Archivio | ottobre 23, 2010

DONNE, CULTURA & SOCIETA’ – «Ma tu sei sola?»: la domanda più imbarazzante per le donne dopo i 30

Una donna sola ha un potenziale destabilizzante

«Ma tu sei sola?»: la domanda più imbarazzante per le donne dopo i 30

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Se per le femmine due è il numero perfetto, come sopravvivere con intelligenza e ironia

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Il mondo è come l’arca di Noè. Ci si sale in due. A noi ragazze lo insegnano subito, da quando, ancora all’asilo, il tormentone è: «Ce l’hai il fidanzatino?». Due, per le femmine, diventa il vero numero perfetto, la bacchetta magica che rende tutto possibile. E tutto mette in equilibrio. Perché il problema, anche nel 2010, è proprio questo: una donna sola ha un potenziale destabilizzante. Che va neutralizzato. Lo avvertono gli uomini che, se sono soli, paiono tanto «fighi». Ma lo sentono soprattutto le altre donne, le sole e le accoppiate. Sono loro a imporre la legge dell’arca di Noè e a far risuonare ad alta voce, perché tutti la sentano, la domanda che t’inchioda: «Ma tu sei da sola?».

DOMANDA – La risposta cambia nel corso della vita seguendo la traiettoria della propria crescita interiore (se c’è). Certo, la prima fase è difficile. Se ancora ci si pone troppe domande sulla propria identità, rispondere a quelle altrui costringe a lavorarci sopra. Con esiti alterni. Racconta Lucia Ciardo, 40 anni, attrice, nata a Padova ma cresciuta al Sud: «È stata mia madre a insegnarmi il coraggio. Quando le sue amiche chiedevano se fossi fidanzata, era lei a rispondere: “No, mia figlia è diversa. Non tutte le scelte van bene per tutti”. Ancora oggi mi sento così – continua -: speciale. Certo, conservo l’ideale di una bella relazione, ma proprio per questo non la voglio a tutti i costi».

RISPOSTA – Eppure quella benedetta domanda ci insegue ovunque. Il campionario delle risposte possibili oscilla tra l’originale e il patetico. Alcuni esempi tratti dalla pratica quotidiana: «Sì, no, non sono sola. È che il mio ragazzo fa il pilota, allora…», allora niente. Oppure: «Sì, sono sola, ma sto meglio così» e chi ci crede. «Mi sono appena lasciata», tristezza infinita. «Non sono sola: ho il mio cane», contenta tu. La variante «ma a te che t’importa?» è sacrosanta ma fa tanto «acidella».
Fin qui, studiando toni e pose, ce la si può pure cavare. Il problema è quando dalla nostra risposta discende una conseguenza pratica. Tipo: si è invitati a una cena seduti ed essere soli «spaia». A parte la soluzione «ti metto a capotavola» come un portafiori, ci si può sentire chiedere: «Puoi portare un amico?». Il pensiero che se si avesse un amico «portabile» forse a quella cena non si andrebbe, non sfiora mai il/la gentile ospite. L’ipotesi di invitare un bello «spaiato» è fuori discussione. Quanto alla soluzione «porto un’amica» può fare rinviare la cena indefinitamente.

ETÀ CRITICA – L’età più critica sono i trent’anni, quando intorno le amiche cominciano a sposarsi e ad avere figli. In quel mondo fatto prima di bomboniere e nuove ricette da provare e poi di pappine e notti insonni, quelle che erano le chiacchiere di una volta diventano all’improvviso futili. Senza dire che, al cospetto di un pancione, anche la più bella silhouette conquistata in palestra sembra non reggere il paragone. Gli inviti delle amiche impalmate diventano a senso unico: serate di sole donne (perché a quelle di coppie non si è ammesse). I mariti, i compagni vengono occultati manco fossero George Clooney. In compenso le amiche «che ce l’hanno fatta» diventano prodighe di consigli, in genere pensano che chi è «rimasta» sola a questo punto debba accontentarsi. Facendo sorgere il dubbio che lo abbiano fatto anche loro.

CAMBIAMENTO – Ma c’è un punto di svolta dopo il quale tutto cambia. Non si tratta tanto d’osservarsi intorno e scoprire che molte coppie non funzionano e che quei rituali, da cui ci si è sentite escluse, sono appunto spesso solo rituali. Non è dal paragone con le altre che si coglie una nuova prospettiva. Il percorso è interiore. Dice Palmina Pavone, romana d’adozione, alla fine dei trenta: «Convivere con se stessi per anni è introspezione continua, approfondimento dell’io e piena conoscenza. Io ho coltivato un sano individualismo che mi permette di vivere in armonia con me stessa e i miei eventuali fantasmi. Insomma – prosegue – in due mi si scaricano le batterie, da sola mi si amplificano passioni, interessi, amore. Mi circondo di amici che mi somigliano, e in inverno… metto una coperta in più».

SOLITUDINE – Egoiste? Il contrario. La solitudine costringe prima a trovarsi e poi a cercare fuori di sé. In una coppia, in una famiglia, gli «altri» possono essere eventuali, certo vengono dopo. Per una persona sola, sono essenziali. Elisabetta Santovito, 50 anni, tarantina, divorziata da quasi vent’anni, un figlio di 23, ne è convinta. «È l’abbraccio degli amici che mi fa star bene ora che ho recuperato equilibrio – afferma con orgoglio -. Certo, forse in un piccolo centro è più facile non sentirsi soli. Senza sentirsi giudicate perché anche in provincia, al Sud, le donne sole ormai sono tante». Se il percorso è stato quello giusto, se ogni giorno che passa l’ansia si placa, quella famosa domanda si finisce per attenderla al varco. Caterina Tosi, 57 anni, milanese, insegnante, si diverte a stupire: «Quando mi chiedono se sono mai stata sposata, rispondo che sono tre volte vedova e cerco marito». Ma anche senza arrivare a tanta smaliziata allegria, si può cominciare a pensare che se l’arca delle coppie va, noi si resta a terra a ridere, piangere, continuare a sognare, riflettere oppure no. E domani rispondere con il nostro sorriso migliore: «Sono sola sì. E tu, come stai?».

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Antonella Baccaro
23 ottobre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_ottobre_23/donne-sole-antonella-baccaro_4b015a04-de77-11df-99d6-00144f02aabc.shtml

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Vinicio Capossela – Parla Piano

Parla piano e poi
non dire quel che hai detto gia’
le bugie non invecchiano
sulle tue labbra aiutano
tanto poi
è un’altra solitudine specchiata
scordiamoci di attendere
il volto per rimpiangere
Parla ancora e poi
dimmi quel che non mi dirai
versami il veleno di
quel che hai fatto prima…
su di noi
il tempo ha gia’ giocato ha gia’ scherzato
ora non rimane che
provar la verita’
Che ti da’ che ti da’
nascondere negli angoli
dire non dire
il gusto di tradire una stagione
sopra il volto tuo
pago il pegno di
volere ancora avere
ammalarmi di te
raccontandoti di me
Quando ami qualcuno
meglio amarlo davvero e del tutto
o non prenderlo affatto
dove hai tenuto nascosto
finora chi sei?
cercare mostrare provare una parte di sé
un paradiso di bugie
La verita’ non si sa non si sa..
come riconoscerla
cercarla nascosta
nelle tasche i cassetti il telefono
che ti da’ che mi da’
cercare dietro gli angoli
celare i pensieri
morire da soli
in un’alchimia di desideri
sopra il volto tuo
pago il pegno di
rinunciare a me
non sapendo dividere
dividermi con te
Che ti da’ che mi da’
affidarsi a te non fidandomi di me..
Sopra il volto tuo
pago il pegno di
rinunciare a noi
dividerti soltanto
nel volto del ricordo

