Archivio | ottobre 3, 2010

CONTRARIE AD UN MATRIMONIO COMBINATO – Pachistano uccide moglie a sassate. La figlia ferita a sprangate dal fratello

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Pachistano uccide moglie a sassate
La figlia ferita a sprangate dal fratello

Le due donne si opponevavano a un matrimonio combinato. Il delitto in un appartamento di Novi di Modena. La madre aveva 46 anni. La ragazza ricoverata all’ospedale di Baggiovara

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Una donna pakistana è morta e la figlia è stata gravemente ferita al termine di un litigio dal marito e padre e dal figlio e fratello nella loro abitazione di via Bigi Veles a Novi di Modena. Pare che il motivo fosse la ribellione della giovane, 20 anni, a un matrimonio combinato. La madre avrebbe preso le sue difese e sarebbe stata uccisa con una pietra, mentre la figlia sarebbe stata colpita a sprangate.

La donna morta si chiamava Begm Shnez e aveva 46 anni. A ucciderla a sassate sarebbe stato il marito, Butthamad Kahn, 53 anni, mentre il figlio di 19 anni avrebbe ferito a sprangate la sorella, portata poi all’ospedale di Baggiovara.

Il delitto è avvenuto nel cortile dell’edificio di via Bigi Veles 38, nel centro abitato di Novi, in cui vivono anche gli altri tre figli della coppia. I due più piccoli sarebbero stati in casa al momento della lite, la terza, la più grande dei tre, sarebbe stata altrove. Sembra prendere sempre più consistenza l’ipotesi che a scatenare il tutto sia stata la relazione imposta alla ventenne, che non l’avrebbe accettata.

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03 ottobre 2010

fonte:  http://bologna.repubblica.it/cronaca/2010/10/03/news/modena_dramma_in_una_famiglia_pachistana_uccisa_la_madre_si_opponeva_a_nozze_combinate-7684710/?rss

IL COLPEVOLE? COME SEMPRE E’ INTERNET.. – Agguato a Belpietro e adesso il ministro Maroni vuole mettere il bavaglio alla Rete

Mi scusi, ma malato sembra lei, ministro. Quanto alleaccuse che possono dare a qualche mente malata lo spunto ad agire”, se si prende il piacere di esaminare con obiettività riviste e giornali quali Panorama, Il Giornale, Libero ecc., nonché la sua amatissima ‘Padania’, troverà molti più spunti eversivi che possono indurre a ben altro che il ‘folle gesto’ di un singolo (cosa che le autorità inquirenti, peraltro, sembrano escludere vista la totale assenza di qualsiasi traccia di predetto ‘folle’). Spunti che incitano all’eversione di massa, preludio ad una sanguinosa guerra civile. Lei, mi creda, soffre di strabismo politico. Altrimenti vuol dire che anche lei fa parte della schiera eversiva, e nostro dovere di cittadini è far levare alta la nostra voce, democraticamente s’intende, per ridurla al silenzio una volta per tutte. Lei non è meglio di quel berlusconi che si fa beffe, giorno dopo giorno ed ormai da anni, di ogni regola democratica. Certo una cosa possiamo concedergliela: tornare all’angolo di quella strada dove si esercitava a strombettare.. Chissà, magari qualche soldo, onestamente, potrà ancora guadagnarlo.

Con disistima, per nulla suo

mauro

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Agguato a Belpietro e adesso il ministro Maroni vuole mettere il bavaglio alla Rete

Nella grande incertezza delle indagini, il capo Viminale su una cosa non ha dubbi. Il colpevole è internet. “Qui – dice il ministro – si leggono accuse che possono dare a qualche mente malata lo spunto ad agire”

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Le indagini sul presunto attentato al direttore di Libero, Maurizio Belpietro, sono appena cominciate ma il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha individuato almeno un mandante: internet. Qui, ha spiegato Maroni, “si leggono accuse che possono dare a qualche mente malata lo spunto ad agire”. Nel Palazzo la rete è vista come un bombarolo anarchico irriducibile da catturare e imbavagliare. Soprattutto per gli esponenti del Pdl. I due video diffusi ieri, che riprendono Silvio Berlusconi mentre racconta una barzelletta su Rosy Bindi con bestemmia e, l’altro, mentre attacca la magistratura con un gruppo di sconosciuti sotto Palazzo Grazioli, sono arrivati alla conoscenza di tutti proprio grazie a internet.

A ogni petardo che esplode (come quello lanciato poche settimane fa a Torino sul palco della festa del Pd) c’è qualcuno che punta il dito contro la troppa libertà di internet. Quando, il 13 dicembre 2009, il premier venne colpito dalla statuetta del Duomo scagliata da Massimo Tartaglia, Maroni propose una legge per “sanzionare chi supera determinati limiti” in rete. Mentre il presidente del Senato, Renato Schifani, sentenziò: “Facebook è più pericoloso dei gruppi extraparlamentari degli anni 70”. Sul social network, a dire della seconda carica dello Stato, “si leggono dei veri e propri inni all’istigazione alla violenza. Negli anni 70, che pure furono pericolosi, non c’erano questi momenti aggregativi, che ci sono su questi siti. Così si rischia di autoalimentare l’odio che alligna in alcune frange”.

Ed è vero: su Facebook le persone si aggregano. In gruppi. Che si condividono, sottoscrivono, commentano. Ma quelli che inneggiano all’odio vengono chiusi da Palo Alto (Usa, California), sede della società. E a cercare segnali di odio contro il direttore di Libero, su Facebook non si trova granché. Anzi. A fronte di 188 persone del gruppo “infiliamo un budello di maiale in testa a Belpietro” e 172 iscritte a “Belpietro non è una bella persona”, ce ne sono oltre 4mila a sostegno di “Maurizio Belpietro”. Sì, c’è un gruppo che si chiama “Kill Belpietro”, fino a ieri aveva appena 35 iscritti (oggi 90) e la fondatrice, una ragazza laureata a pieni voti, ha spiegato di averlo intitolato così in riferimento a Kill Bill, il film di Quentin Tarantino.

