MA CHE BELLA GENTE – Milano, conferenza su ex generale SS nell’anniversario della Marcia su Roma / STORIA – Il Duce volle SS italiane con licenza d’uccidere

Milano, conferenza su ex generale SS nell’anniversario della Marcia su Roma

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L’iniziativa in programma il 28 ottobre nella sede del gruppo di estrema destra Hammerskins
La denuncia di Rifondazione: “Intollerabile e inaccettabile apologia degli orrori del Terzo Reich”

Milano, conferenza su ex generale SS nell'anniversario della Marcia su Roma Il generale Leon Degrelle

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Una conferenza dedicata alla figura di un ex generale delle Ss nel giorno dell’anniversario della Marcia su Roma: è quanto ha organizzato l’associazione Lealtà e Azione, del gruppo di estrema destra Hammerskins, a Milano il 28 ottobre alle 21 nella nuova sede in viale Brianza. L’incontro sarà centrato sull’ex generale belga Leon Degrelle, fondatore del rexismo, movimento nazionalista belga, e del contingente vallone delle Waffen Ss, morto in Spagna nel 1994.

La locandina della conferenza

La serata dedicata a “Leon Degrelle, dal movimento rexista alla Wallonie Ss”, come si legge nel manifesto dell’iniziativa, “è un’apologia degli orrori del Terzo Reich, intollerabile e inaccettabile – ha affermato Antonello Patta, segretario provinciale di Rifondazione comunista-Federazione della sinistra – che offende la memoria delle vittime del nazismo, dei deportati per motivi razziali nei campi di concentramento e dei perseguitati politici. Per questo chiederemo un immediato intervento del prefetto e del questore di Milano affinché una simile vergognosa iniziativa non abbia luogo, tanto più convocata, crediamo non a caso, nella data del 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma”.

Sulla vicenda interviene anche Emanuele Fiano, presidente del forum Sicurezza del Pd, che concorda con la richiesta al questore e al prefetto e annuncia una interrogazione urgente al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, per chiedere “quali provvedimenti intenda adottare su questo vergognoso episodio”.

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20 ottobre 2010

fonte:  http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/10/20/news/milano_conferenza_su_ex_generale_ss_nell_anniversario_della_marcia_su_roma-8267721/?rss

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Vorrei dare un ulteriore contributo a quanti hanno a cuore la ‘verità storica’ e non si limitano a deliranti rievocazioni di un passato terribile e pieno di orrori. Ho avuto un padre ‘idealista’ fascista, volontario della R.S.I. e che è appartenuto alle SS italiane nel reparto guastatori, per cui so qualcosa della guerra e conosco i limiti che può raggiungere il fanatismo (ammesso che di limiti ne abbia). E la trama nera del fanatismo si sta ritessendo, in Italia come nel resto d’Europa, e prefigura nuovi orrori e tragedie sempre più grandi.  La ritessono sulla pelle di ragazzotti gonfi di steroidi, che si fanno riempire la testa di slogan e discorsi da uomini della caverne, facendosi accendere il sangue dalle ‘gesta eroiche’ di sinistri figuri che di eroico avevano niente. E poi marciare, uccidere e morire per un mucchio di parole svuotate del loro profondo significato come patria- onore- libertà. Proprio come mio padre.

mauro

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IL DUCE VOLLE LE SS ITALIANE CON LICENZA DI UCCIDERE

I due dittatori si imitavano l’un con l’altro. Proclamata la repubblica di Salò Mussolini progettò un Gruppo che Hitler fece addestrare in Germania

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di STEFANIA MAFFEO

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La storia del corpo delle SS italiane (“Schutzstaffeln”, “squadre di protezione”: polizia di partito e guardia personale di Hitler, fondata nel 1925) è ancora oggi poco conosciuta e studiata. Rarissime le ricerche su questa pagina tra le più inquietanti della Repubblica Sociale di Salò[1]. Ma chi erano le SS Italiane? Eloquenti, a tal proposito, le parole di Ricciotti Lazzero: << Nelle loro file ci fu di tutto: idealisti, illusi, fanatici, profittatori, gente in buona e malafede, persone che colsero l’occasione per rientrare in Italia dai campi di concentramento, individui violenti, altri che credevano in un nuovo ordine europeo all’ombra della svastica e ne volevano essere i forgiatori, e, quindi, ad un certo momento, i privilegiati, ed anche prigionieri messi di fronte all’alternativa: o con noi o al muro>>[2].

