Archivio | dicembre 30, 2010

“No alla estradizione di Battisti”. L’ira del governo: “Lula spieghi”

30/12/2010 – IL CASO

“No alla estradizione di Battisti”
L’ira del governo: “Lula spieghi”

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L’avvocatura generale brasiliana ha dato parere negativo. P. Chigi: «Inaccettabile, offesa all’Italia»
Sit-in dei parenti delle vittime

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ROMA – È alta tensione tra Roma e Brasilia. Il governo italiano attende l’ultima parola del presidente-operaio Lula sul destino di Cesare Battisti, avvertendo che un no all’estradizione sarebbe una decisione «inaccettabile». E a poche ore dall’atteso verdetto, anticipato da fonti di stampa che danno per certo il no di Lula, pronto a seguire il parere dell’avvocatura di Stato, Roma alza i toni e tenta l’ultimo pressing, dicendosi pronta a una battaglia con «qualsiasi misura» per far valere il trattato Italia-Brasile sull’estradizione ed assicurare alla giustizia italiana l’ex terrorista dei proletari armati per il comunismo (Pac) condannato all’ergastolo per 4 omicidi compiuti negli anni di piombo.

Un pressing che nel corso della giornata si è fatto sempre più incalzante. Prima, stamattina, con una nota di Palazzo Chigi in cui si smentivano alcune dichiarazioni alla stampa del senatore brasiliano Eduardo Suplicy secondo le quali Berlusconi avrebbe fornito garanzie a Lula su una reazione senza tante polemiche al ventilato no all’estradizione.

Poi con una nota della Farnesina, a metà giornata, in cui il ministro Frattini annunciava che Roma valuterà «tutte le misure necessarie per ottenere il rispetto del trattato bilaterale di estradizione, in conformità con il diritto brasiliano». Parole che si potrebbero tradurre non solo in un ulteriore ricorso ma anche in passi diplomatici. E ricordava l’impegno e i passi compiuti negli ultimi due anni per ottenere l’estradizione di Battisti. Impegno ribadito nel pomeriggio anche dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Fino ad una nuova nota, in serata, di Palazzo Chigi in cui il governo parla di Battisti come un «pluriomicida» e pur riservandosi di «esprimere le proprie valutazioni» dopo la decisione di Lula, mette in guardia Brasilia sul fatto che un ’nò all’estradizione dell’asilo sarebbe giudicato «incomprensibile e inaccettabile: Lula dovrebbe allora spiegare tale scelta non solo al Governo, ma a tutti gli italiani e in particolare alle famiglie delle vittime e a un uomo – stigmatizza Palazzo Chigi – ridotto su una sedia a rotelle».

Chiaro il riferimento ad Alberto Torregiani, figlio del gioielliere Pierluigi Torregiani, per la cui morte Cesare Battisti è stato condannato, e responsabile nazionale del dipartimento Giustizia del Movimento per l’Italia, che ha indetto un sit-it sotto l’ambasciata brasiliana.

Tutto inutile, a quanto pare. «Non esiste una rappresaglia dell’Italia- ha detto il presidente-. Il Brasile è sovrano. Chi farà una rappresaglia? Abbiamo già raggiunto la maggior età, ognuno fa quello che vuole. Il Brasile prende la decisione che desidera». Ora gli avvocati dell’ex esponente dei Pac potrebbero chiedere subito la scarcerazione e a decidere sarà proprio proprio il Tribunale Supremo Federale che, nel novembre del 2009, espresse parere favorevole alla richiesta di estradizione di Battisti. Il presidente della Corte, Cezar Peluso, che Lula ha incontrato in queste ore, dovrà aspettare fino a febbraio per una sessione plenaria in cui analizzare il da farsi.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/381862/

2011, finisce l’era dei sacchetti di plastica / Ambiente, da Natale i rifiuti possono costare cari

2011, finisce l’era dei sacchetti di plastica

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sacchetti plastica

Il primo gennaio entra in vigore il divieto di vendita delle buste per la spesa non biodegradabili. Quelle fuorilegge potranno essere ancora usate fino a esaurimento scorte a condizione che vengano date gratuitamente ai clienti

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Addio buste di plastica. Entra in vigore dal primo gennaio il divieto di commercializzazione dei sacchetti per la spesa non biodegradabili, ma quelli fuorilegge potranno essere ancora usati fino a esaurimento scorte a condizione che vengano dati gratuitamente ai clienti.

