Archivio | dicembre 19, 2010

SCONSIGLI PER GLI ACQUISTI – La Arcuri e lo spot sul «libro bellissimo». La Rete ride e si scatena: «È orribile»

BERLUSCONI DOCET – “Strategismo” (BLEAH!) editoriale o negazione totale alla comunicazione? Quale che sia l’intento (o la sua mancanza) di partenza l’effetto del video-promotion a quanto pare è orrendo a detta dei più. Il Marra spocchioso ci consiglia di diventare più intelligenti leggendo. Condivido. Salvo negarmi il piacere di leggere il suo, di libro; che dalla copertina è già un chiaro invito al rifiuto: il faccione-autore del romanzo indica nella mimica facciale (che si intuisce) una prosopopea già di per se rivoltante con un livello di intelligenza molto vicino alla sub-normalità. Immaginiamone i contenuti. Se la sua scrittura deve basarsi sul modo di esprimersi del Marra («Leggete prima di avventurarsi nei giudizi», non era meglio ‘Leggere prima di’?) in un improbabile italiano allora, si, ne facciamo proprio a meno di leggere il suo, di libro.

mauro

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E su YouTube il video è già un fenomeno cult

La Arcuri e lo spot sul «libro bellissimo»
La Rete ride e si scatena: «È orribile»

L’attrice e la pubblicità sull’opera di Marra. L’autore: «Leggete prima di avventurarsi nei giudizi»

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MILANO – L’abbiamo vista posare su un letto di rose in reggiseno e coulotte (come la bella Angela di American Beauty) per una nota casa di intimo, sfidare Monica Bellucci a colpi di curve e tango (sempre in lingerie) e «farsi in tre» per le Poste. Che Manuela Arcuri non sia fatta per gli spot non si certo può dire. In molti la vogliono come testimonial e lei non si nega. Ma l‘ultimo spot dell’attrice di Latina, in onda sulle reti Rai, qualche dubbio l’ha suscitato. Almeno sul web, dove gli internauti hanno bocciato lei e il prodotto pubblicizzato, l’ultimo libro di Alfonso Luigi Marra, apostrofandoli come «i peggiori 30 secondi del 2010».

LO SPOT«Lo spot è un booktrailer non riuscito» è l’opinione di diversi blogger. In sottofondo una musica da thriller di terz’ordine, un primo piano della Arcuri e la copertina de Il Labirinto femminile. L’attrice racconta la trama del libro, tenta una sorta di mini-recensione usando termini improbabili come lo «strategismo sentimentale» e infine, con un tono che non lascia trapelare emozione alcuna conclude: «È bellissimo chiedilo in edicola e in libreria». La Rete è scatenata e su YouTube lo spot è già un cult, con decine di migliaia di visualizzazione e commenti. «Lo spot è orrendo», si legge navigando, «basta mi viene da vomitare», «ha il ritmo e la vivacità di un editoriale di Minzolini». E c’è addirittura chi arriva ad affermare che «la bruttezza del tutto è evidentemente intenzionale e volta a suscitare una viralità senza precedenti», con tanto di complimenti ai «geni del marketing».

MARRA NEL MIRINONel mirino dei naviganti è finito soprattutto l’autore del libro in questione, Alfonso Luigi Marra. «È un fenomeno che affonda le radici direttamente nel trash», si legge su un blog. E su un altro: «Possibile che non mi stupisca sapere che l’uomo è stato un politico?». In effetti Marra, avvocato di origini calabresi con la passione per la scrittura, è stato anche un parlamentare europeo, eletto con Forza Italia nel 1994 e poi passato al gruppo UEN. Non è in realtà la prima volta che l’avvocato-scrittore si affida alla tv per pubblicizzare un suo libro. Lo ha fatto con l’opera prima La storia di Giovanni e Margherita e in quel caso i testimonial furono la figlia di Marra, prima, e l’autore in persona, poi. Anche in quel caso, critiche a non finire. Questa volta però, Marra ha deciso di scendere in campo a difesa della Arcuri, intervenendo nel dibattito su YouTube. «A coloro che, in questa ‘cultura’ degli orifizi e delle strullate, si sperticano a definire lo spot di Arcuri il più brutto possibile, si può solo rispondere che la gelosia è il più umano dei sentimenti» accusa lo scrittore. «Alla schiacciante maggioranza dei cretini – prosegue – dico tuttavia che la cosa migliore per diventare almeno un po’ intelligenti è leggere, prima di avventurarsi nei giudizi». A questo punto non resta che attendere la prova libreria.

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C. Arg.
19 dicembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/spettacoli/10_dicembre_19/marra-libro-spot-arcuri_4b47387c-0b7b-11e0-bf9a-00144f02aabc.shtml

‘Ndrangheta, capitano dei carabinieri in manette per concorso esterno

Accusato da due pentiti, È stato arrestato a Livorno

‘Ndrangheta, capitano dei carabinieri in manette per concorso esterno

Saverio Spadaro Tracuzzi avrebbe fornito a una cosca di Reggio Calabria notizie coperte da segreto investigativo in cambio di denaro, Porsche, Ferrari, abiti firmati

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altro articolo e fonte immagine

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MILANO – Concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione: con queste accuse è finito in manette Saverio Spadaro Tracuzzi, capitano dei carabinieri già in servizio al Centro Dia di Reggio Calabria. I magistrati ritengono che sia stato colluso con una cosca della ‘ndrangheta, quella dei Lo Giudice, fornendo notizie coperte da segreto investigativo su indagini in corso e anticipando l’adozione di provvedimenti restrittivi da parte dell’autorità giudiziaria. L’ufficiale originario di Catanzaro, arrestato dai carabinieri di Reggio Calabria, era stato trasferito mesi fa nella seconda Brigata mobile di Livorno, dove è stato fermato. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa dal gip reggino su richiesta della Dda. A Reggio Calabria Tracuzzi era stato in servizio prima al Nucleo operativo ecologico, dal 2003 al 2007, e poi alla Dia fino allo scorso giugno.

PORSCHE E FERRARI – Consistenti somme di denaro, una Porsche in regalo e una Ferrari in prestito, abiti firmati: è quanto avrebbe ricevuto il capitano, in cambio della sua collaborazione con la cosca. Nino Lo Giudice, capo pentito dell’omonima cosca, avrebbe anche ottenuto il pagamento di conti alberghieri e spese di viaggio. L’ufficiale sarebbe anche intervenuto, o avrebbe garantito il proprio intervento, per bloccare accertamenti nei confronti di esponenti della cosca. In particolare, avrebbe fornito informazioni in anticipo su una perquisizione effettuata a gennaio 2008 in una villa in cui abitava Antonio Cortese, uno degli esponenti di spicco del gruppo criminale, ma che era in realtà nella disponibilità di Luciano Lo Giudice, attualmente detenuto, fratello di Nino. L’ufficiale avrebbe anche garantito informazioni alla cosca sulle operazioni riguardanti la cattura dei latitanti del gruppo criminale, tra cui lo stesso Nino.