Il quotidiano Libero, stamani, ha dedicato 15 pagine al presunto attentato di giovedì sera e una di queste ai “dietrologi scatenati sul web”, scrive il giornale. “Per i dipietristi l’attentato è una ‘bufala per auemntare i consensi’” e riporta quanto scrive il sito Futuro e Libertà, fondazione che fa riferimento a Gianfranco Fini. Per loro, scrive Libero, è “colpa di Silvio”. Futuro e Libertà è una rivista, ovviamente, on line.

Ma Belpietro non è l’unico giornalista noto che sui social network ha qualche “nemico” virtuale. Marco Travaglio, ad esempio, ha oltre 9mila persone che tra lui e una gallina preferiscono la seconda. Mentre in 194  a Vittorio Feltri, direttore de Il Giornale, preferiscono un water. I politici, ovviamente, sono un altro discorso. Antonio Di Pietro ha 20mila persone che preferiscono a lui una capra, mentre gli iscritti al gruppo “Odio Silvio Berlusconi” sono 1088. “Uccidiamo Berlusconi” è stato chiuso e, oggi, si trovano solo gruppi a favore del premier: “Uccidiamo tutti tranne Berlusconi”, “Perfavore non uccidiamo Berlusconi” e “Non odiare Silvio”. Quest’ultimo creato da un consigliere regionale della Campania, Ermanno Russo, eletto nelle file del Pdl, come gesto di “solidarietà al presidente del Consiglio”.

Eppure il premier ha più volte detto che internet va limitato. Troppa libertà. Dieci giorni prima di essere aggredito a Milano, disse: “A gennaio l’Italia presiederà il G8. In quell’occasione porteremo al tavolo dei grandi una proposta di regolamentazione di internet, visto che manca in questo settore una regolamentazione uniforme”. Tempo due settimane e al Consiglio dei Ministri arrivò un disegno di legge: oltre che per l’istigazione a delinquere, un sito internet potrà essere interdetto dall’autorità giudiziaria in caso di reato di sostituzione di persona, prevedeva la bozza in cui si affermava che le norme di procedura penale sui sequestri e le confische sono ”compatibili” con le attività illecite commesse via internet.

“L’autorità giudiziaria – è scritto nella bozza – quando procede per i delitti di sostituzione di persona e istigazione a delinquere commessi per via telematica – ove non sia possibile impedire altrimenti che il reato venga portato a ulteriori conseguenze – dispone con decreto motivato l’interdizione dell’accesso al dominio internet attraverso il quale la condotta criminosa viene consumata. L’interdizione può avere una durata non superiore a 30 giorni” che può essere prolungata di altri 30 giorni in caso di mancata ottemperanza del provvedimento. Il Consiglio dei ministri rimandò la discussione e ancora deve riprenderla, ma a ogni occasione, come quella di ieri, viene rispolverata e aggiornata.

Mettere un bavaglio a Facebook e, magari, alla rete, è uno dei desiderata della maggioranza. Ma proprio ieri dalla Cassazione è arrivata l’ennesima conferma che la rete deve rimanere libera. I giudici dell’alta corte, infatti, hanno stabilito che internet “non può essere assimilato alla carta” stampata, “il direttore di un giornale on-line non è responsabile dei contenuti diffamatori pubblicati sul sito”. Pensare che il ddl intercettazioni del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, prevedeva la rettifica persino sui blog con multe fino a 12.500 euro e altri bavagli vari. Il ddl, come disse il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è finito su un binario morto, ma la volontà rimane quella di limitare internet. E il “possibile ritorno degli anni di piombo”, ipotizzato da Maroni oggi, potrebbe renderlo necessario.

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02 ottobre 2010

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/02/agguato-a-belpietro-e-adesso-il-ministro-maroni-vuole-mettere-il-bavaglio-alla-rete/67133/comment-page-31/#comment-820061

Berlusconi alla Festa della Libertà: “Contro di noi una eversione dei giudici”

La piazza grida “Silvio! Silvio!” ma suona tanto come “Duce! Duce!

mauro

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Berlusconi alla Festa della Libertà: “Contro di noi una eversione dei giudici”

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Contro i giudici, contro la Corte costituzionale, contro l’ordinamento dei poteri. E’ un Silvio Berlusconi in campagna elettorale quello che interviene alla chiusura della Festa della Libertà a Milano, una replica di quello visto al Senato, ma senza i freni inibitori dello spazio istituzionale.”Ci fu un’eversione – attacca – dietro la caduta del governo nel ’94 ci sono stati magistrati e l’ex presidente Scalfaro”. Ribadisce di essere stato accolto dalle accuse del processo All Iberian, ma dimentica di dire che l’assoluzione arrivò, dirà la sentenza Mills, per la corruzione dei giudici da parte dello stesso Mills. Dettagli.

Berlusconi arringa il suo popolo e il popolo risponde, con grandi ovazioni, quando il presidente del Consiglio comincia ad enumerare i “successi” del governo: i rifiuti a Napoli, scomparsi, l’inceneritore di Acerra che, ripete come al Senato, funziona benissimo. Applauditissimo poi il passaggio contro Rosa Russo Iervolino, identico a quello di Palazzo Madama: “Il problema rifiuti – dice – ha un nome e un cognome”. Giù gli spalti. Ma il passaggio più forte è quello contro i pm: “Se una legge non piace ad alcuni pm viene impugnata e presentata alla Corte Costituzionale formata, non faccio che fotografare la realtà, da giudici della sinistra che, su pressione dei giudici di sinistra, abrogano le leggi che questi non gradiscono. La sovranità non è del popolo ma è passata ai pm. Questo ci fa dubitare che nel nostro Paese ci sia una vera democrazia”.

