Archivio | ottobre 15, 2010

SCUOLA – La protesta in tutta Italia. I Cobas: E ora nuovi blocchi”

La protesta in tutta Italia
I Cobas: E ora nuovi blocchi”

Scontri nel corteo studentesco

Scontri a Napoli

Grande adesione al corteo indetto nella capitale dai Comitati di base, manifestazioni anche in tante altre città d’Italia. A Torino un docente sul tetto della scuola. Contestato il governatore del Piemonte, Cota. Scontri con le forze dell’ordine a Napoli, tre poliziotti contusi. Il leader dei Cobas, Bernocchi: “Ora parte la campagna contro il collaborazionismo e l’illegalità”

La protesta in tutta Italia I Cobas: E ora nuovi blocchi" Il corteo di Torino

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ROMA – La protesta continua, si concentra a Roma ma si espande anche al resto d’Italia. Oggi all’appello dei Cobas hanno risposto migliaia di lavoratori in tutto il Paese, con cortei nelle principali città e astensioni dal lavoro. Un’adesione del 30%, annuncia a fine giornata il leader dei comitati di base, Piero Bernocchi e parla di 100 mila persone in piazza, con punte particolarmente alte a Torino (circa 20 mila), Roma (15 mila), Napoli (15 mila), Palermo e Cagliari (entrambe 7 mila), Pisa (6 mila). Una percentuale di partecipazione allo sciopero ben diversa arriva invece dal ministero dell’Istruzione: non si è presentato a scuola soltanto il 3,1% del personale, dicono a viale Trastevere.

“Sciopero e cortei si sono rivolti contro i tagli di orario, materie e posti di lavoro (140 mila in meno in tre anni) – spiega Bernocchi – sottolineando come l’impoverimento della scuola sia certamente un processo in atto da un ventennio con la responsabilità dei governi sia di centrodestra sia di centrosinistra, ma che, nel contempo l’attuale politica di tagli registra un salto quantitativo che ci precipita verso il baratro di una scuola-miseria senza risorse né speranze”.

FOTO Il corteo a Roma 1 / Gli scontri a Napoli 2

A Roma, dietro uno striscione con la scritta “Riforme, tagli, precarietà: ci rubano il futuro, ci tolgono la dignità”, diverse migliaia di studenti delle scuole superiori sono partiti in corteo da Porta San Paolo diretti al ministero dell’Istruzione. Tra i cori scanditi dai ragazzi, “Vogliamo un solo disoccupato, ministro Gelmini licenziato” e “Con questa riforma a scuola non si torna” sono stati i più gettonati. Accesi anche alcuni fumogeni e petardi, ma nessun danno. C’è stato un tentativo di raggiungere Montecitorio ma è stato bloccato sul nascere perché le forze dell’ordine hanno dissuaso i ragazzi.

A Torino, all’alba, un docente è salito sul tetto della scuola dove insegna, il tecnico commerciale Rosa Luxemburg, per protestare contro i tagli introdotti con l’ultima manovra. E ci è rimasto fino alle 11. A caratterizzare il corteo del capoluogo piemontese – al quale si sono uniti anche gli operai della Fiat – un fantoccio raffigurante un impiccato con la scritta “Con tutti questi tagli finirete per tagliarci le gambe”, che è stato appeso, oltre che in rettorato, anche sotto il palazzo della Regione, dove i manifestanti hanno contestato con cori e slogan il governatore Roberto Cota, ritenuto responsabile di parte dei tagli al diritto allo studio.

All’Aquila oltre 200 tra studenti e docenti precari si sono radunati davanti alla sede della Giunta regionale. I manifestanti si sono detti preoccupati perché la provincia dell’Aquila, anziché tutelata perché in piena crisi post-sisma, risulta essere la più colpita. Scontri tra un gruppo di manifestanti e forze dell’ordine a Napoli con un bilancio di 2-3 poliziotti contusi finiti all’ospedale e, secondo i Cobas, un dimostrante costretto alle cure dei sanitari per la frattura del setto nasale. Molto partecipata la manifestazione di Palermo e cortei pure a Cagliari, Pisa, Bologna, Firenze, Bari, Genova, Venezia. In tutto sono state quattordici le città coinvolte.

