Archivio | ottobre 8, 2010

AL VOTO? MA QUANDO MAI.. – L’onorevole punta al vitalizio

“Lavoro come un cane e del vitalizio me ne infischio”. Ecco, onorevole, su un punto siamo assolutamente d’accordo. Indovini quale..

___________________

https://i1.wp.com/data.kataweb.it/kpmimages/kpm3/eol/eol2/2010/10/08/jpg_2136046.jpg

L’onorevole punta al vitalizio

Prima del prossimo maggio difficilmente si andrà a votare. Perché 245 deputati e 107 senatori matureranno la pensione in primavera. E quello contro lo scioglimento anticipato dello stipendio è il partito più forte del Parlamento

.

di Primo Di Nicola

.

Al diavolo le dichiarazioni di guerra del capo della Lega Umberto Bossi che tuona chiedendo le elezioni anticipate come unico rimedio per togliere le pastoie al governo e sottrarsi al ricatto dei “traditori” di Futuro e Libertà. E non parliamo poi del leader dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro, un altro da non prendere in considerazione quando anche lui proclama la necessità di chiudere la legislatura per tentare con il voto di mettere in ginocchio il Pdl e distruggere Berlusconi. Va già meglio la linea del segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che prima del ritorno alle urne ipotizza un governo di transizione. Altro che elezioni anticipate: per un folto drappello parlamentare l’Italia ha bisogno di continuità politica. Per risolvere la crisi economica, ma soprattutto per consentire agli onorevoli deputati e senatori che ne hanno bisogno di completare felicemente la legislatura.

E già, mentre Fini e Berlusconi se le danno di santa ragione mettendo a rischio la sopravvivenza del Parlamento e l’opposizione è dibattuta sul ritorno al voto, a Montecitorio e palazzo Madama sta in agguato e silenziosamente preme uno schieramento che della stabilità ha fatto un vero dogma e che in fatto di numeri nulla ha da invidiare ai gruppi parlamentari più forti. Si tratta del Pap, il Partito degli aspiranti alla pensione, deputati e senatori che desiderano solo completare il mandato per maturare l’anzianità indispensabile per riscuotere il ricco vitalizio: cinque anni alla Camera, solo quattro anni e mezzo, e vai a capire perché, al Senato.

Nella lista degli esponenti del Pap c’è di tutto: parlamentari illustri di destra e di sinistra che almeno a prima vista dovrebbero temere poco lo scioglimento anticipato delle Camere visto che, almeno loro, in Parlamento dovrebbero tornarci sicuramente. Gente del rango di Pietro Lunardi, Giorgia Meloni, Raffaele Fitto e Mariastella Gelmini tra i berlusconiani; o di Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc; Gianrico Carofiglio (scrittore e magistrato) e Ricardo Franco Levi, ex braccio destro di Romano Prodi, del Pd. Ma ci sono anche, e sono la maggioranza, soprattutto sconosciuti peones che per approdare in Parlamento hanno dato fondo a tutte le loro risorse, risparmi compresi, che devono ancora rifarsi delle spese e che della ricandidatura non sono affatto sicuri.
Comparse come Mario Lovelli, Francesco Laratta e Daniele Marantelli tra i democratici. O come Eugenio Minasso, Giustina Mistrello Destro o Marco Martinelli del Pdl. Tutti semisconosciuti vicinissimi al traguardo del vitalizio e che per assicurarselo potrebbe ricorrerre ad ogni mezzo, magari anche qualche cambio di campo.

Un’esagerazione? Può darsi, ma un assaggio di quello che potrebbe accadere sempre più spesso in Parlamento lo si è visto alla fine di settembre, quando Berlusconi ha chiesto la fiducia. Fosse andato in minoranza (“Senza voti, tutti a casa”, lo slogan del Cavaliere), lo spettro delle elezioni si sarebbe materializzato pericolosamente. Una eventualità che stava mettendo a repentaglio i consensi dei senza-pensione. Per questo il premier è corso ai ripari promettendo a tutti i suoi la rielezione e avviando la campagna-acquisti che ha visto emigrare nella maggioranza una decina di parlamentari dell’opposizione. Gente proveniente soprattutto da Udc e Pd, ma anche dalle file del Pap e più che mai vogliosa di allungare la vita della legislatura per conquistarsi il vitalizio.

Qualche nome: Bruno Cesario, ex Api, e Americo Porfidia, ex Idv, ai quali mancano meno di 200 giorni alla pensione, per esempio; l’ex democratico Massimo Cima Calearo, imprenditore di professione, uno che del vitalizio non dovrebbe avere bisogno (a lui mancano 900 giorni), anche se con la crisi che corre non si sa mai.

Guai dunque a sottovalutarli, i parlamentari del Pap. Alla Camera sono addirittura in maggioranza: ben 394 su 630. E soprattutto sono ben distribuiti in un temibile schieramento trasversale che ne vede allineati 135 nel Pdl, 144 nel Pd, 44 tra i leghisti, 21 nell’Udc, 17 tra i finiani e i dipietristi, per non parlare dei 16 del gruppo misto. E lo stesso capita al Senato dove gli eletti che devono ancora conquistarsi il vitalizio sono 172 su 321, 36 in più degli iscritti al gruppo Pdl. Numeri importanti se si dovesse arrivare al redde rationem.

A parole, infatti, quasi tutti giurano di fregarsene della pensione: “Lavoro come un cane e del vitalizio me ne infischio”, dice per esempio il berlusconiano Fabio Rampelli, forte del fatto che lui il traguardo lo sta praticamente tagliando, mancandogli solo una settantina di giorni. E come Rampelli tanti altri, a partire da Ettore Rosato, Pd, al quale di giorni ne mancano una ventina: “Se torno sul mercato, un lavoro lo trovo”, afferma. Ma attenzione a fare conto su tanto disinteresse: “La paura di perdere lo scranno e il paracadute pensionistico è generalizzata”, avverte Linda Lanzillotta, anche lei del Pd, un’altra alla quale mancano 200 giorni al vitalizio. E non è la sola: “In effetti sono molti quelli che si preoccupano per la pensione”, ammette Sandra Zampa (a lei di giorni ne mancano 900). Una preoccupazione avvertita anche da Maria Paola Merloni, dinastia di imprenditori alle spalle e la pensione alle porte (meno 200 giorni): “Tra 630 deputati”, spiega, “chi è disposto a votare per il vitalizio piuttosto che per la politica c’è sicuramente”. Quanti? Ecco è il problema.

Nelle file del Pap militano soprattutto gli eletti per la prima volta nella sedicesima legislatura, quella inauguratasi nel 2008, e molti parlamentari in carica eletti anche nella precedente del 2006. Prima di allora avere la pensione era molto facile, per lungo tempo è bastato addirittura mettere piede un solo giorno in Parlamento per riscuotere il vitalizio. Poi grazie alle proteste contro i privilegi le norme sono state rese più stringenti. Stringenti? Si fa per dire, visto che ancora fino al 2007 bastavano due anni e mezzo per maturare il diritto, quello stesso che la gran parte dei comuni mortali conquista solo dopo 35 anni di lavoro.