Scatta il coro, “Silvio, Silvio”. E Berlusconi risponde, alza i toni, ripete lo show del Senato, racconta dell’Aquila e del successo nella ricostruzione, ritorna a dire di avere salvato le banche mondiali, si mostra compassionevole con gli immigrati, poverini, “che per vivere sono costretti a commettere reati”. E via a dire del successo dei rapporti con i paesi del Mediterraneo, leggi Libia, per poi dire che gli immigrati non arrivano più. Poi battute contro Di Pietro: “Ha ottenuto una laurea vera, quindi ho pensato si dovesse riformare l’università”. Già la scuola, “se una famiglia non si riconosce nei professori e nei libri di quella pubblica, ha il diritto di mandarli a quella privata”. I soldi per farlo, anche quelli dettagli.

Ma l’elenco dei successi si allunga: periferie, debito pubblico, burocrazia, famiglie. energia, Alitalia. Di nuovo il coro “Silvio Silvio” lo interrompe. Ma lui va avanti: “Vogliamo passare alla storia come il governo che ha sconfitto la mafia”. E ancora “Per la fine della legislatura, tutti i cittadini potranno colloquiare con la pubblica amministrazione con il loro computer di casa”. Poi si passa alle infrastrutture, su tutte il Ponte sullo Stretto, respinto dalla sinistra, dice B, perché disturbava “il volo degli uccelli e le traiettorie dei delfini”.

L’elenco finisce, e Berlusconi finalmente cita la crisi imminente. Si calma, si mostra ragionevole: “Ancora non riesco a spigarmi cosa sia successo, abbiamo dato una immagine scandalosamente negativa”. Ma ecco il colpo di teatro. Niente Fini, niente Fli – “voglio credere alla loro lealtà” –  la colpa, manco a dirlo, è ancora della sinistra: “E’ rimasta la stessa di sempre, la nostra sinistra è ancora legata al suo passato, stessi uomini, stesse sedi (sic) stessi convincimenti tutt’altro che democratici”.

Come democratica non è la magistratura, “macigno sulla democrazia” che “garantisce protezione alla sinistra”. Per questo, ribadisce, “c’è bisogno di una commissione d’inchiesta parlamentare”. E se il problema delle barzellette con bestemmia non esiste – “alleggeriscono un po’” – esiste invece un giudice, “De Pasquale, che disse a Cagliari domani ti libero, poi se ne andò in vacanza e Cagliari si suicidò”.

Da qui alla generalizzazione il passo è breve: ”Quando si parla di P3 si parla di quattro vecchietti che vengono tenuti dentro affinché parlino di Berlusconi. I pm utilizzano sempre lo stesso metodo: se dici qualche cosa contro Berlusconi il tuo stato cambia”. Per questo, dice, per ristabilire la libertà in questo paese, il Pdl è pronto a creare “61mila team della libertà”. Compito, portare “3 o 4 difensori del voto che siano in grado di illustrare settimanalmente, alle 300 famiglie che compongono ciascun distretto, i risultati del governo”. Ecco il nodo, il centro del discorso. Berlusconi asicura che il governo va avanti senza passi indietro” ma chiarisce che se mancasse lealtà da parte Fli non esiterebbe “un minuto ad andare davanti agli elettori”. Meglio non perdere tempo. La campagna elettorale è già cominciata.

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03 ottobre 2010

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/03/berlusconi-alla-festa-della-liberta-contro-di-noi-una-eversione-dei-giudici/67453/

Passa il Papa, e da Palermo sparisce il vangelo e l’amore

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Prove tecniche di regime: via il pensiero libero dalle vetrine e dai balconi

Passa il Papa, e da Palermo sparisce il vangelo e l’amore


Per non turbare l’animo puro del Sommo Pontefice, la Digos “bonifica” gli striscioni esposti in case private e perfino l’interno della libreria Altroquando. Censurata la mostra “la Papamobile del futuro”, dove c’erano anche nostri autori

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3 ottobre 2010 – Redazione di Mamma!
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Stamani, Domenica 3 Ottobre 2010, alle ore 11,30, numerosi agenti della polizia di stato in divisa e agenti della Digos hanno intimato la rimozione di uno striscione posto all’interno della vetrina della libreria AltroQuando in via Vittorio Emanuele 143 a Palermo. Lo striscione recitava la frase: I LOVE MILINGO. Gli agenti lo hanno sequestrato assieme alle locandine della mostra “La Papamobile del futuro” da tre giorni allestita presso la stessa libreria. Alla mostra partecipavano anche alcuni autori di Mamma! tra cui Marco Pinna, con il progetto di una avveniristica papamobile che potete ammirare qui sotto. La motivazione addotta al provvedimento è stata quella di ritenere offensiva una simile frase proprio nel momento in cui il corteo del pontefice sarebbe passato da corso Vittorio Emanuele. Le forze dell’ordine aiutate dai Vigili del Fuoco hanno anche rimosso forzatamente uno striscione con la frase evangelica “La mia casa è casa di preghiera, ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri“.

Riteniamo che questo provvedimento mini fortemente i diritti costituzionali sulla libertà di manifestazione del proprio pensiero, sia attraverso la critica che la satira. Riteniamo che il messaggio in questione non offendeva nessuno, né tantomeno istigava a comportamenti violenti.

Al contrario era un segno di quella politica dell’Amore che tanto ha fatto strada ultimamente in Italia. Perché un messaggio d’amore e riconciliazione dovrebbe essere offensivo? Perché Papa Benedetto XVI dovrebbe ignorare la regola del perdono su cui si fonda la dottrina cristiana? Veramente Milingo non merita di essere amato? Palermo si merita davvero questo miracolo alla rovescia?

E i parlanti diventarono muti… Così. Per miracolo.

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fonte:  http://www.mamma.am/mamma/articoli/art_7402.html

Le Comunità ebraiche su Ciarrapico: “Perché Schifani e Berlusconi tacciono?”