“Resta consentito lo smaltimento delle scorte in giacenza negli esercizi artigianali e commerciali alla data del 31 dicembre 2010 – spiega in una nota il ministero dell’Ambiente – purché la cessione sia operata in favore dei consumatori ed esclusivamente a titolo gratuito”.
Il ministero annuncia comunque controlli nei prossimi giorni per “verificare il rigoroso rispetto della normativa vigente”.

Numerose sono le iniziative per sostituire, come è già avvenuto in altri Paesi, le vecchie buste di plastica. Si va dal ritorno alle tradizionali sporte in fibre naturali del passato alla sostituzione della plastica con materiali innovativi biodegradabili come i nuovi ecoshopper realizzati in bioplastica ricavata da mais e da altre materie vegetali.

Per favorire il passaggio la Coldiretti ha organizzato alcune iniziative come “Porta la Sporta” e “Compostiamoci meglio”. La Coldiretti di Rovigo ha ideato e messo a disposizione dei frequentatori dei mercati di Campagna amica una borsa riutilizzabile con i loghi “Punto campagna amica” e “Coldiretti 100% solo prodotti agricoli italiani”.

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30 dicembre 2010

fonte:  http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2010/12/30/sacchetti_plastica_vietati_dal_2011.html

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Ambiente, da Natale i rifiuti possono costare cari

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Un Babbo Natale tra i rifiuti

Nelle feste finiranno nella pattumiera 500mila tonnellate di cibo. Occhio a come smaltirete i vostri scarti. Il 25 dicembre entra in vigore il Dlgs 205/2010. Sanzioni da 300 a 3mila euro per chi lascia spazzatura per strada o la butta in acqua. LE REGOLE

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di Valeria Valeriano

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Cinquecentomila tonnellate di rifiuti alimentari. È questa la quantità di cibo che, secondo la Confederazione italiana agricoltori, finirà nella spazzatura durante le feste natalizie. Nella pattumiera andranno 1,5 miliardi di euro, circa il 25 per cento della spesa totale alimentare per pranzi e cenoni. Ogni famiglia butterà quasi 80 euro. Ma, se non farà attenzione a come smaltirà i rifiuti natalizi (non solo i resti del cibo, anche imballaggi dei regali, confezioni per alimenti, vecchi elettrodomestici per fare posto a quelli nuovi), i soldi persi nell’immondizia saranno molti di più.

Entra in vigore proprio il 25 dicembre, infatti, il decreto legislativo 205/2010. Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 10 dicembre, recepisce la direttiva comunitaria 2008/98/Ce volta a creare una “società europea del riciclaggio”. Tra le novità principali del provvedimento ci sono le maxisanzioni per chi abbandona rifiuti in strada o li butta in fiumi o mari. Se fino alla vigilia un privato poco educato rischia di dover pagare da 25 a 150 euro (da 105 a 620 per i rifiuti pericolosi), da Natale dovrà sborsare da 300 a 3mila euro (il doppio per rifiuti pericolosi). Piuttosto che lasciare il sacchetto accanto al cassonetto pieno, quindi, sarà meglio fare due passi e cercarne qualcuno meno vicino ma più sgombro.

Il Dlgs 205/2010 prevede un ruolo primario di regioni, province e comuni nel corretto smaltimento dei rifiuti. Un aiuto importante, però, deve arrivare dai cittadini. Tutti, infatti, dovrebbero impegnarsi a disfarsi della spazzatura nel modo giusto e a fare la raccolta differenziata. Come suggerisce l’Europa, solo da una separazione di qualità può derivare un riciclaggio di qualità che trasformi il rifiuto in una risorsa.

