Archive | ottobre 2010

BUNGA BUNGA – «Pm non autorizzò affidamento di Ruby a Minetti: la questura non la chiamò»

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«Pm non autorizzò affidamento di Ruby a Minetti: la questura non la chiamò»

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Fonti giudiziarie smentiscono la polizia. Il magistrato aveva deciso di collocare la ragazza in una struttura protetta

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ROMA (31 ottobre) – Il pm dei minori Annamaria Fiorillo, che era di turno quando Ruby venne fermata e portata in Questura a Milano, non diede l’autorizzazione all’affido della ragazza alla consigliera regionale Nicole Minetti. E’ quanto trapela da fonti giudiziarie qualificate riguardo a quello che accadde nella notte tra il 27 e il 28 maggio scorsi. Il pm Fiorillo, contattato più volte dalla polizia, non solo non diede il via libera alla consegna della ragazza a Nicole Minetti, ma, a differenza di quanto sostenuto ieri in una nota della Questura, non raggiunse mai alcun accordo circa l’affido della giovane alla consigliera, e non lo avrebbe raggiunto nemmeno qualora fosse arrivata negli uffici di via Fatebenefratelli una copia dei documenti di identità.

La questura non chiese l’autorizzazione. Al magistrato, che comunque aveva disposto la collocazione della ragazza in una struttura protetta e, qualora non ci fosse stato posto, di trattenerla in Questura, dopo l’identificazione di Ruby non sarebbe mai nemmeno arrivata una telefonata per chiederle l’autorizzazione ad affidare la minorenne alla consigliera Minetti.

La dinamica di quella notte. Del fatto che il pm non diede l’autorizzazione ad affidare la giovane, ora al centro dell’inchiesta della Procura di Milano per favoreggiamento della prostituzione, è testimonianza la relazione stilata quella notte dalla polizia e riportata e riprodotta fotograficamente in maniera parziale oggi dal quotidiano La Repubblica. Secondo il documento, per altro arrivato alla Procura dei minori circa un mese più tardi (e non al pm Fiorillo nei giorni successivi), dopo l’arrivo della ragazza in questura e l’avvio delle procedure di identificazione, era giunta la telefonata dalla presidenza del Consiglio dei ministri in cui si specificava che Ruby «era la nipote del presidente» egiziano Mubarak e che «quindi doveva essere lasciata andare». Dopodichè, sempre secondo il rapporto pubblicato dal quotidiano, in via Fatebenefratelli si erano presentate «due amiche della minore, e cioè la signora Nicole Minetti, consigliere regionale della Regione Lombardia, con incarico presso la presidenza del Consiglio dei ministri», che si era offerta di prendere in affido la giovane e la «inquilina della minore». Vista la nuova situazione, viene contattata ancora il pm di turno, la quale informata anche della segnalazione della parentela di Ruby «disponeva comunque l’affido della minore a una comunità o – si legge nell’atto – la temporanea custodia della minore presso gli uffici della questura». Infine, è scritto ancora nella relazione, veniva di nuovo contattato il pm e «si raggiungeva il seguente accordo, e cioè bisognava avere la copia di un documento di identità della minore per poi poterla affidare alla Minetti e lasciarla andare». Il documento o una sua copia, chiesto dal magistrato per verificare se la ragazza fosse o meno nipote di Mubarak, non venne però recuperato. La giovane venne quindi identificata in altro modo e, secondo quanto ribadito oggi da fonti giudiziarie, Ruby venne affidata alla Minetti nonostante non ci fosse il consenso del pm Fiorillo. Diversa, invece, la versione resa ieri sera in un comunicato stampa ufficiale della Questura, secondo cui, invece, l’autorizzazione ci sarebbe stata.

Pd: Berlusconi riferisca. Il Pd chiede che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, riferisca al Copasir sul ruolo degli uomini della sua scorta nella vicenda della minorenne marocchina Ruby. A chiederlo è il deputato del Pd e componente del Comitato Ettore Rosato, che ha sottolineato quanto sia «opportuno e necessario che Berlusconi riferisca al Comitato in particolare sull’attività degli uomini della sua scorta e sulle disposizioni che gli impartisce». Rosato chiede l’audizione di Berlusconi per «approfondire e fare chiarezza» sul ruolo del caposcorta che, secondo quanto emerso in questi giorni, sarebbe stato il contatto tra Palazzo Chigi e la Questura di Milano nella vicenda seguita al fermo della minorenne. «Quando c’è stato l’allarme sicurezza seguito all’episodio del dicembre 2009 a Milano – ha aggiunto Rosato – il Copasir ha fatto un richiamo sulla necessità di essere vigili sulla sicurezza, ma non di occuparsi delle questioni private di Berlusconi».