(Grazie a Gabriele per questo testo)
[ Parla Piano Lyrics on http://www.lyricsmania.com/ ]

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LAVORO – Le figure introvabili: primi tra tutti gli installatori di infissi (83,3%) seguono panettieri e pastai (39,4)

LAVORO: SPECIALIZZATI CERCASI, vuoto quasi il 40% dei posti

Nessuno monta porta e finestre

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Le figure introvabili: primi tra tutti gli installatori di infissi (83,3%) seguono panettieri e pastai (39,4)

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Mancano installatori di infissi, panettieri, pasticceri, sarti ma anche falegnami e cuochi: per le aziende italiane nel 2010 sarà difficile reperire il 26,7% delle figure professionali delle quali hanno bisogno: è quanto emerge da uno studio della Confartigianato che elabora i dati del Rapporto 2010 Excelsior-Unioncamere secondo il quale a fronte di circa 550.000 nuove assunzioni previste per l’anno le aziende avranno difficoltà a coprire oltre 147.000 posti.

Nonostante la crisi economica e l’aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile, (in Italia ricorda Confartigianato nei due anni di crisi i disoccupati tra i 15 e i 34 anni sono aumentati di 216.000 unità) ci sono mestieri quindi per i quali il posto di lavoro è sostanzialmente assicurato e questo avviene prevalentemente per le attività tipicamente artigiane. Su circa 1.500 nuovi installatori di infissi necessari alle aziende – si legge nella ricerca – ne mancano all’appello oltre l’83% mentre per i panettieri artigianali (attività faticosa soprattutto per gli orari notturni) è difficile coprire il 39,4% dei 1.040 nuovi posti. Senza considerare attività comunque richiestissime come quella dell’infermiere, la Confartigianato, guardando alle proprie aziende, sottolinea la carenza di gelatai e pasticceri (mancano il 29,1% dei 1.750 cercati dalle imprese) ma anche di sarti e tagliatori artigianali (manca il 21,9% dei 1.960 specialisti richiesti dalle aziende). Difficile anche reperire estetisti e parrucchieri (vuoti il 21% dei posti) e falegnami specializzati (mancano il 19,8%). Meno complicato trovare baristi (mancano il 14,2% dei 7.030 posti disponibili) e camerieri (resta vuoto il 14,1% dei posti offerti dalle aziende).

Per i giovani insomma restano poco appetibili i cosiddetti «posti in piedi» ovvero quelli tipicamente manuali e senza una scrivania. Mancano il 13,3% dei 26.900 muratori chiesti dalle aziende mentre per i macellai i posti che restano vuoti sono il 10,3%. E se come ha sottolineato ieri il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi il mercato è ancora «opaco» per quanto riguarda la possibilità di conoscere le offerte delle aziende e i profili disponibili resta quella delle «conoscenze» la strada maestra per entrare in azienda. Secondo lo studio Confartigianato che elabora su questo dati Istat l’aiuto di amici, parenti e conoscenti è stato determinante per l’ingresso nel lavoro del 55,3% dei giovani tra i 15 e i 34 anni nuovi occupati. La richiesta diretta al datore di lavoro ha riguardato il 16,6% dei nuovi assunti mentre il 6,8% è entrato in azienda grazie a inserzioni sulla stampa e alla ricerca sul web. Il 6,1% dei giovani nuovi occupati ha iniziato una attività autonoma mentre il 4% si è fatto conoscere in azienda tramite uno stage o un tirocinio. Il 3,8% dei nuovi assunti è stato segnalato da scuole e università mentre il 3,1% è passato attraverso una agenzia per il lavoro. I centri per l’impiego pubblici sono stati decisivi solo per l’1,5% dei nuovi occupati giovani. Sono passati per «altri canali» il 2,9% dei nuovi assunti (fonte Ansa).

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23 ottobre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/economia/10_ottobre_23/mestieri-introvabili-studio_12d15cc0-deda-11df-99d6-00144f02aabc.shtml


Rifiuti/ Coordinamento Comuni Vesuviano contro sito Terzigno / Come riciclare al 99% / Thor – l’alternativa all’inceneritore

Rifiuti/ Coordinamento Comuni Vesuviano contro sito Terzigno

Per concertare azioni e iniziative a sostegno protesta pacifica

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Un coordinamento tra i Comuni del Vesuviano per dire ‘no’ alla realizzazione della seconda discarica nel territorio di Terzigno e per concertare azioni e iniziative a sostegno della protesta civile e pacifica. A proporlo il primo cittadino di Poggiomarino, Vincenzo Vastola, in accordo con i rappresentanti istituzionali di Palma Campania, San Giuseppe Vesuviano, San Gennaro Vesuviano, Boscoreale e Terzigno. Tutti gli amministratori, in una nota, hanno espresso “la loro solidarietà alle popolazioni che si stanno battendo contro l’apertura della nuova discarica nel Parco nazionale del Vesuvio”. I sindaci hanno sottolineato il pericolo che potrebbe correre l’intero comprensorio qualora dovesse essere allestito il nuovo invaso nell’ex cava Vitiello: “Sarebbe – dicono – la definitiva condanna a morte di un’area già compromessa”.

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23 ottobre 2010

fonte:  http://notizie.virgilio.it/notizie/cronaca/2010/10_ottobre/23/rifiuti_coordinamento_comuni_vesuviano_contro_sito_terzigno,26670956.html

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Come riciclare al 99%


Al Centro Riciclo di Vedelago non si butta via niente. Qui il rifiuto non più riciclabile diventa risorsa riutilizzabile. Grazie ad un’intuizione tutta italiana…

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di Rudi Bressa

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Il trevigiano è la zona del Veneto, se non d’Italia, dove la raccolta differenziata funziona e bene. In certi comuni, i dati parlano di un 70% di raccolta, ma c’è chi punta al 90% e oltre. E a Vedelago esiste un centro di raccolta definito ‘a rifiuti zero’. 

Qui arrivano decine e decine di autoarticolati, ogni giorno. Ci accoglie la titolare del centro, Carla Poli, madre di Alessandro Mardegan, l’ideatore del macchinario che trasforma il rifiuto non più riciclabile in materia prima seconda.

La raccolta
La prima parte dell’impianto tratta la frazione secca riciclabile proveniente dalla raccolta differenziata dei comuni limitrofi (ma arriva pure da Belluno e da Imola). Il bacino di utenza serve più di un milione di abitanti. Qui viene effettuata una prima divisione del rifiuto: carta, vetro, metallo e le varie tipologie di plastica.

Molti sono gli oggetti merceologici composti da polimeri diversi, spesso inutilizzzabili da parte di chi raccoglie o li tratta. Dopo la prima cernita, che toglie pezzi di ferro, scarpe, vestiti di ogni genere (sì, la gente ce li infila pure nella plastica), vengono raccolti i vari imballaggi.