In Italia la quota di raccolta differenziata di rifiuti urbani, secondo Legambiente, è del 27,5 per cento (42% al Nord, 20% al Centro, 12% al Sud). Eppure questo sistema potrebbe essere una risposta efficace a emergenze come quella campana. Con un po’ di buona volontà i sacchetti di spazzatura indifferenziata che invadono Napoli e le altre città potrebbero diminuire insieme al fabbisogno di discariche. Il Wwf ha calcolato che con «una raccolta differenziata che si attesti anche “solo” al 60 per cento in tutta la Campania, si  avrebbero “solo”  poco più di un milione di tonnellate da mandare agli impianti d’incenerimento, cioè circa 7/800mila tonnellate in meno della capacità di smaltimento degli inceneritori previsti». Nel 2008 in sette quartieri del capoluogo campano è stata introdotta la raccolta differenziata “porta a porta”. Secondo il Wwf i 130mila abitanti coinvolti, il 13 per cento della popolazione partenopea, hanno «risparmiato alla discarica ben il 66,09 per cento dei rifiuti prodotti». Per sensibilizzare i cittadini e le amministrazioni sull’importanza di dividere la spazzatura, Legambiente ha lanciato il premio Comuni Ricicloni Campania. La vittoria quest’anno, con il 93,6 per cento di raccolta differenziata, è andata a Roccagloriosa, paese salernitano di circa 1.700 abitanti. In tutto sono 160 i comuni che nel 2009 hanno sfondato la soglia del 50 per cento di differenziata. Tra i capoluoghi di provincia il primato spetta ad Avellino (61,57%), seguita da Salerno (59,98%), Caserta (47,25%), Napoli (18,53%) e Benevento (16,96%).

Un sondaggio Ipsos-Comieco rivela che otto italiani su dieci fanno regolarmente la raccolta differenziata della carta. Il problema, però, è che molti di loro non la fanno nel modo corretto. I buoni propositi ci sono ma, se si sbaglia a dividere i materiali, risultano poco efficaci. Un caso tipico riguarda i sacchetti di plastica: spesso usati per trasportare carta e vetro fino ai contenitori stradali, finiscono nel cassonetto insieme a loro. Altro errore comune riguarda le confezioni in cui si mescolano cartone, plastica e, a volte, parti metalliche. Ogni elemento dovrebbe essere separato dagli altri e buttato in contenitori diversi. Attenzione, quindi, a quando scarterete gli elaborati imballaggi dei vostri regali di Natale.

Per evitare sanzioni e aiutare l’ambiente, facciamo un ripasso delle regole da seguire per la raccolta differenziata.

Carta. In questo cassonetto vanno depositati carta, cartone, cartoncini, giornali, riviste, sacchetti, scatole, quaderni, libri e, in alcuni comuni, il tetrapak. Vanno nell’indifferenziata, invece, i tovaglioli e qualsiasi altro tipo di carta sporca o con residui di cibo. Occhio agli scontrini: sono carta chimica e devono finire, anche loro, nell’indifferenziata.

Plastica. Sì a contenitori, pellicole, imballaggi, sacchetti della spesa (che dal primo gennaio non potranno più essere usati dai commercianti per consegnare la merce), vaschette, flaconi, bottiglie e tappi. No a bicchieri, piatti e posate usa e getta. I pezzi voluminosi andrebbero schiacciati e i residui sempre eliminati.

Vetro. La raccolta del vetro varia da comune a comune. In alcuni si segue il metodo multimateriale (con plastica e metalli), in altri il monomateriale (a volte anche con la distinzione tra vetro bianco e colorato). Si possono gettare bottiglie, bicchieri, barattoli, contenitori. Tutto, ovviamente, in vetro. No a specchi, lampadine, ceramiche e porcellana (le ultime due possono andare nell’indifferenziata, ma sarebbe meglio portarle nelle “ecopiazzole” comunali).

