Archivio | dicembre 13, 2010

14 DICEMBRE – Studenti, operai, terremotati: Tutti a Roma contro il governo

Studenti, operai, terremotati
Tutti a Roma contro il governo

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Ottanta pullman da tutta Italia per la protesta anti Gelmini, che si unirà ai cortei di metalmeccanici, comitati per L’Aquila, ma anche cittadini di Terzigno e immigrati. Una giornata caldissima per la Capitale nel giorno del voto di fiducia sull’esecutivo

Studenti, operai, terremotati Tutti a Roma contro il governo

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ROMA – Sarà una giornata caldissima, a dispetto del preannunciato arrivo del gelo su tutta la Penisola: mentre a Montecitorio si deciderà sulla sopravvivenza del governo Berlusconi, la protesta degli studenti contro la riforma Gelmini tornerà a risuonare nelle strade e nelle piazze di tutta Italia, con epicentro a Roma. E insieme alle migliaia di studenti in arrivo con 80 pullman nella Capitale, sfileranno in altri cortei anche i metalmeccanici Fiom che protestano per i casi Melfi e Pomigliano, i cittadini di Terzigno contro le discariche, le associazioni antirazziste degli immigrati, i comitati dei terremotati dell’Aquila.

Una concentrazione tale da far immaginare un autentico assedio al cuore politico del Paese, diviso tra Montecitorio, Palazzo Chigi, Palazzo Madama, Palazzo Grazioli. Un duro lavoro di controllo attende le forze dell’ordine, che dovrebbero mantenere i manifestanti ben lontani dalla cosiddetta “zona rossa”. Con la preoccupazione di garantire “sia il diritto di manifestare che la sicurezza delle sedi istituzionali, degli operatori di polizia, e degli stessi manifestanti, nonché la vivibilità per chi risiede e lavora nelle zone interessate dalle manifestazioni”, spiega una nota della Questura di Roma.

Impossibile determinare con certezza i percorsi dei vari cortei. Oltre ai luoghi prestabiliti per la partenza della protesta, si prevedono anche punti di riunione improvvisati per i quali non è stata richiesta alcuna autorizzazione. In altre parole, le strade da seguire saranno decise in base ai partecipanti alla manifestazione. Difficile prevedere le mosse dei manifestanti. Per questo la Questura ha approntato un “dispositivo modulare e flessibile”, che prevede blocchi delle strade dove necessario, ma che potranno poi essere rimossi, spostati o comunque orientati in base alle esigenze del momento. Con conseguenze imprevedibili per il traffico e per il trasporto pubblico.

Il concentramento principale degli studenti, oltre a quelli della Stazione Ostiense e di piazza della Repubblica, avrà luogo a partire dalle 10 in piazzale Aldo Moro, davanti alla Sapienza. Gli universitari non nascondono di voler tentare un nuovo assalto al Parlamento, dopo quello che il 30 novembre scorso portò a tensioni e scontri con le forze dell’ordine 1 che sbarrarono le vie d’accesso a piazza Montecitorio.

“Assedieremo tutti i palazzi del potere nel centro storico” confermano gli studenti riuniti nell’Aula VI di Lettere alla Sapienza, dove hanno presentato le mobilitazioni di domani. “Qualsiasi cosa accadrà – dicono – rappresenterà comunque una giornata di democrazia reale. Perché come studenti ci batteremo sempre contro ogni tentativo di dismissione dell’università pubblica e fino a che questo governo non se ne andrà a casa”.

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13 dicembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/scuola/2010/12/13/news/studenti_il_giorno_della_protesta-10156188/?rss

Chi è Moffa, il finiano che ha due ragioni per mediare con Berlusconi

Chi è Moffa, il finiano che ha due ragioni per mediare con Berlusconi

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di Sara Bianchi

13 dicembre 2010

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Rautiano, cattolico, da sempre legato a Gianfranco Fini, Silvano Moffa tenta questa volta una linea differenziata da quella del presidente della Camera. E guida le colombe futuriste verso l’astensione a Palazzo Madama in cambio delle dimissioni del presidente del Consiglio prima del voto alla Camera. Se Berlusconi non compirà questo passo, allora il gruppo Fli voterà compatto la sfiducia a Montecitorio.

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Politico di lungo corso, Moffa ha fatto parte (negli anni Settanta) della direzione e della segreteria nazionale del partito, fino ad assumere l’incarico di capo della segreteria politica. Giornalista, ha ricoperto la carica di vicedirettore de Il Secolo d’Italia. Poi componente dell’assemblea e della direzione nazionale in Allenza Nazionale, è stato presidente della Provincia di Roma (dal 1998 al 2004) e, per due mandati (prima di arrivare in provincia), sindaco di Colleferro (Roma) dove è tornato – con la stessa carica – dopo il 2004. Nel II governo Berlusconi è diventato sottosegretario al ministero per le Infrastrutture e Trasporti con delega alle Aree Urbane e Roma capitale. E nel 2005 Gianfranco Fini ha delegato a lui la responsabilità del programma elettorale di Alleanza Nazionale. Attualmente è presidente della XI commissione Lavoro della Camera dei Deputati.

Si incrina il sodalizio con Fini
Dunque un lungo sodalizio politico con il presidente della Camera che rischia ora di venire incrinato dalle posizioni più concilianti (verso il premier) di Moffa. Ma nessuno, tra chi lo conosce, pensa a strane mire da parte del deputato Fli, considerato sincero nelle sue convinzioni. Ciò che lo allontana da Fini sarebbe soprattutto una diversa convinzione sull’eventualità di un voto nella prossima primavera. Perché Moffa sembra temere che, in caso di elezioni a fine marzo, Futuro e libertà possa risultare penalizzata. Guadagnando un anno, invece, ci sarebbe la possibilità di far emergere le contraddizioni di Silvio Berlusconi, consentendo al movimento finiano di crescere e consolidarsi nel territorio. Ma c’è anche un’altra considerazione che lo differenzia dal presidente della Camera e riguarda il rapporto con l’Udc. Moffa sospetta che i centristi di Casini possano fare il doppio gioco e magari siglare (alla fine) un accordo con Silvio Berlusconi. Insomma è tra coloro che credevano fermamente nel processo che ha portato alla fondazione del Pdl e che, nonostante la delusione per come quelle idee siano state (o non state) portati avanti nel partito, restano fedeli a quel progetto. Come dire: dalla scelta di fondare un partito nuovo (Fli) a quella di togliere la fiducia a Silvio Berlusconi c’è di mezzo un bel po’ di strada. Per alcuni forse troppa.

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fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-12-13/moffa-finiano-ragioni-mediare-181936.shtml?uuid=AYU8NQrC

MOFFA, FINE DELLA STORIA

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B., COME POTREBBE FINIRE – Fini contro la prassi per fare la storia

Ma è probabile che vinca il partito del “Tengo famiglia”..

mauro

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Fini contro la prassi per fare la storia

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di Peter Gomez e Marco Travaglio

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Domani probabilmente Silvio Berlusconi otterrà la fiducia, per uno o due voti, grazie a una quindicina di deputati comprati a prezzo modico e a tre deputate partorienti. Fiducia a termine, destinata a durare solo finché il governo non lascerà le Camere per tornare ad asserragliarsi nel Palazzo. Poi provvederà Umberto Bossi a staccare la spina, mandandoci alle elezioni anticipate.

L’esecutivo del “miglior premier degli ultimi 150 anni” è infatti morto da un pezzo. E sarebbe già sepolto se Fini non si fosse fatto convincere, per un eccesso di responsabilità istituzionale, dal capo dello Stato che un mese fa gli chiese di rinviare il voto sulla mozione di sfiducia alla Camera al 14 dicembre, dando così il tempo al Presidente del Consiglio di indire l’asta per gli onorevoli mancanti.

