Archivio | dicembre 15, 2010

Scontri di Roma, 10 domande a Maroni

Scontri a Roma, un finanziere impugna la pistola

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Scontri di Roma, 10 domande a Maroni

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Ieri il centro di Roma è stato devastato. Prima cosa: netta condanna nei confronti di chi si è reso responsabile di atti di violenza contro le persone o di chi ha danneggiato e distrutto i beni privati dei cittadini e della collettività. Seconda cosa: solidarietà a tutti quelli che hanno subito le conseguenze di quella follia collettiva: i cittadini, i manifestanti pacifici, il movimento studentesco che ha visto fagocitare dalle violenze le ragioni della protesta e le forze dell’ordine. Detto questo, noi crediamo che vada fatta piena luce sulle responsabilità che hanno provocato i disordini.

Ieri abbiamo pubblicato una fotosequenza che ha fatto il giro del web. Il nostro blog ha registrato quasi 200.000 accessi in poche ore e la denuncia è stata ripresa da tantissimi altri blog. L’atteggiamento dei media (ad eccezione di Repubblica, L’Espresso, La Stampa, Il Fatto  e Vanity Fair) è stato di superficialità nei confronti delle responsabilità che sono state attribuite acriticamente a non meglio precisati “Black Bloc”. Nessun interrogativo, nessuna domanda, tante contraddizioni.

Noi, invece, siamo convinti che qualcosa vada chiarita affinché ciò che è accaduto ieri non si ripeta o che non si riproponga in una versione più drammatica.

Dieci domande al ministro Roberto Maroni

1) Perché il finanziere ha il dito sul grilletto?

2) Chi è l’uomo col cappuccio grigio che prima sembra aggredire il finanziere e poi lo soccorre?

3) Chi è l’uomo col walkie talkie a terra?

4) Chi è l’uomo col giubbotto beige che prima impugna un badile, poi un bastone e poi un manganello e manette e che ritroveremo dopo dietro il cordone delle forze dell’ordine?

5) E’ vero, come sostiene l’ApCom, che l’uomo con la giacca a quadri, travestito da manifestante, che protegge il finanziere è un esponente delle forze dell’ordine?

6) Che rapporto c’è tra l’uomo col giubbotto beige e quello con la giacca a quadri ritratti assieme in una foto in cui sembrano dialogare?

7) In due diverse dichiarazioni, riportate dal Corriere della Sera e dal Messaggero, il Comando della Guardia di Finanza, prima esclude che i finanzieri possano operare in “abiti civili” e poi ammette che il finanziere con la pistola è stato soccorso da un “collega in abiti civili”. Perché questa contraddizione?

Otto) Erano presenti tra i dimostranti esponenti della Guardia di Finanza in “abiti civili”?

9) Erano presenti tra i dimostranti esponenti delle Forze dell’ordine in “abiti civili”?

10) Se erano presenti tra i dimostranti, come pure ammette la Guardia di Finanza, esponenti delle forze dell’ordine in abiti civili con quale quale mandato operavano?

(Massimo Malerba)

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15 dicembre 2010

fonte:  http://violapost.wordpress.com/2010/12/15/scontri-di-roma-10-domande-a-maroni/

Scontri a Roma, 14 dicembre – La strategia della tensione – Giovanni Fasanella

Scontri a Roma, 14 dicembre – La strategia della tensione – Giovanni Fasanella

blogvoglioscendere | 15 dicembre 2010

http://www.voglioscendere.it
L’autore di “Intrigo internazionale” (Chiarelettere) commenta gli scontri fra polizia e manifestanti del 14 dicembre a Roma.

QUALCUNO CE LA DEVE SPIEGARE: Identificato stasera l’uomo con la pala dalla Digos. Ma non l’avevano arrestato già ieri?

Notizia in 3 mosse

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1) Scontri Roma: “uomo con la pala” non è tra i fermati, ricercato

15 dicembre 2010 19:07

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ROMA / L’uomo con “la pala”, il ragazzo col giubbotto di colore beige che ha preso parte agli scontri a Roma non è tra i fermati. Questa è l’indiscrezione diffusa dall’agenzia Ansa. Non ci sono ancora conferme ufficiali, ma la circostanza se fosse confermata potrà solo aumentare ancor di più le polemiche sulla possibile presenza di “infiltrati” durante gli incidenti: guarda il video
Sempre secondo quanto riporta l’agenzia Ansa, la Procura ha disposto le “opportune verifiche” per stabilirne l’identità. Poco fa, è stato identificato dalla Digos. Si tratterebbe di un estremista di sinistra. E’ il ragazzo che indossa una pala, un manganello e un paio di manette in vari momenti della manifestazione.
Per i fermati, scatterà il processo per direttissima. A indagare il procuratore aggiunto Pietro Saviotti e il sostituto Silvia Santucci. La prima udienza del processo per direttissima si terrà domani mattina a piazzale Clodio.
La Questura precisa che inizialmente il giovane sarebbe stato scambiato per infiltrato. Sarebbe effettivamente un minore, con precedenti per rissa e resistenza a pubblico ufficiale. Il ragazzo è ricercato dalla polizia.

fonte:  http://www.cronacalive.it/scontri-roma-uomo-con-la-pala-non-sarebbe-tra-i-fermati.html

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2) Scontri Roma: fermato minore con la pala