Metallo, acciaio, alluminio. Barattoli, lattine, scatolette, tubetti, coperchi, tappi, bombolette, vaschette. Questi rifiuti vengono spesso raccolti o con la plastica (multimateriale leggero) o con il vetro (multimateriale pesante).

Elettrodomestici. Tre alternative. Possono essere portati nelle “ecopiazzole” comunali, ritirati dal comune (dopo essersi messi d’accordo per telefono), consegnati al rivenditore al momento dell’acquisto di un modello equivalente (gratis o con un costo compreso nelle spese di consegna del nuovo apparecchio).

Pile, farmaci, lampadine. Non vanno buttati nell’indifferenziata. Le pile e i farmaci vanno messi negli appositi contenitori in strada, nei supermercati o nelle farmacie. Le lampadine vecchie (alogene o a incandescenza) vanno portate nelle “ecopiazzole”. Quelle nuove (a scarica o fluorescenti) si possono consegnare ai commercianti quando si acquista un’altra lampadina.

Giocattoli. Quelli vecchi o non più funzionanti vanno nell’indifferenziata, dopo aver tolto le eventuali batterie.

Organico. Non è previsto in tutti i comuni. Raccoglie fondi di tè e caffè, avanzi di cibo, scarti alimentari, sacchetti biodegradabili, terriccio, legno non trattato, foglie e rifiuti simili.

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30 dicembre 2010

fonte:  http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2010/12/23/europa_spazzatura_rifiuti_natale_sanzioni_regole_raccolta_differenziata.html

ROMA – Rifiuti, rischio emergenza: Malagrotta commissariata

Rifiuti, rischio emergenza: Malagrotta commissariata

Il Campidoglio: nessun sito alternativo. Polverini firma la proroga dice al governo: il sito lo troviamo noi

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di Mauro Evangelisti
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ROMA (30 dicembre) – Se davvero esiste un rischio emergenza rifiuti per il Lazio, bene da ieri quello spettro è più vicino. Una cosa è certa: la proroga dell’apertura della più grande discarica d’Europa – Malagrotta – è destinata ad essere reiterata e non solo per il 2011. Con una buona dose di ottimismo era stato detto che Malagrotta sarebbe stata chiusa nel 2013. Bene, quella data va cancellata, si auro Evangeandrà oltre, almeno fino al 2014, sempre che la discarica non si esaurisca prima, lasciando Roma e nel Lazio nei guai. Serve un miracolo: la Polverini ieri ha registrato la presa di posizione di Alemanno («a Roma non c’è un sito in cui realizzare un nuovo impianto per i rifiuti che consenta di chiudere la discarica di Malagrotta»). «Ora decidiamo noi», ha detto. E si è appellata al senso di responsabilità delle minoranza, chiedendo la collaborazione di tutte le forze politiche. Domani Polverini firmerà un provvedimento molto importante: la proroga della discarica di Malagrotta per altri sei mesi (destinati a diventare 12). Va ricordato che Malagrotta è un impianto che, in realtà, non dovrebbe più ricevere i rifiuti non pretrattati, come invece continua ad avvenire. Ultima mossa della Polverini: è andata da Letta per chiedere i poteri da commissario per Malagrotta. La mossa del Campidoglio ovviamente ha un significato: chiedere che il sito venga individuato nel territorio della provincia di Roma (in ballo ci sono Allumiere e Riano), tenendo conto che il piano regionale prevede un sub Ato (una sorta di area omogenea) che copre tutta la provincia di Roma. L’orientamento della Polverini, a cui ora spetta la scelta, è di cercare in prima battuta comunque un terreno all’interno del comune di Roma, in base al principio che ogni territorio deve smaltirsi i propri rifiuti.