Solo tre anni fa Camera e Senato hanno rivisitato i propri regolamenti, stabilendo che per riscuotere il vitalizio ci vogliono una legislatura completa di cinque anni (Camera) o quasi (Senato), collezionabili anche attraverso più mandati. In cambio, deputati e senatori devono versare mensilmente una percentuale della propria indennità, circa mille euro. Una cifra modesta considerando quello che si va a riscuotere una volta raggiunta l’età “pensionabile”: con le nuove regole, 65 anni con una sola legislatura, uno in meno e fino a un minimo di 60 anni in caso di più elezioni. Quanto per la precisione?

Ben il 20 per cento dell’indennità parlamentare (oggi attestata a circa 12 mila euro) con cinque anni di anzianità, cioè 2.486 euro. Molto di più, fino al 60 per cento, per quelli che riusciranno a collezionare sei o più legislature. Ma attenzione, queste norme valgono solo per gli eletti a partire dal 2008. Gli altri, i parlamentari di lungo corso che sono riusciti a conquistare lo scranno nelle legislature precedenti, dell’indennità parlamentare possono arrivare a riscuotere, beati loro, fino all’80 per cento, cioè quasi 10 mila euro al mese. Una cifra ragguardevole, in grado di assicurare una vecchiaia serena e che molti parlamentari potrebbero decidere di agguantare ad ogni costo.

.
ha collaborato Giulia Cerino

.

07 ottobre 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/lonorevole-punta-al-vitalizio/2136001


Liberarsi dagli psicofarmaci. Riuscire con pieno successo a liberarsi da neurolettici, antidepressivi, litio, carbamazepina e tranquillanti

Peter Lehmann (Ed.)
Liberarsi dagli psicofarmaci. Riuscire con pieno successo a liberarsi da neurolettici, antidepressivi, litio, carbamazepina e tranquillanti

Cover

Review in Italian by Pino Pini | General information about the book in Dutch, English, French, German, Greek | About the editor & authors | Chapters’ summaries | Prefaces | Reviews in English · Dutch · Finnish · German · Hungarian · Polish · Spanish · Russian | Note about liability | Content | How to order this book | Order form | home | back to previous page

 


 

Con le prefazioni di Judi Chamberlin, Pirkko Lahti e Loren R. Mosher; e la postfazione di Karl Bach Jensen. Testimonianze di Regina Bellion, Carola Bock, Wilma Boevink, Michael Chmela, Bert Gölden, Ilse Gold, Gábor Gombos, Katalin Gombos, Maths Jesperson, Leo P. Koehne, Jan Kuypers, Peter Lehmann, Ulrich Lindner, Iris Marmotte, Harald Müller, Eiko Nagano, Mary Nettle, Una M. Parker, Nada Rath, Erwin Redig, Hannelore Reetz, Jasna Russo, Lynne Setter, Wolfgang Voelzke, David Webb, Gerda Wozart e Katherine Zurcher. Interventi professionali: Klaus John, Manuela Kälin, Kerstin Kempker, Elke Laskowski, Constanze Meyer, Roland A. Richter, Marc Rufer, Martin Urban e Josef Zehentbauer.Cercasi editore per pubblicazione in lingua italiana!  

1 ottobre 2004

Il primo libro al mondo sul tema ›Riuscire definitivamente a liberarsi dagli psicofarmaci‹. Contiene le esperienze vissute di 28 pazienti psichiatrici di tutto il mondo e gli interventi di psicoterapeuti, medici, psichiatri, terapeuti della medicina naturale e alternativa nonché di altri professionisti in grado di aiutare coloro che desiderano smettere di assumere gli psicofarmaci.
Gentili Signore, Egregi Signori,

è con piacere che vi presentiamo il nostro ultimo libro “Liberarsi dagli psicofarmaci” che sarà pubblicato tra breve in lingua italiana.

Il libro si rivolge a coloro che sono soggetti a trattamento psichiatrico e che, di propria volontà, desiderano smettere di assumere gli psicofarmaci loro prescritti. Contemporaneamente si rivolge ai loro familiari e terapeuti. Milioni di persone assumono psicofarmaci (p. es. Imap, Haldol, Serenase, Saroten, Tavor, Valium e Zyprexa). Per loro le testimonianze dettagliate, di come sia stato possibile smettere di assumere queste sostanze, senza per questo venir ricapultati nello studio dello psichiatra o nel reparto psichiatrico, sono di vitale importanza. Gli ex-psichiatrizzati psichiatrici che hanno contribuito al libro con le loro testimonianze provengono da tutto il mondo (Australia, Belgio, Danimarca, Germania, Inghilterra, Giappone, Nuova Zelanda, Austria, Svezia, Ungheria, Serbia & Montenegro, Svizzera, Olanda e USA). Attualmente tutti vivono liberi dagli psicofarmaci. Ad integrazione otto professionisti, tra cui psichiatri, medici, psicoterapeuti, assistenti sociali, terapeuti della medicina naturale e alternativa, spiegano come aiutano i loro clienti a smettere di assumere gli psicofarmaci.

8 professionisti fra cui psichiatri, medici, psicoterapeuti, assistenti sociali e terapisti della medicina naturale e alternativa spiegano come aiutano i loro clienti a cessare l’uso degli psicofarmaci.

“Leggere questo libro é un obbligo per tutti coloro che sono sfiorati dall’intenzione di assumere o di non più assumere queste medicine che, legalmente, modificano la personalità e, forse, é ancor di più un obbligo per coloro che hanno il potere di prescriverle”. (Dott. Loren R. Mosher †, Soteria Associates)

“Il libro é provocatorio: le esperienze della vita divergono talvolta dalle conclusioni a cui arriva la scienza. Si basa infatti sulle esperienze personali di pazienti psichiatrici e di professionisti in grado di aiutarli a smettere di assumere psicofarmaci, costituendo in questo modo una buona base di partenza per intavolare una discussione. Questo libro dovrebbe essere presente in tutti gli studi professionali, in tutti i reparti ospedalieri nonché nella biblioteca di tutti i pazienti psichiatrici.” (Pirkko Lathi, direttrice dell’Associazione Finlandese per la Salute Mentale e presidentessa del World Federation for Mental Health)

Il libro é articolato nei seguenti capitoli: La decisione di smettere · Smettere senza problemi di astinenza · Smettere gradualmente · Smettere non senza problemi · Smettere controbilanciandosi · Smettere con assistenza professionale · Psicofarmaci: meglio assumerli qualche volta che sempre · Assistenza professionale · Dopo aver smesso

L’editore: Peter Lehmann é l’autore di “Der chemische Knebel” (“Il bavaglio chimico”, 1986, 2. ed. 1990, 3. ed. 1993) e “Schöne neue Psychiatrie” (“Bella nuona psichiatria”), Volume 1: “Wie Chemie und Strom auf Geist und Psyche wirken” (“Come la chimica e le scosse elettriche agiscono sullo spirito e sulla psiche”), Volume 2: “Wie Psychopharmaka den Körper verändern” (“Come gli psicofarmaci modificano l’organismo umano”) (1996). Dal 1997 fino al 1999 membro del comitato esecutivo di Mental Health Europe. Dal 1997 al 1999 presidente della Rete europea degli (ex-) utenti e sopravvissuti alla psichiatria (ENUSP), dal 1999 membro della presidenza, dal 2002 segretario dell’ ENUSP nonché rappresentante di MindFreedom Support Coalition International presso le Nazioni Unite. Maggiori informazioni nella biografia dell’editore

Cordiali saluti
Peter Lehmann

Prefazione di Pirkko Lahti

Questo libro, il primo sul tema “Riuscire con pieno successo a liberarsi dagli psicofarmaci”, pubblicato per la prima volta in Germania nel 1998, si rivolge soprattutto a coloro che, di propria iniziativa, desiderano smettere di assumere gli psicofarmaci. Ma si rivolge anche ai loro familiari e ai loro terapeuti.

