Archivio | dicembre 22, 2010

Thyssen, altro rinvio sulla cassa lunedì l’incontro con l’azienda

Thyssen, altro rinvio sulla cassa
lunedì l’incontro con l’azienda

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Questa mattina gli 20 operai dell’acciaieria hanno incontrato gli enti locali per chiedere il prolungamento della cassa integrazione in deroga. Ma tutto è stato aggiornato al 27 dicembre, quando al tavolo ci sarà anche l’azienda. L’assessore Porchietto: “Pronti a dare una mano”

Thyssen, altro rinvio sulla cassa lunedì l'incontro con l'azienda

Tutto aggiornato a lunedì. Del futuro dei circa 20 operai reduci della ThyssenKrupp si riparlerà il 27 dicembre, in un incontro al quale parteciperà anche l’azienda.

Si tratta degli ultimi lavoratori dell’accaieria di corso Regina Margherita. Sopravvissuti alla tragedia e in cassa integrazione da quel drammatico 5 dicembre 2007, in cui un incendio devastò la fabbrica e tolse la vita a sette operai. Da allora non riescono a trovare un nuovo lavoro e l’ammortizzatore sociale è ormai agli sgoccioli. Ecco perché questa mattina hanno incontrato gli assessori regionale e provinciale al Lavoro, Claudia Porchietto e Carlo Chiama: vogliono un aiuto a ottenere dall’impresa tedesca una nuova tranche di cassa integrazione.

Come è andata lo spiega Claudia Porchietto: “L’urgenza nella convocazione del tavolo non ha permesso la partecipazione della Thyssenkrupp che però sicuramente parteciperà alla riconvocazione di un nuovo incontro per lunedì 27 dicembre alle 11.30”.

Continua Porchietto: “A quel tavolo ribadiremo all’azienda che sarebbe opportuno che ci proponesse ancora un anno di cassa integrazione in deroga per i lavoratori non ancora ricollocati. Tutti gli enti locali, dal Comune di Torino alla Provincia e alla Regione, hanno ribadito però la propria disponibilità ad agevolare percorsi formativi per permettere nel 2011 il loro riassorbimento nel mondo del lavoro”.

fonte: http://torino.repubblica.it/cronaca/2010/12/21/news/fumata_grigia_per_i_reduci_thyssen_luned_l_incontro_con_l_azienda-10450000/

Assunti sul filo di lana: si allarga la parentopoli dei rettori di Roma

Assunti sul filo di lana: si allarga
la parentopoli dei rettori di Roma

A Tor Vergata dopo la nuora anche due nipoti. E alla Sapienza arriva il figlio di Luigi Frati

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di Claudio Marincola
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ROMA (22 dicembre) – Il presepe dei Baroni si popola di altre statuette. Spuntano parenti veri o presunti promossi o assunti e comunque agganciati all’ultimo istante al grande carrozzone prima del varo della riforma. Succede a Roma, a Tor Vergata, dove il rettore Renato Lauro, ex preside di Medicina e Chirurgia, ha imbarcato in extremis la nuora Paola Rogliani come professore associato di Malattie dell’Apparato respiratorio. Dove insegna anche suo figlio Davide, marito della Rogliani. E ora spuntano altri due nipoti ricercatori di Roma 2.

Succede all’Università La Sapienza, dove Giacomo, 36 anni, figlio del rettore Luigi Frati ha battuto 24 concorrenti più anziani di lui. Ma ha vinto sul fotofinish la sua personale corsa contro il tempo: è diventato professore ordinario prima che le norme anti-parentopoli glielo vietassero. Giacomo Frati si aggiunge ad una lista che somiglia molto al suo certificato di famiglia: la madre Luciana Rita Angeletti, moglie del Magnifico, professoressa ordinaria, e la sorella Paola, anche lei professore ordinario. Tutti insieme i più alti dietro, i bassi avanti, nell’album della facoltà di Medicina. L’ultimo assalto alla diligenza riguarda un nodo nevralgico del ddl in discussione al Senato: le modalità di arruolamento dei docenti. Nodo nevralgico ma anche nota dolente.

E così mentre il ministro della Pubblica istruzione, Mariastella Gelmini registra «un’accelerazione sul piano di parentopoli prima che entri in vigore la legge», gli studenti si preparano a scendere in piazza.

Il ddl introdurrebbe, se approvato, un codice etico per evitare incompatibilità e conflitti di interessi legati a parentele. Padri, figli e consanguinei, fino al quarto grado non potrebbero più insegnare sotto lo stesso tetto. Introdurre questo elemento nella cupola accademica che si spartisce le cattedre di mezza Italia equivarrebbe ad una mezza rivoluzione. Ma non basta per far digerire agli studenti gli altri punti più controversi della riforma.