In questo punto dell’impianto avviene una suddivisione definita da Mardegan ‘di alta qualità’, perché fatta tutta a mano dai dipendenti del centro, la maggior parte immigrati. Di qualità perché, più il prodotto è omogeneo, cioè dello stesso polimero, più diventa valorizzabile. Ad esempio, il PET in commercio, lo si trova di tre tipi diversi: trasparente, leggermente colorato, molto leggero.

Alla fine di quella che pare una catena di montaggio di una qualsiasi fabbrica, esce una quantità enorme di plastica di tutti i tipi, dai sottovasi ai giocattoli, dal polistirolo a frammenti ormai irriconoscibili. E questa montagna, che fine fa? Alessandro sottolinea che, di tutto il raccolto, questo risulta essere il 25/30% del totale in volume, che come consuetudine, diviene C.D.R. (carburante da rifiuto). In pratica viene bruciato negli inceneritori o finisce nelle discariche.

L’idea
Perché non trovare il modo di trasformare ciò che viene definito (dalla legge) come rifiuto secco non riciclabile, in materia prima seconda? E come?

Per capire meglio ci si deve spostare nella seconda parte dello stabilimento, dove la matrice secca viene tritata meccanicamente, per essere trasformata alla fine del ciclo in sabbia sintetica.

L’idea di Alessandro parte dalla modifica di un macchinario già in commercio – sembra un ‘tritacarne gigante’. Tramite la semplice forza meccanico-fisica (processo definito di estrusione), i granuli di plastica vengono prima compressi e alla fine, grazie agli attriti all’interno del ‘tritacarne’, vengono fusi, dando vita ad un nuovo materiale. Tutto senza alcun tipo di combustione o di utilizzo di combustibile.

Niente emissioni quindi. Ma dall’interno della macchina si vede uscire del fumo: “È semplice vapore acqueo – assicura Martegan – l’ultima frazione umida residua presente nella plastica”.

Il prodotto finale
Una sabbia sintetica eterogenea, di varie dimensioni granulometriche, che troverà utilizzo per i prodotti più disparati. Si và dall’edilizia ai vari stampati in plastica. Panchine, sedie, dissuasori di velocità, vasi per le piante, cestini per i rifiuti e altro ancora.

Uscendo, Alessandro mostra orgoglioso il giardino che spesso ospita le varie scolaresche che vengono a visitare il Centro: l’unico materiale utilizzato è la sabbia sintetica da loro prodotta, letteralmente il rifiuto che torna a nuova vita.

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07/10/2010
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Thor – l’alternativa all’inceneritore

Finisce dopo undici anni la fuga del boss della mafia agrigentina

23/10/2010 (18:30) – IL MINISTRO MARONI: PER I CLAN UN COLPO MORTALE. I COMPLIMENTI DI BERLUSCONI

Finisce dopo undici anni la fuga del boss della mafia agrigentina

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Gerlandino Messina in manette. Preso nella campagne di Favara dopo blitz con bombe accecanti

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Foto segnaletica del latitante Gerlandino Messina, profilo e frontale

AGRIGENTO – Gerlandino Messina, catturato oggi pomeriggio a Favara, in provincia di Agrigento, ricercato dal 1999, dopo l’arresto di Giuseppe Falsone, il 25 giugno scorso, a soli 38 anni era diventato il nuovo capo provinciale di Cosa nostra ad Agrigento. Era inserito nell’elenco dei latitanti di massima pericolosità del ministero dell’Interno che continua velocemente a sfoltirsi. È ritenuto uno spietato killer: le sentenze lo descrivono sempre armato, anche di mitra, e guardato a vista da una scorta armata. E deve scontare l’ergastolo per associazione mafiosa e vari omicidi. Dal 2001 era ricercato anche in campo internazionale.
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L’erede di Falsone
Appartiene alla famiglia dei Messina di Porto Empedocle, un nucleo di antica tradizione mafiosa. Il padre Giuseppe venne ammazzato nel 1986 durante la guerra di mafia contro gli stiddari e anche lo zio Antonino fece la stessa fine. Fu Falsone, a volerlo quale suo vice, nonostante la resistenza feroce dei clan rivali.
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La guerra per il territorio
Il territorio di Porto Empedocle, infatti, per anni è stato dominio incontrastato del boss Luigi Putrone capo della famiglia locale e i Messina, da sempre in lotta con lui, dovettero andare via. Ma con gli arresti dell’inchiesta Akragas del 1998 e 1999, che aveva decapitato i vertici locali e provinciali di Cosa Nostra, diversi boss furono costretti a darsi alla latitanza. Tra questi anche Luigi Putrone. Così mentre questi scappava dall’Italia nel marzo del 1998, Gerlandino Messina e suo zio Giuseppe ritornavano a Porto Empedocle entrambi da latitanti.
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Inchiodato dal pentito
Era stato il pentito Maurizio Di Gati a confermare che dal 2004 rappresentava il numero 2 di Cosa nostra, immediatamente dietro Falsone, dal 2004: «Nel settembre o ottobre 2003 si era fatta una grossa riunione nella zona di Canicattì e Campobello di Licata nella campagna a disposizione di Gerlando»: una riunione che aveva definito i nuovi equilibri benedetti da Bernardo Provenzano. Verrebbe da dire: altri tempi. Oggi, infatti, Provenzano, Falsone e Messina sono stati tutti catturati.
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L’operazione dei carabinieri
Al blitz hanno partecipato una ventina di carabinieri. I militari hanno sfondato una porta e contemporaneamente sono entrati da una finestra. Messina abitava in un appartamento di via Stati Uniti. Gli altri due piani superiori non sono terminati e sono grezzi. Messina aveva un pantolone di color marrone e una blusa di colore beige. «Non ha avuto il tempo di opporre alcuna resistenza – ha detto il colonnello Mario Di Iulio, comandante provinciale dei carabinieri -. Avevamo avuto la quasi certezza che Messina fosse lì dentro ieri sera e oggi abbiamo deciso di dare il via al blitz». Destinazione del boss adesso la caserma del reparto operativo di Villaseta e da lì il carcere di contrada Petrusa di Agrigento. Con lui non vi era altre persone e secondo quanto si è appreso non ci sono altre persone fermate oltre al latitante. Messina aveva con sè due pistole che sono state sequestrate. L’appartamento è al civico 79 di via Stati Uniti, alla periferia Nord di Favara. I carabinieri stanno cercando di risalire ai proprietari.

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L’Italia imprigiona il Wi-fi: I bar obbligati a identificare chi naviga sulla Rete

Internet  – Perché ancora non decolla la liberalizzazione degli accessi al Web

La regola dei clienti schedati
L’Italia imprigiona il Wi-fi

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I bar obbligati a identificare chi naviga sulla Rete

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MILANO – Rischia di rimanere «imprigionato» il Wi-fi in Italia. I più stretti collaboratori del ministro degli Interni, Roberto Maroni, stanno lavorando al dossier per capire quali sono le possibili mosse sul tema anche se Palazzo Chigi ieri, dopo il Consiglio dei ministri, ha preferito non comunicare nulla sulle nuove regole richieste da parlamentari di ambedue gli schieramenti per permettere la diffusione di servizi di navigazione pubblica senza fili. Il decreto Pisanu che, per finalità antiterroristiche, aveva introdotto nel 2006 forme ritenute ormai indigeste di schedatura degli utenti – per navigare da un Internet Point, un bar o una biblioteca bisogna mostrare un documento d’identità che deve essere fotocopiato – scade il prossimo 31 dicembre.