ACCUSE DA DUE PENTITI – Ed è stato proprio Nino Lo Giudice, che si è pentito da alcuni mesi e collabora con la Dda di Reggio Calabria, ad accusare Spadaro Tracuzzi. A ottobre, pochi giorni dopo il suo arresto, il capocosca è stato sentito per due giorni nel carcere di Rebibbia dal procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone e dal procuratore aggiunto Michele Prestipino. Il pentito ha riferito, in particolare, della collaborazione che il capitano avrebbe garantito alla sua cosca, fornendo notizie in anticipo su imminenti operazioni della Dda. L’ufficiale avrebbe anche indicato le cosche interessate da imminenti arresti e i nomi dei destinatari dei provvedimenti restrittivi. La fuga di notizie avveniva con la consegna di atti di indagine in cartaceo o in formato elettronico contenenti i nominativi degli affiliati indagati o contro i quali dovevano essere emesse ordinanze di custodia cautelare. Prima di Nino Lo Giudice, a Spadaro Tracuzzi aveva fatto riferimento anche un altro pentito, Consolato Villani, anch’egli affiliato alla cosca: le sue accuse sono state poi ribadite dal boss e hanno trovato riscontro nelle indagini dei carabinieri. È stato Villani, tra l’altro, a consentire il fermo di Nino Lo Giudice, il 7 ottobre. Ai magistrati aveva parlato a lungo di Spadaro Tracuzzi, consentendo l’avvio delle indagini. I due pentiti parlano dell’arrestato come “il maresciallo”, facendo riferimento al ruolo svolto come sottufficiale prima al Reparto operativo del Comando di Reggio Calabria e poi al Ris di Messina.

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Redazione online
19 dicembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_dicembre_19/calabria-ndrangheta-arrestato-capitano-carabinieri_bc549ef2-0b4d-11e0-bf9a-00144f02aabc.shtml


CASO MIRAFIORI – Vertenza Fiat, Sacconi avverte “Intesa entro Natale o mai più”

CASO MIRAFIORI

Vertenza Fiat, Sacconi avverte
“Intesa entro Natale o mai più”

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Secondo il ministro si apre una settimana decisiva per il futuro della permanenza dell’industria auto in Italia. “Messe a disposizione tutte le garanzie, se non c’è accordo aveva ragione chi dubitava delle intenzioni di Marchionne”

Vertenza Fiat, Sacconi avverte "Intesa entro Natale o mai più" Una manifestazione della Fiom

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ROMA – L’eventuale accordo per la permanenza di Fiat in Italia può essere raggiunto entro la prosima settimana, prima di Natale. E’ la convinzione espressa oggi dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi. La prossima settimana, spiega l’esponente del Pdl, “sarà decisiva per il futuro dello stabilimento di Mirafiori e più in generale per l’insediamento della produzione automobilistica in Italia”. Secondo Sacconi “è possibile entro Natale definire un’intesa. In caso contrario avrebbero ragione tutte le Cassandre che hanno dubitato delle buone intenzioni di Fiat. E non voglio nemmeno pensare alle conseguenze di una simile ipotesi”.

Lo strumento cassa integrazione. Il governo, sostiene ancora il ministro, “ha seguito con attenzione il dialogo tra le parti e all’interno di esse constatando come vi sia una diffusa consapevolezza circa l’importanza dell’investimento ipotizzato e una conseguente piena disponibilità a tutte le intese che possano garantire la completa utilizzazione degli impianti rimuovendo assenteismi anomali e conflittualità minoritarie”. “Le parti – prosegue – sono ora in grado di chiudere un accordo di piena soddisfazione. Il governo ha messo a disposizione gli ammortizzatori sociali, anche in deroga, per proteggere i lavoratori nelle fasi di transizione come ha garantito che ogni parte del salario collegata ad accordi di produttività sia detassata al dieci per cento. Regione ed enti locali sono stati altrettanto positivamente solleciti per quanto di loro competenza. Il management di Fiat e gli azionisti possono agevolmente verificare questo quadro favorevole attraverso i tavoli negoziali”.

Le ragioni delle Cassandre. Quindi, secondo Sacconi, “se il contesto è questo, con governo, Confindustria, sindacato tutto, o quantomeno largamente maggioritario, responsabilmente impegnati a crearlo, è possibile entro Natale definire un’intesa. In caso contrario avrebbero ragione tutte le Cassandre che hanno dubitato delle buone intenzioni di Fiat. E non voglio nemmeno pensare alle conseguenze di una simile ipotesi”.

La denuncia della Cgil. Tra le “Cassandre” evocate da Sacconi sembra esserci anche la segretaria della Cgil Susanna Camusso che ha ribadito oggi tutte le sue perplessità sulle intenzioni della Fiat.  Su “Fabbrica Italia” si fanno solo “annunci misteriosi che somigliano tanto alla ricostruzione dell’Aquila”, ha commentato la leader sindacale. “La verità – ha precisato – è che di questo piano, continuamente annunciato, noi conosciamo un modello a Pomigliano e un modello a Mirafiori, tutt’altro che un piano di investimenti così come viene presentato, e crediamo che sarebbe l’ora di ripartire dal punto giusto: prima si annunci il piano e poi si valutino le ricadute organizzative sugli stabilimenti”.

Il Pd contro accordi separati. Critiche alle parole del ministro sono arrivate poi da Cesare Damiano del Pd. “Non basta come fa Sacconi  – ha chiarito l’ex ministro del lavoro – auspicare la conclusione dell’accordo sulla Fiat Mirafiori entro Natale ignorando volutamente che dalla trattativa in Federmeccanica, prevista per domani, la Fiom sarà esclusa perché non firmataria del contratto del 2009. La fuoriuscita della Fiat dal contratto nazionale dei metalmeccanici è questione troppo delicata perché essa rischia di far saltare il sistema di relazioni industriali esistente. Per cogliere l’obiettivo richiesto da Marchionne di un adeguamento della competitività degli stabilimenti italiani agli standard imposti dalla globalizzazione, la soluzione c’è: si può inserire un più efficace utilizzo degli impianti e degli straordinari all’interno di una apposita sezione del contratto di lavoro dei metalmeccanici, senza dover ricorrere al contratto dell’auto. Queste soluzioni vanno ricercate con il massimo possibile di condivisione e rifuggendo dal rischio di nuovi accordi separati”.

Ancora più dura la replica alle affermazioni di Sacconi dell’Italia dei valori .  “Confermano, per l’ennesima volta, il servilismo e l’inutilità del governo Berlusconi nella vicenda Fiat. Il ministro della disoccupazione, infatti, ha assecondato in tutto e per tutto l’azienda e Marchionne, ignorando sistematicamente le richieste legittime dei lavoratori”, denuncia il responsabile Welfare e lavoro dell’Idv, Maurizio Zipponi.

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19 dicembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2010/12/19/news/sacconi_intesa_natale-10394284/?rss

ROMA – Parentopoli, bufera Campidoglio spunta un altro protetto del sindaco

Parentopoli, bufera Campidoglio
spunta un altro protetto del sindaco

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Dalla segreteria di Alemanno all’Ama: Paolo Serapiglia è l’ultimo tassello di una catena che va dai Marinelli a Panzironi junior

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di GIOVANNA VITALE

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Parentopoli, bufera Campidoglio spunta un altro protetto del sindaco Gianni Alemanno

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Poteva non sapere, il sindaco Gianni Alemanno? Poteva non essersi reso conto di come le società comunali si fossero trasformate in un maxi-ufficio di collocamento per parenti e amici? Se è vero che due indizi fanno una prova, è altamente improbabile. E già, perché dopo i figli dell’ormai ex capo-scorta (assunti uno in Atac, l’altra in Ama) nell’elenco dei protetti reclutati nell’azienda dei rifiuti spunta un altro dei suoi più stretti collaboratori. Uno che, prima di approdare in via Calderon de la Barca, era stato fra i primi ad ottenere un contratto biennale nella segreteria del primo cittadino, dove ha continuato a lavorare per circa due anni e mezzo.

Corre l’anno 2008, addì 18 giugno: la giunta di centrodestra tiene la sua quinta riunione dacché è insediata a Palazzo senatorio. Fra gli otto provvedimenti all’ordine del giorno, a riprova di quanto sia importante circondarsi di gente di fiducia, ben sette vertono sulla nomina di personale che dovrà coadiuvare Alemanno nello svolgimento delle sue funzioni amministrative. Il primo caso in esame riguarda, appunto, il cinquantenne Paolo Serapiglia: con la delibera n.120 il sindaco chiede di “procedere all’instaurazione del rapporto di lavoro a tempo determinato” nella “categoria D, posizione economica D1” con 23mila euro all’anno di stipendio.