Sintesi: a Roma e nel Lazio la situazione è molto delicata, ricordando sempre che il progetto di un impianto di termovalorizzazione ad Albano è stato fermato da una sentenza del Tar. Il Lazio in un anno produce 3.500.000 tonnellate di rifiuti, di questi quasi 1,8 milioni di rifiuti sono prodotti da Roma. La percentuale della differenziata è bassa, attorno al 20 per cento. E per quanto riguarda i termocombustori si sta procedendo lentamente. Frase che circolava nei corridoi della giunta regionale: ma per dire che non c’era un sito disponibile nel territorio di Roma, Alemanno doveva aspettare il 29 dicembre, non poteva farcelo sapere prima?

Cosa è successo? Riassunto delle puntate precedenti: bisognava individuare un sito dove realizzare un impianto alternativo a Malagrotta. Il sindaco Gianni Alemanno aveva promesso: entro la fine dell’anno lo sceglieremo. L’attesa è terminata, ma il risultato suona come una beffa: il Campidoglio, ieri (29 dicembre) ha comunicato alla Regione Lazio «la non esistenza di aree idonee all’interno del territorio comunale per la realizzazione di nuovi impianti per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, provenienti dalla raccolta della Capitale» (questo si legge in una nota diffusa dalla Regione). Insomma tutta questa attesa è stata poco produttiva, il sito non c’è, Malagrotta è sempre più sovrautilizzata, si riparte da zero, anzi dal resto della provincia, perché questo sembra dire il Campidoglio: Roma non può smaltire i propri rifiuti. In mattinata è arrivata subito la reazione della presidente della Regione, Renata Polverini, che è corsa da Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, per spiegargli quando sia rovente la situazione rifiuti nel Lazio. «Ho illustrato a Gianni Letta – racconta la Polverini – l’avvenuta notifica da parte del Comune su Malagrotta e per riferirgli che ora la competenza è della Regione. Ho anche chiesto rassicurazioni, nel caso che ne ravvisassi la necessità, di avere una procedura di commissariamento d’urgenza per Malagrotta». Non si tratterebbe di un commissario per i rifiuti, come avvenne in passato, ma solo per la gestione della discarica più grande d’Europa che è all’interno del Comune di Roma. Ma già ventilare questa ipotesi da il segno che la situazione è molto seria. La presidente Polverini vuole i poteri da commissario perché in questo modo velocizzerebbe le procedure per trovare un ”dopo Malagrotta”, con l’iter normale servirebbero almeno cinque anni. Ma alla Polverini serve anche altro: il senso di responsabilità della minoranza, la collaborazione di tutti i partiti, perché poi alla fine se il Lazio diventa come la Campania sarebbe una tragedia per tutti e le responsabilità sarebbero equamente divise fra maggioranza e minoranza. Cosa ha detto la Polverini? «Alle 15 si è insediato il tavolo tecnico, composto dal direttore del dipartimento del territorio, dal direttore delle infrastrutture e rifiuti, dal direttore dell’ambiente, dal direttore dell’urbanistica che lavorerà per creare le condizioni per una discussione sulla questione rifiuti che ormai è passata nelle nostre mani. Ho informato tutte le forze della maggioranza, ma anche quelle dell’opposizione. Ho anche chiamato Esterino Montino, capogruppo Pd, al quale ho chiesto di coinvolgere anche gli altri perché credo che su una questione così importante come i rifiuti tutte le forze politiche debbano essere coinvolte. Ci incontreremo dopo la breve pausa di fine anno. Presto parlerò anche con il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti». Sulla stessa linea il vicepresidente della Regione, Luciano Ciocchetti (Udc): «Serve una responsabilità bipartisan». Anche perché – ormai è chiaro – siamo ai tempi supplementari.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=132624&sez=HOME_ROMA

CASO FIAT – Dal Pd un ddl sulla rappresentanza sindacale: “Diritto anche per chi non firma il contratto”

CASO FIAT

Qualcuno dica a marchionne che può continuare a giocare con le macchinine, ma non con la vita degli operai . mauro

