Archivio | settembre 7, 2010

CHIUSO PER MAFIA – A Milano l’antiracket chiude per colpa della mafia. “Abbandonati dalle istituzioni”

SOS Racket e Usura

Sito chiuso per mafia.

Purtroppo chi governa la città di Milano non merita la presenza di un’Associazione antiracket che tutela le persone per bene anzi, la delegittima.

7 settembre 2010, ore 18.00
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schermata del sito
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A Milano l’antiracket chiude per colpa della mafia

“Abbandonati dalle istituzioni”

L’ennesima minaccia costringe Frediano Manzi, presidente dell’associazione Sos racket e usura a oscurare il proprio sito. Cala il sipario su 18 anni di lotta alle cosche e 500 denunce. Eppure la politica rimane colpevolemnte in silenzio

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Squilla il telefono. Una, due, tre volte. Squilla ancora. Pochi secondi e qualcuno dall’altra parte del filo inizia a parlare: “Avete fatto male a chiamare i carabinieri. Perché io quello che devo fare lo farò, ditelo pure al signor Manzi”. Una minaccia. L’ennesima di tante. Non sarà l’ultima, ma certo i toni e il contenuto hanno il sapore acre di una scelta definitiva. Forse irrevocabile. Per questo Frediano Manzi ha paura davvero. Lui che da presidente dell’associazione Sos racket e usura ha denunciato boss, picciotti e padrini del racket. A Milano e in tutta Italia. Ora, però, non ci sta più. Si chiude. Perché il silenzio delle istituzioni è ormai diventato insopportabile. E adesso sul sito dell’associazione compare un’enorme scritta bianca su sfondo nero: “Chiuso per mafia”.

Per Manzi le ultime ventiquattro ore sono state terribili. Ieri mattina, ignoti hanno squarciato le ruote delle sue due auto. Poi quella telefonata terribile nella forma e nel contenuto. Non è finita: un noto imprenditore delle pompe funebri, già coinvolto nell’inchiesta Caronte del 2008, lo ha insultato al telefono accusandolo di dire menzogne quando denuncia per la seconda volta gli affari illegali del caro estinto. Una brutta storia su cui pesano gli intrecci politici che porterebbero ai piani alti di palazzo Marino. Ancora prima ignoti si sono spacciati per carabinieri. Chiedevano di lui. Peccato che non erano militari. Ma la cronologia delle minacce è lunga e brutale. Ottobre 2009: qualcuno spara contro il suo chiosco di fiori a Parabiago. Dicembre 2009: un pacco bomba composto da un contenitore d’alcol con miccia viene trovato davanti alla sua casa di Nerviano. Febbraio 2010 qualcuno dà alle fiamme un suo furgone. Eppure, fino a oggi, tutto andava bene, tutto si poteva sacrificare nel nome della legalità.

Quelli passati, così, sono stati 18 anni di battaglie scandite a suon di denunce, oltre 500, che portano in calce la firma di Frediano Manzi. Non, però, l’indirizzo della sede, ma quello di casa sua. Perché qui sta lo scandalo, l’ennesimo, di certa politica lombarda che non vede la mafia e anzi fa di più, la nega ben oltre l’evidenza. Come da anni nega a Manzi una sede per ricevere le vittime del racket e dei clan.

Nel 1999, dopo solo due anni di vita, l’associazione viene cacciata dalla sua sede di via Piermarini, pieno centro di Milano. Bastano appena due minacce ricevute per spingere i democratici inquilini del palazzo a fare una petizione in cui la presenza di Manzi viene definita scomoda. Poco male. “Le Acli – racconta Manzi – mi offrirono una sede in via della Signora”. Anche qui alla macelleria mafiosa serve un piccolo attentato. “Le Acli mi dissero che dovevo andarmene”. E’ il 2001 e da qui in poi, per nove anni, l’unica associazione presente in Lombardia che produce denunce contro il racket, si trova senza una sede ufficiale.

E la politica? Non parla oppure delegittima. Come ha fatto il vicesindaco Riccardo De Corato oltre un anno fa. Sono i giorni dello scandalo sul racket delle case popolari. Alloggi occupati e riaffittati abusivamente a 3.000 euro. Manzi filma tutto dando fuoco alle polveri di un’indagine che in poco più di un anno cancella il clan siciliano dei Pesco egemone in zona Niguarda. Ma De Corato minimizza: “Il fenomeno è insesistente”. L’indagine invece va avanti e Manzi in pochi mesi porta in procura una dettagliatissima mappa del racket in diversi quartieri della città.

Di nuovo silenzio o prese in giro. Clamorosa l’uscita del sindaco Letizia Moratti che invita Manzi “a fare regolare domanda all’Aler”. Chi si spinge oltre è invece Marco Osnato, genero di Romano La Russa, consigliere comunale del Pdl e membro del cda di Aler, l’azienda regionale che gestisce le case popolari. Lui, Osnato, a Manzi propone una sede a Quarto Oggiaro, quartierer criminale alla periferia di Milano. Ma, tiene a specificare, solo quando la zona sarà stata rivalutata. Per capire si consiglia una visita in zona, magari tra via Lopez e via Pascarella, e oltre in piazzetta Capuana, passando, perché no, davanti al bar Quinto.

Manzi, però, va avanti a consegnare questionari sul racket casa per casa e a raccogliere denunce. Quelle, ad esempio, che fioccano dopo il maxiblitz di luglio contro la ‘ndrangheta. Imprenditori che parlano di mazzette da 40.000 euro da versare nelle tasche del boss latitante Vincenzo Mandalari. Parole incofessabili che squarciano il velo dell’omertà. Manzi registra, annota e denuncia. Fino a oggi. E oggi dice basta.