E la protesta non si esaurisce oggi. “Da domani – ha annunciato Bernocchi – si intensifica la campagna contro il collaborazionismo e l’illegalità, con il blocco di tutte le attività aggiuntive come laboratori e visite di istruzione”.

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15 ottobre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/scuola/2010/10/15/news/protesta_italia-8100420/?rss

ESCLUSIVO L’ESPRESSO – Italiani in Afghanistan, ecco la verità

Esclusivo l’Espresso

Afghanistan, ecco la verità

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I civili uccisi. Le battaglie dei parà che La Russa non ha mai rivelato. I feriti italiani tenuti nascosti. E poi le stragi di talebani, le azioni coperte degli 007, i tradimenti e i doppi giochi. Ecco il vero volto della nostra ‘missione di pace’. Nei file scoperti da Wikileaks e consegnati a L’espresso

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di Gianluca Di Feo e Stefania Maurizi

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13 ottobre 2010

«Molti leader talebani nel distretto di Farah vogliono organizzare attacchi contro gli italiani. Gli abitanti sono favorevoli alle truppe della Nato e sostengono gli italiani perché si stanno impegnando per rendere sicura la regione. I guerriglieri hanno paura dei “veicoli neri” della Folgore mentre non temono le jeep color sabbia degli americani e delle forze occidentali. Il capo dell’intelligence locale ritiene che questo terrore nasca dalle perdite che la Folgore ha inflitto ai miliziani nelle ultime operazioni». Eccoli i due volti della guerra in Afghanistan. Quello che ci viene raccontato da anni, con i nostri soldati che lavorano per aiutare la popolazione e proteggerla dagli estremisti islamici. E quello che è sempre stato nascosto, con i reparti italiani che combattono tutti i giorni e uccidono centinaia di guerriglieri. Una sterminata serie di scontri, con raid dal cielo e anche tra le case dei villaggi. Ma anche una missione che deve fare i conti con traditori e doppiogiochisti, con militari afghani addestrati dalla Nato che invece aiutano i talebani, con sospetti sul destino di centinaia di milioni di euro di aiuti pagati anche dall’Italia per la ricostruzione del Paese e scomparsi nei ministeri di Kabul. Una cronaca di reparti con la bandiera tricolore che sparano migliaia di proiettili in centinaia di battaglie, sfidando le trappole esplosive e le imboscate, convivendo con il terrore dei kamikaze che rende ogni auto una minaccia, mentre gli elicotteri Mangusta esplodono raffiche micidiali, incassando spesso i razzi dei talebani.
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“L’espresso” è in grado per la prima volta di ricostruire la guerra segreta degli italiani grazie ai nuovi documenti concessi da Wikileaks: l’organizzazione creata da Julian Assange che raccoglie atti riservati e li diffonde sul Web. Si tratta di oltre 14 mila rapporti dell’intelligence americana non ancora noti che il nostro settimanale presenta in esclusiva mondiale e che integrano i files divulgati due mesi fa: dossier che mostrano anche la lotta senza quartiere tra spie con una serie di episodi misteriosi. Funzionari italiani che sparano contro uomini dei servizi afghani e vengono poi arrestati da questi ultimi, un presunto terrorista prigioniero degli americani che viene consegnato al nostro governo e trasferito a Roma. Sono tutti documenti ufficiali, raccolti dai comandi Usa, in cui i reparti italiani spesso compaiono con i loro nomi di battaglia, Lupi, Fenice, Vampiri, Cobra, Tigre, Lince, o con gli acronimi delle loro Task Force, Center, North, South, TF45: resoconti in codice che raccontano l’orrore di battaglie e spesso anche la correttezza degli uomini che rischiano la pelle per non coinvolgere civili negli scontri. Un diario impressionante in cui sono elencate diverse centinaia di combattimenti, con decine di italiani feriti in modo più o meno grave di cui non si è mai saputo nulla. Il database parte dal 2005 e arriva fino al 31 dicembre 2009: “L’espresso” si è concentrato sulle informazioni dello scorso anno, quando rinforzi e nuove regole d’ingaggio hanno provocato l’escalation delle operazioni sotto bandiera tricolore.
