L’affare Moro, la malavita, le colpe di Cesare. Un libro non scritto / I bossoli di via Fani

L’affare Moro, la malavita, le colpe di Cesare

Un libro non scritto, a cura m.m.c.

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Controlli serrati nei 55 giorni del sequestro Moro

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Luigi Cipriani voleva scrivere un libro di controinformazione da sinistra sull’affare Moro che, a suo giudizio, non esisteva. Un giorno ci raccontò del caso come di “una storia di autogol”. Il primo lo fece il protagonista della vicenda la cui politica aperturista, dieci anni prima della caduta del Muro, riuscì del tutto indigesta agli americani e gli procurò nel suo paese le reazioni più disparate: mentre l’estrema sinistra vedeva nell’inserimento del Pci nell’area di governo, la stabilizzazione e con essa la fine del conflitto sociale, il timore della destabilizzazione per contro costò al presidente Dc una congiura di palazzo peggio della catilinaria. Un secondo autogol è attribuibile all’onorevole Enrico Berlinguer, sostenitore entusiasta della fermezza contro gli eversori -non capì che la fermezza non era contro di loro, ma contro Moro- e scaricato subito dopo. Il terzo ai brigatisti, che per colpire l’uomo simbolo della normalizzazione innescarono un clima di repressione, legalitarismo, caccia alle streghe che in Italia ha pochi precedenti; e, credendo di attaccare il regime, gli fecero un favore della madonna. Il capitalismo italiano reagì al delitto dello statista con una ventata di felicità, il rifiorire dell’attività economica, la borsa alle stelle con rialzi mai visti. Questa pompata di ottimismo, la sterzata a destra del quadro politico seguita al delitto, la quasi unanimità attorno alla politica della fermezza, le interferenze dei servizi e della mafia per giungere all’esito letale rendono l’idea di un blocco di potere tremendo che certamente trascende un “pezzo deviato” cui addossare tutte le colpe: la congiura trovò in quel blocco un contesto molto, ma molto favorevole, anche se naturalmente non tutti vi parteciparono. Ed era un blocco che negli stessi limiti ma altrettanto certamente, poteva schiacciare la piccola armata che cominciò la vicenda, ed è lecito dubitare l’abbia chiusa.

Perché i brigatisti, anche a voler credere ad una logica militarista e “dura” avrebbero ucciso un ostaggio che aveva risposto a tutte le loro domande e che, vivo, sarebbe stato una mina vagante nel potere? Quando mai un esercito ammazza un ostaggio che il nemico non rivuole indietro vivo? E per di più con un rituale, che non era fino ad allora appartenuto loro né lo sarà in seguito, dove la vittima viene lasciata agonizzare per un quarto d’ora e crivellata di colpi quando è morta? Perché non svelare e gestire politicamente il memoriale-bomba che parlava fra l’altro di ‘Stay-behind’ e che costituiva il maggiore risultato politico conseguito dalla lotta armata?

E dall’altra parte e soprattutto, come credere alla fermezza? Quando mai i democristiani sono stati fermi su qualcosa? Come mai quando viene colpito Cirillo patteggiano coi deprecati eversori? Come mai dopo il sequestro Dozier, non appena gli americani lamentano che l’Italia è un paese dove”quattro straccioni” si possono permettere di rapire un generale americano, i nostri scattano sull’attenti e liberano l’ostaggio in due secondi, senza spargere sangue? Poco dopo, i capi delle Br sono incarcerati. Non sarebbe stato altrettanto facile liberare l’onorevole Moro o sventarne il rapimento? Come credere alla straordinaria potenza dei brigatisti che avrebbero tenuto in scacco le istituzioni e i servizi segreti di mezzo mondo, povera armata Brancaleone che credeva di fare la guerra allo stato con qualche centinaio di reclute? Come credere che chi si copriva dietro la fermezza, i servizi segreti italiani e la Cia stessero con le mani in mano, aspettando che Moretti si mettesse d’accordo con Faranda sulla decisione da prendere? E questo quando in tutta la vicenda, da via Fani a via Gradoli al litorale romano ai tentativi dei malavitosi gli apparati repressivi, come è successivamente emerso, hanno avuto ogni possibilità di arrivare ai rapitori?