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07 settembre 2010

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/07/in-lombardia-lantiracket-chiude-per-mafia-le-istituzioni-ci-hanno-abbandonati/57805/

fonte immagine:  http://acmos.net/2010/02/la-mafia-al-nord-non-esiste

TECNOLOGIA & AMBIENTE – Il fotovoltaico che lava via la polvere

Il fotovoltaico che lava via la polvere

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Un nuovo design promette risposte alla più sporca delle domande: come si elimina la polvere sedimentata a strati sugli specchi? Il sistema è pensato per le future missioni spaziali, e non solo

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di Alfonso Maruccia Alfonso Maruccia

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Roma – La polvere, il peggior nemico della salubrità dell’ambiente domestico ma soprattutto dell’efficienza di conversione energetica dei pannelli fotovoltaici. Un problema spinoso e urgente quello dei sedimenti stratificati sui pannelli solari, soprattutto in vista di un’adozione sempre più massiccia e diffusa di questo genere di tecnologie energetiche, sulla Terra come sugli altri pianeti del Sistema Solare nel corso delle prossime missioni di esplorazione spaziale.

“Uno strato di polvere di un 4 grammi per meno di un metro quadrato diminuisce la conversione dell’energia solare del 40 per cento”, dice Malay K Mazumder della Boston University. “In Arizona” continua Mazumder, “ogni mese la polvere che si deposita è quattro volte questa quantità. Il tasso di deposito è persino maggiore in Medio Oriente, in Australia e in India”.

Una riduzione così drastica dell’efficienza nella conversione energetica è una iattura che riduce la funzionalità dei pannelli fotovoltaici in applicazioni “terrestri” ma anche e soprattutto spaziali, e non a caso la soluzione realizzata da Mazumder e il suo team nasce proprio da una partnership con NASA in funzione delle future missioni su Luna e Marte.

Lo studio di Mazumder e colleghi descrive un pannello fotovoltaico “autopulente”, ricoperto di un materiale trasparente elettricamente sensibile integrato nella pellicola di vetro o plastica che ricopre il pannello stesso. Sensori si occupano di monitorare il livello di polvere sedimentato sulla superficie, e quando tale livello viene superato i predetti sensori rilasciano una scarica energetica che funziona da “onda repellente” capace di far scivolare via le particelle di polvere sino a oltre gli orli del pannello.

Il sistema consuma solo una piccola percentuale dell’elettricità generata da un pannello solare, dicono i ricercatori, ma in compenso è in grado di eliminare circa il 90 per cento della polvere stratificata in un processo repellente che dura un paio di minuti. Mazumder sostiene che il suo design di pannello auto-pulente possa essere di grande beneficio nelle zone della Terra particolarmente polverose, e non ci sono limiti di implementazione nei sistemi fotovoltaici “su piccola così come su larga scala”.

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07 settembre 2010

fonte:  http://punto-informatico.it/2977560/PI/News/fotovoltaico-che-lava-via-polvere.aspx

Fini da Mentana su La7: «Non ho mai pensato di lasciare. Berlusconi e Bossi al Quirinale? E’ roba da analfabeti del diritto»

7/9/2010 (20:36) – LO SCONTRO NELLA MAGGIORANZA

Fini: il voto subito è da irresponsabili ma io e i miei saremmo prontissimi

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Il presidente della Camera in tv: «Non ho mai pensato di lasciare. Berlusconi e Bossi al Quirinale? E’ roba da analfabeti del diritto». Bossi in pressing: adesso le urne
E il premier porta il Pdl in piazza