Scadenza del contratto: 31 dicembre 2010. Il tempo scorre veloce finché Serapiglia, accortosi che il termine sta per spirare, subito dopo l’estate fa il colpo gobbo: partecipa all’ultima selezione per amministrativi promossa dall’Ama e vince. Un bel posto fisso presso l’ufficio legale. Assunto insieme ad altri 358 fortunati che, circa tre mesi fa, hanno passato i test dell’agenzia “Obiettivo Lavoro”.

Poteva dunque non sapere, il sindaco Gianni Alemanno, che con Serapiglia ha lavorato fianco a fianco in Campidoglio per oltre due anni? La stessa domanda che gli è piovuta addosso non appena è venuto fuori che entrambi i figli del suo capo-scorta, Giancarlo Marinelli, tra il 2009 e il 2010 sono stati assunti all’Atac (il maschio, Giorgio) e all’Ama (la femmina, Ilaria); che Dario Panzironi, anch’egli da metà 2008 titolare di un contratto a termine presso la segreteria del sindaco in quanto rampollo di Franco, fedelissimo ad dell’azienda dei rifiuti, a ottobre ha conquistato una scrivania a vita all’Eur spa; che il suo ex capo-segreteria al ministero dell’Agricoltura, Ranieri Mamalchi, consigliere della Fondazione alemanniana Nuova Italia, è diventato dirigente a tempo indeterminato in Acea, mentre il di lui figlio Edoardo è stato piazzato a soli 23 anni in Atac. Serapiglia, dunque, non è che l’ennesimo collaboratore del sindaco sistemato per sempre. E forse neppure l’ultimo.

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19 dicembre 2010

fonte:  http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/12/19/news/bufera_campidoglio-10377582/?rss

Stato Palestinese? Ne possono parlare solo gli illusi, i bugiardi e i mentitori di professione

Di Stato palestinese possono parlare solo gli illusi, i bugiardi e i mentitori di professione

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di Pino Nicotri

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Guardandole da sinistra a destra, le quattro mappe indicano la distribuzione della terra tra arabi-palestinesi (in verde) ed ebrei (in bianco) sull’attuale territorio di Israele:

– la prima nel 1946

– la seconda nel piano di spartizione dell’Onu nel 1947. Come si vede, l’Onu decise di assegnare alla minoranza ebraica la maggioranza del territorio. Ovvero, di dare alla maggioranza araba-palestinese la minoranza del territorio. Scelta di difficile comprensione, soprattutto – come fanno rilevare vari storici ebrei israeliani – per la maggioranza araba-palestinese. Ovviamente. Vorrei vedere  cosa diremmo se fosse successo in Italia.

– la terza mostra come è cambiata, a vantaggio degli israeliani, cioè a svantaggio dei palestinesi, la situazione dal 1949 al 1967.

– la quarta mostra la miserabile situazione odierna. Come si vede, oltre alla Striscia di Gaza ridotta a meno di un francobollo, uno dei più se non il più densamente abitato al mondo, il territorio della Cisgiordania  è frazionato. I suoi singoli pezzi sono spesso separati tra loro dal famoso Muro.

Stando così le cose, davvero c’è qualcuno – oltre agli illusi, bugiardi e mentitori  di professione – che pensa possa nascere il tanto blaterato Stato Palestinese? E anche ammesso che finalmente nascesse, c’è qualcuno – oltre agli illusi, bugiardi e mentitori  di professione – che possa davvero essere considerato uno Stato anziché una barzelletta? Una tragica barzelletta. Dubito assai che l’Italia sarebbe mai potuta nascere se Garibaldi e i Savoia avessero messo assieme solo qualche piccola toppa dello Stivale. E non credo nemmeno che gli stessi sionisti si sarebbero accontentato, per creare Israele, dei rimasugli di terra rimati oggi ai palestinesi.

Poi si può discutere di colpe e responsabilità degli uni o degli altri. Ma la realtà storica e territoriale è quella che è. Ed è da notare che le carte non riportano le centinaia di check point cui sono costretti i palestinesi con lunghe code quando devono muoversi anche per lavoro, per ndare a scuola o per ricoveri in ospedale.

Chi vuole maggiori dettagli può consultare le carte dei link seguenti, con una avvertenza: poiché di norma lo Stato di Israele non è rappresentato per intero, ma solo la parte che contiene le zone palestinesi messe in evidenza, NON si riesce ad avere l’esatta proporzione, da far cascare le braccia, tra il totale oggi in mano a Israele e gli avanzi rimasti ai palestinesi. Avanzi che si vuole ulteriormente ridurre passando la Striscia di Gaza all’Egitto. Non a caso le cartine di questi link fanno parte di una servizio (della rivista Limes) intitolato “La Palestina impossibile).

Spero che d’ora in poi chi interverrà su questo tragico e penoso argomento lo faccia con maggiore cognizione di causa e meno cinismo.

http://temi.repubblica.it/limes/avanzi-di-palestina-nella-morsa-di-israele/

http://temi.repubblica.it/limes/il-muro-e-oltre/

http://temi.repubblica.it/limes/lespansione-di-gerusalemme/

http://temi.repubblica.it/limes/lhamastan-sotto-assedio/

http://temi.repubblica.it/limes/i-palestinesi-nella-terra-di-israele/

http://temi.repubblica.it/limes/la-nascita-di-israele/

http://temi.repubblica.it/limes/la-guerra-dei-sei-giorni-e-le-sue-conseguenze/

http://temi.repubblica.it/limes/il-piano-di-ginevra/

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11 dicembre 2010

fonte:  http://www.pinonicotri.it/

Il governo fa la faccia feroce. Maroni: «Daspo»

Il governo fa la faccia feroce. Maroni: «Daspo»

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di Massimo Solani

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Quando venerdì il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano aveva proposto l’estensione del Daspo, il divieto di assistere agli eventi sportivi introdotto per combattere la violenza negli stadi, alle manifestazioni di piazza, in pochi l’avevano preso sul serio. Fra quei pochi, evidentemente, anche il ministro Maroni che ieri ha rilanciato l’idea. Senza stare troppo a sottilizzare sulle implicazioni di tipo costituzionale di una simile misura. «Mi sembra una proposta interessante – ha spiegato il ministro – Riteniamo che questo modello sia esportabile. C’è la possibilità di inserirlo già nel ddl sicurezza».

Sulla scia degli incidenti di Roma del 14 dicembre e con le polemiche ancora fresche fra maggioranza e magistratura sulle scarcerazioni dei giovani fermati nella Capitale, quindi, il governo decide di mostrare il pugno duro alla vigilia di una settimana “calda” che vedrà ancora in strada gli studenti a protestare contro l’approvazione della riforma universitaria, da domani al Senato per l’ok definitivo. Del resto le preoccupazioni della maggioranza sono ben chiare, e lo stesso presidente del Senato Renato Schifani ieri ha ripetuto che «l’eccesso dell’uso della piazza come luogo di violenza, la conflittualità politica che scivola spesso in denigrazione e la violenza verbale non fanno che mettere a repentaglio il principio inviolabile della coesione sociale, del rispetto delle regole della nostra democrazia ». Così il governo, anziché scegliere il dialogo per disinnescare lo scontro, sceglie la via del muro contro muro. Scavalcando così anche il fastidioso “impiccio” di quei magistrati che, codice alla mano, hanno rimesso in libertà gli studenti fermati nel corso degli incidenti. «La risposta giudiziaria è stata molto deludente sotto questo fronte – commentava infatti ieri Mantovano – per questo credo che si sia legittimati a un intervento sul piano della prevenzione che permetta di tenere lontani dai luoghi delle manifestazioni questi soggetti». Del resto che il governo abbia vissuto come un vero affronto le decisioni del tribunale di Roma era già abbondantemente chiaro dopo l’iniziativa del Guardasigilli Alfano di inviare gli ispettori ministeriali a Piazzale Clodio. «Una iniziativa sorprendente» è stata la risposta di Magistratura Democratica, la corrente progressista delle toghe.

