Archivio | ottobre 30, 2010

Bunga Bunga, un Elio ci salverà / “Bunga Bunga” di Elio e Le Storie Tese, parodia WakaWaka [English Subtitles]

Bunga Bunga, un Elio ci salverà

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Telebestiario di Francesco Specchia

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Stefano Belisari, l’uomo dalle sopracciglia impossibili, è il vero Kant (inteso sia nel senso di Immanuel che in quello di Eva) dello spettacolo italiano. Un illuminista che ha il coraggio di servirsi del proprio intelletto.

Belisari, classe ’61, diploma di conservatorio e laurea in ingegneria elettronica è, in ordine sparso: doppiatore, dj, giocatore e commentatore di baseball nell’Ares Milano, attore dai nom de plume cambiati come le camicie (Julio Hammurabi in “Drammi medicali” su Flop tv), giudice di talent show, perfino ladro d’identità dato che a chi gli chiedeva il suo vero nome lui rispondeva, a fasi interlocutorie: “Roberto Moroni”, “Roberto Gustavivi” o “Maurizio Cattelan”, e nei panni proprio di Cattelan andava a ritirare premi d’arte contemporanea. Il fatto che Belisari sia, nel tempo libero, Elio di Elio e le Storie Tese è un’aggravante. Abbiamo avuto l’ultima percezione della sua genialità in due video che invadono Youtube: “Parco Sempione” con Maccio Capatonda e il freschissimo “Bunga Bunga”. Quest’ultimo -tratto da “Parla con lei” sul caso marocchina Ruby /Berlusconi- è addirittura diventato il refrain nella redazioni. Noi l’abbiamo rivisto una decina di volte, ogni volta con un collega diverso, spesso berlusconiano. C’è Elio con baffoni asburgici che sulle note del Waka Waka stornella: “Canta canta con Lele/Balla balla con Fede/ se no stai attento vai in galera/ per colpa dell’Africa”. Inutile dire che, con la parodia su Emanuele Filiberto è tra le cose più esilaranti prodotte dalla tv.

Strano come il concetto di “Bunga Bunga”, strascico semantico di una trita barzelletta anni ’80 su selvaggi africani sessuomani spacciato come insegnamento di Gheddafi, stia diventato un must. La televisione web Bonsai tv ne ha addirittura ridoppiato una versione sul Toga Party di Animal House, mentre in Facebook nascono profili infiniti sulla diciassettenne marocchina tettona spacciata per nipote di Mubarak (che però è egiziano). Il personale grido di guerra del premier divide gli italiani. Non riusciamo ancora a capire se entusiasmarci o deperire in una profonda tristezza. Un Elio ci salverà…

Francesco Specchia

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30 ottobre 2010

fonte:  http://www.tgcom.mediaset.it/televisione/articoli/articolo494656.shtml

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“Bunga Bunga” di Elio e Le Storie Tese, parodia WakaWaka [English Subtitles]

B. DOCET – Condannato per “violenza sessuale aggravata da abuso d’ufficio” e poi promosso: scandalo alla Provincia di Roma

Condannato per violenza e poi promosso: scandalo alla Provincia di Roma

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di Davide Desario
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La Provincia di Roma ROMA (30 ottobre) – La Corte di Cassazione ad aprile del 2008 lo ha condannato a un anno e sei mesi per violenza sessuale aggravata dall’abuso d’ufficio. A giugno di quest’anno, il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, ha firmato l’ordinanza che lo nomina vicedirettore generale. E sulla vicenda nove consiglieri provinciali del Pdl mercoledì hanno presentato un’interrogazione scritta a Zingaretti. Ma proprio quel giorno lo stesso Zingaretti ha firmato un’altra ordinanza nella quale accoglie le dimissioni dall’incarico (non dall’amministrazione provinciale) presentate dal dirigente. Una storia che merita di essere raccontata.

Se tu dai una cosa a me. I fatti risalgono a molti anni fa quando il dirigente, R.D.S, lavorava al Comune di Roma. Secondo i giudici l’uomo avrebbe preteso “giochini erotici” dalle organizzatrici delle manifestazioni culturali che bussavano alla sua porta in cambio di permessi per l’Estate Romana. E per questo è stato condannato in primo grado e in appello. Lui nel frattempo ha partecipato a un concorso per dirigenti alla Provincia, lo ha vinto ed è stato assunto.

La sentenza definitiva. Ad aprile scorso, però, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna: un anno e sei mesi di reclusione per violenza sessuale aggravata dall’abuso di ufficio (pena sospesa con la condizionale). A questo punto gli uomini di Palazzo Valentini si pongono il problema: «Abbiamo aperto un procedimento disciplinare – spiega il direttore generale Antonio Calicchia – Ma dopo mesi di confronti con il dirigente e il suo avvocato abbiamo stabilito che non ci fossero gli estremi per il licenziamento».

