Archivio | dicembre 5, 2010

Insurance.aes256, la polizza d’assicurazione di Assange

Insurance.aes256, la polizza d’assicurazione di Assange

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Un vaso di Pandora pronto ad aprirsi non appena qualcosa dovesse succedere al fondatore di Wikileaks. Una storia che assomiglia sempre di più ad un film di spionaggio

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di Redazione

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Insurance.aes256. questo nome potrebbe non dirvi nulla, ma è ciò che protegge Julian Assange dalla sorte peggiore. Si tratta di un documento che, potrebbe contenere files compromettenti su Guantanamo, BP e Bank of America, e il fondatore di WikiLeaks che al momento si nasconde in un luogo sicuro del Regno Unito, potrebbe decidere di usarlo in caso estremo . Il documento, scaricato da migliaia di sostenitori del sito (nonche’ da diversi media internazionali), e’ protetto da un’impenetrabile password. Niente e nessuno lo puo’ dunque aprire. L’idea pero’ e’ semplice: dovessero succedere qualcosa di davvero grave al sito o al suo fondatore la ‘chiave’ verrebbe immediatamente diffusa nel web – provocando l’immediata apertura del vaso di Pandora versione 2.0.

IL GIORNO DEL GIUDIZIO Secondo Ben Laurie, esperta di computer che in passato ha svolto consulenze per WikiLeaks, “Julian e’ un tipo sveglio e questa e’ una tattica interessante” cpme racconta al Sunday Times. “Cosi’ facendo spera di aver trovato un deterrente”. Il file – soprannominato dalla stampa britannica ‘Giorno del Giudizio’ – pesa 1,4 gigabytes. Ovvero abbastanza da comprendere una versione compressa di tutto cio’ che WikiLeaks ha rilasciato quest’anno. I documenti contenuti sarebbero poi ‘non-editati”.

SENZA FILTRO Quindi si tratterebbe veramente di un evento epocale: una loro diffusione potrebbe quindi porre rischi ulteriori visto che nomi e cognomi sarebbero del tutto leggibili. A nulla, fino ad ora, sono poi serviti gli sforzi del ministero della Difesa americano di forzare la serratura del Giorno del Giudizio. ‘Qui non si tratta di un trucco che puo’ essere svelato attraverso un computer’, ha detto Nigel Smart, professore di crittografia alla Bristol University. Nemmeno usando potentissimi processori militari. ‘Ci vuole la chiave’, ha tagliato corto Smart.

COME IN UN FILM“Nell’arco di un lungo periodo”,  ha fatto sapere Assange, “abbiamo distribuito via internet copie criptate del materiale che dobbiamo ancora pubblicare. Tutto quello che dobbiamo fare e’ distribuire la chiave e i documenti si apriranno all’istante’. Insomma, una versione aggiornata al XXI secolo del tradizionale ’se mi dovesse succedere qualcosa una busta marrone verra’ consegnata al New York Times’. In questo caso, infatti, i files sono gia’ nei pc del New York Times. O del Guardian. O di migliaia di privati cittadini sparsi per il mondo che sostengono attivamente l’organizzazione di Assange.

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05 dicembre 2010

fonte:  http://www.giornalettismo.com/archives/101484/insurance-aes256-polizza-dassicurazione/

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WIKILEAKS – Assange sui vertici Onu spiati: “Se Obama sapeva, si dimetta”

WIKILEAKS

Assange sui vertici Onu spiati
“Se Obama sapeva, si dimetta”

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Intervista del Pais via chat al fondatore del sito che ha rivelato i cablo riservati della diplomazia Usa. “Nella geopolitica, ci sarà un prima e dopo Cablegate”. E denuncia: “Mi vogliono uccidere”

Assange sui vertici Onu spiati "Se Obama sapeva, si dimetta"

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ROMA – “Barack Obama deve dirci se sapeva di questo ordine illegale, per spiare l’Onu. Se rifiuta di rispondere o ci sono prove del suo coinvolgimento, si deve dimettere”, così come anche Hillary Clinton. Julian Assange torna a parlare e lo fa in un’intervista concessa via chat a El Paìs. Braccato, stanco, ricercato dall’Interpol, l’hacker-giornalista australiano, responsabile dello “tsunami WikiLeaks 1” che negli ultimi sette giorni ha fatto tremare le diplomazie mondiali, torna sulle rivelazioni del sito in base alle quali il segretario di Stato americano Hillary Clinton avrebbe ordinato di spiare i vertici delle Nazioni Unite 2. Si dice convinto che la geopolitica si dividerà in un prima e dopo “Cablegate”, lo scandalo dei cablogrammi segreti, e parla della sua sicurezza, delle minacce di morte ricevute da personaggi dell’elite americana e vicini ai militari Usa, della paura per i suoi figli.

SPECIALE 3 Il database dei cablogrammi segreti 4

Ecco i punti principali del colloquio avuto via chat con Joseba Elola, del quotidiano spagnolo, pochi giorni dopo la chiacchierata 5 in rete ospitata sul sito del Guardian. Assange risponde al giornalista, ma avverte di non avere molto tempo. L’ultima domanda riguarda il suo nascondiglio, se voglia rimanere nascosto o rendersi disponibile alla giustizia svedese, che ha spiccato contro di lui un mandato d’arresto per stupro. Ma non riceve riposta. Assange sparisce: “Mi dispiace, è andato via”, scrive un assistente.

Le minacce di morte. “Riceviamo minacce di morte dai personaggi vicini ai militari Usa. Ci sono precise richieste per il nostro assassinio, rapimento, esecuzione da parte dell’élite della società americana. Non è inusuale per noi ricevere minacce di morte e abbiamo imparato ad ignorare quelle degli estremisti. Recentemente però la situazione è cambiata e le minacce ora sono estese anche ai miei avvocati e ai miei figli. Quello che preoccupa di più è la richiesta da parte delle élite americane che ci vogliono assassinati, rapiti, giustiziati. Si va da una proposta di legge al Senato a firma di John Ensign che vuole dichiararci una “minaccia transnazionale” alle richieste di assassinio da parte di Marc Thessian, speechwriter di Bush, sul Washington Post, a Bill O’Reilly su Fox News. Alcuni siti di destra hanno proposto di attaccarmi tramite i miei figli, ma non voglio parlarne troppo per non incoraggiare certe idee. Lo avevo previsto fin da aprile, per questo sono rimasto lontano dalla mia famiglia sin da allora”.  Assange dà poi alla giornalista un documento in cui si elencano tutte le minacce che l’organizzazione ha ricevuto negli ultimi giorni.

Cablegate, la più grande fuga di notizie. “Si tratta della più grande fuga di notizie mai avuta, sono oltre 265 milioni di parole, ed è la più rilevante perché riguarda temi di rilievo in ogni Paese. E’ più importante dei Pentagon Papers, (documenti riservati pubblicati che rivelarono il vero volto della guerra in Vietnam ndr)”.

Geopolitica, un’era pre e post Cablegate. “E’ ancora presto per capire la portata e le conseguenze di questo megaleak, ma credo che la geopolitica sarà divisa in un’era pre e post “Cablegate”.

Vertici Usa spiati, Obama si dimetta se sapeva. Si dovrebbe dimettere Hillary Clinton se venisse provato che ha ordinato di spiare l’Onu? “L’intera catena di comando che era al corrente dell’ordine di spiare l’Onu e l’ha approvato si dovrebbe dimettere, se gli Stati Uniti vogliono essere visti come un Paese credibile che rispetta la legge”, risponde Assange. E rilancia: “Obama deve spiegare se era al corrente di quest’ordine illegale. Se rifiuta di rispondere o se ci sono prove del fatto che ha approvato tali azioni, si deve dimettere”.

Sfida alle autorità svedesi. “Ci batteremo contro la decisione della corte suprema svedese di negare il mio appello. Che ci sia qualcosa di ‘sbagliato’ nel caso è ormai ovvio a tutti”.

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05 dicembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/12/05/news/assange_intervista_pais-9866892/?rss

STRAGI – Ustica e Bologna, il Grande Imbroglio

USTICA E BOLOGNA, IL GRANDE IMBROGLIO

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Il relitto del DC-9 Itavia

Stazione di Bologna dopo lo scoppio

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Luigi Cipriani, Da Ustica a Bologna. Due stragi francesi?, Relazione alla Commissione stragi inverno 1989-1990

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” Molto probabilmente non si trattò di un attacco deliberato ma di un errore durante una esercitazione militare. Tuttavia ammettere la verità avrebbe significato mettere in moto movimenti pacifisti ed il governo italiano non avrebbe potuto facilmente accettare la installazione dei missili a Comiso. Nell’ambito dell’alleanza occidentale si decise quindi di nascondere in tutti i modi la verità, distruggendo ogni possibile prova e mettendo in atto varie forme di depistaggio

Il 1980 si aprì sotto i migliori auspici di stabilità. Naufragati i governi di unità nazionale, eliminato Aldo Moro, usciti di scena De Martino e Mancini nel Psi, ogni possibilità di apertura al Pci e di alternativa di sinistra al regime che dal dopoguerra governa l’Italia svanì. Il trio Andreotti-Forlani-Craxi inaugurò la nuova fase pentapartito coi laici a fare da puntello, mentre Gelli con l’intervista del 5 ottobre al Corriere celebrò la vittoria del piano P2. Unici momenti di tensione, in Italia come in Europa, erano i grandi movimenti pacifisti che si opponevano alla installazione dei nuovi missili nucleari Usa. Sotto la pressione dei movimenti molti governi europei, compreso quello tedesco, erano riluttanti ad accettare il diktat Usa. L’Italia ruppe il fronte accettando l’installazione dei Cruise con testate nucleari a Comiso. La posizione del governo italiano in quel momento divenne importantissima per superare le difficoltà sorte tra europei e Usa, nell’ambito della strategia Nato, sulla dislocazione dell’armamento nucleare Usa in Europa

27 giugno. La tragedia di Ustica

La sera del 27 giugno 1980 alle ore 20.59′.45” come risulta dalle registrazioni radar, il Dc9 I-Tigi Itavia partito alle ore 20.08 da Bologna (anziché, come previsto, alle 18.15) verso Palermo venne colpito da un missile nel cielo di Ustica e si inabissò con ottantuno persone a bordo. Molto probabilmente non si trattò di un attacco deliberato ma di un errore durante una esercitazione militare. Tuttavia ammettere la verità avrebbe significato mettere in moto movimenti pacifisti ed il governo italiano non avrebbe potuto facilmente accettare la installazione dei missili a Comiso.

Nell’ambito dell’alleanza occidentale si decise quindi di nascondere in tutti i modi la verità, distruggendo ogni possibile prova e mettendo in atto varie forme di depistaggio ad opera dei servizi segreti. Bisognava assolutamente guadagnare tempo, per impedire che la magistratura potesse scoprire la verità, e nel frattempo costruire azioni di depistaggio credibili visto che, questa volta, la strage non era stata progettata prima.

28 giugno 1980. Il caso Marco Affatigato agente dello Sdece e della Cia

Il giorno successivo alla strage di Ustica, alle 15, arrivò alla redazione romana del Corriere una telefonata dei Nar secondo la quale la strage di Ustica era dovuta ad un incidente capitato a uno di loro, Marco Affatigato che si trovava sull’aereo e portava con sé una bomba. Per poterlo ritrovare tra le vittime, i Nar aggiunsero che Affatigato portava al polso un orologio di marca francese Baume & Mercier. La telefonata come fu dimostrato era un falso, un primo tentativo di depistaggio sul quale occorre soffermarci per capire chi poteva averlo organizzato e perché.

Marco Affatigato era un fascista dei Nar (rectius esponente di Ordine nuovo inserito presso i gruppi neofascisti operanti nell’Italia centrale, spec. Fnr, NdR) noto perché ospitò Mario Tuti dopo la strage di Empoli, ma i gruppi della destra extraparlamentare lo stavano cercando per assassinarlo perché sospettato di essere un informatore dei servizi segreti. Infatti Affatigato, da tempo latitante in Francia, viveva a Nizza e dopo aver lavorato per la Cia divenne informatore del servizio segreto francese, lo Sdece diretto da De Maranche. Dove fosse latitante Affatigato era noto anche al Sismi perché frequentava un loro informatore, il massone Marcello Soffiati. Quindi solo il servizio francese e quello italiano erano in grado di conoscere il particolare dell’orologio con tanto di marca.

