Archivio | dicembre 10, 2010

Con il Pd, domani in piazza per un’altra Italia

Con il Pd, domani in piazza per un’altra Italia

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di Luciana Cimino

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Splenderà il sole domani sulla capitale. Dopo 15 giorni di pioggia continua non ci poteva essere benvenuto migliore per le migliaia di manifestanti che da tutta Italia si riverseranno a Roma per i due cortei che daranno vita alla grande Kermesse del Pd. “Con l’Italia che vuole cambiare”: è questo lo slogan scelto è che da il senso della mobilitazione a cui il partito chiama elettori e simpatizzanti stanchi di 15 anni di berlusconismo. Una prova di forza per dire al premier di rassegnare le dimissioni, certo, ma soprattutto per portare una proposta alternativa per la guida del Paese, come ha sottolineato più volte il segretario Pier Luigi Bersani.

I due cortei, il discorso del segretario
Due i cortei che si snoderanno in centro per raggiungere piazza san Giovanni dove è atteso alle 15.30 il discorso di Bersani: il primo per le delegazioni delle regioni Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige, Toscana, Marche, Umbria, Campania, Puglia, Sicilia e Lazio partirà da Piazza della Repubblica alle 14; il secondo si avvierà sempre allo stesso orario e vedrà presenti a Piazzale dei Partigiani quanti provengono da Liguria, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Molise, Calabria, Sardegna, Basilicata e Abruzzo.

Gli itinerari dei dirigenti

Anche i dirigenti del partito si divideranno per essere presenti in entrambi i cortei. Bersani si avvierà verso piazza San Giovanni da piazza della Repubblica, dove saranno tra gli altri anche il vicesegretario Enrico Letta, il presidente del gruppo parlamentare Dario Franceschini, Massimo D’Alema, Piero Fassino, Franco Marini, Maurizio Migliavacca, Livia Turco, Gianni Cuperlo, Matteo Mauri, Matteo Orfini, Ettore Martinelli, Roberta Agostini, Cecilia Carmassi, Anna Maria Parente e Ignazio Marino. Alla testa del corteo da Ostiense vi saranno invece tra gli altri il presidente del partito Rosy Bindi, il presidente del gruppo parlamentare del Senato Anna Finocchiaro, il presidente del gruppo parlamentare europeo David Sassoli, Walter Veltroni, Luciano Violante, Davide Zoggia, Marco Meloni, Stefano Fassina, Cesare Damiano, Paolo Gentiloni, Nicola La Torre, Stella Bianchi, Francesca Puglisi.

I treni speciali, 1.500 pullman
Solo l’organizzazione centrale del partito, in collegamento con le strutture regionali, ha predisposto 18 treni speciali, 1.500 pullman, due navi. Altri militanti e simpatizzanti arriveranno a Roma con mezzi propri. Due treni e 15 pullman raggiungeranno Roma dalla Sicilia. Da Piemonte e Basilicata sono state organizzate anche due bande musicali, che si uniranno ai due cortei, ai quali parteciperanno anche una rappresentanza del forum immigrazione del Pd, dei giovani democratici e del forum donne. Dal Piemonte, poi, arriveranno anche 20 pullman del Movimento dei moderati. Dalle Marche i militanti arriveranno vestiti con i giubbetti catarifrangenti.

Gadget e scaldacollo
Tante altre iniziative sono state prese dai gruppi territoriali e si scopriranno domani. Ai partecipanti saranno distribuiti come gadget ombrelli, scaldacollo, magliette, spille, brochure con le proposte del Pd.

Il sito del partito “Passo a prenderti”

Molto successo ha avuto, inoltre, l’iniziativa del sito del Pd “Passo a prenderti”, dove gli internauti avevano la possibilità di prenotare direttamente un posto in treno o in autobus o addirittura con il car sharing. Un migliaio di persone, soprattutto da Abruzzo, Emilia Romagna, Veneto hanno infatti messo in condivisione la propria automobile per offrire passaggi verso Roma. “Abbiamo cercato di coinvolgere le persone attraverso la rete, spingendoli non solo a partecipare sul web ma a scendere in piazza con noi e l’esperimento è riuscito – spiega Stefano Di Traglia, responsabile della comunicazione del Pd – così abbiamo avvicinato anche persone che vivono lontano da circoli e sedi del partito. Sarà un esperimento che replicheremo nelle prossime iniziative del Partito Democratico”.

Lo spezzone degli immigrati
E siccome un punto specifico della piattaforma dei democratici è dedicato all’immigrazione non potevano mancare i migranti con uno specifico spezzone: il Forum Immigrazione del Partito Democratico guidato da Livia Turco, da Marco Pacciotti e da Khalid Chaouki, parteciperà domani con un proprio striscione assieme a numerose comunità di cittadini stranieri e di rappresentanti di varie associazioni di volontariato, che intendono così confermare la scelta di lavorare e vivere in Italia manifestando la loro preoccupazione per il futuro del Paese. Il Forum si è dato appuntamento alle 11 alla chiesa di Santa Maria degli Angeli in Piazza della Repubblica per dare all’Italia che vuole cambiare l’esempio concreto di come sia possibile e doverosa questa alleanza tra italiani e immigrati per “Imparare a vivere insieme” e per sostenere un’idea della cittadinanza fatta di diritti e di doveri per tutti.

Sul palco cittadini e musica: da Nina Zilli a Neffa
Sul palco, a introdurre il discorso del segretario, ci saranno dei cittadini che leggeranno alcuni articoli della Costituzione. Lo spettacolo, allestito con la regia di Duccio Forzano e Simona Ercolani, sarà condotto da Cristiano Bucchi e Martina Panagia. I primi ad esibirsi sul palco di piazza San Giovanni saranno i musicisti de La Med Free Orkestra, composta da quattordici artisti provenienti da diversi paesi e nata con l’esigenza di promuovere la conoscenza della musica etnico-popolare di tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Quindi sarà la volta di Nina Zilli, di Roy Paci, di Simone Cristicchi e infine Neffa, autore anche del brano “Cambierà”, diventato la colonna sonora delle manifestazioni del Partito democratico con la segreteria di Pier Luigi Bersani.

Diretta su Youdem e http://www.unita.it
La manifestazione sarà trasmessa in diretta da YouDem sul canale 913 di Sky o su http://www.youdem.tv. Anche l’Unità.it seguirà il tutto con la diretta video e minuto per minuto, approfondimenti e speciali.

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«Ora la riscossa». Intellettuali con il Pd per domani

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10 dicembre 2010

fonte:  http://www.unita.it/italia/con-il-pd-domani-in-piazza-per-un-altra-italia-1.259443

Nobel, il premio ad una sedia vuota. Obama alla Cina: “Liberate Xiaobo”

10/12/2010 – IL RICONOSCIMENTO AL DISSIDENTE
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Nobel, il premio ad una sedia vuota Obama alla Cina: “Liberate Xiaobo”

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Le sedie vuote alle cerimonia di premiazione a Oslo

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Il presidente Usa: “Merita più di me: rispecchia valori universali”. Manifestazione davanti alla sede dell’Onu a Pechino. E il governo oscura siti web e tv occidentali

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OSLO – La poltrona del vincitore era vuota ma nella sala campeggiava un suo grande ritratto. Così il presidente del Comitato del Nobel, Thorbjoern Jagland, ha simbolicamente consegnato oggi in una solenne cerimonia a Oslo il Premio Nobel per la Pace 2010 al dissidente cinese Liu Xiaobo, che in patria sconta una condanna a 11 anni di carcere, chiedendo a Pechino «il suo immediato rilascio».

A Liu il Comitato di Oslo anticipò l’assegnazione del Nobel lo scorso 8 ottobre dichiarando di voler premiare così «la sua lotta lunga e nonviolenta per i diritti umani fondamentali in Cina». Il dissidente «ha solo esercitato i suoi diritti civili e deve essere rilasciato» perchè «non ha fatto nulla di male», ha dichiarato Jagland nella sala del municipio della capitale norvegese, prima di essere interrotto da uno scrosciante applauso, mentre dalla Cina una dichiarazione definiva la cerimonia una «farsa politica» e da Washington il presidente Barack Obama, vincitore lo scorso anno, osservava come Liu rappresenti «valori universali» e «meriti il Nobel molto più di me».

In sala a Oslo, fra i mille ospiti, anche la speaker democratica uscente della camera dei Rappresentanti Usa, Nancy Pelosi e vari dissidenti cinesi. Fra i 20 Paesi assenti alla cerimonia di oggi, spiccavano in particolare, oltre alla Cina, Russia, Cuba, Venezuela, Iran e Iraq e Afghanistan. Fra i 45 che invece hanno partecipato, oltre agli Usa, anche i membri dell’Unione europea, Giappone, Corea del Sud e India. «Molti si chiederanno se malgrado la sua attuale potenza, la Cina non dimostri una certa debolezza nel ritenere necessario imprigionare un uomo per 11 anni per il solo fatto di aver espresso le sue opinioni», ha detto Jagland nel suo discorso a nome del Comitato, andato in diretta sul sito del Nobel ma censurato dai media cinesi. E che ha concluso con la frase: «Ci congratuliamo con Liu Xiaobo per il Premio Nobel per la Pace 2010. Il suo punto di vista sul lungo termine rafforzerà la Cina. Estendiamo a lui e alla Cina i nostri migliori auguri per gli anni a venire».

Poi la standing ovation, per il quale si sono alzati in piedi anche re Harald V e la regina Sonja, seduti al centro della grande sala, e la “consegna” della cartellina in pelle contenente il diploma e la medaglia associati al Premio, che sono stati deposti sulla poltrona vuota del dissidente. Si tratta del quinto Nobel per la Pace consegnato «in absentia», dopo quelli – ricordati da Jagland – al giornalista antinazista Carl von Ossietzky (1936), al dissidente sovietico Andrei Sakharov (1975), a quello polacco Lech Walesa (1983) e alla birmana Aung San Suu Kyi (1991). Ma la stretta sui dissidenti imposta da Pechino lo ha reso in assoluto il secondo, dopo quello di Ossetzky, a non essere ritirato da nessuno, nemmeno da un rappresentante del premiato. Il presidente del Comitato ha ricordato le reazioni di rabbia provocate anche in passato dal Nobel in alcuni regimi, sottolineando che il riconoscimento «non viene mai assegnato per offendere», ma piuttosto per «mettere in relazione diritti umani, democrazia e pace», aggiungendo che Liu «ci ricorda Nelson Mandela», anche lui imprigionato per molti anni dal regime segregazionista sudafricano.

In vece del dissidente è salita quindi sul palco l’attrice “bergmaniana” Liv Ullmann, che ha letto al posto di Liu il discorso «I Have No Enemies: My Final Statement» (Non ho nemici: la mia dichiarazione finale), pronunciato ai giudici cinesi dal 54.enne dissidente il 23 dicembre 2009, due giorni prima che gli venisse inflitta la condanna a 11 anni di carcere per aver firmato «Carta ’08», il documento che proponeva una Cina democratica. Il discorso fu poi diffuso da suoi sostenitori: «Guardo con ottimismo al futuro della Cina», scrisse fra l’altro Liu, perchè «nessuna forza che possa mettere fine alla ricerca umana della libertà» e «la Cina alla fine sarà una nazione governata dal diritto dove i diritti umani regneranno sovrani».