Dalle stalle alle stelle. Dall’eventuale licenziamento si è passati alla “promozione”. Il 21 giugno di quest’anno il presidente Zingaretti, su proposta proprio di Calicchia che lo ha scelto tra vari dirigenti, ha firmato l’ordinanza numero 137 con la quale nomina R.D.S. vicedirettore generale della Provincia di Roma. «Nessun aumento di stipendio, nessun premio» assicura Calicchia, ma sicuramente un ruolo di maggior responsabilità e potere.

La fuga di notizie. La nomina resta quasi sotto silenzio. Fino ai giorni scorsi quando i consiglieri Simonelli, Tomaino, Bertucci, Lancianese, Scotto Lavinia, Petrella, Indicco, De Angelis e Stefani hanno cominciato a muoversi per vederci chiaro. E mercoledì 27, quando finalmente hanno avuto in mano un po’ di carte, hanno presentato un’interrogazione scritta a Zingaretti. Il caso ha voluto che proprio due giorni prima R.D.S avesse dato le dimissioni dall’incarico per “troppe competenze”. Dimissioni che il presidente della Provincia ha accolto proprio mercoledì 27. Zingaretti, ieri, non ha commentato. «Quel dirigente è un validissimo professionista – conclude Calicchia – Ho la massima fiducia in lui. E poi bisogna leggere bene la sentenza. Non ha violentato nessuno. Ha solo tentato di dare un bacetto sul collo ad una signorina».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=124833&sez=HOME_ROMA

Reggia romana da 400mila euro l’anno per Nwanze, zar anti-povertà dell’Onu

Reggia romana da 400mila euro l’anno per Nwanze, zar anti-povertà dell’Onu

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https://i0.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20101030_villa_ifad.jpg

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di Michele Concina
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ROMA (30 ottobre) – L’Ifad, Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, è, con la Fao, la seconda grande agenzia dell’Onu con sede a Roma. Il suo scopo è «sradicare la povertà nelle zone rurali dei Paesi in via di sviluppo». In 33 anni di lavoro, qualche successo lo ha certamente ottenuto; anche se molto resta ancora da fare, come si usa dire in questi casi.

Ma se è vero che i grandi risultati cominciano dalle piccole cose, allora non si potrà negare che almeno una famiglia africana ha raggiunto, grazie all’Ifad, un benessere a dir poco invidiabile: è quella del nigeriano Kanayo Felix Nwanze, che dell’Ifad è il presidente dal 1° aprile dell’anno scorso. Italian insider, un giornale in lingua inglese che si pubblica a Roma, ha raccolto le preoccupazioni di funzionari del Fondo e di altre branche dell’Onu per lo stile di vita di Nwanze. A cominciare dalla residenza che si è scelto. Nwanze abita in una villa sul tratto più bello dell’Appia antica, basolato romano, alberi centenari, atmosfera bucolico-miliardaria. Dietro l’alto muro di cinta, in fondo al viale di pini e cipressi punteggiato di rovine romane, i tre piani color ocra ospitano fra l’altro una palestra ben attrezzata. Nei due ettari di parco, ai prati impeccabili si alternano una piscina di rispettabili dimensioni, un campetto da calcio, uno da pallacanestro, e un ampio garage per la scura berlina Bmw e la sua gemella fuoristrada, entrambe naturalmente fornite di targa diplomatica. John Phillips, il direttore di Italian insider, ha ascoltato la testimonianza di un alto funzionario dell’Ifad, americano, incaricato dei controlli contabili. Parlando solo a condizione di poter restare anonimo, l’uomo ha calcolato i costi della villa – affitto, manutenzione e cura dei giardini – a 400 mila euro l’anno. Altri 197 mila euro del bilancio destinato ad alleviare la povertà contadina se ne vanno, ha spiegato, per la guardia del corpo personale voluta da Nwanze. Il nuovo presidente, a quanto pare, non si fida a sufficienza dei sofisticati sistemi d’allarme installati dalle autorità di sicurezza italiane in casa del suo predecessore, lo svedese Lennart Båge; o forse teme di essere spiato.

Nwanze sembra poco incline a render conto di quel che fa. Alcuni colleghi del funzionario americano hanno riferito che i più diretti collaboratori del presidente premono per “spalmare” le spese personali del presidente, allo scopo di renderle meno appariscenti, su diversi capitoli del bilancio. Un bilancio che in altre voci è stato tagliato di 1,8 milioni di euro. Ma che ha lasciato intatto, fra l’altro, lo stipendio di Nwanze, 215 mila euro. «Io vado in giro per il mondo a prestare 25 dollari ai contadini per comprare qualche pollo, cambiandogli la vita, mentre quest’uomo sperpera milioni», accusa l’americano.
Interpellata dal Messaggero, Farhana Haque Rahman, portavoce dell’Ifad, ha affermato che le cifre relative alle spese del presidente «non sono esatte». Ma alla richiesta di precisare quali siano le somme corrette, ha risposto: «Non intendiamo rilasciare altre dichiarazioni».