Chi organizzò la telefonata falsa dei Nar conosceva bene quello che era successo nel cielo di Ustica e non poteva ritenersi coperto dal fatto che tutti allora propendevano per un incidente causato da un cedimento strutturale del Dc9 Itavia. Prima o poi si sarebbero trovate tracce di esplosivo sui corpi e sui rottami dell’aereo: occorreva immediatamente coprire la verità e l’unica scelta possibile era accreditare l’ipotesi di una bomba. Data la ristrettezza dei tempi, e da come successivamente si svolsero i rapporti tra Sismi e Sdece, è molto probabile che fu il servizio francese a fare la falsa telefonata dei Nar e non è da escludere che lo Sdece avesse previsto di eliminare Affatigato e farne ritrovare il cadavere in mare. Probabilmente Affatigato, sentendo odore di bruciato, fuggì in tempo salvando la pelle e facendo fallire il primo tentativo di depistaggio nell’inchiesta per la strage di Ustica. Ed è forse in questa occasione, per il modo di agire dello Sdece, che i rapporti tra Santovito e De Maranche si ruppero, e fu necessario l’intervento di Francesco Pazienza per riannodare i fili nell’incontro di Parigi del gennaio 1981.

28 giugno 1980. Il ministro dei trasporti Formica insedia la commissione d’inchiesta del ministero sotto la direzione di Luzzati

La commissione Luzzati consegnò la propria relazione due anni dopo, il 16 marzo 1986, quando si autoscioglierà per manifesta inutilità.

La conclusione principale alla quale la commissione Luzzati pervenne fu quella che ad abbattere il Dc9 Itavia fu un’esplosione, senza chiarire se interna od esterna, mentre era già chiaro che fu un missile. Del resto lo stesso Luzzati era cosciente di quello che accadeva intorno ad Ustica, perché nella trasmissione della Bbc disse che i responsabili non si sarebbero mai scoperti.

29 giugno 1980. Il Sismi contatta lo Sdece

Nonostante l’allora ministro della difesa Lagorio non attivasse il Sismi perché inaffidabile, il servizio militare si mise immediatamente in moto chiedendo al Sios aeronautica i tracciati radar e contattando il servizio segreto francese. Conferma indiretta dei contatti con i francesi venne dallo stesso Lagorio il quale al Corriere del 27 aprile 1988 dichiarò: “E credo che se il nostro servizio di informazione si rivolse a quello francese, non fece che il suo dovere”. Comunque i francesi non si degnarono di rispondere.

30 giugno 1980. E’ stato un missile francese

Pochi giorni dopo la strage di Ustica un giornale inglese, l’Evening Standard uscì con una notizia molto precisa, secondo la quale a colpire il Dc9 Itavia fu un missile lanciato dalle portaerei francesi Foch e Clemenceau che stavano facendo esercitazioni con un aereo bersaglio. I francesi risposero che le loro navi il 27 giugno erano in porto a Tolone. Non risulta che l’Italia fece nulla per accertarlo. Giova solo ricordare che le forze armate francesi non sono coordinate dalla Nato perché non vi fanno parte e che dispongono in Corsica di basi per la sperimentazione di alte tecnologie missilistiche militari.

E’ molto probabile che il Dc9, partito da Bologna con due ore di ritardo, non fosse stato loro segnalato e che si sia trovato a loro insaputa nell’area delle esercitazioni. Va inoltre ricordato che i francesi sono dotati di missili che vengono guidati dal radar dell’avversario, che può essere entrato in sintonia col segnale emesso dal Dc9: il quale, come ha confermato la perizia Blasi, fu colpito nella parte anteriore dove sono sistemati gli apparecchi elettrici ed elettronici, cessando immediatamente di trasmettere. Gli aerei bersaglio di cui la Francia dispone potevano benissimo dislocarsi alla quota del Dc9 (circa 10.000 metri) e rappresentare quella traccia ad alta velocità (700 nodi) che incrociò la rotta dell’aereo Itavia e venne rilevata sia dagli esperti Usa sia dalla commissione Luzzati e da altri esperti. Infatti il loro modello 1094 Matra Vanneau può raggiungere quota 24.000 metri per una velocità massima di 3.100 Km./h con un raggio d’azione di 185 Km.

In merito alla presenza di unità da guerra nel Tirreno l’allora ministro della difesa, sull’Avanti del 4 novembre 1988, ha dichiarato: “Gli Stati uniti e la Francia avevano allora alcuni loro reparti nel Tirreno”. L’ex ministro smentì di fatto i francesi i quali hanno sempre affermato che le loro forze navali erano nella rada di Tolone.

8 luglio 1980. Formica tiene in vita l’ipotesi del missile

Nonostante gran parte dei parlamentari, la stampa e l’Alitalia (in modo interessato) propendessero nettamente per il cedimento strutturale dell’aereo, il ministro dei trasporti Formica si oppose all’approvazione di una mozione di condanna dell’Itavia, lasciando un varco aperto verso la ricerca della verità. Tra le altre cominciò a farsi strada l’ipotesi che ad abbattere il Dc9 fosse stato un missile.

2 agosto 1980. La strage di Bologna per coprire quella di Ustica

Quella di Bologna rispetto alle precedenti fu una strage anomala, perché avvenne in una situazione politica ampiamente stabilizzata, tale da tranquillizzare gli alleati del nostro paese; perciò la strage assume la caratteristica di un tentativo di cancellare dalla città, dall’attenzione della stampa, dal dibattito politico, dall’opera dei magistrati la strage di Ustica.

Perché proprio Bologna è presto detto. Innanzitutto perché a Bologna risiedevano gran parte dei familiari delle vittime di Ustica, che dovevano essere zittiti con una strage di enormi proporzioni in città. In secondo luogo perché il Sismi poteva contare sull’appoggio di importanti magistrati alla Procura della repubblica. Infine, la interpretazione in chiave politica, di attacco alla roccaforte del Pci, sarebbe essa stessa stata un depistaggio sui reali obiettivi, scaricando sulla manovalanza fascista, ampiamente infiltrata dal Sismi, le responsabilità.

Come era facilmente prevedibile, il Pci abboccò immediatamente all’amo della strage fascista per colpire le istituzioni democratiche. Ovviamente gli appelli a fare quadrato attorno alle istituzioni contro gli attacchi della destra si sprecarono, tutto il dibattito politico, l’informazione, la magistratura, i servizi vennero impegnati su questo fronte e Ustica cadde nell’oblio.

4 agosto 1980. Mandato di cattura contro Marco Affatigato

Subito dopo la strage di Bologna cominciarono i depistaggi. Guarda caso si iniziò da quel Marco Affatigato, agente dello Sdece residente a Nizza e ben noto al Sismi, già comparso nel caso di Ustica. Un maresciallo della questura di Lucca credette di ravvisare, in un identikit sulle persone viste a Bologna in occasione della strage, il fascista Marco Affatigato agente dello Sdece. Il 4 agosto la Procura della repubblica di Bologna emise un mandato di cattura nei suoi confronti, ed il 6 agosto venne arrestato dalla polizia a Nizza.

Affatigato dimostrerà che il 2 agosto si trovava a Nizza, ma intanto il Sismi di Santovito cominciò a tessere la tela, il nome di Affatigato comparve successivamente nella informativa che Musumeci fece pervenire ai magistrati bolognesi. Il che è comprensibile: dovendo costruire un falso colpevole bisognava conoscerne molto bene i movimenti, le amicizie eccetera, magari coordinandosi meglio con lo Sdece come avvenne successivamente.

10 agosto 1980. Nasce la pista del Sisde per la strage di Bologna. Il caso Semerari-Signorelli-Calore

Il 10 agosto 1980 Sergio Farina, fascista del quartiere Balduina di Roma, in carcere da sei anni per violenza carnale, divenne uno dei supertestimoni sulla strage di Bologna. Agli agenti del Sisde accorsi per interrogarlo raccontò che i suoi compagni di cella Sergio Calore e Dario Pedretti erano gli organizzatori della strage con l’aiuto esterno di Francesco Furlotti. Sulla scorta di un rapporto del Sisde e dell’Ucigos, la Procura della repubblica presso il tribunale di Bologna il 28 agosto emise mandati di cattura nei confronti di Semerari, Signorelli, Calore e altri per la strage di Bologna.

15 agosto 1980. Viene recuperato un relitto simile ad un aereo bersaglio

Nell’agosto 1980 -ha confermato l’allora comandante del 41° stormo dell’Aeronautica di stanza a Sigonella- vennero ripescati nelle vicinanze di Lipari rottami molto simili a quelli di un Drone (aereo bersaglio). I rottami vennero fotografati proprio nella base dell’Aeronautica e vi rimasero fino all’ottobre 1980. Le foto vennero inviate a Bari, sede del comando sud dell’Aeronautica. Non risulta che l’Arma aerea abbia mai consegnato alla commissione Luzzati le foto e tantomeno i rottami che la commissione aveva disposto venissero tutti concentrati a Napoli.

25 agosto 1980. Dopo Affatigato spunta un altro personaggio legato ai francesi, Paul Durand del Fane

Su Panorama del 25 agosto 1980 apparve, sotto la firma di Corrado Incerti, un articolo nel quale si accusava tale Paul Durand di avere partecipato alla strage di Bologna: si tratta di un personaggio che più avanti ritroveremo nelle informative che Musumeci fece pervenire ai giudici di Bologna. All’epoca della strage Paul Durand era ispettore in prova presso la polizia giudiziaria di Versailles, ma fino all’aprile era funzionario del Renseignements generaux– equivalente del nostro Ufficio affari riservati del Ministero degli interni- col nome di Paul Dupuis. Costui inoltre era esponente di rilievo del Fane, organizzazione neonazista. Durand effettuò nel luglio 1980 un viaggio in Italia che venne seguito passo passo dai servizi italiani.

In data 3 agosto 1980 il Sisde inviò all’Ucigos un dettagliatissimo rapporto sul suo viaggio, sulle persone incontrate e sulle tappe percorse. I servizi italiani sapevano quindi benissimo che Durand era estraneo alla strage, eppure il Sismi buttò il suo nome tra le carte dei magistrati per depistare. In poche parole il nome di Paul Durand diventò interessante per il viaggio compiuto in Italia nel periodo luglio-agosto 1980: molto ben conosciuto dai servizi francesi, poteva essere utilizzato nella operazione di depistaggio concordata col Sismi.

15 settembre 1980. Il Sismi lancia la pista internazionale in alternativa a quella Semerari-Signorelli

Nella prima settimana di settembre 1980, Pazienza e Santovito convocarono il giornalista di Panorama Andrea Barberi, sostenendo che era una vergogna che i giudici di Bologna elogiassero il Sisde per le informazioni date sulla strage, mentre il Sismi aveva fatto molto meglio. Ciò detto Pazienza mostrò al giornalista una informativa destinata alla presidenza del Consiglio che comparve su Panorama del 15 settembre 1980 sotto il titolo La grande ragnatela.

25 settembre 1980. Entra in campo Gelli per orientare le indagini sulla pista internazionale

Il 25 settembre il dottor Elio Cioppa, funzionario del Sisde, incontrò Licio Gelli per conoscere il suo parere sulla strage di Bologna. Gelli rispose che a suo parere i giudici di Bologna stavano seguendo una pista errata (Semerari, Signorelli eccetera) e che bisognava seguire la pista del terrorismo internazionale. Giova ricordare che Cioppa era iscritto alla P2 -tessera 1890- e che venne messo in moto da Gelli stesso per innescare una nuova fase del depistaggio.

ottobre 1980. Entra in campo l’ex procuratore capo del tribunale di Bologna Ugo Sisti

Seguendo una metodologia già messa in atto durante il sequestro Cirillo, il dottor Ugo Sisti, ex procuratore capo presso il tribunale di Bologna, mise in contatto i magistrati dell’ufficio istruzione di Bologna con il colonnello Musumeci del Sismi. Anche in questo caso, Musumeci si inserì in una vicenda non di sua competenza, escludendo il capo della prima divisione del Sismi Notarnicola.

Negli uffici del Sismi ebbe inizio l’elaborazione delle false informative che andranno sotto il nome “terrore sui treni” per depistare i giudici di Bologna.

2 novembre 1980. Informativa Musumeci riguardante il viaggio di Paul Durand in Italia

Nel novembre 1980 il colonnello Musumeci, tramite la polizia giudiziaria, fece pervenire al giudice Gentile una informativa riguardante attentati terroristici che organizzazioni della destra europea avrebbero dovuto compiere sui treni in Italia. Torna in scena Paul Durand, il francese militante del Fane infiltrato dei servizi francesi, il quale nel suo viaggio in Italia si sarebbe dovuto incontrare con Maurizio Bragaglia in una riunione promossa da delle Chiaie che avrebbe coinvolto anche il gruppo tedesco Hoffman

30 novembre 1980. Gli esperti Usa della Ntsb propendono per l’ipotesi del missile

Improvvisamente la strage di Ustica uscì dall’oblio nel quale si era tentato di confinarla, grazie ad esperti Usa non controllabili dalla macchina del depistaggio, i quali clamorosamente diffusero la notizia che molto probabilmente fu un missile ad abbattere il Dc9 su Ustica. L’Associazione dei parenti delle vittime riprese l’iniziativa.