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ROMA
«Presidente ora e per tutta le legislatura».
Gianfranco Fini chiarisce che il presidente della Camera non si può licenziare e che la maggioranza non può disporre a suo piacimento delle istituzioni parlamentari. Se si potesse dare un titolo alla giornata politica, aggiunge, sarebbe «tanto rumore per nulla». La previsione di Fini è questa: Berlusconi e Bossi non chiederanno un incontro a Napolitano per porre la questione delle sue dimissioni perchè, se lo facessero, sarebbero due «analfabeti» della Costituzione.
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Il presidente della Camera derubrica come un’irricevibile pretesa, non contemplata dalla Costituzione, la richiesta del premier e del Senatur che ieri si erano rivolti al Quirinale chiedendo un colloquio per mettere il problema-Fini di fronte a Napolitano che, fanno invece sapere dal Colle in modo informale, non ha ricevuto alcuna richiesta ufficiale di incontro. Nel fixing della giornata politica restano alte le quotazioni delle elezioni anticipate (nuovamente evocate da Bossi e non escluse da La Russa) ma a tenere banco è l’intervista a La7 con cui il presidente della Camera ha ribadito che non ha alcuna intenzione di farsi da parte come vorrebbero invece Lega e Pdl.
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A dispetto delle convinzioni di Bossi che vorrebbe «spostarlo» dallo scranno più alto dell’assemblea di Montecitorio, Fini ricorda che «la Camera non è la dependance di palazzo Chigi» e che «sarebbe molto grave» se il presidente del Consiglio dicesse una cosa del genere perchè «sarebbe una concezione proprietaria delle istituzioni». Il rimpallo di dichiarazioni tra Bossi e Fini si estende poi alle elezioni anticipate. «Bisogna uscire dal pantano, è meglio votare», aveva sentenziato nel pomeriggio il leader della Lega secondo il quale è possibile andarci anche a novembre.
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«Andare a votare adesso -ribatte Fini- è da irresponsabili. Il governo non deve cercare il modo per andare a votare ma deve governare, occuparsi dei problemi dell’economia, dei problemi della sicurezza dei cittadini. Siamo in una condizione sociale estremamente preoccupante, i deputati di Futuro e libertà sono pronti a discutere con Forza Italia allargata, perchè il Pdl non c’è più e con la Lega, come tradurre in concreto i punti del programma, a partire dalla riduzione delle tasse». «Il mio auspicio -prosegue Fini- è che chi attualmente governa si renda conto che non deve cercare il consenso che ha, deve dimostrare di saper governare, che è una cosa profondamente diversa. Non è una campagna elettorale che risolve i problemi, anche perchè l’Italia ne ha fatte tante e i problemi sono ancora, non dico tutti ma molti, sul tappeto».
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Parere diametralmente opposto, invece, è quello del Senatur che insiste sul voto in autunno. «Tutto si può fare in questi giorni sapremo cosa fare dopo aver incontrato il presidente Napolitano» e rinviando quindi all’incontro con il capo dello Stato ogni decisione sul futuro della coalizione. «Stare nel pantano -spiega il leader della Lega- non serve a nessuno, più passa il tempo e peggio è. C’è una finestra per l’economia tranquilla, la situazione è ferma e si può andare alle elezioni». «Dipende se Berlusconi vuole andare a votare», taglia corto lasciando intendere che il Cavaliere continua a frenare sull’ipotesi di un voto anticipato.
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Resta fermo invece il proposito di salire al Quirinale. Sono già stati presi contatti? «Bisogna prima vedere quando siamo liberi, io e Berlusconi. C’è un giro di contatti», risponde il leader del Carroccio. Quando gli chiedono come si possono creare le condizioni per le urne, Bossi replica: «La strada va studiata con Napolitano». Come Bossi anche La Russa conferma che l’idea di conferire con Napolitano è un percorso che Pdl e Lega stanno costruendo insieme.
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«Credo che rimanere presidente della Camera -afferma il coordinatore pidiellino riferendosi in prima battuta alla posizione di Fini- sia obiettivamente una decisione che la nostra Costituzione riserva solo a lui». Il premier salirà al Quirinale «per rappresentare le nostre difficoltà -spiega La Russa- come del resto ha fatto tante volte la sinistra, anche per motivi meno importanti. Fini svolge un ruolo fortemente politico, incompatibile con la carica di presidente della Camera. È possibile che ci sia un presidente della Camera che dica che il “Pdl è morto”?», chiede il ministro.
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«Io non vedo le elezioni nè più vicine nè più lontane. Sta maturando nella maggioranza di governo la convinzione che non basti una maggioranza numerica ma che occorra una maggioranza politica e sincera che faccia rispettare gli impegni che abbiamo preso con gli elettori. Se avremo questo tipo di maggioranza non ci sarà bisogno di chiedere le elezioni al presidente della Repubblica e andremo avanti, altrimenti -conclude il coordinatore del Pdl- chiederemo con forza al presidente della Repubblica di ridare la parola agli elettori».
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Prima dell’intervista serale, l’opposizione si era già schierata a difesa del ruolo che la Costituzione riserva al presidente della Camera, stigmatizzando inoltre il movimentismo di Bossi tutto proiettato vero le elezioni anticipate. «Constatiamo con grande preoccupazione -dice il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa- che questo non è più il governo Berlusconi, ma il governo Bossi a cui aderisce Berlusconi». «Ormai -gli ha fatto eco Pier Ferdinando Casini- l’unico che conta, in Italia, è Bossi… allora siamo fritti. Speriamo che gli italiani si sveglino e capiscano cosa sta succedendo».
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«Bossi e Berlusconi -mette in chiaro il segretario del Pd, Pierluigi Bersani- non hanno a disposizione le istituzioni e questo devono metterselo in testa. Quando avremo la Costituzione di Arcore allora potranno chiedere le dimissioni del presidente della Camera».
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«L’ipotesi di far dimettere Fini -dichiara il vice presidente del Senato, Vannino Chiti- non sta in cielo nè in terra, nè nella Costituzione. Se Pdl e Lega hanno la maggioranza e i numeri per governare lo facciano. Altrimenti si facciano da parte e il presidente della Repubblica verificherà se ci sono le condizioni per un governo che affronti il problema della legge elettorale, restituisca ai cittadini la possibilità di scegliere le maggioranze di governo e i loro rappresentanti in Parlamento» .
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«Noi dell’Italia dei valori -chiosa Antonio Di Pietro- vogliamo che Silvio Berlsuconi salga al Colle per rassegnare il proprio mandato e andare a votare al più presto perchè il Paese si deve liberare non del presidente della Camera, ma del presidente del Consiglio».
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IL MEETING – “Emergency, la verità sulle guerre”. A Firenze le voci dal campo

“Emergency, la verità sulle guerre”
A Firenze le voci dal campo

Continua l’incontro nazionale dell’organizzazione umanitaria. Venerdì grande serata con Saviano e Tabucchi

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di MARIO NERI

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"Emergency, la verità sulle guerre" A Firenze le voci dal campo A sinistra, Marco Garatti, sequestrato in Afghanistan, con Vauro

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FIRENZE – La paragonano a quello che un tempo era la festa dell’Unità. Anzi, dicono che l’abbia sostituita, che se oggi esiste un tipo di militanza porti il suo nome. L’anno scorso fu l’unica manifestazione fiorentina a richiamare migliaia di ragazzi. Quest’anno la festa nazionale di Emergency 1, organizzata ancora a Firenze, vive la sua affermazione. «Io ci vengo perché sento che ci sono persone che dicono la verità sulle guerre. I medici, gli infermieri e i volontari di Gino Strada vivono lì,  nel mezzo all’orrore, e non ci sono media e giornali che tengano. Se vogliamo capire davvero le ragioni profonde dei conflitti loro sono l’unica fonte di informazione attendibile», dice Marco, 20 anni, studente di scienze politiche, arrivato al Palaffari di Firenze con un quarto d’ora di anticipo al dibattito che apre la festa.

Organizza Peace Reporter.
All’incontro, intitolato «Le guerre sono tutte uguali», partecipano il direttore della rivista Maso Notarianni, Vauro, lo scrittore Nicolai Lilin, e Marco Garatti, chirurgo dell’Ong, uno degli italiani arrestati a marzo in Afghanistan. «Non arrestato. Sequestrato», dice Sara, anche lei universitaria e anche lei convinta che «Emergency oggi sia l’unica vera organizzazione in grado di raccogliere consenso e catalizzare l’interesse dei giovani, perché i politici in Italia sono inascoltabili, vergognosi. I giovani hanno bisogno di intravedere ideali, onestà e comprensione verso chi è diverso. E chi più di un medico di Emergency può rappresentare tutto questo?». Insieme a un gruppo di dieci amici Sara giura: «Seguiremo tutta la festa fino a domenica».