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L’esistenza di una milizia armata di SS italiane fu proposta direttamente da Mussolini fin dal suo arrivo in Germania, a metà settembre del 1943 (anche se non si saprà mai se la sua richiesta fu spontanea o

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Un manifesto delle
manovrata), dopo la sua liberazione dalla prigionia sul Gran Sasso. Il Duce illustrò il suo progetto al quartier generale dell’esercito tedesco, a Rastenburg, direttamente ad Hitler, che lo sottoscrisse delegando Himmler per l’attuazione. Venne così istituita, il 2 ottobre del 1943, un’unità combattente formata da volontari italiani, “affiliata” (Bestandteil) alle Waffen-SS. Tra i diciotto ed i ventimila furono in totale i volontari italiani – la cifra esatta non si è mai riusciti a definirla con certezza – che si posero al totale servizio della Germania.
Nel quadro composito delle milizie e delle forze armate della Rsi[3] le SS italiche costituirono in questo contesto un corpo a parte. A metà novembre del 1943, dopo un periodo addestrativo presso il poligono Feldstetten di Muensingen, nella Germania sud-occidentale, tra le colline del Giura svevo, a 40 chilometri da Stoccarda, i volontari italiani prestarono giuramento di fedeltà ad Hitler come comandante supremo delle forze armate dell’Asse. Questa la formula utilizzata: “Giuro davanti a Dio questo sacro giuramento, che combattendo per la mia patria Italiana contro i suoi nemici, sarò incondizionatamente obbediente al comandante supremo delle Forze Armate tedesche, Adolfo Hitler e sempre disposto a dare la mia vita per questo giuramento”.
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Quando fece rientro in Italia a fine novembre la Milizia Armata, fu il generale di brigata delle Waffen-SS Peter Hansen, di origini cileno con fama di duro, ad assumerne per primo la direzione operativa, dipendendo a sua volta dal generale Karl Wolff, comandante supremo delle SS e della polizia tedesca nell’Italia occupata. Per motivi di salute Hansen fu sostituito al comando dell’unità italiana temporaneamente da Gustav Lombard (dal 28 ottobre al 6 dicembre) e poi da Eugen von Elfenau (dal 6 dicembre ala fine di gennaio 1944). Tutti i gradi più importanti erano tedeschi, i nomi dei volontari venivano inviati a Berlino e gli stessi ordini per gli ufficiali superiori erano dati in lingua germanica.
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L’equipaggiamento era scarso e vario, frutto delle rimanenze dei magazzini tedeschi ed italiani. La giubba era quella italiana, i pantaloni erano modello rotondo (rundbundhosen) dei paracadutisti o quelli del regio esercito. Le divise, a differenza delle SS tedesche, ebbero mostrine rosse. I gradi erano ordinati secondo la gerarchia tedesca. Sui berretti e sugli elmetti il “teschio d’argento” e le due SS stilizzate dipinte in vernice bianca. Unici segni distintivi: un’aquila su fascio littorio romano (per evidenziare la propria nazionalità) e, verso la fine del 1944, il simbolo delle tre frecce incrociate racchiuse in un cerchio da portare sulla mostrina destra.
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Sul cinturone la sinistra fibbia con il teschio incrociato dalle ossa. L’armamento era abbastanza misero, anche se i Tedeschi avevano fatto razzia di armi nelle caserme: non fidandosi del tutto dei volontari italiani, razionavano fucili e cartucce. Il vitto era buono per tenere alto il morale dei soldati. Il Comando tedesco depositava su un conto bancario la paga dei belligeranti a favore delle famiglie, per consolidare la dipendenza dalla Germania. Non erano salari esaltanti (42 marchi, ed un marco equivaleva a 10 lire, al mese per un soldato semplice celibe, 63 se sposato, più 18 marchi per ogni figlio entro i sedici anni; 84 marchi ad un sergente celibe e 123 se sposato; 126 o 162 al sottotenente; 170 o 215 al Capitano; 200 o 260 al maggiore; 245 o 315 al tenente colonnello; 310 o 400 al colonnello; 380 o 495 al maggiore generale; 450 o 585 al tenente generale), ma contribuivano all’arruolamento.