Il giovane e’ accusato di piu’ reati, tra cui rapina

h. 21.23

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(ANSA) – ROMA, 15 DIC – Il minorenne ritratto in alcune foto mentre ieri, durante gli scontri a Roma, impugnava una pala, un manganello e un paio di manette in diversi momenti della manifestazione, e’ stato fermato questa sera dalla polizia. Lo apprende l’ANSA da fonti vicine alle indagini. Il minorenne e’ accusato di piu’ reati, uno dei quali e’ rapina di manette e manganello. Il giovane li avrebbe sottratti a un finanziere durante i disordini. Il minore e’ attualmente negli uffici della Questura.

fonte:  http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/12/15/visualizza_new.html_1669023946.html

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3) L’uomo con la pala: “Sono minorenne”

antefattoblog | 15 dicembre 2010

http://www.ilfattoquotidiano.it/ Scontri a Roma dopo che il governo ottiene la fiducia in 14 dicembre 2010. Nel video di YouReporter il momento in cui il ragazzo con la pala e il giubbotto beige viene fermato dagli agenti

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Due parole

Nel video si vede chiaramente il ‘fermo’ del ragazzo da parte degli agenti. Addirittura un’appartenente alle forze dell’ordine si complimenta con uno degli agenti accarezzandogli la guancia. Ma quello che è più sconcertante è che ‘abbandona’ la barricata formata con gli altri ‘manifestanti’ e si consegna ai poliziotti. Un comportamento davvero sconcertante per un esagitato che non aveva fatto altro che accanirsi su mezzi e uomini (almeno così sembrava o voleva far sembrare). E dopo che è successo? Sono andati tutti a festeggiare a tarallucci e vino?

Secondo me è chiaro: il ragazzo in questione era troppo compromesso, ormai, da riprese video e fotografiche per poterlo ‘nascondere’ all’opinione pubblica e lasciare che si confondesse nella massa di tutti gli esagitati che hanno dato una mano (consapevolmente e inconsapevolmente) a fomentare quel brutto momento di guerriglia urbana capitato a Roma. Adesso l’hanno ‘ripescato’ fingendo un’indagine affrettata ed un ‘arresto’ che sa altrettanto di fasullo per arrivare a dichiarare che il ragazzo è un emarginato estremista di sinistra che di mestiere fa l’agitatore e che si dichiara pure minorenne (guarda il video). Ma quello che è più sconcertante è che ‘abbandona’ la barricata formata con gli altri ‘manifestanti’ e si consegna ai poliziotti.

Ci sono molte cose che ci devono spiegare. Non ultima come avrebbe fatto questo ragazzo vestito così perbenino e, tutto sommato, con i vestiti anche troppo puliti e senza una piega fuori posto, ad essere reduce (come si vede nelle fotografie) da una colluttazione con un fantomatico finanziere al quale avrebbe strappato il manganello e, addirittura, le manette. Oltretutto senza una ripresa che lo testimoni: cosa davvero molto sconcertante, visti gli innumerevoli ‘scatti’ che lo vedono protagonista in più situazioni ed in luoghi diversi.

Il pd vuole il colpevole. Il governo gli serve su un piatto d’argento l’ennesimo anarco-comunista. I giornali gongolano. La gente scuote la testa e invoca misure ancora più restrittive.

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E guardatevi ancora l’ultimo video dopo questi miei commenti scritti in fretta e a caldo. Quello a terra e picchiato selvaggiamente è un vero manifestante. Lui si vittima della violenza, del tutto gratuita e quindi ancora più grave.

mauro

Scontri a Roma: videoshock forze dell’ordine

L’ITALIA IN GUERRA – Afghanistan. Pochi ne parlano ma per i soldati italiani in missione sono giorni di retate e combattimenti

Afghanistan

Lagunari, Natale di guerra

Italian troops (File licensed under Creative Commons Attribution 2.5 License)

Italian troops (File licensed under Creative Commons Attribution 2.5 License) – fonte immagine

Pochi ne parlano ma per i soldati italiani in missione sono giorni di retate e combattimenti. Rastrellamenti a Farah, al confine con l’Iran. Gli alpini sparano a Bala Murghab, in un’operazione segreta protetta da bombardamenti Usa

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di Gianluca Di Feo

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Nessuno ne parla, ma ogni settimana in Afghanistan i soldati italiani combattono. Dalle basi avanzate, le unità operative di blindati Lince – chiamate Task Force – si muovono per rispondere agli attacchi dei talebani o per prevenirli, in un paese dove gli scontri non conoscono più tregue, nemmeno nel rigore dell’inverno.

Domenica 5 e lunedì 6 nella regione che confina con l’Iran sono entrati in azione i lagunari, reparto nato per combattere nelle paludi e negli sbarchi dal mare che adesso invece opera nel deserto roccioso: tutta la base di Farah si è mobilitata per una retata di guerriglieri che ha impegnato cinquanta veicoli.

Obiettivo era quello di “bonificare” la zona alle spalle del fortino di Bala Baluk, dove erano stati segnalati nuclei di miliziani. Si sono mossi in 400: lagunari, marines americani, fanti afghani con la scorta di cingolati da combattimento Dardo dei bersaglieri. Due villaggi sono stati circondati dalle truppe occidentali e perquisiti casa per casa dai militari afghani, interrogando cinquanta persone e arrestando sei talebani.

Insomma, un vero rastrellamento in grande in stile, per proteggere i distaccamenti italiani e riaffermare l’autorità del governo di Kabul. È una zona dove l’ostilità verso gli occidentali è molto forte: nel 2009 ci furono bombardamenti americani che provocarono numerose vittime civili. Anche per questo i soldati italiani hanno moltiplicato le iniziative di sostegno alla popolazione e affidano ogni controllo diretto all’esercito afghano, l’unica istituzione rispettata da tutte le etnie.