«Preoccupa inoltre – hanno scritto in una nota il segretario Piergiorgio Morosini e il presidente Luigi Marini – il tenore di certe dichiarazioni di esponenti politici che paiono voler incidere sul sereno svolgimento dell’attività di quei giudici chiamati ad individuare responsabilità penali di natura personale». Chi sembra entusiasta della proposta di Alfredo Mantovano, rilanciata dal ministro Maroni, è il sindaco di Roma Gianni Alemanno. «Mi sembra una idea valida – ha spiegato ieri – può aiutare a isolare i violenti senza costringere la magistratura ad eccedere in misure cautelari». Anche il primo cittadino di Roma, così, si aggiunge alla schiera di coloro che soffiano sul fuoco innalzando l’asticella della tensione quando si lascia andare a previsioni catastrofiste spiegando che «da lunedì a mercoledì saranno giornate critiche durante le quali si potrebbero riproporre immagini simili a quelle del corteo di martedì scorso». E la soluzione proposta da Alemanno, è ancora una volta la stessa: «saranno predisposte tutte le misure di ordine pubblico necessarie per tenere lontane dal centro le manifestazioni. Il centro storico – conclude – era già zona rossa e lo diventerà ancor di più, con la massima mobilitazione delle forze dell’ordine»

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19 dicembre 2010

fonte:  http://www.unita.it/italia/il-governo-fa-la-faccia-feroce-maroni-daspo-1.261394

Università: Domani ritorna la protesta degli studenti

Università: Domani ritorna la protesta degli studenti

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(AGI) – Roma, 19 dic. – Da domani riparte la protesta degli studenti medi e universitari contro il decreto Gelmini, alle battute finali prima del via libera previsto mercoledi’. Gli studenti medi, riferisce la Rete degli Studenti, si mobiliteranno almeno fino a mercoledi’, con “iniziative territoriali in tutte le citta’ d’Italia, mobilitazioni simboliche e creative per rilanciare la protesta con pratiche diverse da quelle della violenza”.

Sulla mobilitazione pesa l’ombra degli scontri del 14 dicembre a Roma, che gli studenti medi condannano: “Siamo contro la violenza, e il 14 in piazza c’erano gruppi organizzati che non c’entravano niente con gli studenti. Noi vogliamo fare proteste simboliche, anche a sorpresa: flash mob, i funerali simbolici della scuola, occupazioni di monumenti celebri, come nelle ultime settima. E il 22 saremo in piazza con gli studenti universitari”.
Proprio questi ultimi si stanno ancora interrogando, in lunghe assemblee, su come rilanciare la protesta. L’intenzione e’ quella di ‘bissare’ il 22 (giorno del voto definitivo sulla riforma) la grande manifestazione del 14, ma percorso e modalita’ saranno definiti solo nell’assemblea convocata per lunedi’ pomeriggio a La Sapienza. La maggioranza dei manifestanti, comunque, non rinnega la drammatica giornata del 14: “C’era tanta rabbia ed esasperazione – spiega Luca di Uniriot – e forse invece di condannare o fare dietrologie ci si dovrebbe interrogare sui motivi di quello che e’ successo. Un servizio d’ordine per garantire la pacificita’ del corteo? Martedi’ scorso neanche quello della Fiom avrebbe fermato gli scontri: quando hai centinaia di persone che partono alla carica e migliaia dietro di loro che le applaudono, non c’e’ servizio d’ordine che tenga”.

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fonte:  http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/201012191342-ipp-rt10018-universita_domani_torna_protesta_studenti_azioni_a_sorpresa

DOPO GLI SCONTRI DI ROMA – Gasparri invoca un altro “7 aprile”. “E’ annuncio di fascismo” / 7 aprile 1979: la lezione è sempre attuale, ma nessuno impara. Si insiste negli stessi clamorosi errori, quasi sempre disonesti

Gasparri invoca un altro “7 aprile”
“E’ annuncio di fascismo”

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Il capogruppo dei senatori del Pdl dopo le polemiche seguìte alla scarcerazione dei ragazzi fermati il 14 dicembre a Roma. Ricorda la “retata” del 1979, quando finirono in manette persone accusate a vario titolo di appartenere all’eversione dell’epoca, fra cui Toni Negri. “Serve una decisa azione preventiva, la sinistra parla di infiltrati per coprire i violenti”. La Russa frena: “Bastano le leggi che ci sono”. Vendola: “Questo parlamento non può salire in cattedra contro la violenza”

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ROMA – “Invece delle sciocchezze che vanno dicendo i vari Cascini e Palamara, qui ci vuole un sette aprile. Mi riferisco a quel giorno del 1978 in cui furono arrestati tanti capi dell’estrema sinistra collusi con il terrorismo”. Così il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparro, in merito alle polemiche seguìte alla scarcerazione dei ragazzi fermati lo scorso 14 dicembre durante gli scontri a Roma. Il 7 aprile del 1979 (e non 1978, come erroneamente ricorda Gasparri) fu il giorno in cui, con un’enorme retata, le forze dell’ordine arrestarono diverse persone, prevalentemente legate a Autonomia operaia, accusate a vario titolo di appartenere alle frange dell’eversione. Fra gli arrestati c’era anche Toni Negri, accusato di essere il capo delle Brigate rosse.

“Qui – osserva Gasparri – serve una vasta e decisa azione preventiva. Si sa chi c’è dietro la violenza scoppiata a Roma. Tutti i centri sociali i cui nomi sono ben noti città per città. La sinistra, per coprire i violenti, ha mentito parlando di infiltrati. Bugie. Per non far vivere all’Italia nuove stagioni di terrore occorre agire con immediatezza. Chi protesta in modo pacifico e democratico – conclude Gasparri – va diviso dai vasti gruppi di violenti criminali che costellano l’area della sinistra. Solo un deciso intervento può difendere l’Italia”.

Ma l’uscita di Gasparri non trova sponde all’interno del governo. “Non credo proprio che invochi leggi speciali” dice Ignazio La Russa, ministro della Difesa – Bastano le leggi che ci sono, basta solo farle rispettare”.

Il presidente del Senato, Renato Schifani, condannando ogni forma di protesta violenta, preferisce lanciare un appello agli studenti. “Mi auguro – dice Schifani, parlando a margine del concerto di Natale a Palazzo Madama – che le proteste, se ci saranno, si svolgano in piena democrazia, nel rispetto dei diritti costituzionalmente garantiti. Quando invece la protesta diventa violenza, come quella cui abbiamo assistito giorni fa, ogni forza politica e ogni istituzione deve deprecare senza se e senza ma ogni gesto che vada al di là della normalità democratica”. Quanto all’approvazione definitiva del ddl gelmini, con voto entro mercoledì a Palazzo Madama, Schifani prevede “giorni difficili, quelli che vivremo al Senato ma sono convinto che all’interno dell’aula vi sarà grande senso di responsabilità se pur nel rispetto delle dialettiche. Mi auguro che altrettanto facciano i giovani che andranno a protestare: ne hanno diritto, ma lo facciano con compostezza e nel rispetto delle regole”.

Le parole di Gasparri provocano la dura reazione dell’Pd. “E’ un irresponsabile che gioca con il fuoco. A fronte di un malessere sociale che necessiterebbe risposte politiche, la destra sa offrire assurde ricette poliziesche” afferma Andrea Orlando, responsabile giustizia dei democratici. “La proposta di Gasparri, a parte il trascurabile fatto che è contraria alla nostra Costituzione come il ‘garantista’ (per Dell’Utri e Cosentino) Gasparri dovrebbe sapere, avrà come effetto qello di far diventare agli occhi di un’intera generazione degli eroi, vittime della repressione, gli esponenti delle frange violente.  Noi riteniamo che la polizia e la magistratura abbiano gli strumenti e le professionalità per fronteggiare i pericolosi fenomeni di violenza, che la politica e le forze sociali devono saper isolare senza l’esigenza di mettere in campo rigurgiti di stampo fascista”.