Le Comunità ebraiche su Ciarrapico
“Troppi silenzi dalle alte cariche”

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Il senatore aveva detto: “Fini traditore, ha ordinato le kippah?”. Il presidente dell’Ucei Gattegna parla di “incomprensibile silenzio” del presidente dell’Aula del senato (in quel momento Domenico Mania) e del fatto che Berlusconi “non ha colto la gravità del fatto”

Le Comunità ebraiche su Ciarrapico "Troppi silenzi dalle alte cariche" Giuseppe Ciarrapico in aula al Senato

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ROMA – L’Unione delle comunità ebraiche italiane torna sulle parole pronunciate da Giuseppe Ciarrapico 1 durante il dibattito sulla fiducia a Palazzo Madama. Il senatore aveva accusato il presidente della Camera Gianfranco Fini e gli altri esponenti di Futuro e libertà di tradimento e riferendosi al tradizionale copricapo ebraico aveva aggiunto: “Hanno già ordinato le kippah?”. Parole che hanno suscitato sdegno per il loro intrinseco antisemitismo e per le quali ora l’Ucei chiama in causa la presidenza dell’Aula (in quel momento l’esponente del Pdl Domenico Mania) e il premier Silvio Berlusconi.

“Gli ebrei italiani nel vedere ed ascoltare l’esternazione del senatore Ciarrapico hanno provato rabbia e sconforto – afferma il presidente dell’organizzazione Renzo Gattegna – Ciarrapico non ha sorpreso perché tutti sanno che egli si è limitato, in un momento di sincerità, a dire ciò che ha sempre pensato degli ebrei, coerentemente con la sua formazione e la sua mentalità. Lo sconforto è nato da ciò che si è potuto cogliere intorno a lui: sorrisi, consenso, evidente soddisfazione di altri senatori che si compiacevano del fatto che qualcuno trovasse il coraggio di sfidare la correttezza politica e di ingiuriare nuovamente gli ebrei”.

Poi Gattegna esprime la propria indignazione per il silenzio che ha seguito la dichiarazione di Ciarrapico: “Nessuno dei presenti ha avuto la sensibilità, l’intelligenza e la prontezza per reagire, come sarebbe stato necessario, per tutelare soprattutto la dignità e l’onorabilità del Senato. Così, all’incomprensibile silenzio del Presidente dell’Aula, si è aggiunta la replica del Presidente del Consiglio che non ha colto la gravità delle affermazioni di Ciarrapico e ha risposto in maniera assolutoria alle offese agli ebrei rinnovando la sua amicizia allo Stato di Israele, cioè confondendo due diverse entità. E’ sconfortante dover verificare l’alto prezzo che le istituzioni stanno pagando per il grave errore commesso da chi ha proposto e sostenuto l’elezione di una persona che si è sempre rivelata pronta a calpestare i valori fondamentali dello stato democratico”.

Infine il presidente dell’Ucei sollecita un intervento di Schifani e Berlusconi: “Siamo in attesa di vedere se il presidente del Senato e il presidente del Consiglio adotteranno provvedimenti diretti a sanzionare quella grave offesa che è stata rivolta non solo agli ebrei ma alle Istituzioni nazionali, soprattutto per evitare che simili episodi si possano ripetere”.

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03 ottobre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/10/03/news/ucei_schifani-7681193/?rss

Ucciso un manovale palestinese. A Gerusalemme sale la tensione

Ucciso un manovale palestinese
A Gerusalemme sale la tensione

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L’uomo freddato all’alba dalla Guardia di frontiera israeliana. Negoziati di pace ancora in stallo

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GERUSALEMME
Torna la tensione a Gerusalemme est
dopo l’uccisione, all’alba di oggi, di un manovale palestinese da parte di un agente della Guardia di frontiera israeliana.
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Secondo le prime informazioni, il manovale – un uomo di 38 anni, padre di sei figli, originario di Hebron (Cisgiordania) – è stato sorpreso mentre, assieme con alcuni compagni, aveva superato la barriera di separazione nel rione di a-Zaim per entrare a Gerusalemme, diretto ad un cantiere edile.
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La radio militare ha riferito che l’agente ha cercato di bloccarlo e che ne è seguita una violenta colluttazione durante la quale il palestinese è stato colpito da un colpo di arma da fuoco. Nelle settimane passate a Gerusalemme est si sono verificati ripetuti incidenti dopo la uccisione di un palestinese da parte di una guardia privata nel rione di Silwan, alle pendici della Città vecchia.
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Intanto permane lo stallo nei negoziati di pace. Le previsioni dei pessimisti sono state pienamente confermate ieri: il Comitato esecutivo dell’Olp e il direttivo del Fatah, a conclusione di una riunione col presidente Abu Mazen (Mahmud Abbas) a Ramallah, hanno deciso che i negoziati di pace diretti con Israele non continueranno senza un totale congelamento della politica israeliana di insediamenti. L’Organizzazione per la liberazione della Palestina rappresenta tutte le fazioni palestinesi tranne Hamas, e al Fatah ne è la sua principale componente.
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Il foro palestinese era stato convocato da Abu Mazen in vista della riunione della Lega Araba, convocata per venerdì prossimo in Libia, per esprimersi anche su tale questione. Il presidente Abu Mazen ha detto che una decisione definitiva sui negoziati sarà presa solo dopo che avrà sentito i ministri degli esteri arabi. Già in serata però il premier israeliano Benyamin Netanyahu si Š appellato ai palestinesi affinch‚ proseguano i colloqui di pace «senza discontinuità», ossia senza interromperli neanche per un breve periodo. Il portavoce presidenziale palestinese Nabil Abu Rudeina ha dichiarato, a conclusione della riunione, che «la dirigenza palestinese ribadisce che la ripresa dei colloqui richiede passi concreti, primo tra tutti il congelamento degli insediamenti» ebraici nei territori occupati.
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I palestinesi, ha continuato, «ritengono Israele colpevole di ostacolare i negoziati» essendosi rifiutato di prolungare la moratoria delle costruzioni negli insediamenti, scaduta il 26 settembre scorso dopo dieci mesi. L’esponente dell’Olp Hanan Ashrawi ha detto che l’incapacità della comunità internazionale di costringere Israele a cessare di costruire negli insediamenti è di cattivo auspicio per il futuro dei negoziati che dovranno entrare nel vivo di un contenzioso ben più complesso e tormentato. Israele ha finora respinto forti pressioni internazionali, degli Stati Uniti in particolare, per un prolungamento della moratoria pur non chiudendo, almeno apparentemente, la porta a soluzioni di compromesso – come un programma di costruzioni molto ridotto e limitato solo ad alcuni grandi insediamenti – che la parte palestinese, a giudicare dalla posizione espressa oggi, sembra comunque escludere.
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Uno spiraglio potrebbe però rimanere poichè i palestinesi hanno anche detto oggi che continueranno i contatti con l’equipe dell’inviato della Casa Bianca George Mitchell. Quest’ultimo anche nei giorni scorsi aveva cercato senza successo di portare israeliani e palestinesi a un compromesso tale da permettere il proseguimento dei negoziati, ripresi appena un mese fa, dopo un’interruzione di circa due anni. Un suo ritorno a Gerusalemme e Ramallah è ritenuto possibile all’inizio della prossima settimana. Nell’ appellarsi «al presidente Abbas affinch‚ prosegua i colloqui di pace senza discontinuit… per raggiungere un accordo di pace storico entro un anno», Netanyahu – in una nota – ha ricordato che «per 17 anni i palestinesi hanno negoziato» con Israele «mentre proseguiva la costruzione» degli insediamenti ebraici nella Cisgiordania occupata e che ora quindi non ci sarebbe motivo di interrompere i colloqui.
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03 ottobre  2010
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Brasile al voto, Rousseff favorita. “Se eletta Battisti sarà estradato”