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Dal Pd un ddl sulla rappresentanza sindacale
“Diritto anche per chi non firma il contratto”

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Una proposta di riforma delle relazioni industriali che prevede la prevalenza degli accordi aziendali su quello nazionale. Intanto all’interno dell’opposizione non si placano le polemiche su Mirafiori. Vendola: “Reagire al ricatto Marchionne”. Di Pietro: “Lotteremo accanto alla Fiom”

Dal Pd un ddl sulla rappresentanza sindacale "Diritto anche per chi non firma il contratto"

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ROMA – “Un sì chiaro e tondo all’accordo per Pomigliano e per Mirafiori”, ma serve una legge sulla rappresentanza sindacale per evitare che siano discriminate le sigle e i lavoratori che non firmano gli accordi aziendali. La proposta viene da un gruppo di senatori, deputati, costituzionalisti e filosofi, tutti legati al Pd, che partendo dalla vicenda Fiat rilanciano la necessità di una urgente riforma generale nelle relazioni industriali, a partire dai diritti di rappresentanza e di sciopero.

Il documento. Il progetto di riforma ipotizzato dagli esponenti pd prevede, tra l’altro, la prevalenza degli accordi aziendali rispetto a quello nazionale che dovrebbe continuare “ad applicarsi a tutte le aziende del settore, ma soltanto se non vi sia un contratto aziendale stipulato da una coalizione sindacale che abbia la maggioranza dei consensi nell’impresa”. Tra i firmatari della proposta ci sono Augusto Barbera, Antonello Cabras, Stefano Ceccanti, Sergio Chiamparino, Paolo Giaretta, Pietro Ichino, Claudia Mancina, Ignazio Marino, Enrico Morando, Alessia Mosca, Nicola Rossi, Francesco Tempestini, Giorgio Tonini, esponenti di diverse “anime” del Pd con un nucleo duro di veltroniani.

La premessa è che, a sessant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, al sistema delle relazioni industriali manca ancora una “cornice compiuta di norme di fonte collettiva”, mentre è tuttora troppo generica la disciplina di materie fondamentali quali “la misurazione della rappresentatività di ciascun sindacato nei luoghi di lavoro, l’efficacia soggettiva dei contratti collettivi, i rapporti tra contratti collettivi di diverso livello, l’esercizio del diritto di sciopero, l’efficacia della clausola di tregua sindacale”; tutte questioni che, in assenza di un riferimento legislativo preciso e univoco, sono spesso regolate da sentenze e orientamenti della magistratura.

Il progetto di riforma, scrivono gli esponenti  pd, serve proprio a riempire questo vuoto. Nel dettaglio, fra l’altro, la riforma dovrebbe disciplinare la rappresentatività dei sindacati, togliendo il potere di veto alla minoranza sindacale, ma assicurandole il diritto alla rappresentanza in azienda, “anche quando non abbia firmato il contratto”. E’ questo, in sostanza, con la “cancellazione” della Fiom e dei suoi iscritti dalla realtà aziendale Fiat, il punto su cui il Pd ha espresso le maggiori perplessità sulle intese di Mirafiori e Pomigliano.

Come punto di partenza per la discussione, i firmatari del documento rilanciano il ddl presentato nel 2009 da 55 senatori Pd nell’autunno 2009, che punta a una disciplina “lineare della rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro e consente di individuare il sindacato o coalizione sindacale titolare della maggioranza dei consensi, al livello aziendale e ai livelli superiori fino a quello nazionale”.

La politica divisa. Sul caso Fiat, il dibattito resta acceso. Secondo Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del Pd, la via d’uscita possibile è “un accordo interconfederale sulle regole per la rappresentanza, la validazione vincolante per tutti, il diritto alla rappresentanza sindacale per le minoranze in dissenso, la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alla vita delle imprese. Auspichiamo che all’inizio dell’anno le disponibilità manifestate nei giorni scorsi da tutti i sindacati e da Confindustria portino a passi avanti concreti”.