Il tempo stringe ma nulla sarebbe stato deciso. Ad oggi la posizione del ministero degli Interni sarebbe quella di mantenerne intatta l’ossatura del decreto attuale, fatta salva la sostenibilità politica della proroga che ogni anno scatena polemiche. La lista dei sostenitori del «Wi-fi libero» si allunga di ora in ora. E non solo, com’è naturale tra blogger e guru del web. Ma anche tra i politici: l’abrogazione dell’articolo 7 del decreto è stata richiesta da Paolo Gentiloni (Pd), Linda Lanzilotta (Api), Luca Barbareschi (Fli) e Roberto Rao (Udc). Antonio Di Pietro (Idv): ora il governo rimuova i blocchi sull’wi-fi. Anche il blog di Pier Ferdinando Casini ha dato spazio al tema. E il ministro Renato Brunetta aveva detto giorni fa di non vedere motivi per non «liberare la rete», lasciando sperare che fosse la volta buona.

Ora il compromesso al quale gli esperti del governo starebbero lavorando potrebbe prevedere l’identificazione tramite sim telefonica, ma non è escluso che alla fine si decida di mantenere il rubinetto chiuso così com’è. Lo stesso ministro Maroni, in passato, aveva mostrato di prediligere il tema della sicurezza a ogni costo sul web. Nel 2009 alcuni parlamentari in una seduta a porte chiuse avevano anche dibattuto sulla possibilità di chiudere l’accesso a Facebook dopo gli odiosi episodi di sciacallaggio digitale da parte di alcuni internauti. Ma erano stati proprio i collaboratori del Viminale in quel caso a portare la politica a più miti consigli facendo notare la portata sociale di un intervento di questo genere (attualmente Facebook è censurato in Cina).

È il più classico dei problemi di Bauman: più sicurezza o più libertà? Il sostenitori del Wi-fi libero fanno notare che siamo l’unico Paese che prevede forme così strette di controllo: l’esercente che vuole offrire un servizio di questo genere deve anche farne richiesta in questura. Né Stati Uniti, né Israele hanno una tale burocrazia. Anche se gli esperti fanno notare che diversi casi di criminalità informatica e pedopornografia sono stati risolti grazie ai paletti imposti dal decreto Pisanu. Il risultato, in ogni caso, si vede: l’Italia ha poco più di 4 mila hot-spot pubblici, la Francia oltre 30 mila. La Gran Bretagna circa 28 mila, la Svezia 7.700 e rotti nonostante una popolazione ben più ridotta. È per questo che da noi è così anomalo vedere studenti o ragazzi con il computer nei caffè, come invece è ormai usuale in molte città europee. Certo rispetto alle promesse degli esordi il panorama è deludente: anni fa il comune di Milano aveva anche vagliato la possibilità di usare gli orologi pubblici stradali, quelli di Ora Elettrica, per diffondere degli hotspot sul suolo cittadino e permettere l’accesso al web quasi ovunque. La realtà è ben diversa. Nel 2010, come si scherza sul web, solo i gatti amano ancora i fili, è le connessioni wireless sono ormai lo standard anche per la sempre maggiore diffusione di tablet, iPad, eBook e smartphone.

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Massimo Sideri
23 ottobre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/economia/10_ottobre_23/sideri-wi-fi-internet_45138450-de6d-11df-99d6-00144f02aabc.shtml

SATIRA A VIGNETTE, selezionate da Fany Blog

Alcune delle vignette selezionate dal sito

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Fateci un giro! (clicca qui)

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http://www.vauro.net/

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Dolci regole d’ingaggio.
Vukic http://vukicblog.blogspot.com/
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LA GUERRA DI PIERO 

Dopo che nella trasmissione della Annunziata l’on.le Fassino era sembrato in piena sintonia con il Ministro La Russa, ora sull’argomento bombe sembra un po’ più dubbioso.
E’ probabile che l’Amministratore del Sistema gli abbia ricordato di verificare la CPU prima di accendere la stampante.
Uber Humour

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Bomba o non bomba
MarcoCar INSERTO SATIRICO
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dibattiti
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Peace Bombs
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Bravi giornalisti
PORTOS http://www.portoscomic.com/

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Attentato a Belpietro Matteo Bertelli

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FANTASIA AL POTERE
Destano sempre più interrogativi i particolari dell’attentato a Belpietro.
Un agente che per la seconda volta sventa un agguato, anche questo con le stesse modalità.
In entrambi i casi il malvivente svanisce nel nulla come l’Uomo Ragno.
Una pistola che si inceppa ed una risposta al fuoco ( ma quale fuoco ? ) che non ha effetto …
Roberto Mangosi www.enteroclisma.com

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Alla Fiera dell’Est Ofante – Pietro Vanessi – Una Vignetta di PV

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Ditelo con un bacioUmberto Romaniello

AUTO ANALISI
Preoccupante calo delle immatricolazioni delle auto nell’ultimo mese. Situazione particolarmente pesante per la FIAT. Sarà solo colpa dei mancati incentivi?
Uber Humour Etichette: AUTO, crisi economica, FIAT, LAVORO, MARCHIONNE
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Pizzino d’uomo
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Sudisfasiun
Un’altra profezia bavosa di parecchi mesi fa che sembra destinata ad avverarsi.
giors e gugu STRISCE BAVOSE (vignetta profetica)
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Balilla Tomas

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L’Umidità
la VUCCIRIA
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Rifiuti: Ue, «Insufficienti le misure dell’Italia. Possibili sanzioni» / Rifiuti & Manganelli: Terzigno come Genova

Bertolaso replica: «Ue faccia il suo mestiere, solo pregiudizi personali»

Rifiuti: Ue, «Insufficienti le misure dell’Italia. Possibili sanzioni»

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«Campania senza piani di smaltimento, l’inceneritore di Acerra non è a regime». Card. Sepe: «La Chiesa non può tacere e voltare le spalle alla gente»

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Janez Potocnik (Epa)
Janez Potocnik (Epa)

BRUXELLES – «Le misure adottate dal 2007 in poi per risolvere la questione dei rifiuti in Campania sono insufficienti e potrebbero esserci sanzioni per l’Italia». Lo ha detto in una nota il commissario Ue all’Ambiente, Janez Potocnik, affermando di essere «molto preoccupato per quanto succede attualmente». Potocnik ha riferito che la Commissione europea sta ancora valutando la documentazione che è stata trasmessa dalle autorità italiane all’inizio di ottobre e che potrebbe inviare una delegazione in Campania. Secondo Bruxelles, infatti, «la situazione odierna non è cambiata rispetto a quando la Commissione decise di bloccare i finanziamenti europei. Ciò che succede in questi giorni dimostra che le autorità italiane non hanno ancora preso tutte le misure necessarie per giungere a una soluzione definitiva e adeguata del problema».