Pechino ha reagito alla sua maniera con dissidenti deportati, Internet e mezzi di comunicazione stranieri censurati e una forte presenza della polizia in una serie di luoghi «strategici». La Cina ha affrontato il «giorno più lungo» con decine di poliziotti in borghese e in divisa a presidiare il complesso residenziale nel quale da oltre due mesi è rinchiusa, completamente isolata dal mondo esterno, la moglie del dissidente, Liu Xia. Gli agenti hanno identificato i giornalisti presenti, alcune decine, bloccandoli davanti ai cancelli. L’ edificio nel quale si trova l’ appartamento della donna appariva buio e silenzioso. In una dichiarazione diffusa dall’ agenzia Nuova Cina, la portavoce governativa Jiang Yu ha definito la cerimonia «una farsa che non farà mai vacillare la determinazione del popolo cinese sulla via di un socialismo con caratteristiche cinesi».

I toni da “Terza Internazionale” hanno dominato anche oggi la stampa cinese. Il quotidiano Global Times ha scritto che a Oslo oggi si sarebbe «processata la Cina». Il gruppo Chinese Human Rights Defenders ha denunciato che l’ attivista e amico del premio Nobel Zhang Zuhua, gli avvocati democratici Li Fangping e Teng Biao, il giornalista Gao Yu e altre decine di personalità «pericolose» sono stati costretti a lasciare la capitale e vengono sorvegliati a vista. Oltre a Liu Xia sono agli arresti domiciliari altre decine di dissidenti, almeno 140, cioè quelli che la donna aveva invitato a ritirare il premio per conto del marito. Secondo Amnesty International ad almeno 250 persone, tra cui l’ artista dissidente Ai Weiwei, è stato impedito di lasciare la Cina nel timore che si recassero a Oslo. La censura ha stretto le maglie su Internet, sulla quale sono impossibili le ricerche di parole come «Nobel» e «sedia vuota» (quella che ha rappresentato Liu Xiaobo a Oslo). Le trasmissioni in diretta della cerimonia e i servizi sul Nobel delle principali reti tv straniere sono stati oscurati. Questo non ha impedito a centinaia di cittadini cinesi di inviare brevi messaggi di solidarietà a Liu Xiaobo, che sono stati diffusi sul sito del Comitato per il Nobel (www.nobelprize.com).

Un centinaio di persone hanno brevemente manifestato in favore dei diritti umani davanti alla sede di Pechino dell’ Onu, secondo funzionari dell’ organizzazione, prima di essere allontanate dalla polizia. La sorveglianza è stata rafforzata anche su piazza Tiananmen, il luogo del massacro del 1989 che mise fine al movimento per la democrazia del quale Liu Xiaobo era stato uno dei protagonisti. Pechino ha lanciato una impegnativa campagna per boicottare la cerimonia di Oslo, mobilitando a fondo la sua diplomazia e il suo apparato di propaganda e di repressione. È stato calcolato che per la sorveglianza di ciascuno dei 140 dissidenti tenuti agli arresti domiciliari per due mesi – un periodo di una lunghezza senza precedenti – siano stati spesi circa 75mila dollari. Lo sforzo non sembra aver avuto successo dato che solo una ventina di Paesi, legati politicamente ed economicamente alla Cina, hanno aderito al boicottaggio. L’ autorevole quotidiano di Hong Kong South China Morning ha scritto oggi in un editoriale che Pechino «può incolpare solo se stessa per il fiasco del Nobel». La pesante reazione della Cina «è stata controproduttiva per la sua immagine e per il rispetto che chiede come superpotenza pacifica», ha aggiunto il giornale.

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MULTIMEDIA

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fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/379430/

STRAGI – Ustica e Bologna (doc1), il Grande Imbroglio: Luigi Cipriani, Intervento in aula 2 agosto 1990

USTICA E BOLOGNA, IL GRANDE IMBROGLIO (doc 1)

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Luigi Cipriani, Intervento in aula 2 agosto 1990 (anniversario strage diBologna),

in Stenografici sedute parlamentari X Legislatura

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” Signor presidente, da quella lapide dobbiamo togliere le parole “strage fascista”, perché ciò è riduttivo e fa parte del depistaggio operato sulla strage di Bologna, diversa dalle altre stragi e che ha molto più a che fare con Ustica e con i rapporti tra Italia, Francia, Stati uniti, i servizi occidentali e le strutture segrete. Dire che sono stati Fioravanti e compagni è stato un depistaggio: su quella lapide bisogna scrivere “strage di stato”!

Signor presidente del Consiglio, sono rimasto deluso dalle sue comunicazioni di ieri perché mi ero illuso che il cambiamento della situazione internazionale, senz’altro positivo e di pacificazione, per il quale -debbo riconoscerlo- lei ha svolto un ruolo importante e positivo, l’avesse in qualche modo convinto a pronunciare un discorso diverso da quello che abbiamo ascoltato ieri. Quanto lei ha affermato l’avremmo potuto ascoltare nei medesimi termini anche dieci anni fa: “deviazioni” di alcuni individui, sostanziale fedeltà dei servizi e degli apparati statali, impossibilità di raggiungere prove certe. Risultato: una situazione che rimane del tutto inestricabile. Si sarebbe potuto fare invece un discorso diverso, e mentre chiediamo agli altri paesi dell’est e dell’ovest di aprire i loro cassetti, avremmo potuto cominciare ad aprire i nostri, perché credo che gli elementi vi siano.

Vorrei partire dalla vicenda relativa alla Cia e alla P2, perché mi sembra essenziale per inquadrare tutto il resto del mio discorso, e cercare di capire se quello che dicono Remondino e i due agenti -Brenneke, collaboratore saltuario e Ibrahim, agente della Cia a tutti gli effetti- coincide. In effetti vi sono due persone che parlano e nella sostanza dicono le medesime cose. Non mi pare sia poi così nuova questa vicenda. Che la Cia, secondo la teoria americana della sicurezza nazionale a livello planetario abbia operato, finanziato e sia intervenuta con operazioni golpiste, di finanziamento di terroristi a livello internazionale non è affatto cosa nuova. Ricordo solo gli avvenimenti del Cile, lo sbarco alla Baia dei Porci a Cuba, il tentativo di assassinare Fidel Castro e quanti altri. D’altronde la vicenda Iran-contras dimostra come, anche al di fuori di autorizzazioni ufficiali del congresso americano, la Cia abbia trovato il modo di finanziare le proprie operazioni vendendo armi agli iraniani con il sostegno dei servizi israeliani. Ricordo anche che il presidente degli Stati uniti di allora e quello attuale furono coinvolti in questa vicenda. Quindi, non si tratta di fatti tanto nuovi!

Voglio poi riferirvi una recente dichiarazione del generale Viviani, che adesso è nostro collega, il quale di Cia e di P2 se ne intende. Ebbene egli ha rilasciato recentemente un’intervista a Radio radicale che lei, signor presidente del Consiglio, avrebbe dovuto ascoltare perché Viviani ha parlato molto chiaro. Egli ha detto infatti: “Venne fatto nell’ambito della Nato un patto politico segreto, ma non illegale, contro possibili invasioni da parte dell’Unione sovietica o l’andata al potere della sinistra in Italia”. Questa affermazione trova conferma in quanto successe nel 1949 con il generale De Lorenzo che firmò questi patti segreti nell’ambito del Patto atlantico. Dice ancora il generale Viviani: “Nel 1969 la Nato era molto preoccupata della situazione italiana” (c’erano le grandi lotte operaie e studentesche) “e temeva in un cedimento della Democrazia cristiana. I governi della Nato e gli Stati uniti diedero incarico alla Cia di gestire, tramite il Sid e il Sismi, depositi segreti di armi e di esplosivi in Italia”.

Vi è anche una deposizione del generale Notarnicola il quale dice al giudice Casson di avere avuto notizia, in occasione della strage di Peteano, dell’esistenza di depositi di esplosivo nel nord; e dice che l’ammiraglio Martini si dovette a suo tempo mobilitare per impedire che, casualmente, la magistratura scoprisse quei depositi. Dice il generale Viviani: “Vennero reclutati migliaia di ex militari, poliziotti e carabinieri di orientamento anticomunista. In Sardegna venne realizzato un campo di addestramento per civili da inquadrare in questa struttura occulta paramilitare”. Anche questa non è una novità: l’esistenza della base in Sardegna a capo Marrangiu è confermata dall’inchiesta che fece il giudice Tamburino, a suo tempo, sulla vicenda della Rosa dei venti. Signor presidente del Consiglio, affinché lei abbia la possibilità di andare a controllare le carte, le dico anche che a comandare questa base era il colonnello Pastore Stocchi, che era nella segreteria di Miceli quando questi era a capo del Sios. Dico anche che per mantenere l’operazione al di fuori di ogni pubblicità fu costituita una società fittizia che acquistò il terreno, il cui amministratore unico era il colonnello Luigi Tagliamonte, già amministratore del Sifar. Quindi, i nomi in queste storie si ripetono nel tempo. Il generale Viviani afferma inoltre che i paesi Nato si preoccuparono del costo dell’operazione e che fu la Cia a garantire il finanziamento delle strutture, che comportarono migliaia di reclutati, armamenti, depositi, al fine di intervenire in tempi rapidi nel caso in cui la situazione italiana si fosse sviluppata in un certo modo. Per quanto concerne l’attendibilità di Brenneke, il generale Viviani lo definisce un personaggio fragile di mente, aggiungendo peraltro che a volte anche soggetti di questo tipo vengono utilizzati dai servizi segreti.

A conferma del fatto che esiste ed è esistita una struttura clandestina ma non illegale, si possono portare altre dichiarazioni; ne consegue che il giornalista Remondino non è stato il primo a parlare di questi fatti. Il generale Miceli, nell’udienza tenuta presso il tribunale di Roma il 13 dicembre 1977 in occasione del processo Orlandini, ha dichiarato: “Esiste ed esisteva ancor prima del mio arrivo al Sid un organismo segretissimo, sempre per il conseguimento di scopi di carattere istituzionale. Tale organismo è strutturato all’interno del servizio, alle dirette dipendenze di una delle dodici branche di esso. Della sua esistenza sono a conoscenza le massime autorità dello stato. Trattasi di un organismo che, visto dal profano, potrebbe essere valutato in modo errato”. Il generale Miceli prosegue: “Questo organismo non necessariamente è diretto dal capo dei servizi”. Ciò significa che è eterodiretto, molto probabilmente da Bruxelles. Il generale Siro Rossetti, che fu infiltrato nella loggia P2 (altro personaggio che se ne intende!) ha dichiarato al giudice Tamburino: “Ho detto che non mi sorprenderebbe che esistesse un’organizzazione parallela ed occulta se si formula l’ipotesi, anche questa verosimile, che il vertice di questa organizzazione si trovi o comunque dipenda da una certa forza internazionale”. Vi sono poi le dichiarazioni del colonnello Spiazzi, che si muovono nella stessa direzione. Che esista quindi una struttura segreta, dotata di depositi di armi e di esplosivi, con capacità operativa e eterodiretta, non è una scoperta di questi giorni. Se ne è parlato molto in Italia e credo che finalmente, a partire dall’inchiesta del giudice Tamburino sulla Rosa dei venti, se le carte relative anziché essere insabbiate venissero recuperate, potremmo capire molto di quello che è successo nel nostro paese e soprattutto dei rapporti tra i servizi segreti italiani, i politici che li dirigevano e la rete internazionale di sicurezza degli Stati uniti.