18 dicembre 1980. Il presidente dell’Itavia insiste sull’ipotesi del missile

Sulla base del rapporto dei periti Usa il presidente dell’Itavia, la società proprietaria del Dc9, sino allora messa sotto accusa per l’incidente, scrisse una lettera al ministro Formica denunciando la campagna denigratoria promossa dall’Alitalia contro la sua compagnia, ribadendo che ad abbattere il Dc9 fu un missile.

Per tutta risposta la Procura della repubblica di Roma denunciò Davanzali per diffusione di notizie false e tendenziose. Il 22 gennaio 1981 il ministro Formica firmerà il decreto di revoca della concessione dei servizi di trasporto aereo di linea affidati alla società Itavia.

gennaio 1981. Il depistaggio messo in atto con la strage di Bologna viene perfezionato in accordo con lo Sdece

Il riemergere dell’ipotesi del missile rese necessario rilanciare la pista sulla strage di Bologna, concordando un’ipotesi di depistaggio credibile con riferimenti precisi. Il 9 gennaio, nella saletta Vip di Fiumicino, Pazienza, Santovito e Mike Leaden, di ritorno da Parigi dove avevano avuto un incontro riservato con il capo dello Sdece De Maranche, consegnarono al capo della I divisione Sismi un appunto circa attentati sui treni che si sarebbero dovuti compiere in Italia da parte di Freda, Ventura, Delle Chiaie con l’aiuto del Fane e di gruppi tedeschi. Il 12 gennaio il colonnello Musumeci trasmise alla polizia una nuova informativa che, riprendendo quella fatta pervenire in precedenza ai magistrati di Bologna, precisava che a trasportare in Italia materiale esplodente per compiere gli attentati sarebbero stati Raphael Lagrande e Dimitris Martin che si sarebbero incontrati ad Ancona con altri terroristi. A Bologna nel medesimo giorno, durante un controllo sul treno 5114 Taranto-Milano, la polizia ritrovò una valigia contenente armi, esplosivo, documenti vari, biglietti d’aereo, quotidiani eccetera.

Ancora nello stesso giorno, per dare credibilità alla pista terrore sui treni, Pazienza metteva in moto il commissario Francesco Pompo’ il quale sotto sua dettatura redasse due informative su trafficanti di armi e droga che si apprestavano a fare attentati in Italia. Per emarginare definitivamente Notarnicola, che come capo della I° divisione Sismi avrebbe dovuto essere titolare dell’indagine sulla strage di Bologna, Pazienza fece sapere che, secondo i francesi, egli era un agente di Gheddafi. Paxienza convocò infine il giornalista Lando dell’Amico, gli mostrò “documenti” secondo i quali Pertini, quando era fuoruscito in Francia, fu pagato dal Kgb. Questo gran lavoro di Pazienza venne adeguatamente retribuito dal Sismi: egli incassò dal 22 ottobre 1980 al 27 aprile 1981 più di un miliardo, come ha accertato il tribunale di Roma nella sentenza di primo grado contro Pazienza, Santovito e altri.

Francesco Pazienza era approdato al Sismi nel 1979, ma raggiunse il massimo potere nei confronti di Santovito nel periodo dei depistaggi. Evidentemente era in possesso di informazioni che gli consentivano un potere ricattatorio enorme, al punto da far dire ai magistrati di Roma che il vero capo del Sismi fosse lui e non Santovito. Significativamente i giudici aggiunsero: “Dalla lettura dei documenti si desume chiaramente la posizione di preminenza che Pazienza, già al soldo del servizio segreto militare francese, lo Sdece e collegato con centri di potere stranieri, era riuscito a conquistare nell’organigramma del Sismi”.

febbraio 1981. Santovito conferma che sono stati fascisti francesi a consegnare la bomba

Il 15 gennaio 1981 il Procuratore della repubblica di Roma inviò richiesta al Sisde e al Sismi di trasmettere ulteriori informazioni in merito all’informativa terrore sui treni. Il 2 febbraio il Sismi a firma di Santovito rispondeva che si erano acquisite nuove informazioni:

1. Legrand e Martin sarebbero ripartiti per la Francia dopo la consegna del materiale, per via aerea.

2. I biglietti d’aereo contenuti nella valigia erano stati acquistati da Giorgio Vale che teneva i contatti, per conto di Terza posizione, con il Fane e il gruppo Hoffman. Il Vale, che veniva indicato come il personaggio chiave dell’operazione terrore sui treni, aveva locato un appartamento ad Imperia per dirigere l’operazione. Il rapporto del Sismi aggiungeva che del gruppo di quattro-sei persone impegnato per il trasporto dell’esplosivo, Dimitris e Legrand avrebbero dovuto ad Ancona ritirare i biglietti aerei e le armi automatiche e recarsi a Milano, mentre gli altri avrebbero proseguito per Bologna. In merito a chi fossero “gli altri” il Sismi non era in grado di dare informazioni.

7 febbraio 1981-30 giugno 1983. La Digos di Bologna smentisce le informative del Sismi

Alla fine del giugno 1983 la Digos di Bologna, facendo seguito al rapporto del 7 febbraio 1981, riassumeva in questi termini le indagini svolte sulla base delle informative che il Sismi aveva fornito ai magistrati.

1. Veniva esclusa la presenza di Giorgio Vale ad Imperia e che fosse stato quest’ultimo ad acquistare i biglietti d’aereo a Bari.

2. Si riferiva che effettivamente tra i passeggeri di un volo dell’11 gennaio 1981 da Monaco a Milano vi era un certo Dimitris.

3. Si confermava quanto già scritto nel rapporto del 7 febbraio 1981 a proposito di Philip Legrand il quale era un architetto francese venuto diverse volte in Italia e alloggiato presso alberghi milanesi per ragioni di affari, comunque né Legrand né Dimitris si erano presentati nel giorno e nell’ora stabilita dai biglietti d’aereo acquistati a Bari.

Nell’incontro del 9 gennaio con il capo dello Sdece il depistaggio, dopo i primi grossolani tentativi, venne perfezionato utilizzando personaggi conosciuti ai francesi che si recavano spesso in Italia, e che a loro insaputa furono tenuti d’occhio dallo Sdece. Quando i giudici chiesero notizie sulla fonte delle informazioni, ebbero dapprima il nome di un malavitoso pugliese morto da tempo; successivamente l’ufficio di Musumeci rispose che: “fonte delle notizie era costituita da persone straniere non più contattabili”.

17 marzo 1981. La perquisizione ordinata dai giudici milanesi porta alla scoperta della P2 di Gelli

Nel bel mezzo dell’operazione depistaggio vennero scoperti gli elenchi della P2. Il presidente del Consiglio Forlani tenne nel cassetto per due mesi i nomi degli affiliati ma alla fine dovette dimettersi e i vertici dei servizi segreti vennero decapitati perché tutti affiliati alla loggia segreta. Santovito nell’agosto 1981 viene mandato in pensione, tutta l’operazione terrore sui treni perse di credibilità.

Occorreva trovare il modo di rilanciarla e, comunque, aggrovigliare ulteriormente le indagini dei magistrati di Bologna.

11 aprile 1981. Semerari viene scarcerato per mancanza di indizi

Arrestato il 28 agosto 1980 su segnalazione del Sisde, Aldo Semerari nel successivo aprile 1981 venne scarcerato per mancanza di indizi, dando un duro colpo alla credibilità delle indagini sulla strage di Bologna.

Molto probabilmente Semerari non era implicato direttamente nella strage ma la scarcerazione avvenne al momento opportuno perché il criminologo -che era legato al Sismi e fungeva da garanzia per malavitosi, fascisti di borgata, banda della Magliana, camorristi e mafiosi che spesso il servizio militare aveva usato come braccio armato- era venuto a conoscenza dei retroscena più scabrosi del regime, e tra questi il delitto Moro.

Nel carcere il criminologo aveva cominciato a dare segni di cedimento psicologico preoccupanti ed aveva minacciato più volte di vuotare il sacco se i servizi non lo avessero aiutato ad uscire di galera. Il criminologo riuscì nello scopo e venne scarcerato ma col suo comportamento firmò la propria condanna a morte.

11 ottobre 1981. Entra in scena Ciolini agente dello Sdece e collaboratore di Gelli

Nell’ottobre 1981 tale Ciolini, agente dello Sdece, venne arrestato in Svizzera per truffa. Dal carcere di Champ Dollon di Ginevra, Ciolini inviò una lettera al console generale d’Italia Mor nella quale veniva indicata l’esistenza di un’organizzazione terroristica di nome O.t. Secondo Ciolini, O.t. aveva legami con la frazione dell’Olp che aveva eliminato i giornalisti Toni e De Palo e che era responsabile di alcune stragi (piazza Fontana, Italicus e Bologna). In riferimento alla strage di Bologna, riproducendo lo schema delle informative di Musumeci, Ciolini indicava in Delle Chiaie, Danet e Fiebelkon i responsabili della strage.

A mettere in moto Ciolini fu un uomo dei servizi, tale Reitani, con lo scopo di togliere definitivamente credibilità all’inchiesta sulla strage di Bologna, cosa che puntualmente avvenne. Successivamente Ciolini riuscì ad incastrare un magistrato che condusse l’inchiesta sulla strage di Bologna, il dottor Gentile, che venne accusato di aver divulgato documenti processuali sottoposti a segreto istruttorio.

14 marzo 1982. Una tragedia come quella di Ustica stava per verificarsi a sud di Ponza

Nel maggio 1982, nella zona di Ponza, un aereo Dc9 dell’Ati venne a trovarsi nel mezzo di una manovra aeronavale della Nato e improvvisamente venne investito da una fortissima turbolenza. La solita commissione d’inchiesta dell’Aeronautica disse che era da escludere che durante le manovre fossero stati lanciati missili.

Il Dc9 dell’Ati Milano-Palermo era seguito da un G222 della 46° aerobrigata decollato da Grosseto. Entrambi gli aerei si trovarono al centro della manovra Nato Distant drum 82 ed erano seguiti da due C130 carichi di paracadutisti. Il comandante del Dc9 Ati ascoltò una comunicazione tra Roma radar e il pilota del G222 nella quale si affermava che era in atto un fittissimo traffico di aerei militari che rendevano pressocché inutile il Notam, in quanto non avevano inserito il trasponder ed era impossibile stabilire a quali quote stessero volando. Improvvisamente, durante la conversazione, il comandante sentì una fortissima vibrazione, il tutto mentre sotto di lui si stava sparando contro attacchi aerei simulati. Fortunatamente l’aereo riuscì ad atterrare a Palermo.

4 giugno 1982. Un altro Dc9 Ati, capitato in mezzo ad una manovra della VI flotta Usa sopra Ustica, è costretto a rientrare a Roma

Il 4 giugno 1982 un altro Dc9 Ati in servizio da Fiumicino a Cagliari per il volo Bm110, dopo regolare decollo, fu costretto ad invertire la rotta e tornare all’aereoporto Leonardo da Vinci di Roma.

Nella zona tra Ponza e Ustica erano in corso manovre aeronavali della VI flotta Usa ed il centro radar di Ciampino segnalò traffici sconosciuti di caccia militari decollati da portaerei ed entrati nella rotta del Dc9. Alla richiesta del comandante del Dc9 di essere diretto su una aerovia alternativa, il centro radar rispose che in quella volavano due caccia sconosciuti, non rimaneva che tornare a Roma.

Quindi gli incidenti reali o mancati nel cielo di Ustica erano frequentissimi; e la probabilità che un missile, sfuggito al controllo o lanciato senza tener conto dei Notam, abbia colpito il Dc9 Itavia il 27 giugno 1980 è confermata.

1 dicembre 1982. La rivista dell’aviazione conferma che nella zona di Ustica i controlli radar sono inefficienti

Il comandante Dino Mesturino, presidente della commissione tecnica dell’Anpac, dichiarò alla rivista Aereonautica: gli americani usano propri radar per dirigere autonomamente il traffico dei loro velivoli, non fornendo indicazioni sui movimenti; in queste condizioni non è certo possibile alcuna forma di coordinamento. Gli Usa e -aggiungiamo noi- qualunque altra forza armata non inquadrata nelle forze Nato, come quella francese.