Lapidario il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli: “Gasparri fascista era e fascista è rimasto”. “L’arresto preventivo è annuncio di fascismo – rincara la dose Nichi Vendola – Gasparri all’età di questi ragazzini aveva l’attitudine alla violenza teppistica. Questo parlamento non può salire in cattedra contro la violenza. Il movimento, ascolti invece a quello che dice Roberto Saviano”. Attacca anche l’Idv: “Gasparri e’ un pericoloso provocatore” afferma Massimo Donadi.

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19 dicembre 2010

fonte: http://www.repubblica.it/politica/2010/12/19/news/gasparri_terroristi-10382634/?rss

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7 aprile 1979: la lezione è sempre attuale, ma nessuno impara. Si insiste negli stessi clamorosi errori, quasi sempre disonesti

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di Pino Nicotri

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Sono passati ormai ben 30 anni dal 7 aprile 1979, quando di primo pomeriggio mi trovai in manette assieme a un’altra dozzina di miei amici e conoscenti famosi, da Toni Negri a Franco Piperno, da Oreste Scalzone a Luciano Ferrari Bravo ed Emilio Vesce, accusati in blocco dal sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero di essere i responsabili del rapimento e dell’uccisione dell’onorevole Aldo Moro, uomo di punta della Democrazia cristiana e di qualche governo, e i membri della direzione strategia del’intero terrorismo di sinistra italiano: dalle Brigate Rosse alla cosiddetta Autonomia Organizzata (“cosiddetta” perché non ho mai visto nulla di più disorganizzato) passando per Prima Linea. Mi spiace molto non poter essere il 7 di questo mese a Padova a rimembrare quei giorni assieme ai superstiti – alcuni infatti purtroppo non ci sono più – di quella straordinaria esperienza non solo giudiziaria, ma anche umana e – nei confronti di molti – anche disumana. Le tragedie quando sono basate sull’ignoranza e sulla supponenza hanno sempre anche un lato ridicolo.

E infatti. Nel carcere romano di Regina Coeli, dove mi sbatterono dopo qualche settimana passata nelle carceri di Bassano e Venezia, potei finalmente leggere il mostruoso e voluminoso mandato di cattura (su 80 pagine, ne lessi solo poche, mi pareva tutto troppo irreale, assurdo, manicomiale) e scoprii così che ero accusato non solo di una quantità industriale di omicidi, ma perfino di non aver pagato il bollo della Renault rossa in cui era stato rinvenuto il cadavere di Aldo Moro.Il processo è stato l’inizio della demolizione del cosiddetto antagonismo sociale, un modo per togliersi dai piedi gli intelligenti senza collare, i “capi” o presunti tali comunque sospetti e non addomesticabili. Non a caso il sociologo Francesco Alberoni ha scritto che il fenomeno della moda italiana è esploso a Milano a partire dal ’79, quando “finalmente si respirava aria nuova”. Il botto del 7 aprile 1979 è stato innescato, a detta dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, da me interpellato nel 2004, dal Pci che aveva passato alla polizia gli elenchi di tutti coloro che dopo la fine degli anni sessanta per un motivo o per l’altro non avevano rinnovato la tessera del partito. Io non l’avevo rinnovata nel ‘66 o ’67, ed ero comunque sospettabilissimo: ero infatti corrispondente e collaboratore fisso de L’Espresso e di Repubblica, nonché capo servizio del Mattino di Padova, che ho contribuito a fondare per conto di Giorgio Mondadori reperendo quasi tutti i giornalisti da assumere ed alcuni soci locali per la neonata società editoriale Giorgio Mondatori e Associati. Ma non avevo in tasca nessuna tessera di partito.

Come se non bastasse, mi occupavo specie per L’Espresso di terrorismo, prima di destra e poi anche di sinistra. In più, negli anni caldi dal 1968 fino alla partenza per il servizio militare nel ’70 o ’71 ero stato il presidente dell’intera Assemblea d’Ateneo (oltre che della facoltà di Fisica, dove ero iscritto) e abitavo alla Casa dello Studente Fusinato, su decisione dell’assemblea degli studenti che ne gestivano la lunga occupazione, ospitato nella foresteria di solito riservata a docenti in visita all’Ateneo, Nel febbraio 1973 avevo pubblicato il mio primo libro, “Il silenzio di Stato” (Sapere Edizioni. Di recente ho saputo che nel ’78 ne è stata fatta una edizione a mia insaputa), e avevo aiutato poco prima L’Espresso e suo tramite la magistratura milanese a scoprire che le valige utilizzate nella strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 69 erano state comprate nella valigeria di Piazza Duomo a Padova, vicina alla Bettola Dal Capo dove usavo mangiare e a fianco del bar Duomo dove sempre bevevo il caffè. I giornali e la Rai, cioè gli inquirenti che imbeccavano sia questa che quelli, avevano invece sostenuto, mentendo a bella posta, che si trattava di borse non in vendita in Italia.

Di fatto la mia carriera di giornalista è iniziata con quel libro, della preparazione del quale vennero a sapere a L’Espresso a Roma perché ne diedi anticipazioni in una assemblea alla Fusinato e quindi le voci iniziarono a circolare. Come si legge cliccando sotto la mia fotina nella home page del blog, L’Espresso spedì il famoso inviato “pistarolo” Mario Scialoja, giornalista di razza come ce ne sono pochi e al quale devo molto, a parlarmi per farsi dare delle anteprime. Raccontai a Scialoja che uno studente di ingegneria che nel ’69 abitava con me in via Oberdan 2 possedeva una borsa del tipo usato per gli attentati del 12 dicembre, caratterizzato da una chiusura metallica particolare: il profilo di una testa di gallo, logo della ditta tedesca Mossbach&Grueber. Raccontai anche che inutilmente tre giorni dopo gli attentati quel mio amico – di ritorno dal fine settimana a casa dei suoi a Treviso – tentò su mio consiglio di andare a mostrare in questura la borsa e a dire dove l’aveva comprata. Uscito di casa alle 11 di mattina, dopo pochi metri aveva incontrato davanti al palazzo del Bo un noto commissario della squadra politica e gli aveva mostrato la borsa, ma era stato liquidato con una risata: “Non ci interessa, sappiamo già chi è il colpevole”. Una delle cose che in quell’occasione mi colpì fu che il presunto colpevole, l’anarchico Pietro Valpreda, venne arrestato a Milano alle 12, cioè un’oretta dopo quelle parole del commissario, che evidentemente già sapeva della montatura in atto. Mi ripromisi di rendere nota quella strana storia, ma all’epoca io il giornalismo non sapevo neppure cosa fosse, ero solo uno studente lavoratore e molto fuoricorso, inoltre non avevo ancora fatto il servizio di leva e sicuramente ero nella “lista nera” degli apparati statali più o meno “riservati”. Il giorno dopo la strage di piazza Fontana infatti sia la polizia che i carabinieri vennero a perquisire il mio appartamento in via Oberdan e con ben tre mandati di perquisizione: uno per me, uno per il mio coinquilino e uno per la sua ragazza, che abitava con noi. Il mio timore di scherzi da prete durante la “naja” se avessi fiatata sulla faccenda delle borse e dintorni era quindi giustificato, ecco perché il libro ho iniziato a scriverlo dopo il congedo a fine leva militare.