Milioni di persone assumono psicofarmaci prescritti da psichiatri, per esempio Haldol (Neurolettico, principio attivo aloperidolo, in commercio anche come Serenase, P.L.), Fluctin (Antidepressivo, principio attivo fluoxetina, in commercio anche come Deprexen, Diesan, Flotina, Fluoxeren, Fluoxin, Grinflux, Ibixetin, Prozac, Xeredien, P.L.) oppure Zyprexa (Neurolettico, principio attivo olanzapina, P.L.). Per loro le testimonianze dettagliate di come sia possibile smettere l’assunzione di queste sostanze, senza per questo essere ricapultati nello studio dello psichiatra o nella clinica psichiatrica, è di vitale importanza. Molti miei colleghi che operano nel settore psicosociale trascorrono gran parte del loro tempo ricercando criteri per la somministrazione di psicofarmaci. Diagnosi come comportamento coatto, depressioni, dermatiti, iperattività, nausea e vomito in gravidanza, insonnia, enuresi notturna, psicosi, balbuzie o chinetosi (mal di mare e mal d’auto) possono portare alla prescrizione di neurolettici, litio (Stabilizzante dell’umore, in commercio come Carbolithium, Litio Carbonato, P.L.), tranquillanti e altri psicofarmaci. La definizione di indicazioni è un compito di alta responsabilità che può avere anche gravi conseguenze.

Diagnosi e indicazioni sfociano spesso nel trattamento con psicofarmaci, trattamento che può risultare annoso e difficile. Chi può predire se gli psicofarmaci – quando sarà il momento – potranno essere dismessi senza problemi? Conosciamo già l’effetto dipendenza provocato dai tranquillanti ed in particolare dalle benzodiazepine. La sospensione senza aiuto terapeutico e senza conoscenza dei rischi può assumere risvolti drammatici. Quali sono i rischi della sospensione di neurolettici, antidepressivi e litio?

Quali condizioni possono portare ad una rapida ricaduta dopo aver smesso l’assunzione degli psicofarmaci? Non abbiamo forse già sentito parlare di problemi causati dalla sospensione di psicofarmaci, di modificazione dei recettori, di supersensibilità e di psicosi da sospensione? Chi è in grado di distinguere tra ricaduta e ingannevoli problemi di astinenza?

Quali condizioni possono coadiuvare il successo della dismissione dei farmaci – successo nel senso che i pazienti non saranno subito ricapultati nello studio dello psichiatra o nel reparto psichiatrico, bensì vivranno sani e liberi, così come tutti noi li vogliamo?

Non abbandoniamo i nostri pazienti ai loro problemi e alle loro preoccupazioni, qualora dovessero decidersi – non importa per quale ragione – a cessare gli psicofarmaci. Dove potranno trovare assistenza, comprensione e modelli da seguire se ci volgeranno le spalle per delusione (e noi le volgeremo a loro)?

Peter Lehmann, membro della presidenza dell’Rete europea degli ex-utenti e sopravvissuti della psichiatria e già membro della presidenza di Mental Health Europe nonché della sezione europea della World Federation for Mental Health, ha ricevuto riconoscimenti per il suo difficile compito nel reperire testimonianze di pazienti psichiatrici, che sono definitivamente riusciti a liberarsi dagli psicofarmaci, e dei terapeuti che li hanno assistiti. Questo libro raccoglie le testimonianze scritte di ex-pazienti psichiatrici dell’Australia, del Belgio, della Danimarca, della Germania, dell’Inghilterra, della Serbia & Montenegro, della Nuova Zelanda, dell’Olanda, dell’Austria, della Svezia, della Svizzera, dell’Ungheria e degli USA. Ad integrazione esperti in medicina, psichiatria, assistenza sociale, psicoterapia e medicina naturale intervengono per spiegare come aiutano i loro clienti a liberarsi dagli psicofarmaci. Attraverso le diverse nazionalità degli autori il libro offre un ampio quadro di esperienze e conoscenze.

Il libro è provocatorio: le esperienze della vita divergono talvolta dalle conclusioni a cui arriva la scienza. Si basa infatti sulle esperienze personali di pazienti psichiatrici e di professionisti in grado di aiutarli a smettere di assumere psicofarmaci, costituendo in questo modo una buona base di partenza per intavolare una discussione. Questo libro dovrebbe essere presente in tutti gli studi professionali, in tutti i reparti ospedalieri nonché nella biblioteca di tutti i pazienti psichiatrici.

Photo of Pirkko Lahti Pirkko Lahti
Direttrice dell’Associazione finlandese per la Salute Mentale e presidentessa del World Federation for Mental Health (2001-2003)
Helsinki, 19 agosto 2002

Prefazione di Loren R. Mosher

“Non c’è nessuna tirannia più grande di quella che viene praticata nell’interesse della vittima.” – C.S. Lewis (Clive Staples Lewis [1898 – 1963] è stato professore di letteratura inglese ad Oxford ed uno dei più importanti autori cristiani del 20. secolo, P.L.)

Questo libro è dedicato ad un tema per il quale sussiste attualmente un gran numero di idee fuorvianti. Viviamo in un’epoca in cui c’è “una pillola per ogni dolorino”. Purtroppo però l’uomo presta troppa poca attenzione alle pillole, specialmente a quelle che agiscono sulla nostra psiche. Che significato ha curare l’anima, il sé e l’intelletto coi farmaci? Il nostro dizionario ufficiale “Webster” definisce la psiche in tutti questi tre modi. Siamo sicuri che queste sostanze chimiche (così dette “psicofarmaci”) non vadano ad influire sulla natura più intima dell’uomo? Non dovremmo considerare questa pratica con molta attenzione e prudenza? Una volta che si è iniziato non si dovrebbero operare costanti controlli? Se queste tre cose – anima, sé e intelletto – costituiscono l’essenza stessa dell’uomo, non dovrebbero essere i pazienti stessi a decidere, sulla base delle loro esperienze con gli psicofarmaci, se assumerli oppure no? La risposta è naturalmente un forte e chiaro sì.