Nel frattempo il clima a Tor Vergata si è fatto rovente. La II Università della Capitale è un ateneo spalmato con le sue varie facoltà nell’Agro Romano. C’è chi ieri in quella atmosfera rupestre ha messo sotto il naso dei professori la prima pagina de Il Messaggero mostrando il titolo “Il rettore assume la nuora”.

La notizia in realtà merita un aggiornamento. Oltre alla nuora e al figlio, nell’organico di Roma 2 figurerebbero secondo fonti bene informate anche due nipoti del Magnifico: il dottor Manfredi Tesauro, endocrinologo, e orginario di Palermo, come Lauro, e il dottor Roberto Leo, cardiologo.

«Vedo che la mia famiglia si allarga… – è il commento ironico del rettore Lauro, ieri poco propenso a parlare – non si tratta di miei parenti, sono entrambi ricercatori, uno dei due tra l’altro se non vado errato è lucano».

Alla vigilia del nuovo corteo di protesta l’atmosfera si scalda intanto anche tra i ricercatori e tra i docenti. «Quali sono i reali interessi economici che muovono i sostenitori della riforma Gelmini?», si chiedono gli studenti che hanno scritto una lettera aperta. Secondo i firmatari, il rettore Renato Lauro «appartiene a quella schiera di docenti politici che, dopo un primo momento di titubanza, ha accolto a braccia aperte la riforma Gelmini, quella del “merito”, quella contro i baroni», lo stesso che «a due giorni dall’approvazione della legge in Senato ha permesso la chiamata in cattedra di sua nuora». «Chi entrerà, ad esempio, nel CdA di Tor Vergata, quando l’ingresso dei privati sarà obbligatorio per legge?», si chiedono ancora gli universitari di Roma 2 – Entrerà qualche parente, qualche amico degli amici? Forse qualche industriale della cricca di Balducci con cui il rettore è in stretto contatto, come dimostrato dalle indagini in merito agli appalti de L’Aquila e del G8 della Maddalena? (Renato Lauro nelle intercettazioni legate all’inchiesta veniva definito “lo zio”, ndr)».

«Non sarà difficile – continua la lettera degli studenti – per un rettore, un consigliere d’amministrazione di un’azienda, e un imprenditore senza scrupoli dell’edilizia scambiarsi di posto a vicenda alla fine dei rispettivi mandati, istituendo vere e proprie mafie locali all’interno dell’Università». Gli studenti se la prendono infine con «il circo politico degli arresti preventivi» e con «i clientelisti che sostengono la riforma». Non salvano quasi nessuno, insomma.

Cosa rimane? Un futuro pieno di incognite. Questo immaginano alla vigilia del rien ne va plus. In compenso gli studenti di Tor Vergata si lasciano alle spalle un passato pieno di “certezze”, consuetudini di cui si potrà fare volentieri a meno. Prima di Lauro era stato Magnifico per circa 12 anni Alessandro Finazzi Agrò, stimato professore che nella stessa facoltà di Medicina ha il figlio Enrico e due nipoti di primo grado. La parentopoli, insomma, come lunga e consolidata tradizione di famiglia.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=131721&sez=HOME_SCUOLA

La Sapienza, operaio muore in cantiere schiacciato nel crollo di un solaio

La Sapienza, operaio muore in cantiere schiacciato nel crollo di un solaio

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ROMA (22 dicembre) – Un operaio è morto durante l’effettuazione di lavori edili all’università La Sapienaz, nell’ala nuova di Scienze politiche. L’uomo stava lavorando in un cantiere quando è rimasto schiacciato nel crollo di un solaio. L’uomo è rimasto incastrato tra lo stesso solaio e un muro. Sono intervenuti i vigili del fuoco per tentare di salvarlo, senza esito.

Si chiamava Mohammed Bannour e aveva 35 anni l’operaio tunisino morto. Secondo una prima ricostruzione fatta dai colleghi, Mohammed stava lavorando vicino a un macchinario, una specie di muletto, quando per cause da accertare (forse il crollo del solaio dove procedeva il mezzo, forse per il cedimento di un cingolo) questo si è ribaltato schiacciandolo. L’impresa nel cantiere, fa sapere Andrea Cuccello della Filca Cisl, lavorava in subappalto.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=131715&sez=HOME_ROMA

Di Pietro: «Bersani non faccia come l’asino di Buridano…»

Di Pietro: «Bersani non faccia
come l’asino di Buridano…»

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”Mi auguro che Pierluigi Bersani e il Pd non facciano come l’asino di Buridano e si decidano a dire si o no all’alleanza con l’Idv e il Sel”. Lo ha detto Antonio Di Pietro ospite della trasmissione ”Otto e Mezzo” dell’emittente La 7.