Scialoja portò al magistrato milanese Gerardo D’Ambrosio la borsa che recuperammo dal mio ex inquilino e sparò su L’Espresso la notizia che quelle borse si vendevano anche in Italia, per giunta nel Veneto della cellula neonazista del padovano Giorgio Franco Freda…. La pista anarchica crollò come panna montata irrancidita di colpo e venne fuori clamorosamente la realtà dei “servizi” deviati e della complicità dello Stato in quella stagione di attentati culminati nella strage del 12 dicembre ’69. Era la strategia della tensione, a base di bombe, per spingere il Partito comunista sempre più verso l’accettazione del “sistema” e dei suoi vizi, strategia per porre anche un argine alle conquiste dei lavoratori e ricacciare indietro l’onda lunga di quella che era allora la classe operaia. Il “blitz” del 7 aprile servì di fatto a certi apparati anche per vendicarsi di quei miei “colpi” giornalistici. Quando mi arrestarono, il giornale Repubblica si guardò bene dallo scrivere che ero il suo corrispondente da Padova e di fatto dalle Tre Venezie: si limitò a dire che ero caposervizio del Mattino e collaboratore de L’Espresso. Però L’Espresso mi diede il miglior avvocato d’Italia, Adolfo Gatti, e con Repubblica si accollò tutte le spese processuali. Purtroppo però quando fui scarcerato e non rispettai l’invito di Scalfari a non difendere quelli con cui ero stato arrestato, su Repubblica non mi fecero più scrivere. Scalfari, non uso a essere disobbedito, si arrabbiò molto perché la prima cosa che feci appena tornato a Padova fu una conferenza stampa a Scienze Politiche nel corso della quale sostenni che certi magistrati padovani erano dei “mentecatti”, espressione che venne riportata dall’Ansa e dai giornali alla lettera. Appena uscito da Rebibbia, Scalfari mi fece prelevare da un’auto di Repubblica e portare al suo cospetto in redazione a Roma. Mi invitò ad andarmene “per qualche mese in ferie e a tacere perché questa del 7 aprile è una storia molto sopra le nostre teste”. Gli risposi che non potevo accettare perché proprio dalla sua scuola giornalistica avevo imparato che quando si morde un polpaccio non bisogna mollare la presa a nessun costo: “Su Repubblica avete scritto che noi imputati del 7 aprile siamo o tutti colpevoli o tutti innocenti.

Bene: sul mio ordine si scarcerazione c’è scritto che i magistrati romani già sapevano che io, spedito loro in manette dalla Procura della Repubblica di Padova, col caso Moro, Br, ecc, non c’entro assolutamente nulla. Se ne deduce, proprio con la logica di Repubblica, che sono innocenti anche tutti gli altri coimputati”. Ecco perché una volta scarcerato non potevo che fare come sempre il mio mestiere di giornalista, evitare cioè di avvalorare accuse del cavolo e battermi invece perché fosse fatta piena luce, fosse cioè riconosciuta l’innocenza di persone in galera, alcune delle quali conoscevo da anni, erano miei amici e mai ne avrei tradito l’amicizia. Ecco perché Repubblica/Scalfari mi fece fuori. Persone come Emilio Vesce e Luciano Ferrrari Bravo si fecero invece fino a sette anni di galera gratis: li avrei fatti anch’io se L’Espresso mi avesse mollato. Oggi è impossibile che un giornale si comporti come L’Espresso di allora: il panorama giornalistico mostra più che altro macerie e schiene curve, grazie alla scomparsa dell’editore “puro”, che di mestiere fa cioè solo l’editore, come era il caso di Carlo Caracciolo, e il dilagare della genia di editori che usano i giornali e le tv come taxi per dare passaggi ai politici dai quali poi avere favori, se non come scale per l’arrampicata al potere (vedi alla voce “Berlusconi Silvio”…..). E’ legittimo anche il sospetto che il “blitz” del 7 aprile servì in realtà a depistare le indagini sul caso Moro quando la pista era ancora calda. A capo dei vari servizi segreti e nei gangli più sensibili anche del ministero dell’Interno c’erano infatti quelli della P2, che la apposita commissione di indagine parlamentare presieduta da Tina Anselmi appurò essere dediti ai depistaggi più vari. Il “teorema” dell’unità “Brigate Rosse/Prima Linea/ Autonomia Operaia Organizzata” era un teorema basato sul nulla più assoluto, tant’è che crollò miseramente già prima del processo.

Il “teorema” servì però per stroncare anche l’opposizione nemica del terrorismo, ma comunque extraparlamentare e pericolosamente intelligente perché in grado di capire il nuovo e spiegarlo. Una opposizione alla quale io non appartenevo come militante, però facevo il giornalista come credo che vada fatto, cioè senza riverenze, senza leccare i piedi o fare sconti a nessuno. L’allora ministro dell’Industria Toni Bisaglia, venetissimo, ex preferito dell’ex grande capo democristiano Mariano Rumor, fu a un passo dal doversi dimettersi perché scoprii un suo conflitto di interessi che oggi farebbe ridere i polli, visti i giganteschi conflitti di Berlusconi, ma allora fece scandalo: lui, che aveva varato l’aumento dei “premi”, cioè dei costi, delle polizze assicurative, era socio nell’agenzia padovana delle Assicurazioni Generali! Lo scrissi su Repubblica e Bisaglia, evitate per un pelo le dimissioni, si vendicò pretendendo e ottenendo da Mondadori nel dicembre ’78 il mio licenziamento dal Mattino, licenziamento annullato dal pretore del Lavoro Luciano Jauch. Formalmente fui coinvolto nel “blitz” del 7 aprile perché a detta di due persone – Renato Troilo e Severino Galante – la mia voce assomigliava a quella del brigatista che telefonava a casa dei Moro durante la prigionia del rapito. Negri era accusati di essere l’autore di una telefonata brigatista, a me invece – sapete bene che sono sempre stato logorroico – ne appiopparono cinque! La voce dei due telefonisti, che anni dopo si venne a sapere essere Valerio Morucci e Mario Moretti, il primo addebitato a me e il secondo a Negri, erano state fatte diffondere dal ministero dell’Interno fornendo a radio e televisioni alcune intercettazioni telefoniche.

Pur in carcere con accuse di una gravità pazzesca, L’Espresso non mi mollò, non tolse il mio nome dall’elenco dei suoi giornalisti nel tamburino della gerenza e mi pubblicò due articoli che ero riuscito a fargli recapitare dal carcere. L’avvocato Gatti fu eccezionale: dopo tre mesi, due dei quali in isolamento stretto con soli 30 minuti di “aria” al giorno in solitudine, ero fuori. Del resto a Roma anche i sassi, e certo anche gente di alto livello non solo del Pci, sapevano che la voce fatta diffondere dal ministero dell’Interno via radio e tv era quella di Morucci: lo sapevano per conoscenza diretta, per il semplice motivo che Morucci, che a Roma era vissuto, aveva studiato e si era laureato, aveva amicizie e frequentazioni anche di rango. Ma veniamo ora al vero problema, che si ripete sempre: il caso 7 aprile fu in realtà un sequestro e un processo di massa a mezzo stampa. A tenere gli imputati in galera era il baccano dei mass media, che avvaloravano man mano le balle più colossali rifilate dagli inquirenti che non sapevano più come tenere in piedi una montatura tanto mostruosa quanto vacua. Venne sparata la “notizia” che Toni Negri aveva parlato con un magistrato milanese per organizzare l’uccisione del magistrato Emilio Alessandrini. Si strombazzò Urbi et orbi che a casa mia era stata trovata la bozza originale della “risoluzione strategica” delle Brigate Rosse su Moro. Il mio collega de L’Europeo Roberto Chiodi giunse a scrivere che “l’ergastolo a Nicotri non glielo toglie nessuno perché una perizia fonica eseguita prima del suo arresto dimostra senza possibilità di dubbio che la voce del telefonista delle Br è la sua”. Perizia ovviamente mai avvenuta. Porcheria nella porcheria, non ho mai saputo che fine hanno fatto la mia querela per diffamazione contro Chiodi e le altre querele contro altri giornali con articoli cialtroni e mascalzoni: il palazzo di Giustizia di Roma era capace di questo ed altro, non a caso si era guadagnato il soprannome di “porto delle nebbie”.