Cerchiamo di essere realisti. Siccome disponiamo di pochi indicatori obiettivi in merito all’efficacia di questi farmaci, le testimonianze dei pazienti hanno un’importanza decisiva. I medici e gli psichiatri che prescrivono questi farmaci tengono sufficientemente in considerazione le esperienze dei pazienti in relazione ai singoli farmaci? A questa domanda si può rispondere in svariati modi, ma per chi parla un’altra lingua, appartiene ad una minoranza, è povero, viene considerato “molto malato” oppure viene assoggettato ad un trattamento psichiatrico obbligatorio, la probabilità di essere veramente ascoltato diminuisce drammaticamente – e comunque nemmeno prima era molto alta.

Per questo il contenuto intrinseco di questo libro è molto importante: si tratta delle storie di persone, che non sono state ascoltate quando la loro anima, il loro sé e il loro intelletto venivano martoriati a causa degli psicofarmaci – spesso somministrati con la forza. Fra queste ci sono storie di decisioni coraggiose, prese contro l’opinione di influenti specialisti (e anche contro la famiglia e gli amici) – storie di dolore, dolore che qualche volta non ha mancato di seguire. Dopo la sospensione dei farmaci il cervello inizia a ripristinare il normale funzionamento. La maggior parte dei pazienti non è stata avvertita del fatto che i farmaci possono modificare il cervello (o che, ancor peggio, possono sopprimere alcuni centri nervosi), e che quindi l’insorgenza di problemi di astinenza è praticamente inevitabile. E tanto meno sanno che questi possono durare a lungo e possono essere interpretati come una “ricaduta”. Ci sono storie terribili di quello che può (tuttavia non necessariamente) accadere, quando si cerca di far ritornare il cervello al suo naturale funzionamento, dopo che è stato completamente sottoposto all’influenza di sostanze chimiche “terapeutiche”. Di norma questa sofferenza è stata necessaria per riprendere possesso della propria anima, del proprio sé e del proprio intelletto – ovvero dell’essenza della natura umana.

Siccome i farmaci sono stati somministrati con leggerezza, con modi paternalistici e spesso quando non necessari, al fine di curare una non ben precisata “malattia”, il libro costituisce anche un’accusa contro i medici. Il giuramento di Ippocrate – di non procurare innanzitutto del male – non viene, di solito, nella fretta “di fare qualcosa”, tenuto in considerazione. Come è possibile arrivare a stabilire se c’é stata morte dell’anima, se non si vogliono ascoltare gli effetti che i pazienti raccontano in merito ai farmaci, farmaci che agiscono direttamente sull’essenza intrinseca dell’uomo? Anche se vogliono darsi ad intendere in altro modo: i medici sono solo dottori in medicina, non semidei della medicina. Al contrario dei veri dei i medici devono accettare di dover rendere conto delle loro azioni.

Leggere questo libro è un obbligo per tutti coloro che sono sfiorati dall’intenzione di assumere o di non più assumere queste medicine che, legalmente, modificano la personalità e, forse, è ancor più un obbligo per coloro che hanno il potere di prescriverle.

Photo of Loren Mosher
Dott. Loren R. Mosher
Direttore, Soteria Associates, Professore clinico di psichiatria, University of California, San Diego, Facoltà di Medicina 

26 agosto 2002

Prefazione di Peter Lehmann

“Cercasi autori/trici sul tema ›Liberarsi dagli psicofarmaci‹”. Ecco l’appello che nel 1995 ho lanciato in ambienti del settore di tutto il mondo. Nel dettaglio scrissi:

“Liberarsi dagli psicofarmaci. Testimonianze scritte di esperienze con tranquillanti, antidepressivi, neurolettici, carbamazepina (stabilizzante dell’umore, in commercio anche come Tegretol, P.L.) e litio”. Questo è il titolo del libro che sarà pubblicato nel 1997/98. Per la maggioranza di coloro a cui viene prescritto o somministrato uno o più degli psicofarmaci citati, il sapere che altri sono riusciti a liberarsi da queste sostanze, senza per questo essere ricapultati nello studio dello psichiatra e nel reparto psichiatrico, è di vitale importanza. Per questo motivo cerco autori/autrici desiderosi di rendere conto delle loro esperienze personali in merito al cammino che porta alla sospensione e che adesso vivono liberi dagli psicofarmaci. Tuttavia sono anche alla ricerca di persone che per professione o convinzioni personali aiutano i pazienti psichiatrici a smettere gli psicofarmaci”.

A questo appello hanno risposto numerosi ex-pazienti psichiatrici intenzionati a contribuire con la loro storia. Hanno risposto anche alcuni esperti i cui interventi sono stati pubblicati nel libro. Una psichiatra di Berlino ha ritirato il contributo, precedentemente offerto, che verteva sulla possibilità di smettere gradualmente i farmaci col suo aiuto e con quello dei gruppi di auto-aiuto psicoterapeutico, presumibilmente per la paura (non del tutto ingiustificata) che il suo studio venisse letteralmente invaso da pazienti desiderosi di liberarsi dagli psicofarmaci. Siccome non ho ricevuto nulla da parte dei familiari ho inviato il mio appello anche all’associazione tedesca dei familiari dei “malati mentali”. Reazione: silenzio. La ragione di questo silenzio è da ricercare nel fatto che da anni i familiari organizzati in associazione ricevono gratuitamente informazioni e relazioni dalle case farmaceutiche?

Sarebbe tuttavia un errore fatale ridurre la problematica dell’assunzione permanente degli psicofarmaci, e delle possibili difficoltà nella sospensione, a familiari insensibili o inconsapevoli, a medici irresponsabili e a case farmaceutiche avide di guadagni. Due autrici, che avevano risposto all’appello desiderando raccontare la loro storia, hanno successivamente ritirato la loro offerta. Sono state vittima di una “ricaduta”. Una di loro mi informò che il momento che aveva scelto per smettere era risultato molto infelice: si era lasciata col suo ragazzo. L’altra mi comunicò, senza altre precisazioni, di essere stata di nuovo ricoverata in clinica a causa del ripresentarsi della psicosi: stava vivendo quella che gli esperti chiamano la “psicosi della sospensione” oppure era stata di nuovo travolta dai suoi vecchi e mai risolti problemi?

Saggiamente mi sono astenuto dall’incitare a sospendere i farmaci. Mi sono rivolto solo a quelli che avevano già smesso i farmaci prima del mio appello. Tuttavia mi sono posto il quesito se, solo a causa della mia attività editoriale sul tema “liberarsi dagli psicofarmaci”, potessi colposamente indurre qualcuno ad abbandonare con leggerezza i farmaci.