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Battaglie taciute
Tra maggio e dicembre la Folgore ha cambiato il volto della presenza italiana in Afghanistan. I parà, sostenuti da elicotteri da combattimento Mangusta e dai blindati dei bersaglieri, sono andati alla caccia dei talebani per riprendere il controllo di territori sperduti. E, altra differenza, hanno cominciato ad operare fianco a fianco con gli americani, oltre che con le truppe afghane. I files segnalano oltre 200 scontri in cui sono stati coinvolti i nostri soldati, ma è una raccolta parziale che contiene solo le notizie trasmesse agli Usa.
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Uno dei combattimenti più discussi avviene il 31 maggio 2009 intorno alla base Colombus. Siamo a Bala Murghab sulla frontiera occidentale, il settore strategico per esportare l’oppio che finanzia i talebani. Un confine invisibile: i files segnalano inseguimenti che proseguono nel territorio turkmeno. Poco prima del tramonto, sulle postazioni italiane e su quelle degli alleati afghani cominciano a piovere razzi. I parà rispondono anche con i mortai pesanti da 120 millimetri, quattro granate potenti come cannonate. Poi arriva una coppia di elicotteri Mangusta, che spara almeno un missile Tow «neutralizzando gli avversari». Il primo rapporto del comando italiano sostiene che siano stati uccisi 25 guerriglieri: 20 dai mortai e cinque dal missile.
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Ma il dossier viene corretto nove giorni dopo: ci sarebbe anche un civile ucciso e due feriti. «Non si sa chi li abbia colpiti. Un’indagine è in corso». Non si può escludere quindi che siano vittime dei talebani. La base Columbus nel maggio 2009 viene attaccata quasi tutti i giorni. Uno degli assalti meglio organizzati è all’alba del 9, con più gruppi di guerriglieri che massacrano un plotone di soldati afghani mentre razzi piovono sulle postazioni italiane. I parà escono dal fortino per soccorrere gli alleati, ma vengono aggrediti alle spalle. A quel punto i mortai pesanti aprono il fuoco. Si spara per oltre tre ore. Alla fine il bilancio è drammatico: 11 soldati afghani morti, 12 finiti nelle mani dei fondamentalisti, un civile ucciso e uno ferito, tre italiani colpiti in modo non grave. Si stima che 20 talebani siano stati ammazzati e dieci feriti, ma nessuno può confermarlo: queste vittime vengono catalogate con una formula di incertezza. Due giorni dopo un uomo e un ragazzo feriti da proiettili si presentano alla base in cerca di cure: un elicottero italiano li trasporta in ospedale.
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I limiti dell’autodifesa
Come accade in tutti gli eserciti del mondo, le forze Nato in Afghanistan si comportano in modo molto più determinato quando bisogna salvare commilitoni sotto attacco. L’apocalisse nella zona controllata dall’Italia è l’11 giugno. Una squadra di americani e afghani finisce in trappola nelle viuzze di un villaggio. Una ventina di loro vengono feriti in pochi minuti, anche l’elicottero che li soccorre incassa un razzo. A quel punto si scatena un diluvio di fuoco «in una zona densamente popolata»: viene usato tutto l’arsenale statunitense, razzi al fosforo bianco, dieci bombe, 2.300 proiettili da 30 millimetri. Infine l’ordigno più grande: la Bunkerbuster da 2 mila libbre che spazza via un edificio dove i talebani si erano barricati. Nel combattimento muoiono sei americani e 19 afghani. Nessuna informazione sulle vittime civili. Gli italiani partecipano solo ai soccorsi. Ma come fanno poi i civili a distinguere tra noi che amministriamo il territorio con grande rispetto per la popolazione e chi bombarda? Le divise sono pressoché identiche e i reparti vanno in azione sempre più spesso insieme.
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Due mesi di fuoco