Brasile al voto, Rousseff favorita
“Se eletta Battisti sarà estradato”

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L’erede di Lula potrebbe vincere già al primo turno diventandocosì la prima donna presidente

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Alle 8 locali (le 13 in Italia) si apriranno i seggi in Brasile per le elezioni presidenziali e legislative. La favorita, per cui non si esclude la vittoria già al primo turno, è Dilma Rousseff. Ex combattente contro la dittatura la Rousseff è l’erede del popolarissmo presidente uscente Luiz Inacio Lula da Silva, forte dei grandi progressi economici che hanno reso il Brasile l’ottava economia del Mondo.
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Gli elettori sono 131 milioni su 190 milioni di abitanti. Le urne si chiuderanno alle 17 (le 22 in Italia). Oltre alla presidenza sono in palio 27 governatorati e tutti i 513 deputati della Camera e i 2/3 degli 81 seggi del Senato di Brasilia oltre a 1.059 representati alle assemblee dei singoli Stati. In tutte le cometizioni se nessun candidato supera il 50% dei voti si passerà al ballottaggio il 31 ottobre. Dilma Rousseff potrebbe diventare la prima presidente donna nella storia del gigante sudamericano.
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Secondo l’ultimo sondaggio Vox Populi, la Rousseff vincerà al primo turno le elezioni col 55% dei voti validi, contro il 31% del suo rivale di centro, l’oriundo calabrese Josè Serra, e il 13% della “verde” Marina Silva. La pupilla di Lula è addirittura il 64% delle intenzioni di voto contro il 18% di Serra nelle regioni povere del “sertao” del Nord-est. «Lula ha portato il Brasile a un’altra prospettiva di futuro: sarà sempre ricordato», ha affermato la Rousseff nel partecipare ad una camminata con l’ex tornitore meccanico, che ha guidato il Brasile per questi ultimi otto anni, per le vie di S.Bernardo do Campo, la città satellite di San Paolo dove Lula si impose come sindacalista sotto la dittatura militare (1964-85). «Abbiamo l’opportunità di diventare una grande economia sviluppata, fra le più forti potenze mondiali – ha aggiunto – Ma io non credo in un paese del primo mondo che abbia una parte della sua popolazione relegata: per questo la mia meta è la continuità con Lula fino allo sradicamento della miseria».
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Più prudente si è dimostrato Lula nelle sue previsioni per oggi: «Non ho alcun potere di dire quello che succederà. Solo sono convinto che il popolo brasiliano esprimerà una volontà di consolidamento del processo democratico. Domenica verrà dimostrato a qualsiasi golpista dell’Ecuador che non si deve pensare assolutamente di rovesciare un presidente eletto dal voto. È meglio che le persone non vadano d’accordo e discutano fino a raggiungere un accordo. Ma un presidente deve essere rispettato: e Rafael Correa è un grande presidente». Il socialdemocratico Serra è stato abbandonato all’ultimo momento da un alleato importante, il partito laburista brasiliano (Ptb), che ha lasciato liberi i suoi sostenitori di votare per chi vogliono. L’ex ministro dell’ambiente di Lula, la Silva, spera ancora che ci sia ballottaggio e che lei vada al posto di Serra con la Dilma al secondo turno del 31 ottobre. Ma il suo partito verde ha già detto che appoggerà Serra nel caso che sia il “tucano” (così sono chiamati i socialdemcratici in Brasile) a raggiungere il ballottaggio.
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Il Supremo Tribunale Elettorale ha intanto inviato truppe a controllare i seggi di 253 comuni in 12 dei 27 stati brasiliani. Oggi si vota con il sistema delle urne elettroniche, il più avanzato del mondo, oltre che per 9 candidati a presidente, per 182 candidati a governatore, per 288 candidati a 81 seggi al Senato, 5.869 a deputato federale a 513 seggi al Congresso di Brasilia, 14.491 a deputato delle assemblee legislative dei singoli stati. La Rousseff verrà eletta presidente al primo turno se otterrà la maggioranza semplice di almeno il 50% più uno dei voti validi. Le urne si apriranno alle 8.00 (le 13 in Italia) e si chiuderanno alle 17 (le 22 in Italia). I primi risultati si sapranno alle 18 locali (le 23 italiane). «Faremo una grande festa non appena sappiamo il risultato delle elezioni – ha esclamato il sindaco di Gabrovo, Nicolai Sirakov – La nostra Rousseff è la favorita».
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L’eventuale elezione di Dilma Rousseff a presidente del Brasile potrebbe essere una brutta notizia per Cesare Battisti. L’erede di Luiz Inacio Lula da Silva, data per favorita da tutti i sondaggi – a differenza del suo mentore – si è già espressa infatti a favore dell’estradizione in Italia dell’ex terrorista rosso dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo) condannato a 4 ergastoli. La stessa Roussef si era pronunciata in tal senso il 24 giugno in un’intervista a Radio Bainderantes e al quotidiano Metro Campinas. «Si dovrà applicare la decisione del Supremo Tribanle Federale», aveva dichiarato, riferendosi al via libera all’estradizione concesso dalla massima assise giudiziaria brasiliana. Via libera caduto nel limbo per la scelta di non scegliere di Lula, cui fino a stasera spettava l’ultima parola.
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03 ottobre 2010
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Rifiuti, 12 molotov sul tragitto dei camion per Terzigno. Digos: strategia criminale