Da quando esistono gli psicofarmaci sono molti i pazienti che li smettono di propria iniziativa. Sarebbe interessante sapere quanti di essi hanno avuto, solo per questa ragione, una “ricaduta”, eventualmente seguita dalla ripresa della somministrazione dei farmaci. Di una cosa sono sicuro e cioè che un grande numero di tentativi di sospensione andrebbe a buona fine se i pazienti, e coloro che li assistono, disponessero di sufficienti conoscenze sui problemi che possono eventualmente insorgere e avessero un’idea di quello che si deve veramente fare affinché la tanto profetizzata ricaduta non si presenti. Anche a livello professionale ci si dà poco pensiero – eccezion fatta per una manciata di casi – su come assistere i propri clienti, una volta che questi hanno deciso di sospendere i farmaci. Volgere le spalle al paziente e lasciarlo solo coi suoi problemi dimostra poco senso di responsabilità.

I tanti e diversi modi di sospendere gli psicofarmaci non possono in nessun caso essere tutti presentati nello spazio limitato di un libro. In qualità di editore ho dato molta importanza al fatto che i “miei” autori – a prescindere dai professionisti coinvolti – potessero esprimere al meglio i loro desideri, le loro paure e i loro modi di procedere. C’era solo una cosa che non potevano fare: dare consigli ad altri su quello che dovrebbero fare e distribuire ricette patentate. Ciascuna lettrice e ciascun lettore deve trovare le proprie risorse e le proprie vie in base ai propri problemi e proprie possibilità, ai propri personali punti di forza e di debolezza nonché ai propri limiti e desideri individuali. Le testimonianze di coloro che sono riusciti a liberarsi dagli psicofarmaci dimostrano che è possibile raggiungere, senza danni, questo obiettivo e conseguentemente vivere liberi dagli impedimenti prodotti dalla terapia psicofarmacologica.

Appendice alla 2. edizione

Due degli autori non sono più tra noi: Ilse Gold è deceduta il 7 settembre 1998 per una neoplasia al seno, sviluppatasi successivamente al trattamento psichiatrico.

Dopo ripetute somministrazioni di psicofarmaci, contro la sua volontà, Erwin Redig ha cessato di vivere il 14 giugno 1999. Entrambi avrebbero meritato di vivere cent’anni.

Peter Lehmann 16 settembre 2002

Recensione

E’ con grande piacere che ho accolto alcuni mesi fa l’invito di Peter Lehmann a cercare un editore italiano per il suo libro “Coming off Psychiatric drugs”.

Ho pensato che la cosa migliore fosse fare un’iniziativa pubblica come questa di oggi facendo conoscere, per adesso, l’edizione inglese uscita quest’anno. Spero che in breve possiamo offrire ad un vasto pubblico anche l’edizione Italiana.

Peter Lehmann partecipa da molti anni alle iniziative per l’auto aiuto psichiatrico di Firenze e Prato condividendo un percorso finalizzato a dar voce a chi è oppresso da problemi di salute menatale e da sistemi curativi unilaterali troppo improntati al modello terapeutico. Ci siamo incontrati molte volte in diverse parti del mondo in occasioni importanti finalizzate a sviluppare nuovi rapporti fra utenti, servizi e la comunità.

Peter Lehmann è segretario dell’Rete europea degli (ex-) utenti e sopravvissuti alla psichiatria (European Network of Users and Survivors of Psychiatry – ENUSP), egli stesso si definisce un survivor del sistema della salute mentale.

Dr Pino Pini, Direttore del Dipartimento di Salute mentale ASL 4 di Prato (Italy), board member of Mental Health Europe

Indice

  • Avvertenze legali
  • Prefazioni
    • Judi Chamberlin
    • Pirkko Lahti
    • † Loren R. Mosher
    • Prefazione dell’editore
  • Introduzione
  • La decisone di smettere
    • Ilse Gold (RFT): Dopo la dimissione
    • Peter Lehmann (RFT): Ricaduta nella vita
  • Smettere senza problemi di astinenza
    • Gábor Gombos (Ungheria): Confutare di avere una tara psichiatrica
    • Jasna Russo (Serbia & Montenegro / RFT): Che cosa importa, se non riesco più a dormire?
    • Carola Bock (RFT): E finalmente vuotai il sacco
    • Jan Kuypers (Belgio): “Don Chisciotte e la zona franca da psicofarmaci” oppure “Cosa succede, piccola marionetta?”
    • Maths Jesperson (Svezia): Tra lobotomia e antidepressivi
  • Smettere gradualmente
    • Wilma Boevink (Olanda): Fantasmi dal passato
    • Katharine Zurcher (USA / Svizzera): La seconda paura
    • Michael Chmela (Austria): Scamparla
    • Bert Gölden (RFT): Con pazienza
  • Smettere controbilanciandosi
    • Una M. Parker (Inghilterra): Parlare, piangere, ridere
    • Nada Rath (RFT): Il convento invece della clinica
    • Katalin Gombos (Ungheria): Dall’elettroshock alla voce dell’anima
    • Iris Marmotte (RFT): Il “carrozzone blu”, in viaggio…
    • Harald Müller (RFT): Venti anni dopo
    • Gerda Wozart (RFT): Avversità
    • Ulrich Lindner (RFT): Lotta per la mia vita. Come sono riuscito a guarire dalle mie depressioni
  • Smettere con assistenza professionale
    • Eiko Nagano (Giappone): La terapia Nishi – Un metodo giapponese
    • Manuela Kälin (Svizzera): Visita a domicilio dell’omeopata
    • David Webb (Australia): “La prego, non si faccia del male”
    • Hannelore Reetz (RFT): Mania o ricerca del sé
  • Psicofarmaci: meglio qualche volta che sempre
    • Mary Nettle (Inghilterra): Riprendere il controllo
    • Wolfgang Voelzke (RFT): Insieme alla mia psichiatra
    • Lynne Setter (Nuova Zelanda): Ritorno in me stessa
  • Interventi dei professionisti
    • Marc Rufer (medico e terapista, Svizzera): Fare paura – Prendere paura. Per chi desidera smettere, l’opinione dei medici può essere controproducente
    • Josef Zehentbauer (medico e terapista, RFT): Chi ha paura di smettere? Assistenza medica e consulenza psicoterapeutica per smettere tranquillanti e sedativi
    • Martin Urban (laureato in psicologia, RFT):”Sto veramente ancora soffrendo di un disagio psichico?” Assistenza psicoterapeutica per smettere gli psicofarmaci – un caso particolare
    • Roland A. Richter (laureato in pedagogia, RFT): Smettere con la medicina ortomolecolare
    • Constanze Meyer (laureata in psicologia, RFT): “Sottrarsi alla dipendenza dei farmaci…” Riflessioni sull’astinenza da benzodiazepine e analgesici nelle donne
    • Klaus John (naturopata, RFT): Liberarsi e disintossicarsi dagli psicofarmaci dal punto di vista naturopatico
    • Kerstin Kempker (Runaway-House, Berlino): Smettere nella Runaway-House di Berlino
    • Elke Laskowski (naturopata, RFT): Biodinamica e Aura con fiori di Bach, pietre e colori
  • Dopo aver smesso
    • Regina Bellion (RFT): Dopo aver smesso cominciarono le difficoltà
    • Erwin Redig (Belgio): Una battaglia mentale. Come sono riuscito a smettere di assumere psicofarmaci
    • Leo P. Koehne (RFT): “Adesso le dò l’Imap, che serve per socializzare”
  • Conclusioni
    • Karl Bach Jensen (Danimarca): Disintossicarsi: in grande e in piccolo. Verso una cultura del rispetto
    • Conclusioni dell’editore
  • Appendice
    • Principi attivi e nomi commerciali degli psicofarmaci
    • Letteratura
    • Biografie degli autori
    • Indice analitico

.

fonte:  http://www.antipsychiatrieverlag.de/foreign/withdraw/italian.htm

Cile, entro poche ore la trivella raggiungerà minatori intrappolati

Cile, entro poche ore la trivella raggiungerà minatori intrappolati

La confema arriva dal ministro della Sanità Jaime Manaric. I 33 operai sono bloccati a a 630 metri di profondità nella miniera cilena San Jose dal 5 agosto scorso. Il salvataggio è previsto per martedì

Uno dei 33 minatori intrappolati in Cile (Ap/Television Nacional de Chile)
Uno dei 33 minatori intrappolati in Cile (Ap/Television Nacional de Chile)

.