SANZIONI – Il commissario sloveno ha sottolineato che «la Regione Campania non si è ancora dotata di un piano di smaltimento dei rifiuti e che l’inceneritore di Acerra, l’unico attualmente attivo, non è ancora in grado di funzionare a regime». E questo, ha aggiunto Potocnik, «dimostra che le autorità regionali non sono ancora in grado di attuare un programma che garantisca lo smaltimento delle ecoballe, né tanto meno i rifiuti prodotti su base quotidiana». Se la regione Campania non si adeguerà alla normativa comunitaria sullo smaltimento dei rifiuti, ci potrebbero essere sanzioni se «la Commissione dovesse nuovamente deferire l’Italia alla Corte europea di giustizia e ci dovesse essere una nuova condanna», ha spiegato il commissario. Il 5 ottobre, dopo un incontro con una delegazione della Campania guidata dal governatore Stefano Caldoro, Potocnik aveva giudicato la situazione «seria» e aveva sottolineato come ci fosse bisogno di un’azione «determinata, sistematica e strutturale».

BERTOLASO – A Potocnik ha subito replicato il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso: «L’Unione Europea farebbe bene a fare il proprio mestiere. Invece di dare giudizi, dovrebbe dare una mano a trovare alternative. È sbagliato sostenere che sia l’Ue a criticare l’Italia, sono pregiudizi di singoli. Mi dà fastidio la faziosità: dire che non funziona niente per metterci in mora, significa non conoscere la realtà e le cose fatte. Se la delegazione Ue verrà a Napoli tra una settimana, io spero di far vedere un territorio pulito».

CONTROREPLICA – Alle dichiarazioni di Bertolaso ha controreplicato Joseph Hennon, portavoce di Potocnik: «La Commissione europea è sempre pronta ad aiutare gli Stati e fare il necessario perché si adeguino alle normative comunitarie».

IL CARDINALE – Nella vicenda rifiuti, interviene anche il cardinale Crescenzio Sepe. «Questa ennesima emergenza è l’ennesima beffa. La Chiesa non ha titolo per parlare di soluzioni tecniche, ma non può tacere», ha detto l’arcivescovo di Napoli. «La Chiesa non può voltarsi dall`altra parte per non vedere, ma soprattutto non può voltare le spalle alla propria gente e alla propria terra, proprio nel momento in cui tutto sembra giocarle contro, mentre manca il lavoro e cresce la povertà. C`è chi», prosegue il cardinale Sepe, «è pronto a dare l`ultima spallata perché il caos regni su tutto. E non mancano neppure coloro che invitano a desistere, a considerare tutto il territorio come una specie di “pratica chiusa” e abbandonarlo, andare a vivere altrove. Ma Napoli non è e non sarà mai una partita persa».

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Redazione online
23 ottobre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_ottobre_23/ue-rifiuti-italia_d07fd76c-de88-11df-99d6-00144f02aabc.shtml

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Terzigno come Genova

Una ragazza urla «Perchè mi picchiate, non sto facendo niente?» – fonte immagine

Non si ferma la protesta contro l’apertura della seconda discarica: nella notte ancora scontri  tra manifestanti e forze dell’ordine. Cariche violente e fumogeni per ‘far rispettare la legge’. In un’atmosfera che ricorda troppo i giorni tragici del G8

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di Claudio Pappaianni

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Si scrive Terzigno, si legge Genova: quello che è successo la notte scorsa sul Vesuvio ricorda molto i giorni del G8. I cittadini erano tutti radunati alla rotonda di via panoramica, il centro della protesta da giorni. Erano tanti, dopo l’annuncio dei parlamentari Pdl che la seconda discarica “s’adda fare”: un comunicato diramato al termine di una riunione di deputati campani, una presa di posizione politica non ancora una decisione ufficiale. Eppure, il Pdl decide di dare l’annuncio subito, urbi et orbi, anche attraverso il Tg1, proprio mentre da giorni la tensione è alle stelle in quelle zone intorno alla bocca del Vesuvio: l’effetto è stato immediato, con centinaia di cittadini di Terzigno, Boscoreale e Boscotrecase che si sono riversati per strada. Ad attenderli c’erano già oltre 200 tra poliziotti e carabinieri e 40 blindati.

Verso mezzanotte, dopo l’ultimo collegamento in diretta con le TV, le prime scaramucce: alcuni manifestanti lanciano fuochi d’artificio all’indirizzo delle forze dell’ordine, parte pure qualche sasso. Gli agenti rispondono con il lancio dei fumogeni nel mucchio. I facinorosi sono al più una ventina, sempre gli stessi da giorni: ma nessuno è riuscito a isolarli, nonostante da settimane ci siano agenti infiltrati tra la folla per individuarli. Verso l’una di notte il copione si ripete. Qualcuno stacca la corrente, è buio pesto: ripartono fuochi d’artificio e sassi da una parte, si risponde dall’altra con i lacrimogeni sparati alzo zero. E’ solo il prologo di una carica violenta e cieca: nel buio, dal fronte destro della piazza, si scorgono centinaia di sagome nere avanzare. Agenti, bardati di scudi e manganelli, hanno l’ordine di far disperdere i manifestanti: costi quel che costi, c’è da far “rispettare la legge” come recitava il comunicato del Pdl. A colpi di manganello, di scudi e, in alcuni casi, di anfibi: gli agenti inseguono alla cieca i manifestanti, tutti, donne e uomini. Entrano in proprietà private, colpiscono: una ragazza urla «Perchè mi picchiate, non sto facendo niente?». Nessuna parola, solo botte.

«C’è rammarico per il fatto che temi che altri soggetti chiamati a risolvere trovino in un ruolo di supplenza le forze di polizia» ha dichiarato questa mattina il capo della Polizia, Antonio Manganelli. «Noi – ha aggiunto – non siamo certo nemici di chi manifesta, facciamo il nostro lavoro. Siccome a Terzigno si deve sversare, faremo in modo che questo sia possibile anche se dovesse costare l’uso della forza», ha concluso. In nome della legge.

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21 ottobre 2010

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/terzigno-come-genova/2136847

SICILIA – Intervista-denuncia di Lombardo: ‘Qui c’è la cricca’

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Esclusivo l’Espresso

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Lombardo: ‘Qui c’è la cricca’

In Sicilia esiste un gruppo dedito alla sistematica spoliazione della regione. Che fa capo a due potenti ministri: Angelino Alfano e Stefania Prestigiacomo. La durissima accusa del governatore che ha appena rotto con Berlusconi