Nelle stesse ore di questo rastrellamento, invece, i talebani sono passati all’assalto più a Nord, sul confine con il Turkmenistan. Sabato 4 dicembre hanno fatto fuoco contro una postazione avanzata americana, inserita nel dispositivo difensivo italiano di Bala Murghab: il castello che domina le strade chiave per il traffico di oppio e i rifornimenti di armi dei fondamentalisti.

Il comando statunitense ha chiesto il soccorso agli alpini, che hanno sparato con i mortai pesanti da 120 millimetri, potenti come cannoni. Ma i colpi non hanno rotto l’assedio e sono entrati in azione gli aerei dell’Us Air Force. Un grande bombardiere B1 ha sganciato numerosi ordigni “di precisione” contro le posizioni dei talebani. Poi sono arrivati i caccia F15E Eagle che hanno sorvolato la zona, lanciando scie di inganni luminosi per convincere gli attaccanti a ritirarsi. Domenica però gli scontri sono proseguiti, impedendo alle colonne di soccorso di raggiungere la postazione americana.

Altre squadriglie si sono fatte sotto, aprendo la strada ai rinforzi italiani della Task Force North, partiti da Bala Murghab. Dopo poco più di 24 ore è scattato il contrattacco, con i commandos della Task Force 45 che si sono lanciati all’inseguimento dei guerriglieri: un’operazione segreta, come tutte quelle che caratterizzano l’attività di questo reparto che raccoglie i migliori incursori italiani e che opera direttamente agli ordini del comando Nato di Kabul. Nell’oscurità che precede l’alba, le forze speciali hanno tagliato la fuga dei miliziani, ingaggiando una serie di sparatorie proseguite per oltre 36 ore.

Tra Bala Murghab e Bala Baluk ci sono diverse centinaia di chilometri di distanza. E per capire la guerra in Afghanistan non bisogna mai dimenticare le dimensioni di questo paese. Nella zona centrale del distretto occidentale, affidato al comando italiano, un solo reparto deve garantire la sicurezza di un’area di 30 mila chilometri quadrati, ossia grande quanto Piemonte e Valle d’Aosta, dove vive oltre un milione di persone. Il tutto affidato alla Task Force Centre, con base a Shindand: un nucleo di alpini provenienti dal quinto reggimento di Vipiteno. In un solo mese, le loro colonne di blindati Lince hanno percorso 50 mila chilometri in duecento missioni per mostrare la presenza delle forze Nato in oltre 1100 villaggi.

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13 dicembre 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/lagunari-natale-di-guerra/2140237

Fini e Casini lanciano il Polo della Nazione per stoppare il pressing del Cavaliere

Fini e Casini lanciano il Polo della Nazione per stoppare il pressing del Cavaliere

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di Celestina Dominelli

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Un primo passo, con l’obiettivo immediato, per ora, di stoppare le avances del Cavaliere nei confronti di Pier Ferdinando Casini. Così il terzo o primo polo (per dirla proprio con le parole del leader dell’Udc) prova ad accelerare all’indomani del ko in aula e si riunisce all’Hotel Minerva di Roma. Una scelta non casuale. Da qui, infatti, Gianfranco Fini lanciò a fine luglio il guanto di sfida al Cavaliere con l’annuncio di nuovi gruppi alla Camera e al Senato. E da qui, come si legge nella nota congiunta diffusa alla fine del vertice, prende il via «il coordinamento parlamentare unitario di Camera e Senato verso un nuovo polo politico». Che mette insieme, oltre a finiani e centristi, anche l’Api di Rutelli, l’Mpa di Raffaele Lombardo, i Liberaldemocratici e qualche cane sciolto come Paolo Guzzanti e Giorgio La Malfa.

Cento parlamentari che proveranno a parlare con una voce sola. Casini ha fatto sapere che la nuova forza «interloquirà in modo costruttivo» con il governo evitando «i toni da giorno del giudizio che abbiamo sentito ieri» perché «c’è bisogno di lavorare per l’Italia senza polemiche». C’è un governo, ha sottolineato ancora Casini, «e una opposizione responsabile, forte di più di cento parlamentari. Quanto avvenuto oggi è un atto di chiarezza e di coraggio che consentirà di passare a chi se lo può permettere le vacanze di Natale con più serenità». Il leader dell’Udc assicura che il nuovo soggetto «non parteciperà alle polemiche, non farà guerre di religione, guarderà avanti, all’Italia».

Dunque un’opposizione responsabile. Che mette al bando i toni incendiari di alcuni deputati. Non è un mistero infatti che l’intervento di ieri in aula di Italo Bocchino non sia piaciuto al numero uno dell’Udc. Ma tant’è. E il prossimo passo è messo nero su bianco nella nota. «Entro il mese di gennaio i parlamentari del Terzo Polo si riuniranno in assemblea per individuare le modalità organizzative della loro azione e per presentare al Parlamento e al paese le priorità programmatiche su cui si auspica un positivo confronto con il governo e con le altre forze di opposizione responsabile».

La strada è dunque tracciata. Ma la verità è che l’appello ai moderati, sbandierato a ogni pie’ sospinto dal premier («si può aprire a singoli deputati che non condividono più la linea del loro partito», aveva detto stamane), ha accelerato la nascita del nuovo soggetto. E che sia questa una forte preoccupazione lo si intuisce dalla citazione di un centrista navigato come Rocco Buttiglione. Che scomoda addirittura Benjamin Franklin per far capire l’aria che tira. «O ci mettiamo tutti insieme o ci impiccano uno per uno». Insomma avanti nel timore soprattutto di perdere pezzi per strada. Ma i rischi dell’impresa sono noti. A cominciare dalla leadership della neonata formazione su cui potrebbe registrarsi il primo vero scontro. Che Fini e Casini ambiscano entrambi a guidarla non è un mistero, ma non sarà facile conciliarne le esigenze.