Santiago, 8 ottobre 2010 – Potrebbe diventare realtà nelle prossime ore il varco della salvezza dei 33 minatori intrappolati dal 5 agosto scorso a 630 metri di profondità nella miniera cilena San Jose nel deserto di Atacama. Il ministro della Sanità cileno Jaime Manaric ha detto che la trivella raggiungerà oggi i minatori intrappolati nella miniera di San Josè e che le operazioni di salvataggio saranno avviate martedì 12 ottobre.

Mancano infatti da scavare gli ultimi 40 metri, per poi procedere al rivestimento di parte del tunnel: gli ingegneri hanno sospeso momentaneamente la trivellazione per controllare la direzione della galleria e per la manutenzione della testa perforante, operazioni che dureranno al massimo una decina di ore.

Secondo le prime stime all’inizio dei lavori di scavo, i minatori non avrebbero rivisto la luce prima di Natale, ma l’attesa si è ridotta perché il lavoro delle trivelle è andato avanti meglio del previsto. Le trivelle all’opera sono tre e la Schramm T-130 è al momento a soli 64 metri di distanza dai minatori.

Dopo l’apertura del varco, l’uscita degli uomini sulla capsula ascensore non sarà però immediata e i minatori dovranno ancora attendere qualche giorno per il completamento e la messa in sicurezza della loro via di fuga.

.

fonte:  http://qn.quotidiano.net/esteri/2010/10/08/396685-cile_entro_poche.shtml

Terremoto L’Aquila, sequestrato campus universitario: undici indagati

Terremoto L’Aquila, sequestrato campus universitario: undici indagati

.

https://i2.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20101008_terremoto-campus.jpg

.

ROMA (8 ottobre) – Tre palazzine e l’area di ottomila metri quadri destinata al campus universitario a Pizzoli (L’Aquila) sono state sequestrate dal Corpo Forestale e dal Nipaf (il Nucleo investigativo di polizia ambientale e forestale) su disposizione del Tribunale, che ha emesso undici avvisi di garanzia nei confronti di sindaco, direttore dei lavori, progettisti e proprietari del terreno, con accuse che vanno dal falso ideologico alla violazione di norme urbanistiche.

La realizzazione del campus era stata promossa dall’associazione Giulia Carnevale, costituita in onore della studentessa di Sora morta durante il sisma del 6 aprile 2009 nel crollo della palazzina dove abitava. La lottizzazione dell’area era stata realizzata dalla Fer.Italia srl di Arpino (Frosinone), azienda della famiglia Carnevale, di cui Giulia era socia, in località Cavallari a Pizzoli: il progetto prevedeva undici palazzine con struttura antisismica per un totale di 139 appartamenti per 262 studenti.

Secondo il Nipaf la lottizzazione è stata realizzata violando norme paesaggistiche, ambientali ed urbanistiche. Gli indagati sono l’attuale sindaco e il responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Pizzoli; i proprietari dei terreni su cui sono stati realizzati gli appartamenti; il legale rappresentante e il procuratore speciale della Fer.Italia srl; il progettista e il direttore dei lavori. I reati contestati sono trasformazione urbanistica ed edilizia in violazione delle norme urbanistiche; mancanza di un piano di lottizzazione valido; progettazione e realizzazione in difformità alle prescrizione del Prg; falso ideologico; realizzazione delle opere in area sottoposta a vincolo paesaggistico, senza la prescritta autorizzazione; realizzazione dell’opera non osservando la distanza minima di 150 metri dal fiume Aterno; danneggiamento delle bellezze naturali e dei luoghi e violazione dei vincoli paesaggistici. I reati sono stati tutti commessi in concorso tra gli indagati.

Il Cfs, sentito il pm, ha concesso ai 20 studenti che già risiedono in una delle strutture sequestrate – tre palazzine già realizzate per un totale di 90 appartamenti – di continuare ad accedere alle abitazioni. I loro genitori avevano già versato 500 euro come caparra per la sistemazione nel campus, per un impegno complessivo di 131 mila euro: il campus doveva essere gestito dall’associazione Giulia Carnevale, con un costo di 190 euro al mese, in linea con quello fissato dall’Azienda per il diritto allo studio universitario (Adsu) dell’Aquila, invece dei 300 euro chiesti dai proprietari delle abitazioni nel capoluogo di regione.

A sollevare dubbi sulla realizzazione dell’opera era stata per prima l’associazione Italia Nostra in un esposto inviato alla Soprintendenza per i beni ambientali, architettonici, artistici e storici dell’Abruzzo che si era rivolta direttamente alla procura. In base ad un progetto di Giulia Carnevale, ritrovato tra le macerie dell’abitazione dove è morta, è stata realizzata la scuola materna e asilo nido di Onna, inaugurata il 15 settembre 2009 dal premier Silvio Berlusconi.

.

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=122030&sez=HOME_INITALIA

CASO MARCEGAGLIA – I guai giudiziari di Emma la zarina: dai fondi neri allo smaltimento illecito di rifiuti tossici / Il buono, il brutto e il cattivo

I guai giudiziari della Marcegaglia: dai fondi neri allo smaltimento illecito di rifiuti tossici

Il fratello del numero uno di Confindustria è stato condannato per una mazzetta. Scoperta anche una rete di evasione fiscale in Svizzera. Nel mirino delle procure anche il padre Steno

.
di Vittorio Malagutti 

da Il Fatto quotidiano dell’8 ottobre 2010

.