Ben altra è l’opinione di Nichi Vendola: “Bisogna reagire con forza al ricatto Marchionne – dice il leader di Sinistra e Libertà – . Non è una questione di relazioni industriali, ma di democrazia nel nostro Paese, cresciuta e consolidatasi anche nel corso delle lotte operaie che nel corso di 100 anni hanno strappato il diritto a potersi ammalare, a una pausa mensa, ad essere un essere umano e non un bullone”. Vendola ha detto di considerare la questione “dirimente”: “Per me avere un giudizio di neutralità o addirittura di consenso nei confronti del modello Marchionne significa esser subalterni a una trasformazione autoritaria del capitalismo mondiale e nazionale”.

Sulla stessa linea
il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro: “Trattative ed accordi sindacali possono mettere in discussione tutto, ma non la Costituzione repubblicana. Quello è un confine che non si può oltrepassare – scrive Di Pietro nel suo blog – .  Oggi Maurizio Landini e la Fiom combattono contro l’instaurazione di un regime e noi dell’Idv combatteremo questa battaglia con loro”.

Fiat industrial verso il debutto a Piazza Affari
. Cresce intanto l’attesa per il debutto, lunedì 3 gennaio, delle azioni ordinarie, privilegiate e di risparmio di Fiat Industrial, società nata dallo spin off delle attività non auto Fiat. Fiat Spa a 7,6 euro e la nuova Fiat Industrial a 9,2 euro sono i target price medi stimati dagli analisti in vista della scissione del gruppo. L’avvio delle contrattazioni sui titoli della nuova Fiat Industrial sarà celebrato con una cerimonia nella sede di Borsa italiana alla quale è atteso anche l’ad Sergio Marchionne.

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30 dicembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2010/12/30/news/senatori_pd_un_ddl_per_regolare_rappresentanza_luned_il_debutto_di_fiat_industrial_a_piazza_affari-10716091/?rss

Dalla spesa alle assicurazioni, dalla benzina alle tariffe autostradali ecco tutti gli aumenti del 2011

Dalla spesa alle assicurazioni, dalla benzina alle tariffe autostradali ecco tutti gli aumenti del 2011

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Un 2011 in salita per le famiglie italiane. Dal carrello della spesa, ai carburanti e autostrade, alle assicurazioni: l’anno che sta per arrivare regalerà una raffica di aumenti, che non saranno bilanciati – se non parzialmente – dal recupero dell’inflazione in busta paga (+1,7%, stima l’Istat) e dall’aumento delle pensioni (poco più di un punto percentuale). Solo per spese e tariffe, il presidente di Adiconsum, Paolo Landi, stima un rincaro fra i 500 e i mille euro. C’è poi l’aumento del 6% delle tariffe autostradali, l’incremento del 3,5% delle multe del codice della strada, e l’euro e mezzo di incremento del canone Rai, che passerà dagli attuali 109 euro ai 110,5 euro da pagare nel 2011.

Ecco voce per voce una rapida sintesi dei principali aumenti in arrivo nel 2011.

Acqua e rifiuti. Molte sono le segnalazioni di aumenti consistenti sia della tariffa dell’acqua che di quella dei rifiuti con aumenti anche del 20-30% giustificati dal fatto che la tariffa era ferma da alcuni anni o dai nuovi costi della differenziata. Poiché la spesa media per l’acqua è di 200 euro/anno con oscillazioni che vanno dai 100 ai 300 euro a seconda delle città e analoga situazione è quella dei rifiuti urbani, gli aumenti prevedibili possono oscillare da zero dove non ci sono variazioni ai 50 euro.

Assicurazioni. Aumenti consistenti sull’Rc auto sono in corso già da alcuni mesi. La situazione è differenziata in relazione al territorio, al veicolo, all’età del conducente, etc. In media gli aumenti sono attorno a +10/+15% che rapportato a un premio medio di circa 550 euro per uno o due veicoli per famiglia implica una previsione di maggior spesa dai 50 ai 150 euro. Per i giovani il costo medio è invece di oltre il doppio.