Il leader dell’Idv ha citato l’apologo dell’asino che muore perche’ non sa scegliere tra due campi in cui pascolare, proposto dal filosofo Giovanni Buridano per indurre i Democratici e fare una scelta di campo. ”Se vogliono fare – ha aggiunto Di Pietro – un’alleanza con il Terzo Polo, lo facciano e gli auguro buon viaggio. L’importante e’ che dicano quello che vogliono fare”. L’ex pm ha confermano il ”suo si’ alle primarie chieste da Vendola, altrimenti saranno ancora le sagrestie dei partiti a decidere le candidature”.

“Io e Vendola abbiamo detto a Bersani di formalizzare la coalizione. Lui ha risposto ‘si’ ma anche no’, poiche’ ci rivediamo il 23. Non si puo’ stare con il piede in due scarpe”. Il leader dell’Idv dice che con il Pd “il Terzo polo non ci stara’, e’ tempo perso. E comunque e’ un’offesa al programma”. E avverte: “Se dopo il 23 da Bersani ci sara’ ancora una risposta attendista e’ bene che io e Vendola partiamo da soli per rappresentare gli elettori del centrosinistra”.

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20 dicembre 2010

fonte:  http://www.unita.it/italia/di-pietro-bersani-non-faccia-br-come-l-asino-di-buridano-1.261752

IL CASO PRESTIGIACOMO – Dal nucleare a parchi e rifiuti, tutti gli strappi del ministro

Dal nucleare a parchi e rifiuti, tutti gli strappi del ministro

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prestigiacomo
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Dal nucleare ai parchi, passando per i rifiuti, tanti gli attriti all’interno del Pdl e della maggioranza tra il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e i suoi colleghi di partito e di governo. Uno dei piu’ aspri fu ‘il caso’ del luglio del 2009, quando con l’articolo 4 del decreto anti-crisi, lo ‘sblocca-reti’ o ‘sblocca tutto’, veniva affidato ai commissari l’ok alla realizzazione di centrali, elettrodotti e opere simili esautorando il ministero dell’Ambiente. Ne nacque uno scontro tra Prestigiacomo e il ministro per la Semplificazione, il leghista Roberto Calderoli, che ebbe strascichi anche con l’allora ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola.
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Le competenze, infine, tornarono alla titolare dell’Ambiente. A gennaio 2010 lo scontro ebbe luogo tra Prestigiacomo e i senatori Pdl: a palazzo Madama passo’ un emendamento sulla caccia alla legge Comunitaria che prevedeva la possibilita’ per le Regioni di superare i termini della stagione venatoria. Il ministro denuncio’ blitz e colpi di mano, e dovette battersi perche’ la Camera sopprimesse l’emendamento della discordia. Nel novembre scorso due ‘problemi’ con Giulio Tremonti, ministro dell’Economia e finanze: uno sulle risorse per far fronte al dissesto idrogeologico, l’altro sui fondi per i parchi.
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Nel primo caso Prestigiacomo chiese conto del miliardo stanziato dal Cipe per il rischio frane, con Tremonti che arrivo’ a minacciare le dimissioni. Nel secondo caso Prestigiacomo denuncio’ i tagli ai fondi per le aree protette. Ne nacque una discussione tutta interna alla maggioranza, che si risolse con lo stanziamento di 35 milioni di euro per gli enti parco, risorse giudicate ancora insufficienti dal dicastero dell’Ambiente, che ha accettato ma non senza disappunto.
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Tensioni e polemiche poi per il nucleare. A fine novembre scorso le commissioni Ambiente e Attivita’ produttive della Camera bocciarono- per ben due volte- uno dei due membri proposti da Stefania Prestigiacomo per l’Agenzia per la sicurezza nucleare (Michele Corradino, capo di gabinetto del ministero dell’Ambiente). Incassato il ‘no’, qualcuno guardo’ con sospetto tra le fila di Lega e Pdl per individuare i ‘franchi tiratori’.
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Sempre il Cdm ha poi approvato un decreto legislativo che “disegna il nuovo ruolo delle Province autonome di Trento e Bolzano nella gestione del parco dello Stelvio”, uno “smembramento” denunciano le opposizioni, al centro di un presunto accordo tra Silvio Berlusconi e l’Svp, stipulato prima del recente voto di fiducia.
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A Montecitorio poi l’ultimo atto di un rapporto travagliato tra Prestigiacomo e la sua maggioranza: il ministro all’Ambiente ha votato con l’opposizione per il rinvio in commissione per un approfondimento di una norma sullo smaltimento dei rifiuti per le piccole imprese. Il rinvio e’ stato bocciato per soli tre voti di scarto e Prestigiacomo ha accusato il capogruppo Pdl, Fabrizio Cicchitto, di non averla ascoltata e di aver esposto il governo a un voto che poteva metterlo in difficolta’. Di qui l’annuncio dell’addio al Pdl.
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22 dicembre 2010
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La Lega attacca Fini: “Atteggiamenti discutibili; incompatibile con il suo ruolo di presidente”