Ma forse è meglio così: la tragicomica e corrotta sfiducia di domani è una buona occasione, forse l’ultima, per indurre mezza Italia a riflettere su se stessa.

Come hanno potuto milioni di cittadini votare per uno come Berlusconi, quand’era chiaro fin dall’inizio che lui era sceso in campo solo per farsi gli affari suoi? Come hanno potuto interi plotoni di giornalisti e intellettuali spacciarlo per il campione della “rivoluzione liberale”, mentre lui brigava notte e giorno, nelle ore lasciate libere dalle ragazze a pagamento, per scampare ai suoi processi e arraffare milioni? Come ha potuto l’opposizione, salvo rare eccezioni, glissare sul conflitto d’interessi che, proprio in questi giorni, ha esplicato la sua geometrica potenza con l’intero gruppo Mediaset impegnato a offrire carote ai consenzienti e a minacciare bastoni ai dissenzienti?

Sabato, durante la manifestazione del Pd, nessuno ha osato ricordare la verità: e cioè che il premier è abbarbicato disperatamente non al governo, ma all’annesso legittimo impedimento per sfuggire ai tribunali e alla giustizia. Così, sia pure con sedici anni di ritardo, l’ha dovuto fare Fini.

Domani Fini, da presidente della Camera, sarà costretto ad astenersi come vuole la prassi. Ma, se il pannello luminoso di Montecitorio segnasse il pareggio, Fini deve pensare una cosa. Una possibilità ancora ce l’ha. Quella di dimettersi e votare contro il premier. Perderebbe la poltrona, certo. Ma con la sua sfiducia farebbe davvero la storia.

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13 dicembre 2010

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/13/fini-contro-la-prassi-per-fare-la-storia/81728/

Martedì a Roma centro blindato e “zona rossa”. Gli studenti: la violeremo

Martedì a Roma centro blindato
e “zona rossa”. Gli studenti: la violeremo

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In campo due-tremila uomini per presidiare gli accessi principali e le vie interne. Chiusure e aperture flessibili

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ROMA (13 dicembre) – Non sarà un martedì facile per la Capitale. In occasione delle manifestazioni annunciate in contemporanea al voto di fiducia, il centro della città sarà blindato da 2-3mila uomini delle forze dell’ordine, con l’istituzione di una zona rossa «flessibile», da estendere o ridurre a seconda delle necessità. Zona rossa che, come hanno annunciato questa mattina, gli studenti tenteranno di violare, entrando in corteo in piazza Montecitorio.

Prefetti e questori hanno ricevuto una circolare con la richiesta di monitorare le partenze degli antagonisti che hanno annunciato la loro presenza domani a Roma. L’attenzione è alta soprattutto per gli arrivi dal nord est, da Torino, Milano e Napoli. «Sarà una giornata lunga e pesante» dicono al Dipartimento della Pubblica sicurezza, sottolineando che per le strade di Roma sfileranno realtà diverse ed eterogenee, non escludendo che tra i manifestanti possa infiltrarsi qualcuno intenzionato a cercare lo scontro a tutti i costi, anche se al momento le informazioni arrivate dai servizi segreti non prevedono l’arrivo a Roma di black block.

Il centro di Roma sarà blindato da migliaia di uomini in assetto antisommossa, che presidieranno gli accessi principali e anche le vie interne. Un dispositivo «non rigido ma flessibile» che consentirà a chi domani dovrà gestire l’ordine pubblico di modificare lo schieramento in corso d’opera, a seconda delle necessità. Molta attenzione sarà inoltre dedicata alla vigilanza degli obiettivi sensibili, che potrebbero essere scelti dai manifestanti come alternativa all’assedio ai palazzi del potere.

Gli studenti del cartello Uniti contro la crisi manifesteranno contro il ddl Gelmini e per chiedere la sfiducia del governo. «Non abbiamo ricevuto alcuna convocazione dalla Questura – hanno detto gli studenti – e la nostra manifestazione di domani non è ufficialmente autorizzata. Siamo sicuri quasi al 100 per 100 che l’accesso a piazza Montecitorio sarà vietato così come ci saranno anche altre zone rosse, anche se noi proveremo lo stesso a raggiungerle. Più realtà associative avevano chiesto la piazza per domani e la Questura non ha ancora concesso alcuna autorizzazione». Due cortei principali, uno dalla Sapienza e l’altro dal Colosseo, si uniranno ai Fori Imperiali per dirigersi verso Montecitorio. Altri assembramenti saranno sparsi per tutta la città. Tra questi ci saranno l’Ostiense e piazza della Repubblica.

Saranno circa 1500 gli uomini impiegati dalla questura per la manifestazione degli studenti. Le misure adottate saranno le stesse utilizzate durante la manifestazione del 30 novembre, quando migliaia di studenti scesero in piazza contro la riforma Gelmini. L’accesso a piazza Montecitorio sarà bloccato con i blindati, così come altri palazzi delle istituzioni. Si cercherà di evitare il più possibile il contatto dei manifestanti con gli agenti, per questo a sbarrare l’accesso alle zone vietate saranno le camionette della polizia. Gli universitari potranno sfilare in centro lungo via Cavour, passando per piazza Venezia, corso Vittorio Emanuele e parte del Lungotevere. Il percorso sarà direzionato a seconda dell’evolversi della manifestazione.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=130556&sez=HOME_ROMA

ROMA – Parentopoli Atac, denuncia sindacati: mai assunti 139 autisti giudicati idonei

Parentopoli Atac, denuncia sindacati: mai assunti 139 autisti giudicati idonei

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La Procura attende le carte sulle assunzioni. Il Codacnos presenta un esposto: c’è un nesso con gli incidenti dei bus?

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ROMA (13 dicembre) – Il Codacons e l’associazione utenti del trasporto aereo, marittimo e ferroviario hanno presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma chiedendo se le assunzioni clientelari all’Atac hanno inciso sui molti incidenti subiti negli ultimi anni, a Roma, dagli utenti del trasporto pubblico.

La Procura attende l’arrivo del carteggio che i carabinieri stanno acquisendo sulle assunzioni degli ultimi due anni all’Atac e all’Ama (rispettivamente 850 e 1400). Solo quando sarà terminata tale operazione i magistrati coordinati dal Procuratore aggiunto, Alberto Caperna, faranno un primo punto sull’inchiesta. I Pm intendono procedere per gradi. Analizzando anzitutto i libri matricola delle nuove assunzioni al fine di scremare quelle in regola da quelle sospette. A quel punto si procederà con le prime audizioni. A partire dai dirigenti e funzionari delle due aziende chiamati in causa nelle procedure di assunzione. Non è escluso che, se dovessero emergere fattispecie di pertinenza della magistratura, anche per Acea sarà aperto un fascicolo processuale.

Nella denuncia il Codacons chiede di ampliare le indagini sulla vicenda parentopoli, facendo luce sul «nesso tra la qualità del trasporto pubblico capitolino, gli incidenti e i disservizi, e le assunzioni clientelari». Le due associazioni hanno prodotto un dossier su alcuni incidenti gravi avvenuti a Roma negli ultimi anni. «Abbiamo già detto che le assunzioni di impiegati non basate sul merito hanno ripercussioni negative dirette sul servizio reso all’utenza – dice il presidente del Codacons, Carlo Rienzi – Vogliamo ora sapere nello specifico se alcuni gravi incidenti che hanno coinvolto negli ultimi anni tram, autobus e metro della capitale, così come i disservizi quotidiani nel trasporto pubblico, possano o meno essere riconducibili all’eventuale presenza all’interno dell’Atac di soggetti assunti in modo clientelare».

