Archivio | settembre 20, 2010

Fli pronto a votare sì all’uso delle intercettazioni a carico di Cosentino

E anche sulla Rai il binomio potrebbe riproporsi

Fli pronto a votare sì all’uso delle intercettazioni a carico di Cosentino

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Mercoledì il voto, i finiani annunciano la saldatura con l’opposizione

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Nicola Cosentino (LaPresse)
Nicola Cosentino (LaPresse)

MILANO – Lo scontro tra Pdl e finiani potrebbe riaccendersi in Parlamento già nei prossimi due giorni. Uno dei momenti di maggior scontro tra i finiani e il Pdl si è verificato a metà luglio sulla sfiducia a Nicola Cosentino. Il 14 luglio scorso il coordinatore del Pdl in Campania in una nota annunciò le dimissioni da sottosegretario per poi attaccare pesantemente il presidente della Camera Gianfranco Fini.

LO SCONTRO – Ora lo scontro nella maggioranza rischia di riproporsi: mercoledì ci sarà il voto sull’uso delle intercettazioni a carico di Cosentino. Ai voti dell’opposizione infatti si dovrebbero sommare anche quelli di «Futuro e Libertà» (c’è anche l’eventualità che il voto sia segreto). Il Pdl, invece, voterà contro. «Coerentemente con la nostra battaglia – assicura per esempio il deputato finiano Fabio Granata – noi voteremo sì, anche insieme agli esponenti dell’opposizione». Tra i finiani c’è la convinzione, però, che sarà proprio l’ex sottosegretario all’Economia a chiedere all’Aula il sì all’utilizzo delle intercettazioni che lo riguardano. Una saldatura tra l’opposizione e il gruppo della terza carica dello Stato si dovrebbe verificare anche sulla Rai. «Se Fli presenterà una mozione per la libertà di stampa, il Pd è pronta a votarla», ha spiegato il capogruppo del Pd alla Camera Dario Franceschini.

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Redazione online
20 settembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_settembre_20/caso-cosentino-pdl-finiani_bb0938e8-c4e7-11df-be0b-00144f02aabe.shtml

Rai, Masi ci riprova con il “bavaglio”: “Pubblico controllato e conduttore imparziale”

Rai, Masi ci riprova con il “bavaglio”
“Pubblico controllato e conduttore imparziale”

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Il direttore generale ha inviato una lettera a direttori di rete e testata  per chiedere di “garantire il rispetto puntuale della normativa vigente in termini di pluralismo, di contraddittorio e di completezza dell’informazione”

Rai, Masi ci riprova con il "bavaglio"  "Pubblico controllato e conduttore imparziale" Mauro Masi

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ROMA – Mauro Masi insiste. Dopo la circolare in cui stringeva il bavaglio 1 sulle trasmissione informative del servizio pubblico, il direttore generale della Rai ha nuovamente inviato una lettera a direttori di rete e testata  per chiedere di “garantire il rispetto puntuale della normativa vigente e della governance aziendale in termini di pluralismo, di contraddittorio e di completezza dell’informazione”. Sintetizzando: niente pubblico “parte attiva” nei programmi (“in linea di principio neppure con applausi”), imparzialità e contraddittorio nei programmi di informazione, ad eccezione di quelli con ospite unico.

Per Masi la selezione del pubblico deve essere affidata alle strutture aziendali, mentre i talk show devono garantire “il rispetto dei principi del  pluralismo e del contraddittorio”. Il direttore generale ricorda inoltre che il conduttore, durante “la trasmissione deve mostrarsi terzo ed effettivamente imparziale”. L’ultimo punto riguarda le interviste a chi partecipa ai programmi che “devono essere realizzate in sequenza di contraddittorio assicurando tendenzialmente a ciascun ospite lo stesso tempo di parola”. Norme che sembrano tagliate apposta per mettere precisi paletti a trasmissioni sgradite al governo come Ballarò e Annozero.

Immediata la reazione dell’opposizione. “Masi continua a dettare le norme ai direttori di rete, di testata e ai conduttori. Evidentemente pensa di avocare a sè le loro funzioni e di autoproclamarsi direttore unico di reti e testate” affermano in una nota il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti e il senatore Pd Vincenzo Vita.

La lettera del dg Rai arriva alla ripresa di una stagione complicata: Annozero torna giovedì, ma gli spot sono stati sbloccati solo oggi e manca ancora il contratto di Marco Travaglio; spot ancora fermi per Parla con me (ripresa prevista il 28, dovrebbero iniziare domani) anche se sembra chiuso il contratto per Serena Dandini (“giovedì c’è il cda, vediamo..”, dice il direttore di RaiTre, Paolo Ruffini). Questione le prime serate, probabilmente il lunedì su RaiTre, da affidare a Lucia Annunziata come speciali di In mezz’ora, programma partito domenica con un buon ascolto (7,56% di share).

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20 settembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/09/20/news/masi_circolare-7260507/?rss

Un libro per non dimenticare: Ken Saro-Wiwa e la tragedia degli Ogoni

Un libro per non dimenticare. Ken Saro-Wiwa e la tragedia degli Ogoni

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di Wole Soyinka

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In contemporanea con l’annuncio della chiusura del pozzo nel Golfo del Messico, e dunque dell’arresto della marea nera che ne sta devastando l’ecosistema, esce un libro che narra un’altra storia, quella di una catastrofe ambientale simile, ma ancora più grande, quasi sconosciuta, e molto più tragica. Quella di cui da decine d’anni è protagonista il delta del fiume Niger, dove sono stati riversati 10 milioni i barili di greggio (la stima è dell’UNDP) il doppio rispetto ai 5 milioni fuoriusciti nel Golfo del Messico. La cui popolazione, nel 2009, è stata risarcita dalla Shell con 15 milioni di euro, contro i 20 miliardi (sì, tre ordini di grandezza in più) messi a disposizione degli abitanti delle coste americane dal fondo per le compensazioni istituito dalla BP. In Africa, distruggere campi, riserve d’acqua ed esporre le popolazioni a sostanze tossiche, oltre che ridurle in miseria, costa seimila volte in meno che in America.