E del resto Chiodi, quando in seguito venne assunto a L’Espresso nell’88, nella redazione di Roma dove in quel periodo lavoravo anch’io, non ebbe mai la decenza di chiedermi scusa. “E il giornalismo, bellezza”, si potrebbe parafrasare con Via col vento…. Il giornalismo pessimo, però, non quello degno del nome. Embé, non tutti sono all’altezza di uno Scialoja. Appena quattro anni dopo il 7 aprile ’79, lo stesso uso vergognoso dei mass media è dilagato alla grande con il caso della scomparsa della cittadina vaticana Emanuele Orlandi, che ancora oggi, a 25 anni di distanza, si insiste a dire sia stato un rapimento, quando invece perfino il giudice Severino Santiapichi, lo stesso che a Roma ha presieduto il collegio giudicante del caso 7 aprile e poi anche del caso Moro, ha dichiarato a più riprese che si è tratto di un “rapimento mediatico”: cioè di balle rifilate ai mass media e da questi ingordamente avvalorate per nascondere i veri motivi della scomparsa della ragazza. Motivi che nulla hanno di politico, ma molto devono avere a che vedere con gli obbrobbri del Vaticano se dobbiamo giudicare dalla ostinata e documentatissima volontà della “Santa Sede” di tacere e sabotare l’inchiesta dei magistrati italiani. Il culmine dell’uso violento e politicamente finalizzato dei mass media è stato senza dubbio l’invasione dell’Iraq, avvenuta grazie alla campagna di stampa a base di panzane sulle “bombe atomiche” e altre armi di distruzione di massa che si è voluto far credere a tutti i costi che fossero in mano agli iracheni.

Oggi seminare la paura e l’odio verso i “diversi”è diventato normale: gli extracomunitari, i rom e i gli altri dannati della terra sono eternamente sotto accusa. In Italia dalla strategia della tensione tramite le bombe del ’69 si è passati alla strategia della paura e dell’insicurezza tramite i mass media sempre più irresponsabili, come se gli stupratori, i rapitori di bambini, i terroristi non più “rossi” ma islamisti, i rapinatori di tabaccherie e gioiellerie e altri barbari di vario tipo stiano in agguato dietro ogni angolo non appena usciamo di casa. Si tratta di una variabile rozza del classico “Divide et impera”. Ora non sono più i cosacchi, ma i musulmani, i palestinesi, gli arabi, i romeni e i rom che stanno per abbeverare i loro cavalli in piazza S. Pietro…. E’ il nostro nuovo modo di dirottare su capri espiatori di comodo e impossibilitati a difendersi la paura e l’insicurezza che nascono dalla mancanza, dalla perdita o dall’incertezza del posto di lavoro, dalla crisi del sistema produttivo più forte e minacciosa del solito, dal pericolo di “deriva argentina” dell’Italia. Gli antichi romani quando qualcosa andava male correvano a controllare se le vestali erano o no ancora vergini, e se non lo erano davano loro la colpa della sventura e le sotterravano vive. La strategia e l’uso del capro espiatorio è vecchia più del cucco, ma ha sempre funzionato. La gestione del potere costituito e di quello arrembante per perpetuarsi, per poter fare e giustificare le guerre, ha bisogno di costruire società percorse dalla paura e dalle paure. Che portano immancabilmente alla costruzione del capro espiatorio di turno, per scoprire solo dopo che si trattava di un nemico è fasullo. Si tratta di una strategia che oggi serve a Berlusconi – dominus delle televisioni sue e di quelle della Rai, oltre che di qualche giornale – per distogliere l’attenzione dalla crisi epocale in atto, nascondere il bilancio fallimentare dei suoi decantati governi e ministri al di sotto di ogni sospetto e poter eventualmente reprimere meglio le possibili banlieue future: se in Francia si comincia a temere che iniziano le rivolte di piazza, in Italia si impallidisce al pensiero di ciò che potrà avvenire a settembre, quando molti rientrati dalle ferie per tornare al lavoro non lo troveranno più. Tant’è che circola con insistenza la voce che Berlsuconi cederà palazzo Chigi a Gianfranco Fini, onde evitare che la dura repressione che potrà essere usata contro la piazza faccia sparire molto del pubblico delle sue televisioni mandando così in malora Mediaset e dintorni.

Ma si tratta anche di una strategia che serve anche a ciò che resta della sinistra per poter in qualche modo mettere una pezza alla sua mancanza di programmi, analisi e idee adeguate ai tempi. Quando non si sa più dove portare il gregge e su quali pascoli continuare a farlo ingrassare, è sicuro che il gregge inizia a sfaldarsi: nulla di meglio, per ricompattarlo e governarlo, della paura tramite i cani pastore che abbaiano, ringhiano, mostrano i denti e se necessario azzannano….. Dopo che la sinistra ha gridato “Al ladro, al ladro!” per l’intera stagione di Mani Pulite, ecco che con il governo Berlusconi si è passati al grido di “Al lupo, al lupo!”: i lupi sono gli immigrati extracomunitari, i rom e di fatto un po’ anche gli islamici in generale, che nei nostri pregiudizi e nelle nostra fobie hanno occupato almeno parte del posto lasciato vacante dopo la guerra dagli ebrei. Si è arrivati al punto che l’anoressia è diventata una malattia di massa perché si semina ad arte nelle giovanissime la paura di non essere sufficientemente “strafiche”, alte, magre, bionde, disinibite e, ovviamente, anche straricche. Milano è la capitale della moda così come del leghismo e del berlusconismo (e tralasciamo che è stata anche la culla del fascismo). Può parere assurdo che si voglia imporre soprattutto alle giovanissime un modello fisico nordico, per giunta di un nord Europa immaginario, comunque impossibile per le italiane e le mediterranee in genere, ma di assurdo non c’è nulla: anzi, è una ben precisa strategia funzionale al seminare la paura per meglio dominare e, in questo caso, anche vendere qualunque cazzata purché “griffata” e a prezzi ladreschi. L’insegnamento del 7 aprile è che non bisogna quasi mai credere ai mass media, specie alla tv. Bisogna rimanere critici e avere una propria visione critica del mondo, sapersela costruire: oggi tramite Internet e le tv satellitari si possono mettere a confronto le notizie e i giornalismi, il mondo dell’online permette di fornire e veicolare informazioni e giornalismi diversi dalla voce del padrone e dei padroni. Purtroppo i mentitori e i servi sciocchi molto prezzolati non pagano mai il fio delle loro menzogne.

Il Corriere della Sera e la Repubblica hanno dato per certo che nell’Iraq di Saddam Hussein “continua la costruzione di bombe atomiche”, e il settimanale Panorama, proprietà di Berlusconi, ha potuto avvalorare la gigantesca balla dell’”uranio del Niger comprato dall’Iraq per costruire bombe atomiche”, balla gigantesca ma utile a supportare la politica servile del padrone di Panorama nei confronti di un bugiardo disonesto e fallito come George W. Bush. Se i mass media del can can sul 7 aprile avevano le mani macchiate “solo” dell’incarcerazione di molti innocenti, quelli che hanno spianato la strada alla guerra all’Iraq hanno le mani sporche di sangue. molto sangue. Eppure né l’Ordine dei giornalisti né la magistratura procura loro un qualche fastidio. L’informazione, o meglio il controllo sull’informazione, è una merce più preziosa dell’oro, sia di quello giallo che di quello nero, vale a dire del petrolio in nome del quale si sono combattute, si combattono e si combatteranno ancora guerre rovinose.