Assunzioni bloccate solo per gli autisti, denunciano Usb e Sul. «Atac ha bloccato le assunzioni da un anno e mezzo ma, fatalità, solo per il settore produttivo degli autisti e non per gli amministrativi e i manager. Ad oggi gli organici degli autisti sono sottonumerari in tutti i depositi, stimiamo di mille persone, e i lavoratori sono costretti a turni massacranti per sopperire al fabbisogno dell’azienda: non riescono ad andare in congedo e a prendere ferie». A lanciare l’allarme è il responsabile trasporti dell’Usb Lazio, Roberto D’Agostini, che riferisce: «Le ultime assunzioni di conducenti nell’allora Trambus risalgono al febbraio-marzo 2009. In questa occasione sono rimaste fuori 139 persone ritenute idonee dalla Praxi e che l’azienda non ha mai assunto, nonostante ci fossero state precise rassicurazioni in merito da parte dello stesso Bertucci. Nel novembre 2009, come Usb, facemmo una manifestazione davanti alla sede di Trambus per chiedere l’assunzione di queste 139 persone, Bertucci scese a parlarci e ci rassicurò che l’avrebbe fatto. Ma da allora nulla è avvenuto. Noi non conosciamo questa gente, non sono nostri amici e parenti, ma facciamo un appello affinchè rivendichino i loro diritti. Le assunzioni di personale conducente non sono a chiamata diretta come per gli altri, ma si svolgono tramite selezione. Funziona cosi: l’agenzia esterna Praxi preseleziona per conto dell’Atac il personale e lo inserisce in liste, l’Atac poi procede a fare le prove di guida e le visite mediche al San Giovanni. Queste 139 persone non hanno mai potuto sostenere queste prove di idoneità e sono rimasti in una lista che peraltro è scaduta. Ad oggi solo per dare un po’ di ossigeno all’azienda, servirebbe di assumere subito altri mille autisti, perchè la situazione è insostenibile: difficoltà ad andare in congedo e in ferie e pressioni per fare doppi turni e straordinari».

«Più di un anno fa la Praxi fece una selezione per più di un centinaio conducenti e operatori delle manutenzioni per conto di Atac. Molti furono giudicati idonei, ma la loro assunzione in Atac fu fermata per i problemi di bilancio anche se tecnicamente si parla di scadenza dei termini – incalza il segretario del Sindacato unitario lavoratori (Sul), Antoio Pronestì – Di quella selezione non esiste una graduatoria. Ogni candidato era avvisato a voce se risultato idoneo o meno, e questo è assurdo. Di fronte al disastro economico che è sotto gli occhi di tutti, aspettiamo che la magistratura faccia chiarezza, ma nello stesso tempo consideriamo un diritto per i cittadini avere una mobilità soddisfacente». Pronestì ricorda che a Roma gli autisti sono 4.500 «ma ne mancano all’appello più di 300. A parte il disservizio, tutto questo comporta che i conducenti non riescano ad usufruire delle ferie che spettano loro. Il Codice civile dice infatti che non si puòtenere basso il livello del servizio da erogare e quindi le ferie vengono saltate. L’unica garanzia è la legge 66/2003 che impone che almeno una volta all’anno, in estate, le ferie debbano arrivare a 15 giorni continuativi. In realtà si aggira anche questa e a tot giorni di ferie vengono attaccati i giorni di riposo spettanti per arrivare a 15 giorni a casa, anche se in realtà le ferie godute sono meno. Per questi motivi ci sono enormi accumuli di ferie».

Bertucci: i 139 autisti? Assumerli era compito dell’ufficio personale. «Presi un impegno ad attingere a quella graduatoria di potenziali conducenti qualora si ravvisasse la necessità di altri autisti, ma doveva occuparsene l’ufficio del personale. Non so se alla fine furono assunti o no». Lo ha detto l’ex amministratore delegato dell’Atac Adalberto Bertucci interpellato sull’allarme lanciato dai sindacati su 139 conducenti «idonei ma mai assunti per scadenza termini».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=130593&sez=HOME_ROMA

SALTA IN ARIA IL BANCO EMILIANO ROMAGNOLO: BLOCCATI TUTTI I CONTI CORRENTI

Nessun risalto alla notizia da parte della stampa nazionale

SALTA IN ARIA IL BANCO EMILIANO ROMAGNOLO

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Segnaliamo che con provvedimento della Banca d’Italia il 6 DICEMBRE 2010 è stata bloccata l’operatività del BANCO EMILIANO ROMAGNOLO. Come da previsioni, nessun organo di stampa nazionale (tutti controllati direttamente o indirettamente da istituti di credito) ha dato risalto alla notizia.

Sono stati bloccati TUTTI I CONTI CORRENTI DELLA CLIENTELA (RID, tasse F24, bollette, pagamenti a fornitori etc etc) ED I RISPARMI DEI PRIVATI. La sorpresa dei clienti è stata grande:

La Banca d’Italia ha bloccato tutti gli strumenti finanziari dei clienti, non solo quelli dove l’emittente sia lo stesso BANCO EMILIANO ROMAGNOLO, ma anche TITOLI DI STATO, AZIONI E DERIVATI. Al momento, nessun cliente ha la possibilità di poter gestire i propri risparmi privati o amministrare le attività aziendali.

Link: http://leconomistamascherato.blogspot.com/2010/12/salta-in-aria-il-banco-emiliano.html

12.12.2010


Comunicato della Banca d’Italia

In data 6 dicembre 2010 i Commissari straordinari del Banco Emiliano Romagnolo “BER” (BO), in amministrazione straordinaria, con il parere favorevole del Comitato di Sorveglianza e previa autorizzazione della Banca d’Italia, hanno deliberato la sospensione del pagamento delle passività di qualsiasi genere e della restituzione degli strumenti finanziari alla clientela, ai sensi dell’art. 74 del d.lgs. 1° settembre 1993, n. 385 (TUB), per il periodo massimo di un mese, fatte salve eventuali proroghe.

La misura si è resa necessaria stante il ricorso di circostanze eccezionali, che si sostanziano nell’insufficienza delle disponibilità liquide a far fronte alle passività in scadenza e nell’impossibilità di attivare canali alternativi di sostegno finanziario.

Nel corso della procedura gli Organi straordinari hanno esperito numerosi tentativi per portare a soluzione la situazione di grave tensione finanziaria della banca, manifestatasi sin dall’avvio dell’amministrazione straordinaria e, con la supervisione della Banca d’Italia, stanno operando per portare a compimento, quanto prima, un piano di intervento che, con il sostegno del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi e delle banche creditrici, realizzi la salvaguardia degli interessi della clientela.

Di : l’economista mascherato
lunedì 13 Dicembre 2010

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fonte:  http://bellaciao.org/it/spip.php?article28011

SICILIA Taglio netto ai contributi, in pericolo le riserve naturali

SICILIA

Taglio netto ai contributi, in pericolo le riserve naturali

In ginocchio 73 siti naturalistici siciliani.Territori protetti fino a oggi dalla criminalità, dall”abusivismo e dai cacciatori di frodo. In due anni la Regione ha ridotto i fondi del 70%. Novanta lavoratori delle associazioni ambientaliste, che prestano servizio nelle aree, senza stipendio da luglio. Domani la protesta davanti all’Assemblea regionale

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di PAOLO CASICCI

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Taglio netto ai contributi in pericolo le riserve naturali Fenicotteri nell’oasi di Vendicari (Siracusa)
(foto Alfio Consiglio)

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DALLE Saline di Trapani, sottratte al bracconaggio e a ogni genere di speculazione, a Torre Salsa, la spiaggia nell’Agrigentino salvata dal progetto di un villaggio turistico, passando per Monte Pellegrino e Capo Rama, nel Palermitano, e Vendicari, a Siracusa. Rischiano di chiudere i battenti, le riserve naturali siciliane. Un taglio netto ai contributi della Regione per 73 siti naturalistici di rara bellezza mette in ginocchio aree uniche al mondo. E apre al rischio di nuovi assalti a porzioni di territorio che sembravano ormai al riparo dall’abusivismo e dai cacciatori di frodo.