“Un mese e un giorno. Storia del mio assassinio” (B. C. Dalai editore, pagg. 280, euro 17,50, in libreria da domani) è la storia di Ken Saro-Wiwa, scrittore e politico nigeriano che si batté perché la popolazione che abita il delta del Niger, gli Ogoni di cui lui stesso faceva parte, fosse protetta e risarcita dei danni causati dalle compagnie estrattive che, con la complicità del governo nigeriano, avevano devastato le terre e gli specchi d’acqua. Così Wiwa descriveva l’effetto delle continue fuoriuscite di petrolio sul territorio dove vivevano i cinquecentomila Ogoni, un tempo dediti alla pesca e all’agricoltura: “hanno trasformato i nostri campi di melanzane rosse e di meravigliosi pomodori in una putrida e fetida poltiglia” ancora, “è arrivata la piaga delle piattaforme petrolifere e altra morte per i terreni coltivati e per i santuari dove vivono i pesci, e quelle eterne fiamme che trasformano il giorno in notte e avvolgono la terra in finissima fuliggine…”

Ken Saro-Wiwa fu giustiziato dal governo con un pretesto. Suo figlio, che ha curato questo libro fatto di scritti del padre e lettere degli amici, tra cui Nelson Mandela e Nadine Gordimer, vive ancora nella paura, tanto che non è noto il suo indirizzo né il suo numero di telefono e per intervistarlo bisogna lasciare le proprie credenziali ad un agente e aspettare un’eventuale e-mail dove ci sarà un numero cui chiamarlo a una determinata ora; un po’ come si fa con Roberto Saviano (che firma la prefazione a “Sozaboy”, sempre edito da B.C. Dalai, il libro più noto di Ken Saro Wiwa). L’esecuzione di Wiwa e di altri otto militanti del movimento per la sopravvivenza degli Ogoni, l’insostenibile senso di impotenza ed incomprensione che la circondò, è raccontata, in un discorso che qui anticipiamo e che fa da prefazione all’edizione italiana, dal premio Nobel per la Letteratura Wole Soyinka, che tanto si spese per salvarlo.

(A cura di Lara Ricci)

lara.ricci@ilsole24ore.com

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IN VOLO DA AUCKLAND – NOVEMBRE 1995

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Mancavano ancora diversi giorni al mio viaggio in Giappone ma partii comunque facendo una deviazione verso Auckland, dove i capi di Stato del Commonwealth si sarebbero riuniti per il loro summit biennale. A quel punto era chiaro che solo loro avrebbero ancora potuto esercitare qualche pressione per tentare di salvare dalla forca nove uomini innocenti. Il mio messaggio era insistente, disperato, stridulo persino: «Quelle vite verranno salvate solo se minaccerete pesanti sanzioni contro il regime. E dovrete anche specificare che in caso di conferma della sentenza inasprirete le sanzioni ulteriormente!» Di tanto in tanto incontravo un membro delle delegazioni governative che mi ascoltava con attenzione – e che mi dava l’impressione di essere risoluto a influenzare gli atteggiamenti all’interno del suo gruppo o delle assemblee in programma – così ritornavo alle strade assolate e mi affidavo disperatamente a quei minimi segnali cercando di farmi coraggio.

La limpidezza del giorno era di buon auspicio, anche se sotto di essa si insinuava la voce persistente di Mama Put, la sfortunata protagonista della mia pièce The Beatification of Area Boy, di cui erano appena iniziate le repliche in Inghilterra, alla West Yorkshire Playhouse di Leeds. Le coincidenze erano impressionanti.

Mama Put era una profuga della regione del Delta, la stessa tormentata area di Ken Saro-Wiwa e degli Ogoni. Quasi fosse lì a passeggiare accanto a me, la sua voce continuava a echeggiarmi in testa direttamente dalle prove: Un cielo come questo non porta con sé niente di buono. Le nuvole sono scomparse, ma dove sono finite? Nei cuori di coloro che stanno più in basso. Nelle travi. Sopra ai focolari. A far seccare gli orti. A strisciare attraverso gli aranceti. A far stormire le foglie di plantano e a farle avvizzire – oh, le ho sentite di nuovo la notte scorsa – e ad avvelenare gli stagni. Quando gli dèi vogliono essere benevoli nei nostri riguardi, si tengono il buio per sé – sì, una nuvola è un buon segno, solo che non molti lo sanno. Anche un ciuffo, una semplice frangia di nuvola sopra al mio tetto mi porterebbe conforto, non questa lucentezza nuda e crudele. Non è una cosa naturale, è un inganno.

Avevo scritto The Beatification of Area Boy tempo addietro, quando la vicenda di Ken era ancora lontana. Le prove in Nigeria erano iniziate circa una settimana prima del giorno in cui ero stato costretto a lasciare il Paese. Ora sembrava che dalla prigionia Ken Saro-Wiwa parlasse con la voce di Mama Put.