«Berlusconi deve dimettersi. Ancora una volta, infatti, è venuto meno al patto di fiducia che lo lega al suo ruolo istituzionale. Un ruolo che, evidentemente, non è all’altezza di ricoprire». Lo afferma il presidente dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro. «Berlusconi ha davvero toccato il fondo: ha utilizzato il suo ruolo politico per fare pressioni sulla Questura ed ha truccato le carte in tavola sino ad affermare che la giovane Ruby fosse la nipote di Mubarak. Cosa aspetta a rassegnare le sue dimissioni?».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=124905&sez=HOME_INITALIA

INCHIESTA DE L’ESPRESSO – Chi ha ucciso i pastori sardi / La proposta di Emilio: ‘Diventa pastore o fattore a distanza’

Chi ha ucciso i pastori sardi

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Il latte romeno, che costa la metà. Il cartello dei caseifici, che li sta strozzando. Il mercato della lana, che è crollato. Ecco perché  ormai un agnello vale meno del fieno che mangia. E loro, alla fame, minacciano azioni estreme

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di Tommaso Cerno

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Macché oro bianco. Di latte in Sardegna non si campa più. È stato avvelenato da una parola che in sardo nemmeno esiste. Ci sono venti modi di chiamare “su masòne”, il gregge, e nessuno per dire: globalizzazione. Eppure è quel germe venuto dal futuro che sta uccidendo i pastori.

Dopo secoli di pascolo e mungiture a mano è arrivata improvvisa come l’inverno la grande carestia. Ha ridotto in pezzi l’economia locale e trasformato il gruzzolo che rendevano latte, lana e carne d’agnello in misera elemosina. Per sconfiggerla non basta “su marràtzu”, il leggendario coltello che i pastori portano sempre in tasca. E così stavolta sono scesi dalla Barbagia senza le pecore. Accampati sotto il palazzo della Regione-nazione per gridare la loro rabbia.

Roberto Fresi ha 43 anni e a Valledoria, da dove viene lui, nemmeno sanno cosa sia il modello lombardo-veneto che impera nel Nord. Sanno solo che in quella piazza di Cagliari lui ci ha lasciato un occhio, colpito da un lacrimogeno mentre contestava un governo che ai lattai padani ha condonato le multe mentre ai sardi scava la fossa. Sandro Ibba, 50 anni, è sceso da Vallermosa e si è incatenato minacciando di darsi fuoco. Fino a svenire per gli stenti e la fame. Franco Peddio è stato preso a bastonate e porta una benda in testa. Quando l’ha visto suo padre ottantenne gli sono scese le lacrime. “Non per le botte, ma perché un pastore ferito è il sangue di tutti i sardi”, sussurra. Se continua così, sempre più ovili chiuderanno e a migliaia saranno costretti a cercarsi un nuovo lavoro. Lavoro che non vogliono. E che in Sardegna nemmeno troverebbero.

Salvatore Prasciuolo viene da Orroli, un paesino abbarbicato sul nuraghe Arrubiu fra le dighe del Flumendosa e del Mulargia, lassù dove perfino le capre fanno fatica a salire. Se piove ci devi andare a cavallo, perché la strada è franata tre volte. Ha 64 anni e non ha mai visto una mungitrice meccanica, ma non gliene importa, tanto non avrebbe né i soldi per pagarla né la corrente per farla andare. Il suo ovile fatto di debiti, multe e condoni cade a pezzi. Gli restano i figli Antioco e Tito, di 26 e 30 anni.

Da quando erano bambini la sveglia all’alba significa mungere per quattro ore “a crai”, come si dice quassù: “A mano, ma solo con tre dita e la pecora fra le gambe. Qui il terreno è ripido e se tiri le mammelle come in pianura il latte va fuori”. Babbu Salvatore lo chiamano “su prufissori”, perché s’è preso la licenza elementare a 15 anni e sta scrivendo un libro in sardo sui pastori della Barbagia. Ma se gli domandi di “Padre padrone” o di Gavino Ledda, ribatte che è roba per turisti: “Aveva trenta pecore, io ne pascolavo quattrocento. Dormiva in una capanna, io all’addiaccio, coprendomi con il bestiame. Adesso i miei figli non hanno da mangiare e non posso certo mandarli in continente, perché là ci sono gli extracomunitari e i pericoli”.