Vi sono poi altri elementi. Frank Gigliotti, massone e agente della Cia fu la persona che, nel 1960, rimise in piedi la massoneria italiana facendole firmare un accordo con il Governo italiano. A seguito di tale accordo, alla massoneria fu restituito palazzo Giustiniani e Frank Gigliotti fu nominato massone a vita. Vennero inoltre riconosciute le logge massoniche presenti nelle basi Nato in Italia. Anche in questo caso quindi, i collegamenti tra servizi segreti, massoneria e basi Nato esistenti nel nostro paese vengono confermati e appaiono preesistenti alle ultime dichiarazioni rese. Credo che vi sia materiale a sufficienza. Non mi sembra dunque opportuno lanciare anatemi e chiamare provocatore un giornalista che ha effettuato verifiche su verifiche e ha consegnato alla magistratura documenti -la cui veridicità dovrà essere dalla stessa accertata- nei quali si fanno nomi e cognomi, si citano conti cifrati, banche e finanziarie che in questi anni hanno operato per finanziare la P2.

Fissarsi esclusivamente sul mito della P2, che sarebbe stata onnipresente e onnioperante, è anche questo un modo per non capire. La P2 è stata una fetta di quella struttura che negli anni si è modificata ed è andata assumendo forme e configurazioni differenti: soprattutto quando, di volta in volta, venivano scoperte dalla magistratura operazioni che, pur non andando fino in fondo, manifestavano chiaramente il modo di operare di queste strutture nel nostro paese.

Chiarito il quadro nel quale ci muoviamo e le possibilità di fare luce sulle varie vicende, vorrei far riferimento al legame politico che Brenneke ha evidenziato nelle sue dichiarazioni. L’esistenza di Philip Guarino a lei dovrebbe essere molto nota. Dei rapporti di questo individuo con la P2 non parliamo da oggi. Philip Guarino è quello che negli Stati uniti ha diretto il comitato elettorale di Reagan e di Bush. E’ stato nel passato grande amico di Sindona; era uno dei dirigenti della banca Franklin che Sindona acquistò negli Stati uniti. Dei rapporti di Philip Guarino con Gelli parla anche Matteo Lecs. Lecs è un massone che viene inquisito per la vicenda della strage di Bologna, nell’ambito di un filone che non è stato sviluppato dai magistrati e che riguardava le riunioni tenute a Livorno. A queste riunioni partecipava un ufficiale della base americana Camp Derby e vi si discutevano le operazioni che Gelli e la P2 conducevano in quel periodo. Il capitano Pandolfi chiese che Matteo Lecs venisse interrogato dai magistrati di Bologna. E costui affermò che, avendo a un certo punto bisogno di fare corsi di perfezionamento negli Stati uniti, andò da Gelli e questi lo indirizzò da Philip Guarino. Matteo Lecs disse quindi che, per un certo periodo, aveva vissuto in casa di Philip Guarino diventando suo amico personale, tanto che Guarino gli mostrava le lettere che Gelli gli inviava regolarmente dall’Italia, in cui descriveva la situazione del nostro paese. Quindi anche i rapporti tra Philip Guarino, Gelli e la P2 non sono affatto sconosciuti. E’ agli atti la dichiarazione di questo Lecs Matteo il quale sostiene che gli elenchi veri della P2 sono depositati in codice presso il Pentagono.

Si tratta -ripeto- di un filone che non è stato sviluppato nell’inchiesta sulla strage di Bologna. Che questo Lecs Matteo sia in qualche modo credibile, lo dimostra il fatto che egli allega in originale (se vuole glielo faccio vedere) l’invito alla festa che venne tenuta negli Stati uniti per quella che venne chiamata l’incoronazione di Reagan. Si tratta di un invito autografo di Philip Guarino indirizzato al suo amico Matteo Lecs. Anche questi sono fatti che noi conoscevamo e che in Italia erano noti. Purtroppo i giudici di Bologna non hanno voluto approfondire questa traccia. Mentre hanno preferito seguire la pista falsa di quei fascisti non hanno seguito quella, molto più interessante, del ruolo dei servizi segreti e dei depistaggi che furono messi in atto.

Chiarito questo quadro, vorrei ora affrontare la problematica della strage di Bologna. Lei ieri ha detto che sarebbe importante riuscire tutti insieme a ordinare cronologicamente i fatti per cercare di capire cosa effettivamente è successo a Bologna. Vorrei dare appunto un contributo in tal senso invitandola se possibile, a parlare in termini non così generici e riduttivi come ha fatto nella sua introduzione di ieri e a darci una risposta più precisa. Io credo che lei sia in grado di darla.

Nel 1980 la situazione politica interna ed internazionale fu caratterizzata essenzialmente da un evento: la decisione di installare i missili atomici in Sicilia. I grandi movimenti pacifisti che allora si svilupparono nel nostro paese ed in Europa furono l’elemento fondamentale che caratterizzò quella fase. Gheddafi dichiarò che avrebbe bombardato le basi dei missili nucleari in Sicilia. Era in grado di farlo: esisteva allora un accordo di assistenza militare tra la Libia e Malta per cui la possibilità per i libici, in un gesto di follia, di arrivare alle basi missilistiche in Sicilia era garantita. Inoltre Gheddafi aveva basi militari a Malta. A livello internazionale si decise quindi di risolvere il problema Gheddafi, perché gli Stati uniti non potevano assolutamente consentire che le basi fossero minacciate in qualche modo. In quel tempo si verificò l’incidente definito della “Secca di Medina”. La Saipem, per conto di Malta, installò una piattaforma petrolifera per fare ricerche in quelle che allora Gheddafi considerava le sue acque territoriali. La marina libica si diresse verso la piattaforma, Malta ordinò alle motovedette di intervenire a sostegno della piattaforma italiana ma esse non uscirono perché erano comandate da ufficiali libici.

Era in corso la guerra del Ciad. I francesi erano impegnati militarmente contro la Libia in quella zona. Il 27 giugno 1980 avvenne quella che è chiamata la tragedia di Ustica. Ricordo -è una cosa che deve essere tenuta presente- che l’aereo sorvolò l’isola con due ore di ritardo e che quindi il suo passaggio non era previsto. Dalle carte di cui dispone la Commissione che indaga sulla vicenda di Ustica -anche queste, chissà perché, non riprese ampiamente dalla stampa- risulta un fatto molto preciso. Uno degli identificatori del radar di Marsala (uno dei pochi che hanno parlato) disse: io sapevo, perché avevo il piano di volo, che quella sera era previsto un volo che da Tripoli andava verso Varsavia con un’alta personalità libica a bordo. Intercettai quell’aereo e lo identificai, inserii poi il codice 56 che è quello che indica che l’aereo, potenzialmente ostile, è stato identificato ed è autorizzato dal piano di volo a sorvolare il nostro paese. L’identificatore aggiunge però che improvvisamente l’aereo, arrivato sulle coste della Sicilia, deviò verso Malta e scomparve.

Il generale Pisano conferma, in Commissione, questo fatto e dice che c’è un aereo con traccia A iota 060, classificato come zombie che non è stato possibile identificare perché non aveva né piano di volo né trasponder. Ma si afferma che sui tabulati l’aereo è marchiato codice 56. Su questo punto il generale si contraddice perché, se non fosse stato identificato e non fosse esistito un piano di volo, quell’aereo non avrebbe potuto essere classificato come codice 56, cioè autorizzato a sorvolare. Sarebbe stato un aereo non identificato e quindi la difesa aerea avrebbe fatto immediatamente alzare i nostri caccia per intercettarlo, considerato che ormai era arrivato nel nostro spazio aereo. Lo ripeto, su questo specifico punto c’è una contraddizione di fondo in ciò che afferma il generale Pisano: “E’ vero, esiste questo codice di identificazione, ma non siamo in grado di dire che aereo era”. Se l’aereo non fosse stato identificato e non ci fosse stato un piano di volo, il calcolatore non avrebbe potuto battere codice 56, autorizzandolo a volare.

E’ un fatto che quella sera c’era questo volo e accadde l’incidente di Ustica. Il 2 agosto avviene la strage di Bologna. Proprio la mattina di quel giorno l’onorevole Zamberletti, sottosegretario di stato per gli affari esteri firmava a Malta, la stessa ora della strage, un patto di assistenza militare fra l’Italia e Malta. Il 6 agosto, in Libia, viene sventato un tentativo di golpe contro Gheddafi, golpe che aveva come retroterra l’Egitto e come sostenitori i paesi occidentali; alcuni italiani implicati fra i golpisti furono arrestati e condannati e, qualche anno dopo, scambiati con libici tenuti in galera in Italia. Pertanto è evidente che il 6 agosto, in Libia, erano presenti personaggi dei servizi italiani per questo tentativo di golpe anti Gheddafi. Abbiamo questo intrecciarsi di fatti e di date: strage di Ustica, strage di Bologna, tentativo di golpe anti Gheddafi, aereo non identificato che quella sera si trovò sulla stessa rotta del Dc9, in ritardo di due ore sul piano di volo.

Signor presidente, sulla strage di Bologna iniziarono subito i depistaggi. Si è parlato di Belmonte e di Musumeci. Ma ce n’è uno precedente ed è quello che i magistrati Persico e Marino denunciarono a suo tempo. Ci fu infatti un personaggio dei servizi che si faceva chiamare capitano Manfredi, il quale teneva riunioni nelle caserme dei carabinieri di Bologna con giornalisti e avvocati nel corso delle quali sosteneva che il giudice Persico, incaricato della prima istruttoria sulla strage di Bologna, era pagato dal Sismi e che il procuratore capo di Bologna, dottor Marino, era affiliato alla P2. Tutte notizie che risultarono false. Ma già il giorno dopo la strage vi fu un uomo dei servizi che depistava e metteva zizzania tra i magistrati di Bologna, tant’è che poi intervenne il Consiglio superiore della magistratura e per lunghi mesi i magistrati furono coinvolti in queste vicende e frenati nelle indagini. Questo personaggio, tuttora in servizio, si chiama Mannucci Benincasa ed è capocentro Cs (controspionaggio ndr) di Firenze. E’ colui il quale ha sostituito Viezzer che era notoriamente il galoppino di Gelli. Tale personaggio era appunto in rapporto con Gelli.

Signor presidente, le chiesi notizie su questo. Il generale Notarnicola ci disse che al di fuori degli elenchi erano rimasti personaggi che forse erano quelli più pericolosi perché facevano parte dei circuiti occulti. Questo Mannucci Benincasa interviene sulla strage di Ustica. Lei sa, onorevole Andreotti, che dopo la strage di Ustica vi fu quella falsa telefonata a Reinard che attribuiva a Marco Affatigato la paternità dell’attentato. Ebbene, ciò si è rivelato un chiaro depistaggio, eppure Mannucci Benincasa prende l’aereo, vola a Roma dal generale Notarnicola e gli dice che la notizia ha fondamento e che si deve seguire quella pista. Quindi, questo signore interviene subito dopo Ustica depistando; interviene subito dopo Bologna, depistando ancora una volta; lo troviamo quando Gelli viene arrestato in Svizzera senza sapere a quale titolo si trovasse lì.