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Il Terzo polo si riunisce a Roma e prova a tirar dritto, si rafforza Casini (di Sara Bianchi)

Ecco chi sono i deputati che Berlusconi vuole conquistare (di Celestina Dominelli)

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15 dicembre 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-12-15/fini-casini-lanciano-polo-181104.shtml?uuid=AYNqlxrC

REPORTAGE – Fini nel fortino: “Vedrete, ora ci divertiremo”

15/12/2010 – REPORTAGE

Fini nel fortino: vedrete, ora ci divertiremo

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Gli gridano di tutto, anche «c…». Chiedono le sue dimissioni
ma Gianfranco promette un Vietnam parlamentare per il Pdl

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di FABIO MARTINI
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ROMA – Sorride a chi lo irride. Sarà la forza dei nervi, sarà l’orgoglio del duro che non vuol mostrarsi sconfitto, sta di fatto che mentre lascia l’aula di Montecitorio, Gianfranco Fini istintivamente rivolge un sorriso e un «ciao, ciao» con la mano ai deputati del Pdl che dai loro scranni gli urlano di tutto. E qualcuno va decisamente oltre: «Pezzo di m…». Fini non si sofferma, esce dalla porta, entra nel Transatlantico e anche qui è bersagliato da altre volgarità: «Dimettiti coglionazzo!».

E mentre Fini si avvia verso il suo studio, in aula va in scena uno spettacolo inedito: un centinaio di deputati del Pdl, della Lega e qualche ministro (Ignazio La Russa), urlano a squarciagola l’Inno di Mameli, sventolano decine di vessilli tricolori che si erano portati dietro, mentre i più risoluti, una cinquantina, intonano un coro indirizzato a Fini, oramai lontano: «Di-mis-sio-ni, di-mis-sio-ni!».

Sentimenti e risentimenti che da sei mesi dividevano fino all’odio reciproco i due sfidanti. Sentimenti che alfine hanno tracimato come lava bollente dentro Montecitorio, trasformandosi in insulti grevi che hanno colpito lo sconfitto. Oramai da mesi, inferocito per la campagna del «Giornale» contro di lui e contro i suoi cari, Fini si era votato ad una missione: «Uccidere» politicamente Berlusconi. Tanto è vero che nelle ultime settimane, da presidente della Camera, non aveva esitato a prodursi in una escalation di esternazioni poco istituzionali e molto esplicite. E ora che l’assalto è fallito? Risalito nel suo studio al primo piano di Montecitorio, Fini fa capire ai fedelissimi che il programma non cambia e a caldo scolpisce una frase che potrebbe diventare proverbiale: «Ora? Ora ci divertiremo…». Certo, è un modo per esorcizzare la batosta ma anche un messaggio ai suoi: d’ora in poi a Berlusconi non gliene passeremo una. Italo Bocchino, il delfino del capo: «Nel 1948, dopo l’attentato a Togliatti, a Pajetta che aveva occupato la prefettura di Milano, il segretario del Pci disse: e ora che hai occupato che ci fai? Lo stesso diciamo noi: Berlusconi, con tre voti di maggioranza che ci fai».

Loro, i finiani hanno deciso subito che d’ora in poi passeranno a setaccio ogni singolo voto. A cominciare dalla mozione di sfiducia nei confronti di Sandro Bondi. Il Fli la appoggerà. Ma per continuare a pesare, la scialuppa del Fli non dovrà perdere altro equipaggio. E si dovrà presto chiarire cosa farà Fini: resterà presidente della Camera? Lui, a domanda diretta, risponde senza esitazioni: «Dimettermi? Non ci penso proprio». Certo, ora che il Pdl ha ripreso ad attaccarlo, per Fini è più difficile assecondare una tentazione che, pure, a settembre aveva preso seriamente in considerazione. Ma è molto significativo quel che dice Bruno Tabacci, uno dei capofila del (per ora teorico) Terzo Polo: «Personalmente non avrei mai avviato un’operazione politica occupando quel ruolo». Altrettanto serio il problema della tenuta dei parlamentari.

La dissociazione di Silvano Moffa, uno dei fondatori del Fli, ha fatto affiorare livore nei confronti del protagonismo di Italo Bocchino. Erano in tanti, a sconfitta consumata, a prendersela con gli «eccessi di Italo». Come se Bocchino avesse interpretato una sua linea, diversa da quella di Fini. Ma un avversario frontale, un uomo sincero come Giorgio Stracquadanio, rimuove l’equivoco: «Lo sappiamo tutti, il mandante della linea dura è sempre stato Fini». E d’altra parte, quando Moffa, per poter votare la sfiducia, ha chiesto la testa di Bocchino, Fini ha tagliato corto. Ma i futuristi lo sanno. Berlusconi ricomincerà a lavorarli ai fianchi per garantire più lunga vita al suo governo. Tra i moderati restati con Fini, non mancano quelli che potrebbero rimanere sensibili alla sirena berlusconiana. Ma non certo un personaggio, ieri protagonista di una sequenza a suo modo toccante.

A Montecitorio Fini aveva appena letto l’esito del voto di sfiducia e sugli scranni della maggioranza si cantava l’Inno di Mameli in uno sventolio di tricolori. Seduto al suo posto, Mirko Tremaglia, il legalitarissimo ragazzo di Salò che non ha mai amato Berlusconi e che, pur vacillando sul suo bastone e con la moglie ricoverata in clinica, è venuto a votare. Il vecchio Mirko, patriottico come nessun altro, con lo sguardo vitreo guardava quegli onorevoli che festeggiavano. Come ultras della curva.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/380011/

Le accuse del consiglio d’Europa: «Il capo del governo del Kosovo guidava il traffico di organi» / VIDEO: Kosovo PM Thaci: Mafia boss behind drugs, organ trafficking?

