “salto di qualità”. Le mamme, la maggior parte e gli abitanti di Adro, la maggior parte, insorsero contro il Lancini che pagava e si schierarono con il Lancini che toglieva il piatto ai morosi. Il gesto del Lancini pagatore non fu visto e vissuto come generosità ma come provocazione. A maggio “Adrio News”, il bollettino del Comune, stampò undici pagine di protesta, e di insulti, contro di lui. La gente, la maggior parte, non voleva fosse trovata altra soluzione, anzi non voleva una “soluzione”, voleva proprio la punizione di chi non paga. Chi le toglieva la possibilità di punire era di fatto un traditore, un mestatore. A Lancini Silvano che aveva pagato per quelli che non pagavano nessuno o quasi ad Adrio rivolse e rivolge più la parola. Lui oggi dice: “I fatti sono chiari per chi vuole vederli, lasciatemi fuori, per favore”. Aveva scritto e pagato, ora non parla più, non ha più parole.

L’altro Lancini, Oscar il sindaco, inaugura il Palio della città. Non si teneva dal 1992. Sindaco orgoglioso della rinnovata festa che prevede con maligna e non voluta e percepita ironia, la gara del budino e il lancio delle uova. I soldi per il Palio ci sono e pure la voglia della gente di divertirsi e partecipare. Giuseppina Paganotti ha invece finito di guastare la festa e l’umore del paesino nel bresciano, l’ex direttrice sta facendo i bagagli, l’Associazione chiude e lei se ne va insalutata ospite: “Non posso fare altro, è finita”. A giugno infatti in sua assenza era stata indetta una riunione dell’Associazione. Presente il sindaco, i genitori, non tutti, ma quanti bastavano, hanno eletto un nuovo direttivo formato da gente d’accordo sull’inviolabile principio che chi non paga non mangia e sul suo corollario che chi non ha pagato va punito, anche per interposto figlio. Il sindaco vittorioso spiega: “Mangia chi paga e mangia quel che c’è, cattolico o islamico che sia. Menù padano (il sindaco è leghista). Io amministro Adro, del resto d’Italia non mi frega niente”.

La gente di Adro è con lui: generosamente hanno donato ben più dei 240mila euro che mancavano ai sei milioni e settecentomila spesi per rifare bello e funzionale l’intero edificio scolastico. Hanno pagato di buona voglia, hanno tirato fuori più del necessario. Non è gente avara nè povera, sul bollettino del Comune si legge “Grazie al grande cuore di Adro”. Cuore che batte per i bimbi della famiglie in regola, per gli altri battiti sospesi, anzi orgogliosamente negati. La storia è finita, la storia di Adro. Chi ha vinto e chi ha perso ha ruolo, identità, consenso e cognome. “Cosa” ha vinto…il nome a questa “cosa” datelo voi, è un nome antico come l’umanità ma sempre fresco e vivo e sempre di casa, soprattutto tra la “brava gente”.

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06 settembre 2010

fonte:  http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/adro-mensa-scuola-mangiare-pagare-bambini-lancini-533835/

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La Lega val bene un Marchetto

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Agostino Marchetto  Agostino Marchetto
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anteprima dell’articolo originale pubblicato in www.cattolicesimo-reale.it

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Di solito i cavernicoli della Lega Nord danno il meglio di sé durante l’estate, favoriti dai colpi di sole. Ma quest’anno anche settembre promette bene.

Da Adro a Tradate…

Noto per aver messo una taglia sui clandestini e per aver interdetto la mensa scolastica ai figli di chi non era in regola con la retta, il sindaco leghista di Adro Oscar Lancini ha disposto adesso che nella mensa sia imposta la carne di maiale anche ai figli di musulmani: “Chi non vuole mangiare il maiale vada pure a casa. Siamo liberi di proporre ai nostri bambini menù della tradizione padana” (Adrio è nostro, se non vi piace andate via, “il fatto”, 3 settembre).

Ha detto poi che in Padania si usa adorare Dio e, ignorando che questa usanza è diffusa anche fra i musulmani, ha aggiunto con tono di sfida: “Se Dio vi offende cambiate paese”. Cosa deve fare un italiano che non adora Dio non l’ha invece spiegato.

Intanto il sindaco leghista
di Tradate Stefano Candiani ha fatto ricorso contro la sentenza del tribunale che ha bocciato come discriminatorio il suo regolamento comunale. Esso, infatti, concede il bonus bebé solo a figli di due genitori italiani, escludendo sia le coppie extracomunitarie sia quelle “miste” (un solo genitore italiano).

Questa misura, che riecheggia la difesa della razza ariana di triste memoria, è stata tentata (e bocciata dalla magistratura) anche in altri comuni leghisti come Brescia, Morazzone, Palazzago e nello stesso Adro. A Tradate è stata giustificata con la necessità di far fronte alla diminuzione di bambini italiani ed europei, che comporterebbe la fine della cultura europea poiché “alla morte dei popoli si accompagna ineludibilmente la morte delle rispettive culture”(Solo i piccoli ariani, “il fatto”, 4 settembre).