A questa gente il latte costa la schiena e a fine giornata, per andare in pari, dovrebbero intascare 90 centesimi al litro. Invece il cartello degli industriali gliene concede 60 quando nel 1985 lo pagavano anche 1.850 lire. “È il libero mercato, prendere o lasciare”, tagliano corto cooperative e caseifici. Perché ormai il latte sardo vale meno dell’acqua, da quando si può acquistare a grandi stock in Spagna o in Romania. A queste condizioni i pastori ci rimettono un euro per ogni secchio munto. E la fregatura è che tutto dipende dall’America. Da quanti dollari, cioè, siano disposti a spendere laggiù per un chilo di Pecorino Romano. Il nome non c’entra con la Ciociaria, si chiama così perché lo mangiavano i legionari. E ogni anno sull’isola se ne producono 270 mila quintali, il 90 per cento del prodotto nazionale. Il problema è che quelle forme salate da 25 chili non piacciono più al mercato globale, che le ha relegate fra i formaggi da grattuggia. In due anni sono salpati verso gli Stati Uniti 50 mila quintali in meno, un crollo dell’export che ha abbattuto il prezzo.

I pastori da qui non vedono le luci della Quinta Strada, però, l’orizzonte più lontano per loro resta l’ultima pecora del gregge. Così incolpano Andrea Pinna, padrone del più grande caseificio di Sardegna. È finito nel mirino della protesta proprio come la Coldiretti e nessuno sui pascoli sardi lo vuole sentir nominare. Tutto perché, quattro anni fa, ha investito soldi in Romania: “Confeziona il formaggio sardo all’estero e poi fa il prezzo del nostro latte”, protesta Giovanni Deiana di Pattada sul Lago Lerno mentre gli altri applaudono. “Calunnie”, ribatte l’industriale di Thiesi che impiega 200 dipendenti: “La Romania non c’entra, lì produciamo meno del 2 per cento del formaggio che va in America.

Anzi, grazie a quel caseificio abbiamo cominciato a vendere anche il pecorino fatto qui in Sardegna sui mercati esteri”. Mentre lo dice, negli ovili la miseria avanza. Non c’è solo il latte a pesare sui conti in rosso. È la pecora a valere sempre meno e costare sempre più cara. Il mangime in pochi anni è salito da 15 mila lire a 35 euro al quintale, i vaccini contro il virus della “lingua blu” si sono moltiplicati, così come i capi morti nelle stalle. Per tutta risposta un agnellino vale meno del fieno che mangia, pagato dal macellaio 3 o 4 euro al chilo se ti va bene, e soltanto a Natale o Pasqua.

Passate le feste si scende sotto l’euro e mezzo e al danno s’aggiunge la beffa: mentre la legge impone una targhetta all’orecchio che attesti l’origine di ogni capo, non appena la pecora arriva dal macellaio le orecchie vengono tagliate. E tutte le informazioni vanno perse, mescolando carne sarda a carne straniera. I pastori non ce la fanno più e sono saliti fino a Porto Torres per fermare gli sbarchi. Greca Puddu non ci voleva credere, così a 60 anni è salita su un cargo spagnolo come facevano i pirati saraceni: “Abbiamo bloccato la nave e siamo entrati nelle stive. Erano piene di carne, tutta marchiata come sarda. Invece puzzava e aveva i vermi. Quella roba fa concorrenza a noi e abbatte i prezzi”, racconta a “L’espresso”. La stessa cosa vale per la lana, che una volta si vendeva a 1.300 lire al quintale mentre adesso nessuno è disposto a comprare: “Fra poco ci chiederanno soldi per smaltirla come rifiuto”.

È tutta qui l’origine del virus che sta ammalando la pastorizia sarda. Tre milioni e mezzo di pecore fanno una media di quasi tre per abitante, troppe per gente che s’era indebitata per terreni e ovili e oggi non incassa più. I soldi per i mutui stanno finendo e il Banco di Sardegna si sta riprendendo tutto. Proprio come due secoli fa, quando l’Editto delle chiudende mise fine al comunismo agrario e attorno ai prati liberi apparvero i muri e il divieto di pascolare senza pagare “sa tanca”, regalando cioè metà del bestiame al proprietario terriero: “Anche allora succedeva nel nome di un nuovo sistema di produzione, come adesso. Oggi vogliono regalare la Sardegna ai miliardari”, denunciano i pastori. Loro che in Costa Smeralda ci sono andati una sola volta e non in vacanza. Sono saliti a Olbia per occupare l’aeroporto ma, arrivati a Porto Rotondo, sono rimasti a bocca aperta: “Era come il paradiso, tavole imbandite, luci, divani bianchi in strada. E soprattutto le facce serene: i ricchi non hanno le rughe e la morte negli occhi dei pecorai”, raccontano.