La Lega attacca Fini: “Atteggiamenti discutibili;
incompatibile con il suo ruolo di presidente”

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Il Carroccio chiede un dibattito in Aula. “Ha tenuto nelle ultime settimane atteggiamenti discutibili che ledono la dignità del Parlamento e che prefigurano il suo ruolo come incompatibile con un ordinato svolgimento dell’attività parlamentare”. Il Pdl: “Iniziativa sacrosanta”

 L a Lega attacca Fini: "Atteggiamenti discutibili  incompatibile con il suo ruolo di presidente"

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ROMA –  La Lega si accinge a mettere sul tappeto il problema della presidenza della Camera. Non ci sarà una vera e propria richiesta formale di dimissioni di Gianfranco Fini ma “un dibattito in Aula sul comportamento del presidente della Camera, che ha tenuto nelle ultime settimane atteggiamenti discutibili che ledono la dignità del Parlamento” e che prefigurano il suo ruolo come “incompatibile con un ordinato svolgimento dell’attività parlamentare”.

“Le dimissioni sono una decisione che attiene alla coscienza di ciascuno, ma il comportamento de presidente della Camera dev’essere sindacabile da parte della Camera stessa” dice il capogruppo della lega a Montecitorio, Marco Reguzzoni. L’iniziativa del Carroccio piace al Pdl  che la giudica “opportuna e positiva” perchè Fini “è ed appare parziale”.

La Lega sottolinea il fatto che Fini sia diventato leader di un gruppo di”opposizione e che questo metta “a serio rischio il ruolo imparziale”. Nel mirino anche i “comportamenti criticabili” del leader di Fli che “rischiano di costituire pericolosi precedenti, incompatibili con il ruolo del presidente dell’assemblea”. La richiesta è che la questione venga valutata già alla capigruppo dell’11 gennaio.

Berlusconi vede il Carroccio
. Umberto Bossi e lo stato maggiore della Lega sono giunti poco fa a Palazzo Grazioli per incontrare Berlusconi. A via del Plebiscito sono presenti, oltre al leader del Carroccio, i ministri Roberto Maroni e Roberto Calderoli, il capogruppo alla Camera, Marco Reguzzoni, la vicepresidente del Senato Rosi Mauro e il deputato Giancarlo Giorgetti.

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22 dicembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/12/22/news/lega_fini-10504226/?rss

Ungheria, è legge il bavaglio su tutti i media

Ungheria, è legge il bavaglio su tutti i media

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di Elena Rosselli

21 dicembre 2010

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Approvata dal partito di destra del primo ministro Orban, è il primo caso in Europa di provvedimento restrittivo in tutti i campi dell’informazione. Tra le norme, l’obbligo per i giornalisti di rivelare le fonti. Multe fino a 700mila euro

In Ungheria la legge bavaglio sui media diventa realtà. Approvata con una maggioranza dei due terzi dal partito di destra Fidesz del primo ministro Viktor Orban, diventa il primo caso in Europa di legge restrittiva in tutti i campi dell’informazione, dal giornalismo della carta stampata, alla radio, alla televisione fino a internet. Si tratta di 175 articoli che possono costituire un pericoloso antecedente per gli altri paesi europei. Nel merito è già intervenuta l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse): “Riformare i media – ha detto in un rapporto la rappresentante per la libertà dei media Dunja Mijatovic – può danneggiare la libertà dei media e il libero dibattito pubblico, indispensabili elementi di democrazia”. Contro la legge bavaglio sono scesi in piazza 1500 giovani universitari che, con le fiaccole in mano, hanno circondato il Parlamento.

La legge Il Parlamento ungherese ha approvato a maggioranza dei due terzi la  “legge-bavaglio”, riforma che prevede un ampio controllo da parte dello Stato su tutti i media. Tra le misure adottate la possibilità da parte dell’Autorità nazionale per le telecomunicazioni, nominata da Fidesz, lo stesso partito del premier Viktor Orban, di sanzionare tutte le testate giornalistiche in caso di “violazione dell’interesse pubblico”. Tra le misure più restrittive, la soppressione delle redazioni di giornali e radio in modo da concentrare tutta l’informazione primaria sull’agenzia di stampa nazionale Mti, finanziata dallo Stato; l’istituzione di un tetto del 20 per cento per la cronaca nera nei telegiornali; l’imposizione per le radio di inserire almeno il 40 per cento di musica ungherese; multe pesanti a tutti gli organi d’informazione nel caso di “violazione” di un non meglio specificato “interesse pubblico”, per articoli “non equilibrati politicamente” o “lesivi della dignità umana”, con cifre che vanno da 700 mila euro per le tv, a 89 mila per i giornali e siti internet. Ma il provvedimento che davvero rischia di minare alle fondamenta il diritto di essere informati per i cittadini ungheresi è costituito dall’obbligo per i giornalisti di rivelare le proprie fonti per questioni legate alla “sicurezza nazionale”. Una sicurezza nazionale via via stabilita dal potere politico a seconda delle convenienze che potrà arrivare sino alla confisca da parte delle autorità investigative degli strumenti e dei documenti del cronista anche prima di aver identificato un delitto.