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Vi era anche un incentivo speciale di 1000 lire a fine mese per i soldati che si erano distinti nella lotta ai partigiani, nella cattura di armi e depositi di materiali e nello sventare atti di sabotaggio. Tra coloro che aderirono alle SS anche un cappuccino dei Frati Minori, padre Eusebio (al secolo Eugenio Zappaterreni)[4]. Va precisato che nelle SS italiane, il cui motto era “Il nostro onore si chiama fedeltà”, in realtà, non tutti si unirono agli ex alleati germanici volontariamente. Oltre ai casi di arruolamento per genuino entusiasmo fascista, non isolati furono quelli per sfuggire allo spaventoso trattamento riservato dai tedeschi ai “traditori di Badoglio”[5] e di diserzione, a volte tragicamente conclusisi con la fucilazione.
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Dai
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Hitler e Mussolini
centri di reclutamento (Cars, centri di addestramento per le truppe destinate alla guerriglia antipartigiana) in Germania per Italiani destinati alle divisioni SS le fughe si moltiplicavano. Il I° Battaglione SS “Debica”, costituito da tre gruppi[6], era l’unico reparto ad essere indicato fin dalla sua costituzione come reparto SS; si era formato a Debica, presso Cracovia, in Polonia, da cui rientrò nel febbraio del 1944, quando venne firmato da Mussolini e dal Ministro della Giustizia Pisenti un bando che comminava la pena di morte ai renitenti ed ai disertori. Il bando doveva scadere il 28 febbraio, ma, visti gli scarsi risultati, fu fatto scivolare all’8 di marzo[7]. Sempre a febbraio venne anche fondata la I Brigata d’Assalto della Legione SS Italiana.
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Complessivamente i battaglioni della Waffen Militz italiana furono tredici, con circa 14.000 uomini, che vennero dislocati nella Pianura Padana, lontano dal fronte vero e proprio, con compiti di sicurezza interna, in senso di lotta ai ribelli, caccia ai partigiani. Il 6 marzo Himmler stabilì che gli Italiani che avevano prestato giuramento di fedeltà ad Hitler e combattevano nelle SS o nella Wehrmacht potevano ricevere tutte le decorazioni come i soldati tedeschi; nello stesso mese entrarono in funzione in tutto il territorio della Repubblica di Salò i centri di arruolamento delle SS italiane gestite dall’Ispettorato delle Legioni Volontari Italiani, al cui vertice c’erano Piero Mannelli ed Erich Tschimpke: in tutto 29 uffici principali e 6 secondari.
Tutte le città italiane vennero invase dai manifesti realizzati, come le cartoline, dalla matita fascista di Gino Boccasile, che incitavano i giovani ad arruolarsi per l’onore della Patria e per continuare la lotta al fianco dei camerati tedeschi; anche sui giornali apparvero bandi di arruolamento. Tutti i volontari venivano schedati, selezionati: la loro vita veniva passata al setaccio e nei registri dell’amministrazione militare tedesca venivano inseriti anche i nomi e gli indirizzi dei familiari. Una precauzione chiara, ed espressa in chiare parole, di rivalsa e di punizione nel caso di eventuale diserzione.
Il 17 marzo 1944 i volontari italiani SS, guidati da Carlo Federigo Degli Oddi, parteciparono alla controffensiva tedesca nel settore di Anzio e Nettuno per contrastare le truppe alleate ivi sbarcate. Sul numero 4 di “Avanguardia”, il giornale delle SS italiane, comparve il primo articolo riguardante l’impegno sul fronte laziale: << Sul fronte di Nettuno, nel corso di azioni di pattuglie e di tentativi d’infiltrazione del nemico, unità della Legione SS italiana hanno decisamente contrattaccato ristabilendo prontamente la situazione precedente. I volontari della nuova Italia, alla prova del fuoco, hanno dimostrato eccellente spirito combattivo ed ottimo morale>>.
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I legionari italiani combatterono senza ricevere mai il cambio una dura guerra di posizione, accovacciati in buche paludose per ben nove settimane su un fronte di cinque chilometri e mezzo. Le SS italiane respinsero gli assalti nemici, ma dovettero pagare un alto tributo di vittime: di 640 uomini ne caddero 340, ottenendo la Medaglia d’Argento al Valore Militare. Dopo la breve parentesi sul fronte laziale, i volontari SS ritornarono alla lotta contro i partigiani. Si hanno notizie di eccidi di civili numerose battaglie feroci, durante i rastrellamenti[8].