L’attesa è per la serata di venerdì al Mandela Forum. Sul palco del Palasport fiorentino saliranno Roberto Saviano, Gino Strada, Vauro, Antonio Tabucchi e Samuele Bersani. Insieme a Fabio Fazio si discute de «Il mondo che vogliamo». «L’anno scorso c’erano centinaia di persone», racconta Luca, al secondo anno di Medicina e soprattutto aspirante volontario di Emergency. Il ragazzo si siede. Nella sala ci sono 150 persone. «Sapete chi sono i veri carnefici delle guerre?», chiede Vauro alla platea. «Beh, non sono i militari che producono morti e feriti, ma quelli che producono le armi con cui i militari uccidono e feriscono. Quelli che hanno scelto le guerre come mezzo per arrivare al profitto. I mandanti che della guerra non sanno nulla e decidono del destino di un paese per inseguire un unico scopo: gli interessi economici. Prendete la carta geografica. Vi accorgerete che i luoghi ricchi di risorse sono perfettamente sovrapponibili ai teatri dei conflitti». Poi prende la parola Garatti, il chirurgo di Emergency: «I media e i governanti oggi cercano di addolcire il racconto che si fa della guerra, cercano di bnasconderla all’opinione pubblica. Sappiate che la guerre sono brutali e sì, nel loro risultato finale tutte uguali»

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Info su iniziative e concerti: www.emergency.firenze.it 2.

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07 settembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2010/09/07/news/emergency_la_verit_sulle_guerre_a_firenze_le_voci_dal_campo-6846427/

INCHIESTA STRAGI – Mafia, l’ultimo intrigo dell’Addaura: sparite le telefonate tra il boss e gli 007

Mafia, l’ultimo intrigo dell’Addaura
sparite le telefonate tra il boss e gli 007

Gaetano Scotto è considerato l’uomo-chiave dell’inchiesta sulle stragi. Tutto quello che era agli atti sul boss condannato per l’omicidio Borsellino è scomparso. Era con chi aveva deciso che Falcone doveva morire già 3 anni prima di Capaci

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di ATTILIO BOLZONI

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Mafia, l'ultimo intrigo dell'Addaura  sparite le telefonate tra il boss e gli 007 La villa presa in affitto da Falcone sulla costa palermitana

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CALTANISSETTA – I misteri sulle stragi siciliane non finiscono mai. Dopo i sicari di mafia e di Stato che volevano Giovanni Falcone morto già tre anni prima di Capaci, dopo le indagini dirottate verso il nulla, dopo l’omicidio di due poliziotti troppo leali, adesso sono sparite anche le carte che raccontavano chi – dentro gli apparati – era pronto a far fuori il giudice di Palermo. Un altro intrigo. Un’altra congiura di talpe e spie infedeli. Anno dopo anno sono scomparsi molti fascicoli dalle inchieste sui massacri dell’estate del ’92, per esempio oggi non si trovano più i tabulati delle telefonate di uno dei personaggi centrali di queste trame siciliane, un mafioso condannato all’ergastolo per l’omicidio di Paolo Borsellino ma che è scivolato anche nelle indagini sul fallito attentato all’Addaura – il 21 giugno 1989 – contro Falcone. Tutto quello che era agli atti su Gaetano Scotto, boss dell’Arenella che per conto di Cosa Nostra gestiva i rapporti con gli uomini dei servizi segreti, è stato portato via: è stata sottratta la mappa di tutti i suoi contatti, ogni chiamata in entrata e in uscita. Fra le montagne di documenti processuali abbandonati in un magazzino della polizia fino a qualche mese fa, non ci sono più le tracce delle relazioni che il mafioso aveva avuto con quegli 007 con i quali “dialogava” da anni, funzionari dei servizi che sono finiti nelle inchieste sull’Addaura, sulla strage di Capaci, sulla bomba di via Mariano D’Amelio. “Gaetano Scotto è l’uomo chiave dei contatti fra le cosche e l’intelligence, ma i fascicoli dove c’erano i suoi tabulati li abbiamo inutilmente cercati”, spiegano gli investigatori che hanno ricominciato a indagare sui complotti dell’estate del 1992.

Così la procura della repubblica di Caltanissetta – senza più i tabulati di Gaetano Scotto – è ripartita da dove aveva lasciato all’inizio della primavera: dalle scorribande dei nostri servizi, da quelle “manine” che strage dopo strage hanno occultato prove e nascosto indizi. È la pista che porta ai mandanti “altri” e che, al momento, ruota intorno a quel nome: Gaetano Scotto. È il boss che attraversa tutti i misteri di Palermo dal 1989 al 1992, dall’Addaura a via Mariano D’Amelio passando per Capaci. È il “centro” per decifrare i collegamenti che ci sono stati fra i Corleonesi di Totò Riina e alcune fazioni degli apparati, il mafioso che custodisce i segreti delle bombe. Scomparsi i tabulati delle sue telefonate resta lui. Resta lui dietro ogni esplosione, dietro ogni patto di Cosa Nostra con chi aveva deciso che Giovanni Falcone doveva comunque morire.
È stato lui, Scotto – lo racconta ai procuratori di Caltanissetta uno degli ultimi pentiti, Angelo Fontana – a procurare il detonatore che avrebbe dovuto far saltare in aria Falcone il 21 giugno del 1989 davanti alla sua villa dell’Addaura. Quel giorno i sicari arrivarono da terra e non dal mare come si era ipotizzato per vent’anni. Mafiosi e “presenze estranee” a Cosa Nostra, tutti insieme per uccidere il giudice. Con loro fu avvistato, “nelle vicinanze” anche quell’uomo con la “faccia da mostro” che gli investigatori cercano da un anno senza trovarlo. Forse un poliziotto, forse un agente dell’intelligence segnalato da più testimoni sempre sui luoghi di ogni strage in Sicilia.

È stato lui, Scotto – lo racconta un altro pentito, Vito Lo Forte – che un mese e mezzo dopo il fallito attentato all’Addaura avrebbe avuto un ruolo nell’omicidio del poliziotto Nino Agostino e di sua moglie Ida “perché Agostino aveva scoperto un collegamento fra mafia e Questura”. Il poliziotto, il giorno dell’attentato, era là sugli scogli e probabilmente salvò la vita al giudice Falcone insieme al collaboratore del Sisde Emanuele Piazza. Ucciso Agostino e fatto sparire Piazza (prelevato nella sua casa di Sferracavallo e poi strangolato, il suo cadavere non è mai stato ritrovato) per cancellare ogni traccia di ciò che era avvenuto all’Addaura. Prima i delitti dei due poliziotti, poi le carte di Nino Agostino – appunti – scomparsi dalla sua casa, poi ancora le indagini sui loro omicidi concentrate su assurde “piste passionali”. Delitti e depistaggi.
È stato sempre lui, Scotto – lo raccontano le indagini sviluppate fra il 1993 e il 1994 – a mantenersi in contatto telefonico costante nei giorni della morte di Paolo Borsellino con una base dei servizi segreti acquartierata sulla cima di Montepellegrino, a Castel Utveggio, proprio sopra via Mariano D’Amelio.

