MINISTRO LA RUSSA, SI VERGOGNI!! HA GIA’ DIMENTICATO LE ‘SUE’ DI BOMBE?

MINISTRO LA RUSSA, SI VERGOGNI!! HA GIA’ DIMENTICATO LE ‘SUE’ DI BOMBE?

GUARDI BENE QUESTA FOTO E NON LA DIMENTICHI PIU’!


UN ESTRATTO DA:

[Piazza Fontana noi sapevamo] VINCENZO VINCIGUERRA: «IL PASSATO CHE NON PASSA»

01/06/2010

PIAZZA FONTANA, NOI SAPEVAMO di Andrea Sceresini, Nicola Palma, Maria Elena Scandaliato

Se vogliamo che il passato cessi di essere il nostro presente e non condizioni il nostro futuro, esigere che le persone che hanno ricoperto cariche politiche e pubbliche in quegli anni siano allontanati dalla politica e dalle istituzioni, è il primo passo da compiere.

Non si comprende, difatti, quale verità potrà mai essere affermata fino a quando si permetterà a Ignazio La Russa di fare attività politica.

Non servono prove giudiziarie per sapere che Ignazio La Russa è stato fra i protagonisti, come dirigente del Msi di Milano, degli anni di sangue vissuti dal capoluogo lombardo.

Quello che un delinquente da strapazzo, Mauro Addis, chiamava confidenzialmente “Ignazio”, ha conosciuto tutti e tutto, ma ovviamente non ha mai detto nulla perchè non può denunciare altri senza autodenunciare se stesso.

L’ex direttore onorario del carcere di Opera, Renato Vallanzasca, in un libro scritto per lui da un giornalista., parlò di un dirigente missino di Milano che pagava la malavita per fare mettere bombe e, senza farne il nome, specificò che in quel momento ricopriva un’alta carica istituzionale: Ignazio La Russa, quando venne pubblicato il libro di Vallanzasca, era vicepresidente della Camera dei deputati.

Serve ricordare le parole dell’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che di La Russa ebbe a dire che nuotava nel brodo dell’eversione nera o, meglio, che era ad essa attiguo.

Quando, quattro cialtroni missini lanciarono bombe a mano su uno sbarramento di polizia, il 12 aprile 1973, uccidendo l’agente di Ps, Antonio Marino, La Russa c’era, ma secondo lui e i magistrati milanesi, dormiva come il suo compare Franco Maria Servello.

Era sveglio, viceversa, il La Russa quando si è recato a rendere omaggio alla salma di Nico Azzi il mancato autore della strage sul treno Torino-Roma del 7 aprile 1973.

Un gesto significativo, perchè Nico Azzi ed i suoi colleghi erano parte integrante di quell’ “eversione di Stato” che doveva rafforzare il Msi dei La Russa e dei Servello per farne un partito di governo.

Le Forze armate italiane hanno perduto il loro onore l’8 settembre 1943. Il fatto di avere oggi Ignazio La Russa come ministro della Difesa, prova che non lo hanno mai riscattato.

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fonte:  http://blog.alibertieditore.it/?p=2978

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UN ALTRO ESTRATTO, DA POLIZIA NELLA  STORIA

Omicidio Volontario – La guardia Antonio Marino

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Quel brutto 1973 si era aperto con segnali molto preoccupanti per l’ordine pubblico. Già il 31 maggio 1972, nella famigerata strage di Peteano, tre Carabinieri erano stati dilaniati da un’auto-bomba per la quale ancora oggi non è stato possibile risalire a mandanti e a moventi definitivi, grazie ad un continuo scaricabarile dall’uno all’altro versante politico.
Molti stavano già parlando di una nuova “stagione delle bombe” e Milano sembrava essere diventata suo malgrado la capitale politica di questo fenomeno. Il 7 aprile di quell’anno, appena cinque giorni prima della morte di Antonio Marino, c’erano già state prove di strage: all’altezza della stazione ferroviaria di Santa Margherita Ligure, Nico Azzi del gruppo “La Fenice” di Milano (la denominazione milanese del movimento di estrema destra “Ordine Nuovo”), si feriva nel tentativo di compiere una strage sul direttissimo Torino-Genova-Roma. Nell’innescare in una toilette del treno due saponette di tritolo militare da mezzo chilo, un contatto, forse provocato da uno scossone della carrozza, faceva esplodere uno dei due detonatori. L’attentatore con una gamba straziata veniva immediatamente arrestato. Ma Nico Azzi non aveva agito da solo. Con lui erano stati notati alcuni giovani che nei corridoi avevano a lungo ostentato copie del quotidiano “Lotta Continua”. La strage, collegata ad altri attentati, oltre che gettare il Paese nel panico e spianare la strada a un governo militare, doveva infatti, attraverso false rivendicazioni, anche riorientare a sinistra le indagini su Piazza Fontana, da qualche mese pericolosamente sulle piste delle “cellule” di “Ordine Nuovo” del Veneto.