Quando è salito al vertice, Nwanze era stato molto ben accolto dal personale dell’Ifad, perché era il primo presidente arrivato dall’interno dell’organizzazione. Ma è rapidamente precipitato nell’impopolarità, grazie soprattutto alla moglie Juliana Olabintan, figura statuaria solitamente sormontata da estesi copricapi, caratterizzata da una forte propensione a co-governare il fondo. Del resto, lo stesso presidente così la descrive: «Nel determinare il mio successo, mia moglie non è dietro di me, ma al mio fianco».

Va detto che l’attenzione ai costi, all’Ifad, non è mai stata molto rigorosa.
Tanto per dire, uno dei ristoranti utilizzati dagli alti funzionari per pranzi e cene di lavoro era la Rosetta, al Pantheon; e l’albergo delle trasferte a Singapore era il mitico Raffles. Ma almeno i presidenti abitavano in case normali, benché certo confortevoli. L’algerino Idriss Jazairy, per esempio, stava in un appartamento vicino alla sede del Fondo, dalle parti di via del Serafico. Su due presidenti nessuno ha avuto da ridire, almeno quanto alle spese personali: il saudita Abdelmuhsin M. Al-Sudeary e il kuwaitiano Fawzi Al-Sultan. Erano straricchi di famiglia.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=124832&sez=HOME_NELMONDO

Dopo 60 anni incontrano i parenti: Aperte le porte tra le due Coree

Tra pochi giorni lo scambio: si sposteranno i nordcoreani

Dopo 60 anni incontrano i parenti
Aperte le porte tra le due Coree

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Un centinaio di sudcoreani ha riabbracciato i propri cari. Kim Hae-jung, 96 anni, ha finalmente visto la figlia

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Un momento dell'incontro tra famiglie delle due Coree (Ap)
Un momento dell’incontro tra famiglie delle due Coree (Ap)

MILANO – Prima si sparano addosso, poi si abbracciano. Si potrebbe sintetizzare così – con una battuta un po’ trash – quanto accaduto tra venerdì e sabato nelle due Coree. Dopo gli spari al confine che hanno fatto temere una escalation nel conflitto mai sanato tra le due parti del Paese, è arrivato il giorno tanto atteso da un centinaio di sudcoreani.

DOPO 60 ANNI – Sabato per loro (ma solo per loro) si sono aperti i confini, blindatissimi, e hanno potuto incontrare i parenti che vivono a nord e che non vedevano da 60 anni, ovvero dalla guerra tra le due Coree del 1950-53. Il regime di Pyongyang ha permesso loro di attraversare il confine e di raggiungere una località sul monte Kumgang: un appuntamento, organizzato da tempo, che avrebbe potuto essere annullato dopo lo scambio a fuoco di venerdì, ma gli spari sono stati probabilmente innescati da un «errore» di un soldato del Nord e la cosa sembra essere finita lì. Kim Hae-jung, a 96 anni, ha potuto riabbracciare la figlia, Woo Jeong-hae, lasciata bambina 60 anni fa e ormai donna matura: «Non ti ho mai dimenticata, ti ho sempre vista nei miei sogni».

SELEZIONATI – La riunione dura tutto il fine settimana, fino a lunedì, e riguarda 97 nuclei familiari degli oltre 80 mila sudcoreani che hanno chiesto di rivedere i parenti lontani. In totale sono state selezionate per partecipare agli incontri, secondo l’agenzia Yonhap, 403 persone tra i 12 e i 96 anni. Nei prossimi giorni sarà la volta di cento nordcoreani, che potranno finalmente oltrepassare il confine per rivedere i loro cari a Seul. Gli incontri (organizzati dalla Croce Rossa) dureranno una settimana e sembrano indicare la volontà di un allentamento della tensione tra i due Paesi, dopo l’affondamento a marzo della corvetta sudcoreana Cheonan che ha provocato la morte di 46 marinai. Seul ha accusato la Corea del Nord di aver affondato la nave con un siluro, ma Pyongyang ha sempre negato.

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Redazione online
30 ottobre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_ottobre_30/corea-incontro-famiglie_25f5830e-e438-11df-9798-00144f02aabc.shtml

Brescia, scontri tra polizia e manifestanti; la protesta continua sulla gru di un cantiere

Brescia, scontri tra polizia e manifestanti
la protesta continua sulla gru di un cantiere

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Tensione fra le forze dell’ordine e alcune centinaia di persone mobilitatesi a difesa degli immigrati
Un arresto al termine degli incidenti, mentre una decina di manifestanti si arrampica a 20 metri

Brescia, scontri tra polizia e manifestanti la protesta continua sulla gru di un cantiere Una delle gru “occupate” durante la manifestazione

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Scontri tra forze dell’ordine e manifestanti si sono verificati poco prima delle 16 in centro a Brescia, dove si stava tenendo una manifestazione non autorizzata a sostegno degli immigrati. In via San Faustino il corteo, formato da alcune centinaia di manifestanti, è stato fermato dalle forze dell’ordine. I due gruppi si sono fronteggiati per alcuni minuti, poi il corteo ha ripreso ad avanzare ed è stato fermato nuovamente dalle forze dell’ordine.