Su interrogativi di questo tenore, con la spregiudicatezza di chi poteva permettersi di non stare “né con le Br né con lo Stato”, Luigi Cipriani costruì la sua ipotesi del “sequestro in due fasi”. Dalla parte del potere, inizialmente bastò un attivo laissez faire, impedire che i sequestratori fossero intercettati: il blak out dei telefoni, il reparto del Sismi allertato presso via Fani che non intervenne, la messinscena di Gradoli e quant’altro venne fatto o venne omesso per evitare con cura il ritrovamento del prigioniero. Ma da un certo momento in avanti, quando diviene chiaro che Moro racconta ai suoi rapitori, per avere salva la vita, scandali e segreti di stato, non bastano più né la regia politica né il laissez faire per garantire i catilinari: occorre impedire che i brigatisti liberino l’ostaggio, come è logico aspettarsi, e divulghino le informazioni acquisite. L’esito non è scontato, occorre sottrarre loro ostaggio e memoriale. La catena di ammazzamenti legati a quest’ultimo, a fronte del mancato utilizzo da parte dei rapitori e delle loro improbabili spiegazioni, sarà d’altronde la prova più vistosa dell’irrealtà della versione di stato, tutta costruita sul memoriale Morucci e la reità confessa dei brigatisti. E se quest’ultima costituisce ormai un ostacolo insormontabile all’emersione di una verità più plausibile nelle aule giudiziarie, non lo è per tentare una diversa lettura storica degli eventi: la storia offre altri casi in cui la verità degli sconfitti collima con quella dei vincitori.

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La strage di via Fani

Cipriani ebbe il tempo e l’occasione di occuparsi del caso Moro nell’inverno 90-91, a partire dall’incontro col gladiatore Ravasio. Sulla scorta delle rivelazioni di quest’ultimo, si era messo a ripensare i diversi indizi che portano alla presenza malavitosa, nella quale vedeva la chiave di volta per spiegare i cosiddetti misteri della vicenda, e il successivo passaggio di mano: il tiratore scelto che spara quasi tutti i colpi andati a segno contro la scorta, un professionista della ‘ndrangheta, mentre i brigatisti sparano più o meno all’impazzata; il rullino che lo ritrae, sparito dall’ufficio del magistrato; le strane pallottole di via Fani, possibile “pacco” tirato a Moretti da un alleato scomodo e, al tempo stesso, possibile “segnale” a chi doveva intendere; le dichiarazioni degli amici di Moro, della famiglia che parlano di una presenza delinquenziale; la certa interferenza della banda della Magliana, l’assassinio di Tony Chichiarelli, ricattatore incauto; il comunicato della Duchessa, qualcosa di più di un depistaggio o di una “prova generale” secondo la versione più diffusa ma fuorviante, perché il comunicato viene dall’interno del rapimento e pertanto trova una più verosimile spiegazione in una pressione della malavita sulle Br, seguita dal passaggio di mano; le dichiarazioni del giornalista Mino Pecorelli -l’allusione molto significativa a coloro che Curcio credette”occasionali alleati”che avrebbero gestito realmente il rapimento- e il suo ammazzamento successivo; la strana cellula Roma sud che fa messaggi cifrati e in puro stile malavitoso, possibile copertura di questo diverso elemento mai investigato dagli inquirenti; le dichiarazioni a Repubblica del senatore Giovaniello, amico dello statista che parla esplicitamente della consegna di Moro alla criminalità comune; e quant’altro segue. E si era convinto che i brigatisti, non avendo la forza di compiere da soli un’azione cui connettevano il rilancio del movimento armato, si fossero alleati con la malavita, rimanendo impigliati nel gioco dell’alleato più forte, o sottomessi con l’esito che conosciamo: l’esito spettacolare-la R4 rossa a piazza del Gesù- in cambio della rinuncia a una gestione “politica” che la collaborazione di Moro aveva reso possibile. I capi delle Br avrebbero trasformato così “la disfatta in vittoria” secondo un copione militaresco; poi continuarono a tacere la verità magari per non ammettere, oltre ad un rapporto politicamente imbarazzante, che l’attacco al cuore dello stato si era tramutato nel suo contrario, con un colossale autogol. In realtà avrebbero consegnato l’ostaggio alla malavita e obbedito al divieto di gestire il memoriale, per poi mentire e depistare su tutto quanto portava alla compromissione avvenuta.