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fonte:  http://www.pinonicotri.it/?p=946

Maltempo: istruttoria dell’Antitrust sulle società che hanno gestito l’emergenza neve

Maltempo: istruttoria dell’Antitrust
sulle società che hanno gestito l’emergenza

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Il presidente Catricalà: “E’ inaccettabile che un po’ di maltempo, previsto anche se intenso, abbia causato i disagi che migliaia di cittadini hanno subìto”. Migliora la situazione sulle autostrade (riaperta la Siena-Firenze) e negli aeroporti toscani. Traffico ferroviario regolare. Tre vittime in incidenti stradali provocati dal ghiaccio. E muoiono di freddo due clochard

Maltempo: istruttoria dell'Antitrust sulle società che hanno gestito l'emergenza

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ROMA – All’indomani dell’incubo sul tratto toscano della A1 1 e dei disagi sulle strade e per le Ferrovie di mezza Italia, l’Antitrust si dice pronta ad aprire un’istruttoria sulle società coinvolte nella gestione dell’emergenza 2. “E’ inaccettabile che un po’ di maltempo abbia causato i disagi che migliaia di cittadini hanno subìto nei giorni scorsi sulle strade e le ferrovie di uno dei Paesi tra i più industrializzati del mondo. Per questo – annuncia il presidente dell’Autorità, Antonio Catricalà – proporrò immediatamente al Collegio di avviare un’istruttoria nei confronti delle società che potrebbero non avere fornito ai viaggiatori le informazioni necessarie a scegliere se partire o no”.

Emergenza, l’Antitrust annuncia un’istruttoria. Si tratta, spiega ancora Catricalà, di “un principio fondamentale del Codice del Consumo che l’Antitrust ha già applicato sanzionando le società concessionarie del Passante di Mestre per l’ingorgo creato in occasione dell’esodo dell’agosto 2009”. Il Tar, “a riprova della scarsa sensibilità del Paese nei confronti della tutela dei consumatori, ha annullato quelle sanzioni: stiamo già preparando il ricorso al Consiglio di Stato perchè i cittadini e le associazioni dei consumatori non possono essere lasciati soli di fronte alla disattenzione dei monopolisti concessionari di servizi pubblici fondamentali”.

Bloccati nella notte sulla Siena-Firenze. E’ stata liberata solo intorno alle 4 del mattino la superstrada Siena-Firenze, bloccata da ieri pomeriggio tra Bargino e il capoluogo toscano, dove erano rimasti intrappolati gli automobilisti diretti a Firenze. La coda aveva raggiunto fino a 20 chilometri. La Protezione civile e i vigili del fuoco hanno portato viveri e generi di conforto mentre la polizia stradale cercava di ‘trainare’ la coda verso l’uscita. L’Autopalio è ancora chiusa nello stesso tratto a causa del ghiaccio.

Riaperta la Firenze-Pisa-Livorno. Nella tarda mattinata è stata riaperta nei due sensi dimarcia per l’intero tracciato. Lo rende noto un comunicato della Provincia di Firenze. Sono ancora presenti formazioni di ghiaccio e si raccomanda la massima prudenza nella guida.
Proprio le basse temperature, infatti, hanno creato problemi soprattutto nelle strade secondarie di tutta la regione. Tutta percorribile, invece,la rete autostradale, che era stata liberata ieri dai blocchi causati dalle forti nevicate iniziate venerdì.

Riaperto l’aeroporto di Pisa. Ha riaperto alle 8 l’aeroporto di Pisa dopo quasi 48 ore di stop assoluto dei voli in seguito alla nevicata che ha colpito la Toscana venerdì. Circa 200 passeggeri sono stati accolti stanotte nell’aerostazione assistiti dalla Sat, la società che gestisce il ‘Galilei’ e che ha assicurato loro generi di conforto e bevande calde. Resta, invece, piuttosto critica la situazione della viabilità stradale per la presenza del ghiaccio. Per questo motivo è stata annullata la manifestazione podistica Pisa Marathon, alla quale si erano iscritti 1.200 atleti, molti dei quali provenienti anche dall’estero.

Treni regolari. Fin dalle prime ore della mattinata, invece, la circolazione dei treni delle Ferrovie dello Stato si sta svolgendo in modo regolare su tutta la rete ferroviaria, sia per quanto riguarda i convogli ad Alta Velocità e a lunga percorrenza sia per quelli regionali.

Firenze, Renzi: “Mi prendo la colpa”. Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, si è preso tutte le colpe per il “venerdì nero in città” a causa del maltempo. “Noto sui giornali che molti politici praticano lo scaricabarile. Io non sono così. Sono il sindaco e mi prendo la colpa per il venerdì nero in città. Finita l’emergenza lavoreremo sui nostri errori. Ma per il rispetto che si deve a Firenze – fa notare il sindaco  – si sappia che da noi venerdì sera le strade erano già sbloccate. Chi ha dormito fuori lo ha fatto perché era in autostrada o bloccato dai treni, non per colpa di Firenze”. Le scuole di ogni ordine e grado della città rimarranno chiuse anche domani.

Vittime del freddo e degli incidenti. Intanto,  la neve e il ghiaccio hanno provocato incidenti mortali nel Livornese (due vittime) e in provincia di Lucca (un morto). Il freddo intenso è stata la causa della morte di un clochard a Torino e di un senzatetto a Varese.

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19 dicembre 2010

fonte: http://www.repubblica.it/cronaca/2010/12/19/news/cadrical-10383626/?rss

Usa, sì ai gay dichiarati nell’esercito. Obama esulta: «Mai più falsità»

Negli ultimi 17 anni 13.000 soldati espulsi dale forze armate per aver fatto outing

Usa, sì ai gay dichiarati nell’esercito Obama esulta: «Mai più falsità»

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Via libero definitivo alla legge che abroga il «don’t ask, don’t tell». alcuni repubblicani votano a favore

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(Afp)
(Afp)

Con una maggioranza assai ampia, 65 voti a favore e 31 contrari, il Senato degli Stati Uniti ha dato il via libero definitivo alla legge che riconosce appieno il diritto dei gay dichiarati a prestare servizio nelle forze armate Usa, abrogando la cosiddetta politica adottata nel 1993 da Bill Clinton del «don’t ask don’t tell» («non te lo chiedo ma non me lo dire»), un escamotage per permettere a gay e lesbiche di restare in servizio a patto di non rivelare il loro orientamento sessuale. Il voto rappresenta una grande vittoria per il presidente Barack Obama, che ne aveva fatto uno dei temi della sua campagna elettorale. Ora, ha commentato l’inquilino della Casa Bianca, ai «patrioti americani», gay o lesbiche, «non sarà più chiesto di vivere nella menzogna per servire il Paese che amano».

I VOTI A FAVORE E LE CRITICHE – Anche alcuni senatori repubblicani hanno votato a favore dell’abrogazione del «don’t ask don’t tell». Non sono comunque mancate le voci assai critiche, come quella dell’ex candidato alla presidenza John McCain, che ha definito quello dell’abrogazione della legge in vigore «un giorno molto triste». Negli ultimi 17 anni almeno 13.000 uomini e donne sono stati espulsi dalle forze armate per aver fatto outing.

LUNGO ITER – La legge approderà ora sul tavolo di Obama (che prevede di firmarla la prossima settimana) senza ulteriori iter parlamentari, anche se per l’effettiva entrata in vigore delle nuove regole occorrerà attendere ancora a lungo. Gli esperti legali delle forze armate dovranno infatti assicurarsi in precedenza che le nuove regole non influenzino negativamente l’operatività delle truppe: un processo che potrebbe durare anche un anno.

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Redazione online
18 dicembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_dicembre_18/usa-gay-voto-senato_10c3f1fc-0ae7-11e0-b99d-00144f02aabc.shtml