1 ottobre 1982. L’inchiesta della Bbc conferma che ad abbattere il Dc9 Itavia fu un missile. Spunta l’ipotesi del Mig 23 libico

Nell’ottobre 1982 un’inchiesta della Bbc rese evidente che un missile abbattè il Dc9 di Ustica ma anziché di un incidente, a dire di un esperto del Pentagono, tale John Trasne, si trattò di un attacco deliberato portato avanti da più caccia. Il conduttore della trasmissione, affermando che in quel periodo i rapporti tra Libia e Italia erano pessimi, officiò l’ipotesi che ad attaccare fossero aerei libici.

L’esperto americano confermò che i Mig 23 in possesso dei libici erano in grado di portare quel tipo di attacco e di armamento. Si affacciò in questo modo un’ipotesi, quella dell’attacco libico, che più volte tornerà sulla stampa e nelle informative del Sismi; ma che, come vedremo, non fu che l’ennesimo depistaggio.

21 novembre 1984-5 agosto 1986

Dopo i depistaggi l’inchiesta su Ustica cadde in un lungo oblio per riemergere solo nell’agosto 1986 quando, in occasione del sesto anniversario, i parenti rivolgendosi a Cossiga sollecitarono un suo intervento perché finalmente si facesse giustizia. Il Presidente della repubblica inviò una lettera al presidente del Consiglio Craxi nella quale sottolineava che, anche per non perdere credibilità di fronte alla comunità internazionale, era necessario superare tutte le difficoltà che avevano impedito di individuare i responsabili della strage di Ustica.

10 agosto 1986. L’intervento di Cossiga rimette in moto l’inchiesta e spuntano due perizie

In seguito alla lettera di Cossiga a Craxi, vennero resi noti gli esiti di due perizie, l’una dei laboratori dell’Aeronautica militare e l’altra di una commissione tecnica, comprendente alcuni esperti del Cnr i quali confermarono che ad abbattere il Dc9 Itavia fu un missile. Per avere certezza, tuttavia, gli stessi tecnici del Cnr sollecitarono il recupero del relitto.

I tecnici dell’Areonautica militare, al contrario, sostennero che ad abbattere il Dc9 fu una bomba posta all’interno, perché a loro dire le tracce di esplosivo T4 trovate sui corpi e sui seggiolini non si sarebbero potute trovare qualora l’esplosione fosse avvenuta all’esterno del velivolo. Inoltre aggiunsero che nelle testate dei missili non viene messo solo T4 ma anche altri esplosivi non rinvenuti nelle loro analisi. Si coprirono di ridicolo, visto che tracce di Tnt oltre al T4 furono già rinvenute nei laboratori inglesi che svolsero le indagini per conto della commissione Luzzati, come è stato confermato dalla relazione Pratis.

Ancora una volta l’Aeronautica militare volle nascondere la verità, nonostante fossero passati sei anni e numerosi esperti avessero chiaramente dimostrato che fu un missile ad abbattere l’aereo nel cielo di Ustica.

20 ottobre 1988. Due anni più tardi si saprà che i periti del Cnr furono minacciati

I professori Antonio Molorni e Antonio Acampora del Cnr di Napoli che, grazie al loro spettometro di massa, scoprirono le tracce di vari esplosivi e che con ulteriori esami avrebbero potuto scoprire anche la nazionalità del missile, sul finire del loro lavoro ebbero entrambi la sensazione di essere controllati ed i loro telefoni intercettati. Avvertirono il giudice Bucarelli che non ritenne di aprire un’inchiesta sui fatti.

Intervistati da Repubblica il 20 ottobre 1988, i due professori del Cnr dissero che con l’impiego di spettrometri di massa esistenti in Italia era possibile rilevare se sui rottami vi fossero tracce del metallo di cui era composto l’involucro del missile, aggiungendo: “Lo spettrometro rileva la sostanza quando è presente anche in quantità molto piccola, un milionesimo di milionesimo di grammo”. Ma quel tipo di ricerca non venne effettuato.

12 ottobre 1986. Rispondendo alla Camera ad interrogazioni, Giuliano Amato dichiara che il relitto verrà recuperato

A seguito delle sollecitazioni di Cossiga, il caso Ustica tornò in Parlamento e alla Camera il sottosegretario alla presidenza del Consiglio di allora, Giuliano Amato, dichiarò che su Ustica non fu mai posto il segreto di stato; che non esisteva alcuna connessione tra l’incidente del Dc9 e la caduta del Mig libico avvenuto il 18 luglio 1980 in Calabria; e che era stato chiesto alla Marina Usa di fare rilevamenti fotografici e televisivi per rintracciare il relitto a 3500 metri di profondità.

I rilevamenti furono effettuati e consegnati ad Amato da parte dell’ambasciata Usa.

12 ottobre 1986. Inopinatamente riemerge l’ipotesi di un missile francese

Dopo lungo tempo riapparve sul Messaggero, a firma del giornalista Dany Aperio Bella, che l’ipotesi più credibile era un missile lanciato dal convoglio francese che accompagnava la portaerei Clemenceau verso un aereo bersaglio, che si era venuto inavvertitamente ad incrociare con il volo Bologna-Palermo partito con due ore di ritardo. L’ipotesi del missile francese venne presentata come quella che durante il dibattito parlamentare non ebbe controindicazioni da parte di Amato.

28 ottobre 1986. Ritorna l’imbeccata giusta. Cancellati i francesi, si torna al Mig libico caduto a Castelsilano in Calabria

Alcuni giorni dopo, al medesimo giornalista del Messaggero arrivò l’imbeccata giusta per portarlo su una strada che si rivelerà l’ennesimo depistaggio. Si torna a parlare del Mig libico pilotato da un traditore, fatto inseguire da Gheddafi dalla caccia, che nel tentativo di abbatterlo colpì per errore il Dc9 Itavia. Questa versione, inventata dal Sismi come vedremo, dovette però fare i conti col fatto che il Governo sostenne che il Mig libico era caduto il 18 luglio 1980 e non il 27 giugno.

Entrarono in scena a questo punto i periti medici che avevano eseguito l’autopsia sul cadavere del pilota. I periti, smentendo quanto da loro scritto in una prima relazione -cioè che la morte risaliva a pochi giorni prima, come era la versione dei carabinieri e dell’Areonautica- dissero di aver avuto un ripensamento e che la morte del pilota libico poteva certamente risalire al 27 giugno. Di questo ripensamento i due periti dissero di avere dato notizia al magistrato in una nota aggiuntiva. La nota però non è mai stata trovata e il magistrato smentisce categoricamente di averla ricevuta.

Che il ripensamento dei due medici fu suggerito dal Sismi per accreditare un nuovo depistaggio, si è avuta conferma durante la loro audizione in Commissione stragi dove è apparso chiaro: sotto l’incalzare dei medici esperti della Commissione stessa, i due sono caduti in contraddizioni evidenti.

30 aprile 1987. Un anno dopo le dichiarazioni di Amato parte l’operazione recupero affidata ai francesi

Nel maggio 1987 la società statale francese Infremer ricevette l’incarico mediante trattativa privata di recuperare il relitto del Dc9. La nave francese Le Noirot ebbe un mese di tempo per scandagliare un’area di quaranta miglia e localizzare il relitto, dando una prima risposta al giudice Bucarelli.

La società francese si mostrò molto generosa e disse che, qualora entro il 2 giugno non avesse raggiunto l’obiettivo, si sarebbe accollata le spese e avrebbe abbandonato l’incarico. Tutto ciò appare molto strano perché lo stesso Amato aveva dichiarato che il relitto era stato rintracciato e fotografato dalla Marina militare Usa già nel 1986. Per quale motivo i francesi vollero rifare tutto il lavoro di ricerca impiegando grandi mezzi, prima di dare il via al recupero vero e proprio?

A questo punto è utile ricostruire tutta la tormentata storia del recupero del relitto del Dc9 Itavia.

Nell’ottobre 1980 il giudice Santacroce, che stava indagando sul disastro di Ustica, chiese al ministro dei trasporti, il socialista Vincenzo Balzamo, di recuperare il relitto del Dc finito nel mare a 3500 metri di profondità; ma non ottenne risposta. Il ministro Balzamo quantificò in dieci miliardi la spesa per il recupero e nel 1983 girò la pratica ad Amintore Fanfani che era presidente del Consiglio. Fanfani rispose al nuovo ministro dei trasporti Casali Nuovo che non vi era una disponibilità finanziaria di tale dimensione; e suggerì di utilizzare fondi a disposizione del Ministero dei trasporti. Sempre nel 1983 il giudice Santacroce, prima di formalizzare l’inchiesta che passò a Vittorio Bucarelli, tornò alla carica affermando che se si voleva veramente scoprire la verità su Ustica era necessario recuperare il relitto.

Passarono altri tre anni e l’1 agosto 1986 vi fu, su pressione dei parenti delle vittime, l’intervento del Presidente della repubblica nei confronti del presidente del Consiglio di cui abbiamo già detto. L’appalto stranamente venne affidato ai francesi su semplice trattativa privata. La cosa venne spiegata da Amato col fatto che gli Usa -che pure già avevano rintracciato e fotografato il relitto e nonostante disponessero della più grande ditta del mondo attrezzata a tale scopo- avrebbero fatto intendere alla Commissione d’inchiesta, tramite l’ambasciatore, che non volevano impegnarsi nel caso Ustica.

La società italiana Saipem si offrì di realizzare il recupero anche per la difesa di interessi nazionali ma non venne presa in considerazione. Si preferì affidare il recupero a una ditta statale di un paese che era tra quelli coinvolti nella responsabilità della strage.

30 giugno 1987-20 maggio 1988. I francesi recuperano la scatola nera del Dc9

I francesi asserirono, per voce del direttore dei lavori della Infremer Dominique Girard, che dovettero perdere tempo per localizzare il relitto, ignorando nuovamente che esso era già stato fotografato dalla Marina Usa.

Sorge quindi il sospetto che abbiano voluto guadagnare tempo, per verificare che nella scatola nera non vi fossero informazioni per loro compromettenti.

I francesi completarono il recupero del relitto un anno dopo, nel maggio 1988. La commissione peritale Blasi confermò che ad abbattere il Dc9 Itavia fu un missile ma -caso strano- tra i rottami non fu trovato neanche un pezzo pur piccolo del missile. Anche in questo caso, il sospetto che non tutto il materiale recuperato dalla Infremer sia stato consegnato alla commissione d’inchiesta è forte.

30 aprile 1987. Un dossier del Sismi rilancia l’ipotesi del Mig libico

In previsione del recupero del relitto il Sismi -avendo ormai la certezza che i periti avrebbero definitivamente confermato l’ipotesi del missile- riesumò il depistaggio basato sul Mig libico. Depistaggio che avrebbe consentito di gestire la nuova verità scaricandone la responsabilità su Gheddafi.

Nel marzo 1987 il Sismi fece pervenire al magistrato un dossier, secondo il quale il pilota libico, al comando di un prototipo di Mig 23, tradì Gheddafi per passare agli Usa il velivolo russo. Scoperto, venne inseguito da due caccia inviati da Gheddafi; gli inseguitori intercettarono il traditore e lanciarono due missili, uno dei quali colpì il Dc9 Itavia che si era venuto a trovare nel suo percorso casualmente oppure -altra versione- appositamente per proteggersi il traditore usò l’aereo civile come copertura. Il Mig 23 fuggito venne successivamente abbattuto con la mitragliera e cadde a Castelsilano in Calabria.

Abbiamo già detto che il dossier del Sismi altro non fu che un ennesimo tentativo di depistare le indagini del magistrato. Si può aggiungere che gli esperti della Aeronautica dimostrarono che nessun Mig avrebbe avuto l’autonomia di volo, partendo dalla Libia, per inseguire in traditore e poi tornare alla base. Inoltre il Mig precipitato in Calabria non aveva affatto caratteristiche di prototipo tali da interessare gli Usa ma era un tipo arretrato, non dotato di apparecchiature elettroniche sofisticate, che l’Urss normalmente vendeva ai paesi del terzo mondo.

28 ottobre 1988. Recuperati i resti dell’aereo Itavia, viene rilanciata la tesi del Mig libico caduto in Calabria

Ancora sul Messaggero comparve un’intervista del perito Erasmo Rondenelli il quale affermò che dopo la prima relazione ebbe un ripensamento, dovuto allo stato di avanzata decomposizione del cadavere del pilota libico: la data del decesso doveva pertanto farsi risalire a venti giorni prima del 18 luglio, ovvero proprio al 27 giugno 1980.

Di questa seconda perizia, come già detto, non fu trovata traccia. Va solo aggiunto che l’altro perito, il dottor Zurlo, subì un’aggressione prima di essere interrogato dal magistrato; al quale poi riferì di avere avuto anch’egli un ripensamento sulla data della morte del pilota, che doveva farsi risalire a venti giorni prima.