Per rendersi conto di quello che fanno le truppe mandate in Afghanistan per volontà bipartisan del Parlamento basta esaminare i files relativi a due soli mesi. Un campione impressionante della situazione, nonostante si tratti di rapporti parziali. Partiamo dal 16 giugno 2009. La Task Force Lince finisce sotto attacco, risponde usando anche mortai leggeri: si ritiene che i talebani uccisi siano sei. Il 20 nuova sparatoria, tre giorni dopo un blindato finisce su una mina, ma l’equipaggio se la cava. Il 25 una pattuglia combatte a sud, verso il confine iraniano.
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Il 27 a nord verso Bala Murghab un lungo scontro: cinque guerriglieri uccisi. Quasi contemporaneamente a sud si spara per ore per salvare un convoglio di camion americani. Una colonna italiana interviene, ma viene bloccata dalle pallottole. Dal cielo arriva una coppia di elicotteri, si ritiene Mangusta, che spara 20 colpi da 20 millimetri. A dirigere il tiro è un commando italiano, nome in codice Bardo 5. Si stima che sei aggressori restino sul campo. Poche ore dopo un’altra squadra della Folgore viene centrata: salta in aria un Lince, ma c’è solo un ferito leggero. Il 28 fuoco con mitragliere e mortai: un nemico ucciso. Il giorno dopo bomba contro un convoglio logistico: un italiano ferito e un mezzo danneggiato. Il 30 all’alba razzi contro la base Tobruk, che risponde con i mortai da 120, e poco più tardi ancora un raid per aiutare poliziotti afghani in difficoltà.
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Il 2 luglio uno scontro confuso. Ci sono agenti “amici” intrappolati in un edificio. Parà italiani e soldati afghani intervengono, ma sembra che i poliziotti gli sparino contro. Arrivano due elicotteri Mangusta che non risparmiano munizioni: 424 proiettili con il cannoncino e un missile. Nessuna valutazione delle vittime. Il giorno dopo a sud un kamikaze su una moto si lancia contro un blindato italiano: il mezzo si rovescia, due soldati restano feriti. Il 4 all’alba c’è una scaramuccia intorno a un ospedale. Poi nella luce del tramonto i talebani attaccano la cittadella di Herat, dove c’è il comando e vivono quasi 2 mila militari italiani: tirano sette razzi. Due Mangusta decollano e danno la caccia agli incursori, sparando raffiche d’avvertimento. L’indomani una colonna viene bersagliata, ma quando arrivano i caccia americani i miliziani scappano. Il 7 attacco con ordigno e reazione contro gli attentatori in fuga: uno ucciso, uno ferito e uno catturato. Il 9 una pattuglia nei guai risolve la situazione a colpi di mortaio. Il 12 razzi contro le basi Tobruk e Tarquinia. Il 14 a Farah una bomba capovolge un Lince: il mitragliere Alessandro Di Lisio muore, altri due parà all’interno vengono feriti in modo leggero. Il 15 cercano di lanciare un missile contro l’aeroporto di Herat. Il 20 razzi contro la base Tobruk: colpiscono anche una casa, un civile morto e tre feriti. Il giorno dopo a Bala Murghab due bambini finiscono su un ordigno destinato ai parà: uno muore, l’altro viene ferito.
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Pacifici: appello contro il negazionismo. Da Fini e Schifani sì ad una legge

Pacifici: appello contro il negazionismo. Da Fini e Schifani sì ad una legge

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Una legge per introdurre il reato di negazionismo: è la proposta rilanciata oggi in una lettera a Repubblica da Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma, dopo le polemiche suscitate dall’intervento del professor Claudio Moffa, che nella lezione conclusiva del master ‘Enrico Mattei in vicino e medio oriente’ all’università di Teramo ha sostenuto di recente che «non c’è alcun documento di Hitler che dica di sterminare tutti gli ebrei».