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La protesta La legge, solo l’ultima in ordine di tempo fra le mosse messe in atto dal premier Orban per controllare i media, ha immediatamente scatenato la protesta di circa 1500 persone che hanno manifestato davanti al Parlamento di Budapest. L’organizzazione della mobilitazione è avvenuta tramite Facebook con la precisa richiesta che i partiti non aderissero. Il timore dei dimostranti e di molti osservatori è che, per evitare sanzioni e multe salate,  le testate si autoregoleranno come ai tempi del comunismo, praticando quindi una pesante autocensura. Il danno maggiore andrebbe a pesare soprattutto sui giornali più piccoli e indipendenti che rischierebbero la chiusura.

“D’ora in poi, giornalisti e direttori dovranno essere molto cauti su cosa pubblicheranno”, ha dichiarato il direttore del maggiore quotidiano indipendente di stampo liberal, che ha annunciato ricorso alla Corte costituzionale. Ma le possibilità di riuscita del ricorso sono nulle, dato che l’approvazione con la maggioranza di due terzi ha blindato la legge. Csaba Belenessy, direttore generale dell’agenzia Mti, che dirigerà la nuova centrale di notizie, aveva di recente detto che i giornalisti nel suo servizio dovranno essere leali al governo. Orban ha affermato che la nuova legge è “conforme alle norme europee” anche se sia l’Istituto internazionale della stampa (Ipi), sia l’Osce hanno espresso critiche severe nei confronti di una legge definita “liberticida”.

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/21/ungheria-diventa-legge-il-bavaglio-su-tutti-i-media/83086/

Le (amarissime) prigioni del soldato di Wikileaks

La storia – Ha consegnato i file all’organizzazione di Assange

Le (amarissime) prigioni
del soldato di Wikileaks

Manning in una celletta senza poter riposare

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Bradley Manning
Bradley Manning

WASHINGTON – Per un’ora al giorno Bradley Manning esce dalla sua cella ed entra in una stanza-palestra dove gli è permesso di «camminare». Le regole impongono che compia un percorso simile a un 8. Vietate le flessioni o piegamenti sulle gambe. Poi se ne torna nel suo loculo, composto da un letto, un wc e un lavandino. Da oltre 200 giorni, il soldato americano, accusato di aver passato i file a Wikileaks, è rinchiuso in un edificio di Quantico, nei boschi della Virginia. Lì, a un’ora dal centro di Washington, c’è la base dei marines diventata la sua prigione.
Manning, che ha compiuto 23 anni venerdì scorso, è in isolamento. E dunque la sua vita tra le sbarre prevede disposizioni ferree. Il militare viene svegliato alle 5 e gli è concesso di dormire solo dopo le 20. Se prova ad appisolarsi le guardie intervengono, stessa cosa se copre la testa con la coperta. Sulla brandina non ci sono lenzuola e cuscini: il prigioniero potrebbe strapparli e usarli per improvvisare un cappio con il quale togliersi la vita. Anche per questo, i marines devono sorvegliarlo in modo costante. Ogni 5 minuti verificano che tutto vada bene e aspettano una conferma verbale dallo stesso detenuto.
Per combattere la noia, Manning può guardare la tv. Tre ore quotidiane che si allungano di poco durante i fine settimana. Sui canali non ci sono particolari restrizioni, tranne quelle legate alle news: può vedere solo i tg locali. Altro svago – scontato – la lettura. Il soldato ha diritto a un libro alla volta e a una rivista. Nelle scorse settimane ha sottoposto una lista di testi alle autorità che l’hanno approvata. Saranno i suoi familiari a portargli i libri per Natale. Ecco l’elenco: Decision Points di George W. Bush; Critica della ragione pura e Critica della ragione pratica di Kant; Propaganda di Bernays; Il gene egoista di Dawkins; Storia del popolo americano di Zinn; Arte della guerra di Sun Tzu; The good soldiers di Finkel; Sulla guerra di Clausewitz. Quanto alla rivista, Bradley ha scelto «Scientific American».