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di Roberto Di Caro

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Stefania Prestigiacomo e Angelino Alfano Stefania Prestigiacomo e Angelino Alfano
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Altro che cricca. Quello che qui denuncia Raffaele Lombardo, presidente della Regione Sicilia, è senza mezzi termini un gruppo “dedito alla sistematica spoliazione della Sicilia, in proprio e per conto terzi”. È la storia dell’isola dai tempi in cui, leggasi Cicerone, il proconsole Verre rubava il grano, per Roma e per sé, attacca Lombardo. Solo che ora i proconsoli in questione si chiamano Angelino Alfano, ministro della Giustizia, Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente, Pino Firrarello, senatore Pdl nel collegio di Acireale e sindaco di Bronte. In ballo ci sono miliardi di euro, 5 o 6 solo nella partita dei quattro termovalorizzatori cancellati da Lombardo a Palermo Bellolampo, Augusta, Paternò nel Catanese e Casteltermini nell’Agrigentino. Nonché il futuro politico dell’isola del 61 a 0 per un centrodestra che ora si ritrova fuori dal potere. E chi ha provocato un tale sconquasso? Un signore che nell’ufficio catanese della Regione dove lo incontriamo s’è portato il busto in bronzo di Mario Scelba, “che conoscevo bene e per il quale ho fatto la campagna delle europee del ’79”, racconta addentando fichi d’india bastardoni di Belpasso.
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Tra lei e il Pdl è ormai guerra all’ultimo sangue.
“Se trascorressi 15 giorni a spasso per Kabul mi sentirei in vacanza, tanto la mia vita è complicata: me ne stanno facendo vedere di tutti i colori. Ma qualunque cosa ordiranno, vado avanti su questa strada. Compromessi zero. Tant’è che ho varato una giunta di tecnici sostenuta da Mpa, Fli, Udc di Casini, Api di Rutelli e dal Pd: almeno dalla sua ala antimafia, maggioritaria”.
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Contro ha il Pdl, il suo ex-alleato Gianfranco Micciché, il Pid di Totò Cuffaro fuoriuscito dall’Udc e, nel Pd, il senatore Vladimiro Crisafulli e l’ex-sindaco di Catania Enzo Bianco.
“Crisafulli e Totò Cuffaro sono fratelli siamesi. Bianco ce l’ha con me perché nel 2005 l’ho fatto perdere appoggiando Scapagnini sindaco a Catania. Micciché ha ricucito col Cavaliere ma non può tornare a casa perché lo aspettano per fargli la festa gli Alfano, Schifani e dintorni: così s’è inventato Forza del sud, sorta di “sindacato giallo”: meridionalista a parole, giura fedeltà eterna a Berlusconi, quindi in fondo alla Lega”.
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Scusi, anche lei, il suo Mpa, ha votato la fiducia.
“Ma con un distinguo che pesa una tonnellata: è l’ultima volta, se il governo non attua i punti del programma per il Sud”.
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Fiscalità di vantaggio, infrastrutture… Ci crede?
“Dire che ho qualche dubbio è un eufemismo. Il primo tradimento è stata la norma che consente di abbassare le tasse alle Regioni con i conti a posto: per noi equivale a una “fiscalità di svantaggio”. Ma noi e i finiani siamo diventati decisivi per la vita del governo stesso”.
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Se si vota a primavera, con Fini, Casini, Rutelli?
“La strada è quella. L’ho detto anche a Berlusconi, e mi ha risposto…”.
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Mi faccia indovinare: “Restiamo amici”?
“Esatto. Sul piano personale, perché no?”.
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Raffaele Lombardo Raffaele Lombardo
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Però i suoi uomini le muovono guerra totale. Con il ministro della Giustizia Alfano vi siete presi a male parole. Lui: “Vergogna nazionale”. Lei: “Si occupasse delle agende dei suoi sodali. Cambi amici o almeno ministero”.
“Già. E siccome, in Sicilia non è così facile cambiare amici…”
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Berlusconi ventila che possa diventare premier.
“E Alfano è sceso in campo in prima persona: in Sicilia deve avere solo vassalli, e un presidente autonomista gli rompe i giochi. Ascarismo, si chiama questa struttura culturale e psicologica: campieri che vessano i siciliani per presentarsi a Roma, col cappello in mano, a riscuotere dai padroni”.
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E Stefania Prestigiacomo, che il suo senatore Giovanni Pistorio chiama ministra…
“Per la devastazione dell’ambiente”.
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Ecco, appunto. È arrivata nella valle del Dittaino portandosi dietro il Ros e il “capitano Ultimo”: contro la discarica lì prevista dalla sua giunta.
“Già, il Ros è molto attivo, da qualche tempo, in Sicilia…”.
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Troppo? È il Ros che indaga a Catania su di lei per concorso esterno in associazione mafiosa.
“Non so, così leggo sui giornali, quasi tutti i giorni dal 29 marzo, quando pensavano di far cadere l’Assemblea e impedirmi di votare la Finanziaria, poi con la falsa notizia della richiesta d’arresto”.
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Dice la ministra che lei “ha posto sotto accusa le pale eoliche anziché la mafia”.
“Ma brava! Pure i sassi sanno che mafia e eolico vanno a braccetto. Credo sia stato Tremonti a definire quello dell’eolico il più grande malaffare degli ultimi cinquant’anni. La tangente corrente per una quarantina di pale era di un milione di euro, e i politici da strapazzo si sbracciavano per promuoverne ovunque. Noi l’abbiamo bloccato. Crede non mi sia costato?”.
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Su che cos’altro vi state scontrando?

“La Prestigiacomo è molto affezionata ad alcune realizzazioni nella sua area di Augusta. In particolare a un rigassificatore a Priolo, Erg, cioè Garrone, più Shell, e a un termovalorizzatore”.
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E voi il rigassificatore non lo volete?
“Quell’area è una specie di Delta del Niger, solo che noi non sequestriamo i tecnici delle multinazionali. C’è ancora qualche migliaio di posti di lavoro, ma quanti morti per tumore, vite spezzate, città cancellate! Lo facciano, il rigassificatore, ma mettano in sicurezza la fatiscente raffineria, e interrino quell’enorme ferraglia per tre quarti dei suoi 40 metri, come ha fatto l’Enel a Porto Empedocle. E poi, lo vogliono costruire davvero in mezzo a raffinerie dove, se si aprisse una crepa, una fiammella farebbe esplodere un’area di 50 chilometri?”.
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E il termovalorizzatore?
“È uno dei quattro decisi nel 2002 dalla giunta Cuffaro: che noi abbiamo archiviato perché erano la quintessenza di affarismo illecito, bassa politica e mafia”.
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Accusa pesante. La può documentare?