Rifiuti, 12 molotov sul tragitto dei camion per Terzigno. Digos: strategia criminale

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ROMA (3 ottobre) – Dodici molotov sono state trovate lungo il percorso degli autocompattatori diretti a Terzigno, nel Napoletano, luogo di violenti scontri nei giorni scorsi, legati alle proteste contro l’eventualità dell’apertura di una seconda discarica. Il ritrovamento è stato fatto in via Zabatta, a Terzigno, dalla Digos. Secondo il capo della Digos partenopea, Filippo Bonfiglio, c’è una strategia criminale dietro le proteste che si stanno svolgendo in questi giorni a Terzigno.

Le molotov sono state trovate in un tratto di strada non illuminato, precisamente in una curva di via Zabatta, a Terzigno, dove gli autocompattatori sono costretti a rallentare. Alcune molotov, hanno spiegato gli inquirenti, «erano a ridosso della strada, pronte all’uso, altre invece erano state disseminate in un vigneto». Un appezzamento di terreno accessibile a chiunque, è stato sottolineato, quindi non si immaginano collusioni con i proprietari. Gli investigatori ipotizzano, proprio dalla collocazione delle armi, che vi fosse una strategia precisa: «Per come erano posizionate potevano essere due fronti, a monte e a valle della discarica – ha detto la dirigente del commissariato di San Giuseppe Vesuviano, Maria Rosaria Napolitano – oppure, probabilmente, l’intenzione era quella di utilizzarli prima contro gli autocompattatori, e poi, in una eventuale fuga, per proteggersi le spalle».

Digos: vogliono fermare le forze dell’ordine. «Stiamo parlando di armi da guerra, chi le utilizza può rispondere di delitti gravissimi. Non siamo ancora in grado di definire il profilo di chi conduce la protesta in questo modo, ma sappiamo che queste persone non hanno niente a che vedere con la cittadinanza, che porta avanti il presidio pacificamente. Si tratta in ogni caso di criminali, ci vuole anche fegato a lanciare un ordigno del genere. Vogliono fermare le forze dell’ordine, non soltanto gli autocompattatori che portano i rifiuti nella discarica di Terzigno. Hanno lanciato gli ordigni contro gli autocompattatori scortati dai nostri uomini, noi confidavamo invece che la presenza dei nostri agenti fosse un deterrente».

«Qualcuno potrebbe avere intenzione di mantenere accesa la protesta – ribadisce Bonfiglio – C’è un substrato criminale, quando sarà identificato andremo a vedere se vi è una connotazione camorristica o una più forte connotazione di ideologismo. Stiamo tentando di accertare se vi sia qualcuno che sta cercando di tutelare interessi economici».

Monsignor Liberati: la discarica di Terzigno non va aperta. «La seconda discarica di Terzigno, nel Parco nazionale del Vesuvio non deve essere aperta» ha detto il vescovo di Pompei, monsignor Carlo Liberati, durante la Messa di oggi per la celebrazione della Supplica alla Madonna del Rosario presieduta dal cardinale Giovanni Battista Re. Liberati ha ricordato la presenza in piazza di un folto gruppo di pellegrini, in particolare donne, venute in mattinata accompagnate dal sindaco di Boscoreale, Gennaro Langella, per denunciare i rischi della apertura di una seconda discarica alle falde del Vesuvio dopo i danni ambientali prodotti dalla prima, già operativa. «Sono venuti a pregare da questa mattina – ha detto il vescovo – Sono soprattutto mamme che non vogliono vedere avvelenare i loro figli, l’ambiente, l’acqua, l’intero territorio». Liberati ha invocato «una maggiore sensibilità» da parte delle istituzioni. «Anche l’aria di Pompei comincia a essere ammorbata dai miasmi della discarica» ha concluso.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=121336&sez=HOME_INITALIA

IRAN – Ahmadinejad: “11 settembre, solo un pretesto. Gli Usa hanno trascinato il mondo nel fango”

IRAN

Ahmadinejad: “11 settembre, solo un pretesto
Gli Usa hanno trascinato il mondo nel fango”

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Toni durissimi del presidente iraniano contro Washington. “Ci forniscano le prove che 3mila persone morirono negli attentati e li aiuteremo a scovare i responsabili”. In realtà, “fu solo la scusa per invadere la nostra regione”. Ahmadinejad ribadisce gli scopi civili del nucleare iraniano e risponde così alla minaccia dell’opzione militare di Usa e Israele per bloccarlo: “Che il diavolo vi porti con sé”

Ahmadinejad: "11 settembre, solo un pretesto Gli Usa hanno trascinato il mondo nel fango"

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TEHERAN – Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad torna a scagliarsi contro gli Usa, colpevoli di aver trascinato “il mondo nel fango” e di aver utilizzato la tragedia dell’11 settembre come pretesto per “invadere la nostra regione”. “. Lo ha riportato il sito della televisione di stato della repubblica islamica. “Hanno una faccia talmente tosta – dice Ahmadinejad, parlando degli Stati Uniti – che ci minacciano e affermano che tutte le opzioni sono sul tavolo. Che il diavolo vi porti con sé, voi che avete trascinato il mondo nel fango”.