“È il contributo della Sicilia all’anno mondiale della biodiversità” accusano, con sarcasmo, Angelo Dimarca di Legambiente e Giacinto Milazzo, coordinatore dei novanta lavoratori delle riserve che prestano servizio per conto di associazioni ambientaliste. A rischiare di più sono proprio le ventisei riserve gestite per la Regione da sigle storiche come Legambiente, Wwf, Italia Nostra, Lipu, Cai, Gruppo ricerca ecologica, Rangers… Tutte associazioni che si sono già viste ridurre il contributo regionale del 40% e che, nel 2011, lo vedranno diminuire di un altro 30%.

“Tra un anno – punta il dito Dimarca – saremo passati dai 5 milioni e mezzo di euro del 2009 a un milione e mezzo scarso. Una somma che non basta neanche lontanamente a tenere in vita le riserve, a respingere le azioni ‘di disturbo’ o a fronteggiare il vandalismo”. Ma già oggi l’attività di gestione è alla paralisi: “Le visite guidate come la sorveglianza – spiega Dimarca- le iniziative di sensibilizzazione e di educazione ambientale e la valorizzazione dei territori, la conservazione degli ambienti naturali e la divulgazione naturalistica. Eppure, la Regione potrebbe attingere a 140 milioni di fondi europei previsti per questi scopi, ma nessuno, negli uffici competente, lavora a progetti specifici”.

I primi a fare le spese dei tagli, varati dalla giunta del presidente autonomista Raffaele Lombardo, sono stati i novanta dipendenti delle associazioni, che non percepiscono gli stipendi da luglio. E che domani protesteranno, per la quinta volta nel giro di un mese, davanti alla sede dell’Assemblea regionale, chiedendo una serie di emendamenti per salvare le oasi e i posti di lavoro. Dalla loro parte, una ventina di esperti e accademici di tutte le discipline naturalistiche, autori di un appello alle istituzioni locali: “Le riserve naturali gestite dalle associazioni ambientaliste sono già a un passo dalla chiusura per mancanza di fondi; eppure hanno garantito in questi anni importanti risultati in diversi settori, e costituiscono spesso fondamentali presidi di legalità in contesti difficili”, scrivono.

Nella vicenda non mancano i paradossi. “Per esempio – fa notare il presidente di Legambiente Sicilia Mimmo Fontana – quello della società regionale Biosphera, cui l’assessorato Territorio e ambiente assegna ogni anno 2,5 milioni per effettuare lavori nelle stesse aree protette che rischiano la chiusura. Per salvare le ventisei riserve basterebbero 1,7 milioni, meno del contributo per Biosphera”.

“Quasi sempre, dietro alla nascita di una riserva – aggiunge Anna Giordano del Wwf, Goldman Environmental Prize (il “Nobel” dell’ambiente) nel ’98 – c’è una storia di contrasto alla criminalità. Dalle Saline di Trapani, preda di bracconieri e speculazioni varie, a Capo Rama, dove il riconoscimento regionale ha bloccato lottizzazioni e discariche. Un passo indietro della Regione significherebbe far tornare in pista mafie e abusi”.

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13 dicembre 2010

fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2010/12/13/news/riserve_sicilia-10151818/?rss

Desaparecidos, arrestato a Rio il torturatore degli italiani / La P2 e l’Argentina / 30.000 desaparecidos argentini: “Presentes!”

Desaparecidos, arrestato a Rio il torturatore degli italiani

https://i2.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20101213_desapa.jpg

Comandava un centro clandestino di detenzione e tortura

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SAN PAOLO (13 dicembre) – Un sessantenne argentino, Cesar Alejandro Enciso, accusato di massacro, sequestro di persona e omicidio di cittadini italiani residente in Argentina durante la dittatura militare in quel paese negli anni 70, è stato arrestato a Rio de Janeiro per ordine di cattura internazionale emesso dalla giustizia italiana. Lo annuncia il quotidiano brasiliano Estado de S.Paulo.

La cattura è avvenuta nel quartiere di Santa Teresa il 30 novembre. Enciso si faceva chiamare in Brasile Domingo Echebaster e lavorava come fotografo di gare nautiche. Usava anche il nome, sempre falso, di Horacio Andres Rios Pino. In realtà Enciso era genero del generale Otto Paladino che, secondo il giornale argentino Pagina 12, comandava un centro clandestino di detenzione e tortura della dittatura argentina (1976-83) conosciuto come Automotores Orletti. Viveva in Brasile da circa 20 anni. Ha una figlia brasiliana di 15 anni che impedirebbe la sua espulsione ma non l’estradizione, scrive ancora l’Estado. Il repressore della dittatura militare argentina parlava poco con i suoi amici del suo passato, ma diceva di essere appartenuto a un gruppo di sinistra contrario alla dittatura. Enciso è accusato anche di carcere privato, tortura e crimini contro l’umanità.

Carmen Lucia, ministro del Supremo Tribunale Federale (Stf) di Brasilia, è convinta che «i fatti delittuosi che hanno motivato il decreto dell’arresto da parte della giustizia straniera soddisfano le esigenze della legge brasiliana per la prigione preventiva ai fini dell’estradizione». Ora il governo italiano ha tempo 40 giorni per inviare al Stf la richiesta di estradizione. Secondo il suo avvocato brasiliano, Rogerio Pires Thomaz, Enciso è rimasto sorpreso dall’arresto e ha garantito di non aver partecipato a nessuna attività che abbia coinvolto cittadini italiani o interessi del governo italiano. Thomaz è impegnato nell’ottenere ora almeno la prigione domiciliare del suo cliente.

L’Estado de S.Paulo scrive ancora che «la presidente eletta, Dilma Rousseff, che è stata arrestata e torturata per la sua militanza politica contro la dittatura militare brasiliana, potrà decidere sull’estradizione di Enciso. La parola finale potrebbe essere di Dilma così come è successo per Cesare Battisti la cui richiesta di estradizione attende una decisione finale del presidente Luiz Inacio Lula da Silva». Circa 30 mila persone sono state torturate e uccise durante gli anni di piombo della dittatura argentina.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=130579&sez=HOME_NELMONDO

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La P2 e l’Argentina

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Per vendetta è l’ultimo romanzo, bellissimo e da leggere, dello scrittore Alessandro Perissinotto. Parla dell’Argentina, di Gelli, della P2, del Vaticano, dei trentamila giovani “desaparecidos”, assassinati tra il 1976 e il 1982 da una delle più feroci e scientifiche dittature latinoamericane

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di  Luciano Neri

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Giovani attivisti, sindacalisti, volontari nei barrios della miseria, sacerdoti, suore, vescovi, docenti universitari… cancellati anche da morti, scomparsi, per negare alle madri e alle famiglie persino il diritto di avere un corpo da baciare, da piangere e da seppellire. Perissinotto propone agli organizzatori della Fiera del Libro di Torino di presentare il suo lavoro nell’ambito del Bookstock Village, lo spazio dedicato ai giovani.

La proposta viene accettata, ma poi qualcuno si accorge che nel sottotitolo compaiono le parole P2 e Vaticano. E dall’organizzazione fanno sapere via mail che «il tema affrontato non è in linea con la programmazione del Bookstock Village». «Come è possibile – risponde motivatamente Perissinotto – che non sia in linea il fatto di parlare ai giovani italiani del sacrificio di loro coetanei per la libertà?». Perissinotto scrive allora una bellissima lettera al Fatto Quotidiano nella quale tra l’altro afferma : «In una manifestazione (la Fiera del Libro, ndr) che ha per titolo “La memoria svelata”, non è coerente svelare i retroscena delle dittature e delle complicità? Dal programma il mio incontro è scomparso: parlare di dittatura argentina “tra P2 e Vaticano” non è memoria, è tabù».