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Castel Utveggio
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Ufficialmente a Castel Utveggio c’era una scuola di eccellenza per manager, in realtà era un covo di spie dell’Alto Commissariato che fu smobilitato un paio di settimane prima che l’inchiesta sulle stragi siciliane puntasse proprio in quella direzione. Una quindicina di anni fa erano stati acquisiti tutti i tabulati delle telefonate di Gaetano Scotto con quei personaggi della scuola per manager, i procuratori di Caltanissetta avrebbero voluto riesaminarli dopo la scoperta di un coinvolgimento dei servizi nelle stragi, ma quando hanno ordinato alla polizia giudiziaria di recuperare i tabulati non hanno trovato un solo foglio. Telefonate fra alti funzionari e Gaetano Scotto e telefonate fra alti funzionari e Giovanni Scaduto, un boss di Bagheria condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’esattore Ignazio Salvo e già in contatto con i cellulari clonati di Gioacchino la Barbera e Antonino Gioè, due degli attentatori di Capaci. Intrecci. Tracce telefoniche che partono da una strage e portano all’altra. Chiamate insistite nelle ore precedenti e successive alle bombe negli Usa, in Slovenia, in Germania. E in una stanza di Villa Igiea, il lussuoso hotel palermitano in stile liberty che probabilmente era diventato – fra una bomba e l’altra – la base operativa di qualcuno.

I tabulati di Gaetano Scotto, già allora – durante le indagini fra il 1993 e il 1994 – fecero intuire che non era stata soltanto la mafia siciliana a ordinare prima l’uccisione di Giovanni Falcone e neanche due mesi dopo quella di Paolo Borsellino. Ecco perché i tabulati non si trovano più.

Tutta l’inchiesta di Caltanissetta ricomincia ora da un collegamento certo fra il fallito attentato all’Addaura e via Mariano D’Amelio, tutto ricomincia da Gaetano Scotto che dopo l’ergastolo per l’uccisione di Borsellino tre mesi fa è stato indagato anche per l’esplosivo davanti alla villa di Giovanni Falcone. Il suo nome è stato svelato anche da Massimo Ciancimino, che nel suo interminabile tira e molla di rivelazioni avrebbe visto Scotto in compagnia dell’autista del famigerato “signor Franco”, l’uomo dei servizi segreti che per una trentina di anni ha protetto suo padre Vito. L’identità di quest’altro boss degli apparati – “il signor Franco” – è ancora ignota. E, stando alle identificazioni ufficiose e alle smentite ufficiali (e ai nomi altamente improbabili fatti circolare ad arte come puro veleno) del rampollo dell’ex sindaco mafioso di Palermo, ignota probabilmente resterà ancora.

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07 settembre 2010

fonte: http://www.repubblica.it/cronaca/2010/09/07/news/misteri_addaura-6818216/

SPERIMENTAZIONI – Un anticancro per cani (con il consenso dei padroni)

Un anticancro per cani (con il consenso dei padroni)

Un gruppo di veterinari americani ha sperimentato un farmaco anti-linfoma su sei animali, con successo

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MILANO – Non ci sarebbe niente di strano: sono malati di tumore e partecipano alla sperimentazione di un nuovo farmaco anti-cancro. Questa volta, però, i malati sono cani: non cani di laboratorio, che fanno la “cavia” di mestiere, ma cani con un nome e un padrone che “si offrono” alla ricerca scientifica. Succede negli Stati Uniti dove un gruppo di veterinari dell’Università dell’Illinois ha trovato un nuovo composto efficace contro i linfomi e ha deciso di sperimentarlo su sei cani affetti da linfomi spontanei, con la speranza di trovare una cura efficace per la loro malattia e la prospettiva di continuare le prove anche nell’uomo (che, con il cane, ha molte analogie biologiche). E ha ottenuto risultati positivi: a basse dosi il composto, chiamato S-PAC-1, ha fermato la crescita del tumore in tre animali e ha indotto una remissione parziale in un quarto, secondo quanto riportato sulla rivista Cancer Research.

NUOVI BERSAGLI Il farmaco agisce su un enzima cellulare , chiamato procaspasi-3, il quale, una volta attivato, stimola una cascata di reazioni che uccidono la cellula. Questo enzima è un bersaglio interessante per una terapia antitumore, in parte perché la cellula tumorale è immortale (si inceppano cioè i meccanismi che normalmente portano a morte la cellula) e in parte perché molti tumori, inclusi quelli della mammella, del colon del polmone, i linfomi, i melanomi e i tumori al fegato, contengono molta procaspasi-3. «Nel mio laboratorio – ha commentato Paul Hergenrother, chimico all’Università dell’Illinois – stiamo cercando nuovi bersagli per farmaci antitumorali, finora non sfruttati».

MENO TOSSICO Il nuovo composto è una versione modificata di un farmaco già sperimentato su topi e su un cane, ma troppo tossico. Il composto originale, chiamato Pac-1, che agisce interferendo con lo zinco, provoca, infatti, eccitazione neuromotoria anche a basse dosi, probabilmente perché passa la barriera ematoencefalica e si attacca allo zinco delle cellule cerebrali. Per impedire questo passaggio, i ricercatori hanno aggiunto un gruppo chimico, la sulfonamide, e lo hanno testato la nuova molecola sui sei cani. Prima, però, hanno dovuto stabilire la dose e lo hanno fatto su Hoover , un cane da caccia (razza Treening Walker Hound) del tutto sano.

BOXER E RETRIVER I risultati sono, dunque, buoni, ma occorreranno ancora molte verifiche prima di un’eventuale approvazione dellla cura, sia per gli animali che per l’uomo, da parte della Food and Drug Administration, l’ente americano per i farmaci. «Il profilo genetico del linfoma canino e di quello umano sono simili – ha commentato Hergenrother – per questo siamo ottimisti». Il linfoma è un tumore che interessa il sistema linfatico e colpisce, di solito, cani fra i sei e i nove anni. Alcune razze, come il boxer e i retriver, sembrano avere una maggiore suscettibilità genetica a questa neoplasia.