Legato a questo personaggio c’è Umberto Nobili che chiese di iscriversi alla P2. Interrogato disse: “Mi sono recato all’hotel Excelsior portando il mio curriculum, poi mi è stato detto di non salire perché il gran maestro era già impegnato”. Ebbene, questo signore che chiede di iscriversi alla P2 durante la vicenda di Ustica apparteneva al Sios (Stato maggiore dell’Aeronautica ndr). Costui ebbe molti incontri con Gelli e non si è mai riusciti a chiarire che ruolo abbia svolto nella vicenda di Ustica. Queste cose le chiesi, signor presidente del Consiglio, in una interrogazione presentata il 5 dicembre 1989 che non ha mai ricevuto risposta. Se lei potesse fornirmi chiarimenti al riguardo, le sarei grato.

Proseguiamo con le operazioni di depistaggio. La cosiddetta informativa “terrore sui treni” nasce prima della sua divulgazione ufficiale. Dopo la strage di Ustica si ha la netta sensazione di una durissima rottura tra i servizi italiani e quelli occidentali, tant’è che l’allora ministro della difesa Lagorio ci disse in Commissione che se il Sismi si fosse rivolto ai servizi alleati per chiedere informazioni, gli avrebbero riso in faccia. All’indomani della strage di Ustica vi fu quindi uno scontro tra Sismi e servizi alleati. Lo stesso Sismi, nella persona del generale Musumeci, tenta in un primo momento di orientare le indagini sulla pista francese. Anche Affatigato era un uomo dei servizi francesi. Egli stesso dichiara: “Quando fuggii in Francia, De Maranche mi mandò a chiamare dicendomi che se volevo restare in Francia latitante dovevo collaborare con loro: quindi collaborai con la Cia di Parigi e con lo Sdece di De Maranche”. Per ben due volte si tenta quindi di indirizzare le indagini sulla pista francese. Successive informative cominciano ad ampliare il fronte; si inseriscono terroristi tedeschi e si tenta di lanciare la pista internazionale quando Gelli convoca Cioppa dicendogli: la pista Semerari che state seguendo non è quella giusta, seguite quella internazionale.

La rottura tra i servizi italiani e quelli francesi viene ricucita da Francesco Pazienza, notoriamente uomo dei servizi francesi di Cousteau. Egli torna in Italia nel 1979 ma è un personaggio praticamente sconosciuto, non ha quel potere che avrà successivamente nel Sismi. Il 9 gennaio del 1981 Pazienza opera il ricongiungimento tra i servizi italiani e quelli francesi patrocinando un viaggio di Santovito, Michel Leaden, e lui stesso in Francia dove incontrano De Maranche. Tornano in Italia e consegnano al generale Notarnicola la versione concordata e perfezionata tra servizi italiani e francesi della famosa informativa “terrore sui treni”. Qui si cambia l’orizzonte e vengono inseriti i soliti fascisti italiani (Delle Chiaie, Ventura). Ripeto quindi che l’informativa “terrore sui treni” nasce in Francia con la presenza di Michel Leaden, personaggio della Cia. In questo modo Pazienza non solo svolge un’azione di depistaggio ma di intorbidamento.

Quella visita in Francia fu un vero pozzo di San Patrizio perché il 12 gennaio cominciano ad uscire le informative. La prima è quella secondo la quale il generale Ferrara, addetto militare del presidente Pertini, in occasione del terremoto in Italia cercò di organizzare un golpe, cercando di coinvolgere lo stesso presidente nella vicenda. Francesco Pazienza tira fuori il secondo dossier e dice che Pertini, fuoruscito in Francia durante il fascismo, era sul libro paga del Kgb. Un vero pozzo di San Patrizio. Esce un’altra informativa che dice che il generale Notarnicola, avversario di Santovito e della cricca piduista nei servizi, era al soldo dei libici. Quindi da quella visita in Francia parte un’operazione di depistaggio a vasto raggio. Poi Pazienza convoca Elio Cioppa e gli detta quelle famose informative secondo le quali trafficanti di armi e di droga in Italia si appresterebbero a compiere attentati sui treni. Cioppa informa poi la Digos, dice che da fonte autorevole gli è stata data questa informazione. A partire da quella data abbiamo la presenza determinante, sul depistaggio per la strage di Bologna, di chi aveva lavorato in collegamento con quella di Ustica e il rapporto tra servizi italiani e francesi diventa l’elemento centrale di quell’operazione di depistaggio. Allora le dichiarazioni dell’ammiraglio Martini di questi giorni assumono un significato ben diverso e molto più credibile circa un’operazione che vede coinvolti questi due paesi.

Questi famosi depistatori di Bologna, che usano esplosivo poi risultato uguale a quello utilizzato nella strage, al contrario di quello che si diceva avesse usato Fachini, utilizzano biglietti di aereo le cui prenotazioni corrispondono ai nomi di Fumagalli, Giorgio Vale, Cavallini. Quindi, i depistatori che avrebbero dovuto coprire i fascisti, autori della strage, lasciano riferimenti per cui si arriverà proprio a quei nomi.

Signor presidente, ho già detto l’altro giorno in Commissione e ripeto oggi: da quella lapide dobbiamo togliere le parole “strage fascista”, non perché improvvisamente le mie simpatie politiche sono cambiate, ma perché ciò è riduttivo e fa parte del depistaggio operato sulla strage di Bologna, diversa dalle altre stragi e che ha molto più a che fare con Ustica e con i rapporti tra Italia, Francia, Stati uniti, i servizi occidentali e le strutture segrete. Su quella lapide, signor presidente, bisogna scrivere “strage di stato”!

Dire che sono stati Fioravanti e compagni è stato un depistaggio perché non era pensabile che il generale Musumeci si sarebbe impegnato in un’operazione di quel genere; operazione successivamente scoperta da Notarnicola, il quale afferma che le informative di Musumeci le leggeva su Panorama, sui giornali. Quindi la cosa fu rapidamente svelata. Credo che i magistrati di Bologna abbiano commesso un errore: quello di condannare gli uomini dei servizi soltanto come calunniatori e come truffatori per essersi impossessati dei soldi.

Chi ha depistato sa quello che è successo e sa chi voleva coprire. Questa è una strage dei servizi, signor presidente.

(pubblicheremo il seguito con la dicitura USTICA E BOLOGNA, IL GRANDE IMBROGLIO, doc 1/bis)

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doc 3 qui

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fonte:  http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/stragedi.html

Marchionne vuole contratto auto, aprono Fim e Uilm

Marchionne vuole contratto auto, aprono Fim e Uilm

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NEW YORK/ROMA, venerdì 10 dicembre 2010 19:13 (Reuters) – Fim e Uilm aprono ad un superamento del contratto nazionale dei metalmeccanici per l’auto, in via transitoria, per consentire l’avvio di una newco a Mirafiori sulla falsariga di quanto accaduto a Pomigliano.

Da New York L’AD Sergio Marchionne fa sapere che vuole un nuovo accordo per l’auto, ma che questo non significa stravolgere il contratto nazionale.

“Voglio il contratto dell’auto”, ha detto Marchionne. “Che questo significhi scardinare il contratto nazionale è un’interpretazione loro (riferito ai sindacati). Io ho bisogno di un sistema di regole che nella maggior parte dei casi preserva le cose più importanti del contratto nazionale. Anzi, nella maggior parte dei casi le dovrebbe rafforzare”.

Fiat (FIA.MI: Quotazione) e Confindustria hanno annunciato a New York che stanno lavorando a un contratto specifico dell’auto per andare incontro alle esigenze del Lingotto, cosa che porterebbe temporaneamente l’azienda fuori dal perimetro di Confindustria.

FIM E UILM VOGLIONO RIAPRIRE NEGOZIATO

I segretari generali di Fim e Cisl, Giuseppe Farina e Rocco Palombella, affidano la loro posizione a due diverse note.

“Nella fase d’inizio, la nuova società, voluta dall’azienda per avviare la produzione a Mirafiori (possibile solo dopo aver raggiunto l’accordo sindacale), potrà avere come riferimento un contratto aziendale sostitutivo del Ccnl per un periodo limitato e, comunque, subordinato alle determinazioni della suddetta Commissione paritetica”, scrive Palombella in una nota.

“Siamo fermamente convinti che il percorso da noi indicato riuscirà a salvaguardare le prerogative del contratto nazionale, la tutela dei lavoratori e le esigenze di nuova produzione richieste da Fiat”, prosegue il sindacalista.

“Confermiamo l’interesse alla ripresa rapida del confronto con Fiat e siamo disponibili a prevedere anche una soluzione transitoria per le newco. Confermiamo in ogni caso, come già affermato, l’interesse ad approfondire il tema di una disciplina specifica per il settore auto”, dice Farina.

Ieri Federmeccanica ha invitato i sindacati del settore, esclusa la Fiom, a incontrarsi per discutere del comparto auto e della istituzione di una commissione paritetica, in base a quanto previsto dall’ultimo contratto nazionale.

Federmeccanica, nel corso della discussione di settembre che ha poi portato all’accordo – sempre senza la Fiom – sulle deroghe al contratto nazionale dei meccanici, aveva già proposto ai sindacati un tavolo specifico sull’auto per rispondere alle esigenze di Fiat.

Le organizzazioni sindacali avevano nicchiato sostenendo che all’interno delle deroghe al contratto fossero già presenti le flessibilità necessarie senza arrivare ad un contratto ad hoc per l’auto.

CHRYSLER IN BORSA IN SECONDO SEMESTRE 2011

Marchionne a New York oltre alle tematiche sindacali ha parlato anche di business. L’AD Fiat ribadisce che Chrysler potrebbe approdare a Wall Street nel secondo semestre del prossimo anno.

“Ci attendiamo di registrare alcune performance per giustificare un’offerta pubblica nel terzo o quarto trimestre del 2011″, ha spiegato Marchionne.

“L’integrazione (del marchio Chrysler in Europa) procede bene”, ha aggiunto. “L’intero brand Chrysler è stato assorbito in Lancia”.

Interpellato su incontri con banchieri nel corso di questa visita a New York, Marchionne ha spiegato di aver “deciso di destinare del tempo alle banche, nel caso dovessi averne bisogno nel 2011”.

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10 dicembre 2010

fonte:  http://it.reuters.com/article/itEuroRpt/idITLDE6B91X620101210

POLITICA SPORCA – Camera, valige piene di soldi

Camera, valige piene di soldi

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L’acquisto di parlamentari ormai è sotto gli occhi di tutti. Diverse le cifre per chi si astiene, chi si dà malato e chi vota con il Pdl. Il premier non bada a spese perché se vince ha la strada aperta verso il Quirinale

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di Marco Damilano

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Il governo Andreotti del 1976 che si reggeva sull’astensione determinante del Pci fu definito della “non sfiducia”. Quello di Silvio Berlusconi, se mai dovesse raggiungere l’obiettivo di una maggioranza risicata al voto di fiducia della Camera di martedì 14 dicembre, sarebbe il governo delle tre A. Non il rating di Standard&Poor’s ma una tripletta ben più casereccia: assenti, astenuti, assenzienti. Cui potrebbero essere aggiunte almeno due puerpere, collocate nello schieramento della sfiducia e dunque decisive con la loro eventuale assenza. Gravidanze, malattie, vere o presunte, si sommano e si sottraggono al borsino del Transatlantico trasformato in suq, in attesa del momento della verità.