Kosovo PM Thaci: Mafia boss behind drugs, organ trafficking?

RussiaToday | 15 dicembre 2010 | 50 Mi piace, 9 Non mi piace

There’s a storm brewing over Kosovo, after a draft report from the Council of Europe linked Prime Minister Hashim Tatchi with serious human rights abuses, including organ and drugs trafficking. The paper also claims the international community has ignored suspected war crimes in the region for years. The full document will be presented on Thursday.

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Le accuse del consiglio d’Europa.

«Il capo del governo del Kosovo
guidava il traffico di organi»

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«Boss di un racket disumano avviato durante la guerra»: uccidevano i prigionieri con un colpo di pistola alla testa

Nov. 12: An elderly man stands outside the Medicus private medical clinic in Kosovo's capital Pristina.

AP

Nov. 12: An elderly man stands outside the Medicus private medical clinic in Kosovo’s capital Pristina.

Read more: http://www.foxnews.com/world/2010/11/12/eu-kosovo-probes-organ-trafficking/#ixzz18D4g8VzE

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Il capo del governo del Kosovo, Hashim Thaci (reuters)
Il capo del governo del Kosovo, Hashim Thaci (reuters)

MILANO – Il capo del governo del Kosovo, Hashim Thaci, sarebbe il boss di un racket che ha iniziato le sue attività criminali nel corso della guerra del Kosovo proseguendole nel decennio successivo. Secondo il rapporto stilato dalla commissione d’inchiesta del Consiglio d’Europa sul crimine organizzato il premier kosovaro sarebbe a capo di un gruppo mafioso albanese responsabile del traffico di armi, di droga e di organi umani nell’Europa dell’Est. Il rapporto, che conclude due anni di indagini e cita fra le sue fonti l’Fbi e altri servizi di intelligence, scrive che Thaci ha esercitato un «controllo violento» nell’ultimo decennio sul commercio di eroina. Uomini della sua cerchia sono accusati di aver rapito uomini e donne serbe al confine con l’Albania per ucciderli e privarli dei reni, venduti poi al mercato nero. Nel suo rapporto, lo svizzero Dick Marty – deputato elvetico all’Assemblea Parlamentare del Consiglio ed ex procuratore del Canton Ticino ora relatore per i diritti umani e le questioni giuridiche del Consiglio d’Europa – afferma che gli indipendentisti kosovari dell’Uck hanno gestito alla fine degli anni Novanta un traffico di organi ai danni di prigionieri serbi. Secondo Marty, tale traffico era controllato da una formazione dell’Uck denomonata «Gruppo di Drenica», capeggiata dall’attuale primo ministro kosovaro, Hashim Thaci. E vi sarebbero «numerosi indizi» che «gli organi venissero estratti da prigionieri di una clinica in territorio albanese, nei pressi di Fushe-Kruje (20 km a nord di Tirana)».

RENI, EROINA E ARMI – Nel testo, disponibile su internet, si ricorda che del traffico di organi espiantati a prigionieri di guerra serbi fa menzione Carla Del Ponte, l’ex-procuratore del Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia, nel suo libro pubblicato in prima battuta in Italia La caccia – Io e i criminali di guerra. Tragico dubbio che diventa protagonista di  The Empty House, documentario prodotto da PeaceReporter in cui, a partire dalla Casa Gialla (dove secondo le accuse si espiantavano gli organi), si denuncia il dramma delle persone scomparse durante la guerra in Kosovo. Una storia, raccontata in multimediale, che si concentra appunto sul dubbio che alcune persone scomparse siano state vittime di un traffico di organi. Un secondo e ultimo riferimento all’Italia fatto dal rapporto riguarda «analisti» del Sismi, il servizio segreto militare, e dell’intelligence tedesca, britannica, greca e della Nato che definirebbero «abitualmente» l’attuale premier kosovaro Hashim Thaci come «il più pericoloso tra i padrini della mala dell’Uck». I responsabili di questi traffici sarebbero i leader di etnia albanese dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck). Secondo le testimonianze raccolte dal rapporto del Consiglio d’Europa, i prigionieri di guerra serbi e altri civili venivano uccisi con un colpo di arma da fuoco alla testa. Gli affari si facevano soprattutto con reni, venduti a cliniche private straniere. Un ruolo fondamentale avrebbe avuto in tutta la vicenda Shaip Muja, anch’egli ex comandante dell’Uck e ancora oggi stretto collaboratore politico di Thaci, responsabile delle questioni sanitarie.

LO SDEGNO DI PRISTINA – A Pristina, dove Thaci con il suo Partito democratico del Kosovo ha vinto le elezioni legislative anticipate di domenica scorsa, il governo ha smentito seccamente il contenuto del rapporto di Dick Marty. Respingendo le accuse, una nota governativa lo ha definito «senza fondamento». Si tratterebbe di «invenzioni» finalizzate a coprire «di obbrobrio l’Uck e i suoi dirigenti». In una nota pubblicata nella notte si legge: «È evidente che qualcuno vuol fare del male al primo ministro Thaci dopo che i cittadini del Kosovo gli hanno dato chiaramente la loro fiducia per continuare il programma di sviluppo del Paese». Il governo ha quindi annunciato l’intenzione di adottare «tutte le misure possibili e necessarie per rispondere alle invenzioni e alle calunnie di Dick Marty, ivi comprese misure giudiziarie e politiche». In un comunicato il premier di Pristina preannuncia «tutti i passi necessari, compreso il ricorso a mezzi legali e politici» nei confronti dell’autore della relazione, Dick Marty.