2 novembre 1988. La ricostruzione di Tg1.7 attribuisce la responsabilità all’Italia

Continuando con la operazione confusione e depistaggi, incollando mezza verità con ipotesi fantasiose, Tg1.7 mise sul piatto il tracciato di un secondo radar di Ciampino di cui nessuno ebbe mai notizia. Dal tracciato del secondo radar emerse che il giorno 27 giugno 1980 erano in corso manovre militari nel Tirreno a est della Sardegna, nonostante la smentita dell’Areonautica; che venne lanciato un aereo bersaglio e che la caccia italiana, nel tentativo di abbatterlo, colpì con un missile il Dc9 Itavia.

3 novembre 1988. Otto anni dopo la strage l’ambasciata Usa consegna al magistrato un tracciato radar di una portaerei in rada a Napoli

In gran segreto e con ben otto anni di ritardo, nel novembre 1988 -dopo che sulla stampa si era parlato di un attacco della caccia Usa portata da una portaerei come causa della strage di Ustica- l’ambasciata Usa consegnò alla magistratura un tracciato radar, più nitido di quello di Ciampino, nel quale si potevano notare le tracce di due caccia che si avvicinarono al Dc9 Itavia.

In sostanza si trattò di una nuova versione dell’attacco di Mig libici; risultò strano che, dopo otto anni, gli Usa si accorsero di avere quel tracciato radar.

11 novembre 1988. Otto anni dopo, il segretario della Nato Woerner dichiara che l’Italia non ha mai chiesto informazioni su Ustica

Il segretario della Nato, in un’intervista del novembre 1988, affermò che l’Italia non si rivolse mai ufficialmente alla Nato per sapere dove erano dislocate le forze atlantiche il 27 giugno 1980 e se vi erano manovre in corso nell’area del Tirreno.

Il fatto, clamoroso, è stato confermato dalla relazione Pratis.

Comunque, significativamente, il segretario della Nato affermò che era da escludere ogni responsabilità dell’Alleanza nella strage di Ustica; ma di non poter escludere che manovre delle forze nazionali Usa, francesi, tedesche fossero in corso in quella data.

30 gennaio 1989. Interpellata dalla Commissione Pratis, la Nato esclude ogni responsabilità nella strage di Ustica

16 marzo 1989. La Commissione peritale Blasi consegna la perizia confermando che fu un missile ad abbattere il Dc9 Itavia

17 marzo 1989. Il ministro della difesa ordina un’indagine allo stato maggiore dell’Areonautica militare

La relazione dello stato maggiore dell’Areonautica militare verrà conclusa nel maggio 1989. La relazione confermava l’esclusione di ogni responsabilità da parte dell’Arma e degli alleati e indicava in un’esplosione avvenuta all’interno dell’aereo la causa dell’incidente di Ustica.

16 maggio 1989. La Commissione Pratis nominata dalla presidenza del Consiglio termina i lavori

Nel maggio 1989 la Commissione nominata dal presidente del Consiglio De Mita -incaricata di verificare se non vi furono negligenza e inadempienza da parte della pubblica amministrazione nel condurre le inchieste sul caso Ustica- concluse i propri lavori assolvendo tutti e sposando la tesi dello stato maggiore dell’Areonautica.

2 luglio 1989. Tornano i francesi. Un dossier della France Press rilancia la tesi dei Mig libici

L’agenzia giornalistica France Press asserì di essere entrata in possesso dei grafici di Ciampino che i carabinieri si sarebbero dimenticati di sequestrare la sera dell’incidente di Ustica. Secondo questi tracciati si vedrebbero due caccia, uno proveniente da est che cerca di coprirsi dall’attacco di un intercettore proveniente da ovest. Si torna al Mig libico che per sottrarsi all’attacco tentò di nascondersi dietro il Dc9 Itavia, mentre il caccia intercettore colpiva per errore l’aereo Bologna-Palermo. Per avvalorare la tesi, la France Press riesumò la vicenda del Mig libico caduto il Calabria non il 18 luglio ma il 27 giugno 1980.

Tornano i francesi con l’ennesimo tentativo di nascondere le vere responsabilità della strage di Ustica, così come furono protagonisti dei depistaggi sulla strage di Bologna. A fare naufragare il nuovo depistaggio hanno provveduto i magistrati romani; i quali in un comunicato dissero di essere già a conoscenza dei tracciati citati dall’agenzia francese e di averli allegati alle relazioni dei periti d’ufficio.

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fonte:  http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/usticae.html

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Luigi Cipriani

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Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Luigi Cipriani (1940 – 5 settembre 1992) è stato un attivista italiano. Fu una figura della sinistra operaia, membro dal 1969 del CUB Comitati Unitari di Base della Pirelli Bicocca, fondato nel 1968, aderì a Avanguardia Operaia (AO), successivamente a Democrazia Proletaria (DP).

Eletto nel 1987, nella X legislatura, nelle liste di Democrazia Proletaria (DP), al Parlamento Nazionale. Fu membro della Commissione stragi della X Legislatura.

Morì di morte naturale il 5 settembre 1992.

In suo nome nel 1994 è stata costituita la Fondazione Luigi Cipriani.

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Cliccando sul link http://www.fondazionecipriani.it/storia.html potete leggere la storia di Luigi

A. Arbasino, Manuale di economia culturale per scrittori e affini

Manuale di economia culturale per scrittori e affini

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di Alberto Arbasino http://t3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcT8QrqRoMcinYDk3G_NTryXQIQPZdBA14N_9m8kgIS306H1gnuF

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Per chi si è formato in tutt’altre epoche, invece dei “supplementi letterari” c’erano le riviste: Il Mondo, L’Espresso, Tempo Presente, Paragone (arte e letteratura), il verri, Il Caffè. E soprattutto, mentre uscivano libri epocali in qualunque mese – e basta controllare, negli anni Cinquanta e Sessanta – neanche uno sfuggiva agli eccellenti critici periodici quali Emilio Cecchi e Paolo Milano. Mentre Nicola Chiaromonte e Giorgio Vigolo e Sandro De Feo e Massimo Mila e Fedele D’Amico puntualmente svolgevano ampi e “interattivi” discorsi critici sulle novità musicali e teatrali, correlate ai più significativi eventi della cultura tradizionale grande o piccola. Per le recensioni cinematografiche, solo la professionalità inesorabile di Alberto Moravia riusciva a far fronte a seratine mediocri quando mancavano gli eccelsi Fellini o Antonioni o Visconti.

Un “mercato” molto diverso dall’attuale, evidentemente. Frugale ma regolare nei pagamenti, a eccezione dei contributi gratuiti alle riviste “prestigiose” (nel loro piccolo) poiché lette da tutta una gioventù. E che noia, per i quotidiani mirati sulla media borghesia o sui recinti partitici, prima delle differenziazioni analoghe ai reparti dei grandi magazzini.

Non esistevano certamente ancora gli uffici-stampa di autori ed editori che bombardano le redazioni e i siti con offerte e richieste e preghiere e sconti. Né trattative e transazioni dietro ogni innumerevole lectio magistralis pubblicata come “anticipazione” di un testo universitario o liceale magari noiosissimo. Chi paga, lì, e chi viene pagato?
Così attualmente c’è chi si interroga, constatando che tutti gli attori e suonatori e direttori e cantanti si fanno un gran vanto per qualunque episodico show gratuito, in calendari fitti di eventi negoziati dalle agenzie. E continuano ad agitarsi contro i tagli delle risorse per la cultura e ogni riduzione dei propri compensi. Fuori da ogni “mercato”.
Mentre i letterati risultano l’unica “categoria” favorevole per le richieste di prestazioni gratuite: prolusioni, prefazioni, postfazioni, presentazioni, performances orali o scritte in qualità di “ospite”, con disponibilità per 0gni tempo libero.

Ma perché? Vanità e sicumera per qualunque apparizione o promozione di immagine del Sè, anche fra quattro gatti e senza influenze sull’eventuale vendita di alcune copie? Esibizione e sfrutta-mento di “titoli” per le cattedre e carriere scolastiche?… E come mai nessun’altra categoria di lavoratori e artigiani si adatta alle prestazioni gratis che hanno come effetto richieste ulteriori di prestazioni altrettanto gratis?

Chissà se repetita iuvant, poi. La lingua batte? Ecco però un buon tema per un supplemento letterario, e i relativi dibattiti. Si viene ogni giorno bersagliati, ripetiamo, da svergognate richieste di lavoro gratuito. Per sistema e abitudine. Senza riguardi per la tarda età. E senza l’ovvia motivazione dei tagli alla cultura, per cui anche i vecchi politici si fanno fotografare perché salgono ridenti sulle scalette dei tetti. Senza neanche uno straccio di proposte pratiche, per i ricercatori e i dottorandi e i precari. E nessun riguardo per i poveri Beni culturali, da parte di chi in futuro magari farebbe i concorsi per gestirli.
Ma allora, perché fingere di stupirsi, per secoli e secoli, quando i più o meno “prestigiosi” Organi Stranieri normalmente e abitudinariamente continuano a descriverci come un paese da Commedia dell’Arte, con Pantaloni e Pulcinelli e Maccheroni e Anomalie etniche, antropologiche, costituzionali e istituzionali?

«Con questa musica – che manda in estasi – soli stretti stretti – danzeremo sopra i tetti – con ardor – senza timor», era una canzonetta molto popolare alla radio, prima dei coprifuochi, degli oscuramenti, dei bombardamenti… Ma un buon supplemento letterario potrebbe forse paragonare le lauree honoris causa attribuite ai letterati, a quelle conferite a cantanti, comici, sportivi… Attribuita a un grande erudito quale Federico Zeri – che non offriva certo rock gratuito alle masse studentesche – certamente quella laurea ad honorem lo convinse a lasciare il suo ingente patrimonio artistico all’Università di Bologna, invece di venderlo.

Circa l’abbondanza di manifestazioni, infine, potrei rammentare l’esperienza personale a un “evento” di portata nazionale per lettori di libri. In un teatro strapieno e gratuito, il pubblico si divertì molto. All’uscita, però, nessuna copia dei miei libri in mostra venne acquistata. Succede anche dopo una recita di Pirandello o Shakespeare, si commentò. Ma mi stupii quando alla fine comparvero anziani con dei miei vecchi libri da firmare. Si capì presto: nella fiera lì attorno c’erano bancarelle di libri usati. Con la firma dell’autore, si vendevano con un piccolo sovraprezzo. (In seguito, mi fu rimborsato il biglietto del treno dal più vicino capoluogo; dove peraltro ero arrivato in aereo. La pizza, invece, fu offerta da amici).
Allora, insomma, auguri!

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05 dicembre 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2010-12-04/manuale-economia-culturale-scrittori-170124.shtml?uuid=AYUemCpC

Fotografato filamento magnetico che serpeggia attorno al Sole

Fotografato filamento magnetico che serpeggia attorno al Sole

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https://i0.wp.com/www.spaceweather.com/images2010/04dec10/darkfilament_strip.jpg

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Miami, 5 dicembre 2010 – L’osservatorio solare della Nasa Sdo (Solar Dynamics Observatory) ha fotografato, nelle prime ore di oggi, un filamento magnetico lungo oltre 400.000 chilometri che sta serpeggiando intorno al Sole, nella zona sud-orientale della stella.

Per gli astronomi non e’ una sorpresa perche’ sono ormai diversi giorni che un’altra missione della Nasa, Stereo B, sta tenendo d’occhio l’attivita’ solare, che dall’estate e’ in costante e progressiva ripresa. Al momento questa lunga struttura sembra sospesa sulla superficie del Sole e non mostra alcun segno di instabilita’.

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fonte:  http://qn.quotidiano.net/tecnologia/2010/12/05/424840-fotografato_filamento_magnetico.shtml

L’APPELLO – Riaprire gli archivi dei servizi: Le firme toccano quota 50mila

L’APPELLO

Riaprire gli archivi dei servizi
Le firme toccano quota 50mila

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La raccolta di firme su Repubblica.it a sostegno dell’iniziativa scattata dopo l’assoluzione degli imputati per la strage di piazza della Loggia a Brescia. Obiettivo: aprire i cassetti della nostra intelligence e impedire l’estensione del segreto di Stato

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ROMA – La raccolta di firme su Repubblica.it a sostegno dei promotori dell’appello “Aprite gli archivi” tocca quota 50mila. L’obiettivo è la rimozione del segreto da 108 archivi dei servizi segreti e dire no alle conclusioni della commissione Granata, che punta a estendere oltre i 30 anni il segreto di Stato. Estensione su cui si è espresso in senso contrario il Copasir. La commissione è “per la piena attuazione della legge sui servizi – ha spiegato il presidente D’Alema ai promotori dell’appello -, che significa non solo il rispetto rigoroso della caduta del segreto di Stato dopo 30 anni e la declassifica dei documenti, ma anche creare le condizioni per la riorganizzazione degli archivi per fare in modo che dopo 40 anni i documenti siano versati nell’archivio centrale di Stato e resi disponibili agli storici ed ai cittadini”. Ora bisogna smuovere il governo, perché senza i decreti attuativi della legge, quegli archivi non possono essere aperti.