“Circolano valigette nere”, giura un ex democristiano di lungo corso, ricordando più di trent’anni dopo il grido che risuonò durante un congresso della Balena bianca: “Sono arrivati gli uomini con la borsa. Una delega di 2 mila voti vale 20 milioni di lire”. Le cifre vanno aggiornate, con il cambio della lira in euro, ma il metodo resta quello, alla vigilia dell’appuntamento decisivo, con il Cavaliere e i suoi “cacciatori di coscienze” sguinzagliati a caccia di deputati dell’opposizione disposti alle tre A: assentarsi, astenersi o assentire. Per non perire.

Un voto che vale la vita del governo Berlusconi, della legislatura e della seconda Repubblica. Sulle macerie di quel che resta della coalizione di centrodestra durata esattamente 17 anni, da quando l’imprenditore Silvio Berlusconi in un centro commerciale alle porte di Bologna, a Casalecchio sul Reno, dichiarò che se fosse stato a Roma avrebbe votato per Gianfranco Fini sindaco, “in lui si riconoscono i moderati”, agli insulti di questi giorni: sei attempato, un maneggione, e tu sei ridicolo, disperato, taci tu, traditore… Un duello che va avanti da mesi, da quando Fini si levò in piedi alla direzione del Pdl con il dito alzato, “a Berlusconi non era mai successa una cosa del genere”, ammette il fedelissimo Giorgio Stracquadanio. E che oggi, in assenza di accordo in extremis, non prevede prigionieri. O si vince o si muore.

Per mettere paura all’avversario e trattare da posizioni di forza Berlusconi non bada a spese. Inizialmente è stata un duro colpo per gli strateghi di palazzo Grazioli la firma di 85 deputati sotto la mozione di sfiducia Futuro e libertà-Udc-rutelliani che dimostrava come, almeno virtualmente, il Cavaliere non avesse più la maggioranza alla Camera. “I firmatari non possono cambiare idea e ripassare con noi, sarebbero traditori due volte”, dava segni di sconforto Stracquadanio, instancabile cacciatore di malpancisti tra i finiani. “E poi su chi potremmo contare per ribaltare i numeri, su Consolo? Figuriamoci: sono stato seduto vicino a lui in aula, ha difficoltà a cambiare la batteria del suo cellulare”. Ma in un secondo momento gli umori del premier e dei suoi incursori in campo avversario sono decisamente virati al bello.

Decisivo l’ultimo sondaggio sfornato da Alessandra Ghisleri, che in caso di elezioni anticipate quota il terzo polo Fini-Casini-Rutelli sotto la somma dei singoli partiti, intorno al 10-12 per cento: troppo poco per far rieleggere gli attuali parlamentari. I voti di Fini e quelli di Rutelli, per esempio, si elidono. Senza contare che Casini deve resistere al pressing del Vaticano e della Cei, contrari all’alleanza con il presidente della Camera. E poi sono finalmente arrivate le buone notizie dalla campagna acquisti: il deputato di Idv Domenico Scilipoti, già propagandista della cura Di Bella in Brasile, folgorato sulla strada di Arcore pensa di votare la fiducia, altri due o tre sono tentati, tra i dipietristi e nel Pd.

Vero o falso che sia, il giorno dell’Immacolata il sogno di Berlusconi è stato a un soffio dall’avverarsi: altro che passo indietro (“Ma lei crede che possa farlo uno che ha scritto personalmente le parole di “Meno male che Silvio c’è”?”, chiede stupito un parlamentare azzurro). Resistere, tirare a campare, prendere anche un solo voto in più dell’avversario, e poi proseguire con la legislatura. Ragiona un colonnello berlusconiano: “Se il governo riesce a ottenere la fiducia alla Camera anche per un solo voto (il Senato è scontato) Silvio lascerà passare le feste di Natale senza fare nulla e poi proverà ad aumentare i numeri della maggioranza: ci sono posti da ministri e da sottosegretari da distribuire, anche Paolo Romani capirà e si sacrificherà per fare posto a qualcun altro”. Obiettivo: restare a Palazzo Chigi fino alla fine della legislatura nel 2013, di qui all’eternità, per farsi eleggere presidente della Repubblica dopo la scadenza del mandato di Giorgio Napolitano. Mai Berlusconi è stato così debole e vulnerabile: se ce la fa anche questa volta chi proverà più a rovesciarlo?

Una strategia del terrore che Fini conosce perfettamente. L’ha ascoltata da Gianni Letta durante il concerto di Natale a Montecitorio, “un momento di pace e di serenità”, l’ha definito il presidente della Camera in vena di buoni sentimenti, in quell’aula di Montecitorio dove circolano pugnali e veleni. Anche Letta è costretto a muoversi con circospezione in un campo minato. È finito nel cono dei sospettati speciali dopo il dispaccio dell’ambasciata americana pubblicato da WikiLeaks che lo ha fotografato intento a discettare sulla depressione del suo boss. Ufficialmente grandi sorrisi, ma a Berlusconi non ha fatto granché piacere scoprire che il suo più fidato consigliere parla di lui in quei termini. “Quando Silvio ti riempie di complimenti vuol dire che con lui hai chiuso”, fa notare un azzurro che lo conosce bene.

Eppure è Letta a tessere la tela che porta alla soluzione della crisi: evitare all’ultimo momento il voto della Camera e pilotare il percorso che porta al Berlusconi bis con l’ingresso in maggioranza dell’Udc di Pier Ferdinando Casini. La soluzione prediletta dal partito del No alle elezioni anticipate rappresentato dal sottosegretario: ambienti religiosi (il segretario di Stato Tarcisio Bertone), finanziari (il presidente di Generali Cesare Geronzi), imprenditoriali (Aurelio Regina, presidente dell’Unione industriali romani, possibile candidato alla successione di Emma Marcegaglia al vertice di Confindustria). Alcuni di questi personaggi (Geronzi, il cardinale Bertone), si videro in estate con Letta e Berlusconi a cena in casa di Bruno Vespa: tra gli invitati, Casini e il governatore di Banca d’Italia Mario Draghi. Quasi la prefigurazione di quello che avrebbe potuto essere già mesi fa il Berlusconi-bis.

A restare fuori da quella allegra tavolata fu il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. “Ero al ministero, a lavorare alla manovra finanziaria”, commentò gelidamente, “quella sera ho mangiato panini”. Anche in questi giorni il divo Giulio è rimasto defilato e silenzioso, preferisce muoversi su altri scacchieri: la sua ultima idea, firmata con il collega lussemburghese Jean-Claude Juncker, istituire l’agenzia europea del debito, è stata accolta con irritazione dalla Germania. Nel cortile domestico giusto una fugace apparizione alla Camera una settimana fa, in compagnia manco a dirlo degli amici Umberto Bossi e Roberto Calderoli. Con l’inquietudine del momento rivelata da un piccolo gesto significativo: il filo dell’auricolare del cellulare brandito come cappio per strangolare simpaticamente i cronisti a caccia di dichiarazioni.

Tremonti e il Carroccio sono la grande incognita della crisi. I leghisti si muovono felpati come lord inglesi, assistono impassibili al consumarsi dello scontro tra Berlusconi e Fini. E aspettano che venga il loro momento. Ma negli ultimi giorni qualcosa è trapelato, per bocca del ministro dell’Economia in persona: “Sono preoccupatissimi di questa situazione”, ha spiegato l’inquilino di via XX settembre agli emissari centristi che lo hanno sondato in gran segreto. Non una parola in più: di certo il legame tra Giulio e Umberto continua a essere solidissimo, l’influenza del ministro si fa sentire. E dunque lo scenario più probabile continua a essere quello di una Lega che stacca la spina in caso di bocciatura del governo alla Camera, via libera alle elezioni anticipate. Ma nel terzo polo c’è chi scommette su un’ipotesi diversa: se Berlusconi dovesse insistere con il voto e schiantarsi alla Camera la crisi tornerebbe al Quirinale, nelle mani del presidente Napolitano. E a quel punto sarebbe proprio Bossi ad aprire la nuova fase: silurando l’amico Silvio e spendendosi per un incarico a Tremonti.

I centristi ci starebbero. “In questi anni sono stato critico con le sue posizioni, ma Giulio è il solo personaggio di spessore internazionale che abbiamo, al pari di Mario Draghi e Mario Monti, e con in più la dote della Lega”, spiega Bruno Tabacci. Un bel pezzo di Pd potrebbe guardare a un governo guidato dal ministro dell’Economia con un occhio benevolo, se non un ingresso in maggioranza almeno un’astensione. Senza contare che al circuito vicino a Romano Prodi piace molto questo Tremonti filo-europeo e anti-Merkel che vuole rendere l’euro “irreversibile”. Mentre nel Palazzo, a proposito di legge elettorale, è stata ripescata dal cassetto una vecchia proposta di riforma in senso tedesco firmata da Tremonti e da Giuliano Urbani. Risale a dieci anni fa, ma si può rinverdire. All’epoca il ministro presentò il suo progetto con uno slogan ad effetto: “O il Cancelliere o il caos”. Un’intuizione che oggi torna di attualità. Il nome che la Lega potrebbe lanciare per il dopo-Berlusconi è il suo, Tremonti, per mettere in piedi il governo del Cancelliere. La vera alternativa al governo della tripla A di Silvio: il caos, appunto.