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Adriana Bazzi
abazzi@corriere.it
07 settembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/salute/10_settembre_07/tumori-cane-padrone_0e4e26d6-baa1-11df-a688-00144f02aabe.shtml

NON SONO ‘ADRO’.. – Bergamo, ivoriano perde 920 euro un italiano li trova e glieli restituisce

Bergamo, ivoriano perde 920 euro
un italiano li trova e glieli restituisce

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L’episodio a Seriate. I soldi e i documenti dell’immigrato erano caduti per strada dallo scooter

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I protagonisti di questa vicenda sono un italiano di trent’anni residente a Seriate, in provincia di Bergamo, e un cittadino ivoriano che viaggiava in scooter davanti alla sua auto. A un certo punto, mentre andava al lavoro a Zanica, l’italiano si è reso conto che dallo scooter erano caduti un portafoglio e un bel po’ di banconote. Quasi mille euro – 920, per la precisione – che il giovane ha raccolto a una a una insieme con il portafoglio contenente il passaporto, la carta d’identità e altri documenti dell’immigrato.

Il passo successivo è stato la consegna di soldi e documenti ai carabinieri di Seriate. Che hanno contattato l’ivoriano, disperato per la somma persa, invitandolo a raggiungerli in caserma per restituirgli il tutto. “Lei è un signore”, ha detto un carabiniere all’italiano – come riferisce il sito bergamonews.it – e l’ivoriano ha fatto il resto contattandolo per ringraziarlo di persona.

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07 settembre 2010

fonte:  http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/09/07/news/bergamo_ivoriano_perde_920_euro_un_italiano_li_trova_e_glieli_restituisce-6842892/?rss

A PROPOSITO DI – Matteo Renzi: «Con Fini che cita Almirante ho poco da spartire»

Matteo Renzi: «Con Fini che cita Almirante ho poco da spartire»

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di Osvaldo Sabato

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Questa volta concorda anche con chi vorrebbe che nella stanza dei bottoni del Pd si facesse da parte: domenica pomeriggio a Mirabello, Gianfranco Fini, ha messo la pietra tombale sul Pdl. Le picconate del presidente della Camera a Silvio Berlusconi per il sindaco di Firenze, Matteo Renzi (uno che di picconate se ne intende), non devono però abbagliare il Pd e il centro sinistra. Il suo è una sorta di avviso ai naviganti a non lasciarsi ammaliare dal canto delle sirene di Fini e dei finiani: «Il Pd e il centro sinistra sono cose diametralmente opposte rispetto a questa gente» dice Renzi. Il primo inquilino di Palazzo Vecchio non ha dubbi: «Noi dobbiamo stare il più lontani possibile da Fini». Insomma è vero che il presente è Mirabello «ma me lo ricordo quando Fini andava in giro con Jean-Marie Le Pen» insiste Renzi «io con uno che cita Giorgio Almirante ho poco da spartire». Sospetto e diffidenza, dunque.

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Renzi, qual è la sua ricetta per superare definitivamente la stagione berlusconiana?

«Intanto, quello a cui stiamo assistendo è un balletto umiliante per l’Italia».

Ma per il presidente Pd Rosy Bindi quello di Fini è un tentativo serio di creare nel nostro paese una vera destra europea.
«Se facessi il presidente del Pd mi preoccuperei di costruire una sinistra italiana. Mi stupisce che l’onorevole Bindi, dopo oltre vent’anni di esperienze parlamentari fra Strasburgo e Roma, non colga che il problema non è Fini. Noi piuttosto dobbiamo raccontare che Italia vogliamo e come vogliamo costruirla con il Pd».

Che tipo di partita deve giocare il Pd?
«Credo che noi dobbiamo essere pronti per la competizione elettorale senza inciuci e tatticismi. Dobbiamo provare a dimostrare sul campo l’inganno fatto da Berlusconi agli italiani. Ora tocca a noi fare proposte».

L’occasione potrebbe essere l’iniziativa che lei ha organizzato a Firenze insieme a Civati dal 5 al 7 di novembre?
«Potrebbe. È vero che noi puntiamo ad un ricambio in Parlamento, lo prescrivono le regole del Pd, ma il nostro vero obiettivo è il ricambio del Paese: portare a casa un governo diverso».

Se il nuovo Ulivo di Bersani la fa sbadigliare, in caso di elezioni chi potrebbero essere i compagni di viaggio del Pd?
«In questo momento il tema delle alleanze è l’ultimo dei problemi. Definiamo prima con chi andare, dove andare e chi guida. Il nostro affetto verso la «ditta», anche se il termine di Bersani mi sa troppo di aziendalismo, sta nella voglia di inondare il Pd non di lanci di agenzie sul con chi mi metto, ma di contenuti che possano incrociare i desideri degli italiani di oggi. Noi dobbiamo dimostrare che questo governo, eletto con il contributo di Fini, ha fallito. Se andiamo sui contenuti e riportiamo entusiasmo, come ci scrivono tanti amministratori da tutta Italia, allora vinciamo. Questa partita non si vince con l’autogol sperando in Fini, la vinciamo se andiamo noi all’attacco».

La partita il Pd non la potrebbe vincere anche con l’esperienza di chi lei vorrebbe rottamare?
«I leader nazionali sono importanti, come i parlamentari, ma in determinati momenti occorre avere il coraggio di cambiare. Del resto è lo statuto del Pd che indica il limite dei mandati, basta solo rispettarlo. I leader possono continuare a darci una mano ma facciamo spazi ad altri».

Anche a lei?
«Io faccio il sindaco di Firenze, sto fuori da questa partita. La rottamazione poi non è solo un fatto anagrafico, contano le capacità e le idee, ma è altrettanto assurdo che ci siano degli inamovibili».

Fra questi ci sarebbe anche Bersani eletto segretario con tre milioni di voti alle primarie?
«Nessuno mette in discussione il segretario di oggi. Stiamo mettendo in discussione i parlamentari di domani».