Gli immigrati organizzati dall’associazione “Diritti per tutti” affiancati da giovani antagonisti sono scesi in piazza della Loggia nonostante non fossero stati autorizzati dalla Questura – nel pomeriggio era infatti previsto un corteo degli alpini per il festeggiamento del 90esimo – quindi si sono riversati lungo Via San Faustino dove sono stati bloccati dalle forze dell’ordine. All’ultimo momento è stato autorizzato un piccolo corteo di circa 300 metri, ma i manifestanti hanno cercato di forzare il cordone di sicurezza ed hanno ingaggiato uno scontro con carabinieri e polizia.

Una parte del corteo è defluito per le vie laterali ed è poi confluita in piazzale Cesare Battisti dove alcuni immigrati sono penetrati nel cantiere della metropolitana e si sono arrampicati in cima ad una gru alta oltre venti metri da cui hanno srotolato lo striscione “Sanatoria”.

E continuerà ad oltranza la loro protesta sulla gru del cantiere di largo Cesare Battisti, a Brescia: nove secondo la polizia, dieci o forse undici secondo i promotori della protesta. I vigili del fuoco hanno fatto salire sulla gru cibo e coperte, mentre un centinaio di manifestanti si sono trasferiti nella vicina parrocchia di San Faustino, che il parroco don Armando Nolli ha messo a disposizione per agevolare una mediazione. La protesta sulla gru, hanno fatto sapere gli interessati, non cesserà finché il ministero dell’Interno non aprirà una trattativa, prestando ascolto alle rivendicazioni di quanti si attendevano di essere regolarizzati con la sanatoria 2009.

Al termine della giornata la polizia ha comunicato di aver fermato un uomo, un bresciano che avrebbe partecipato alla prima fase degli scontri e del quale ora glui organizzatori della protesta chiedono il rilascio.

“Brescia voleva festeggiare i 90 anni dei propri alpini e lo ha fatto – commenta il sindaco di Brescia, Adriano Paroli – Pensare di manifestare le proprie idee non rispettando altre celebrazioni preparate da tempo diventa un atto di prepotenza e palesa l’incapacità di capire la realtà in cui a parole si desidererebbe vivere e integrarsi”.

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30 ottobre 2010

fonte:  http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/10/30/news/brescia_corteo_non_autorizzato_scontri_tra_polizia_e_manifestanti-8589912/?rss

Rifiuti, l’intesa non piace ai manifestanti, ancora tensioni e blocchi

Rifiuti, l’intesa non piace ai manifestanti
ancora tensioni e blocchi

Proteste contro cava Sari e la riapertura del sito di Taverna Re
Il premier: non saranno aperte discariche a Terzigno e Serre

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La conferenza stampa del premier dopo l'intesa con i sindaci vesuviani ROMA (30 ottobre) – Dopo l’intesa raggiunta ieri sera tra governo e sindaci dell’area vesuviana e l’assicurazione del premier che non saranno aperte le discariche a Terzigno e Serre, in mattinata ci sono stati nuovi momenti di tensione tra forze dell’ordine e manifestanti che hanno cercato in mattinata di impedire l’accesso degli autocompattatori all’interno del sito di stoccaggio delle ecoballe di Taverna del Re a Giugliano (Napoli). Il sito è stato riaperto a seguito di un’ordinanza del presidente della Provincia e dovrebbe accogliere oltre diecimila tonnellate di rifiuti “tal quale”. A scatenare la rivolta è stato il fatto che c’era un preciso impegno sancito in passato che il sito, che accoglie oltre 6 milioni di tonnellate di spazzatura, non avrebbe più riaperto i cancelli.

Intesa bocciata dai manifestanti.
Ai manifestanti presenti questa notte alla rotonda di via Panoramica, la strada di accesso alla discarica di Terzigno (Napoli), l’intesa raggiunta tra i sindaci e il premier Berlusconi non è piaciuta. Il documento, sottoscritto in Prefettura a Napoli, è stato letto al megafono e accompagnato da dissensi, in particolare per quanto riguarda la cava Sari, la discarica fonte di gravi disagi per le popolazioni a causa dei miasmi che si sentono anche in queste ore e per l’inquinamento ambientale che, sostengono i manifestanti, sarebbe stato prodotto in maniera irreversibile. Secondo i rappresentanti dei comitati in lotta non ci sarebbero le garanzie chieste per la non riapertura e la bonifica della discarica. I manifestanti annunciano che il presidio continuerà. La manifestazione in programma nel pomeriggio, con la confluenza di cortei da varie città del Vesuviano non è stata organizzata «per festeggiare quello che non c’è da festeggiare, ma un momento di lutto per le popolazioni del territorio».