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09 dicembre 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/camera-valige-piene-di-soldi/2140108/24

«Le mie ore in cella da innocente. Adesso l’Italia mi ridia l’onore»

L’intervista/«A un certo punto ho pensato: non mi crederanno mai, meglio farla finita»

«Le mie ore in cella da innocente
Adesso l’Italia mi ridia l’onore»

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Parla Fikri, accusato per la scomparsa di Yara e poi scarcerato: vivo nascosto, sotto choc

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dall’inviato CorSera ALESSIO RIBAUDO

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Mohammed Fikri (Cavicchi)
Mohammed Fikri (Cavicchi)

MONTEBELLUNA (Treviso) – «Mi chiamo Mohammed Fikri, sono un ragazzo di 23 anni che vive e lavora onestamente, in Italia, da tempo. Con la scomparsa di Yara Gambirasio non c’entravo proprio nulla. Ho vissuto un incubo. Spero tanto che la ritrovino immediatamente. Sana e salva». Inizia così il racconto del ragazzo marocchino, residente in Veneto, che è stato scarcerato il 7 dicembre. Dopo l’uscita dalla casa circondariale nessuno sa dove va. Molti pensano nel Trevigiano, a casa di parenti. Ma nessuno lo vede. Poi, è lui a decidere di parlare. Il messaggio arriva tramite i suoi familiari. «Concederà l’intervista ma a patto di non chiedere in quale città si andrà». Si parte. Imboccata l’autostrada, si percorrono centinaia di chilometri. A tarda sera, viene chiesto di uscire ad un casello vicino. Pochi chilometri ed ecco Mohammed. Siamo vicini al mare. Lui è in strada accompagnato da alcune persone. Il volto è scarno, pallido e anche il fisico è molto asciutto. Parla e per la prima volta si fa fotografare. «Quando ti accade una cosa del genere è difficile anche solo mangiare o prendere sonno perché, purtroppo, ti cambia la vita». Il ragazzo è teso. Fissa, dritto negli occhi, il suo interlocutore. Poi si apre. «Se non ho parlato sino ad ora l’ho fatto perché ero molto provato da questa brutta esperienza. Non c’era nessun altro motivo in questa mia decisione». Per questo motivo, ha scelto lui il luogo e l’ora dove incontrarsi. «Cercate di capirmi, credo che sia umano dopo tutto quello che mi è successo». Durante l’incontro controlla sempre l’esattezza delle sue parole fissarsi nel bloc notes. Anche i parenti, comunque, gli stanno accanto. Vigilano sulle sue parole. È una famiglia numerosa e molto unita. Ognuno cerca di fare qualcosa per aiutarlo. Ad esempio, era stato il cugino Abderrazaq il primo a capire che forse le sue parole, nell’intercettazione che sembrava inchiodarlo, potevano essere state, invece, fraintese.

Che cos’è successo il 4 dicembre scorso?
«Mi ero imbarcato sul traghetto che mi avrebbe finalmente riportato in Marocco. A casa. Come avevo concordato con il mio datore di lavoro stavo ritornando dalla mia famiglia per un periodo di riposo».

Sulla data della sua partenza si erano creati equivoci?
«Non c’era nessun equivoco per me. Inizialmente dovevo andare via il 18 dicembre ma poi, visto che con il maltempo il nostro lavoro si ferma, avevo deciso di chiedere l’aspettativa e imbarcarmi il 4 dicembre».
Una visita alla famiglia, la voglia di chiacchierare con gli amici d’infanzia e magari raccontare di come si era integrato bene in Italia. Perché Mohammed, in fin dei conti, con impegno e fatica aveva conquistato ciò che, magari, molti suoi coetanei italiani non hanno saputo fare: un posto, forse l’amore e soprattutto il rispetto e la stima del suo «principale». Come lui stesso ha raccontato nei giorni scorsi. Il ritratto di Mohammed è quello di «uno preciso e con tanta voglia di imparare». Una vacanza, al caldo, sarebbe stata ideale dopo mesi trascorsi a lavorare su e giù lungo tutto il Nord Italia.

Torniamo a quella partenza.
«Ero molto felice dopo essermi imbarcato a Genova. Sapevo che avrei rivisto la mia famiglia alla quale sono molto legato. Ero andato a cena e stavo parlando con dei miei connazionali. Tutto tranquillo. Poi, all’improvviso, si sono avvicinati due ufficiali della nave e mi hanno chiesto i documenti. Glieli ho dati senza batter ciglio. Mi hanno chiesto di seguirli nella cabina di comando. Ho trovato dei militari italiani che mi hanno fatto delle domande. Non avevo mai sentito neanche il nome di Yara. Poi mi hanno pure mostrato la foto. Niente. Non l’avevo mai vista. Mi hanno detto che avrei dovuto seguirli. Siamo rientrati in porto. Mi sono ritrovato in cella, a Bergamo, e da quel momento è iniziato il mio incubo. Mi è crollato il mondo addosso. Sono passato dalla gioia di pensare a riabbracciare i miei genitori alla paura delle ore trascorse da solo in una cella».

A Bergamo, in carcere, cosa le è passato per la testa?
«Milioni di cose. Ma volevo dimostrare subito la verità e cioè che io non c’entravo nulla. Più passava il tempo e più volevo urlarlo al mondo. Ad un certo punto, però, ho avuto anche paura di non essere creduto. L’idea di trascorrere tanti anni da innocente in cella mi toglieva il respiro. Ho pensato al peggio. Ho sperato anche che la notizia non fosse arrivata ai miei genitori».

Come li ha convinti a liberarla?
«Con la forza della verità. Ho risposto a tutte le domande. Mi dovevano credere. Poi meno male che hanno riascoltato la telefonata ed hanno capito bene le parole che avevo pronunciato nel mio dialetto». Man mano che procede con il racconto i tratti del viso si rilassano. La maschera di tensione si allenta.

Serba rancore nei confronti di qualcuno?
«No. Io sono musulmano e la mia religione m’impone di chiedere perdono anche per chi ha sbagliato. Io ho già perdonato».

Cosa la conforta oggi?
«I miei familiari. Non so davvero come ringraziarli per l’aiuto che mi hanno dato. Poi Roberto, il mio “principale” che ha fatto tanto per me in questi anni. Presto voglio tornare a lavorare e magari il tempo mi aiuterà a superare questi brutti giorni».

Se potesse esprimere un desiderio, cosa vorrebbe ora?
«Vorrei che l’Italia mi restituisse la dignità».

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Alessio Ribaudo
10 dicembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_dicembre_10/le-mie-ore-in-cella-da-innocente-adesso-l-Italia-mi-ridia-l-onore_8bc1ccc6-042a-11e0-b06d-00144f02aabc.shtml

Sette case pignorate e troppi debiti, storia di Scilipoti il dipietrista che tratta con B.

Sette case pignorate e troppi debiti, storia di Scilipoti il dipietrista che tratta con B.

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L’ex onorevole dell’Italia dei valori è stato condannato in secondo grado a pagare 200mila euro. Una vicenda che nel luglio scorso si è trasformata in un avviso di garanzia per calunnia e produzione di documenti falsi

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L’abitazione e altri sei immobili pignorati. Una sentenza d’appello che lo condanna a pagare un debito da 200.000 euro. Indagato per calunnia, produzione di falsi documenti e l’aggravante di avere commesso il fatto con abuso dei poteri dati dalla sua carica di vicesindaco. Insomma, quella dell’onorevole Domenico Scilipoti, siciliano, classe ’57, è una storia giudiziaria piena di inciampi. Ma anche una storia di debiti. Ed è proprio qui che sembra nascondersi il motivo vero del suo repentino avvicinamento alle posizioni del Pdl. Avvicinamento che in serata pare sfumare. Scilipoti annuncia che voterà la sfiducia e contemporaneamente lascia l’Idv. Sono semplicemente schermaglie. In realtà il politico sembra contrattare. Sarà lui il primo acquisto del Cavaliere? “Mi hanno gettato fango addosso”, dice Scilipoti, rispondendo a quelle confidenze che da giorni, nei corridoi del proprio ex partito, raccontano delle sue difficoltà economiche. Malelingue piuttosto informate. Visto che lo stesso onorevole Antonio Di Pietro era a conoscenza della vicenda da più di quattro  mesi.

Per capire, però, bisogna tornare indietro al 1987. Da qui parte la sua storia giudiziaria. A dare il la, un debito non pagato per 12 anni e un conto finale da 200mila euro. All’epoca Scilipoti è vice sindaco del Comune di Terme Vigliatore,  provincia di Messina. Tra i tanti impegni, c’è anche il progetto di un centro medico di tre piani. Dovrebbe chiamarsi Esculapio e sulla carta prevede 61 posti letto per 10 tipi di specializzazioni mediche. L’autore del piano è l’ingegnere Carmelo Recupero. L’incarico lui lo riceve direttamente da Scilipoti. L’opera però non va in porto, ma Recupero non viene mai pagato.  Nel 1997 il professionista chiede e ottiene un decreto ingiuntivo. Il politico però non demorde. Tanto da arrivare a negare di aver firmato i progetti dell’ospedale. Ma c’è di più. Scorrendo le pagine delle sentenza d’appelo del tribuanle di Barcellona Pozzo di Gotto si scopre che l’ormai ex parlamentare dell’Idv sostiene di trovarsi in Brasile al momento della firma. Motivo del presunto viaggio: lezioni universitarie. Gli avvocati di Carmelo Recupero, però riescono a dimostrare che in quel periodo il vice-sindaco si trova in comune a presiedere un consiglio comunale. Non è finita. Nel 2008, infatti, il tribunale dispone anche un esame calligrafico. Dalla perizia emerge che tutti i documenti sono stati firmati da Scipoliti. Nel luglio 2009 arriva la sentenza di secondo grado nella quale, fra l’altro si legge che Scilipoti “sperava di ottenere un finanziamento per l’opera sfruttando la propria carica e di contatti politici”.

La questione, però, si complica ulteriormente. Il 19 luglio scorso si passa dal civile al penale. Nelle vicenda della casa di cura, Scipoliti risulta indagato per calunnia e produzione di falsi documenti. A novembre gli viene recapitato un avviso di garanzia. Da qui la richiesta dell’onorevole di essere ascoltato dai magistrati. Della cosa, infine, viene messo a conoscenza anche Antonio Di Pietro. Il 5 agosto l’ingegnere Recupero decide, infatti, di esporre il suo caso al leader dell’Idv, allegando tutte le carte che interessano il deputato. “Egregio onorevole Di Pietro, debbo significarle che nell’Idv, purtoppo è presente un soggetto, mi riferisco all’on. Domenico Scilipoti che a mio parere non rende giustiziaal movimento dal Lei rappresentato”.

Leggi la lettera inviata ad Antonio Di Pietro

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10 dicembre 2010

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/09/sette-case-pignorate-e-troppi-debiti-storia-di-scilipoti-il-dipietrista-che-tratta-con-b/81092/

Marchionne: «Senza il sì degli operai, nessun investimento a Mirafiori» / Da Cancun – Fiat modello Marchionne

Marcegaglia: «Da Fiat nessuna richiesta folle o lesione dei diritti»

Marchionne: «Senza il sì degli operai, nessun investimento a Mirafiori»

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fonte immagine

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«Se non lo vogliono, e non credo, lo dicano». Bonanni: «Chiarisca se vuole investire». Fim e Uilm: «Preoccupati»

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Senza l’approvazione dei lavoratori, non ci sarà nessun investimento a Mirafiori. Lo ha specificato Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, a margine del consiglio per le relazioni fra Italia e Stati Uniti a New York commentando l’incontro avuto con la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, sulla nuova joint venture di Fiat e Chrysler per Mirafiori in attesa di un contratto specifico per il settore auto. «Se i lavoratori non volessero l’investimento, sarebbe un grandissimo peccato, anche perché ci sono tanti altri siti produttivi disponibili», ha aggiunto l’ad del Lingotto. Quanto alla notizia della raccolta di 2.500 firme a Mirafiori contro l’accordo, Marchionne ha detto di non crederci, ma «se è vero vuol dire che i lavoratori non vogliono l’investimento. Se quella è la risposta, allora c’è un problema più fondamentale».

MARCEGAGLIA – «Non c’è nessuna richiesta folle da parte di Fiat e non c’è nessuna lesione dei diritti». È l’opinione espressa dal presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. «Confindustria, Fiat e Federmeccanica lavorano insieme da oggi per fare un contratto dell’auto. E non appena ci sarà, che rispecchierà le esigenze del Lingotto, Fiat rientrerà in Confindustria», ha aggiunto il capo del sindacato degli industriali italiani.