Secondo politici e industriali sardi, però, le cose non starebbero proprio così. C’è un rovescio della medaglia. Ripetono che per decenni quella gente è stata una categoria protetta: quattrini pubblici se pioveva troppo, quattrini se pioveva poco, ancora quattrini per i vaccini. Soldi che spesso sono finiti in Bot o in case a Cagliari, mentre i servi pastori figli dei falchi sono stati sostituiti da clandestini romeni sottopagati. Eppure, girando per gli allevamenti, fra quelle campagne nessuno se la passa bene come succede nei caseifici. Nemmeno chi quei soldi li ha investiti davvero, trasformando gli ovili degli avi in moderne aziende d’allevamento. Imprenditori di nuova generazione come Fortunato Ladu, che governa 250 ettari e mille pecore, capre, tori, cavalli e struzzi.

Nella casa padronale sotto le pale dell’eolico a Pavillonis, nel campidano, spolvera un libro del cantore dei pastori, il Montanaru: “Nun brighes cun nisun nu cristianu, ma si t’esset forzosu briga ene”. Vuol dire che un pastore non bisticcia, ma se proprio deve farlo sarà il suo nemico a tremare di paura. È questo il monito che sale dalla piazza. Come fu vent’anni fa quando guidati dal capopopolo Felice Floris lanciarono le pecore sgozzate contro le vetrate del palazzo della Regione: “Stavolta le abbiamo lasciate al pascolo, valgono troppo per portarle a morire qui”, spiega Francesco Gioi. Ha 55 anni ed è sceso da Desulo, nel cuore della Barbagia, dove la campagna è la più brulla e dura.

Pascolare sul Gennargentu vuol dire transumanza, come i nonni, e migliaia di notti solitarie: a novembre, quando il Bruncu Spina è bianco di neve e l’erba gelata, Gioi lascia l’ovile a piedi e scorta il gregge per 150 chilometri con cani e bastone d’olivastro: “Io dormo camminando da trent’anni, cosa volete che sia per me venire qui a protestare?”. Paolo Mele arriva invece da Nuramenis. Finì in galera per gli scontri di vent’anni fa e adesso è anche più disperato di allora: “Ho chiesto un prestito di 10 mila euro, poi si sono ammalate le pecore e mi hanno pignorato la casa. Mio figlio ha cinque anni ed è disabile, sono stato a Firenze per farlo curare e dormivo sulle panchine. Se mi staccano la corrente, quel bambino muore”, ripete in lacrime. Storie solo all’apparenza opposte a quella dei fratelli Valerio e Giuseppe Baldussi, gente con quattro trattori nel cortile, roba che da queste parti significa benessere. Loro padre era analfabeta e quando comprò il primo campo sbagliò a scrivere il cognome, così persero la “u” finale. “Quella “i” ci ha dato lo spunto per innovare, solo che adesso che abbiamo ben cinquecento ettari guadagnamo meno di papà”, spiega Valerio. È uno che ha girato il mondo per capire dove stesse andando l’agricoltura. Uno che s’è buttato sull’inseminazione artificiale per raddoppiare gli agnelli e sull’innaffiatura sotterranea per non regalare acqua al sole e al vento di Sestu: “Ma siamo alla fame tutti, i piccoli come i grandi. In Sardegna c’è un detto: più grosso è l’animale, più grosso è il buco della tana”.

I conti sono facili da fare. I nonni mantenevano sei figli con trecento pecore, i padri quattro figli con settecento. Oggi con mille pecore sposarsi e avere un bambino è un sogno come la casa per un precario di Milano. “Stanno sfaldando la nostra società matriarcale. Io forse dovrò rinunciare a essere madre, perché non bastano i soldi”, dice Moira Murgia. Ha 31 anni e pascola tra i mirti da quando ne aveva quindici. È più veloce di un uomo, conosce il suono dei campanacci del gregge, ma ne sente sempre di meno perché ormai costano più delle pecore. È l’ultima terribile piaga dei pastori nell’era globale. Una generazione che potrebbe essere l’ultima, spiega l’autonomista Gianpiero Marras. Abita a Ittiri nel Logudoro. Attorno alle case di pietra ci sono 420 pastori e 60 mila pecore, come una media città italiana: “Senza tutto questo finirebbe la nazione sarda, scomparirebbero i discendenti dei popoli nuragici da cui vengono i nostri valori”. Per lasciare posto al cemento miliardario che dalla Costa Smeralda sta colonizzando l’isola. Business, oligarchi, spiagge vip e champagne che non lasciano un solo euro in tasca ai pastori sardi. Spinti dagli orridi delle montagne di Orgosolo fin dentro il tunnel ancora più buio dei debiti.

