TRUFFA DECENNALE – Il riso Scotti all’assalto dei soldi pubblici dell’energia / Da dove è partita l’inchiesta sulla Riso Scotti Energia

Il riso Scotti all’assalto dei soldi pubblici dell’energia

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Ma quanti ‘furbetti’ abbiamo in Italia..

Solo gli arresti hanno bloccato una truffa decennale. Gli ispettori del Gestore elettrico avevano bocciato gli impianti ma furono ignorati

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Possibile che un ente di Stato paghi per anni milioni e milioni di euro a una grande azienda privata senza che questa ne abbia diritto? Peggio, che questi contributi pubblici siano ottenuti in cambio di un’attività potenzialmente dannosa per l’ambiente e la salute pubblica? E che, ancora, l’ente in questione non si accorga di nulla prendendo per buoni vecchi documenti senza verificare direttamente come stanno le cose? Ebbene sì, nel mondo fatato dell’energia made in Italy tutto questo è accaduto davvero. Lo sostiene la Procura della Repubblica di Pavia che due giorni fa ha chiuso la prima parte di un’inchiesta giudiziaria che ha portato all’arresto di sette persone tra cui tre top manager della Riso Scotti. Secondo l’accusa, tra il 2005 e il 2009 il Gse, cioè il Gestore dei servizi elettrici, a controllo statale, ha indebitamente versato almeno 21 milioni di euro nelle casse dell’azienda di Pavia famosa per le sue martellanti campagne di spot con il tormentone del “dottor Scotti”. I finanziamenti pubblici sono stati erogati sulla base della legge cosiddetta Cip6 del 1992.

Quel tesoro della lolla
Funziona così: l’azienda produce energia da fonti definite rinnovabili o assimilate e lo Stato compra pagando un prezzo maggiorato. Ebbene, dieci anni fa la Scotti ha costruito un inceneritore per produrre elettricità bruciando lo scarto di lavorazione del riso, cioè la lolla, che rientra nella categoria delle fonti assimilate a quelle rinnovabili. La prima convenzione con il Gse, che allora si chiamava Grtn, risale al 2002. Da allora, secondo quanto risulta al Fatto quotidiano, il gruppo alimentare guidato da Angelo Dario Scotti ha ricevuto oltre 60 milioni di euro come finanziamento pubblico Cip6. Secondo le accuse dei magistrati, però, almeno un terzo di quei soldi sono stati incassati dall’azienda senza averne diritto. Motivo? Semplice, con l’andar del tempo la lolla, cioè il rifiuto biologico e autorizzato, è stato sostituito da spazzatura ben diversa, che in alcuni casi conteneva sostanze tossiche in misura ben superiore ai limiti fissati dalle autorizzazioni rilasciate alla Scotti dalla provincia di Pavia e dalla regione Lombardia.
A un certo punto, secondo i calcoli dei tecnici del Corpo Forestale, l’inceneritore ha finito per essere alimentato da una miscela composta per il 70 per cento da plastiche, un altro 20 per cento di legnami e solo per il 10 per cento da lolla. Insomma, addio fonti rinnovabili (e assimilate). Quindi lo Stato non avrebbe dovuto pagare, dicono adesso i magistrati. Anche perchè (rifiuti a parte) l’azienda pavese non avrebbe rispettato una serie di vincoli tecnici a suo tempo prescritti dal gestore della rete. Da qui l’accusa di truffa allo Stato formulata nei confronti di tre manager arrestati mercoledì, tra cui il presidente della Scotti energia, Giorgio Radice.
Così, se verranno confermate le accuse, l’azienda pavese potrebbe essere costretta a restituire gli incentivi pubblici incassati indebitamente. Tutto questo grazie all’intervento della magistratura. E che cosa ha fatto nel frattempo il Gse, ovvero l’ente chiamato a vigilare, tra l’altro, sul rispetto di regole e autorizzazioni da parte delle aziende che ricevono i soldi del Cip6? Risposta: il Gse in pratica non si è mosso fino al 14 maggio del 2009, quindi quasi sette anni dopo la prima convenzione siglata con la società di Pavia. Quel giorno una squadra di tecnici ha bussato alla porta della Scotti energia per quella che viene definita una “verifica ispettiva”.