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Il maestro di musica Aldo Finzi, nato da un’antica famiglia ebrea di Mantova, fu perseguitato dalle SS italiane, che si recarono a perquisire il suo alloggio e catturarono il figlio come ostaggio. Il musicista si consegnò immediatamente alla milizia e, dopo “una lauta offerta”, gli riconsegnarono il figlio[9]. Ma il contributo di orrore e di ferocia delle SS italiane si espresse anche in altri campi: nei corpi delle polizie speciali che infestarono l’Italia (assai noto il caso della cosiddetta “banda Carità”, guidata da uno dei più sanguinari torturatori della Rsi che operò a Firenze, Padova e Vicenza, e che si presentava come ufficiale delle SS) e, soprattutto, con funzioni da carcerieri, nel lager-crematorio della Risiera di San Sabba, unico campo con forno crematorio in Italia, quasi nel cuore di Trieste, tristemente noto come “Stalag 339”.
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A San Sabba, quindi, c’erano, tra gli aguzzini, anche gli italiani, con la solita divisa delle SS, persone terrificanti che non esitavano un istante a picchiare, insultare e torturare compatrioti poveri o ricchi, partigiani, ebrei, semplici antifascisti o gente incappata per caso in qualche rastrellamento. La Risiera di San Sabba era un noto stabilimento industriale costruito a Trieste nel 1913. In città lo conoscevano tutti perché tanta gente vi aveva lavorato all’interno per la pilatura del riso.
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Un altro manifesto delle SS
Fascisti e nazisti lo avevano subito sequestrato e trasformato in prigione provvisoria per i soldati italiani catturati dopo l’8 settembre 1943. Venne battezzato “Stalag 339” e poi, verso la fine del 1943, fu trasformato in Polizeihaftlager (campo di detenzione di polizia). Chi finì in quel lugubre edificio? Migliaia di soldati italiani che erano stati catturati dai nazisti in Grecia, in Jugoslavia, in Albania e lungo la costa Adriatica.
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Perfino alcuni superstiti della divisione Acqui, che si era battuta eroicamente a Cefalonia contro i nazisti, furono gettati nel forno crematorio. Poi gli ebrei, gli antifascisti, i rastrellati, i partigiani italiani ed un gran numero di partigiani sloveni, croati e serbi che si battevano, con Tito, contro gli occupanti fascisti e nazisti. Ne furono portati a Trieste da tutta la Dalmazia. I pochi superstiti ricordano ancora, per esempio, la fine del partigiano italiano vicecomandante della formazione partigiana “Osoppo”, al quale fu orrendamente passata la carta smeriglio sugli occhi per poi spingerlo nel fuoco. Si calcola che nella Risiera vennero sterminate dalle tremila alle cinquemila persone. Altre migliaia rimasero prigioniere in quelle celle per poi essere trasferite nei campi di sterminio di Dachau, Mauthausen e Auschwitz.
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Quasi sempre chi finiva in Germania ed in Polonia per essere portato a morire veniva accompagnato a destinazione proprio dalle SS italiane, insieme a quelle ucraine e russe, che parteciparono anche a tutta una serie di rastrellamenti sui monti intorno a Trieste. Per costruire il forno crematorio della Risiera era sceso fino a Trieste lo specialista Erwin Lambert, ufficiale delle SS che, in versione più grande, aveva già costruito i forni di Treblinka e Sobibor. Il “collaudo” del forno della Risiera venne portato a termine nei primi giorni dell’aprile del 1944, quando furono “passati per il camino” i 71 corpi degli ostaggi fucilati al poligono militare di Opicina. Si trattava della rappresaglia ad un attentato partigiano.
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Dopo la “prova di funzionamento” il forno prese a marciare regolarmente. Quando le vittime venivano “preparate” e poi colpite alla testa dal boia (un ucraino o un italiano) gli altoparlanti della Risiera venivano alzati a tutto volume perché da fuori non si sentissero le urla di chi era in fila in attesa della morte. Altre volte erano i cani lupo ad abbaiare al momento opportuno. Ci sono le testimonianze dei sopravvissuti che hanno raccontato il loro stupore sentendo quei massacratori parlare la loro lingua, qualche volta addirittura con inflessioni locali. Si avventarono con i loro simboli di morte, che fecero diventare effettivi, su bimbi in fasce che potevano essere loro figli. Su donne che potevano essere loro madri o sorelle. Su vecchi, dell’età dei loro padri, che forse non erano mostri, ma mostri generarono.