BONANNI – A Marchionne ha replicato dall’Italia il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni a margine di un convegno della Cisl scuola: «Voglio sapere prima con certezza se si fa l’investimento. Fiat ce lo dica, noi l’aspettiamo. Lo schema del contratto può andare bene, a condizione che le regole siano dentro le linee guida della riforma contrattuale e nel perimetro associativo di chi l’ha partorito».

SINDACATI – I lavoratori di Mirafiori «sono molto preoccupati che l’investimento della Fiat possa saltare e chiedono che si riprenda la trattativa per raggiungere un accordo». Così i responsabili auto nazionali della Fim, Bruno Vitali, e della Uilm, Eros Panicali.

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Redazione online
10 dicembre 2010

fonte: http://www.corriere.it/economia/10_dicembre_10/marchionne-mirafiori-marcegaglia_f8ff9a4c-0462-11e0-b06d-00144f02aabc.shtml

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Da Cancun – Fiat modello Marchionne


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Mercoledì 8 dicembre a Cancun è stata svolta un’iniziativa alla concessionaria ufficiale della FIAT per denunciare quello sta succedendo in Italia con l’arroganza del “modello Marchionne” che l’impresa italiana vuole esportare in Messico e per lanciare le iniziative Uniti contro la crisi verso il 14 a Roma. Gli attivisti hanno srotolato striscioni e volantinatinato e realizzato una conferenza stampa

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In Italia la Fiat, prima nello stabilimento di Pomigliano (Napoli) ed ora in quello di Mirafiori (Torino) vuole imporre ai lavoratori un peggioramento delle condizioni di lavoro attraverso le deroghe al Contratto Nazionale del Lavoro e alle stesse leggi dello Stato. Intende inoltre violare i diritti individuali quali il trattamento economico in caso di malattia ed il diritto di sciopero, oltre che aumentare gli orari di lavoro, con gli straordinari obbligatori e la cancellazione delle pause.

È proprio a partire da queste contraddizioni, e dall’incidenza della crisi economica che i lavoratori in Italia sin da quest’estate si son mobilitati con scioperi, manifestazioni, occupazione dei tetti delle fabbriche, subendo talvolta discriminazioni. Per quanto concerne la Fiat e´ accaduto nello stabilimento Melfi (Potenza) che tre operai mobilitatisi fossero licenziati in tronco.

La FIAT, dopo l’alleanza con Chrysler, ha deciso l’investimento in Messico per la produzione dello storico modello “500”, auto compatta di tradizione popolare, oggi nella lista delle automobili più care del settore compatte. Questa decisione è stata ufficializzata lo scorso 8 febbraio quando il dirigente italiano della FIAT, Sergio Marchionne, accompagnato dal presidente messicano Felipe Calderon, ha visitato la fabbrica della Chrysler presso la città di Toluca, nello Stato del Messico, a pochi chilometri dalla capitale messicana.

Il piano della FIAT è quello di produrre tra le 100.000 e le 130.000 automobili annuali del modello “500” in Messico per l’esportazione al mercato nordamericano e latinoamericano con un investimento attorno ai 550 milioni di dollari iniziali, dei quali almeno 400 milioni proverrebbero dal settore bancario privato messicano e da istituzioni del governo. In Italia la Fiat sostiene che, oggi, non vuole più avvalersi di contributi pubblici (dopo averne usati moltissimi), ma al mondo, e anche in Messico, decide le sue produzioni solo se i governi gli danno fondi.

La Fiat, a differenza di molti altri produttori, non sviluppa la ricerca per modelli che abbiano un minor impatto ambientale e che, ad esempio, sostituiscano i motori a combustione interna con quelli elettrici e a idrogeno; una ricerca che sostenga un altro modello di mobilita’ che sprechi meno risorse ambientali e che riduca le emissioni; una ricerca che sviluppi inoltre modelli organizzativi e processi produttivi finalizzati alla minimizzazione degli impatti ambientali e sociali, ad esempio inserendo nei suoi processi decisionali valori guida quali la responsabilità sociale ed ambientale.

Per questo vogliamo denunciare, in Italia, in Messico e nel mondo, queste politiche della Fiat che colpiscono le condizioni e i diritti dei lavoratori e contemporaneamente danneggiando l’ambiente. La lotta dei lavoratori e dei cittadini per la giustizia sociale ambientale va sviluppata in ogni paese e a livello globale.

Per questa ragione, lo scorso 16 ottobre in Italia, in occasione della mobilitazione dei lavoratori metalmeccanici della FIOM-CGIL (sindacato italiano dei metalmeccanici che rappresenta anche i lavoratori FIAT) contro il cosiddetto Modello Marchionne, si è avviato un percorso che tenta di generalizzare le lotte, mettendo assieme giovani-precari, studenti e lavoratori contro quest’attacco alle garanzie minime. La rete di tutti questi soggetti si è data un nome: “Uniti contro la crisi”. Una rete che non è un fronte di lotta e neppure un coordinamento, ma piuttosto una pratica comune di lotta, un desiderio comune di gestione della propria vita e delle risorse del territorio e della società.

“Uniti contro la crisi” chiama di nuovo tutti in piazza il prossimo 14 dicembre, giorno della votazione della fiducia al governo di Berlusconi, per ribadire certamente la sfiducia a questo governo, ma soprattutto per dire che la fiducia non la riceverà nessuno che attacchi diritti sociali ed ambientali. Lo slogan è semplice:

Que se vayan todos! Cancun, Messico, 8 Dicembre 2010

RIGAS (Rete Italiana per la Giustizia Ambientale e Sociale)

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10 dicembre 2010

fonte:  http://www.yabasta.it/spip.php?article1430

L’ANTEPRIMA – Castellitto difende il suo film “alla Cechov”: “Pellicola geniale contro i cinepanettoni”

L’ANTEPRIMA

"Le bellezza del somaro", foto dal set

Castellitto difende il suo film “alla Cechov”
“Pellicola geniale contro i cinepanettoni”

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Il regista e protagonista usa tanti superlativi per descrivere la sua commedia grottesca “La bellezza del somaro”, scritta da sua moglie Margaret Mazzantini: un gruppo di genitori “progressisti” alle prese con le proprie nevrosi e con i figli. A scatenare la bufera, il fidanzamento tra una ragazza diciassettenne e un ultrasettantenne: “Fa scandalo solo perché il vecchio non è ricco e potente…”

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di CLAUDIA MORGOGLIONE

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Castellitto difende il suo film "alla Cechov" "Pellicola geniale contro i cinepanettoni" Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini

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ROMA – I cronisti di cinema raramente hanno sentito tante affermazioni altisonanti quanto quelle che risuonano oggi, alla conferenza stampa di presentazione di La bellezza del somaro: commedia grottesca interpretata e diretta da Sergio Castellitto, scritta da sua moglie Margaret Mazzantini, e centrata sulle nevrosi di un gruppo di genitori “progressisti” quaranta-cinquantenni, con figli disastrati al seguito. Il regista, forse punto sul vivo dalla perplessità che la visione in anteprima della pellicola provoca in parte della platea, per difernderla non lesina autoelogi: “Credo che questo film sia straordinario e geniale – dice, rispondendo alla garbata critica di un giornalista – che io stesso, come attore, qui sono eccezionale. E che lavorare con Margaret sia uno straordinario privilegio”.

LE FOTO DAL SET 1

Il tutto in un’opera che lo stesso Castellitto, rispondendo a un’altra accusa – quella di aver utilizzato, sullo schermo, toni decisamente nevrastenici – definisce “alla Cechov: anche lui utilizzava la nevrastenia”. E che a suo giudizio può costituire, con la sua uscita il 17 dicembre (in 250 copie, distribuite dalla major produttrice Warner Bros),  anche “un’alternativa bella e intelligente agli altri prodotti di Natale: fermo restando che qui siamo di fronte non a un film comico ma a una commedia, che esiste perché esiste una scrittura, una drammaturgia”. Lontana quindi dal mondo dei cinepanettoni.

Quanto poi il risultato di queste buone intenzioni sia stato adeguato, spetta al pubblico deciderlo. Intanto, c’è da dire che La bellezza del somaro è una storia corale che ruota intorno a due personaggi principali, un marito e una moglie della buona borghesia, figli della cultura sessantottina, del politically correct, del volontariato a tutti i costi. Lui, Marcello (Castellitto), è un architetto di successo, con giovane e focosa amante clandestina (Lola Ponce); lei, Marina (Laura Morante, nel ruolo per lei consueto di consorte isterica), una psicoanalista troppo protettiva verso i suoi pazienti fuori di testa (tra cui l’alcolista Barbora Bobulova). I due hanno una figlia liceale, Rosa (Nina Torresi), chiaramente esasperata dal loro permissivismo e dalla loro mancanza di polso. La felice famigliola, che vive a Roma, si trasferisce per il ponte dei morti in una casa in campagna nel Chiantishire, insieme agli amici più stretti dei genitori: anche loro incapaci di crescere, anche loro con figli complicati. E a turbare il precatio equilibrio della compagna arriva un ultrasettentenne (Enzo Jannacci) fidanzato di Rosa…

Interpellata sull’origine del film, la Mazzantini la spiega così: “Io e Sergio abbiamo avuto una prima idea insieme anni fa, poi io ho cominciato a scrivere un trattamento. Lo scrittore è una sorta di radar, cattura qualcosa del suo tempo, avanza come un rabdomante alla ricerca di qualcosa. Io di solito scrivo cose molto drammatiche: stavolta invece avevo voglia di leggerezza. Del resto sono una madre di quattro figli, da noi c’è anche tanta voglia di scherzare, di divertirci”. Raccontando, in questo caso, i disastri dell’educazione (e meglio della non educazione) impartita ai figli da genitori post-sessantottini: “La storia – rivela Castellitto – parla di cinquantenni che vogliono sembrare quarantenni, di quarantenni che vogliono sembrare trentenni, e di una generazione di quindici-diciassettenni che cercano disperatamente di sentirsi adulti. Alle prese con genitori ‘amici’ che si fanno chiamare per nome, che affidano tutto al dialogo quando ci vorrebbe anche un po’ di distacco, di sana diffidenza. Quanto a me, credo di essere un buon padre: conservo quel tanto di ottusità, di autoritarismo”.

Ma l’altro tema forte del film è costituito dal personaggio interpretato da Jannacci. “Il rapporto tra un uomo anziano e una ragazza – spiega Castellitto – è sempre fonte di scandalo, che può essere raccontato in modo comico o drammatico. Quella drammatica sarebbe stata più banale, noi abbiamo scelto la commedia”. E sul tema interviene anche la Morante: “Lo scandalo nella nostra società non è che un vecchio stia con una ragazza, ma che – come accade qui – questo vecchio non sia né ricco, né potente, né famoso”.  Come le recenti cronache così spesso ci hanno raccontato.

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10 dicembre 2010

fonte: http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/12/10/news/castellitto_mazzantini-10042134/?rss

IL CARTEGGIO FRA LA PETACCI E IL DUCE – Predellino e marchette

Il nuovo Benito, modello dell’Utri

di Pasquale Chessa

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Sanno bene gli storici quanto sia ingannevole il paragone delle vicende del passato con i fatti del presente. Non fosse altro per quel paradossale effetto di legittimazione carismatica che il riverbero della storia di ieri trasmette ai protagonisti di oggi. Anche in negativo.