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07 settembre 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=103213

Pakistan: Onu, almeno 10 milioni di profughi. Da Croce rossa e Agire raccolta fondi via sms

Pakistan: Onu, almeno 10 milioni di profughi
Da Croce rossa e Agire raccolta fondi via sms

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Dopo la distruzione e le malattie, ora c’è l’emergenza-cibo. Dal Papa ad Angelina Jolie, tante iniziative per mantenere alta l’attenzione sul dramma delle popolazioni colpite

Pakistan: Onu, almeno 10 milioni di profughi Da Croce rossa e Agire raccolta fondi via sms

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ISLAMABAD – Sono almeno 10 milioni le persone rimaste senza casa nel Pakistan, devastato da un mese e mezzo da violente inondazioni. La nuova stima è stata fornita dall’Onu, che parla di “una delle peggiori crisi umanitarie” della sua storia per “il numero di persone da assistere”. Il precedente bilancio delle Nazioni Unite era di 4,8 milioni di senzatetto. E dopo la distruzione e il rischio di epidemie, ora a preoccupare è la mancanza di materie prime e di cibo. L’allarme è lanciato da “Agire” (Agenzia Italiana Risposta Emergenze) che, ricordando i gravi danni riportati dall’agricoltura e dall’allevamento di bestiame, sottolinea come il dramma del Pakistan è quasi dimenticato. “L’impegno delle ong”, spiega il direttore Massimo Bertotto, “non si limita alla distribuzione di aiuti salva-vita, ma si orienta già verso interventi di riabilitazione delle infrastrutture e ripristino della capacità produttiva locale”.

La Croce rossa italiana lancia raccolta fondi
. Per aiutare le popolazioni colpite dalla calamità e cercare di fare fronte all’emergenza, la Croce Rossa italiana ha dato il via a una raccolta fondi tramite sms. Per donare due euro, basta inviare un sms dai numeri TIM, Vodafone, Wind, 3 e da rete fissa Telecom Italia al numero 45509. Ma non è il solo modo per dare un aiuto concreto: è possibile contribuire anche con donazioni online attraverso il ito www.cri.it, specificando nella causale “Pro emergenza Pakistan”, oppure si può effettuare un bonifico bancario, sempre con causale “Pro emergenza Pakistan”, sul conto: IBAN IT66 – C010 0503 3820 0000 0218020. Tutti i contributi saranno utilizzati per fornire assistenza alle popolazioni pakistane che, spiega il Commissario straordinario della Croce Rossa Italiana, Francesco Rocca, “a più di un mese dall’inizio delle piogge monsoniche, sono in condizioni drammatiche”. La Croce Rossa, insieme alla Mezzaluna Rossa pakistana, ha distribuito cibo a 66.969 famiglie (circa 465mila persone) e materiale di soccorso come tende, kit igienico-sanitari, stoviglie a 28.404 famiglie (più di 195mila persone).

L’appello alla solidarietà delle Ong Agire. Per sostenere le 5 Ong di AGIRE impegnate nella risposta all’emergenza in Pakistan (ActionAid, CESVI, Intersos, Save the Children e VIS), è stato lanciato un appello urgente di raccolta fondi cui si può rispondere inviando – da cellulari TIM, Vodafone, Tre, Noverca e CoopVoce – un SMS da due euro al 45504, o chiamando lo stesso numero da rete fissa Telecom Italia. Un solo SMS, dice Agire, consentirà di acquistare tre chili e mezzo di riso, un quantitativo sufficiente al fabbisogno di un’intera famiglia per una settimana. Due SMS equivarranno a 23 barrette altamente nutrienti (plumpynut) che non necessitano dell’acqua per la preparazione e quindi riducono il rischio di infezioni intestinali. Con tre SMS, dice ancora Agire, sarà possibile agli agricoltori che hanno perso tutto ricevere un mix di semi per ricominciare a seminare, almeno nelle zone in cui questo è possibile. Infine, con cinque SMS, le Ong si impegnano ad acquistare una cucina da campo per consentire ad una famiglia di sfollati di mangiare cibo caldo. Oltre che con l’SMS è anche possibile sostenere il lavoro delle ONG di AGIRE presenti sul territorio attraverso donazioni con carta di credito al numero verde 800.132870; donazioni online dal sito www.agire.it; versamento con bollettino postale sul conto corrente n. 4146579 intestato a AGIRE onlus, via Nizza 154 – 00198 Roma – causale Emergenza Pakistan; bonifico bancario sul conto BANCA PROSSIMA – IBAN: IT64 R033 5901 6001 0000 0013 915 – causale: Emergenza Pakistan.

Dal Papa ad Angelina Jolie, la solidarietà agli alluvionati. Da ogni parte del mondo si moltiplicano gli interventi umanitari a favore del Pakistan. Anche il papa Benedetto XVI ha contribuito materialmente, inviando cospicui aiuti alle vittime delle alluvioni, attraverso il Pontificio Consiglio Cor Unum, che nel mese di agosto aveva spedito aiuti anche all’India e alla Repubblica Ceca colpite dalle inondazioni. “Il denaro – spiega l’Osservatore Romano – è stato inviato alle rispettive nunziature apostoliche, che si sono incaricate di distribuirlo in base alle necessità più urgenti delle zone interessate dalle catastrofi”. Intanto, la Caritas ha diffuso un nuovo appello per il Pakistan, a fronte di un nuovo piano di intervento che prevede un impegno di 10,6 milioni di euro per i prossimi sei mesi. A beneficiarne saranno 360.000 persone, appartenenti soprattutto alle fasce più vulnerabili, che ricevono cibo, tende, medicinali, oltre che assistenza sanitaria e infrastrutturale.

Angelina Jolie con il velo in Pakistan

Dalla Chiesa al cinema, l’attrice americana Angelina Jolie è arrivata oggi in Pakistan per incontrare, in qualità di ambasciatrice di buona volontà dell’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr), le vittime delle inondazioni. “Angelina Jolie è giunta oggi in Pakistan 1 per attirare l’attenzione del mondo sul dramma dei 21 milioni di persone colpiti dalle peggiori inondazioni che il Paese abbia mai affrontato”, si legge in un comunicato dell’Unhcr. È la quarta visita in Pakistan della Jolie da quando è diventata ambasciatrice dell’Unhcr nel 2001. La scorsa settimana, in un video messaggio, la Jolie aveva lanciato un appello alla comunità internazionale per effettuare donazioni agli sfollati delle inondazioni definite dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon uno “tsunami al rallentatore”.