“Tutte le opzioni sono sul tavolo…”. Quella che accende i toni del presidente iraniano è evidentemente l’opzione militare: un attacco preventivo all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele per bloccare un programma di sviluppo del nucleare a scopo civile in cui il regime di Teheran nasconderebbe il vero obiettivo, un’arma atomica. Teheran ha sempre affermato che il suo programma nucleare è esclusivamente per un uso civile. Ahmadinejad è quanto mai esplicito: gli Usa “hanno liberato nella regione un cane randagio (Israele, ndr) e con questo pretesto la saccheggiano in modo permanente”.

Quanto all’11 settembre, non è la prima volta che il presidente iraniano solleva interrogativi in una chiave “revisionista”, la stessa utilizzata per alimentare propagandistici dubbi sulla reale esistenza dell’olocausto del popolo ebraico durante il secondo conflitto mondiale. Il mese scorso, Ahmadinejad aveva sollevato le rimostranze della comunità internazionale affermando davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che gli Usa erano coinvolti nelle stragi dell’11 settembre. Un discorso  “pieno di odio” 1, aveva commentato il presidente americano Barack Obama.

Stavolta Ahmadinejad si spinge anche oltre: tende una mano a Washington per scovare i responsabili degli attentati alle Torri Gemelle, ma solo  dopo che gli Usa avranno provato che la strage del 2001 sia mai davvero avvenuta. “Abbiamo centinaia di domande sull’11 settembre e devono risponderci”, dichiara Ahmadinejad, “se sostengono che 3mila persone sono state uccise l’11 settembre, (i responsabili) devono essere identificati e giustiziati. Vi aiuteremo anche ad arrestarli ma a condizione che ci forniate delle prove”.

In realtà, Ahmadinejad ha già la risposta. “Gli americani stessi non accettano le loro affermazioni” e l’11 settembre non sarebbe altro che un “pretesto con cui hanno invaso la nostra regione, versano il sangue delle persone e fanno quello che vogliono”. “E’ meglio – minaccia il numero uno di Teheran – che lasciate la regione da soli perché altrimenti i popoli della regione vi allontaneranno con un calcio nel sedere”.

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03 ottobre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/10/03/news/ahmadinejad_l_11_settembre_pretesto_usa-7670838/?rss

La sfida delle monete, tutti contro tutti: Obama vuole svalutare il dollaro

La sfida delle monete, tutti contro tutti
Obama vuole svalutare il dollaro

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Ma nello scontro Usa-Pechino a rimetterci per adesso è l’euro. Il gioco pericoloso con cui la Fed tenta di trasferire la crisi americana al resto del mondo

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dal corrispondente di Repubblica FEDERICO RAMPINI

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La sfida delle monete, tutti contro tutti Obama vuole svalutare il dollaro

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NEW YORK – Tutti contro tutti nella guerra delle monete: Barack Obama e il suo banchiere centrale Ben Bernanke applicano una tattica spregiudicata che ebbe un lieto fine (ma solo per gli americani) esattamente venticinque anni fa. Fu una poderosa svalutazione del dollaro – perse il 54% rispetto al marco tedesco e allo yen giapponese in due anni – a salvare l’America di Ronald Reagan dalla recessione dei primi anni Ottanta. E’ un nuovo tracollo del dollaro il gioco pericoloso con cui la Federal Reserve tenta di trasferire la crisi americana al resto del mondo.

Oggi il concorrente cruciale per l’America è la Cina, un interlocutore meno malleabile del Giappone anni 80. E Pechino ha il vantaggio di aver studiato l’alto costo che la rivalutazione dello yen impose all’economia nipponica, precipitandola in una crisi da cui non è mai uscita. Intanto, dalla sfida tra Washington e Pechino per ora esce un solo perdente: l’Eurozona, costretta a subìre passivamente un nuovo rialzo della sua moneta che rischia di uccidere sul nascere la ripresa delle esportazioni europee.

Questo spiega la mossa di Nicolas Sarkozy, che in vista della presidenza francese del G20 (a novembre) cerca disperatamente di coinvolgere la Cina in una “pace mondiale” delle monete. O almeno un armistizio. Il presidente Hu Jintao sarà a Parigi a novembre. Per allora la Francia lavora a un accordo con la Cina sul “coordinamento delle politiche di cambio e la stabilità del sistema monetario internazionale”, secondo quanto rivelato ieri dal Financial Times.

Il modello è quello dei mega-accordi degli anni Ottanta: il 22 settembre 1985 all’hotel Plaza di New York, il 22 febbraio 1987 al Louvre (nell’ala del museo parigino che allora ospitava il ministero del Tesoro). Il contro-modello, ovvero l’Apocalisse che tutti a parole dicono di voler evitare, è la spirale delle svalutazioni e dei protezionismi che negli anni Trenta aggravò la Grande Depressione e la prolungò fino alla seconda guerra mondiale.