A giudizio di Pacifici, va approvata «una legge che una volta per tutte in Italia renda reato il negazionismo e il ridimensionamento dei numeri della Shoah». Alla vigilia dell’anniversario della deportazione degli ebrei di Roma, Pacifici lancia l’idea di prendere «l’impegno, fino al 27 gennaio prossimo (giorno della memoria, ndr), di mettere nero su bianco un testo di legge sul negazionismo, da far discutere e approvare dal nostro Parlamento».

Di qui l’appello «in primis ai presidenti di Camera e Senato di fare uno sforzo in tal senso e calendarizzare la discussione», ma anche «ai parlamentari di tutti gli schieramenti, una volta per tutte, affinchè promuovano unitariamente questa legge, che nel 2007 si arenò nonostante un ddl dell’allora ministro alla Giustizia Clemente Mastella». Pacifici si rivolge anche «a tutti gli amministratori locali e ai media affinchè si esprimano a favore di questa legge, che considero la nostra ultima chance».

Il presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, ha scritto oggi al presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, per manifestare il proprio sostegno circa i contenuti dell’appello apparso oggi su La Repubblica. Fini si è, inoltre, impegnato a sensibilizzare i gruppi parlamentari affinchè possano assumere al più presto, provvedendo al contempo a richiederne la calendarizzazione, ogni iniziativa legislativa volta a contrastare gli irresponsabili profeti del negazionismo.

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15 ottobre 2010

fonte:  http://www.unita.it/news/italia/104665/pacifici_appello_contro_il_negazionismo_da_fini_e_schifani_s_ad_una_legge

 

INSICUREZZE – Ragazzi dal chirurgo per correggere i genitali / Pene: La storia delle dimensioni e la sindrome da spogliatoio

Ragazzi dal chirurgo per correggere i genitali

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Non sono più solo le ragazze a essere condizionate dalle ‘maggiorate’ della Tv e a voler andare per un ritocco dal chirurgo estetico. Adesso anche i ragazzi, a causa di leggende metropolitane e al materiale pornografico su internet, incorrono in un nuovo disturbo psicologico, la dismorfofobia, chiedono al chirurgo di ‘correggerè i loro genitali. A dirlo sono gli urologi riuniti oggi a Milano per presentare il Convegno nazionale della Società italiana di urologia (Siu) che si aprirà domenica.

La dismorfofobia, spiegano gli esperti, è vero e proprio disturbo psicologico che porta i giovani a credere i propri genitali inadeguati proprio perchè si confrontano con modelli ‘oversize’. «Dieci anni fa questo problema non esisteva – spiega Vincenzo Mirone, segretario generale Siu – mentre adesso sono molti i ragazzi sui 18 anni che, per insicurezza e per una mancata educazione sessuale nelle scuole, richiedono al medico un intervento di chirurgia estetica ai genitali. Ma poichè questo va fatto solo nei casi di reale necessità, sono pochissimi i veri candidati: la maggior parte delle volte si tratta invece di un disturbo psicologico, una neo-patologia psicosociale data forse dal fatto che i ragazzi, a differenza delle ragazze che hanno mamma e ginecologo con cui confrontarsi, sono più soli e disinformati». Proprio per questo la Siu «sente fortemente la necessità di una corretta informazione sulle problematiche che affliggono la vita sessuale», tanto che per l’anno prossimo, prosegue Mirone, «è in cantiere un progetto di educazione sessuale nelle scuole medie inferiori, e la Siu sta pensando una campagna da proporre ai ministeri competenti». Infine, attenzione anche alla prevenzione: «con la scomparsa della visita di leva – concludono gli esperti – i giovani non vengono più controllati, e sono quindi in aumento le patologie a carico dei testicoli, come tumori e varicocele», prevenibili con semplice auto-palpazione.

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15 ottobre 2010

fonte:  http://www.leggo.it/articolo.php?id=85253&sez=SALUTE

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Quanto devo essere grande?