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07 settembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/09/07/news/pakistan_onu_almeno_10_milioni_senzatetto_croce_rossa_lancia_raccolta_fondi_via_sms-6838940/?rss

«L’Italia? Riposi in pace». Soli al mondo tra quarant’anni / Wall Street Journal: Italia, R.I.P.

«L’Italia? Riposi in pace». Soli al mondo tra quarant’anni

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Se la demografia rappresenta il destino di un Paese, l’Italia può ritenersi moribonda. Lo indica il Wall Street Journal in un editoriale dall’eloquente titolo “Italia, R.I.P.” (Italia, riposa in pace), a firma del giornalista-scrittore Giulio Meotti. La maggior minaccia che gli abitanti del Bel Paese devono fronteggiare, si legge nell’articolo, è quella dell’autoimmolazione demografica. Dal 1994 – i dati citati – il numero delle nascite è sistematicamente superato da quello dei decessi; la fertilità è ai livelli minimi, 1,3 figli per donna. Negli anni Sessanta era di 2 bambini a coppia.

La crisi delle nascite, prosegue il WSJ, minaccia di avere conseguenze sociali ed economiche disastrose. Già oggi, il 22 per cento della popolazione italiana è in età pensionistica, uno dei tassi più elevati a livello mondiale. L’Italia destina inoltre alla previdenza il 15 per cento del pil (prodotto interno lordo), più di ogni altra nazione europea. L’Italia non è il solo Paese sull’orlo del suicidio  demografico, sottolinea l’editoriale. Ma è il primo nel mondo che vive il cosiddetto “crossing over”, dove ciò il numero degli under 20 è inferiore a quello degli over 60. Entro il 2050, annuncia il quotidiano, il 60 per cento degli italiani non avrà fratelli, sorelle, cugini, zii o zie.

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07 settembre 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=103224

fonte immagine:  http://angolodicielo.altervista.org/phpbb/viewtopic.php?f=13&t=69&start=10

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  • OPINION EUROPE
  • SEPTEMBER 7, 2010
  • Italia, R.I.P.

    By 2050, 60% percent of Italians will have no brothers, no sisters, no cousins, no aunts, no uncles.

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    By GIULIO MEOTTI

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    Rome

    In 1968 a group of scientists, industrialists and Nobel laureates created the famous “Club of Rome” to denounce the perils of the so-called demographic bomb. These secular prophets were right in predicting that we are facing one of the fastest demographic revolutions in history. But their alarmist concerns about overpopulation were wholly misplaced. Thirty years later, the greatest threat that Italians face is one of demographic self-immolation.

    If demography is destiny, Italy is dying. Literally. The number of births has been outpaced by the number of deaths every year since 1994. This Catholic country that has always been stereotyped as the land of big, close-knit families, has attained one of the world’s lowest levels of fertility. In the 1960s, the overall fertility rate was two children per couple. We are now at what demographers call “lowest-low” fertility: 1.3 births per woman. James Vaupel, director of the Max Planck Institute for Demographic Research in Germany, estimates that if the current trend continues, Italy’s population could drop to 10 million by the end of this century, one-sixth of today’s population.

    The birth dearth threatens to have catastrophic social and economic consequences. Already now, 22% of Italy’s population is on a pension, one of the highest rates in the world, and the country devotes 15% of its gross domestic product to pensions—more than any other European nation. Demographic meltdown and the unsustainability of the welfare state are closely related.

    Italy is not alone in committing demographic suicide. There is not a single country in Europe where people are having enough children to replace themselves. But Italy is the first country in the world to experience what is known as “the crossing-over,” where the number of people who are over 60 exceeds the number of those who are under 20.

    The peculiarity of Italy’s cross-over is that it is considered irreversible. According to demographic forecasts, it is highly unlikely that the number of people under 20 will ever again exceed the number of people over 60. According to the U.S. National Institute on Aging, within 20 years, 32.6% of the Italian population will be over the age of 65.

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    meotti

    Associated Press

    I l bel paese is fast becoming a country of old men.

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    Paradoxically, it is the most religious European countries, such as Italy, that have the Continent’s lowest fertility rates; whereas secular Norway is just under replacement level. Thirty-five years ago, 9% of Italy’s population were children younger than age five. Today, these bambinis make up only 4.2% of the population. Young children are disappearing from Italy. According to the U.N.’s Population Division, by 2050 they will account for a mere 2.8% of the Italian population.

    The causes for demographic and fertility trends remain hotly debated. But Italy’s demographic winter, at least, can’t be imputed to a lack of social benefits. Compared with the United States or Israel, the two industrialized countries with the highest fertility rates, maternity in Italy is well-paid: Women get five months of maternity leave on full pay and six months on reduced pay.

    The population drop is concentrated in central Italy and the industrialized north, the richest parts of the country. Italy’s most fertile city is Naples, also known as the “capital of the jobless.” The financial district of Milan has one of the lowest birthrates in the world and in its parks you may meet women with dogs, but rarely with children. Genova, a major industrial city, is also sadly known for the highest ratio of elderly to youth in the world.

    But if there is a “ground zero” for the epidemic of low fertility, it would have to be in the northern city of Bologna, Italy’s city of learning par excellence, where women give birth to an average of fewer than one child. Bologna has more highly educated women than any other region in the country, and it’s the capital of liberal politics and academics (Umberto Eco taught here). The living is easy, the food is the finest in all of Italy, and mannequins clad in luxury outfits overhang the medieval sidewalks. But there are more Renaissance churches here than babies.

    So goes the mystery of one of the world’s most affluent, relaxed and pacified societies opting for self-liquidation. By 2050, 60% percent of Italians will have no brothers, no sisters, no cousins, no aunts, no uncles. In the 14th century, the plague wiped out 80% of the Italian population. In the 21st century, they are disappearing by choice.

    Mr. Meotti is an Italian journalist and the author of a forthcoming book about Israel: “A New Shoah: The Untold Story of Israel’s Victims of Terrorism” (Encounter Books).

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    fonte:  http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704206804575467313288165570.html?KEYWORDS=italia+rip