La denuncia (inutile) degli ispettori
Gli inviati del Gse non possono fare a meno di rilevare che l’inceneritore viene alimentato con una miscela di rifiuti diversa dalla semplice lolla. Non solo. Anche le caratteristiche dell’impianto, come emerge dalla verifica tecnica, non corrispondono a quelle fissate al momento della prima convenzione del 2002, poi modificata, ma solo in piccola parte, nel 2004. L’impianto differisce “in maniera sostanziale”, recita testualmente il rapporto ispettivo. Riassumendo: i rifiuti sono fuori norma. E anche l’inceneritore.
I dirigenti della Scotti ovviamente protestano. Nel corso di numerosi incontri il presidente Radice e i suoi collaboratori respingono le conclusioni degli ispettori del Gse. Niente da fare. “Si dichiara conclusa l’attività di verifica e sopralluogo con esito negativo”, si legge nelle carte ufficiali. Fermi tutti, allora. L’ente pubblico blocca l’inceneritore e chiede all’azienda la restituzione del maltolto, cioè quei 21 milioni di incentivi indebitamente incassati. E invece no. Passano sette mesi e il Gse fa marcia indietro. Con una comunicazione datata 10 dicembre 2009 l’esito della verifica ispettiva viene ribaltato. Da negativo diventa positivo. Non è dato sapere per quale motivo i controllori abbiano cambiato idea tra maggio e dicembre.
Sta di fatto che i contributi pubblici vengono confermati. Adesso però i magistrati sono convinti che quei soldi sono il frutta di una gigantesca truffa ai danni dello Stato. Sarà il processo a stabilire se la procura ha ragione. Nel frattempo però la Scotti energia è riuscita a portare a termine l’ennesimo trionfale bilancio della sua storia. Il 2009 si è chiuso con 2,3 milioni di utili su 12,7 milioni di ricavi. Quasi 20 euro di profitti ogni 100 di incassi. Un risultato eccezionale. Grazie alla monnezza. E ai soldi di Stato.

Dal Fatto quotidiano del 19 novembre 2010

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fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/19/il-riso-scotti-all%E2%80%99assaltodei-soldi-pubblici-dell%E2%80%99energia/77610/

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Da dove è partita l’inchiesta sulla Riso Scotti Energia

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E’ partita da una poderosa inchiesta denominata Golden Rubbish del Noe di Grosseto. Le indagini sono state avviate dopo la morte avvenuta nel 2008 di un operaio rumeno in un sito di trattamento di rifiuti. L’inchiesta era partita però tempo prima dalle indagini sulla bonifica dell’area Italsider di Bagnoli. E’ stata infatti la Procura di Napoli ad avviare l’inchiesta poi confluita sulla società Agrideco di Grosseto, dove era morto il lavoratore. Aveva tre figli e di lui sono rimasti pochi brandelli bruciati dal fuoco (Qui). Erano stati indagati anche grandi gruppi come Marcegaglia, Procter&Gamble, una industria siderurgica triestina e un’altra di Ravenna (si veda Qui, Qui e Qui). Insomma, l’operazione Dirty Energy è, secondo la stampa toscana, un primo esito investigativo dell’inchiesta Golden Rubbish, quella che ha fatto scrivere ai quotidiani toscani titoli evocanti il timore delle ecomafie. Presentiamo quindi un articolo di oggi, 18 novembre 2010, del Corriere della Maremma in cui si collegano gli arresti e le perquisizioni di ieri nel pavese (ma anche vogherese e bergamasco e milanese) all’operazione Golden Rubbish. Dare uno sguardo al di là del Ticino è utilissimo per avere una più realistica idea di ciò che a Pavia potrebbe essere accaduto in questi anni e del suo ruolo centrale in una inchiesta nazionale su di un colossale business di smaltimento e traffico illegali di rifiuti pericolosi. Nella foto una immagine del luogo dove è morto l’operaio tratta da un post che gli avevamo dedicato nel febbraio scorso (Qui). (irene campari)
PS. Attendiamo che l’Arpa, oltre a tranquillizzarci sulle emissioni del termovalorizzatore, fornisca i dati raccolti negli ultimi tre anni. Se tutto fosse a posto (ce lo auguriamo tutti), dovremmo trarre la logica conseguenza – da profani – che si sia trattato di un caso felice di produzione di fumi innocui ed energia pulita da incenerimento di rifiuti indifferenziati.

Si conclude nel nord d’Italia l’indagine Golden Rubbish avviata dal Noe di Grosseto

di Oscar De Paoli, 18 novembre 2010

CORRIERE DI MAREMMA
Rassegna stampa quotidiana della Provincia di Grosseto a cura dell’URP

Smaltimento rifiuti, raffica di arresti. Si conclude nel nord d’Italia l’indagine Golden Rubbish avviata dal Noe di Grosseto. Un giro d’affari dí quasi 30 milioni di euro

Il 26 giugno del 2008 Doru Martin, un operaio rumeno dì 47 anni, saltò in aria a causa di una violenta esplosione che avvenne all’interno dello stabilimento Agrideco di Scarlino. Un suo collega rimase ustionato. La fabbrica smaltiva rifiuti non pericolosi (si seppe poi, nel corso dell’indagine, che tra i rifiuti c’erano anche bombolette spray che venivano smaltite in modo non sempre conforme alla legge). L’indagine che ne seguì, affidata ai carabinieri e al Noe di Grosseto, ben presto portò in diverse parti d’Italia, soprattutto al nord. Ed è di ieri mattina la notizia, arrivata da Pavia, di una serie di arresti e sequestri destinati a far tremare nomi importanti dell’economia nazionale. Ecco i numeri: 12 indagati, 7 arresti, 60 perquisizioni, 1 impianto di coincenerimento e 46 automezzi sequestrati, un giro d’affari di quasi 30 milioni di euro nel solo periodo 2007-2009.