Lei raccontava la stessa guerra civile in cui Ken aveva svolto un ruolo così importante. Come un gufo appollaiato sulla mia testa, Mama Put continuava a intonare le stesse accuse che Ken aveva rivolto ai suoi ultimi avversari: le compagnie petrolifere e i militari nigeriani loro alleati:

Coloro che ci hanno fatto questo, che hanno trasformato i nostri campi di melanzane rosse e di meravigliosi pomodori in una putrida e fetida poltiglia… Dopo il massacro della nostra gioventù è arrivata la piaga delle piattaforme petrolifere e altra morte per i terreni coltivati e per i santuari dove vivono i pesci, e quelle eterne fiamme che trasformano il giorno in notte e avvolgono la terra in finissima fuliggine…

Ricondotta bruscamente al presente – a una Auckland così simile ad Abeokuta, la mia città natale – la mia mente cercava disperatamente di distrarsi. Mi chiedevo se, per assurdo, la conservazione delle foreste della Nuova Zelanda fosse in un qualche modo legata al ruolo svolto dai neozelandesi nel movimento ecologista così diffuso in tutto il mondo. Come a conferma della mia supposizione, più tardi quella mattina mi imbattei in una dimostrazione contro il primo ministro inglese John Major – atteso alla conferenza – per il suo appoggio agli esperimenti nucleari francesi condotti nelle isole del Pacifico meridionale in spregio alla condanna quasi unanime del mondo intero.

La dimostrazione, me ne accorsi subito, non aveva un solo obiettivo. Quando la folla raggiunse un luogo aperto si fermò e diede vita a un vero e proprio spettacolo di strada con l’uso di enormi maschere satiriche. Uno dei temi trattati era l’ingiustizia sociale in Nuova Zelanda e l’oppressione dei Maori, i primi possessori delle terre. Pensai che la cosa sarebbe stata pane per i denti di Ken! Sarebbe salito sul podio con la pipa bene in vista – il suo segno distintivo – combattivo come sempre e… improvvisamente, eccolo lì, a caratteri cubitali! Appena gli striscioni furono srotolati, vidi Ken Saro-Wiwa sollevarsi sopra gli alberi e i grandi magazzini: NESSUN PERDONO PER I DITTATORI NIGERIANI! LIBERATE KEN SAROWIWA! SHELL = INFERNO! PETROLIO IN CAMBIO DI SANGUE? Fu un momento estremamente edificante, un incoraggiamento morale che tornò a far volare in pieno sole gli uccelli canterini, riconsegnando i gufi al sonno agitato della notte precedente.

Erano tornati. Avevano atteso che nessuno li vedesse, si erano messi in paziente attesa in risposta ironica all’ottimismo dei politici. Per questi ultimi non c’era nessun allarme, allontanavano da sé l’idea che ci fosse qualcuno in pericolo di morte. Nessuno avrebbe osato impiccare quegli uomini, Sani Abacha aveva dato personalmente la sua parola a Nelson Mandela (ec-colo il mantra che tutti ripetevano!). Si trattava solo di aspettare: l’onnipotente Consiglio militare non avrebbe mai potuto confermare la sentenza. Impiccarli in barba all’opinione pubblica mondiale? Durante il summit degli Stati del Commonwealth? Non ci crederà davvero signor Soyinka – senza offesa, niente di personale – ma qui si sta davvero esagerando. Sani Abacha vuole solo spaventarli!

In alcune occasioni io e il giovane Ken avevamo unito le nostre forze, in altre i nostri passi si erano incrociati casualmente nelle hall degli alberghi. Se mi guardo indietro, che contrasto tra i nostri volti appesantiti da oscuri presagi e il sorriso smagliante sulle facce dei ministri degli Esteri, dei capi di Stato e degli ambasciatori africani, europei e asiatici. Ero depresso, non arrabbiato, perché era evidente che non riuscivano capire. Non avevano mai incontrato, né studiato, una creatura con la mentalità di Sani Abacha. «Se non fate qualcosa, impiccherà Ken!» Più cercavo di convincerli parlando con franchezza, più davo loro l’impressione di essere anormale.

A ripercorrere quei pochi anni oggi, anche dopo il loro tragico epilogo, sono abbastanza sorpreso di scoprire che non sento né rabbia, né amarezza: se ripenso alle reazioni di tutti quei leader politici provo, oltre a un rinnovato dolore, solo una gran tristezza.

Tra tutti i capi di Stato del Commonwealth – provenienti dalle principali ex colonie della Gran Bretagna, dal Canada, dall’Asia, dall’Africa e dall’Australia – solo pochi, nonostante la loro variegata esperienza di umanità, avevano mai incontrato, se si escludono gli incontri fatti sui libri di storia, qualcuno come Sani Abacha. Forse credevano che Hitler, Stalin e Pol Pot fossero tutti mutanti nati da spore misteriose fuoriuscite da una Chernobyl segreta o dalla fuga di uno strano gas come quello sprigionatosi dal lago Nyos, nel nostro vicino Camerun, e che negli anni Ottanta uccise nel sonno centinaia di persone. Hanno preferito dimenticare la lezione di Idi Amin Dada all’interno del loro circolo di nazioni. I loro ministri degli Esteri, ambasciatori, consulenti e analisti politici sono per lo più figli di riunioni anemiche, di lobby ciniche, di cocktail e di circoli diplomatici dove l’abbigliamento formale serve a camuffare i falchi e le colombe e i ricordi delle atrocità commesse sono lasciati alla porta se si possiede un biglietto da visita blasonato. Quanto agli altri erano, come i governanti che servivano, potenziali cloni di Abacha e si chiedevano semplicemente che cosa fosse tutto quello scompiglio.

Io conoscevo Sani Abacha. No, non di persona – anche se lo avevo incontrato in un paio di occasioni – ma quelli come lui mi erano familiari, era una specie che avevo studiato da vicino e su cui avevo scritto e tenuto lezioni. Non condividevo la fiducia degli altri ma, almeno all’inizio, nutrivo qualche speranza. Pazienza. Eravamo tutti destinati a essere sventrati da una lama invisibile brandita da uno psicopatico venuto da un posto chiamato Abuja. La sola nota positiva è che io avevo già sentito l’affondo, molto prima che il cappio si stringesse intorno al collo di Kenule.