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La storia delle dimensioni e la sindrome da spogliatoio
L’organo maschile può avere dimensioni diverse, con una notevole varietà da un individuo all’altro. Mediamente, durante l’erezione il pene raggiunge una lunghezza compresa fra 12 e 16 centimetri, con una circonferenza di circa 12 centimetri. Possono però esserci variazioni rispetto a questi numeri, sia in eccesso che in difetto, e rientrano perfettamente nella norma. Dal punto di vista medico un pene viene invece definito piccolo quando durante l’erezione non supera i 7 centimetri, perché in questo caso l’organo maschile non riesce a penetrare adeguatamente il canale vaginale femminile. Quando il pene non è in erezione le sue misure possono variare molto ed essere legate a fattori fisiologici, come ad esempio la temperatura (quando è caldo il pene si distende, quando è freddo si restringe), o alla struttura anatomica dell’individuo. Inoltre ci sono situazioni che possono mascherare le reali dimensioni del pene, ad esempio se si è sovrappeso l’aumento del grasso nella zona pubica fa apparire il pene più piccolo di quanto non sia e lo stesso effetto è determinato da un’anomala curvatura dell’asta oppure da una eccessiva estensione della cute che lo riveste.

Indipendentemente dalle effettive dimensioni del pene, alcune persone sviluppano la cosiddetta sindrome da spogliatoio: un malessere psicologico che ci porta a convincerci che il nostro organo maschile non ha dimensioni soddisfacenti. Il nome di questo disagio deriva dal fatto che riguarda principalmente i giovani, anche se non solo loro, e nasce soprattutto quando incominciamo a condividere la doccia con i compagni dopo una attività sportiva, e quindi a confrontarci. All’origine di tutto vi è una errata percezione del nostro aspetto fisico che in questo caso si concentra sul pene, di cui non accettiamo le misure nonostante siano oggettivamente normali.

Sindrome da Spogliatoio

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Dal punto di vista medico disturbi di questo tipo si chiamano dismorfofobie e possono riguardare diversi aspetti del corpo, ad esempio nell’anoressia una dismorfofobia porta persone magrissime a considerarsi sovrappeso.
Spesso la sindrome da spogliatoio nasce da un semplice effetto visivo: se l’auto-osservazione viene fatta guardando dall’alto al basso, la prospettiva ci fornisce una immagine più accorciata e meno proporzionata di quella che otteniamo invece guardando una persona che ci sta di fronte.

Per rendercene conto, basta fare la prova, osservandoci prima abbassando lo sguardo verso i nostri organi maschili e poi frontalmente guardandoci allo specchio. Inoltre la sindrome da spogliatoio nasce dal fissare la nostra attenzione sulle dimensioni del pene a riposo, nonostante queste misure non abbiano né importanza da un punto di vista funzionale né una qualche correlazione con le dimensioni in erezione.

Alcuni pensieri tipici della sindrome da spogliatoio sono:

* Penso alle dimensioni del mio pene tutto il giorno

* Proverei vergogna se qualcuno mi potesse vedere

* Sono preoccupato per gli effetti che le dimensioni del mio pene possono avere sulla mia vita sessuale  o sulla mia fertilità

* Sono preoccupato perché non mi vedo attraente per una ragazza

Chi ha la sindrome da spogliatoio potrebbe:

* Provare “paura” o “insicurezza” verso i rapporti con le ragazze, nel timore di un rifiuto a causa delle dimensioni del pene, al punto di non tentare neppure un primo contatto o avvicinamento

* Avere un calo nell’autostima e provare disagio fino ad evitare di incontrare persone o amici

* Evitare di guardarsi allo specchio.

È importante parlare delle nostre paure con un andrologo, in modo da poterle affrontare adeguatamente e superare.

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Quanto devo essere grande?

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fonte:  http://www.amicoandrologo.it/ledimensioni/

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Docu – L’allungamento del pene

lele74gtvarese | 22 gennaio 2010

ATTENZIONE

Questo video contiene immagini che potrebbero turbare la tua sensibilità, comunque adatte ad un pubblico adulto.