NEMICI DELL’INDIPENDENZA – «Faremo squalificare le calunnie del signor Marty», ammonisce il comunicato ufficiale, in cui si addebitano le accuse contenute nel rapporto ai «nemici dell’indipendenza» dell’ex regione serba a maggioranza albanese. «I cittadini kosovari e l’opinione pubblica internazionale nel suo complesso non credono alle diffamazioni messe in circolazione da chi si oppone all’indipendenza e alla sovranità del nostro Paese», si afferma, «e non permetteranno in alcun modo che certi demagoghi macchino la limpida lotta dell’Esercito di Liberazione del Kosovo e il sacrificio di tutti i cittadini della nostra patria». L’Esercito di Liberazione o Kla, di cui Thaci era comandante, sarebbe servito da copertura per gli affari illeciti da questi portati avanti prima, durante e dopo la guerra. Il comunicato governativo si conclude con un appello a tutti i 47 Stati membri del Consiglio d’Europa, ai quali mercoledì a Parigi verrà presentato il Rapporto, affinchè «si oppongano con forza a questo documento diffamatorio».

IL RICONOSCIMENTO – Il Pdk (Partito Democratico del Kosovo) guidato da Thaci, pur in calo di consensi, ha ottenuto il maggior numero di voti nelle elezioni anticipate di domenica scorsa nell’ex regione serba a maggioranza albanese. Per quanto difficile appaia la formazione di un nuovo esecutivo di coalizione a Pristina, l’incarico dovrebbe essere riconferito a Thaci e, una volta formata la compagine, si ripresenterà la questione dei negoziati con la Serbia, che continua a non riconoscere l’indipendenza kosovara, proclamata unilateralmente nel febbraio 2008.

LA SODDISFAZIONE DI BELGRADO – Dal canto suo, Belgrado ha espresso grande soddisfazione per il Rapporto del Consiglio d’Europa sul presunto traffico di organi umani ai danni di cittadini serbi. Tale rapporto, ha detto il viceprocuratore serbo per i crimini di guerra, Bruno Vekaric, «è una grande vittoria della Serbia nella lotta per la verità e la giustizia». «Grazie all’aiuto del presidente, Boris Tadic, e agli sforzi continui degli organi giudiziari serbi, abbiamo conseguito la vittoria e abbiamo restituito la speranza alle famiglie delle persone rapite o dei dispersi», ha aggiunto Vekaric auspicando che la pubblicazione del rapporto del Consiglio d’Europa, «estremamente positivo», consentirà l’apertura di numerose inchieste sui traffici di organi in Kosovo e Albania, dove le autorità giudiziarie hanno ignorato per anni gli appelli a far luce su tale problema.

I DUBBI DI MOSCA – In visita ufficiale a Mosca, il ministro degli esteri serbo Vuk Jeremic ha messo in dubbio che vi sia un futuro politico per Hashim Thaci. Secondo Jeremic il documento rivelerebbe «la terribile realtà» kosovara: «È un segnale che mostra come sia ormai tempo per il mondo civilizzato di smetterla di voltarle le spalle», ha detto. «Questo rapporto svela che cosa è il Kosovo, e chi è che lo guida». Dello stesso avviso di Jeremic è l’omologo russo Serghei Lavrov, il cui Paese parimenti non riconosce il Kosovo come Stato sovrano. Lavrov ha affermato di essere «molto allarmato» per quanto emerge dal rapporto Marty che, ha sottolineato, «non può restare secretato» poiché «tutti dobbiamo assicurare che gli sia data la più ampia diffusione possibile». Il capo della diplomazia russa ha quindi ribadito la posizione di Mosca, che si rifà ancora alla risoluzione adottata nel 1999 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in cui si faceva del Kosovo una sorta di area neutrale sotto l’amministrazione del Palazzo di Vetro. «Noi», ha affermato ancora Lavrov, «sosteniamo la necessità di un dialogo diretto tra le autorità di Belgrado e quelle di Pristina, soltanto nel cui ambito è possibile trovare una soluzione a lungo termine per il Kosovo, fondata su un reale compromesso accettabile reciprocamente da ambedue le parti. In tale processo», ha ammonito, «qualsiasi intervento straniero va accuratamente valutato e soppesato».

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Redazione Online
15 dicembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_dicembre_15/traffico-corpi-kosovo-cina_047c6608-0827-11e0-b759-00144f02aabc.shtml

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READ (link) Report

Restricted                                                                                                                                  [provisional version]

AS/Jur (2010) 46

12 December 2010

Ajdoc46 2010

Committee on Legal Affairs and Human Rights

Inhuman treatment of people and illicit trafficking in human organs in Kosovo

Draft report

Rapporteur: Mr Dick Marty, Switzerland, Alliance of Liberals and Democrats for Europe
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SCONTRI A ROMA – Agenti che fanno i Black bloc? Sembra proprio di si / Le foto che incriminano

Black bloc o agente?

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Un ragazzo a volto coperto che colpisce finanzieri e attacca blindati della polizia. Viene fermato dagli agenti. Ma in altre foto soccorre un militare mostrando le manette. Ecco le foto più misteriose che hanno scatenato la polemica sui provocatori negli scontri di Roma

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di Gianluca Di Feo e Tiziana Faraoni
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Attacca con una vanga un blindato della polizia, solo e temerario. Il volto coperto da una sciarpa, sfida lo sbarramento della zona rossa nel cuore degli scontri, a pochi metri da Senato. Colpisce il vetro del furgone della Celere, subito seguito da un altro ragazzo. Poi è di nuovo all’assalto: armato con una specie di spranga, si getta contro uno schieramento di uomini delle Fiamme Gialle. Afferra anche una tavola di legno per picchiare i militari. Ancora dopo è presente alla scena del finanziere aggredito che impugna la pistola.