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29 ottobre 2010

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/chi-ha-ucciso-i-pastori-sardi/2137357

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Dal pastore Emilio e famiglia ricevi il formaggio della tua pecora a distanza o i prodotti della tua fattoria

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SCEGLI TRA:

1) Diventa Pastore / Alleva la tua pecora a distanza

Con “Diventa Pastore / Alleva la tua pecora a distanza” è possibile instaurare un legame con una categoria di veri e propri maestri e cultori della natura: il pastore.

L’allevamento consisterà nel versare una quota periodica e seguire a distanza ogni fase ed evento della vita della pecora.

Periodicamente gli allevatori a distanza riceveranno i prodotti della propria pecora (forme di pecorino), la scelta del nome della propria pecora e il relativo cinturino personalizzato, un manufatto in lana, la carta d’identità della pecora.
E’ sempre possibile, in qualsiasi giorno dell’anno, recarsi nei luoghi di Sardinia Farm per seguire le fasi del ciclo dell’allevamento e vedere personalmente il risultato del proprio contributo.

Clicca qui per scoprire come diventare Pastore a distanza.

2) Diventa Fattore a distanza

E’ possibile diventare Fattore a distanza ricevendo un paniere di tutti i prodotti sardi della fattoria di Sardinia Farm in più è compresa l’allevamento di una pecora.

NOVITA’ PER I FATTORI A DISTANZA!!
Da oggi per chi decide di diventare Fattore a distanza
nasce un nuovo paniere chiamato “Su mruzzu de su Pastori” che contiene:

-1 forma di formaggio
-1 salame
-1 confazione di trofie (pasta sarda)
-1
confezione di olive
-2 birre ichnusa
-1 confezione di pomodori secchi
-1 confezione di mustazzollus (dolci sardi)
1 confezine di pane guttiau +1 confezione di spianate (pane sardo)
-1 confezione di torrone

Clicca qui per scoprire come diventare Fattore a distanza.



Allerta Maltempo: la Protezione Civile l’ha innalzato a 2 in Liguria

Allerta Maltempo: la Protezione Civile l’ha innalzato a 2 in Liguria

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Mareggiata in Liguria, immagine di repertorio – fonte

Innalzamento da 1 a 2 il livello d’allerta in Liguria su tutto il Ponente ligure, da Ventimiglia sino a Genova

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L’allarme per l’ondata di maltempo che puo’ assumere anche caratteristiche violente e’ stato lanciato sabato sera e poi innalzato da 1 a 2 e sara’ valido, salvo variazioni, fino a mezzogiorno di lunedi.

Sono anche attese mareggiate un po’ ovunque. La Protezione Civile raccomanda a tutti coloro abitino nei pressi di corsi d’acqua di tenersi costantemente informati e di mantenere atteggiamenti prudenti, ma la prudenza deve essere adottata da tutti perche’ oltre alle esondsazioni, anche il vento puo’ provocare danni notevoli. A questo proposito sono stati tenuti chiusi molti parchi e giardini.

La forte perturbazione si spostera’ gradualmente da ponente verso est e interessera’ nel pomneriggio di domenica e lunedi sia la Liguria di Levante che la Toscana, la Sardegna e le coste tirreniche.

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31 ottobre 2010
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Meteo per Liguria

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13°C
Condizioni correnti: Rovesci
Vento: verso NE a 27 km/h
Umidità: 77%
dom
Forte pioggia
16°C | 14°C
lun
Forte pioggia
16°C | 13°C
mar
Rovesci
18°C | 13°C
mer
Parzialmente nuvoloso
19°C | 12°C

Caccia, l’80% degli italiani vuole limitarla

Berlusconi si schiera con la Brambilla: battaglie condivise maggior parte dei cittadini

Caccia, l’80% degli italiani vuole limitarla

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Sondaggio del ministero del Turismo: favorevoli ad impedire l’accesso dei cacciatori ai fondi privati

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ROMA – La stragrande maggioranza degli italiani sarebbe d’accordo con la proposta di vietare l’accesso dei cacciatori ai terreni privati per l’esercizio dell’attività venatoria. È questa, infatti, l’opinione dell’80 per cento del campione, rappresentativo dell’intera popolazione, interpellato da Ipsos in un sondaggio condotto per conto del ministero del Turismo. Solo il 18 per cento degli intervistati si dichiara contrario.