Luigi non ha fatto in tempo a scrivere il suo libro, che si sarebbe intricato a considerare altri soggetti intervenuti nella vicenda, il puntello alla Dc della fermezza fornito dal Pci di Enrico Berlinguer come dal Vaticano che rinunciò a svolgere un qualsivoglia ruolo indipendente o mediatorio; la intromissione dell’agente Cia Ronald Stark; le vicende connesse dell’uccisione di Dalla Chiesa e del giornalista Pecorelli; le conseguenze del delitto politico che più di ogni altro cambiò la faccia del Paese sia per i diversi equilibri che si disegnarono nel potere, sia soprattutto per la feroce repressione che ne seguì contro tutto e tutti come uno schiacciasassi.

Di questo libro non scritto possiamo offrire solo i primi passaggi negli interventi che seguono. Una lettura intelligente e attenta al quadro politico come ai rapporti di forza fra i soggetti diversi intervenuti nella vicenda. Una versione lontana non solo dalla verità di stato ma altresì da molta informazione confusa, basata su scoop e riproposizione continua di “misteri” che apparentemente la contesta e finisce il più delle volte per fornire al regime strumenti ulteriori di depistaggio: come soprattutto l’esasperazione della rilevanza degli infiltrati che erano, invece, figure del tutto marginali o la tesi della “eterodirezione” della Cia sulle Br: costruzioni immaginifiche proposte dalla ‘scuola dei misteri’ che servono a deviare lo sguardo dai partiti e dalle istituzioni, sempre visti da questo filone come oggetto e mai soggetto di complotto. Quella di Cipriani era una lettura più vicina semmai alle categorie analitiche della storiografia ufficiale più elegante, fornite dalla Commissione stragi fin dalla X Legislatura: la schizofrenia della politica di ordine pubblico seguita nei confronti del terrorismo che alterna fasi reprimenti e fasi omissive, il laissez faire degli apparati nella vicenda, la contestazione della “sindrome di Stoccolma” di cui sarebbe stato preda l’onorevole Moro, i primi dubbi sulla politica della fermezza, l’attenzione al memoriale.

La “pista malavitosa” però, pure presa in considerazione (cfr. la relazione del sen.Granelli a chiusura dell’XI Legislatura) viene chiusa in tutta fretta nella proposta dell’attuale presidente della Commissione, il senatore Pds Pellegrino. Come pure è stato chiuso nel silenzio stampa il procedimento penale sulle ricerche della prigione di cui parla Luigi negli interventi d’appresso: troppo scomodo? Altrettanto significativo è il fatto che il nostro compagno ebbe, dopo gli interventi parlamentari sul caso Moro, minacce di morte e non trovò alcuno spazio, giornalistico o radiofonico, per esporre le opinioni che aveva maturato. La “pista malavitosa” è un tabù perché porta dritta al potere politico.

Così, mentre partiti e stampa hanno applaudito la performance del dissociato Germano Maccari, improbabile quanto l’errore procedurale che lo manda libero e destinata a chiudere il caso con lo scaricamento definitivo di ogni responsabilità sui brigatisti, sono i pentiti e i collaboranti di mafia, in altro contesto, a raccontare squarci assai più interessanti. Diversamente dalla confusa informazione precedente, Buscetta e i suoi compari hanno evidenziato in modo chiaro e diritto all’opinione pubblica le zuffe sanguinose sul memoriale e la resistenza della Dc a riavere indietro vivo il suo presidente, realizzando così la previsione di Luigi Cipriani: “Non sarà la sinistra a trovare la verità sul caso Moro”.

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fonte:  http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/unlibro.html

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L’AFFARE MORO

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I bossoli di via Fani (Stralcio da Intervento sull’affare Gladio 1991, pubbl.supra sotto Stay behind)

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In via Fani, dei cento colpi sparati contro la scorta dell’onorevole Moro, furono raccolti trentanove bossoli sui quali il perito Ugolini, nominato dal giudice Santiapichi nel primo processo Moro, dice quanto segue. “Furono rinvenuti trentanove colpi ricoperti da una vernice protettica che viene impiegata per assicurare una lunga conservazione al materiale. Inoltre questi bossoli non recano l’indicazione della data di fabbricazione”. Vi è scritto GFL, Giulio Fiocchi di Lecco e il calibro però non viene indicata, come normalmente fanno le ditte costruttrici, la data di fabbricazione di quei bossoli. Allora, il perito afferma che “questa procedura di ricopertura di una vernice protettica viene usata per garantire la lunga conservazione del materiale. Il fatto che non venga indicata la data di fabbricazione è il tipico modo di operare delle ditte che fabbricano questi prodotti per la fornitura a forze statali militari non convenzionali“. Alla luce di tali rilievi, mi chiedo come sia potuto accadere che in via Fani fossero usati proiettili di questo tipo, molto particolari, che le ditte forniscono solo a forze statali militari non convenzionali. In ogni caso, sarebbe interessante sapere come mai questo tipo di proiettili finirono nelle mani delle Br e di quel commando che assassinò la scorta di Aldo Moro.