VAI ALL’APPELLO 1

LO SPECIALE 2

La scossa è giunta dopo l’ennesima assoluzione, quella di tutti gli imputati per la strage di piazza della Loggia a Brescia. Sul segreto di Stato Felice Casson, ex pm a Venezia, titolare dell’inchiesta sul Gladio e la strage di Peteano, oggi parlamentare Pd, spiega come “la volontà del legislatore era quella di limitarlo a 15 anni, con possibilità di prorogarlo al massimo per altri 15. L’incarico della presidenza del Consiglio alla Commissione presieduta da Renato Granata, affinché valutasse come procedere riguardo ai decreti attuativi, è un’interferenza pesantissima del governo sul Parlamento. La legge è chiara e invece si cerca di reinterpretarla”.

Incontrando il Copasir lo scorso 1 dicembre, i promotori dell’appello hanno raccolto il sostegno dell’organismo e un po’ di cifre da D’Alema. In Italia sono 108 i depositi di documenti presenti nelle sedi dei servizi. Dopo una selezione, quelle carte dovrebbero finire al Dipartimento informazioni e sicurezza, chiamato a riorganizzarle. Ecco un altro punto che ai promotori dell’appello sta a cuore: avere certezze su chi metterà le mani su carte e documenti, su chi e come li classificherà e chi deciderà cosa distruggere. “Non possono essere gli uomini dei servizi a decidere cosa scartare, ma un’autorità terza” dice Bolognesi.

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05 dicembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/12/05/news/riaprire_gli_archivi_le_firme_sono_50mila-9856792/?rss

MALTEMPO, ALLERTA PROTEZIONE CIVILE – Neve e gelo in tutta Italia e tornano pioggia e temporali

MALTEMPO

Neve e gelo in tutta Italia
e tornano pioggia e temporali

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Temperature in picchiata da Nord a Sud, allerta della Protezione cvivile per le nevicate in arrivo, da stasera, anche in pianura. Una perturbazione proveniente dall’Atlantico porterà nuove preecipitazioni. Il ghiaccio blocca cinquanta turisti sul Vesuvio

Neve e gelo in tutta Italia e tornano pioggia e temporali Nevica a Milano

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ROMA – Fa freddo, e di questa stagione non c’è nulla di cui stupirsi. Forse però è utile sapere che farà ancora più freddo nei prossimi giorni, che saranno caratterizzati da maltempo un po’ ovunque e soprattutto da nevicate, con tutti i disagi che ciò comporta per i trasporti e nella vita quotidiana. Dall’Atlantico sta arrivando una nuova perturbazione che già dalla serata di oggi farà mutare le condizioni meteorologiche un po’ ovunque. Arriva anche la neve, soprattutto a nord ovest, che porterà con sé un aumento delle temperature, ma anche piogge e temporali.

Allerta della Protezione civile. Il Dipartimento nazionale dà un avviso di avverse condizioni meteo che prevede da stasera nevicate anche in pianura sulle regioni nord occidentali, con quantitativo elevati sui settori alpini e prealpini, e con quota neve in rapido rialzo dalla mattina di domani. Previste pure domani precipitazioni sparse anche a carattere di rovescio di forte intensità sulle aree tirreniche settentrionali. La Protezione civile dell’Emilia-Romagna parla di neve anche in pianura da stasera tra Piacenza e Parma, e poi di piogge fino a Bologna dalla prossima mattina: qualche grado in più per l’arrivo contemporaneo di correnti meridionali, e la neve comincerà a trasformarsi in acqua. Un “caldo” che durerà qualche giorno.

Sale sulle strade del Veneto, turisti bloccati sul Vesuvio. Autovie Venete, consessionaria dell’A4, ha sparso sulla rete cloruro di sodio per scongiurare il ghiaccio sull’asfalto. Al sud non si sta meglio. La cima del Vesuvio è di nuovo imbiancata, dopo la nevicata della scorsa settimana. L’area vulcanica era suggestiva stamani, illuminata da un bel sole ma con temperature nettamente in calo. Ne ha fatto le spese un pullman con a bordo cinquanta turisti stranieri diretti al Vesuvio, rimasto bloccato a Ercolano, nei pressi del parcheggio a quota mille, a causa del fondo stradale ghiacciato. Con l’aiuto di sale sulla carreggiata e la fatica degli spalatori si è riusciti a liberare il bus ed a farlo tornare indietro. Annullata, però, la visita alla cima.

Centro Italia al gelo. Fa freddissimo in Ciociaria, nel basso Lazio. La notte scorsa nei comuni a più alta quota le temperature sono scese sotto lo zero. E’ la prima vera ondata di gelo dopo il maltempo della scorsa settimana che aveva causato l’esondazione dell’Aniene a Trevi nel Lazio, allagamenti e danni. In mattinata è stato il ghiaccio a creare numerose difficoltà. A Filettino (Frosinone), dove la notte scorsa si sono registrate temperature molto basse, la colonnina di mercurio segnava intorno alle 13 un grado sotto lo zero. Temperature molto basse anche nella stazione sciistica di Campo Staffi, al confine con l’Abruzzo, dove negli ultimi due giorni si sono accumulati venti centimetri di neve. A Fiuggi la notte scorsa la colonnina di mercurio è arrivata fino a meno due gradi. Anche sugli Altipiani di Arcinazzo il termometro è sceso sotto lo zero. Difficoltà nelle prime ore del mattino per alcuni tratti di strada ghiacciati. Problemi analoghi si sono registrati  nell’ alta Valle Aniene. Si segnalano disagi per molti automobilisti. Sistemi idrici già bloccati a causa del freddo.

Neve in Calabria. E’ nevicato in Calabria la notte fra sabato e domenica, sulla Sila e in Aspromonte, e le temperature sono in picchiata in tutta la regione. A Lorica e Camigliatello, nella Sila cosentina, la neve ha superato i dieci centimetri mentre su monte Botte Donato sono stati raggiunti i 40 centimetri. Nella notte la temperatura registrata è stata di zero gradi mentre adesso si è intorno ai 4 gradi. Precipitazioni nevose anche sulla Sila crotonese, a Palumbosila, e in quella catanzarese. Neve anche a Gambarie a partire dai mille metri di altitudine con un notevole abbassamento termico. In tutta la Calabria le temperature sono scese di circa 10 gradi rispetto ai giorni scorsi. La Polstrada non segnala problemi sulla viabilità su tutta la rete e anche sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Sulla strada statale 107 Silana-Crotonese, nei pressi di Camigliatello, dove è nevicato, sono all’opera i mezzi spargisale dell’Anas.

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05 dicembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2010/12/05/news/maltempo_gelo-9861326/?rss

A PROPOSITO DI ‘TRADITORI’ – Guzzanti: “Attacchi penosi sanno solo obbedire al Capo” / PDL-ESCORT: Occasione Lavoro

Guzzanti: “Attacchi penosi
sanno solo obbedire al Capo”

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Il deputato ex Pdl: il vero traditore è chi non ha mantenuto le promesse. “Non sono amico della sinistra, è Berlusconi che è amico di Putin e dei governanti ex Urss”

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di ANTONIO FRASCHILLA

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Guzzanti: "Attacchi penosi sanno solo obbedire al Capo" Paolo Guzzanti

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ROMA – “La mia foto pubblicata da Libero? Belpietro che mi dà del traditore invitando i lettori a scrivere mail contro di me? Purtroppo capita spesso che per adorare il capo si facciano cose tremende. La verità è che in questa crisi di governo il traditore è Berlusconi, non io”. È pacata la prima reazione del deputato Paolo Guzzanti alla notizia che Libero ha pubblicato la sua foto insieme a quella di altri 45 onorevoli finiani e dell’Mpa che hanno firmato la sfiducia al premier. Raggiunto al telefono in un tranquillo sabato pomeriggio, la sua reazione presto da pacata diventa però nervosa e poi indignata contro chi evoca “un altro piazzale Loreto” per i nemici del governo.

Onorevole Guzzanti, lei da eletto nelle liste del Pdl non si sente nemmeno un po’ traditore?
“La parola “traditore” è una categoria del berlusconismo. Belpietro & co. non capiscono la politica, ma solo la devozione al capo supremo. Non pensano che uno può stare o meno con Berlusconi perché condivide la sua politica in un certo periodo e poi non l’apprezza in un secondo momento. Con i loro metodi evocano invece un altro piazzale Loreto per chi è contro il governo. Ma i veri traditori in questa storia sono altri”.

Chi è allora il traditore?
“È Berlusconi, che ha abbandonato la sua promessa di politica liberale andando verso tutto ciò che è illiberale. È lui che è amico di Putin, non certo un campione del liberalismo. È lui che guida la “mignottocrazia” imperante in questo momento nelle stanze del potere politico. Non è un caso che tantissimi colleghi del Pdl mi dicono che si stanno regalando tra loro il mio libro, “Mignottocrazia”. Vi si specchiano. E poi ricordo a tutti che sono il vicesegretario del partito Liberale e la mia è una scelta politica”.

Appunto, lei per il giornale Libero è il segretario del partito Liberale che rischia di far cadere un governo di centrodestra per far andare a Palazzo Chigi la sinistra.
“Non sono amico della sinistra ed è Berlusconi che è amico di Putin e di tutti i pseudo governanti delle repubbliche dell’ex Unione sovietica. La verità è che quelli accusati dai fan del governo di essere dei traditori sono delle persone coraggiose, che in un momento delicato prendono scelte difficili per il bene del Paese. È ridicolo inoltre accusarmi di essere un traditore, io che mi sono avvicinato a Berlusconi nel ’99 quando lui era in grande difficoltà e me ne sono andato in tempi non sospetti, quando lui era al massimo del suo potere”.

Libero ha pubblicato anche il suo indirizzo di posta elettronica invitando i lettori a scriverle delle mail di protesta. Ha già ricevuto dei messaggi?
“Nemmeno uno. Mi sa che questa iniziativa di Libero si è rivelata un flop. Mi fa molta pena il mio ex direttore e amico Belpietro, costretto a fare questa piccineria per ordini del capo supremo. Che tristezza”.

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05 dicembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/12/05/news/guzzanti_intervista-9850877/

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PDL-ESCORT: Occasione Lavoro

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Manifesto del master per escort

Nuovi master per escort

Paese che vai, carriera che trovi

20 novembre 2010 – Luca Torpedo
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fonte:  http://www.mamma.am/mamma/articoli/art_7785.html

LA GIUSTIZIA E’ ‘CLEMENTE’ – Salvato il soldato Mastello!

Mastella, chi lo processa “cerca rogne”

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di Marco Travaglio

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Senato, giudici, Porta a Porta: tutti gli ostacoli alle indagini. Il gip Marotta racconta: “Mi avvicinò una collega amica dell’imputato e mi consigliò di assolverlo”. Vespa intervista un anonimo che spara sull’inchiesta. Era il portavoce di Clemente, pure lui indagato

Dunque, come abbiamo raccontato ieri, (leggi Salvato il soldato Mastello, più sotto) il processo a Clemente Mastella e ai suoi cari (una cinquantina di coimputati, fra cui la moglie, il consuocero, il cognato e mezza Udeur), non s’ha da fare. Il 19 novembre la Camera, su richiesta dell’europarlamentare Pdl imputato per quattro concussioni, tre abuso d’ufficio, un’associazione per delinquere, un peculato, una truffa e un’appropriazione indebita, ha sollevato conflitto d’attribuzione alla Consulta contro i giudici di Napoli che osano processarlo senza il permesso preventivo (non richiesto, anzi esplicitamente escluso dalla legge) del Parlamento. Motivo: i reati di cui è accusato Mastella sarebbero “ministeriali”, cioè collegati alle funzioni di Guardasigilli del governo Prodi dal 2006 al 2008 (falso: Mastella è imputato “in qualità di segretario nazionale del partito politico Udeur” e alcuni reati li avrebbe commessi prima e dopo aver fatto il ministro). Ora spetta al Gip decidere se procedere con l’udienza preliminare, ormai agli sgoccioli, o congelarla per un paio d’anni in attesa della sentenza della Consulta. Nel secondo caso, il processo nascerebbe praticamente morto, e non solo a carico di Mastella, ma anche degli altri 50 coimputati che si sono affrettati ad associarsi alla sua richiesta di sospensione sine die.