Movimento vesuviano: la lotta va avanti. «Non possiamo fermare la mobilitazione fino a risultati concreti e davvero rispettosi del bene pubblico»: è quanto sostiene il Movimento per la difesa del territorio dell’area vesuviana in un documento in merito all’accordo tra il premier Silvio Berlusconi e i sindaci dell’area vesuviana. «Noi – sottolinea il movimento – vogliamo che l’esclusione della discarica dalla cava Vitiello diventi legge senza se e senza ma, ma pretendiamo anche il blocco immediato e la bonifica della discarica in cava Sari. Esistono già analisi sulle falde acquifere della zona della cava fatte dalle autorità sanitarie che dicono che sotto quello sversatoio pluridecennale le acque sono perfino più inquinate che il percolato stesso della discarica. Quindi nessun sindaco può prendere impegni a nome nostro sull’interruzione della lotta».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=124801&sez=HOME_INITALIA

Oscurati i siti che hanno denunciato le torture agli indigeni di Papua

ATTACCHI HACKER SIMULTANEI CONTRO L’ORGANIZZAZZIONE CHE HA DIFFUSO LE IMMAGINI

Oscurati i siti che hanno denunciato le torture agli indigeni di Papua

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AlJazeeraEnglish | 18 ottobre 2010

A shocking new video which shows Tunaliwor Kiwo, a West Papuan farmer being tortured, allegedly by government forces, suggests that Indonesia’s dark past continues to live on in some parts of the country.

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Survival International, che aveva mostrato le prove contro i soldati indonesiani: «Operazione sofisticata»

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I video che mostrano le torture che i soldati indonesiani infliggono agli indigeni della Papua Nuova Guinea, diffusi dall’associazione Survival International, a qualcuno non sono piaciuti. Il sito dell’organizzazione per i diritti umani, e altri quattro di associazioni umanitarie che avevano diffuso le immagini, sono stato oscurati da un attacco hacker. Contro il sito principale inglese di Survival (vedi quello della sezione italiana) è poi scattata una massiccia offensiva attraverso un attacco di tipo “Denial of Service”: molte migliaia di computer in tutto il mondo hanno bombardato simultaneamente il sito di Survival, facendolo collassare. L’attacco è tutt’ora in corso. Hanno subito attacchi cybernetici anche altre organizzazioni che hanno pubblicato lo stesso video delle torture. Survival aveva già subito simili offensive durante la campagna condotta contro il governo del Botswana, responsabile di aver sfrattato i Boscimani dalle loro terre ancestrali.

INIZIATIVA CONTRO I DIRITTI UMANI«Non si tratta di un sabotaggio ideato da un paio di ‘smanettoni in un garage – ha dichiarato il Direttore di Survival Stephen Corry – bensì di un attacco molto costoso e sofisticato classificabile come cyberterrorismo. Il danno arrecato a Survival International potrà anche essere considerevole, ma non è ovviamente nulla rispetto a quello inflitto alle tribù di Papua o ai Boscimani del Botswana. Non stiamo parlando solo di una battaglia locale per la sopravvivenza degli ultimi cacciatori Boscimani rimasti in Africa o degli oltre 1 milione di indigeni oppressi nel Papua Occidentale; questa è un’offensiva diretta anche contro tutti coloro che osano combattere il predominio del denaro e dei governi sui diritti umani. Le forze schierate contro di noi sono colossali, e potrebbero aver vinto questo round, ma noi non molleremo mai».

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29 ottobre 2010

fonte: http://www.corriere.it/esteri/10_ottobre_29/torture-papua-hacker_8f95dad0-e379-11df-b688-00144f02aabc.shtml

Ruby, la telefonata: «Conosciamo questa ragazza non portatela in un centro»

Poi in Questura arrivò la consigliera regionale del Pdl Nicole Minetti

«Conosciamo questa ragazza
non portatela in un centro»

Corriere della Sera

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Berlusconi chiamò in questura per Ruby: è una parente di Mubarak, meglio affidarla a una persona di fiducia

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ROMA – Fu Silvio Berlusconi a dichiarare al capo di gabinetto della questura di Milano che Ruby era la nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak. Fu lui, esponendosi in prima persona, a mentire sulla reale identità della giovane e a chiedere che fosse subito affidata al consigliere regionale del Pdl Nicole Minetti. Il testo della telefonata, così come è stato ricostruito dallo stesso funzionario Pietro Ostuni, è agli atti dell’inchiesta della magistratura che procede per favoreggiamento della prostituzione nei confronti della stessa Minetti, di Emilio Fede e di Lele Mora.

È il 27 maggio 2010, le 23 sono appena passate. Nella stanza del fotosegnalamento c’è Ruby, 17 anni, marocchina, fermata perché è stata denunciata da una sua amica per il furto di 3.000 euro. Lei cerca di difendersi, giura che quei soldi sono suoi. E quando le chiedono come mai è a Milano da sola, dice di essere in lite con la sua famiglia che vive a Messina. «Sono andata via, perché ho problemi con i miei genitori», chiarisce.