Questa volta non ci sono case a Montecarlo, cucine Scavolini e neppure, che si sappia, finanziarie off-shore parcheggiate al sole di qualche isoletta dei Caraibi. Per capire meglio la vicenda esplosa ieri con le perquisizioni alla redazione de Il Giornale conviene però tentare di rispondere a una domanda fondamentale. Per quale motivo Rinaldo Arpisella, da almeno quindici anni fidato consigliere e lobbista della famiglia Marcegaglia, ha interpretato come una minaccia concreta le frasi pronunciate al telefono dal giornalista Nicola Porro? Perché proprio lui, l’esperto Arpisella, un professionista che gestisce l’immagine della presidente di Confindustria e i suoi rapporti con le istituzioni e con la stampa, si è sentito messo alle strette (addirittura “prostrato” scrivono i magistrati) dalle parole del vicedirettore del Giornale? Un primo indizio utile per abbozzare una risposta lo possiamo rintracciare in un breve articolo pubblicato il 22 settembre scorso dal quotidiano della famiglia Berlusconi. Titolo “Pressing in aula sul fratello del presidente di Confindustria”. Nel testo si dava conto di un’udienza del processo per le tangenti Enipower in cui il pm Carlo Nocerino aveva interrogato un dirigente del gruppo Marcegaglia per capire chi nell’azienda mantovana avesse saputo delle stecche pagate a un manager dell’Eni. La maxi bustarella (oltre un milione di euro) serviva ad aggiudicarsi un appalto di caldaie del valore di 127 milioni di euro.

Per questa storia, che risale al 2003, Antonio Marcegaglia ha patteggiato (nel 2004) una condanna a 11 mesi di reclusione e un risarcimento di circa 6 milioni di euro. Ma dalle sue dichiarazioni rese ai pm è nato un filone d’indagine forse ancora più imbarazzante per la famiglia mantovana che controlla uno dei più importanti gruppi siderurgici italiani. Sì, perché grazie alla collaborazione delle autorità di Berna la Procura di Milano ha ricostruito una rete di conti svizzeri alimentati per un decennio da fondi neri dei Marcegaglia. Un vero tesoretto, che secondo la ricostruzione dei magistrati sarebbe stato utilizzato dalla famiglia della presidente di Confindustria per una lunga serie di operazioni riservate. L’inchiesta l’anno scorso è approdata alla procura di Mantova per competenza territoriale. E anche l’Agenzia delle Entrate ha aperto un’indagine.

Il capitolo non è ancora chiuso, quindi, anche se i Marcegaglia hanno più volte reagito alle indiscrezioni puntualizzando che si tratta di “episodi già da tempo definiti”. Certo l’interrogatorio del 21 settembre, nei termini in cui il Giornale l’ha riportato nel suo articolo, potrebbe far pensare che in Procura a Milano non ritengano chiarita del tutto quella vicenda. Così come del resto è in pieno svolgimento anche un’altra inchiesta penale che coinvolge Steno Marcegaglia, padre di Emma, questa volta a Grosseto. È una storiaccia di smaltimento illecito di rifiuti pericolosi che ruota attorno alla Agrideco, un’azienda maremmana. A febbraio l’operazione, nome in codice “Golden Rubbish” ha portato in carcere una quindicina di persone. ma in tutto gli indagati sono 61 e tra questi anche il fondatore del gruppo Marcegaglia, perché secondo l’accusa anche uno dei suoi impianti, quello di Ravenna, avrebbe smaltito scorie di lavorazione in modo illegale. Anche in questo caso il gruppo mantovano ha respinto tutte le accuse. Così come nei mesi scorsi sono sempre state respinte al mittente illazioni e voci sugli affari dei Marcegaglia alla Maddalena.

Proprio una società del gruppo mantovano si è infatti aggiudicata la gestione del nuovo Arsenale, una delle strutture finita al centro dello scandalo di Bertolaso e compagni. Socio dei Marcegaglia in questa operazione è il manager-finanziere Massimo Caputi, uomo dal lungo curriculum e dalle mille relazioni nei Palazzi romani. La famiglia della presidente di Confindustria non è stata mai coinvolta nelle indagini su questa specifica vicenda. Resta aperta però la questione probabilmente più imbarazzante. Quella che riguarda l’immagine di Emma Marcegaglia tirata in ballo, lei o il suo gruppo, in inchieste penali da un capo all’altro della Penisola. Forse per questo alzando il telefono con Porro, perfino lo smaliziato Arpisella, si è sentito minacciato. Peggio: prostrato.

.

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/08/questa-volta-non-ci-sono-case-a-montecarlo/69979/

___________________________________________________________________________

Il buono, il brutto e il cattivo

https://i0.wp.com/www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/themes/ilfatto/thumb/950x0/wp-content/uploads/2010/10/sallustiporrofeltri_pp.jpg

.

https://i0.wp.com/www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/themes/ilfatto/img/autori/MTravaglio-thumb.jpg di Marco Travaglio
BLOG | BIO

.

Avendo assaggiato i trattamenti speciali dei massaggiatori del Giornale (e non solo di quello), potremmo commentare la notizia come farebbero loro se i perquisiti fossimo noi: “Incastrati i terroristi del Fatto: la Procura di Napoli smaschera i seminatori di odio”. Invece siamo coscienti che l’inchiesta sfociata nelle perquisizioni al Giornale si muove sul filo del rasoio: il rischio di scivolare dai doverosi accertamenti su una notizia di reato (avvalorata dalla testimonianza di Emma Marcegaglia) in una lesione della libertà di stampa è concreto e reale. E ne sono consapevoli gli stessi Pm Woodcock e Piscitelli (sostenuti dal procuratore Lepore, magistrato superprudente), quando precisano che il giornalista “ha il pieno diritto di scrivere ciò che ritiene, di criticare anche in modo duro, pungente e veemente” e “anche di essere fazioso”, ma non di “utilizzare la prospettazione dei propri scritti al solo scopo di coartare la volontà altrui”.

In attesa di conoscere gli sviluppi dell’indagine, che è agli inizi (i fatti sono di pochi giorni fa) e serve appunto a verificare la fondatezza o meno di un’accusa, accantoniamo gli aspetti penali della vicenda, che affidiamo ai giudici. E concentriamoci su quelli politici e deontologici, di cui l’Ordine dei giornalisti, dopo le frasi di rito contro le perquisizioni al Giornale, farebbe bene a occuparsi. Un iscritto all’Albo dei giornalisti, che ancora l’altra sera si presentava in tv come “volto umano del Giornale” diretto da Sallusti (definito scherzosamente “belva umana”), scrive un sms al portavoce della Marcegaglia poche ore dopo che questa ha duramente criticato il governo B.: “Domani superpezzo giudiziario sugli affaire della family Marcegaglia”.

Un’ora dopo rincara: “Ora ci divertiamo, per venti giorni rompiamo il culo alla Marcegaglia come pochi al mondo. Abbiamo spostato i segugi da Montecarlo a Mantova”. I “segugi” sono i cronisti che massacrano Fini da due mesi, precisamente dal giorno in cui Fini è stato cacciato dal Pdl per ordine di B. Contestualizziamo, direbbe monsignor Fisichella: per la presidente di Confindustria si prospetta un trattamento Fini, Boffo, Di Pietro, Boccassini, Mesiano, Ariosto, Prodi, D’Addario, Veronica, Montanelli, Santoro, Biagi, Luttazzi e così via (aggiungete, a piacere, chiunque si sia messo di traverso sulla strada di B. in questi 16 anni). La signora, avendo evidentemente motivi per temere qualcosa (ci sono indagini sul suo gruppo, in corso per smaltimento illegale di rifiuti e già concluse con patteggiamenti per corruzione), si allarma e alza il telefono.