Quattro capi Ogoni nel Delta del Niger erano stati ammazzati con l’accusa di essere collaboratori del governo militare e delle compagnie petrolifere. Si era trattato di omicidi brutali, orribili, assolutamente ingiustificabili. Erano stati commessi da giovani militanti Ogoni, membri del Mosop – il Movimento per la sopravvivenza degli Ogoni – quindi fedeli a Ken Saro-Wiwa.

Il fatto che quest’ultimo non avesse condannato le uccisioni con fermezza gli avrebbe potuto ttribuire al più una qualche responsabilità morale. Ma accusarlo di complicità, diretta o indiretta, fu un atto di cinico opportunismo. Trascinare lui e i suoi compagni davanti a una corte militare convocata in tutta fretta, e dichiararli colpevoli sulla base delle «prove» presentate, fu una decisione presa da individui assetati di sangue che forse avevano lasciato la propria coscienza a macerare in qualche rito di magia nera. Infine, decidere di impiccarli prima che potessero fare ricorso in appello nonostante le clausole del decreto con cui si ufficializzava il «procedimento giudiziario» fu una decisione che nessuna persona sensata avrebbe mai ritenuto possibile: dal bambino nel villaggio al saggio Nelson Mandela, che arrivò all’aeroporto di Auckland raggiante e fiducioso e licenziando le domande ansiose dei giornalisti con un movimento gioviale della mano. Abacha non gli aveva forse detto personalmente al telefono che non avrebbe mandato a morte quegli uomini?

Anche adesso rivivo quei momenti di intenso isolamento che mi lasciarono «spaesato», come se stessi vorticando nello spazio, un alieno in mezzo a uomini mortali comprensivi e beneducati. Avevo la sensazione unica di essere, tra la vasta popolazione di quell’isola, una delle pochissime creature – non più di due o tre persone, tra cui il figlio di Ken – che sapeva con assoluta certezza che si stava per compiere un omicidio di massa; ma non avevo la forza di fermarlo, né di convincere nessuno che avevo ragione. Ne ebbi la certezza quasi per caso, dopo un incontro fortuito.

Sulle strade di Auckland, dove tra un appuntamento e l’altro esorcizzavo la mia insoddisfazione e frustrazione con lunghe camminate, mi si accostò un’auto su cui erano il giovane Ken, figlio del condannato, alcuni membri di Body Shop e di altre organizzazioni non governative. Ken balzò fuori dalla macchina con una dichiarazione ciclostilata della Shell. Se Ponzio Pilato prima di consegnare Cristo ai suoi aguzzini avesse mai scritto una lettera, sicuramente sarebbe stata simile a quella che mi trovai a leggere. Se fosse accaduto qualcosa di imprevisto ai nove Ogoni – recitava la dichiarazione – i responsabili andavano cercati tra gli agitatori la cui tattica aggressiva non aveva fatto altro che inasprire l’atteggiamento del regime militare vanificando l’attento lavoro di diplomazia silenziosa intrapreso dalla compagnia e da altri uomini in buona fede.

Certo, eravamo noi i colpevoli, non la Shell! Non le compagnie petrolifere. Non il regime militare, le aziende sue alleate, le sue corti illegali, ma noi! Gli restituii quel trattato di untuosità aziendale che aveva lo scopo di affrancarsi da ogni responsabilità e che, come era evidente, non conteneva alcuna informazione utile. Ero molto agitato, e mi abbandonai a una lunga sequela di commenti a voce alta, cosa di cui in seguito mi pentii. Mi ero lasciato andare a uno sfogo senza avere alcun riguardo per il figlio del condannato. Ma fu proprio lui molto più tardi ad assicurarmi che ricordavo male la sequenza degli eventi. Io ero sicuro di aver detto senza pensare cose come: «È morto. Hanno deciso di impiccarlo. Questa dichiarazione… la Shell conosce già il verdetto». Parole che ancora oggi continuano a risuonarmi in testa così come mi era sembrato di averle pronunciate, nitide come il rintocco di una campana a morto.

Sudato e sfinito, camminai a passo sostenuto per le umide vie di Auckland, per lo più nella zona del porto, fino a quando iniziai ad accusare dei giramenti di testa. Sapevo benissimo il motivo: in tutto il giorno avevo preso solo un caffè. Entrai in un ristorante un po’ isolato dove tentai di riempirmi la pancia, ma di nuovo riuscii solo a bere qualcosa. Poi, invece di rientrare in albergo, mi recai all’ufficio improvvisato di Body Shop: era deserto, i volontari erano in giro per gli alberghi a cercare di intercettare quanti più delegati possibile per portarli dalla nostra parte. Sapevo perché avevo deciso di rimanere da solo in quell’ufficio abbandonato: volevo aspettare lì le notizie. Non volevo essere rintracciato, né tantomeno essere costretto a discutere con delegati o uomini politici. Ritornai alla mia stanza d’albergo solo a tarda sera, quando la giunta militare confermò ufficialmente la sentenza.

Ora pensavo solo a una cosa, fuggire dalla Nuova Zelanda. In Giappone mi attendeva un incontro con altri premi Nobel, ma sarebbe iniziato solo un paio di giorni dopo. Purtroppo.