A seguito della decisione di rendere pubblico quanto avvenuto, evidentemente qualcuno più assennato del comitato promotore della Fiera spiega a qualche altro “censore” che non è proprio il caso di promuovere una manifestazione per la promozione del libro e contestualmente vietare la presentazione di un romanzo per quello che contiene. E così tutto finisce bene, interviene il Presidente della Fondazione che organizza il Salone, Rolando Picchioni, e conferma che per vendetta verrà presentato alla Fiera di Torino, come previsto, domenica alle 16,30. Ma perché nel nostro Paese, ancora oggi, parlare di dittatura argentina (e di dittature latino-americane ) e della “italian connection” non è memoria ma tabù? Perché l’Italia non si è ancora liberata dalla P2 e perché la storia criminale delle dittature latinoamericane è fortemente intrecciata con personaggi legati alla peggiore storia criminale italiana.

IL PLAN CONDOR, LA DITTATURA ARGENTINA E LA P2

Il Plan Condor (operazione Condor) fu il nome in codice dato dall’establishment americano a una massiccia e illegale operazione di politica estera attivata negli anni Settanta, voluta e coordinata personalmente dal presidente americano Richard Nixon e dal segretario di stato Henry Kissinger. L’obiettivo era quello di stroncare qualsiasi prospettiva di cambiamento in America Latina e garantire gli interessi economici e stategici americani nell’area. Per questo obiettivo gli Usa stanziarono grandi capitali, “investirono sulle dittature”, si servirono di servizi segreti latinoamericani ed europei, italiani compresi, di gruppi terroristici, di organizzazioni di estrema destra e della P2. Oggi, a seguito delle inchieste giornalistiche e soprattutto delle indagini giudiziarie abbiamo un quadro chiaro delle agenzie coinvolte nel Plan Condor: La Cia (Servizi segreti statunitensi), il Disip (Servizi segreti venezuelani), il Side (servizi segreti argentini), la Dina (servizi segreti cileni), la Aaa (Alianza Anticomunista Argentina), il Sid (servizi segreti italiani) e la loggia massonica golpista italiana P2. E abbiamo anche il quadro di tanti personaggi coinvolti nell’operazione.

Tra questi il neonazista italiano Stefano Delle Chiaie. È lui il tramite dei rapporti commerciali tra l’Argentina e gli uomini d’affari della P2. Arrestato a Caracas, tra la documentazione che gli viene sequestrata c’è una lettera dell’allora senatore del Msi Giovanni Laffrè che fa riferimento agli affari curati dal neofascista per conto di Gelli. Si attesta inoltre che personaggi della P2, Gelli, Von Berger e Federici si danno da fare per sostenere la preparazione del golpe in Bolivia, attuato nel 1980. In Bolivia Delle Chiaie dirige, con Pierluigi Pagliai e il nazista criminale di guerra Klaus Barbie, la formazione paramilitare “i fidanzati della morte”, un gruppo responsabile di numerosi assassini che appoggia il generale Garzia Meza Tejada nella presa del potere. A marzo 1987 Pierluigi Pagliai viene arrestato a Caracas e consegnato ai servizi segreti italiani. Muore qualche giorno dopo in Italia in seguito alle ferite riportate durante la cattura. Nel 1991 Delle Chiaie, assolto per la strage di Bologna, per quella di Piazza Fontana torna in Italia e fonda l’agenzia di stampa “Publicondor”. Un nome evocativo dei suoi trascorsi in America Latina.

LA DITTATURA ARGENTINA E LA P2

La vicenda argentina, per il prezzo di sangue pagato, per la brutalità criminale della dittatura, e per il sostegno e la benedizione a questa data da Gelli e dalla P2, dai governi e dal Ministero degli Esteri, dalle imprese italiane e dal Vaticano, ci chiedono un esercizio straordinario ed onesto di memoria. Con “i macellai al potere”, come definì la giunta militare argentina uno dei più coraggiosi e lucidi analisti di quel periodo, Italo Moretti, si intrattenevano normali relazioni politiche e istituzionali, e soprattutto si facevano affari. Una giunta che pianificò e portò avanti lo sterminio sistematico di chiunque dissentisse dalle idee della dittatura. «È terrorista – dichiarò il Generale Videla in uno dei suoi primi interventi dopo il colpo di stato – non soltanto chi sia munito di una bomba o di una pistola, ma anche chi diffonda idee contrarie alla civilizzazione cristiana e occidentale». E ancora più esplicite furono le affermazioni del governatore della provincia di Buenos Aires, il generale Manuel Saint Jean che, anticipando lo sterminio che si stava preparando dichiarò: «Prima uccideremo tutti i sovversivi, poi i loro collaboratori, quindi gli indifferenti e da ultimo i timorosi».

E nella voragine della “desaparecion”, catturati e assassinati, finirono giovani, dirigenti operai e sindacali che lottavano semplicemente per migliorare le proprie condizioni, psicologi e sociologi per le loro professioni “sovversive”, religiosi e sacerdoti che portavano l’esperienza del cristianesimo sociale di base nei quartieri più poveri. Non erano né terroristi né combattenti. La maggior parte erano giovani, impegnati socialmente, pacifisti, caritatevoli. La meglio gioventù di quel paese. Tra i 30.000 ragazzi scomparsi 4.000 erano di origine italiana e 300 cittadini italiani a tutti gli effetti, con passaporto italiano. Con questi “macellai” Gelli gestisce progetti politici e affari. Gelli, Umberto Ortolani e Guido Calvi sono di casa, hanno rapporti diretti con i dittatori, fondano banche e società, sono referenti di esponenti politici e di governo italiani, del Vaticano, delle imprese. Portano a Buenos Aires anche il Banco Ambrosiano con la denominazione di Ambrosiano Promociones y Servicios.

Hanno la tessera della P2 alcuni tra i maggiori rappresentanti della giunta militare, ed oltre 60 alti comandanti delle diverse armi. Tra questi l’Ammiraglio Emilio Massera e il generale Guillermo Suarez Mason. Massera è stata una delle figure più terribili della dittatura, il criminale responsabile del più grande centro di detenzione, l’Esma (Esquela Mecanica de la Armada), dove sono stati imprigionati, torturati e uccisi migliaia di prigionieri. Massera aveva un rapporto strettissimo con Gelli, e con questo era in affari. Il 28 marzo 1976, pochi giorni dopo il golpe, Gelli scrive a Massera per esprimere «la sua sincera allegria per come tutto si fosse sviluppato secondo i piani stabiliti» e augurargli «un governo forte e fermo sulle posizioni e che sappia soffocare l’insurrezione dei dilaganti movimenti di ispirazione marxista».

Un uomo di Massera, l’ex ufficiale di marina Carlos Natal Coda, è vicepresidente del Banco Ambrosiano a Buenos Aires. Un intero piano al numero 1136 di calle Cerrito, nell’elegante Barrio Norte della capitale, ospita gli uffici dello stesso Massera. Anche Guillermo Suarez Mason, generale piduista, è stato uno dei più implacabili sterminatori, comandante militare dell’intera Buenos Aires e in quanto tale responsabile di tutti i centri di detenzione nei quali sono transitati la maggior parte dei prigionieri che poi, come documentato anche nel corso delle testimonianze processuali, sono stati uccisi, gettati vivi nell’Oceano o nel Rio de La Plata.