SASSARI – Branco aggredisce transessuali e ne danneggia l’abitazione: 2 arresti

Branco aggredisce transessuali e ne danneggia l’abitazione: 2 arresti

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SASSARI (15 ottobre) – Un’azione punitiva contro l’abitazione di due transessuali colombiani è stata messa a segno durante la notte nel centro storico di Sassari da un commando composto da una decina di giovani a volto scoperto e armati di spranghe e bastoni. Due dei presunti responsabili dell’aggressione sono finiti in manette e sono stati rinchiusi in carcere con le accuse di danneggiamento aggravato e rapina. Sono in corso da parte della polizia le ricerce degli altri malviventi che sono riusciti a fuggire.

Sono stati gli agenti della Squadra Volante della Questura di Sassari, guidati dal dirigente Bibiana Pala, a arrestare Fabio Grizzuti, ambulante sassarese di 23 anni, e Stefano Delogu, di 19, anch’egli di Sassari. Secondo il racconto delle vittime, poco dopo le 23:30 il commando sarebbe entrato in azione nei vicoli del centro storico di Sassari, non lontano dalla stazione ferroviaria. Dopo aver insultato per strada un transessuale colombiano, di 36 anni, da poco tempo in Italia, il commando lo ha seguito fino alla sua abitazione. Il transessuale si è barricato dentro la casa ma il commando ha sfondato la porta.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=122912&sez=HOME_INITALIA

In Abruzzo sono rimasti paesi fantasma, fermi alla prima scossa del sisma

Reportage dopo il terremoto/ puntata 2

In Abruzzo sono rimasti paesi fantasma,  fermi alla prima scossa del sisma

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Castelnuovo, frazione di San Pio delle Camere – fonte immagine

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E’ il caso di San Pio delle Camere, in mezzo alle macerie, dove non sono ancora stati messi in sicurezza gli edifici

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L’AQUILA – Quella del terremoto è una cicatrice ancora ben visibile sull’Abruzzo. Nei cinquantasei Comuni colpiti dal sisma, infatti, la ricostruzione è ancora di là da venire. In alcuni si è iniziato a intervenire sulle strutture meno danneggiate, in altri mancano ancora i progetti definitivi. E in altri ancora non sono stati neanche messi in sicurezza gli edifici.

TUTTO FERMO COME LA NOTTE DELLA SCOSSAE’ il caso di Castelnuovo, frazione di San Pio delle Camere, venti chilometri a sudest dell’Aquila. Castelnuovo è un paese fantasma. Tutto è rimasto come la notte della scossa, quando il paese fu evacuato, chiuso e dimenticato, anche dalle cronache. Qui, come altrove, squarci, crepe, crolli e macerie sono segni indelebili che riportano al 6 aprile 2009. Già, le macerie. Il loro mancato sgombero è una delle cause della lentezza della ricostruzione, alla quale si aggiungono la farraginosa burocrazia italiana (nonostante la decretazione d’urgenza), la complessità dell’area colpita, zeppa di edifici storici e anche alcune responsabilità politiche. «Finita la fase più emozionale – dice il sindaco dell’Aquila Cialente – quella dell’emergenza, nella quale il governo era più interessato a fare vedere quanto lavoro si stava facendo, dopo di allora il ministero dell’Economia ha iniziato a frenare. Al commissario Chiodi e a me, in qualità di vicecommissario, sono iniziati a mancare i fondi».

CIFRE MISTERIOSEE’ difficile capire quanti soldi siano circolati e stiano circolando intorno al terremoto in Abruzzo. Tanti, sicuramente. Abbastanza da far ridere qualcuno in quella tragica notte, come abbiamo appreso dalla cronache giudiziarie. «Nemmeno la fase dell’emergenza è stata gestita bene – dice Alessio Di Giannantonio, responsabile comunicazione del Comitato 3e32 –. Abbiamo chiesto più volte trasparenza. Quanto è stato speso per le tendopoli, per i cibi e i beni di prima necessità? Non abbiamo mai ottenuto risposta». Eppure operare in modo diverso è possibile. Ce lo stanno insegnando i tedeschi a Onna, la frazione dell’Aquila “adottata” da Berlino. Alcuni giorni fa l’ambasciata tedesca ha consegnato il primo edificio definitivo: Casa Onna, una sala polivalente destinata all’intera comunità. Entro pochi mesi inizieranno i lavori sulla chiesa, gravemente colpita, mentre il masterplan per la ricostruzione dell’intero borgo è già pronto. Beata efficienza teutonica.