Mandai un messaggio, ma non mi importava realmente se mi avrebbero ricevuto oppure no, o se avrei sovvertito il protocollo che sembrava marchiato a fuoco nei geni giapponesi. In mente avevo una sola cosa: fuggire dall’isola che tra poco avrebbe ospitato una scia di capi di governo compiacenti, i loro consulenti politici e i loro esperti. Avrebbero reso dichiarazioni indignate e dato vita ai soliti rituali di

lesa maestà: ma sarebbe stato un problema loro, non più mio. La dichiarazione della Shell poteva anche non essere una condanna formale, ma era un certificato di morte così chiaro che non riuscii più a pensare a Ken come a una persona ancora nel mondo dei vivi e persi qualunque desiderio di incontrare politici e uomini di Stato. Di certo non avevo nessuna voglia di parlare con la stampa… «Qual è il suo punto di vista sull’impiccagione, signor Soyinka?» E infine, non volevo assistere all’agonia di un figlio quando l’ormai inevitabile voragine della sua vita gli si fosse aperta davanti. Così cercai di prendere il primo aereo diretto a Tokyo, dove sapevo che avrei avuto due giorni prima di essere di nuovo obbligato a guardare il mondo in faccia.

Mi sentii sollevato dal terrore irrazionale di essere seguito solo quando l’aereo uscì dallo spazio aereo della Nuova Zelanda. Arrivato a Tokyo, nascosto dai miei gentili ospiti nella suite di un albergo, attesi l’inevitabile.

La notizia mi giunse il mattino dopo per bocca di un giovane giornalista che venne fatto entrare nella mia suite da una donna vestita da geisha che, come scoprii più tardi, aveva il compito di stare seduta fuori dalla mia stanza pronta a rispondere a ogni mia esigenza. Forse i miei ospiti della casa editrice Shinbun temevano che potessi cadere in depressione e fare qualche gesto inconsulto. Ken Saro-Wiwa e i suoi otto compagni, disse il giovane, erano stati impiccati nel carcere di Port Harcourt subito dopo che il loro appello al Consiglio militare supremo di Sani Abacha era stato respinto.

Mai ospite fu più gentile, sensibile, discreto e anche premuroso. Il responsabile editoriale che sponsorizzava la conferenza venne a farmi visita. Rimase con me qualche minuto, in silenzio. Nel modo più delicato possibile indicò che il contenuto della busta che stava lasciando sul tavolo era per me e che potevo usarlo nel modo che ritenevo più opportuno; era un gesto di solidarietà da parte degli altri colleghi. Immaginavano che avrei preferito restare solo, ma volevano essere sicuri che non mi mancasse niente. Se desideravo visitare la città, tuttavia, dovevo solo informare la signora alla porta e lei si sarebbe messa in contatto con il suo ufficio. Anche la scelta del giovane giornalista che mi aveva portato la notizia non poteva essere più oculata. Assomigliava a un medico tirocinante e aveva modi da infermiere esperto. Provò a nascondere lo stupore (e il sollievo) per il fatto che avevo preso la notizia così bene. Non poteva sapere che mi ero preparato, che ero partito da Auckland con la certezza che l’omicidio sarebbe stato eseguito, restava solo da capire quando. Si allontanò in punta di piedi dicendomi che immaginava che preferissi restare solo, ma non dimenticò il motivo della sua presenza lì: lasciò il proprio biglietto da visita sul tavolo vicino alla porta. Se in qualunque momento avessi desiderato fare una dichiarazione sarebbe stato a disposizione.

Essere preparati al peggio è una cosa, confrontarsi con il fatto compiuto un’altra. C’è un momento in cui la mente minaccia di piegarsi su se stessa, di soccombere al proprio terribile potere evocativo… Come si può cancellare l’immagine di un fratello e di un compagno impiccato nell’immensa solitudine del cortile di una prigione? La cosa andava oltre la desolazione, era più devastante: il mio paesaggio umano era stato irrimediabilmente profanato.

Copyright : Wole Soyinka
Testo tratto dalla prefazione a “Un mese e un Giorno. Storia del mio assassinio“, di Ken Saro Wiwa
Traduzione di Marta Codignola
B.C. Dalai, 2010, pagg. 280, euro 17,50

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20 settembre 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2010-09-20/inedito-soyinka-180020.shtml?uuid=AYEu3mRC

ESCLUSIVO L’ESPRESSO – 1977: Berlusconi e la pistola

Esclusivo l’Espresso

1977: Berlusconi e la pistola

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Il fotografo Alberto Roveri decide di trasferire il suo archivio in formato digitale. E riscopre così i ritratti del primo servizio sul Cavaliere. Immagini inedite che raccontano l’anno in cui è nato il suo progetto mediatico. Con al fianco Dell’Utri. E un revolver sul tavolo per difendersi dai rapimenti

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di Gianluca Di Feo

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Foto di Alberto Roveri Foto di Alberto Roveri

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Formidabile quell’anno. È il 1977quando il Dottore, come l’hanno continuato a chiamare i suoi collaboratori più intimi, diventa per tutti gli italiani il Cavaliere: il cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi. L’onorificenza viene concessa dal presidente Giovanni Leone all’imprenditore quarantenne che ha tirato su una città satellite, sta comprando la maggioranza del “Giornale” di Indro Montanelli e promette di rompere il monopolio della tv di Stato.

È l’anno in cui il neocavaliere stabilisce rapporti fin troppo cordiali con il vertice del “Corriere della Sera” e in un’intervista a Mario Pirani di “Repubblica” annuncia di volere schierare la sua televisione al fianco dei politici anticomunisti. Fino ad allora lo conoscevano in pochi e soltanto in Lombardia: era il costruttore che aveva inventato Milano Due, la prima new town che magnificava lusso, verde e protezione a prova di criminalità. Il segno di quanto in quella stagione di terrorismo e rapine, ma soprattutto di sequestri di persona, la sicurezza fosse il bene più prezioso. E lui, nella prima di queste foto riscoperte dopo trentatre anni, si mostra come un uomo d’affari che sa difendersi: in evidenza sulla scrivania c’è un revolver. Un’immagine che riporta a film popolari in quel periodo di piombo, dai polizieschi all’italiana sui cittadini che si fanno giustizia da soli agli esordi pistoleri di Clint Eastwood. “Con una Magnum ci si sente felici”, garantiva l’ispettore Callaghan e anche il Cavaliere si era adeguato, infilando nella fondina una piccola e potente 357 Magnum.