L’iniziativa della Francia non dispiace a Washington. Per l’America qualunque cosa assomigli all’accordo del Plaza evoca fausti ricordi. A quell’epoca il club della governance globale era il G6 (l’Italia non ne faceva parte). Oggi ovviamente è il G20 dove siedono le potenze emergenti come Cina India e Brasile, tutte molto importanti nella tempesta valutaria che imperversa da settimane. Due antefatti sono cruciali per capire il precipitare degli eventi. Da una parte il fiasco del cosiddetto G2, cioè dell’asse sino-americano.

Naturalmente non è mai esistito il progetto di un direttorio a due per governare il mondo, però all’inizio dell’Amministrazione Obama il dialogo tra le superpotenze prometteva bene. Poi è andato quasi tutto storto: dal mancato accordo di Copenaghen sul clima, alla rivalutazione del renminbi, promessa e mai attuata (se non a dosi omeopatiche, di nessuna efficacia).

Nel frattempo è successo
che la ripresa economica americana si è esaurita. E Obama ha perso ogni margine di manovra politica interna per un rilancio della crescita attraverso nuove iniezioni di spesa pubblica. A questo punto la Federal Reserve ha tirato fuori la vecchia arma: la svalutazione del dollaro, per l’appunto. Proprio quella che funzionò felicemente ai tempi di Ronald Reagan. Quando presidente della Fed era Paul Volcker che oggi è un consigliere di Obama.

L’economia americana passò da una decrescita (meno 0,3% del Pil) all’inizio della presidenza Reagan nel 1980, a una crescita del 4,1% del Pil al termine del suo secondo mandato nel 1988. Nello stesso periodo il tasso di disoccupazione scese dal 7,1% al 5,5% della forza lavoro. Il miglioramento della competitività rispetto ai due concorrenti di allora, Giappone e Germania, fu uno dei fattori di quella ripresa. Ovvio che Obama e Bernanke guardino con nostalgia a quell’epoca.

Certo, nel frattempo l’economia americana è cambiata, la sua base manifatturiera si è rattrappita, molte produzioni sono state delocalizzate definitivamente in Asia e in altri paesi emergenti, nessuna svalutazione del dollaro basterà a farle tornare. Ma tant’è, anche se il dollaro debole avrà un beneficio inferiore rispetto ai tempi di Reagan, è meglio che niente. Soprattutto se l’alternativa per Obama è la paralisi, l’attesa passiva della batosta elettorale di novembre. E così Bernanke è sceso in campo. Ha annunciato che la Fed è pronta a immettere generose dosi di liquidità nell’economia. Lo farà acquistando titoli del Tesoro sul mercato, e stampando dollari per comprarli.

Poiché la moneta risponde all’equilibrio della domanda e dell’offerta, crearne in eccesso ha come conseguenza la sua perdita di valore. Infatti sono forti gli effetti d’annuncio delle parole di Bernanke: ogni volta che ha promesso l’aumento della liquidità il dollaro ha perso in media il 6,6% sulle altre monete come “prezzo psicologico”, prima ancora che la Fed passi all’azione. Il problema però è che l’indebolimento è stato seguito quasi integralmente dal renimnbi, la moneta cinese. Che è rimasta quasi incollata al ribasso del dollaro.

La Cina continua nella politica di sempre: mantenere un cambio artificialmente basso, come aiuto alle sue esportazioni. In questo gioco si è inserito il Giappone. Preoccupata perché lo yen stava salendo alle stelle, la banca centrale di Tokyo ne ha venduto sui mercati per 25 miliardi di dollari. Dalla Corea del Sud all’Inghilterra, molte banche centrali fanno lo stesso. E’ la “guerra mondiale delle monete” denunciata dal Brasile.

Per ora c’è un perdente sicuro: l’euro, balzato a quota 1,379 sul dollaro. Questo è già un vantaggio non trascurabile per gli Stati Uniti. Produzioni ed esportazioni made in Usa e made in Europa sono decisamente più simili fra loro, rispetto alle specializzazioni dell’industria cinese. Guadagnare competitività sull’Eurozona attraverso il dollaro debole è una mossa che agli Stati Uniti fa bene comunque. Verso la Cina adesso Washington sfodera altre forme di pressione. Il Congresso ha già approvato una legge che autorizza Obama a colpire con dazi doganali tutte le merci made in China, se Pechino non rivaluta in misura consistente il renminbi. Un altro disegno di legge che potrebbe passare a novembre prevede un castigo fiscale per le multinazionali Usa che delocalizzano attività all’estero.

Pur sotto pressione, la Cina ha le sue buone ragioni per resistere. L’accordo del Plaza, visto da Pechino è un precedente molto pericoloso. Nel 1985, imponendo al Giappone di rivalutare lo yen, Reagan pose le premesse per la fine del miracolo nipponico. Entro la fine di quel decennio esplose la bolla speculativa di Tokyo, l’economia del Sol levante entrò in un tunnel decennale di stagnazione. Oggi il braccio di ferro sulle monete tra Washington e Pechino assomiglia a una partita per decidere chi sarà il “prossimo Giappone”. Finora questo rischio ha riguardato l’America, bloccata in un dopo-recessione senza vera crescita.

Adesso i cinesi temono che li si voglia lasciare col cerino acceso, accollandogli una pesante perdita di competitività. Il premier cinese Wen Jiabao lo ha detto esplicitamente a Obama: “Una poderosa rivalutazione del renminbi non risolverebbe il vostro deficit con l’estero, ma farebbe chiudere migliaia di aziende cinesi che lavorano per l’export”. Non a caso ieri Wen Jiabao era ad Atene, ad annunciare che “la Cina farà uno sforzo per sostenere la Grecia, e tutta l’Eurozona”. Nella guerra delle monete ognuno sta cercando di conquistarsi alleati, per spostare i rapporti di forza se mai si dovrà negoziare l’armistizio.

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03 ottobre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2010/10/03/news/la_sfida_delle_monete_tutti_contro_tutti_obama_vuole_svalutare_il_dollaro-7666004/?rss