Il 9 marzo 1945 venne ufficialmente adottata la denominazione 29a Divisione Waffen SS Italia, più precisamente la “29 Waffen-Grenadier-Division der SS Italienische Nr.1”, un “ordine” di “uomini razzialmente e fisicamente scelti”, come recitava un loro manuale, seguito “spiritualmente” dal cappellano Don Gregorio Baccolini. Il 25 aprile del 1945 il comandante Franz Binz ordinò la ritirata ai suoi legionari, nello stesso momento in cui Mussolini stava andando a Milano a trattare, tramite il cardinale Schuster, con il Comitato di Liberazione Nazionale. Binz, in ritirata, riuscì ad impossessarsi di dodici autocarri prelevati a dei partigiani per proseguire verso Somaglia. Bersagliato dall’aviazione alleata, tentò di raggiungere la Brianza, ma il giorno 30 si arrese a Gorgonzola, nei pressi di Milano, ai carri armati americani, senza sparare un colpo. Per concludere in maniera completa la nostra trattazione va, inoltre ricordato, che molti italiani furono inquadrati anche in altre Divisioni Waffen SS dopo l’8 settembre 1943.
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La maggior parte di essi ottenne il privilegio di portare le mostrine della SS sin dall’inizio, a differenza dei loro camerati della 29esima Divisione. Gruppi di soldati italiani combatterono in Ucraina contro le forze sovietiche (novembre 1943); gli italiani della Lah, reduci dal fronte russo, vennero assegnati, nella primavera del 1944, alla 12esima Divisione Hitlerjugend, che combatté in Normandia contro gli alleati. In Grecia, la 4 Divisione SS Polizei arruolò centinaia di italiani della milizia e dell’esercito intorno a Volos; in Jugoslavia, un migliaio di italiani vennero aggregati alla 7 Divisione SS Prinz Eugen ed altri combatterono in Croazia. Anche nella 28esima Divisione SS Wallonie vennero impiegati nostri volontari.
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NOTE
[1] 1. L’ultimo lavoro storicamente approfondito (“Le SS italiane” di Ricciotti Lazzero, Rizzoli, Milano, 1982) risale ormai a più di vent’anni fa. Un testo da tempo fuori catalogo e quasi introvabile. Oltre ad esso possiamo aggiungere due testi più recenti: “Sentire-Pensare-Volere, Storia della Legione SS Italiana”, di Sergio Corbatti e Marco Nava, Ritter, Milano, 2001; “Le SS Italiane”, di Primo De Lazzari, Teti Editore, 2002, con prefazione di Arrigo Boldrini, presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani, Medaglia d’Oro al Valore Militare. Di ausilio per la stesura del saggio sono stati anche due articoli: “La Legione SS Italiana”, di Marco Novarese, pubblicato sulla rivista “Storia del XX Secolo”, dicembre 1997, e “Italiani nelle Waffen SS”, di Massimiliano Afiero, pubblicato sulla rivista “Storia del Novecento, luglio 2001.
[2] 2. “Le SS italiane” di Ricciotti Lazzero, Rizzoli, Milano, 1982, pag. 11.
[3] 3. Guardia Nazionale Repubblichina, Brigate Nere, Xmas.
[4] 4. Già cappellano della divisione alpina Julia, venne assegnato alla base atlantica di Bordeaux: Operò in Normandia per favorire l’arruolamento dei volontari italiani nella 17.SS-Panzer-Division “Gotz von Berlichingen”, che era in corso di costituzione nella zona di Tours. Incontrò diversi ufficiali tedeschi; si occupò della costituzione di un battaglione di 500 uomini guidati dal maggiore Marenghi, inviandone rapporto al Duce.
[5] 5. Un gruppo di prigionieri italiani internati aderì alla proposta del Maggiore Fortunato, ex comandante del XIX Battaglione del VI Bersaglieri con il Csir, tra i primi a schierarsi al fianco dei Tedeschi.
[6] 6. Il 9 settembre 1943 una Legione di Camicie Nere, inquadrata su tre battaglioni di 2950 uomini di stanza a Praga agli ordini del console Paolo de Maria, alla notizia dell’armistizio decise di proseguire a fianco dell’alleato la guerra e si mise a completa disposizione delle autorità militari tedesche. In seguito, il Miliz- Regiment de Maria divenne un reggimento di polizia SS agli ordini di Himmler e si spostò a Mestre.
[7] 7. “La repubblica di Salò”, di Giorgio Bocca, Editore Laterza, Roma-Bari,1977.
[8] 8. La notizia è riscontrabile sul sito:
www.stm.unipi.it/stragi/new/stragiItalia/elencoepisodiitalia/elencostragide20%simone.htm.
[9] 9. Di questo episodio si ha notizia sul sito dedicato al grande musicista che, in segno di ringraziamento per la sua salvezza e quella del figlio, compose “Salmo per coro ed orchestra”.
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