REFERENDUM E QUORUMSu questa materia il «Comitato per la creazione di un’Italia Animal Friendly», istituito presso il ministero del Turismo, ha avviato una seria valutazione in merito ad una proposta legislativa di riforma dell’art.842 del Codice civile, che possa correggere questa anomalia tutta italiana e allo stesso tempo aumentare le misure di sicurezza per cittadini e turisti, rispondendo così alle richieste pervenute al Ministero da moltissimi italiani. Come si ricorderà, la parte rilevante di questa norma, che consente l’accesso dei cacciatori ai terreni altrui, fu sottoposta a referendum, da ultimo, nel 1997, con altri sei quesiti eterogenei. Il quorum non scattò, ma la percentuale di sì tra i voti validi fu già allora dell’80,9 per cento.

«CACCIA PERICOLOSA»«È dovere delle istituzioni ascoltare la voce dei cittadini e tradurre le loro richieste in politiche concrete» ha sottolineato il ministro Michela Brambilla, commentando il risultato del sondaggio. «Dall’inizio della mia attività di governo – aggiunge – ho ricevuto un numero oramai incalcolabile di lettere da cittadini che mi chiedono interventi sul fronte del rispetto degli animali e dei loro diritti, sia perché il nostro Paese corrisponda maggiormente a questo condiviso sentimento sia per migliorare la nostra immagine all’estero. Tra le richieste più frequenti vi è certamente quella di politiche volte a favorire la convivenza con gli animali domestici. Mentre forti contrarietà e lamentele mi vengono espresse nei confronti degli episodi clamorosi di maltrattamento di cui si è purtroppo reso protagonista il nostro Paese, così come nei confronti di manifestazioni ed attività che vedono uno sfruttamento degli animali». «Ma certamente – continua il ministro – le lettere più numerose riguardano la caccia. Gli italiani lamentano disagio e insicurezza per il fatto che i cacciatori entrano nei loro terreni privati e sparano troppo vicino alle abitazioni, così come privazione di libertà per il non potere godere tranquillamente dei nostri boschi e delle nostre campagne senza il timore di essere impallinati. Del resto, che la caccia sia pericolosa è testimoniato anche dal fatto che questi primi due mesi di stagione venatoria hanno già visto la morte di undici persone e il ferimento di altre dodici, non tutti cacciatori».

LO SCONTRO NEL PDLNelle settimane scorse il ministro Brambilla era stata fatta oggetto di una critica neppure tanto velata da parte degli eurodeputati del Pdl, guidati da Sergio Berlato, uno dei parlamentari che sono punto di riferimento del mondo venatorio, che avevano sottoscritto un documento per chiedere al premier Berlusconi sostanzialmente di zittirla e di impedirle di rilasciare dichiarazioni contro la caccia. Nei giorni scorsi, però, Berlusconi ha scritto ad un gruppo di associazioni animaliste e ambientaliste – Enpa, Lipu, Animalisti italiani, Fare verde, Lav e Lega del cane – che gli avevano inviato nei giorni scorsi un documento che esprimeva preoccupazione in merito all’attività venatoria e agli attacchi subiti dalla Brambilla «da parte della lobby della caccia estremista». E nella lettera il premier sembra schierarsi al fianco del ministro. Berlusconi ringrazia le associazioni «per l’importante lavoro che svolgono a tutela della natura e della biodiversità , un grandissimo patrimonio che il mondo ci ha regalato in milioni di anni e di cui tutti dobbiamo essere custodi». E quanto alle iniziative a difesa della fauna il Cavaliere spiega che «un grande Paese deve rappresentare un esempio anche in queste battaglie, che sono condivise dalla maggior parte degli italiani». La Brambilla, in particolare, «in accordo con la presidenza del Consiglio, si è resa interprete di queste esigenze e opera con efficacia per la loro tutela».

Una manifestazione di cacciatori davanti alla sede della Regione Lombardia (Fotogramma)
Una manifestazione di cacciatori davanti alla sede della Regione Lombardia (Fotogramma)

«NON VI VOTIAMO PIÙ» – Una risposta che soddisfa gli animalisti ma che crea forti malumori tra i cacciatori che su siti e forum di riferimento non perdono occasione di attaccare, spesso con toni piuttosto accesi, l’on. Brambilla ma anche la sottosegretaria Martini, a sua volta in primo piano nelle battaglie animaliste. BigHunter, uno degli spazi dove più vivace è il dibattito attorno alla pratica venatoria, pubblica una foto dell’accoppiata Berlusconi-Brambilla e dà conto della posizione del capo del governo in un pezzo dal titolo «Ora sappiamo». Il primo commento dei lettori in calce all’articolo, peraltro uno di quelli più pacati, è inequivocabile: «Finalmente è caduta la maschera!!!! Presidè… ma noi lo sapevamo già!! Stia sereno…. e si dimentichi dei nostri (almeno i miei) voti. Saluti!!».