In un altro ufficio squilla il telefono del capo di gabinetto Pietro Ostuni. A chiamare è un uomo. Si qualifica come il caposcorta del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E subito chiarisce il motivo della telefonata: «So che da voi c’è una ragazza che è stata fermata. È una persona che conosciamo e dunque volevamo sapere che cosa sta succedendo». Fornisce le generalità della giovane, si informa su quanto è accaduto. Ostuni inizialmente resta sul vago. E allora il caposcorta è più esplicito: «Anche il presidente la conosce, anzi aspetta che adesso te lo passo». Il funzionario rimane incredulo. Capita spesso che le personalità chiamino il gabinetto delle questure sparse in tutta Italia per i motivi più disparati, ma certo non si aspettava di parlare con il capo del governo. E invece è proprio Berlusconi a chiarire la situazione. Il resoconto della sua telefonata è nelle relazioni di servizio che sono già state depositate agli atti dell’indagine.

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«Dottore – spiega Berlusconi – volevo confermare che conosciamo questa ragazza, ma soprattutto spiegarle che ci è stata segnalata come parente del presidente egiziano Mubarak e dunque sarebbe opportuno evitare che sia trasferita in una struttura di accoglienza. Credo sarebbe meglio affidarla a una persona di fiducia e per questo volevo informarla che entro breve arriverà da voi il consigliere regionale Nicole Minetti che se ne occuperà volentieri». Ostuni chiarisce che la procedura di identificazione è ancora in corso, ma assicura che si provvederà al più presto. E subito dopo chiede di accelerare lo svolgimento della pratica. Poi avvisa i poliziotti che si stanno occupando della ragazza, dell’imminente arrivo della Minetti. Genericamente spiega che la questione interessa Palazzo Chigi. Non immagina che una funzionaria riferisca ai colleghi di questo «intervento». E invece la notizia fa presto a diffondersi. Soltanto il questore Vincenzo Indolfi viene informato che è stato Berlusconi in persona a chiamare, ma comunque si capisce che Ruby ha qualcuno «importante» che l’aiuta.

Qualche minuto prima della mezzanotte Minetti arriva in via Fatebenefratelli. Le viene spiegato che bisogna attendere il via libera del magistrato di turno al tribunale dei minori, la dottoressa Anna Maria Fiorilli. Nei casi di fermo di un minore, c’è l’obbligo di informare l’autorità giudiziaria del provvedimento e poi di attendere le sue decisioni circa la destinazione dell’indagato. Ed è quanto avviene anche quella sera, così come risulta proprio dalla relazione inviata al ministro dell’Interno Roberto Maroni. Al consigliere regionale viene comunque concesso di vedere la ragazza. Ruby le va incontro, l’abbraccia, la ringrazia per quanto sta facendo. Alle 2, esattamente otto ore dopo il fermo, la giovane marocchina torna libera. Agli atti rimane la firma di Nicole Minetti che dichiara di accettare il suo affidamento. Un impegno che – evidentemente – non ritiene di continuare ad onorare.

Corriere della Sera

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Una settimana dopo, il 5 giugno, Ruby litiga con una sua amica brasiliana. Interviene la polizia, la giovane viene portata in ospedale dove rimane qualche giorno. Al momento della dimissione la trasferiscono in questura proprio perché si tratta di una minorenne. Si decide di contattare il consigliere Minetti proprio perché possa andare a prenderla, visto che risulta affidataria. Ma per due volte la donna non risponde e a quel punto – dopo aver nuovamente contattato il magistrato per il “nulla osta”- arriva il provvedimento per trasferirla in una casa-famiglia a Genova. Nella sua informativa al ministro, Indolfi chiarisce che «nessun privilegio è stato concesso alla ragazza perché tutte le procedure sono state rispettate». Caso chiuso per il Viminale, come chiarisce in serata Maroni che si dice «pronto anche a riferirne in Parlamento». Ma l’indagine della procura di Milano è tutt’altro che conclusa. Moltissimi sono gli interrogativi ancora aperti.

Bisogna innanzitutto fare riscontri su chi effettivamente avvisò il presidente Berlusconi che Ruby era stata fermata ed era in questura per accertamenti: non è ancora escluso che abbia chiamato personalmente il caposcorta. In altre indagini sulle frequentazioni private del capo del governo, alcune ragazze avevano dichiarato di essere state autorizzate dallo stesso premier a contattare – in caso di necessità – direttamente il caposcorta o comunque qualcuno della segreteria. Una prassi che sarebbe stata seguita diverse volte e che anche Ruby potrebbe aver deciso di sfruttare quando ha compreso di trovarsi nei guai. E pure Nicole Minetti dovrà chiarire quale sia la reale natura del suo rapporto con Ruby, visto che prima accettò di firmare il decreto per l’affidamento della minore e poi decise di non occuparsene più.