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fonte:  http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/ibossoli.html

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nei prossimi giorni pubblicheremo altri scritti interessanti

mauro

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SEMPRE SUI BOSSOLI..

fonte immagine

Aldo Moro, la strage di via Fani/1

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di Emilio Fabio Torsello

15 maggio 2009
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Finalmente un giornale italiano torna a parlare di una delle figure cardine della storia d’Italia. Si tratta di un tiratore scelto, o almeno questo farebbe pensare la sua precisione chirurgica, la cui identità non è ancora certa ma che il 16 marzo del 1978, in via Fani angolo via Stresa, falciò la scorta dell’onorevole Aldo Moro.

Quel giorno furono esplosi ben 93 colpi, una vera e propria pioggia di fuoco: nessuno di questi ferì a morte l’onorevole Moro. La polizia scientifica stabilì che dei 93 bossoli, 2 corrispondevano alla pistola dell’agente Iozzino, l’unico che riuscì a scivolare fuori dalla macchina e a sparare ma venne freddato con un colpo precisissimo in mezzo alla fronte. Il resto dei bossoli proveniva dalle armi del commando. Di questi 49 furono sparati da un unico mitra (circa un caricatore e mezzo). In tutto, oltre alla pistola d’ordinanza di Iozzino, in via Fani spararono due pistole e quattro mitra: una semiautomatica Smith and Wesson modello 39-2 calibro 9 parabellum (che esplose 8 colpi), un’altra pistola semiautomatica Beretta, modello 52, calibro 7,65 parabellum (che sparò 4 colpi), due pistole mitragliatrici calibro 9 parabellum (22 colpi la prima e 5 la seconda), un Fna 43 che sparò per 49 volte e una pistola-mitra modello Beretta M12 che esplose solo 3 colpi.

Bonisoli, Morucci, Gallinari e Fiore dichiararono di aver sparato per poco tempo perché le loro armi si sarebbero inceppate quasi subito. Solo Gallinari esplose 22 colpi, appena mezza raffica di mitra. Ci si chiede allora, visto che tutti i testimoni hanno sempre detto che a sparare furono solo in quattro, chi esplose ben 49 colpi, con una precisione davvero chirurgica? In un’audizione davanti alla Commissione Stragi del 1997, Valerio Morucci cercò di spiegare l’inspiegabile, sostenendo che i 49 colpi andrebbero suddivisi su due armi, senza considerare che ogni pistola o mitra lascia segni ben precisi sui proiettili che sparati. Che ci fosse in via Fani anche un uomo della ‘Ndrangheta è una voce che è sempre circolata e su cui non è mai stata fatta chiarezza, forse adesso a 30 anni dalla strage, qualcosa si muove.


Fonti:
– Relazione della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia, 29 giugno 1983.
– Fernando Imposimato, “Doveva morire”, ed. Chiarelettere, febbraio 2008, Pioltello (MI)

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Biografia dell’autore – Emilio Fabio Torsello

Emilio Fabio Torsello ha scritto 108 articoli su Diritto di critica.

Giornalista professionista, 30 anni, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel 2006. Mi occupo di tematiche inerenti la legalità, la cronaca giudiziaria (imparando dal “maestro” Roberto Martinelli), l’immigrazione e la politica. Collaboro con il mensile Narcomafie, con alcune testate del Gruppo Sole 24 Ore e in particolare con Il Sole 24 Ore del lunedì e Il Sole 24 Ore “Roma”, con Il Fatto quotidiano e con Roma Sette (Avvenire). In passato ho lavorato (stage) presso la redazione Ansa di Bruxelles e ho collaborato con la redazione aquilana dell’AGI e con il portale del sole 24 Ore, Salute24. Sono l’autore del blog EF’s Blog, sulla piattaforma WordPress

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fonte:  http://www.dirittodicritica.com/2009/05/15/aldo-moro/

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