Per chiamare chi? Non Porro o Sallusti o Feltri (il buono, il brutto e il cattivo). Ma Confalonieri. Che chiama Feltri. Risultato tutt’altro che imprevedibile: i dossier sulla Marcegaglia, casomai i segugi li stessero raccogliendo, non escono. Domanda: con chi parliamo quando ci chiama un cronista del Giornale o di altri quotidiani specializzati nel killeraggio degli avversari di B.? La Marcegaglia si risponde: sto parlando con B. in uno dei suoi vari travestimenti. E si sente minacciata, come tanti suoi illustri predecessori nel trattamento (“ho percepito l’avvertimento come un rischio reale e concreto alla mia persona e immagine… Al Giornale erano piccati per le mie dichiarazioni contro il governo…”). E ne riceve conferma a stretto giro (“Confalonieri mi richiamò, mi disse di aver parlato con Feltri e che era tutto a posto: il Giornale avrebbe desistito”).

Porro dice che scherzava: speriamo sia così, anche se dovrebbe domandarsi perché è stato frainteso (il “contesto”, appunto). Sallusti non trova di meglio che invocare una perquisizione al Fatto. Forse non sa che è già accaduto (i Pm di Bari cercavano le fonti del nostro scoop sull’inchiesta di Trani). In ogni caso, si accomodi: noi le notizie le pubblichiamo quando le abbiamo e tutte, che danneggino la destra o la sinistra o la destra e la sinistra insieme. E gl’interessati se le leggono sul giornale. Non siamo usi avvertirli in anticipo, magari per ritrarre la penna in cambio di qualche favore al padrone. Forse perché non abbiamo padroni.

Da il Fatto Quotidiano del 8 ottobre 2010

.

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/08/avendo-assaggiato-i-trattamenti-speciali-dei/70013/

BUONE NOTIZIE – Le gambe elettroniche potrebbero “dare un calcio” alla sedia a rotelle

Ideate dalla californiana Berkeley Bionics

Le gambe elettroniche potrebbero “dare un calcio” alla sedia a rotelle

.

Le e-Legs sono formate da un esoscheletro controllato da un “cervello” che il paziente porta sulle spalle

.

Una paziente prova le e-LegsMILANO – Si chiamano e-Legs: gambe elettroniche che aiutano a camminare le persone con paralisi e che potrebbero essere risolutive sia nella riabilitazione, sia, in un futuro più lontano, per “dare un calcio” alla sedia a rotelle e ricominciare a camminare parzialmente liberi. È tutto pronto per iniziare i test clinici su pazienti con danno al midollo spinale e quindi parzialmente paralizzati, fa sapere John Fogelin, direttore della società californiana Berkeley Bionics, che ha creato e-Legs. Si tratta di un esoscheletro controllato da un “cervello” che il paziente porta sulle spalle.

PASSO NATURALE – Le gambe elettroniche rivestono quelle della persona ed essendo dotate di quattro motori, ammortizzatori sulle caviglie e sensori di posizione, consentono un passo molto naturale. A mostrare la potenza di queste gambe è il magazine inglese New Scientist in un video. Le gambe elettroniche possono aiutare il paziente nella riabilitazione ma, sostiene Fogelin, l’obiettivo a lungo termine è creare una versione sempre più leggera e con batteria a lunga durata in modo che in futuro possano competere sul mercato con la sedia a rotelle e aiutare il paziente paralizzato a muoversi. (Fonte: Ansa)

.

08 ottobre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/salute/disabilita/10_ottobre_08/elegs-gambe-elettroniche_2a69033e-d2db-11df-8b7c-00144f02aabc.shtml

NAPOLI – Sfida al caporalato: scioperano gli immigrati

Sfida al caporalato
scioperano gli immigrati

.

Sedici rotonde stradali tra Napoli e Caserta sono state pacificamente occupate dai lavoratori alla giornata: “Vogliamo almeno 50 euro”.  Significativo il presidio di Baia Verde a  Castel Volturno, dove due anni fa dopo un concerto morì Miriam Makeba. Domani un corteo contro il razzismo e lo sfruttamento

Sfida al caporalato scioperano gli immigrati

.

IMMIGRATI e caporali. Gli uni di fronte agli altri. Alla pari. Oggi si è svolto il primo sciopero in Italia dei lavoratori alla giornata. Da Baia Verde ad Afragola passando per Villa Literno, Casal di Principe, Giugliano, Qualiano, Pianura e Scampia. Hanno pacificamente occupato sedici ‘rotonde’ tra Caserta e Napoli. Negli stessi incroci stradali dove ogni giorno vengono “ingaggiati”, stamattina all’alba, migliaia di migranti hanno incrociato le braccia e alzato un cartello: “Noi non lavoriamo per meno di 50 euro al giorno”. In strada c’erano tutti: i lavoratori delle campagne, dell’edilizia, del terziario, del mondo dell’artigianato. Regolari e irregolari.

“E’ stata una bella manifestazione – dice soddisfatto Alfonso De Vito, della rete antirazzista – perché queste persone oggi hanno rinunciato ad un guadagno, ma innanzitutto perché hanno avuto il coraggio di scendere in piazza, metterci la faccia e sfidare i caporali”. Particolarmente significativo il presidio di Baia Verde, proprio nella piazzetta dove due anni fa al termine di un concerto per le vittime di Castel Volturno, morì Miriam Makeba, mamma Africa, e che, in particolar modo, i ragazzi del Ghana e della Nigeria hanno voluto ricordare con particolare affetto.
“E’ stato solo un primo appuntamento – spiega ancora De Vito – perché l’impegno per far terminare questa spirale di sfruttamento è molto lungo”

Il video

La protesta a Licola| Villa Literno

Blog di Laura Boldrini: Visto dai migranti

“L’obiettivo di questa giornata di sciopero è contrastare lo sfruttamento del lavoro nero – spiegano gli organizzatori – con il recepimento della direttiva europea 52, applicare ed estendere l’articolo 18 del testo unico anche a chi denuncia di essere stato costretto all’irregolarità del lavoro, ma anche e soprattutto mettere in campo un percorso permanente di emersione dalla clandestinità”.

E domani secondo appuntamento, con un corteo contro il razzismo, lo sfruttamento e le camorre a Castel Volturno per il permesso di soggiorno e i diritti di cittadinanza. E in questo caso i numeri ci sono: sfileranno oltre 2000 immigrati, oltre a studenti, lavoratori italiani, associazioni. Appuntamento alle 10,30 alla stazione di Caserta e arrivo sotto la prefettura. La mobilitazione proseguirà a Roma il 14 e del 15 ottobre, con un presidio davanti al ministero dell’Interno.

Sciopero degli imigrati a Napoli e Caserta

.

08 ottobre 2010

fonte:  http://napoli.repubblica.it/cronaca/2010/10/08/news/sfida_al_caporalato_scioperano_gli_immigrati-7840341/?rss