“Ci ha pensato la commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite nel ciclo dei rifiuti, la Pecorella (qui il testo della relazione ndr). “In Sicilia il settore dei rifiuti è organizzato per delinquere”; “la criminalità organizzata ha un’area di contiguità estesa e consolidata, interi settori delle professioni, della politica e della pubblica amministrazione”, “gare apparenti, in cui tutto era deciso prima a tavolino”, “società collegate a soggetti della criminalità organizzata…””.
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Fatti specifici, per favore.
“Paternò, provincia di Catania, contrada Cannizzola. Tale Alessandro Di Bella compra a un’asta nel ’96 un terreno per 200 milioni. Col progetto di termovalorizzatore vende un ottavo di quel terreno, che dunque ha pagato sui 26 milioni di lire, per 26 milioni di euro: del gruppo faceva parte anche Altecoen, che gli inquirenti hanno accertato essere legata alla mafia”.
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E chi sarebbe questo Di Bella?
“Uomo di Firrarello e dunque di Alfano. Al cento per cento. E sulla mafia mi vengono a rompere i cosiddetti…”.
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Ci sono delle intercettazioni…
“Voglio vedere se c’è un solo mio dialogo da cui emerga che ho un rapporto men che legittimo e trasparente con chicchessia, o dove concordi atti anche solo irregolari. Lo escludo”.
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È indagato anche suo fratello Angelo, per presunti rapporti con il boss Vincenzo Aiello.
“Mio fratello, che è stato mio segretario, deputato regionale e ora nazionale, incontra chi lo chiede, come facevo io quando ne avevo il tempo. Il bersaglio sono io”.
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Non mi farà litanie sulla giustizia a orologeria!
“Sa quando comincia la mia vicenda giudiziaria? Quando assesto un colpo micidiale sul piano dei rifiuti. Bloccati i termovalorizzatori, una partita da 5-6 miliardi di euro, mi ritrovo sul tavolo la richiesta dell’Agenzia regionale rifiuti, diretta da un uomo dell’ex-presidente Totò Cuffaro, di rimborsare comunque le aziende, la Falck e le altre scelte nella gara fasulla di cui parla Pecorella, per le spese che avrebbero sostenuto nei siti dove dovevano sorgere i termovalorizzatori: un conto da 329 milioni”.
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E lei blocca anche questi rimborsi?
“Certo. I siti sono stati a stento spianati e recintati. A Paternò scopro che 26 milioni di lire sono diventati 26 milioni di euro. Non ci vuole molto a capire che c’è del marcio. Non so cos’abbia fatto in merito la Procura di Catania: credo nulla”.
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Però sta indagando la Procura di Palermo.
“Alla quale abbiamo presentato un dossier di 19 pagine. Organizzati per bruciare 2,7 milioni di tonnellate di rifiuti, contro 2,4 che la Sicilia produce, i termovalorizzatori avrebbero cancellato la raccolta differenziata, perno del nostro piano rifiuti. Costruiti con la finanza di progetto, per pareggiare i conti degli investitori avremmo dovuto o raddoppiare le tariffe, qui dove la gente non ha di che comprarsi il pane, o pagare la differenza come Regione: visto che l’ho trovata mezza fallita, che avrei dovuto fare, vendere Palazzo d’Orleans?”.
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Il capo della Protezione civile Guido Bertolaso ha avanzato l’ipotesi di commissariamento della gestione rifiuti in Sicilia.
“Lui, la Prestigiacomo e il presidente del Consiglio tornano a battere sui termovalorizzatori col pretesto della mancata consegna del nuovo piano dei rifiuti. Beh, gliel’abbiamo spedito venerdì 15, via mail alle 3.05 di notte, dopo che mi sono letto e rivisto 120 pagine più 300 di allegati”.
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Altri campi di battaglia?
“Quanti ne vuole. C’era il Cas, Consorzio autostrade siciliane. Un ente colabrodo, parliamoci chiaro. Ma sette mesi fa, dopo due anni di tentativi impugnati dal Tar, ero riuscito a commissariarlo, avviando un radicale risanamento. A quel punto i ministri Matteoli e Tremonti hanno revocato la concessione al Cas”.
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Spiegazione? Dov’è l’inghippo?
“L’Anas, con un progetto di finanza, sta per realizzare la Ragusa-Catania: il privato che se lo aggiudicasse avrebbe diritto di prelazione nella prossima privatizzazione del resto della rete, potendo poi imporre per trent’anni le tariffe che vuole. E chi partecipa, oltre all’Impregilo, a quel progetto di finanza? Un gruppo che fa capo all’onorevole Vito Bonsignore, Pdl: nonché, guarda caso, cugino del senatore Firrarello”.
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21 ottobre 2010
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Commando irrompe nella festa: uccisi 15 giovani in Messico

Commando irrompe nella festa
uccisi 15 giovani in Messico

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È successo a Ciudad Juarez, al confine con gli Usa, considerata la città più violenta del paese. Spesso teatro di sanguinosi regolamenti di conti fra narcotrafficanti

Commando irrompe nella festa uccisi 15 giovani in Messico

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CIUDAD JUAREZ – Un commando armato ha fatto irruzione nella festa mentre tutti ballavano. E ha cominciato a sparare. Il dramma si è consumato in pochi secondi a Ciudad Juarez, spesso teatro di regolamenti di conti fra narcotrafficanti. Sul pavimento, senza vita sono rimasti 12 giovani. Altri 10 sono rimasti feriti e tra questi una bimba di sette anni. Secondo i media locali, però, il bilancio sarebbe più pesante: almeno 15 morti e 18 feriti.

La notizia della strage l’ha data il quotidiano ‘Juarez Hoy’. Ciudad Juarez, al confine con gli Usa, è la città più violenta del Messico. Solo quest’anno si registrano 2.500 omicidi, tra cui vari massacri di giovani. Lo scorso 31 gennaio un altro commando aveva fatto irruzione in una festa uccidendo 15 ragazzi.

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23 ottobre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/10/23/news/messico_sparatori_festa-8367339/?rss

Immobiliare Silvio, la verità

Immobiliare Silvio, la verità

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Sardegna, Antigua, Cernobbio, Lesa, Portofino, Bermuda, Roma… La bulimia residenziale del premier non ha limiti. E ad Arcore ora c’è una discoteca con i pali per la lap dance (qui sotto, un ritratto a Villa Certosa)

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di Denise Pardo

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Il castello di Tor Crescenza Il castello di Tor Crescenza
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Tanto vale rassegnarsi. Difficilmente nel nostro Paese vedrà la luce un movimento lib-lab. Anche se almeno il Cavaliere, ora, ci si avvicina. Quasi. Non proprio lib-lab, ecco. Più lib-lap, dal nome dei pali per il ballo, la lap dance appunto, quella in cui intraprendenti fanciulle si attorcigliano ai suddetti, fatti piantare in una delle più recenti Grandi Opere – con le maiuscole come scrivono i salmi Pdl – del berlusconismo: la Gran Discoteca di Arcore, nuova di zecca e degna di Ibiza.

Dall’immobilismo politico senza riforme e senza progetti del governo all’immobiliarismo spinto di Silvio Berlusconi. Non avrà dato il via allo Stretto di Messina. Non avrà finito la Salerno-Reggio Calabria. Ma non si potrà mai dire che il Cavaliere non abbia dato il suo contributo, anche caraibico, alla promozione dell’edilizia made in Italy.

Infatti l’ultima stagione del premier, per alcuni quella del declino, sicuramente la più tormentata – il partito in rivolta, la guerriglia finiana, lodi, scudi, legittimi impedimenti in pista e per nulla sicuri – ha trasformato la scena politica, da una parte in un gigantesco catasto (l’affare della casa di Montecarlo e di Fini), dall’altra nel palcoscenico di un’ossessione monomaniacale: poco presidenziale, molto residenziale. E così centrale da diventare nel giro di dieci giorni l’argomento da prima pagina e da apertura dei tg. Ha cominciato lui sdoganando il tema innalzandolo a un livello quasi istituzionale e decisamente da comizio. “Mi continuano a dire “Berlusconi a casa”. Creandomi un certo disagio, perché disponendo di venti case non saprei in quale andare”, ha detto alla festa Pdl Milano, sventolando in sobrio humour brianzolo, il portafoglio immobiliare. Poi, lo stesso argomento, molto suo malgrado, e nonostante gli altolà dell’ineffabile Niccolò Ghedini, è finito nell’occhio di “Report” con il paradiso vacanziero e soprattutto fiscale del complesso edilizio di Antigua, investimento da decine di milioni di euro finanziato dal suo conto alla banca Arner di Lugano, istituto molto mal visto da Bankitalia ad alto rischio di riciclaggio, nel cuore del Cavaliere, dei suoi figli e degli amici della storica band, da Cesare Previti a Gianni Acampora. Quando ha potuto, Dio sa quanto ha edificato il Cavaliere.