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Domenico Affinito
15 ottobre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_ottobre_15/abruzzo-reportage-puntatadue_b32f1318-d856-11df-ad4e-00144f02aabc.shtml

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Terremoto L’Aquila: a Castelnuovo tutto fermo al 6 aprile

Terremoto, la rabbia dei residenti di Castelnuovo

Annozero andrà in onda: sanzione bloccata dopo la richiesta di arbitrato / L’appello di Michele Santoro

La firma di Enrico Mentana

Intanto anche Enrico Mentana firma per il collega

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Annozero andrà in onda: sanzione bloccata dopo la richiesta di arbitrato

Santoro contro la sospensione di 10 giorni decisa da Masi. Boom di ascolti: 6 milioni e 200 mila telespettatori

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MILANO – Le prossime due puntate di Annozero andranno regolarmente in onda. È stata infatti formalizzata la richiesta di arbitrato presentata da Michele Santoro contro la sospensione di 10 giorni decisa dal direttore generale, Mauro Masi. Di conseguenza, secondo quanto previsto dall’articolo 7 dello Statuto dei lavoratori, la sanzione disciplinare resta sospesa fino alla pronuncia da parte dell’arbitro. Anche se il datore di lavoro adisce l’autorità giudiziaria, la sanzione disciplinare resta comunque sospesa fino alla definizione del giudizio. Le prossime due puntate di Annozero, che sarebbero saltate qualora la sanzione fosse stata esecutiva da lunedì 18 come previsto, potranno quindi andare in onda regolarmente.

ASCOLTI – Intanto, la puntata di giovedì ha fatto registrare ottimi risultati. Annozero ha stravinto il prime time avendo ottenuto 6 milioni 283 mila spettatori e uno share del 23.47. E il giorno dopo l’appello con cui ha invitato i telespettatori a sostenere il programma con una raccolta di firme, Santoro afferma che «i segnali sono molto incoraggianti soprattutto se si pensa che durante la trasmissione abbiamo avuto già mille sottoscrizioni».

MENTANA FIRMA – E anche Enrico Mentana, direttore del Tg La7, firma l’appello di Santoro: «Sono un telespettatore di Annozero e non voglio essere punito al posto di Santoro, è ingiusto e insensato sospendere il programma», scrive Mentana. Messaggio che si legge, anche nella versione originale e autografata – con numero della tessera dell’Ordine giornalisti – sul sito di Annozero.

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Redazione online
15 ottobre 2010

fonte: http://www.corriere.it/politica/10_ottobre_15/annozero-onda-santoro-arbitrato-masi_4689fbb0-d856-11df-ad4e-00144f02aabc.shtml

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Annozero deve continuare

L’appello di Michele Santoro

15-10-2010 12:01

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Annozero deve continuare

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Cari amici, vi ringrazio per le adesioni al mio appello che sono già migliaia, ma dobbiamo ottenere il massimo del risultato. Quindi vi chiedo di raccogliere anche le firme di chi non usa internet inviandole contemporaneamente a questi indirizzi:

annozerodevecontinuare@yahoo.it

segreteriapresidenza@rai.it

Il primo indirizzo è molto importante per avere il quadro completo delle adesioni raccolte. Potete utilizzare la formula seguente o un’altra con le stesse caratteristiche:

“Gentile presidente Paolo Garimberti, i sottoscritti abbonati Rai chiedono di non essere puniti al posto di Santoro e che Annozero continui ad andare in onda regolarmente.”

Vi prego di seguire queste semplici raccomandazioni e di far girare la nostra sottoscrizione usando la rete perché è l’unica opportunità che possiamo gestire con le nostre forze.

Un abbraccio

Michele Santoro

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