È stato proprio quel revolver a colpire oggi il fotografo Alberto Roveri mentre trasferiva la sua collezione di pellicole in un archivio digitale: “Le stavo ingrandendo per ripulirle dalle imperfezioni quando è spuntata quell’arma che avevo dimenticato”. Come in “Blow Up” di Antonioni, a forza di ingrandire il negativo appare la pistola: “All’epoca quello scatto preso da lontano non mi era piaciuto e l’avevo scartato”. Roveri era un fotoreporter di strada, che nel 1983 venne assunto dalla Mondadori e negli anni Settanta lavorava anche per “Prima Comunicazione”, la rivista specializzata sul mondo dei media: “Quando nel 1977 il direttore mi disse che dovevo fare un servizio su Berlusconi, replicai: “E chi è?”. Lui rispose: “Sta per comprare il “Giornale” e aprire una tv. Vedrai che se ne parlerà a lungo””.

Quella che Roveri realizza è forse la prima serie di ritratti ufficiali, a cui il giovane costruttore volle affidare la sua immagine di vincente. L’incontro avvenne negli uffici Edilnord: “Fu di una cordialità unica, ordinò di non disturbarlo e si mise in posa. Con mio stupore, rifiutò persino una telefonata del sindaco Tognoli”. Il solo a cui permise di interromperlo fu Marcello Dell’Utri, immortalato in un altro scatto inedito che evidenzia il look comune: colletti inamidati e bianchi, gemelli ai polsini, pettinature simili. Sono una coppia in sintonia, insieme hanno creato una città dal nulla, con un intreccio di fondi che alimentano sospetti e inchieste. Una coppia che solo pochi mesi dopo si dividerà, perché Dell’Utri seguirà un magnate molto meno fortunato: Filippo Alberto Rapisarda, in familiarità con Vito Ciancimino. Tornerà indietro nel 1982, organizzando prima il colosso degli spot, Publitalia, e poi quello della politica, Forza Italia.
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Silvio Berlusconi con Marcello Dell Utri. Foto di Alberto Roveri Silvio Berlusconi con Marcello Dell’Utri. Foto di Alberto Roveri

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La loro storia era cominciata nel 1974, trasformandosi da rapporto professionale in amicizia. Dell’Utri è anche l’amministratore di Villa San Martino, la residenza di Arcore. E dopo pochi mesi vi accoglie uno stalliere conosciuto a Palermo che fa ancora discutere: Vittorio Mangano, poi arrestato come assassino di Cosa nostra. Una presenza inquietante, che per la Procura di Palermo suggella le intese economiche con la mafia in cambio di tutela contro i sequestri. Nel 1977 però Mangano è già tornato in Sicilia. E Berlusconi tanto sereno non doveva sentirsi, come testimonia il revolver nella fondina. Ricorda il fotografo Roveri: “Dopo più di due ore di scatti mi invitò a pranzo ma prima di uscire tirò fuori da un cassetto due pistole, una per sé e una per l’autista. Di fronte alla mia sorpresa, si giustificò: “Ha idea di quanti industriali vengono rapiti?”. Poi siamo saliti su una Mercedes che lui definì “blindatissima” per raggiungere un ristorante a soli 200 metri da lì”.

Sì, quelli in Lombardia erano anni cupi, prima che, grazie anche a Canale 5, alla nebbia di paura si sostituisse il mito luccicante della Milano da bere. Dall’archivio di Roveri ricompare il momento della svolta, quando si cominciano a materializzare i pilastri dell’impero del Biscione tra partiti, media e relazioni molto particolari. È la festa del 1978 che trasforma il Cavaliere in Sua Emittenza, con l’esordio di Telemilano nelle trasmissioni via etere. La politica ha il volto di Carlo Tognoli, sindaco socialista che per un decennio guida la metropoli mentre passa dagli scontri di piazza al jet set danzante della moda. Un personaggio defilato rispetto alla statura del grande sponsor di Berlusconi, quel Bettino Craxi che ne ha sorretto la crescita con decreti su misura, ricevendo in cambio spot e finanziamenti. Li univa la stessa cultura del fare che dà scarso peso alle regole, la stessa visione di una politica sempre più spettacolo, fino a plasmare la società italiana di oggi.

In questa metamorfosi tutta televisiva la carta stampata ha avuto un ruolo secondario. All’epoca però l’attenzione era ancora concentrata sul “Corriere della Sera”, la voce della borghesia lombarda. In questi scatti il direttore Franco Di Bella ammira soddisfatto il giovane Silvio. Rapporti letti in un’ottica molto più ambigua dopo la scoperta della P2: negli elenchi di Licio Gelli c’erano Di Bella, il direttore generale della Rizzoli Bruno Tassan Din e l’editore Angelo Rizzoli. E c’era pure il nome di Berlusconi, data di affiliazione gennaio 1978, anche se lui ha sempre negato l’iscrizione alla loggia delle trame.