La destra politica coglie subito l’occasione per chiamarsi fuori da simili strumentalizzazioni e, proprio a Milano, indice per il 12 aprile una manifestazione organizzata dal Movimento Sociale – Fronte della Gioventù, ufficialmente allo scopo di protestare contro la sempre più incontrollabile marea montante della violenza “rossa”. A questa manifestazione devono partecipare nomi importanti del partito: Franco Maria Servello, delegato MSI per Milano; l’onorevole Franco Petronio; Ignazio La Russa, all’epoca segretario regionale del Fronte della Gioventù; Ciccio Franco, che chi ha un minimo di memoria storica ricorda sulle barricate di Reggio Calabria a capitanare i moti insurrezionali del 1971. Anche qui, altri tre Poliziotti caduti: Antonio Bellotti, Gabriello Pieroni, Vincenzo Curigliano.

Ma, vista l’organizzazione paramilitare dei manifestanti che ha caratterizzato gli scontri di porta Venezia, non posso fare a meno di pensare che essi dovessero servire come sorta di paravento per mascherare l’ennesima “caccia al comunista” per le vie di Milano.

La tensione politica che porterà alla morte di Antonio Marino stava già crescendo in modo incontrollato da qualche giorno, con la manifestazione una volta autorizzata, un’altra volta vietata, poi ancora autorizzata. Fino alla mattina del 12 aprile, un giovedì di inizio primavera, quando il Prefetto Mazza vieta ogni manifestazione fino al successivo giorno 25. Ciò nonostante, verso le 17:30 un nutrito gruppo di missini – oltre un centinaio – si raduna presso la sede del MSI di via Mancini, con l’intenzione di spostarsi nella vicina piazza Tricolore, mentre una delegazione del partito veniva nel frattempo ricevuta in Prefettura.

Quel giorno, il Reparto Celere di Milano è in stato di allerta: una condizione alla quale le guardie avevano fatto ormai l’abitudine. Antonio Marino viene comandato di servizio già dalla prima mattina. Gli ordini sono chiari: controllare ogni punto della città che potrebbe essere interessato da manifestazioni politiche di qualsiasi tipo; in questo caso, le stesse dovevano subito essere represse. Milano è blindata: la Polizia ha ricevuto rinforzi da Padova, da Bologna, da Firenze. Come ho detto, questi sono anni duri: l’ordine pubblico di allora non aveva nulla a che vedere con quello dei giorni nostri e lo Stato rispondeva alla violenza terrorista con l’unico metodo che conosceva: repressione a tutti i costi, come pochi anni prima Scelba voleva che si facesse in ogni piazza d’Italia.

Nel primo pomeriggio di quel 12 aprile era già chiaro a tutti i Poliziotti che lo scopo principale della giornata per loro era quello di riportare a casa la pelle: durante alcune scaramucce in mattinata era già stata lanciata all’indirizzo di un “cordone” di agenti una prima bomba a mano che aveva ferito un militare e un passante. E non si trattava delle “solite” molotov a cui ci si era bene o male abituati: no, queste sono bombe a mano del tipo SRCM, usate dai militari in guerra. Sono bombe a frammentazione, il cui effetto è tanto più devastante quanto più ampio è il loro raggio di azione.

Antonio Marino è lì con la sua compagnia. Riceve l’ordine di schierarsi tra via Bellotti e via Poerio per impedire ai manifestanti di raggiungere la Prefettura. Ne scaturiscono scontri violentissimi: cariche, controcariche, lacrimogeni. Si ode anche qualche colpo di pistola.
Sono le 17:30. I ragazzi della “Celere” si ricompattano per l’ennesima volta. Sono stanchi, affamati, storditi dal fumo acre dei lacrimogeni. Antonio è in prima fila, imbraccia il suo scudo rettangolare che deve proteggere i suoi colleghi dal lancio di sassi e sampietrini. Dall’angolo di via Poerio sbucano due loschi figuri: sono due militanti delle frange estreme del MSI: Maurizio Murelli, 19 anni, e Vittorio Loi, 21 anni, quest’ultimo figlio del famoso pugile Duilio Loi. Erano già stati visti poche ore prima in piazza San Babila assieme ad altri “duri” del partito; alcuni testimoni dichiareranno poi di averli sentiti mentre stabilivano come dividersi pistole, mazze ferrate e – soprattutto – tre bombe a mano: avevano litigato per questo, per avere l'”onore” di tirarle ai poliziotti.
I due giovani hanno le mani in tasca. Vedono il “cordone” del 3° Celere. Anche Antonio li vede: sono due tipacci che non portano niente di buono. E quando li nota tirare fuori le mani dalle tasche e lanciargli contro qualcosa, di sicuro deve avere pensato all’ennesimo lancio di sampietrini. E invece i due gli lanciano contro una SRCM. Antonio alza d’istinto lo scudo, chiude gli occhi in attesa dell’urto del sasso, preparandosi con il corpo a contrastarne l’impatto.