GLI ANNI DELLA VERGOGNA

Per l’Argentina e per l’Italia sono gli anni della vergogna. La vergogna per quello che hanno fatto Gelli, Ortolani, Calvi e tanti altri affaristi P2 italiani. Ma gli anni della vergogna sono anche per Andreotti e Forlani, per quei governi che hanno considerato normale chiudere entrambi gli occhi di fronte ai crimini e alle migliaia di desaparecidos e intrattenere normali relazioni politiche, istituzionali e diplomatiche con la giunta militare argentina. Sono gli anni della vergogna per Marcinkus, il “banchiere di Dio” in affari con i “cattolicissimi” Calvi, Sindona e Ortolani ( P2), e di fatto con lo stesso Gelli e la P2, che ha diretto gli affari sporchi dello Ior (Istituto per le Opere di Religione …sic!) fino al coinvolgimento nello scandalo Ambrosiano. Sono gli anni della vergogna per Pio Laghi, nunzio apostolico amico dei dittatori e ostile alle Madri di Piazza di Maggio. Quelle disperate e coraggiose madri che cercavano i figli scomparsi che il nunzio vaticano si è sempre rifiutato di incontrare. Sono rimaste famose le sue partite a tennis con il generale Massera.

Sono gli anni della vergogna per il Vaticano e per la Chiesa cattolica argentina, che solo il 9 settembre 2000 confessa le sue colpe e chiede perdono per le vicende argentine. Nel documento presentato a Cordoba durante l’incontro eucaristico nazionale viene presentato un capitolo dal titolo “confesiòn de los pecados contra los derechos humanos. «Abbiamo peccato – riconosce la chiesa argentina – perché dimostrando indulgenza verso atteggiamenti totalitari abbiamo leso le libertà democratiche e la dignità dell’uomo». E ancora: «la Chiesa confessa e chiede perdono a Dio per i silenzi, perché molti tuoi figli sono responsabili di torture, delazioni, persecuzione politica».

Negli anni della dittatura, nel 1976, ottanta vescovi formavano l’episcopato argentino. Il loro presidente, Sevando Tortolo, “benedice” il triunvirato Videla, Massera, Agosti che gli annuncia il golpe. Solo quattro degli ottanta vescovi denunciano sequestri e sparizioni. Uno di questi, Enrique Angelelli, viene ucciso il 4 agosto 1976. Sedici giorni prima una squadra dei militari aveva sequestrato, torturato e assassinato due preti della sua diocesi, Gabriel Longueville e Carlos de Dios Murias. Ci sono due chiese nell’Argentina dei militari: quella del Vaticano, ufficiale, quella del collateralismo con il potere, quella di Pio Laghi. Quella che considera positivo l’attivismo dei cattolicissimi P2 Gelli, Calvi, Ortolani.

E c’è un’altra chiesa, quella delle “vicarias della solidarietà”, quella delle comunità di base, quella che difende i diritti e le libertà. Quella che non gioca a tennis con i gerarchi e che paga un grande tributo di sangue.

Sono gli anni della vergogna per il Ministero degli esteri che taceva, che legittimava la dittatura contro la “sovversione” e si faceva guidare da Gelli e dagli interessi delle imprese italiane. Quel Ministero che si faceva rappresentare a Buenos Aires da un ambasciatore come Enrico Carrara, amico dei militari e che, informato del golpe, aveva provveduto a blindare le porte dell’ambasciata italiana per impedire ai perseguitati e ai richiedenti asilo di accedere.

Sono gli anni della vergogna per le imprese italiane, che non si limitano a turarsi il naso e a fare affari, ma molte collaborano attivamente con il regime. Lo strumento di garanzia e di mediazione è sempre la P2 e Gelli in persona. Molte aziende iscrivono i propri responsabili alla P2, tra questi anche il presidente di Selenia, Michele Principe.

Le prime leggi della dittatura cancellano lo sciopero e stabiliscono pene durissime per le azioni sindacali. Ma tutto questo non turba i sonni dei dirigenti delle imprese italiane Fiat, Ansaldo, Pirelli, Magneti Marelli, Falk, Eni-Iri, Impregilo, Impresit… Anzi. Secondo i testimoni sopravvissuti che hanno deposto in tribunale molto spesso sono le stesse aziende a “passare” ai militari gli elenchi dei sindacalisti più combattivi.

Nel corso delle udienze altri testimoni hanno confermato l’esistenza di un luogo di tortura a Campana, poco fuori Buenos Aires. Un luogo che era all’interno del perimetro dell’azienda Dalmine-Techint, nei locali del Club Villa Dalmine, a due passi dall’azienda.

Luciano Neri

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14 Giugno 2010

fonte:  http://www.italiacerca.info/index.php?option=com_k2&view=item&id=189:La-P2-e-l-Argentina&Itemid=93&tmpl=component&print=1

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SELVAS.org

28-04-2006

:: DOSSIER: PLAN CONDOR ::
Vite rubate

30.000 desaparecidos argentini:
“Presentes!”

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Di Manfredo Pavoni Gay per Selvas.org


:: APPROFONDIMENTI ::
IL PLAN CONDOR
Dossier di SELVAS.org


Simon Riquelo
Il sito dedicato a Simon con documenti in diverse lingue compreso l’italiano
L’inchiesta argentina


Centro America Latina
in italiano
Il Centro America Latina è un comitato attivo nella denuncia delle politiche di sfruttamento del continente sudamericano.
Molto interessante la visita
di una mostra sull’Operacion Condor.
http://www.comune.pisa.it/centroamericalatina
centroamericalatina@comune.pisa.it


Fondazione Solon
en español
La fondazione culturale in memoria di José Carlos Trujillo Oroza che raccoglie diversi documenti e lavori in difesa della verità sui “desaparecidos”
http://www.funsolon.org/index.html


Centro Documentacion
Corte Suprema
de Justicia Paraguay

in spagnolo
Sito creato dall’UNESCO sulla documentazione dell”ARCHIVIO DEL TERRORE” ritrovato ad Asunciòn – Paraguay nel 1992.
http://www.unesco.org/webworld/paraguay


Memoria de los desaparecidos
in spagnolo e inglese.
Le informazioni su desaparecidos in numerosi stati del mondo
http://www.desaparecidos.org


Derechos Chile
in spagnolo
La storia dei diritti violati in Cile e le indagini su Augusto Pinochet
http://www.derechoschile.com


Desaparecidos Italia
in spagnolo e inglese
Giudizi in Italia sui desaparecidos
http://www.derechos.org/nizkor/italia/


Nunca Mas!
in italiano
Pagina web italiana dedicata ai desaparecidos in argentina: per non dimenticare, mai più!
Ricca di documenti e aggiornamenti interessanti.
http://www.nuncamas.it


Madres de Plaza de Mayo
in spagnolo e inglese.
http://madres-lineafundadora.org
http://www.madres.org/



Rodolfo Walsch, un grande giornalista e regista argentino, poco prima di sparire nel buio insieme ai trentamila desaparecidos aveva detto ai suoi pochi amici rimasti:«non dimenticatelo mai. Il vero cimitero sarà la memoria». Oggi dopo trent’anni è proprio la memoria e la lotta contro l’oblio che ha tenuto viva la democrazia in Argentina e forse ha contribuito a dare una svolta a questo Paese, di cui la metà dei suoi abitanti è fatta da italiani e italiane che vi sono immigrati. Un Paese, che non vuole dimenticare cosa accadde quel 24 marzo del 1976, quando dopo anni di feroci conflitti sociali, di repressione e di terrorismo di stato, basti pensare alla Triple l’Alleanza Americana Anticomunista, che andava a caccia di operai studenti intellettuali comunisti, una Giunta Militare composta dai generali Jorge Videla, Orlando Agosti e Eduardo Massera, prese il potere. Furono visti soprattutto all’estero, e in particolare in Italia che aveva enormi interessi economici in Argentina, come militari moderati e comunque il male minore al caos che attraversava il Paese.