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Fiorenza Sarzanini
30 ottobre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_ottobre_30/sarzanini_conosciamo_ragazza_c857b278-e3f4-11df-9798-00144f02aabc.shtml

L’ira di Bossi: pronti all’esecutivo tecnico, “Il governo non può telefonare alla polizia”

L’ira di Bossi: pronti all’esecutivo tecnico
“Il governo non può telefonare alla polizia”

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«Dobbiamo prepararci. Il governo tecnico è alle porte. E noi andremo all’opposizione. Per certi versi è pure un bene». La sua analisi è spietata. E non lascia spazio a vie di fuga. Fini valuta la rottura col Pdl, ma vuole arrivarci sulla giustizia e non sul Rubygate

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di CLAUDIO TITO

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 L'ira di Bossi: pronti all'esecutivo tecnico "Il governo non può telefonare alla polizia"   Umberto Bossi

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EPPURE il quadro dipinto ieri da Umberto Bossi ha colto di sorpresa pochi dei membri della segreteria della Lega riunita d’emergenza ieri a Via Bellerio. Il braccio di ferro ininterrotto con Gianfranco Fini, gli esodi che stanno travagliando il Pdl e ora lo shock del «Rubygate» stanno facendo crollare le azioni del quarto esecutivo Berlusconi.

Tutti fattori che l’istinto politico del Senatur ha captato con nettezza. Infatti, davanti ad un centrodestra che un “colonnello” berlusconiano definisce «sfinito e depresso», si sta facendo sempre più largo la tentazione del blitz, della spallata al governo. Nelle ultime 48 ore, i contatti tra il segretario del Pd Bersani, il leader Udc Casini, il presidente della Camera Fini e il capogruppo democratico Franceschini si sono via via intensificati.

Soprattutto si è accelerato il pressing sul capo di Futuro e Libertà. Che mai come in questo momento ha iniziato concretamente a valutare l’idea di «rompere». Nei colloqui che Fini ha avuto con i vertici del suo movimento e con i rappresentanti dell’opposizione, ha fatto capire che stavolta «qualcosa è cambiato». «Ma il campo su cui far cadere il governo – è il suo ragionamento – non può essere quello delle compagnie femminili del premier». Il «Rubygate», insomma, non può essere l’appiglio per disarcionare il Cavaliere. I finiani, semmai, ora alzeranno il tiro su due fronti: la giustizia (lo stesso Fini ha dato il primo segnale ieri), e su «l’abuso di potere».

Il percorso, dunque, non è più quello fissato fino alla scorsa settimana. Non si tratta di aspettare le amministrative di primavera per «cuocere» il presidente del consiglio. Perché, come Casini ha fatto notare ai suoi interlocutori prima di partire per gli Stati uniti, «Berlusconi non sarà mai più così debole». Una debolezza non solo politica ma connessa al «malessere» dei vertici dell’Amministrazione pubblica, alla «freddezza» di ampi settori della Confindustria e alla distanza che le gerarchie ecclesiastiche hanno frapposto tra Palazzo Chigi e Oltretevere. Una considerazione che ha colpito non poco il presidente della Camera. E che sta corroborando le riflessioni di Bersani e Franceschini.

Non a caso l’opzione di presentare nei prossimi giorni una mozione di sfiducia sul caso «Ruby» per coinvolgere subito i finiani è stata accantonata. Sia il segretario Pd che il capogruppo hanno recepito il messaggio dei finiani: «non potete pretendere di farci votare la sfiducia su una cosa del genere». Ma sul resto la tensione verrà subito alzata. Nel Pdl poi è ormai scattata la sindrome del «si salvi chi può».

Molti dei «maggiorenti» del Popolo delle libertà hanno cominciato a parlare con franchezza persino con gli uomini del centrosinistra: «Così non si va avanti, non abbiamo più un leader. Forse è addirittura meglio che facciate un governo tecnico». L’esodo verso Fli e Udc è senza sosta, in modo particolare a livello locale. E intanto il presidente del consiglio si sente sempre più «accerchiato» e sospetta l’esistenza di un piano per «screditarmi a livello internazionale».

Per non parlare della crudezza con cui ieri Bossi ha parlato di Berlusconi e della sua coalizione. Con i big lumbard è stato pesantissimo nei confronti dell’inquilino di Palazzo Chigi anche in riferimento alla vicenda «Ruby». «Ma come gli viene in mente di chiamare la Questura. Un uomo del governo non può farlo, è a dir poco inopportuno. Questa è una cosa che danneggia noi. Ci fa perdere voti, soprattutto a Milano. Come lo spieghiamo?». E ancora: «Il redde rationem sarà a gennaio. Prepariamoci, Silvio cadrà e noi andremo all’opposizione. E ci resteremo. Qualcuno mi dice di un governo Tremonti, ma non esiste. Noi stiamo con Silvio. Tanto il governo tecnico dura comunque poco. Poi si torna al voto. E tutto sommato, prima delle urne, se stiamo un po’ all’opposizione ci fa bene. Ci rigenererà».