…con tanti saluti a Marchetto

Nonostante questo ribadito razzismo la Chiesa non mostra di voler ritirare il sostegno alla Lega, in cambio delle battaglie leghiste a favore del crocifisso in classe e contro la Ru 486.

Un giudizio assai positivo aveva espresso, subito dopo le regionali 2010, mons. Fisichella, certificando la sintonia del leghismo “col pensiero della Chiesa” sui “problemi etici”. E il 31 agosto, a implicita anche se indiretta conferma, Ratzinger ha accolto a tempo di record la domanda di pre-pensionamento del responsabile migranti mons. Marchetto, che aveva espresso giudizi poco lusinghieri sulle ronde e sui respingimenti in mare, idee tenacemente sostenute da Maroni.

Roma locuta est, causa finita est. E pazienza se dispiacerà ai cattolici dal cuore tenero che la Chiesa parli come i cavernicoli anziché come Marchetto, anzi parli come i primi facendo finta di parlare come il secondo, in obbedienza alla più importante virtù teologale cattolica: l’ipocrisia.

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06 settembre 2010

fonte:  http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o19831:e1

Parabole, alta tecnologia e agenti che parlano tutte le lingue: Il “grande orecchio” israeliano spia il mondo dal deserto del Negev

Il “grande orecchio” israeliano spia il mondo dal deserto del Negev

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Parabole, alta tecnologia e agenti che parlano tutte le lingue per un sistema forse più potente di quelli della Cia

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di Eric Salerno
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TEL AVIV (6 settembre) – Possono leggere il testo di questo articolo mentre passa dal mio computer a quello del Messaggero. Possono ascoltare le conversazioni tra l’autore e il giornale. Basta una parola, come Urim – “luci” in ebraico – per mettere in guardia gli agenti che a turno vigilano su milioni di conversazioni e scambi di email alla ricerca di parole chiave. Nella Bibbia, gli urim, luci messe in sequenza, indicano per i sacerdoti la “via”.

Circondato dai campi di Kibbutz Urim, nel Negev occidentale, un ricercatore neozelandese ha scoperto una delle più importanti basi d’ascolto del mondo. Qui, le “luci”, una sfilza di trenta antenne e parabole satellitari di grandezze diverse, consentono all’Intelligence militare di Tel Aviv e al Mossad di ascoltare conversazioni telefoniche e leggere email di «governi, organizzazioni internazionali, società straniere, gruppi politici e individui». Nemmeno i cavi sottomarini che collegano l’Europa al Medio Oriente, in particolare quello che parte dalla Sicilia, hanno segreti per gli addetti all’ascolto. Conoscono alla perfezione le lingue di mezzo mondo.

E’ da Urim che l’Intelligence militare israeliano ha potuto seguire ogni movimento e ogni conversazione a bordo delle navi della flotilla di militanti filo-palestinesi e pacifisti diretta a Gaza e assaltata in alto mare. E’ da qui che ascoltano i colloqui tra il presidente palestinese e i suoi collaboratori. Da qui, che grazie alle parabole e a strumenti d’alta tecnologia sparsi dagli agenti del Mossad anche in Europa (esperti vicini ai servizi segreti italiani, parlano di programmi inseriti di segreto nei computer delle compagnie telefoniche), sono spesso in grado di conoscere in anticipo le mosse dei loro nemici. E anche degli amici. Perché oltre alle questioni politiche e militari, chi si occupa di “intelligence”, da sempre filtra l’etere anche alla ricerca di segreti industriali e finanziari.

Il neozelandese Nick Hager è autore di un libro, pubblicato nel 1996 sul ruolo del suo Paese – allo sprofondo nel Pacifico – insieme con Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia e Canada, nella raccolta di “intelligence”. Il sistema Echelon. Ora ha individuato ciò che ritiene sia uno dei centri d’ascolto più grandi del mondo. Forse è anche più potente, scrive, del sistema globale della Cia e dei servizi segreti britannici. Immagini satellitari su Google, spiega in un articolo pubblicato da Le Monde Diplomatique e ripreso con risalto dal quotidiano Haaretz di Tel Aviv, consentono di vedere le sagome delle parabole. Cani da guardia e agenti armati perlustrano in continuazione il perimetro della base a sud di Bersheva e che dista poche decine di chilometri dalla centrale nucleare di Dimona.

Nel suo racconto, Hager cita un ex-militare il cui compito era di seguire le conversazioni in inglese e francese. Faceva parte della batteria di addetti al monitoraggio dei telefoni. I computer della base, gestita in parte dall’ultra segreta “Unità 8200”, sono programmati per individuare il traffico da e per particolari numeri telefonici; a seguire determinate frequente radio; a segnalare parole o combinazioni di parole chiave, come bomba, pacco etc.

Tra i successi noti dell’“Unità 8200” e di Urim, l’intercettazione di una conversazione tra l’allora presidente Nasser e re Hussein di Giordania, il primo giorno della guerra del sei giorni nel 1967. E il colloquio tra Arafat e il gruppo di terroristi che assaltarono l’Achille Lauro nel 1985.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=117681&sez=HOME_NELMONDO