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Ma che il processo a Mastella non s’abbia da fare non è una novità. Un’incredibile campagna mediatica, alimentata anche da Porta a Porta e dal Corriere della Sera, martella da anni che Mastella sarebbe stato inquisito a Santa Maria Capua Vetere nel gennaio 2008 per rovesciare per via giudiziaria il governo Prodi, dopodiché tutte le accuse sarebbero finite nel nulla. Così del processo di Napoli nessuno si occupa perché quasi tutti pensano che non esista. Altri, invece, sanno benissimo che esiste e si prodigano perché non esista più.

Il 1° luglio 2009, durante l’udienza preliminare della prima tranche del processo (quella nata a Santa Maria Capua Vetere e poi passata per competenza a Napoli), il gip che la conduce, Sergio Marotta, viene avvicinato da una collega della Corte d’appello di Napoli, Tina Cardone, che gli consiglia caldamente di prosciogliere Mastella. Marotta la lascia dire, poi la denuncia. E racconta ai colleghi, a verbale, il 23 settembre 2009: “In data 1.07.2009 venni telefonicamente raggiunto da una collega, Tina Cardone, che io conoscevo bene in quanto seppure adesso è in servizio presso la Corte d’Appello di Napoli, anni fa ha ricoperto la funzione di Presidente aggiunto dei Gip di Napoli. Dunque è stata mio superiore gerarchico… La Cardone, senza specificarmene la ragione, mi chiese un appuntamento per il giorno successivo ed io non ebbi difficoltà ad accordarglielo invitandola a venire nel mio ufficio”. La giudice però preferisce un luogo più appartato. Marotta rimane “un poco sorpreso per questa strana cautela”, ma accetta di vedere la collega l’indomani alle 8.30 “presso l’edicola dei giornali della piazza coperta del Tribunale”. E lì scopre finalmente il motivo della convocazione: “Non appena ci vedemmo cominciò a parlare della sua amicizia con Clemente Mastella”, che aveva fatto tanto per lei. Che cosa? “Quando era ministro di Giustizia l’aveva chiamata al Ministero dandole un incarico”.

Lei aspirava a un ruolo direttivo, ma Mastella le spiegò che quello era riservato ad Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa. “Mi disse che lei disciplinatamente aveva condiviso questa scelta poiché si rendeva conto da sola che un incarico alla moglie del Vespa significava per Mastella avere maggiori opportunità di frequentare il talk show condotto dal predetto”. In ogni caso la Cardone è “contenta” per il posto ministeriale conquistato e continua a “frequentare con la solita assiduità casa Mastella a Ceppaloni”, anche dopo l’arresto della moglie Sandra Lonardo e l’indagine per concussione e altri reati a carico dell’ormai ex ministro. “Era particolarmente fiera di questa sua fedeltà in quanto a suo dire molti amici di Mastella, fra cui anche la moglie del Vespa, dopo le disavventure giudiziarie del 2008, avevano un poco preso le distanze da lui”. Poi finalmente la giudice mastelliana viene al punto: “Mi disse – racconta Marotta – che era stata di recente presso la villa di Ceppaloni e che Mastella le aveva chiesto un intervento presso di me per ‘spuntare’ una sentenza di non luogo a procedere”.

E lei ha subito aderito, avvicinando il gip: “Per perorare nel modo più incisivo possibile la causa del Mastella, mi spiegò che sarebbe stata inutile una mia resistenza alle sue sollecitazioni in quanto il Mastella, con tutte la amicizie che aveva mantenuto, prima o poi, nei vari gradi del procedimento, avrebbe comunque trovato qualche giudice sensibile alle sue segnalazioni o a quelle di suoi amici”. Non è solo una richiesta, dunque, quella della giudice al collega. È anche -secondo Marotta – una velata minaccia: “Sempre con riferimento alle amicizie del Mastella vantate dalla Cardone, a detta di quest’ultima mi conveniva tener conto della sua segnalazione perché lo stesso Mastella nel corso degli anni aveva dimostrato che con gli amici era molto generoso, mentre era vendicativo con chi gli sbarrava la strada”. Insomma, meglio farselo amico, per evitare rappresaglie. Marotta racconta che la Cardone non si fermò neppure lì, ma aggiunse pure che Mastella, “dopo un periodo di sbandamento dovuto all’indagine giudiziaria, già da molti mesi stava ricominciando a tessere la sua tela, a rinsaldare le vecchie amicizie ed a costituirne di nuove. Usò l’espressione ‘Clemente sta tornando in sella’, dicendomi insomma che il potere di Mastella si stava ricostituendo”. Non a caso, dopo un anno di assenza dal Parlamento italiano, aveva agguantato un posto sicuro a Bruxelles nelle liste del Pdl.

E poi aveva mantenuto ottimi rapporti con Antonio Bassolino, governatore uscente della Campania, e con Nicola Mancino, vicepresidente del Csm. Bassolino lo aveva rassicurato che né lui (vittima, secondo l’accusa, di una tentata concussione di Mastella) né la regione Campania si sarebbero costituiti parte civile nel procedimento dinanzi al gip Marotta (“in effetti – osserva il gip – il giorno dopo e cioè il 3.07.2009, ho constatato che né Bassolino, parte offesa in un capo di imputazione, né la Regione Campania si sono costituiti parte civile”). Quanto a Mancino, Marotta ha buon gioco a fingersi interessato a saperne di più, visto che pende sul suo capo un procedimento disciplinare dinanzi al Csm: “Proprio per accertare a cosa specificamente alludesse la Cardone quando mi parlava di favori che potevo ottenere, avendo intuito che assai verosimilmente voleva riferirsi ad amicizie anche interne al Csm poiché attualmente pende a mio carico un procedimento disciplinare, chiesi se per caso Nicola Mancino era fra quelli che erano rimasti ancora amici di Mastella. Lei disse che Mancino era una delle persone che non aveva mai voltato le spalle a Mastella”.

A quel punto Marotta liquida la collega senza prometterle nulla e corre dal presidente del Tribunale e dal Procuratore generale a denunciare l’illecita pressione della collega per conto di Mastella. La Cardone, dal canto suo, ammette di essere una vecchia amica dei Mastella (Sandra Lonardo presentò addirittura una mostra di quadri della giudice pittrice) e di aver incontrato Marotta, ma nega recisamente di averlo voluto influenzare. Sui fatti, pare, indaga la competente Procura di Roma, oltre naturalmente al Csm.

Ma non è finita, perché la sera del 20 ottobre 2009, poche ore dopo che la Procura di Napoli ha ottenuto nuove misure cautelari per Sandra Lonardo (il divieto di dimora in Campania) e per altri esponenti dell’Udeur campana e contesta nuove accuse al marito e ad altri 60 indagati, entra puntualmente in scena Bruno Vespa, marito di cotanta moglie nominata da Mastella direttore degli Affari di giustizia del ministero. E allestisce una puntata di Porta a Porta per difendere la famiglia reale di Ceppaloni dai nuovi guai giudiziari. Il titolo è già tutto un programma: “Cupola o persecuzione?”. Ospite d’onore lui, Clemente Mastella. A un certo punto, il conduttore dà la parola a un supertestimone col volto oscurato, ma non abbastanza, per “spiegare come vanno le cose”: Vespa lo chiama “dirigente” e lo presenta come fonte anonima, riservata, ma – par di capire – esperto e attendibile. Mister X naturalmente fa a pezzi l’inchiesta, che definisce “una cacata giuridica”. “Il fatto – aggiunge il supertestimone rivolto al giornalista – come a te non sfuggirà, è tutto di carattere politico. Dei 60 indagati, fatta eccezione per 15 o 16, tutto il resto sai per che cosa sono inquisiti? Concorso in abuso d’ufficio. Una cacata giuridica. È niente, è zero. Solo che dovevano gonfiare la cosa. Allora bu-bum, l’Italia sana si è mossa: 63 inquisiti. Se arrestavano il solito Mastella, la solita moglie, il solito capogruppo regionale, non c’era nessuna novità… allora hanno dovuto riempire. Ti è tutto chiaro?”. Si scopre poi che Mister X altri non era se non Pietro Funaro, portavoce campano dell’Udeur, indagato assieme ai coniugi Mastella.

I giudici l’hanno subito riconosciuto e identificato con tanto di perizia fonica comparativa. Un coindagato dei Mastella giurava sull’innocenza dei Mastella e dei loro coindagati camuffato da supertestimone di Vespa, il tutto in un programma del “servizio pubblico” (chissà se l’Ordine dei giornalisti, la Rai, la Vigilanza, l’Agcom e tutto il cucuzzaro si occuperanno mai di questa solennissima patacca che Vespa, interpellato in maggio dal Fatto Quotidiano, ha comprensibilmente rifiutato di commentare). Del resto quella tranche dell’inchiesta era nata proprio dalla denuncia di 13 giovani, aspiranti tecnici e impiegati dell’Arpac campana: prima di partecipare al concorso erano stati contattati da candidati alle elezioni provinciali ed europee che promettevano aiuto in cambio di voti. I nomi dei futuri assunti – sostengono i denuncianti – erano già decisi. E, tra questi, c’era anche “la figlia di Pietro Funaro”. Quello della “cacata giuridica”.

Ma i bastoni fra le ruote del processo Mastella non finiscono qui. Perché nel primo filone del processo, quello dell’udienza preliminare affidata al gip Marotta, quasi tutti gli imputati sono stati rinviati a giudizio, ma la posizione dell’ex ministro è stata stralciata (cioè congelata). Motivo: il Senato deve ancora pronunciarsi pro o contro l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni telefoniche indirette (su telefoni di indagati che parlavano con l’allora ministro Guardasigilli), dopo che la Consulta ha dichiarato inammissibile l’eccezione di incostituzionalità sollevata dai giudici di Napoli contro la legge Boato-Schifani del 2003 che vieta di usarle senza l’ok del Parlamento.

Intanto Mastella ha denunciato al Parlamento europeo una persecuzione ai suoi danni da parte della Procura di Napoli, che avrebbe fatto addirittura perquisire abusivamente la sua abitazione romana. L’Europarlamento ha subito avviato una pratica a sua tutela. Venerdì, la ciliegina sulla torta: il conflitto di attribuzioni sollevato dal Senato alla Consulta contro i giudici che osano processare Mastella come se fosse un comune cittadino. Aveva ragione quella giudice premurosa: chi processa Mastella cerca rogne.

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24 novembre 2010

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/24/mastella-chi-lo-processa-%E2%80%9Ccerca-rogne%E2%80%9D/78451/

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fonte immagine

Salvato il soldato Mastello

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da Il Fatto Quotidiano, 23 novembre 2010

Ricordate il processo a Clemente Mastella e famiglia (moglie, consuocero, cognato e mezza Udeur) per le lottizzazioni nelle Asl e negli enti pubblici della Campania, il mercato illegale degli appalti, la gestione allegra dei fondi pubblici al giornale Il Campanile con appartamenti romani incorporati? Bene, anzi male: il Parlamento ha deciso di abolirlo. Non Mastella: il processo.
Venerdì, alla chetichella come si usa in questi casi, il Senato della Repubblica ha approvato per alzata di mano la proposta della giunta per le autorizzazioni a procedere di sollevare un conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato dinanzi alla Consulta contro i giudici di Napoli che osano processare l’ex ministro della Giustizia del centrosinistra, ora eurodeputato di centrodestra, senza chiedere il permesso al Parlamento.

Tutti d’accordo (Pdl, Lega, Udc, Pd), tranne l’Idv. Motivo: i reati contestati a Mastella nell’udienza preliminare in corso da mesi a Napoli sarebbero stati commessi nell’esercizio delle funzioni di Guardasigilli, dunque di natura ministeriale, dunque sottoposti alla giurisdizione del Tribunale dei ministri di Napoli, ma solo previa autorizzazione a procedere del Senato. I difensori di Mastella, nell’udienza di sabato, hanno subito chiesto al gip di sospendere tutto fino a quando la Corte costituzionale non si sarà pronunciata (fra un anno o due, visti i tempi biblici della Consulta).   Se il gip dovesse accogliere l’istanza di rinvio sine die, il processo morirebbe lì, con prescrizione assicurata. E non solo per Mastella, ma anche per i suoi 50 coimputati, che hanno immediatamente fatto propria la richiesta dell’ex ministro, ritenendosi attratti per contagio dalla sua speciale immunità, peraltro sconosciuta alle leggi.