Sin da allora le smentite a qualunque costo sono un vizio del Cavaliere a cui gli italiani si sono abituati. Come i divorzi, che segnano la sua carriera professionale, quella politica e la vita privata. Nelle foto del party al fianco di Silvio c’è Mike Bongiorno, il testimonial della sua ascesa mediatica. Resteranno insieme tra alti e bassi fino al 2009: un altro legame chiuso con una rottura burrascosa. E c’è anche Carla Dall’Oglio che si offre ai flash sorridente, afferrando per il braccio un marito dall’aria distaccata. Lei ha 37 anni e da dodici è la signora Berlusconi: poco dopo, nel 1980, quella scena di ostentata felicità sarà spazzata via dal colpo di fulmine per Veronica Lario. Il divorzio è arrivato nel 1985, consolidato da una manciata di miliardi e da una decina di immobili: da allora Carla Dall’Oglio è scomparsa dalla ribalta, dove però sono sempre più protagonisti i suoi figli Marina e Piersilvio, i nuovi Berlusconi.

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16 settembre 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/1977-berlusconi-e-la-pistola/2134426

Contro l’espulsione dei rom in Francia, gli intellettuali cattolici: “Una scelta ritenuta violenta, discriminatoria, giuridicamente ripugnante e ostile al Vangelo”

Contro l’espulsione dei rom in Francia

“Una scelta ostile al Vangelo”

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https://i0.wp.com/www.rainews24.it/ran24/immagini/2010/09/parigi_280xFree.jpg Manifestazione rom contro l’espulsione

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Gli intellettuali cattolici denunciano la “la pericolosa portata culturale ed etica dei provvedimenti”. “Una scelta ritenuta violenta, discriminatoria, giuridicamente ripugnante e ostile al Vangelo”

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Roma, 20-09-2010

Il Movimento degli intellettuali cattolici (Meic – Movimento ecclesiale d’impegno culturale) interviene nel dibattito sulla questione dell’espulsione dei rom in Francia per denunciare “la pericolosa portata culturale ed etica dei provvedimenti”.

“Una scelta ritenuta violenta, discriminatoria, giuridicamente ripugnante e ostile al vangelo”. “occorre con forza respingere ogni tentazione (forte, specialmente in periodi di crisi economico-sociale) – scrive il Meic – d’ identificare in un’appartenenza collettiva una minaccia (anche solo potenziale) per la sicurezza pubblica: l’ascrizione di una (seppur potenziale…) pericolosità sociale ad entità collettive, essendo incompatibile con la dignita’ che deve riconoscersi a ciascun essere umano, è in sé espressione di un atteggiamento discriminatorio ed ultimamente violento che ripugna alla nostra civiltà giuridica e non può che risultare foriero di un grave (e pericoloso!) scadimento della qualità della convivenza civile.

Per un verso – prosegue il documento – si offusca il carattere personale che non puo’ non connotare la responsabilita’ penale; per altro verso, si misconosce il senso e la portata del riconoscimento di una fraternita’ autenticamente universale, che rappresenta l’insostituibile pilastro di ogni civilta’ che tragga linfa vitale da radici fecondate dal messaggio evangelico”.

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fonte:  http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=145432

Protestano gli operai della Fincantieri: Scioperi a Genova e Palermo

20/9/2010 (15:14) – LAVORO

Protestano gli operai della Fincantieri

Scioperi da Genova a Palermo. Sacconi: «Finora non ho ricevuto comunicazione di esuberi»

.https://i1.wp.com/www.lastampa.it/redazione/cmssezioni/economia/201009images/fincantieri01g.jpg Il corteo all’interno dello stabilimento Fincantieri di Genova Sestri

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GENOVA
Sale la tensione
tra i lavoratori della Fincantieri. Stamani sciopero negli stabilimenti Fincantieri di Genova Sestri Ponente e Riva Trigoso per protestare contro la bozza di ristrutturazione aziendale che prevede la chiusura del cantiere di Riva e il ridimensionamento di quello genovese. A Riva Trigoso i lavoratori hanno dato vita a una assemblea che è sfociata in un corteo interno e nell’occupazione della direzione aziendale, ora sgomberata. Corteo interno e astensione dal lavoro anche nel capoluogo ligure dove i lavoratori sono rimasti fuori dai cancelli fino alle 10.
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Clima teso a Castellammare di Stabia dove gli operai della Fincantieri si sono ritrovati, sin dalle prime ore del mattino, dinanzi ai cancelli dello stabilimento. Le notizie dei giorni scorsi hanno accresciuto tra le maestranze, che attendevano l’arrivo di nuove commesse, l’angoscia e la preoccupazione per il futuro. Particolarmente tesi sono i più giovani. Nel pomeriggio nella sede del Comune di Castellammare di Stabia è fissata una conferenza dei capigruppo alla quale, secondo quanto si apprende, dovrebbero partecipare anche il sindaco Luigi Bobbio ed il presidente del Consiglio comunale. Tre operai sono saliti su una gru (uno è già sceso) per protestare mentre altri 200 stanno facendo un sit in davanti ai cancelli per chiedere l’immediato ritiro del piano industriale 2010-2014. Gli operai sono intenzionati a non scendere almeno fino al vertice di oggi nel Comune di Castellammare.
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Un’ora di sciopero alla fine di ogni turno è stata decisa inoltre dai lavoratori della Fincantieri di Monfalcone (Gorizia). I cantieri di Monfalcone – da quanto trapelato finora – non dovrebbero essere interessati dal piano, ma «apprendere di un piano di ridimensionamento dalla stampa – ha osservato Thomas Casotto della Fiom-Cgil di Gorizia – non è certo un modo corretto di gestire le relazioni sindacali». Alcune assemblee sono programmate in azienda – ha aggiunto Casotto – per mercoledì, ma saranno più che altro indirizzate a questioni interne, ancora da spiegare ai lavoratori. Il primo ottobre, invece, i dipendenti della Fincantieri di Monfalcone aderiranno allo sciopero nazionale di otto ore della cantieristica, già proclamato da Fim, Fiom, Uilm, e alla manifestazione nazionale, che si terrà a Roma.
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Oltre 300 operai delle aziende dell’indotto che lavorano per la Fincantieri di Palermo stanno infine presidiando i cancelli della fabbrica. Davanti allo stabilimento la polizia sta tenendo sotto controllo la protesta scattata dopo le indiscrezioni sul nuovo piano industriale di Fincantieri. Gli operai dell’indotto al momento sono impegnati in lavori all’interno della piattaforma della Saipem, che tuttavia ha deciso di trasferire la commessa in un altro stabilimento. «La situazione è grave – dicono i lavoratori – non appena sarà portata via la piattaforma non rimarranno più carichi di lavoro». I lavoratori stanno impedendo l’ingresso e l’uscita dei mezzi dalla fabbrica, dove tuttavia proseguono le attività gestite dagli operai diretti di Fincantieri.
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A margine dell’assemblea di Confindustria a Bergamo, in merito alle indiscrezioni relative a possibili esuberi, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha spiegato di non aver ricevuto «nessuna comunicazione nè da Fincantieri nè da Alitalia». «So che Fincantieri – ha precisato Sacconi – afferma di non aver definito un piano industriale e che, come da mia sollecitazione, ha assicurato che non appena ci sarà non procederà ad atti unilaterali e aprirà un dialogo con le parti sociali e le istituzioni». Secondo il ministro «una indiscrezione di giornale non può scatenare un clima conflittuale». Sul dossier, comunque, Sacconi ha affermato di «seguirlo con molta attenzione» aggiungendo di «garantire per ora sul piano del metodo». Quanto invece ad Alitalia, lo stesso Sacconi ha ricordato che «la società ha smentito e credo quindi che l’informazione debba stare ai fatti».
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Rai, riparte Annozero di Santoro. Polemica sul Tg1, pronta mozione Fli