I colloqui sono ridotti al minimo (solo il sabato) e, essendo in isolamento, il militare non può parlare con nessuno, fatta eccezione per il suo avvocato, lo psichiatra e qualche guardia. Non c’è dubbio che le condizioni siano «durissime» – ha sottolineato il legale David Coombs – e in certi momenti Manning appare molto provato. Un amico che ha avuto modo di vederlo, attraverso il divisorio in vetro, ha notato «un declino costante del suo stato mentale e fisico».

Diverse fonti affermano che l’amministrazione sta esercitando forti pressioni. Un lento lavoro ai fianchi favorito dalla lunga detenzione. L’obiettivo è di ottenere le prove per incriminare Julian Assange con l’accusa di spionaggio. Il fondatore di Wikileaks ha cercato di sminuire il ruolo della presunta «talpa» americana – «noi non conosciamo le fonti dei documenti» – ma gli investigatori hanno in mano molti elementi a carico di Manning, comprese le email dove si confida con un amico hacker. E probabilmente sperano che il soldato, alla fine, ceda magari in cambio di uno sconto di pena o altro. A Washington si sarebbero svolte diverse riunioni di esperti legali per sottoporre al responsabile della Giustizia Eric Holder un piano per convincere il militare a cooperare.
I sostenitori di Manning ritengono che i provvedimenti così severi non siano giustificati e accusano le autorità di giocare sporco. Dal Pentagono rispondono che il soldato è in «regime di massima sicurezza» ma che è «trattato come tutti gli altri prigionieri». Se per Wikileaks il militare è una «vittima», in tanti in America lo considerano un traditore che deve restare per sempre in quella piccola cella.

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Guido Olimpio
22 dicembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_dicembre_22/le-amarissime-prigioni-del-soldato-di-Wikileaks_9432a1c8-0d99-11e0-8558-00144f02aabc.shtml

Governo, l’allargamento s’inceppa Berlusconi prepara le elezioni

Governo, l’allargamento s’inceppa
Berlusconi prepara le elezioni

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di Marco Conti
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ROMA (22 dicembre) – I sondaggi restano poco soddisfacenti e Berlusconi continua ad esternare fedele al suo motto secondo il quale «un prodotto che ha il 40% sul mercato, deve avere il 40% di spazio sui media». Un’esposizione mediatica – ieri sera era a Matrix – che conferma come il voto anticipato sia tutt’altro che uscito dall’orizzonte del Cavaliere che non solo studia il nuovo nome da dare al Pdl, ma riscopre un suo ”evergreen” da campagna elettorale: l’attacco ai giudici.

Dal gioco del cerino sulla fine anticipata della legislatura, si è sfilato il Carroccio che da mesi sostiene che le urne sono l’unica soluzione. Al ”no” di Bossi all’ingresso dei centristi nell’area della maggioranza si somma però ora quello degli ex di An. Gli ex colonnelli di via della Scrofa, Gasparri e La Russa in testa, temono infatti che insieme all’Udc possano rientrare anche i finiani di Futuro e Libertà. Un fuoco di sbarramento che i giornali vicino al Cavaliere continuano a tenere alto, che complica il lavoro dei mediatori alla Andrea Augello e che allunga i tempi dell’arrivo dei famosi «otto finiani», annunciati qualche giorno fa dal Cavaliere.

La campagna acquisti rischia quindi di avere tempi lunghi se non di arenarsi, ma l’esito del doppio voto di fiducia e il monito del Capo dello Stato obbligano il Cavaliere alla trattativa. Perché, per dirla con Fini, «ci sono ora le condizioni perché la legislatura vada avanti». Parole «incredibili», per Berlusconi. «Uso improprio del suo ruolo», per il Pdl Casoli, ma che confermano come dietro la disponibilità al dialogo di Casini, ci sia il via libera anche del presidente della Camera. Il tentativo di stabilizzare la maggioranza è in salita anche se cresce nell’ala moderata del Pdl, il partito di coloro che vogliono aprire «un altro forno», come lo definisce il senatore Saro, per bilanciare gli appetiti della Lega.

Berlusconi per ora si muove con cautela e si limita ad occupare la scena. Ha già spiegato ai suoi che prima di qualunque scelta occorre attendere la decisione della Consulta di metà gennaio. Un timing che gli permette di prendere tempo, in attesa che le percentuali dei sondaggi si muovano sollevando un Pdl ancora sotto il 30%. Il Cavaliere sa che ha bisogno di tempo prima di andare al voto e il pressing della Lega lo infastidisce. Così come però lo irrita la pressione di ministri e sottosegretari affinché apra un tavolo di trattativa con Pier Ferdinando Casini. Ieri a ”Matrix” Berlusconi ha utilizzato parole molto concilianti nei confronti del leader centrista, mentre a Fini ha consegnato critiche molto duro. Resta però nella testa del Cavaliere il dubbio sulle reali contropartite che chiederanno i leader del rassemblement terzo polista e, soprattutto, se la modifica della legge elettorale sarà uno dei punti in agenda.