Si parlò di “Golpe” morbido non come quello che Pinochet aveva fatto 3 anni prima in Cile. Non ci fu nessun assalto nessun bombardamento del Palazzo Presidenziale, nessun arresto di massa, nessuna esecuzione. Mentre il golpe cileno colpiva come un pugno nello stomaco l’immaginario collettivo, in Argentina si trattava di un golpe di destra contro un governo di destra. Uno dei tanti “golpes” che accadevano in sudamerica. In poco tempo il Piano di Riorganizzazione Nazionale, lo avevano chiamato così il processo repressivo, divise il Paese in 5 zone militari, in ogni zona vennero creati centri clandestini di detenzione e squadre composte da civili e militari cominciavano a sequestrare le persone. All’inizio presero i militanti politici, poi studenti, assistenti sociali preti delle comunità di base sindacalisti, maestri e perfino soldati che avevano manifestato idee progressiste. Le persone venivano torturate brutalmente, alcuni cedevano e facevano dei nomi magari di conoscenti vicini, e l’Argentina si riempì di prigioni, piccole Auschwitz dove vennero sequestrate torturate e uccise più di trentamila persone. Un’intera generazione venne eliminata per combattere una manciata di guerriglieri. I macellai della giunta militare hanno il merito di aver coniato una nuova parola al dizionario argentino:”desaparecidos.

Tango, empanadas e desaparecidos disse un giorno Borges, parlando dell’Argentina. I capi della giunta militare,tutti inscritti alla loggia massonica della P.2 e amici di Licio Gelli che in Argentina viaggiava con passaporto diplomatico, avevano imparato dalla esperienza cilena che non si dovessero fare prigionieri, riempire gli stadi le carceri, piuttosto occultare, sottrarre per non disturbare gli investitori stranieri e l’opinione pubblica occidentale. Così le persone cominciarono a sparire e i parenti non sapevano davvero cosa gli fosse accaduto. Nei commissariati cominciavano ad arrivare le mamme di questi giovani e i militari gli rispondevano che forse erano fuggiti all’estero o con la fidanzata e ogni giorno il numero dei desaparecidos aumentava. Le sparizioni miravano a gettare la società civile nel terrore e nella confusione. L’obiettivo era non solo sopprimere il corpo delle vittime, ma cancellarne l’identità i ricordi. Le squadre militari che sequestravano i ragazzi e le ragazze argentine rubavano anche le loro cose, i libri, i mobili, le case, e purtroppo anche i figli e le figlie che spesso venivano cresciuti dagli assassini dei loro genitori o venduti a famiglie di amici.
Così i genitori di quei ragazzi oltre a non avere una corpo su cui piangere la morte dei propri figli, non potevano nemmeno avere la possibilità di conoscerne i nipoti. Dove sono di desaparecidos? “Donde estan?” Molti furono gettati in mare dagli aerei dei militari o sepolti in fosse comuni. In alcuni rari casi si sono ritrovati i resti. Solo un mese fa le Nonne di Plaza de Mayo hanno annunciato alla stampa il ritrovamento del 82° nipote figlio di desaprecidos. Si chiama Sebastian, la mamma di origine italiana, si chiamava Adriana Tasca.


Foto di Gaspar e Adriana genitori di Sebastian

La storia e il ricordo dei desaparecidos oggi sopravvive negli “Hijos” un grande movimento che lotta per il castigo dei militari contro l’oblio e il perdono. Sono loro che hanno la Memoria, ai macellai della giunta militare resta il cimitero.





Trent’anni
(Argentina, 24 marzo 1976)

Si compiono 30 anni dall’inizio della dittatura militare in Argentina che fece sparire 30.000 compagni, ne assassinò 15.000, incarcerò e torturò migliaia di persone ed obbligò a più di un milione ad andare in esilio.

di Progetto Sur Onlus – http://www.progettosuronlus.org/





Il colpo di stato del 24 marzo 1976, eseguito dalla perversa Giunta Militare, fu il prodotto della decisione dei gruppi economici monopolistici argentini, associati al capitale finanziario internazionale. L’apparato repressivo soffocò le lotte popolari della decade del settanta, impose un sinistro piano economico e devastò la cultura nazionale, popolare e rivoluzionaria.

:: Link ::

Porque Reinvindicamos Los Ideales De Los 30.000 Desaparecidos Y Continuamos Su Lucha … Seguimos Exigiendo

Juicio y castigo con carcel comun y efectiva a todos los responsables, ejecutores y complices del genocidio
Reconstruccion de la verdad y la memoria historica
Anulacion de los indultos
Restitucion de la identidad de los niños, hoy jovenes, apropiados por los represores
Libertad a los presos politicos, amnistia y desprocesamiento a los luchadores populares de hoy
No al pago de la deuda externa, no al alca, no al f.m.i.
No olvidamos, no perdonamos
30.000 COMPAÑEROS DESAPARECIDOS PRESENTES!!!!!

Il modello neoliberale istallato e perpetrato a partire dal 1976 e tuttora vigente, causò una recessione ed una disoccupazione record, la morte di più di 55 bambini al giorno a causa della denutrizione e di malattie facilmente evitabili, la flessibilizzazione e la precarizzazione lavorativa, lo sfruttamento, i salari da fame, l’abbandono dei nostri pensionati, la distruzione della sanità e dell’educazione pubblica, la consegna dei servizi pubblici e delle risorse naturali ad imprese private trasnazionali, la vergognosa svendita e concentrazione della terra in mano a i capitali stranieri strappate ai popoli originari.
Attualmente si continua a pagare l’illegittimo e usurario debito esterno, con il superavit che potrebbe essere invece destinato al pagamento del cosiddetto “debito interno”, obbligando in tal modo quasi la metà della popolazione a vivere sotto la soglia di povertà.

Oggi, dopo 20 anni di lotta popolare sono stati riaperti più di 2000 processi contro i genocida argentini. I crimini di lesa umanità furono dichiarati non prescrittibili e furono annullate le leggi di “obbedienza dovuta” e “punto finale”.
Ma si continua ancora a lottare per l’annullamento dell’indulto.
Nonostante i progressi, la maggioranza dei genocida continua a godere di libertà.
L’impunità di ieri, oggi si traduce nelle vittime del grilletto facile, esecuzioni sommarie, torture, crimini senza condanna.
In Argentina i movimenti sociali continuano ad essere perseguitati e ci sono ancora decine di prigionieri politici e più di 4.000 processati ed imputati per conflitti sociali. Nonostante tutto, le lotte popolari, operaie, contadine e dei popoli originari resistono ed esistono.

Siamo coscienti che la lunga lotta degli argentini si inserisce nella lotta per l’emancipazione dei paesi latinoamericani. Sappiamo della magnitudine delle risposte degli Stati Uniti di America, massimo promotore delle dittature militari in America Latina e potenza egemonica nella regione: il Plan Colombia, l’istallazione di numerose basi militari in America Latina, il blocco criminale contro Cuba, il tentativo di imporre il trattato del libero commercio (ALCA), la pretensione dell’immunità per le proprie truppe durante gli esercizi effettuati nel territorio argentino e l’invio di truppe ad Haiti, sono prove di questo.