Rai, riparte Annozero di Santoro
Polemica sul Tg1, pronta mozione Fli

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di Alberto Guarnieri

ROMA (20 settembre) – Giovedì sera tornerà in video il “peso massimo” (per ascolti) dell’informazione Rai, Michele Santoro, e la temperatura dentro e fuori viale Mazzini si arroventa.

Al centro del mirino c’è naturalmente, è una costante, anche il Tg1 di Augusto Minzolini, che duella multimedialmente con il quotidiano La Repubblica. I due giornalisti sono al centro di una nuova offensiva dei futuristi di Gianfranco Fini che stanno preparando una mozione da presentare alla Camera. Si tratta di un appello al pluralismo che dovrebbe contenere anche forti critiche al Tg1 e al direttore generale della tv pubblica Mauro Masi, che ha avocato il controllo sugli ospiti dei talk show. La mozione ha buone possibilità di essere approvata. Pd e Idv la appoggeranno.

Intanto ieri mattina Ffwebmagazine, periodico online della Fondazione Farefuturo, ha pubblicato un editoriale di Domenico Naso che inizia così: «Giovedì sera torna in tv Michele Santoro. E Santoro, per essere chiari, è migliore di molti altri giornalisti che in questo periodo fanno il bello e il cattivo tempo sulla nostra televisione di Stato. Santoro – spiega Naso – è di sinistra ma non fa un programma dettato dalla sinistra politica italiana. Minzolini o Paragone, giusto per fare due esempi, si comportano in maniera molto diversa. Hanno le loro idee politiche, ed normale che sia così, ma aggiungono il carico del legame organico con il padrone unico. Il loro modo di fare giornalismo spesso sfocia nella propaganda, nella velina di regime, in un prodotto giornalistico confezionato ad arte per far felice il referente politico di turno (che spesso è sempre il solito)».

A replicare scende in campo il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto. «Trovo grottesco – dichiara – che ci siano i teorici dei due pesi e delle due misure per la libertà di stampa: per cui è libera se il giornalista è di sinistra, serva se il giornalista o il direttore simpatizza per il centrodestra e per Berlusconi».

Ma è a sinistra che i finiani mietono consensi. «Bene fa Futuro e Libertà ad annunciare una mozione in Parlamento sulle storture dell’informazione pubblica e privata», dicono Vincenzo Vita e Beppe Giulietti. Aggiunge il leader Idv Antonio Di Pietro: «Ho letto la mozione che Futuro e libertà sta preparando sull’informazione, la voteremo se specificheranno meglio alcune cose su Masi e Minzolini».

Mentre il direttore generale Rai prepara, sempre per giovedì, una riunione del cda che si svolgerà nonostante l’assenza del consigliere Guglielmo Rositani (fino a qualche tempo fa molto legato a Fini), Minzolini ingaggia un duello serrato col quotidiano La Repubblica. Il Tg1 aveva già risposto a un servizio del quotidiano sulla “morte” del pastone politico televisivo con un servizio che denunciava una crisi di copie di Repubblica. Ieri a un editoriale di replica del quotidiano (che nega l’emorragia), Minzolini ha risposto sul sito web del Tg1 ribadendo le proprie ragioni e, spesso accusato di censurare notizie, ribaltando l’accusa su Repubblica.

Per il direttore del Tg1, la crisi del suo notiziario è «limitata a duecentomila telespettatori». E la spiega provocatoriamente: «Con le interviste a Veltroni e Di Pietro ho fatto gli ascolti peggiori. Ma faccio servizio pubblico e certo non li taglio». Chiosa che farà discutere: «Se non avessi riposizionato al centro il Tg1 chissà cosa perderei. Infatti oggi i problemi per i notiziari Rai vengono dal Tg3».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=119556&sez=HOME_INITALIA