Tornando ieri sera dagli studi Mediaset del Palatino, Berlusconi era soddisfatto della sua performance televisiva tranne su un punto. «Forse abbiamo parlato troppo di terzo polo», ha commentato il premier con un suo stretto collaboratore.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=131717&sez=HOME_INITALIA&ssez=POLITICA

LIBRI, ANTICIPAZIONI – Carlo Ruta: Guerre solo ingiuste. La legittimazione dei conflitti e l’America dal Vietnam all’Afghanistan

Con piacere vi anticipiamo un brano del libro di Carlo Ruta Guerre solo ingiuste. La legittimazione dei conflitti e l’America dal Vietnam all’Afghanistan, che sarà in libreria nel prossimo gennaio, per Mimesis Edizioni di Milano

solleviamoci

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La dottrina di Walzer i paradigmi militari dell’America

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di Carlo Ruta

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Il docente statunitense Michael Walzer, autore di Just and Unjust wars, sostiene che, dopo il secondo conflitto mondiale, la realtà della guerra giusta costituisce un dato incontrovertibile, per essere attestato come tale dalle generazioni che possono esprimersi con cognizione di causa. E che egli rimanga di questo avviso lungo i decenni è provato dal fatto che in tali termini si esprime ancora in una prefazione di Wars del 2009, in cui si legge: «Nessuno che sia cresciuto durante la seconda guerra mondiale, com’è il mio caso, può dubitare dell’esistenza di guerre giuste, oltre che ingiuste». In realtà in un tale approccio, presentato come oggettivo, fosse pure condiviso dalle generazioni che hanno vissuto gli orrori di quella guerra, ed è improbabile che lo sia in modo unanime, non può esserci nulla di assodato. Se fosse penetrato infatti nella coscienza dell’epoca come evidente in sé e per sé, non ci sarebbe bisogno di fiumi di parole per riscontrarlo. Lo stesso lavoro di Walzer, che riabilita un vecchio paradigma, adattandolo ai tempi, dimostra in sostanza che nel concetto di guerra giusta non c’è nulla di assiomatico. Da dove muove allora, realmente, il discorso del docente americano? Quale potrebbe esserne il significato autentico?

Walzer spiega in apertura che il discorso scaturisce dal moto di coscienza suscitato dal Vietnam, quale modello di guerra da condannare. Egli può esserne convinto, ma è difficile che sul piano sostanziale le cose stiano in questo modo. Come annotato, il Vietnam per numerosi intellettuali ha costituito la via maestra per giungere a posizioni di netto rifiuto della guerra, quale strumento per risolvere i contenziosi fra nazioni[1]. La medesima cosa era avvenuta del resto dopo il secondo conflitto mondiale, quando, oltre il processo di Norimberga celebrato dalle potenze vincitrici, la discussione, pure giuridica, veniva portata oltre le nozioni di giusto e ingiusto, fino a riguardare la liceità stessa dei conflitti militari. Non è un caso che a quel punto in diverse Costituzioni, inclusa quella italiana, esordisse fra i principi fondamentali il rifiuto della guerra. Nella sua cruda oggettività, fatta appunto di circa tre milioni di morti di cui i due terzi civili, il Vietnam ha offerto la rappresentazione aggiornata dei danni che sono propri dei conflitti armati. E come tale è stato percepito da strati significativi dell’opinione pubblica, in tutti i continenti. Il discorso di Walzer sulla guerra giusta reca allora una matrice più complessa, che se in superficie può trarre degli spunti dal conflitto appena concluso, in profondo potrebbe richiamare i trascorsi civili e militari dell’America reale, il dibattito strategico, i corsi della politica.

Nel background dell’America reale, dopo lo scontro vinto con la Germania nazista, inteso suggestivamente dal generale Eisenhower come la «crociata in Europa», c’è la guerra fredda, che quando Walzer congeda alle stampe Wars dura da un trentennio. C’è altresì la Corea, che il docente statunitense, facendo propria la linea delle amministrazioni civili e militari, considera tutto sommato una guerra contenuta. In tale passato c’è ancora la crisi dei missili di Cuba del 1962, che ha rischiato di tradursi in un conflitto nucleare. C’è infine la presunzione strategica, tale da permeare la vita ufficiale degli States, di essere custodi e garanti di valori di rilievo universale, perennemente minacciati. Si tratta di definire allora quanto un tale background abbia potuto ispirare, realmente, la dottrina di Walzer, soprattutto sotto il profilo della guerra preventiva, che, correlandosi in modo strutturale con l’emergenza suprema, è di fatto il telaio oltre che il filo conduttore della medesima.