È sempre lui, in un angolo accanto alla vetrina: ma questa volta ha in una mano il manganello e nell’altra le manette. Ed è dalla parte delle forze dell’ordine (guarda la sequenza fotografica).
Poi un video di Youreporter e uno filmato da Prospekt per L’espresso lo fanno vedere mentre viene fermato da alcuni agenti. Grida di essere “minorenne”. E poco dopo in un’altra immagine infine si mostra a volto scoperto, dietro il muro dei militari, accanto ai due poliziotti.

Intorno a questi documenti si è acceso il dibattito sulla presenza di agenti provocatori nei cortei che hanno fatto vivere un giorno di guerra nel centro della Capitale. Il Pd ha denunciato la questione. La polizia ha negato la presenza di provocatori. E il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha annunciato che riferirà alle Camere.

Chi è il misterioso ragazzo? È un professionista della guerriglia urbana, che da solo si mette alla guida di almeno tre attacchi contro le forze dell’ordine, brandendo ogni genere di arma impropria? Oppure si tratta di agente provocatore, come sembrano indicare numerosi indizi?
Il ragazzo con il giubbotto beige è inconfondibile. Ha scarpe bianche Nike, che spiccano su quelle scure della massa. Jeans scoloriti, cadenti, che cerca di tirare su quando è con i poliziotti. E indossa un unico guanto destro, a righe bianche e rosse. Sia negli attacchi, sia quando impugna le manette, si copre il volto con una sciarpa chiara. Negli scatti si notano diversi “tutori della legge” travisati come dimostranti. La sequenza dell’aggressione al finanziere mostra alcuni agenti con il viso coperto. Uno di loro soccorre il sottufficiale nella mischia: ha un vistoso parka con un disegno geometrico a varie tonalità di grigio e occhiali da sci. E subito dopo è accanto al presunto provocatore. La scena dello scontro per liberare il militare delle Fiamme Gialle evidenzia quelli che appaiono come altri due “infiltrati”. Uno è quello che poi abbraccia il sottufficiale, come a calmarlo.

L’altro è quello vestito con una giacca a vento nera che si getta contro gli aggressori, impugnando una ricetrasmittente. E poi nella confusione viene colpito dal manganello di un basco verde sopraggiunto di corsa. Quanti erano gli agenti mescolati ai black bloc nella giornata che ha fatto ripiombare la capitale nel clima degli anni di piombo? E quale è stato il loro ruolo nella guerriglia metropolitana con decine di feriti e danni gravissimi?

Durante la mischia che coinvolge i finanzieri il giovane misterioso che impugna manganello e manette non viene fermato. Le immagini lo mostrano solo bloccato dai poliziotti in una diversa fase degli scontri, in un luogo differente. E sarà importante stabilire la cronologia di questi episodi, per capire se è stato rimesso in libertà prima o dopo le foto in cui gli agenti lo afferrano. È anche anomalo che a 24 ore dalla guerriglia una figura che ha avuto un ruolo così importante non sia stata ancora identificata.

L’uso di personale infiltrato nelle manifestazioni di piazza è prassi antica e legittima. Serve per controllare i movimenti della folla, identificare i soggetti che guidano gli assalti, intervenire “dall’interno” nei momenti più delicati. Un impiego frequente anche negli stadi ma soprattutto in occasione di cortei politici, quando si teme che nuclei organizzati possano spingere la massa verso la violenza.

Anche durante il G8 di Genova molte foto hanno documentato la presenza di agenti in borghese, mescolati alle marce nei momenti pacifici e nelle giornate della battaglia. Ma nonostante i sospetti non è mai stata documentata l’opera di provocatori: uomini delle forze dell’ordine “in incognito” che aggredissero loro colleghi o partecipassero alla devastazione dei negozi.

Le immagini del “ragazzo con il giubbotto beige” invece sembrano confermare le ipotesi più inquietanti. Quella stessa sequenza certifica anche la natura dei dimostranti, organizzati per colpire in una violenza pianificata. Che ha cercato di coinvolgere nella guerriglia una folla di studenti, di precari e di terremotati abruzzesi. È però necessario chiarire l’attività degli agenti infiltrati nelle fasi più dure degli scontri. A tutela della legalità democratica e dei tanti uomini delle forze dell’ordine che si sono fatti picchiare rispettando le regole dell’ordine pubblico.

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15 dicembre 2010
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Ecco la sequenza fotografica. A cura di Tiziana Faraoni

Black bloc o agente provocatore?

Il presunto agente provocatore attacca la Guardia di Finanza brandendo una spranga metallica. Notare il guanto a righe bianche e rosse che copre la mano destra

Black bloc o agente provocatore?

Lo stesso soggetto va all’attacco dei finanzieri questa volta armato con una mazza di legno. Notare sempre il guanto a righe rosse e bianche. Si vede anche la sciarpa chiara

Black bloc o agente provocatore?

Il presunto agente provocatore colpisce un blindato della polizia con una pala. Identici i jeans e le scarpe. L’immagine è stata scattata in Corso Rinascimento, a pochi metri dalla sede del Senato, dove sono cominciati gli scontri

Black bloc o agente provocatore?