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Redazione online
30 ottobre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/animali/10_ottobre_30/caccia-sondaggio-ipsos-brambilla-berlusconi-cacciatori_46df3472-e436-11df-9798-00144f02aabc.shtml

CRISI – “Mercato auto bunga bunga”: Federauto lancia la polemica

“Mercato auto bunga bunga”
Federauto lancia la polemica

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L’associazione che raggruppa i concessionari di tutti i brand commercializzati in Italia stima le vendite di ottobre in un meno 29%. E scherza sul “caso Berlusconi-Ruby… “Abbiamo chiesto già il 5 ottobre scorso un incontro urgente al neo Ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani. Ma la non abbiamo ottenuto risposta

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di VINCENZO BORGOMEO

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"Mercato auto bunga bunga" Federauto lancia la polemica
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“Mercato auto bunga bunga”: il titolo del comunicato che ha appena lanciato la Federauto, l’associazione che raggruppa i concessionari di tutti i brand commercializzati in Italia, vale più di mille discorsi sulla tragica situazione del settore auto e del mercato delle vetture nuove. Non a caso, anticipando ancora una volta i dati ufficiali delle immatricolazioni, oggi la Federauto parli di un calo del 29% circa, con una notevole differenziazione tra le marche.

“Un disastro da qualunque parte la si guardi”, commenta cupo Filippo Pavan Bernacchi, da gennaio presidente della Federauto. “Questi numeri – continua il presidente – dimostrano le dimensioni della tragedia: l’automobile nel Belpaese, sommando i concessionari, i Costruttori e l’indotto, impiega circa 1.000.000 di persone, e questa debacle avrà pesanti ripercussioni sull’occupazione costringendo molti a chiudere i battenti o a rivedere radicalmente le proprie aziende, siano essi concessionari o case automobilistiche. L’auto fattura complessivamente il 20% del PIL e non si può pensare di rilanciare l’economia senza affrontare con decisione e immediatezza la crisi del comparto. Questo per l’intero sistema-paese, che dimenticando l’auto non può ricominciare a crescere, a uscire da questo pantano”.

“Purtroppo – continua Pavan – quando si parla di auto ci riferisce soltanto al comparto industriale, e spesso in questo errore incappano anche i manager della case, trascurando una parte fondamentale che è la distribuzione in generale e i concessionari d’auto in particolare. Abbiamo chiesto già il 5 ottobre scorso un incontro urgente al neo Ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani. Ma la nostra voce resta per ora inascoltata. Stante così le cose andrà malissimo l’occupazione, la fiducia del consumatore, la capacità di spesa e risparmio delle famiglie e, lo Stato. Difatti, solo di IVA, si ipotizza un buco di 2 miliardi di euro. Miliardi, non milioni. Cui sommare altre “cosucce” come minori introiti di IPT, passaggi di proprietà, bolli… Altre centinaia di milioni in meno per lo Stato, le Regioni e le Provincie. E purtroppo ha ragione il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, quando afferma che non siamo governati. E il mio non è un intervento politico, ma un’amara costatazione che spero presto verrà smentita dai fatti.”

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31 ottobre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/motori/attualita/2010/10/31/news/mercato_auto_bunga_bunga-8606724/?rss

Rifiuti, tensione a Giugliano: Manifestanti bloccano camion

Rifiuti, tensione a Giugliano
Manifestanti bloccano camion

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Non si ferma la protesta a Taverna del Re. Un gruppo di persone è riuscito a fermare la colonna di autocompattatori, mandando il traffico in tilt. Intanto ll sindaco di Boscoreale, Gennaro Langella, ha fatto sapere che a breve verrà ripreso lo sversamento a Tezigno. “E’ questione di ore”

Rifiuti, tensione a Giugliano Manifestanti bloccano camion Le proteste a Giugliano

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E’ di nuovo tensione a Taverna del Re, alla periferia di Giugliano. All’arrivo di una colonna di autocompattatori i manifestanti hanno incominciato a protestare, bloccando i camion carichi di spazzatura. Le forze dell’ordine hanno tentato di fare un cordone a protezione degli automezzi, ma un manifestante si è infilato sotto un camion. Il traffico è rimasto bloccato lungo la strada che dall’incrocio di Ischitella porta verso il mare.

Poco dopo l’uomo è uscito, permettendo così ai mezzi di riprendere la marcia. Il manifestante è stato convinto da un funzionario di Polizia a fermare la sua azione di protesta.

Il video della protesta | Emergenza a Napoli

Gli sversamenti sono iniziati all’alba ma quando è arrivata la seconda autocolonna i manifestanti si sono messi davanti ai mezzi, bloccando il transito. All’interno del sito stanno arrivando da giorni i mezzi del Comune di Napoli sversando i rifiuti su una piazzola a cielo aperto.