Manfredo Pavoni Gay Membro della Lega per i Diritti e la Liberazione dei Popoli e di Attac si è laureato in teologia protestante, ma fondalmentalmente è agnostico. Frequenta Master in DDHH e Cooperazione internazionale, pubblicista, ha lavorato sulle tematiche dell’impunità e della memoria con le Nonne di plaza de Mayo e con il premio Nobel alternativo paraguayano Martin Almada. Per sopravvivere è costretto a fornire la sua opera al Comune di Milano. I suoi poeti preferiti sono Mario Benedetti e Juan Gelman, i suoi fumetti, L’Eternauta e Corto Maltese.
E-mail alla redazione info@selvas.org

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fonte:  http://www.selvas.eu/dossCondor5.html


METEO – E’ in arrivo il grande freddo: Gelo e neve su tutto il Paese

E’ in arrivo il grande freddo
Gelo e neve su tutto il Paese

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La colonnina di mercurio inizierà a scendere da stanotte e temperature sotto zero sono attese da Nord a Sud, con nevicate anche a bassa quota. La situazione migliorerà da domenica prossima e un clima mite caratterizzerà il periodo natalizio. Ma ora è allarme gelo per le colture

E' in arrivo il grande freddo Gelo e neve su tutto il Paese

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ROMA – I prossimi giorni della settimana saranno tra i più rigidi di questo inverno. E’ in arrivo dal Nord Europa un’ondata di aria gelida di origine artica che si tradurrà in neve, gelo e temperature rigide su tutta l’Italia, con temperature minime sottozero dal Nord al Sud, soprattutto sul versante adriatico.

La colonnina di mercurio scenderà drasticamente già a partire da questa notte e il gelo si protrarrà almeno fino al prossimo fine settimana. In particolare, le minime a partire da mercoledì scenderanno fino ai -5/-8 gradi anche a quote di pianura, raggiungendo valori ancor più rigidi nelle località di media montagna. Quanto alle massime, le massime, al Nord risulteranno di poco superiori allo zero di giorno e abbondantemente al di sotto di notte.

Già da stasera, spiega la Protezione Civile, sulle regioni centrali adriatiche e successivamente a partire dal pomeriggio di domani anche al Sud della Penisola e sulle isole maggiori, sono previsti compatti addensamenti nuvolosi, con associate nevicate di debole intensità fino a quote molto basse, con conseguente rischio di gelate notturne e mattutine su tutte le aree interessate dalle precipitazioni nevose. Tempo, invece, prevalentemente soleggiato al Nord e sulle regioni centrali del versante tirrenico.

Da venerdì, neve in pianura e al Nord, anche a quote bassissime in Toscana e Umbria, neve a quote collinari sul Lazio. Il grande freddo lascerà la Penisola da domenica prossima, con temperature in sensibile aumento in vista del periodo natalizio, soprattutto al Centro-Sud.

E con l’arrivo del gelo si rinnova l’allarme di Coldiretti. Con temperature sotto lo zero anche in pianura, spiega l’organizzazione, è allarme gelo per verdure e ortaggi in tutto il Paese. Se il periodo di gran freddo si prolungherà, metterà a rischio le coltivazioni invernali in campo come cavoli, verze, cicorie, radicchio e broccoli. Nessun  pericolo invece per i prodotti già raccolti da tempo come mele, pere e kiwi che – conclude la Coldiretti – sono peraltro un ottimo alleato per affrontare il grande freddo.

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13 dicembre 2010

fonte: http://www.repubblica.it/cronaca/2010/12/13/news/gelo_in_arrivo_nuovo_allarme-10153385/?rss

Financial Times, anche la city di Londra boccia la politica economica di Berlusconi

Financial Times, anche la city di Londra boccia la politica economica di Berlusconi

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Per il quotidiano inglese gli otto anni del Cavaliere hanno prodotto un periodo di stagnazione. Con il Pil cresciuto dell’1,4%. Mentre la Germania è salita del 5%

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di Mauro Meggiolaro 13 dicembre 2010

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Comunque vada il voto sulla fiducia, l’era del berlusconismo sta ormai volgendo alla fine, “proprio mentre l’Italia rischia di essere trascinata al centro della crisi europea del debito”. Lo scrive oggi il Financial Times, che dedica un’intera pagina allo “showdown” (resa dei conti) in programma tra oggi e domani nelle due camere del parlamento italiano. “La prospettiva che il governo di una delle grandi economie europee crolli, potrebbe aumentare le tensioni nei mercati finanziari”, spiega il corrispondente da Roma Guy Dinmore. “Alcuni temono che l’Italia – fino ad ora ai margini della crisi che sta affliggendo i paesi più piccoli – possa improvvisamente trovarsi nell’occhio del ciclone”. Paradossalmente, continua Dinmore, potrebbe essere proprio la crisi economica europea a salvare Berlusconi, che si presenterà come “garante della stabilità, in grado di tenere lontano le tensioni dei mercati del debito”, anche se un’eventuale fiducia lo consegnerebbe ai mercati notevolmente “indebolito”.

“L’unica, spiacevole, certezza per gli italiani è che, con un debito vicino al 120% del prodotto interno lordo, più grande – in termini assoluti – dei debiti di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna messi insieme, chiunque sarà chiamato a governare il paese dovrà continuare con una politica di austerity e tagli al bilancio sempre più severa, che probabilmente durerà per anni”.

L’analisi del quotidiano finanziario della City londinese è impietosa e si scaglia soprattutto contro gli ultimi dieci anni di governo, otto dei quali, ricorda Ft, sono “diretta responsabilità di Berlusconi” e delle coalizioni che si sono formate attorno alla sua figura e al suo potere politico ed economico. Gli italiani si aspettavano un “miracolo economico” e una “rivoluzione liberale”, ma hanno vissuto “una decade di stagnazione”: dieci anni “persi” dal punto di vista economico. Anni di “incertezza e basso sviluppo”, come ha rilevato il Censis, nei quali l’Italia è cresciuta di appena l’1,4%, mentre il PIL tedesco è salito del 5% e quello inglese del 13%.

A pesare è anche lo scivolone del paese in “molte classifiche internazionali”, che ha generato “disaffezione nella comunità finanziaria”, la stessa che “aveva precedentemente sostenuto Berlusconi e le sue promesse di liberalizzazione”. Il Financial Times cita il “Doing Business Report”, un rapporto pubblicato annualmente dalla Banca Mondiale, che mette in luce – soprattutto dalla prospettiva delle piccole e medie imprese – la qualità delle condizioni economiche quadro in 181 paesi. “L’Italia, che è la settima economia mondiale, è all’80° posto nella classifica della Banca Mondiale, una posizione sopra la Giamaica”, continua Ft. “E non fa parte dell’85% dei paesi che, negli ultimi cinque anni, hanno migliorato la propria posizione”.

Ancora peggiore la performance italiana nell’Indice di libertà economica, aggiornato annualmente dalla Heritage Foundation, un think-tank conservatore con sede a Washington. “Quando Berlusconi vinse per la seconda volta le elezioni nel 2001, l’Italia era al 32° posto. Oggi è al 74°, perché la libertà economica è minacciata da una gestione inefficiente delle finanze pubbliche e da un’alta pressione fiscale”. Come ha notato Anthony Kim, analista della Heritage Foundation intervistato da Ft, “gli anni di Berlusconi sono stati caratterizzati da sporadiche riforme cosmetiche, segnate dai conflitti di interesse del primo ministro, che ha cercato di proteggere in primo luogo sé stesso e i suoi associati”.

“Berlusconi potrebbe sottolineare che ha condiviso con gli italiani le sofferenze economiche imposte dalla crisi”, aggiunge Guy Dinmore. “Nella classifica di Forbes che elenca gli uomini più ricchi del mondo era al 29° posto con 10,3 miliardi di dollari nel 2001. Ora è sceso al 74° posto, con 9 miliardi”. Ma pochi, a quanto sembra, saranno disposti a credergli. Anche perché, nonostante il deficit pubblico sia sotto controllo e le banche italiane non abbiano seguito lo stesso destino degli istituti bancari europei, “rimane la preoccupazione che le previsioni di crescita di Tremonti siano troppo ottimistiche”. “Chiunque sarà al governo nel 2011 potrebbe avere bisogno di una manovra correttiva di almeno 7 miliardi di euro”, conclude il Financial Times. “E’ lo stesso ministro delle finanze ad ammettere questa possibilità”.

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/13/financial-times-anche-la-city-di-londra-boccia-la-politica-economica-di-berlusconi/81656/