Non li riaprirà mai più.

La bomba si infila maligna tra lo scudo e il corpo del giovane Poliziotto, esplodendo con effetti devastanti. A basket lo si sarebbe potuto considerare un lancio da 3 punti… Altri 12 agenti resteranno feriti da quel maledetto scoppio.
Il resto è affidato alle immagini della RAI, le prime a colori: un Poliziotto è riverso a terra, supino in una macchia di sangue di dimensioni immense che si è allargata su tutta la strada; la nuova tuta grigio-verde che da pochi mesi era stata adottata dai reparti celeri è squarciata in più punti, l’elmetto modello 33 è rotolato lontano. Qualcuno pietosamente – ma sempre troppo tardi – copre quello scempio con un lenzuolo bianco…. Il bianco del lenzuolo, il verde dell’uniforme, il rosso del sangue: il più triste tricolore che rimbalzerà su tutte le pagine dei giornali.

Scoppia l’inferno. I colleghi di Antonio perdono la testa e solo l’intervento del Questore di Milano scongiura l’inizio di una caccia all’uomo per le strade della città. Al rientro alla “Sant’Ambrogio” succede di tutto: insulti contro i superiori, atti di insubordinazione, ordini di servizio strappati, ammutinamenti e sit-in in cortile. Le forme spontanee di protesta si propagano nelle caserme di Pubblica Sicurezza come un’epidemia. Inutilmente. Perchè la stagione delle bombe, i morti di piazza, il numero di colleghi infortunati e resi invalidi per colpa dell’imbecillità umana continueranno a crescere.

Ecco chi era Antonio Marino.
Ecco come è morto.

Come Antonio Sarappa, Antonio Annarumma, Antonio Bellotti, Federico Masarin, Carlo Reggioli e Antonio Custra è l’ennesimo caduto “scomodo” che è più facile dimenticare che onorare.
Perche per alcuni in fin dei conti un omicidio volontario rientrava nel gioco delle parti.
I suoi due assassini vennero presi e condannati: 20 anni a testa, più o meno, per la morte di un Poliziotto.
Oggi sono liberi.

Di Antonio rimane invece una lapide sbiadita dal tempo e sotto cui quotidianamente passano centinaia di Milanesi. E se non fosse stato per un comitato spontaneo che si è dato da fare per rendergli onore, probabilmente non ci sarebbe nemmeno quella.
Da quell’aprile 1973 sotto di essa sono passate almeno due generazioni meneghine.
Chissà quanti avranno alzato la testa per leggerla.
Chissà quanti avranno ricordato quel triste pomeriggio di primavera.
E chissà quanti l’avranno letta, allontanandosi nell’indifferenza con una scrollata di spalle.

Di sicuro noi no.

In aggiunta serve ricordare come l’allora MSI finanziò la difesa dei due imputati, poi risultati colpevoli, dell’uccisione del povero Marino, con 22 milioni di lire dell’epoca; e come, sempre l’allora MSI di La Russa e Fini, promise 20 milioni delle stesse lire alla famiglia di Marino quale risarcimento danni. Quasi inutile aggiungere che di quei soldi si vide nemmeno l’ombra, tant’è che la famiglia Marino adì le vie giudiziarie nei confronti del Movimento Sociale.

mauro

Una risposta a “MINISTRO LA RUSSA, SI VERGOGNI!! HA GIA’ DIMENTICATO LE ‘SUE’ DI BOMBE?”