Immobiliare Silvio, lavori in corso. Da Villa Certosa (una fabbrica di San Pietro) ad Arcore. Da Palazzo Grazioli alla lacustre Villa Campari. Da Villa Gernetto (foresteria per capi di Stato e università solo lib, almeno per ora, di cui ha controllato personalmente ogni doratura) a Villa San Martino (lasciata libera da Veronica Lario) al castello di Tor Crescenza, alle porte di Roma, da pochissimo rimesso a nuovo secondo i desiderata del nostro che lo ha affittato per 2 milioni e passa di euro l’anno tutto registrato, si dice a Roma, mai come ora il Cavaliere aveva mostrato una tale euforia urbanistica.

La disoccupazione è a dir poco preoccupante, il debito pubblico è trattenuto a malapena, la legge di stabilità ha tagliato il tagliabile, il fantasma di un governo tecnico incombe, ma il presidente del Consiglio è in piena esplosione edificatoria.

Il ritratto fatto da Silvia Andreoli per Villa Certosa nel 2008 Il ritratto fatto da Silvia Andreoli
per Villa Certosa nel 2008

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Passando da una residenza all’altra, allarga, demolisce, costruisce, arreda, compra ed affitta. Visita tenute toscane (La Selva) e ville medicee in vendita, ansioso di accumulare ancora, appassionato di arte topiaria, alcove segrete, materassi rotondi (quelli nelle torrette di Villa Certosa) tombe (fenicie in Costa Smeralda, personali ad Arcore), collezioni di cactus freudianamente fallici, il vulcano e va bene, ma anche i rumori da giungla, finti laghi e grotte, pizzerie e gelaterie fasulle dove fare politica estera e fare divertimento, molto meglio, come confessa lui, che appisolarsi al Consiglio dei ministri litigiosi o dare retta alle lamentele di Denis (Verdini, il coordinatore che si sente accerchiato) o di Mariastella (Gelmini, il ministro reso quasi in miseria da Tremonti).

Forse una sintomatologia da accerchiamento. Forse la ricerca di una privacy perduta. Intanto la ristrutturazione del castello della Crescenza è terminata. Molti lavori di restauro per tirare a lucido l’atmosfera un po’ délabré (i vetri, i dipinti colorati dei muri, l’intonaco da rinfrescare, alcune tappezzerie troppo semplici per lui). E soprattutto la necessità di rinforzare la sicurezza (cani da guardia, reti indistruttibili, sensori ovunque) delle varie entrate del castello, decisamente molto a rischio di fotografi e giornalisti ficcanaso, tanto che il premier per non dare nell’occhio arriva senza elicotteri (ma l’eliporto c’è), quasi in incognito, con il minimo indispensabile di scorte e di corte. L’affitto è principesco, ma si tratta di tutto il castello, da merlo a merlo, e delle altre tre o quattro ville (qualcuno ricorda che erano abusive, ma figuriamoci, e ora come minimo, sono state condonate) ben protette per ospitalità discrete anche improvvise, sparse per il parco fitto (troppo fitto, secondo Gianni Letta che lo sconsigliava caldamente per la facilità di nascondigli per intrusi). Così Palazzo Grazioli con la sala del consiglio, una specie di parlamentino in cui entrano anche 70 deputati, ormai famoso quanto Palazzo Montecitorio, dove gruppi di russi si fermano per la foto ricordo (per forza, accoglie tra le mura il lettone di Putin, vestigia che non ha nemmeno il Cremlino) è diventato sempre di più la residenza da premier e da leader.

A Tor Crescenza, invece, c’è il via vai di cene con le deputate junior, sotto la supervisione dalla fattiva Mariarosaria Rossi, detta “la centralinista”, proprietaria di un call center e per questo oggetto di un grande onore: rispondere ogni tanto lei ai cellulari del premier. Alfredo, il maggiordomo personale del Cavaliere è di casa (arriva in cucina con la spazzatura e scherza: Dove lo butto? Dentro ci sta D’Alema). Berlusconi anela di acquistare Tor Crescenza e di diventare così, da buon parvenu, finalmente un castellano, dopo aver sgobbato una vita un uomo si merita un ponte levatoio e qualche alabarda. Da lì i veleni di Palazzo sembrano lontani con la compagnia rilassante di donna Sofia Borghese, moglie di Fabrizio Ferrari, (che comprò il castello a un’asta), ex proprietario di Ca’ Dario a Venezia (venduto a Raul Gardini insieme alla Bavaria Assicurazione in pessime acque), sfiorato da varie vicende giudiziarie, perfetto compagno di merende per il Cavaliere dato che può vantare una rinomata esperienza in feste e festicciole. Donna Sofia, alta e racé, mostra molta dedizione verso il premier. Trepidava così tanto povera cara per il voto di fiducia a rischio per la fibrillazione finiana che il suo prezioso affittuario ha voluto telefonarle subito per comunicare l’esito positivo e placare la sua angoscia.

La bulimia immobiliare del Cavaliere sembra direttamente proporzionale all’anoressia delle alleanze del governo e al disgregamento del suo progetto politico. Perde alleati, incamera proprietà. Ogni tanto è tentato da un gesto che gli assicuri l’immortalità, donare, per esempio, allo Stato Villa Certosa per farne una Camp David italiana. Poi rinsavisce. Quando fa da guida al grand tour, tra i sentieri invasi dalle fanciulle in fiore chiamate a frotte da lui, anziano viveur, segnala il lago dove Fini non resistette e si tuffò, la quantità di gelati divorati da Toni (Blair) nella piazzetta della gelateria, le dépendance dove l’ex premier ceco Mirek Topolanek si sentiva a suo agio (le foto di “El Pais” mostrarono quanto), la struttura trasparente con le gabbie dove le crisalidi diventano farfalle gigantesche destinate al giardino degli ibiscus, trasformabile in teatro con i bauli dei camerini pieni di tanga di piume e strass, molto apprezzato daVladi (Putin). Come a dire, a casa mia è passata la Storia. Ogni residenza ha un posto preciso nella simbologia spettacolare dell’uomo.

Villa Certosa è Silvioland. Palazzo Grazioli, l’emblema del potere. Il castello, il sogno napoleonico di un parvenu verso l’ancien régime. E Arcore ora è Eros e Thanatos, la dimora dove si fece costruire il mausoleo da Pietro Cascella, oggi può vantare la Grande Discoteca progettata anche in questo caso con i consigli di un mago della materia, Lele Mora, famoso agente di star e veline, con una rubrica molto ben fornita. Nell’entourage del premier si racconta dei pali da lap dance e di un gran trono dorato. Se il Paese ingrato non glielo fornisce ci pensa l’immobiliare Silvio a non farglielo mancare.

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21 ottobre 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/immobiliare-silvio-la-verita/2136862