GROSSETO – Ricco il bilancio dell’operazione “dirty energy” condotta dal Noe di Grosseto, agli ordini dei capitano Florindo Rosa, e conclusa nel nord d’Italia dal comando di Milano del Corpo Forestale. Tra le persone arrestate anche Giorgio Radice, presidente della Riso Scotti Energia. Come l’indagine “Golden Rubbish”, partita da Grosseto sia arrivata a Milano diventando l’operazione “dirty energy”, lo si potrà capire solo nel corso del processo. Quello che è certo è che l’impianto di coincenerimento Riso Scotti Energia, posto sotto sequestro nel comune di Pavia, utilizzava nella produzione di energia elettrica e termica, oltre alle biomasse vegetali, rifiuti di varia natura, legno, plastiche, imballaggi, fanghi di depurazione di acque reflue urbane ed industriali ed altri materiali misti, che per le loro caratteristiche chimico fisiche superavano i limiti massimi di concentrazione dei metalli pesanti, cadmio, cromo, mercurio, nichel, piombo ed altri, previsti dalle autorizzazioni. Le indagini hanno accertato il coinvolgimento di diversi impianti di trattamento dei rifiuti provenienti dal circuito della raccolta urbana, dall’industria e da altre attività commerciali dislocate in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana e Puglia, impegnando oltre 250 Forestali su tutto il territorio. L’ingresso delle circa 40.000 tonnellate di rifiuti gestiti illecitamente dalla Riso Scotti Energia veniva reso possibile ed apparentemente regolare attraverso la falsificazione dei certificati d’analisi, con l’intervento di laboratori compiacenti. Oltre al traffico illecito di rifiuti e alla redazione di certificati di analisi falsi si ipotizza una frode in pubbliche forniture e una truffa ai danni dello Stato, visto che tali rifiuti non potevano essere utilizzati in un impianto destinato alla produzione di energia da fonti rinnovabili che ha goduto di pubbliche sovvenzioni. Le persone arrestate sono: Giorgio Radice presidente della società; Massimo Magnani, direttore tecnico dell’impianto; Giorgio Francescone, consigliere delegato e responsabile dell’impianto; Cinzia Bevilacqua, impiegata amministrativa dell’impianto e Marco Baldi, direttore del laboratorio di analisi chimiche Analytica di Genzone. Arrestati anche Silvia Canevari, tecnico responsabile del laboratorio Analytica e Alessandro Mancini, intermediario e Amministratore Unico della Mancini Vasco Ecology di Montopoli in Valdarno (Pisa). L’indagine ha preso spunto da uno stralcio della Procura della Repubblica di Napoli, in merito al traffico di rifiuti prodotti dalla bonifica dell’area dell’ex Italsider di Bagnoli, che ha individuato in Toscana la loro ultima destinazione. Dalle attività investigative dei Noe di Grosseto è emerso che l’organizzazione ruotava attorno alla società maremmana, che oltre ad avvalersi di una rete di produttori, trasportatori, laboratori di analisi, impianti di trattamento, siti di ripristino ambientale e discariche, regolava, gestiva e smaltiva nel suo impianto il flusso di rifiuti. Nel 2008, con l’esplosione alla Agrideco, si aprì un nuovo filone. In quell’occasione, infatti, morì l’operaio rumeno, proprio durante lo smaltimento di bombolette spray esaurite, prodotte da un’importante multinazionale operante nel settore dei cosmetici e provenienti da un magazzino lombardo. I rifiuti in questione, tuttavia, erano classificati come “non pericolosi”. Nel corso dell’operazione venne indagato anche Steno Marcegaglia, presidente dell’omonimo gruppo, per il sequestro del laboratorio di analisi di Mantova della Made Hse, appartenente al gruppo. Grazie all’operazione “Golden Rubbish” vennero denunciate 61 persone, con l’accusa di associazione per delinquere, omicidio colposo, lesioni personali colpose, incendio, attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, gestione non autorizzata di rifiuti, falsificazione dei registri e notificazioni e falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico. Il colpo messo a segno ieri non mette la parola fine all’indagine che, anzi, prosegue in diverse parti d’Italia, Grosseto compresa, tanto che non si escludono nuovi sviluppi e colpi di scena.

http://www.massacomune.it/?p=2192

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fonte:  http://circolopasolini.splinder.com/post/23620785/da-dove-e-partita-linchiesta-sulla-riso-scotti-energia

Una risposta a “TRUFFA DECENNALE – Il riso Scotti all’assalto dei soldi pubblici dell’energia / Da dove è partita l’inchiesta sulla Riso Scotti Energia”

  1. giovanni7 dice :

    C’è poco da commentare,questo è il risultato della fogna in qui siamo caduti.Le 61 persone indagate dovranno anche rispondere dell’omicidio del povero operaio .Se venisse ancora al mondo il il vecchio Scotti,che ha creato la Riso Scotti prenderebbe a calci tutti.

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