Il presunto agente provocatore colpisce un finanziere con una spranga metallica. Notare il solito guanto bianco-rosso. L’immagine è in una zona diversa da corso Rinascimente, dove è stato ripreso l’assalto con la pala al blindato della polizia

Black bloc o agente provocatore?

Eccolo con la pala sulla spalla, la stessa brandita contro il mezzo della polizia in prossimità del Senato. Il guanto bianco-rosso, la sciarpa, per nulla intimorito dalla guerriglia

Black bloc o agente provocatore?

Il presunto agente provocatore durante i soccorsi al finanziere aggredito. Alla destra il guanto bianco-rosso impugna il manganello, nella sinistra le manette. Siamo in una zona diversa di Roma: tra via del Corso e via Tomacelli

Black bloc o agente provocatore?

Gli aggressori del finanziere si ritirano. Il presunto agente provocatore è lì, con manette e manganello. Dietro a lui, un altro agente infiltrato.

Black bloc o agente provocatore?

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fonte:  http://espresso.repubblica.it/multimedia/fotogalleria/27443155

STESSI SERVIZI, E’ CHIARO – Pressione fiscale, Italia terza al mondo, davanti ci sono Svezia e Danimarca

Penultima invece per il lavoro giovanile

Pressione fiscale, Italia terza al mondo

Nel 2009 con il fisco al 43,5% del Pil superato anche il Belgio. Ora davanti ci sono solo Svezia e Danimarca

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MILANO – Una medaglia di bronzo che tutti gli italiani avrebbero preferito non avere. È quella della pressione fiscale più alta al mondo, che nella classifica dei Paesi più tartassati vede l’Italia nel 2009 raggiungere il terzo posto scavalcando il Belgio che ci precedeva e ora vede le prime due posizioni, occupate però saldamente da Danimarca e Svezia. Lo riferisce l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nelle stime preliminari relative all’anno scorso contenute in Revenue Statistics.

PRESSIONE – In Italia la pressione fiscale è cresciuta dal 43,3% del prodotto interno lordo del 2008 al 43,5% del 2009. Il Bel Paese supera così il Belgio, che nel 2009 ha visto il peso del fisco diminuire di un punto percentuale netto: dal 44,2% del 2008 al 43,2%. Prima dell’Italia nel 2009 si collocano quindi solo la Danimarca (48,2%) e la Svezia (46,4%).

LAVORO GIOVANILE – Situzione diamentralmente opposta per quanto riguarda il lavoro giovanile. Secondo i dati Ocse, l’Italia è al penultimo posto tra i 33 Paesi membri per quanto riguarda il tasso dell’occupazione giovanile. In Italia solo il 21,7% dei giovani tra i 15 e i 24 anni è occupato, contro una media Ocse del 40,2%. Dietro l’Italia c’è solo l’Ungheria con il 18,1%. L’Italia ha anche il minor tasso di occupati tra i giovani laureati e la maggior percentuale di giovani «falsi autonomi»: infatti nel 2008 circa il 10% dei giovani occupati italiani risultava autonomo ma senza dipendenti, contro una media del 3% nell’Ue. Tra gli occupati inoltre, riporta ancora lo studio, il 44,4% ha un impiego precario, e il 18,8% lavora part time. Per quanto riguarda i disoccupati, oltre il 40% sono senza lavoro da lungo tempo, e il 15,9% non studiano né lavorano: tra questi ultimi 6,7 milioni sono in cerca di un impiego mentre altri 10 milioni hanno smesso di cercare.

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Redazione online
15 dicembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/economia/10_dicembre_15/fisco-italia-alto_45f3dc34-083f-11e0-b759-00144f02aabc.shtml

fonte immagine

L’ambasciata Usa: l’Italia tenta di censurare Internet e favorisce Mediaset

14/12/2010 – WIKILEAKS PUBBLICA UN CABLO DEL FEBBRAIO 2010 IN CUI THORNE CRITICA IL DECRETO ROMANI

L’ambasciata Usa: l’Italia tenta di censurare Internet

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Dubbi sulle scelte del governo: “Cercano di favorire Mediaset a danno di Sky”

I sostenitori di WikiLeaks indossano maschere a tema

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di BIANCA SABATINI
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Il decreto Romani «darà margine per bloccare o censurare qualunque contenuto» su Internet e «sembra favorire Mediaset a svantaggio di Sky, uno dei suoi maggiori concorrenti». È il giudizio espresso lo scorso 3 febbraio dall’ambasciatore americano a Roma, David Thorne, in un cablogramma diffuso da Wikileaks e rilanciato da El País. Nel dispaccio «confidenziale » si cita l’opposizione italiana secondo la quale il provvedimento Romani «mette in pericolo la libertà di espressione ed è una minaccia alla democrazia italiana».

L’ambasciatore americano riferendosi anche a parti della legge che poi vennero stralciate nota che sarebbe «un precedente per nazioni come la Cina che possono copiarla o citarla come giustificazione per gli attacchi alla libertà di espressione». Particolare attenzione viene dedicata a Sky: «Funzionari di Sky ci hanno detto che il viceministro Romani sta guidando gli sforzi all’interno del governo italiano per aiutare Mediaset di Berlusconi e per mettere Sky in svantaggio. Questo è uno schemafamiliare: Berlusconi e Mediaset hanno usato il potere di governo in questo modo sin dai tempi di Bettino Craxi».

Il testo è del 3 febbraio ma al decreto venne dato il via libera solo a marzo e nel testo approvato dal governo vennero escluse molte delle limitazioni al web. Il decreto definitivo non cancellò invece la riduzione progressiva dei tetti di affollamento orario della pubblicità per la pay tv (dal 18% al 12% di qui al 2012), misura fortemente contrastata da Sky.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/379877/