La vicenda è talmente intricata che, se non se ne illustrano bene i passaggi, si rischia di non afferrare appieno la portata dello scandalo.
L’inchiesta è quella avviata quattro anni fa dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, che nel gennaio 2008 fece arrestare fra gli altri la signora Mastella, Sandrina Lonardo, il consuocero dei coniugi, Carlo Camilleri e un bel pezzo di Udeur campana per vari e gravissimi reati, poi notificò un avviso di garanzia all’allora ministro della Giustizia, che colse la palla al balzo per rovesciare il governo Prodi, passando armi e bagagli al centrodestra. Intanto, per competenza, il fascicolo fu trasmesso a Napoli, dove il pm Francesco Curcio proseguì le indagini, scoprì altri reati e lo scorso anno chiese i rinvii a giudizio sui quali, fra breve, dovrebbe pronunciarsi il gip Eduardo De Gregorio.

Mastella è accusato di ben nove episodi delittuosi: quattro concussioni, tre abusi d’ufficio, un’associazione per delinquere e un caso di truffa, peculato e appropriazione indebita.

1 –  Concussione: in combutta col consuocero Camilleri, leader dell’Udeur beneventana e con due assessori regionali, Mastella avrebbe costretto il governatore Antonio Bassolino ad “assicurare loro la nomina a Commissario dell’Area sviluppo industriale (Asi) di Benevento di una persona liberamente designata dal Mastella” per “compensare la mancata attribuzione al suo gruppo politico della carica di presidente dello Iacp di Benevento”; per coartare la volontà di Bassolino, i due assessori presero a disertare le riunioni di giunta e Mastella ad “attaccarlo strumentalmente sulla gestione dei rifiuti”.
2 – Tentata concussione: Mastella e la moglie Sandrina (presidente del Consiglio regionale) avrebbero perpetrato una “costante intimidazione” e “denigrazione” contro Luigi Annunziata, direttore generale dell’ospedale San Sebastiano di Caserta per cacciarlo dal suo incarico, visto che rifiutava di “procacciare favori, appalti, posti, incarichi dirigenziali e primariati a membri dell’Udeur”.
3 – Abuso d’ufficio e rivelazione di segreti d’ufficio: Mastella avrebbe “istigato” il presidente della III sezione del Tar Campania, Ugo De Maio, ad aggiustare una causa in camera di consiglio per favorire un suo protetto e svantaggiare un’altra persona.
4) Abuso d’ufficio: Mastella, assieme al solito Camilleri, avrebbe istigato un suo assessore regionale a favorire un suo raccomandato ai vertici della comunità montana del Taburno.
5 – Concussione: Mastella avrebbe costretto il sindaco di Cerreto Sannita a nominare un amico dell’Udeur ad assessore ai Lavori pubblici e ad assegnare il progetto dell’area industriale allo studio ingegneristico del consuocero Camilleri, minacciando in caso contrario “il congelamento dei finanziamenti regionali destinati al Piano di insediamento produttivo di Cerreto”.
6 – Abuso d’Ufficio: Mastella, assieme al consuocero, al cognato Pasquale Giuditta e ad altri, avrebbe chiesto e ottenuto l’assunzione indebita all’Arpac di ben 158 raccomandati suoi e dell’Udeur, in barba alle regole sulle competenze professionali, “per coltivare interessi di natura politico clientelare”.
7 – Tentata concussione: Mastella & C. avrebbero intimato al direttore generale dell’ospedale pediatrico Santobono di Napoli di nominare primario un loro amico a scopo esclusivamente “clientelare”; e, quando quello rifiutò, fu investito da un’interpellanza dell’Udeur in Consiglio regionale che lo dipingeva come un incapace e dunque costituiva una minaccia di “rimozione dall’incarico”.
8 – Associazione per delinquere: Mastella, la moglie Sandra e altri avrebbero dato vita a “un’associazione per delinquere, operante prevalentemente nella regione Campania, finalizzata alla commissione di una serie indeterminata di delitti contro la Pubblica amministrazione e, soprattutto, all’acquisizione del controllo delle attività pubbliche di concorso e gare pubbliche bandite dagli Enti territoriali campani, attraverso la realizzazione di reati di falsità ideologica, turbata libertà degli incanti, corruzioni, abuso di ufficio e rilevazioni del segreto di ufficio… essendo capi e promotori del sodalizio Mastella Clemente, Camilleri Carlo e Lonardo Alessandrina”.
9 – Peculato, truffa e appropriazione indebita: Mastella, “al fine di procurare ingiusto vantaggio patrimoniale ai suoi congiunti Mastella Elio e Mastella Pellegrino” (i figli, che “attraverso lo schermo societario costituito dalla società Campanile srl, senza averne titolo, acquistavano dalla Scip a prezzo più basso di quello di mercato, l’immobile in Roma Largo Arenula già di proprietà dell’Inail, utilizzando anche fondi pubblici destinati al sostentamento dell’editoria”), “si appropriava indebitamente dell’intero capitale sociale del detentore del logo della testata Il Campanile Nuovo” e sarebbe riuscito persino a truffare l’Inail.

Tutti questi reati, secondo la Procura di Napoli, Mastella li avrebbe commessi “agendo in qualità di Segretario Nazionale del partito politico Udeur”. Dunque, mai come ministro. Del resto, alcuni gli vengono   contestati “fino al luglio 2009”, quando non era più ministro da un anno e mezzo. E altri prima che lo diventasse. Che dice la legge sui reati commessi da un ministro? La risposta è nell’articolo 96 della Costituzione e nella legge costituzionale 1/1989 (che abolì la Commissione Inquirente), ma anche nella costante giurisprudenza della Cassazione: spetta al pm, titolare dell’azione penale, decidere se il reato commesso da chi fa il ministro è di natura “ministeriale” o ordinaria. Nel primo caso, il fascicolo passa al Tribunale dei ministri (una sezione ad hoc del Tribunale distrettuale), che però può procedere solo dopo aver avuto l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Nel secondo, si va avanti come in un normale processo.

Ma, fatta la legge, trovato l’inganno.  Il 30 luglio scorso, la Camera (tutti d’accordo, tranne l’Idv) si costituisce in giudizio dinanzi alla Consulta contro i giudici di Livorno che stanno processando il ministro Altero Matteoli (Pdl) per favoreggiamento del prefetto: l’accusa è di averlo avvertito nel 2004 delle indagini e delle intercettazioni a suo carico per una brutta storia di abusi edilizi all’isola d’Elba. Il caso Matteoli è un unicum: la Procura aveva ritenuto che il reato Matteoli l’avesse commesso in quanto (nel 2004) ministro dell’Ambiente,dunque che fosse di natura ministeriale. Ma il Tribunale dei ministri giudicò diversamente: derubricò il reato da ministeriale a comune e restituì il fascicolo al Tribunale ordinario. La Camera però decise che, prima di farlo, il Tribunale dei ministri dovesse informarla. E sollevò un conflitto di attribuzioni alla Consulta, che le diede ragione con una sentenza controversa (l’illustre consesso si spaccò a metà e il relatore si dimise per protesta): il Tribunale , prima di riprendere il processo, avrebbe dovuto chiedere il permesso a Montecitorio. A quel punto la Camera, senza che nessuno gliel’avesse chiesta, negò l’autorizzazione a procedere contro Matteoli. Il Tribunale di Livorno sollevò a sua volta un conflitto alla Consulta contro la Camera per quell’obbrobrio giuridico. E il 30 luglio scorso la Camera si costituì in giudizio contro i giudici. Spalancando la strada al ritorno all’immunità automatica, almeno per i ministri, senza neppure cambiare la legge o la Costituzione.

Venerdì 19 novembre, infatti, il Senato ha trascinato alla Consulta anche il Tribunale di Livorno per salvare Mastella e i suoi cari. Richiamandosi al precedente di Matteoli che, per quanto scandaloso, precedente non è perché è un caso totalmente diverso. Per Matteoli la Procura (poi smentita dal Tribunale dei ministri) aveva ritenuto il reato “ministeriale”. Per Mastella nessuno ha mai ventilato un’ipotesi tanto assurda: né la Procura di Napoli, né tantomeno Mastella, che in due anni di indagini e udienza non ha mai eccepito nulla del genere. Del resto, basta leggere i capi d’imputazione: tutti fatti che, comunque li si voglia giudicare, riguardano Mastella come leader dell’Udeur, non certo come ministro della Giustizia. I ministri della Giustizia non si occupano di Asl, Arpac, Aisi, comunità montane, assessori in piccoli comuni, giornali e alloggi di partito. Dunque non c’è motivo per cui la Procura o il Gip debbano investire il Tribunale dei ministri o il Senato. Tutto fila liscio fino all’11 ottobre, quando nella fase finale della discussione in udienza preliminare, la difesa Mastella scopre all’improvviso la competenza del Tribunale dei ministri, invocando il precedente fasullo di Matteoli e sostenendo la ministerialità dei reati. Il Gip ovviamente risponde picche. A quel punto il Senato entra a piedi giunti nel processo e, col voto-inciucio di venerdì, tenta di mandarlo in fumo, denunciando i giudici di Napoli alla Consulta e sostenendo che spetta al Parlamento e non ai magistrati stabilire la ministerialità o meno dei reati commessi da ministri ed ex ministri.

Il paradosso tragicomico è che, secondo la legge costituzionale 1/1989, il Parlamento “può negare l’autorizzazione a procedere” solo se il ministro inquisito “ha agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo”. Ecco: forse lottizzare gli enti pubblici piazzando parenti e raccomandati, concutere pubblici ufficiali, pilotare appalti a fini clientelari, intascare soldi del finanziamento pubblico all’editoria o truffare l’Inail sono condotte tipiche di un ministro della Giustizia e vanno tutelate perché finalizzate a un “preminente interesse pubblico”. Nel qual caso, bloccare il processo a Mastella è poco: bisogna erigergli un monumento equestre.
Vignetta di Fifo)

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fonte:  http://www.facebook.com/notes/marco-travaglio/salvato-il-soldato-mastello/10150120559468294

5XMILLE – L’appello di Napolitano per i volontari: «Sostenerli durante la crisi economica»

tagli ai soldi del 5 x 1000

muoiono il volontariato e la ricerca

i fondi tagliati alle Onlus dirottati verso armamenti, giornali e scuole private
23 novembre 2010 – marilena nardi
Fonte: http://www.marilenanardi.it – 23 novembre 2010

tagliato il 5 x 1000

fonte immagine

Testata mamma

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Giornata Internazionale

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L’appello di Napolitano per i volontari: «Sostenerli durante la crisi economica»

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Il Presidente dopo il taglio ai fondi per il 5 per mille: ruolo insostituibile del terzo settore per la società civile

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MILANO – Un fenomeno «straordinariamente vasto, vario e ricco», «una linfa vitale della nostra convivenza» che bisogna «sostenere anche garantendo le risorse necessarie» «proprio in questo momento di particolari difficoltà economiche». Così il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha salutato la «Giornata internazionale del volontariato» sottolineando «a nome della Nazione e delle istituzioni repubblicane» l’importanza del suo «ruolo insostituibile». Volontariato e terzo settore, secondo il capo dello Stato sono «punti di riferimento e protagonisti attivi della nostra società civile. La legge di Stabilità destina nel 2011 al cinque per mille solo 100 milioni di euro, rispetto ai 400 del 2010. Il governo si è impegnato a rifinanziare la dote nel primo provvedimento utile, che dovrebbe essere il decreto Milleproroghe.

«LINFA VITALE» – Un anno fa – ricorda Napolitano nel messaggio – abbiamo celebrato insieme, al Quirinale, le tappe fondamentali del volontariato italiano, fenomeno straordinariamente vasto, vario e ricco. E ho concluso l’incontro ribadendo che il volontariato è una linfa vitale della nostra convivenza e costituisce un elemento caratterizzante e distintivo della qualità della nostra democrazia. Come evidenziato anche nel piano Italia 2011 – il documento di indirizzo per l’anno europeo per il volontariato che si celebra l’anno prossimo – il volontariato si esprime attraverso la promozione del rapporto solidale fra le generazioni, il sostegno agli strati emarginati della popolazione, l’impegno per realizzare percorsi di integrazione e comprensione reciproca in un’epoca di grandi flussi migratori».

SOSTENERLO NELLA CRISI «Abbiamo bisogno – prosegue Napolitano – di questa grande scuola di solidarietà che generosamente produce azioni, pratiche quotidiane e progetti i quali rappresentano un contributo essenziale per la creazione di un diffuso capitale sociale. Proprio in questo momento di particolari difficoltà economiche è di fondamentale importanza sostenere il mondo del volontariato, anche garantendo le risorse necessarie a tener fede alla sua insostituibile missione riconosciuta da milioni di cittadini». (fonte: Ansa)

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05 dicembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_dicembre_05/napolitano-volontariato_13191d20-005a-11e0-861f-00144f02aabc.shtml