Così la persistenza della figura di Mussolini nella narrazione nazionale, non solo certifica la vitalità della vulgata anti-antifascista, quasi settant’anni dopo Piazzale Loreto, ma costringe di continuo a fare i conti con quei tratti del carattere politico nazionale che il fascismo, “autobiografia della nazione”, tanto durante il regime che nel tragico finale di Salò, ha sedimentato nella storia d’Italia. Il gioco continuo delle somiglianze, nel fare la prima mappatura delle storie su cui abbiamo costruito il racconto dell’Ultima lettera di Benito, suonava come un allarme, un caveat per evitare gli effetti collaterali del vissuto politico quotidiano sull’interpretazione storica di un passato ormai lontano.

Pagine inedite
E si faceva fatica con Barbara Raggi, mentre compulsava le migliaia di pagine inedite del Fondo Petacci conservate in un’apposita cassaforte dell’Archivio centrale dello Stato, a scansare il terreno infido delle analogie. Che per parte loro spingevano per emergere verso la storia con tutta la loro geometrica potenza. Come rinunciare infatti a illuminare quel passaggio in cui Mussolini, con succinta prosa e piglio giornalistico, racconta a Clara il suo trionfale viaggio a Milano, quando al Teatro Lirico cercò per l’ultima volta di rianimare con il suo carisma il fascismo repubblichino ormai consapevole della sconfitta? “Hai già saputo che ho sempre girato in piedi sul predellino”. Passando anche per San Babila, ovviamente!

E così sarà colpa del clima di cupio dissolvi che accompagna ogni finis regni, ma il vorticoso giro di mignotte professionali e amanti occasionali che ruotano intorno a Mussolini fa riflettere ancora, con la testa alla cronaca politica che stiamo attraversando. È Clara nelle sue lettere fluviali, miscelando senza soluzione di continuità amore e politica, sesso e affari di Stato, mutande e dossier, a svelare il risiko erotico messo in campo dai suoi nemici, i “bravi” della moglie Rachele e dietro di loro il fascismo intransigente del partito che non sopporta la sua influenza sul Duce. Si incontrano così loschi figuri, che poi troveremo coinvolti nella fondazione del Movimento sociale, intenti a piazzare intorno a Mussolini nuove donne prezzolate per la bisogna, con lo scopo di spodestare la prima amante in carica. Clara: “Queste sono le donne che la tua segreteria politica, quel gruppo di greppinati fetidi, ti servono per eliminare definitivamente me … di una marchettara possono servirsene anche loro e manovrarla … con me non c’è nulla da fare!”. Reagisce Mussolini scrivendo a Clara per ricomporre l’ultima crisi personale, messo sotto pressione dalle trame combinate della famiglia e del partito fascista, fra complotti dei servizi segreti e intemerate della moglie: “Allo stato delle cose tutto ciò esce dal campo domestico per entrare in quello politico”. Citazione che non sfigurerebbe in una cronaca contemporanea di Filippo Ceccarelli. Che infatti nel suo Letto e potere, un classico, fin dalla prima edizione, aveva individuato nella vicenda di Benito e Clara il prototipo di ogni storia di amore e politica.

In nome di una par condicio storiografica, dobbiamo qui ricordare quanti grattacapi siano scaturiti dagli affari della famiglia di Clara. In primis Myriam che vuole fare l’attrice a Berlino facendosi raccomandare da Mussolini a Gobbels. Ma il familismo amorale attinge ai vertice del trash affaristico politico con Marcello Petacci, l’immancabile fratello. Uno pseudocognato, di fatto. Fino al punto che lo stesso Mussolini è costretto a mettervi argine scrivendo spazientito a Clara: “Ti prego di dire a Marcello di non fare delle richieste fantastiche. In tutta l’Italia repubblicana non c’è quanto ha chiesto”.

In un gioco di riflessi nel quale il mendace fa agio sul vero, il falso trascolora nel presunto, il farlocco si fa contiguo dell’autentico l’uscita dei falsissimi Diari mussoliniani di Dell’Utri ci costringe a riflettere ancora sull’uso politico della Storia. A dire tutta la verità come autori dell’Ultima lettera di Benito avevamo maturato la ferma condizione di astenersi da esprimere giudizi ormai definitivamente archiviati dalla storiografia. Un atto di presunzione, che non ha resistito alla prova vetrina, però. Vedere infatti negli scaffali delle librerie italiane i falsi di Dell’Utri impilati, addirittura esposti in bella mostra dietro il vetro delle strenne librarie, accanto alle vere lettere di Mussolini e di Clara Petacci, ha fatto vacillare molte certezze. Compresa le convinzione illuminista che la Storia abbia le gambe lunghe e la falsa credenza le gambe corte.

Paragone ingiusto?
Come sa raccontare Umberto Eco, che nel Cimitero di Praga conferma la sua grande capacità di saper inventare il vero, non si capirebbe altrimenti perché e come i falsissimi Protocolli degli Anziani di Sion dell’Ottocento siano riusciti a incidere nella storia reale del Novecento ispirando la “soluzione finale del problema ebraico” immaginata e realizzata da Hitler. Il parallelo può sembrare asimmetrico, sproporzionato, persino ingiusto. A prima vista. E va detto che Dell’Utri non è nemmeno l’autore dei suoi falsi. Però, ha voluto a tutti i costi figurare come proprietario, anche se tecnicamente non lo è, e se ne è fatto editore e promotore, diffusore e divulgatore, paladino e difensore a dispetto di ogni buon senso storiografico. Ecco, qui sta il baco, nascosto e camuffato dietro la più nobile della parole del vivere civile: “opinione”. Che siano falsi è infatti un’opinione, “legittima” ovviamente, certamente “democratica”, assolutamente “liberale”, ma pur sempre contraria e opposta all’opinione che siano veri, perché altrettanto “legittima”, “democratica” e “liberale”. Pari e patta, quindi?
La strategia è imbattibile. Poco importa discutere e tantomeno provare, come è stato provato, se i Diari di Dell’Utri siano veri o falsi! Conta invece rafforzare l’idea di un nuovo Mussolini addirittura pacifista, sempre avverso a Hitler, che si rammarica per l’incidente occorso a Matteotti, da lui fatto assassinare, insomma un Mussolini vittima ancora una volta degli storici italiani che hanno tramandato una pessima immagine su di Lui e il suo Ventennio. Già: come al solito senza preoccuparsi dell’immagine storica dell’Italia. In questo contesto l’opinione dello storico Emilio Gentile, di eccellenza internazionale, può essere considerata alla stessa stregua di quella di Lele Mora, anche lui coinvolto nello spaccio dei Diari falsi.

La Storia non è un’opinione
Nella civiltà dell’opinione di massa, c’è un deficit di illuminismo: la democrazia si è rivelata incapace di escogitare un meccanismo efficace con cui regolare, come con il voto si è trovato il modo di regolare democraticamente la rappresentanza, anche la formazione dell’opinione pubblica. Il mercato dell’opinione infatti non distingue fra buono e cattivo, vero e falso. Fino al punto che la politica trova nella bugia la sua arma migliore. Spetta allora all’informazione cercare di raddrizzare il legno storto della democrazia. Come? Per esempio facendo le domande giuste.

Chissà perchè nessuno le ha fatte a Dell’Utri ospite dell’Infedele, per parlare di mafia e di Mussolini, proprio all’indomani della pubblicazione del dispositivo della sentenza di secondo grado che lo ha condannato a 7 anni per “concorso esterno in associazione mafiosa”? Eppure sarebbe bastato attingere alla relazione del 2005 di Emilio Gentile, richiesta dall’Espresso, in cui si dimostrava fatto per fatto la falsificazione evidente dei Diari. Per esempio: come si spiega che un brano del 20 febbraio del 1935 sia copiato pari pari dalla cronaca della Tribuna? E che dire della pagina del 27 agosto 1936 presa, parola più parola meno, dal Corriere della Sera del 29 agosto? Ci sarebbe poi la storia del carrarmato tedesco Tigre su cui Mussolini avrebbe discettato per spiegare la supremazia della industria militare tedesca già nel 1939 sebbene sia sceso in campo solo nel 1942. Preveggenza? No, un’opinione! E se anche la mafia sia un’opinione. Dei giudici stavolta, invece che degli storici. Ecco: la storia serve anche a questo: sottrarre i fatti alle opinioni.

Dal Fatto Quotidiano dell’8 dicembre 2010

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/08/il-nuovo-benito-modello-dell%E2%80%99utri/80727/

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E’ da poco stato pubblicato da Mondadori L’ultima lettera di Benito. Mussolini e Petacci: amore e politica a Salò 1943-45“.

I due autori, Pasquale Chessa e Barbara Raggi hanno riportato alla luce la straordinaria documentazione conservata dal fondo Petacci che conteneva, appunto, centinaia di  lettere tra la Petacci e Mussolini, che permettono di ricostruire, non solo, un inedito Mussolini , ma anche i 600 giorni di Salò

Dalla fondazione della Repubblica sociale ai drammatici giorni che precedettero Piazzale Loreto, passando per la fucilazione di Galeazzo Ciano, si svelano i timori e le ragioni più profonde che portarono agli eventi che tutti conosciamo.

E ancora di più questi eccezionali documenti ci mostrano come la Petacci non fosse solo l’amante del Duce, ma anche consigliera nelle trame politiche che si consumarono in quegli anni.

La quarta:
Tanto per cominciare si chiama Clara, non Claretta. Così vuole essere chiamata lei.

Così la chiama Mussolini nell 318 lettere che le scrive tra il 10 ottobre 1943 e il 18 aprile 1945, durante i 600 giorni di Salò.

Dal fondo Petacci, conservato da sessanta anni nei faldoni dell’Archivio Centrale dello Stato, emerge una corrispondenza personale destinata a cambiare l’immagine storica di Clara Petacci e, insieme, a riscrivere la vulgata sulla “repubblica di Mussolini”.

Perchè Clara, fascista totale e antisemita, nelle lettere si rivela non solo confidente sentimentale, ma anche consigliere politico, interprete privilegiata del pensiero del Duce in quanto sua prima amante in carica.

Le lettere rivelano due certezze: per Clara, Mussolini è un mito quotidianamente rinnovato in un flusso inarrestabile di parole; per Mussolini, Clara è l’ultima risorsa esistenziale mentre sente crollare il mondo intorno a sè.

Fu vero amore. Anche. A Salò il sesso viene usato come un’arma per continuare la politica con altri mezzi. Massima, infatti, è la vigilanza di Clara per le amanti occasionali e saltuarie del Duce.

Amore e politica, militanza e passione, sesso e ideologia: la relazione tra Clara e Benito a Salò non è stata una semplice storia d’amore perchè la politica ne è stata il motore sino alla fine, quando la scena madre di piazzale Loreto – imprimendole il sigillo della storia – l’ha trasformata in un legame simbolico e indissolubile.

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fonte:  http://www.100letture.it/index.php?/archives/281-LULTIMA-LETTERA-DI-BENITO.html