Già nell’immediato dopoguerra, ma tanto più nel pieno degli anni cinquanta, quando l’URSS stabilizzava i propri progetti di potenza atomica, un tema seriamente considerato dagli alti comandi del Pentagono per contrastare la minaccia capitale che essi avvertivano nella Russia sovietica, e quella nascente della Cina comunista, era quello del preemptive strike, di un attacco nucleare a scopo preventivo. Fautore di tale linea era soprattutto il generale Douglas MacArthur, che da comandante delle forze statunitensi nella guerra di Corea nel 1951, prima di essere destituito per insubordinazione, era giunto a proporre a Truman un attacco atomico contro la Cina. In nessuna occasione l’intenzione si è tradotta in realtà. Negli anni dell’amministrazione Eisenhower si affermava invece, sostenuto dal segretario di Stato John Foster Dulles, il principio della massive retaliation, che prevedeva l’impiego di armi atomiche nel caso in cui l’URSS avesse sferrato un attacco convenzionale. E nel decennio successivo il paradigma nucleare veniva subordinato al principio, sostenuto dal generale M. D. Taylor, di «reazione flessibile», puntato sull’impiego strategico delle armi convenzionali. La dottrina dell’intervento preventivo, che pure ha ispirato in qualche modo la condotta dell’amministrazione Kennedy nei frangenti della crisi di Cuba dell’ottobre 1962, è tuttavia rimasta sullo sfondo, per esprimersi in forma mimetica nelle situazioni ritenute di particolare criticità, attraverso operazioni segrete, civili e militari. Rientrano in tale logica fatti come la deposizione di Mohammad Mossadeq in Iran nel 1953, la deposizione del presidente Jacopo Arbenz in Guatemala nel 1954, l’attacco militare a Cuba tentato da un esercito di 1500 mercenari nel maggio 1961.

Non c’è ragione beninteso per ritenere che tutto questo abbia a che vedere con le intenzioni di Walzer, che si possono supporre invece prive di sostanziali ambiguità. È però possibile avvertire in Wars l’eco di una certa America, con i suoi timori e le sue pretese. Non è facile dedurre la supreme emergency, che segna il culmine dell’elaborazione, dalla guerra in Indocina, se non all’incontrario: nella condizione delle città e dei villaggi vietnamiti sottoposti agli attacchi americani, mentre può essere ben dedotto tale argomento dagli allarmi strategici che in America sono stati alimentati dalla guerra fredda. Un altro aspetto che merita di essere considerato è l’attenzione particolare che il docente americano riserva allo Stato di Israele, coerente peraltro con l’atteggiamento di amicizia che, sin dal dopoguerra, l’America ufficiale ha mantenuto verso il medesimo. Israele, che sin dal 1947, quando ancora doveva nascere ufficialmente, ha dovuto fare i conti con l’ostilità dei palestinesi e dei paesi arabi vicini, ha gestito le proprie necessità territoriali con parecchi atti di forza. Ha dovuto adattarsi quindi a uno stato di conflitto permanente che se nella «normalità» si è espresso in una escalation di atti terroristici e di rappresaglie, ugualmente terroristiche, in alcuni momenti particolari, come nel 1956, nel 1967 e nel 1973, si è tradotto in guerra aperta. E anche tale vicenda echeggia nel discorso di Walzer.

L’emergenza suprema, con i suoi correlati, costituisce in definitiva un motivo caratterizzante dell’epoca, se non il più influente. Il docente di Princeton non inventa perciò nulla, riflettendo bensì l’America effettiva, che «sbaglia» in Vietnam e che tuttavia si erge a garante del bene di tutti. Egli interpreta altresì, per certi aspetti, le ansie di un piccolo paese, Israele appunto, che, nel perenne stato di mobilitazione in cui vive, offre argomenti e motivazioni non solo al nazionalismo arabo, passato dopo Nasser di riflusso in riflusso, ma pure all’islam fondamentalista. Vaga e tormentata, l’elaborazione di Walzer finisce con il trovare allora nel contingente una propria necessità, riproducendo in forma mimetica i temi del realismo militarista, per divenire, allo snodo dei primi anni zero, la dottrina ufficiale dell’America.

 


[1] Nei decenni successivi, con il mutare degli scenari geopolitici, non pochi hanno riveduto le loro posizioni. Si è detto di Habermas e Bobbio. Un iter analogo ha seguito Ignatieff. In quegli anni, comunque, il moto di coscienza è andato declinandosi di massima in quel modo.

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Brano tratto da: Carlo Ruta, Guerre solo ingiuste. La legittimazione dei conflitti e l’America dal Vietnam all’Afghanistan, pp. 72, Mimesis Edizioni, Milano.

Per info: Mimesis Edizioni, 02.89403935, mimesised.tiscali.it

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