All’interno del sito ci sono già oltre sei milioni di ecoballe che negli anni scorsi avevano scatenato la protesta dei residenti della zona perchè fonte di miasmi insopportabili.

Intanto, in tarda mattinata il sindaco di Boscoreale, Gennaro Langella, ha fatto sapere che a breve verrà ripreso lo sversamento a Tezigno. “E’ questione di ore – ha detto Langella – . La ripresa delle attività a Cava Sari potrebbe scattare anche domani”.

Lo sversamento nella discarica Cava Sari era stato interrotto giorni fa a seguito delle proteste dei cittadini per il cattivo odore, la presenza di percolato e in seguito alla richiesta dei comitati nonchè dei sindaci di avviare le analisi e gli interventi necessari che attestassero la correttezza delle operazioni di sversamento, al fine di tranquillizzare i cittadini. “La Protezione Civile ha già effettuato alcune analisi che sono positive, vale a dire non segnalano problemi – spiega il sindaco di Boscoreale – nel frattempo anche i nostri tecnici e l’Arpac stanno effettuando esami. In questo caso i dati penso che saranno resi noti tra una settimana”. Nel frattempo, però, inizierà lo sversamento, “anche perchè siamo alle prese con i rifiuti in strada e quindi è opportuno che le attività riprendano”. Del resto, come stabilito dall’accordo raggiunto, a Cava Sari si sverserà solo la frazione secca dei 18 comuni vesuviani.

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31 ottobre 2010

fonte: http://napoli.repubblica.it/cronaca/2010/10/31/news/rifiuti_tensione_a_taverna_del_re-8602951/?rss

Bunga Bunga, un Elio ci salverà / “Bunga Bunga” di Elio e Le Storie Tese, parodia WakaWaka [English Subtitles]

Bunga Bunga, un Elio ci salverà

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Telebestiario di Francesco Specchia

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Stefano Belisari, l’uomo dalle sopracciglia impossibili, è il vero Kant (inteso sia nel senso di Immanuel che in quello di Eva) dello spettacolo italiano. Un illuminista che ha il coraggio di servirsi del proprio intelletto.

Belisari, classe ’61, diploma di conservatorio e laurea in ingegneria elettronica è, in ordine sparso: doppiatore, dj, giocatore e commentatore di baseball nell’Ares Milano, attore dai nom de plume cambiati come le camicie (Julio Hammurabi in “Drammi medicali” su Flop tv), giudice di talent show, perfino ladro d’identità dato che a chi gli chiedeva il suo vero nome lui rispondeva, a fasi interlocutorie: “Roberto Moroni”, “Roberto Gustavivi” o “Maurizio Cattelan”, e nei panni proprio di Cattelan andava a ritirare premi d’arte contemporanea. Il fatto che Belisari sia, nel tempo libero, Elio di Elio e le Storie Tese è un’aggravante. Abbiamo avuto l’ultima percezione della sua genialità in due video che invadono Youtube: “Parco Sempione” con Maccio Capatonda e il freschissimo “Bunga Bunga”. Quest’ultimo -tratto da “Parla con lei” sul caso marocchina Ruby /Berlusconi- è addirittura diventato il refrain nella redazioni. Noi l’abbiamo rivisto una decina di volte, ogni volta con un collega diverso, spesso berlusconiano. C’è Elio con baffoni asburgici che sulle note del Waka Waka stornella: “Canta canta con Lele/Balla balla con Fede/ se no stai attento vai in galera/ per colpa dell’Africa”. Inutile dire che, con la parodia su Emanuele Filiberto è tra le cose più esilaranti prodotte dalla tv.

Strano come il concetto di “Bunga Bunga”, strascico semantico di una trita barzelletta anni ’80 su selvaggi africani sessuomani spacciato come insegnamento di Gheddafi, stia diventato un must. La televisione web Bonsai tv ne ha addirittura ridoppiato una versione sul Toga Party di Animal House, mentre in Facebook nascono profili infiniti sulla diciassettenne marocchina tettona spacciata per nipote di Mubarak (che però è egiziano). Il personale grido di guerra del premier divide gli italiani. Non riusciamo ancora a capire se entusiasmarci o deperire in una profonda tristezza. Un Elio ci salverà…

Francesco Specchia

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30 ottobre 2010

fonte:  http://www.tgcom.mediaset.it/televisione/articoli/articolo494656.shtml

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“Bunga Bunga” di Elio e Le Storie Tese, parodia WakaWaka [English Subtitles]