  1. gianni tirelli dice :

    L’ITALIA: UN PAESE SOTTO SCACCO

    Sono rimasto impietrito di fronte all’attacco squadrista in diretta tv sferrato dal ministro della difesa La Russa, ad “Anno Zero”, contro un giovane studente che esprimeva civilmente le sue ragioni. Ero incredulo, per tanto odio e immotivata ferocia, mentre, nel frattempo, la mia rabbia montava attimo dopo attimo e così la frustrazione da impotenza. Ero a tal punto compresso che, per non dare in escandescenze, rischiando di fare a pezzi il televisore e un reperto archeologico nelle vicinanze, mi rifugiai dentro un pianto liberatorio. Quella notte non chiusi occhio! Certo, l’atteggiamento criminoso del ministro della difesa La Russa, aveva scosso il mio essere in ogni sua cellula, ma le ragioni della mia insonnia, erano ben altre; più dolorose e deprimenti.
    a) Il silenzio assenso del vicedirettore del “Giornale” Nicola Porro, tristemente salito agli onori della cronaca per meriti deontologici. Una commistione di ricatti, intimidazione e dossier, in perfetta linea feltriana.
    b) L’ignavia e l’ipocrisia di Pierferdinando Casini che, in veste di giudice supremo di verità e imparzialità, pretendeva dall’ignaro studente (in maniera strumentale e demagogica e speculando sulla sua giovane età e inesperienza), di schierarsi e prendere posizione, allo scopo di garantirsi pubblicamente la laurea “ad honoris causa” del perfetto moderato. Lui, il politico dei senza se e senza ma. Cattolico e divorziato. Paladino della famiglia, schierato idealmente con il suocero Caltagirone.
    c) L’intervento blando, ininfluente e poco convinto di Santoro che, sinceramente, è ciò che più mi ha amareggiato e addolorato.
    Solo il buon Di Pietro, l’analfabeta, il giustizialista, il populista, ha restituito un minimo di dignità e di autentica democrazia a una bagarre vile e vergognosa, dove infamia e mistificazione avevano tradito ogni buon senso, corretta analisi e frammento di verità.
    Alle richieste legittime dei manifestanti, si contrappongono i comportamenti irresponsabili e sistematici di questa cricca al potere, carichi di protervia e di tracotanza, fomentando l’odio, il rancore, la violenza e la vendetta. Può mai essere definito un traditore chi, anche se tardivamente, si dissocia da quest’orda di figuri? Può essere mai accusato di tradimento chi rinuncia ai suoi privilegi e alla più comoda immobilità, rischiando sulla propria pelle, gli effetti di una tale, irrinunciabile, doverosa e coraggiosa scelta? Può mai definirsi tradito un puttaniere impenitente che, della prostituzione, ha fatto il suo programma politico e, dell’impunità, il fine del suo mandato? Solo nei regimi ignoranti e populisti, che hanno esaurito la loro carica demagogica e propagandista ci si appella, come estrema rathio, alla lealtà verso il capo indiscusso. Pena, l’eterna e indelebile onta del tradimento. L’infedeltà a tutto campo, di Silvio Berlusconi è conclamata, e preclude ogni civile e leale convivenza.
    L’altra sera ad “Anno Zero”, un bravo ragazzo e studente modello che, con senso civile, lealtà e candore ha onorato il suo dovere di cittadino responsabile e consapevole, è stato deriso, umiliato, mortificato, zittito e sbeffeggiato e offerto a pubblico ludibrio come esempio di pericoloso sovversivo, e terrorista. Il Popolo delle libertà, non è che una grottesca messinscena carnevalesca, che usa il parlamento, come copertura. Una roccaforte del malaffare, dove si organizzano oscure trame, complotti, dossier e si smistano pizzini. Il berlusconismo è l’esatta rappresentazione iconografica del peggio di questo paese che ha calamitato al suo interno la parte più marcia dell’imprenditoria italiana, i reietti del sottobosco politico e la creme della peggiore feccia umana in circolazione. Un sottobosco culturale di quart’ordine, maestri di mistificazione e di contraffazione della realtà, che hanno fatto della menzogna una regola relazionale, della licenza un baluardo di libertà e della dignità mercimonio.
    E’ il bugiardo oltranzista che dubita sempre della parola altrui, ed è chi pratica la professione del ladro che periodicamente stila l’inventario dei suoi beni, spinto dal continuo sospetto che qualcuno glieli possa sottrarre. E’ il peccatore che ti assolve dai peccati e sono le persone inaffidabili che non si fidano di nessuno. In fine, è il traditore della patria che, del patriottismo, fa il suo estremo rifugio – quell’introiezione proiettiva che lo porta ad attribuire agli altri, i suoi difetti e responsabilità. C’è da augurarsi che senta il bisogno di farsi curare!

    Gianni Tirelli

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