L’obiettivo leghista è far arrivare la legislatura almeno fino a febbraio, quando scadranno i termini per i pareri da formulare ai decreti sul federalismo. Scaduti quei termini, i decreti entreranno in vigore. «A noi basta», ha ripetuto il Senatur. Che nel frattempo ha aperto di fatto la campagna elettorale. Il prossimo 20 novembre, infatti, si riunirà il «Parlamento del nord» che giaceva in sonno da anni: «Lì inizieremo a rullare i tamburi».

Una situazione senza vie di fuga di cui il Cavaliere ora inizia a preoccuparsi. «Al consiglio europeo – si è sfogato ieri con i fedelissimi – si parlava solo di quella Ruby. Avevano tutti in mano il New York Times. Ma se arriviamo a dicembre, il governo tecnico se lo scordano». Con l’ultimo scandalo, però, si è riaperto anche il fronte della Chiesa. Gianni Letta è dovuto correre ai ripari. Ha obbligato il premier a partecipare lunedì prossimo ad un meeting sulla famiglia organizzato da Carlo Giovanardi e a prevedere una manovrina a dicembre per finanziarie le scuole cattoliche. Il tutto mentre giovedì scorso si verificava un’assoluta novità per il centrosinistra. Quasi l’intero stato maggiore democratico (ad eccezione di Bersani) è stato ricevuto da Mons. Fisichella e da Josè Martins, ex prefetto della Congregazione per la santificazione. D’Alema, Franceschini, Finocchiaro hanno conversato per quasi un’ora con i due prelati. Segno che davvero nelle sale ovattate del Vaticano qualcosa è cambiato.
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30 ottobre 2010

fonte: http://www.repubblica.it/politica/2010/10/30/news/bossi_premier-8574104/?rss

PATTO STATO-MAFIA – “Trovai il papello di Ciancimino ma il colonnello mi disse: lascialo lì”

“Trovai il papello di Ciancimino
ma il colonnello mi disse: lascialo lì”

Patto Stato-mafia, la testimonianza di un carabiniere

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di SALVO PALAZZOLO

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"Trovai il papello di Ciancimino  ma il colonnello mi disse: lascialo lì" Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco Vito

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PALERMO – Il capitano Angeli teneva in mano il “papello”, l’aveva appena trovato nella casa di Massimo Ciancimino durante una perquisizione. Era il 2005. Telefonò al suo superiore, il colonnello Sottili, ma quello gli ordinò di lasciare perdere. Gli disse: «Non c’è bisogno di prenderlo, l’abbiamo già». È un racconto dai toni clamorosi: l’ha fatto un maresciallo dei carabinieri, il 20 luglio scorso, ai magistrati che indagano sulla trattativa Stato-mafia, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo. E adesso la Procura chiede che il maresciallo Saverio Masi, così si chiama, venga presto chiamato a deporre al processo Mori.

«È stato il capitano Angeli a raccontarmi questo episodio – ha già messo a verbale il sottufficiale – dopo la telefonata al superiore, lui mandò un maresciallo fidato a fotocopiare quelle carte trovate a casa di Ciancimino. E gli disse di non farne cenno a nessuno». I magistrati hanno già rintracciato il maresciallo, Samuele Lecca, che ha confermato: «Sono stato io a trovare dentro un grosso scatolone copiosa documentazione dattiloscritta e manoscritta. Non so cosa fosse esattamente. Angeli mi chiese se conoscessi una copisteria in zona. Mi incaricò di andare, di fare presto e di riportare il materiale in originale e in fotocopia nel suo ufficio. Andai in via Lancia di Brolo, spesi 19 euro».

Per i pm di Palermo è una conferma importante a quanto detto da Massimo Ciancimino: «In quella casa c’erano il “papello” e altri documenti di mio padre». Ciancimino sostiene però che i pezzi più importanti dell’archivio di famiglia erano nella cassaforte. Il maresciallo Lecca racconta invece di avere ritrovato i documenti poi fotocopiati di nascosto «in un magazzino poco distante dall’abitazione». Adesso, i pubblici ministeri sono convinti che quel materiale fotocopiato non arrivò mai al Palazzo di giustizia. Il capitano Antonello Angeli è già stato interrogato, nella veste di indagato dell’inchiesta sulla trattativa, che vede iscritto anche il generale Mori. Angeli si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Quella perquisizione del 17 febbraio 2005 è adesso un vero giallo. Anche perché, qualche mese dopo, Angeli fu sottoposto a un procedimento disciplinare dai suoi superiori, fra cui c’era il colonnello Giammarco Sottili, comandante del reparto operativo, uno degli investigatori più fidati del pool antimafia coordinato dal procuratore Pietro Grasso. Ad Angeli furono contestate gravi inadempienze. Poi, il capitano fu anche trasferito. Fino a qualche mese fa, era in servizio alla Sicurezza del Quirinale.

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30 ottobre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/30/news/lotta_mafia-ciancimino-8576267/?rss