Autostrade. Pedaggi più cari in media del 6 per cento. Molto dipenderà dalla tratta prescelta. Anas ha poi preannunciato aumenti per le cosiddette autovie di raccordo fra le autostrade e le circonvallazioni. Ipotizzando una spesa media dai 100 ai 300 euro annui a famiglia, si può prevedere dunque un aumento dai 2 ai 10 euro.

Canone Rai. L’aumento sarà di 1,5 euro, passando così dagli attuali 109 a 110,5 euro.

Carello della spesa meno pieno. Molti fornitori hanno richiesto alla distribuzione aumenti dei propri listini attorno al +4/+5 per cento. Aumenti all’ingrosso che rischiano di essere trasferiti al carrello della spesa (nonostante il calo dei consumi) con aggravi che possono oscillare dai 200 ai 300 euro.

È sempre più caro benzina. L’aumento nei 12 mesi del 2010 per benzina e gasolio è stato di 16 centesimi al litro. Poiché ogni veicolo consuma mediamente mille litri l’anno e in ogni famiglia ci sono uno o due veicoli ciò implica una previsione di maggiore spesa di circa 150-250 euro/anno.

Si riduce per la luce, ma aumenta per il gas. Può sembrare una contraddizione, ma questa è la realtà. Le ragioni si chiamano concorrenza. Nel settore dell’elettricità da dicembre 2009 a dicembre 2010 il costo della bolletta elettrica si è ridotto del 6,5%, al contrario di quanto è avvenuto per il gas dove nello stesso periodo la bolletta è aumentata dell’11 per cento. Considerato che una famiglia spende mediamente dai 200 a 350 euro per l’elettricità e dagli 800 ai 1500 euro per il riscaldamento, è da prevedere un aggravio di spesa che può oscillare dagli 80 ai 150 euro.

Multe più care. Tutte le multe del Codice della Strada aumenteranno del 3,5 per cento.

Treni. Anche per il trasporto ferroviario in particolare per i pendolari sono stati preannunciati aumenti dell’ordine del 20-25%. Aumenti che dovranno essere concordati con le Regioni e quindi anche in questo caso la realtà sarà molto differenziata. Prevedendo anche in questo caso una spesa dai 50 ai 150 euro, la maggior spesa prevedibile per il 2011 potrà essere dai 10 ai 30 euro.

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30 dicembre 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-12-29/dalle-tariffe-autostradali-multe-181120.shtml?uuid=AYbFjYvC

“Via libera alla legge sull’università ma ci sono dei punti da chiarire” / Calano i dipendenti pubblici: la scuola perde 55mila unità

30/12/2010 – LA RIFORMA CONTESTATA DAGLI STUDENTI HA RICEVUTO IL SI’ DEL QUIRINALE

“Via libera alla legge sull’università ma ci sono dei punti da chiarire”

Napolitano: «Il governo cerchi il confronto con gli interessati»
La Gelmini: «Un fatto positivo, terremo conto delle indicazioni»

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Foto d’archivio)

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ROMA – Chiede al governo dialogo e confronto con le parti il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sulla riforma dell’università. Il Capo dello Stato ha accompagnato la promulgazione della legge con una lettera al premier Silvio Berlusconi nella quale si rilevano alcune specifiche «criticità» su tre articoli della legge che devono essere chiariti nella loro applicazione. Più in generale, però, visto che «l’attuazione della legge è demandata a un elevato numero di provvedimenti, a mezzo di delega legislativa, di regolamenti governativi e di decreti ministeriali» Napolitano chiede che vi sia la volontà di dialogare.

«Auspico che su tutti gli impegni assunti con l’accoglimento degli ordini del giorno e sugli sviluppi della complessa fase attuativa del provvedimento – sollecita il presidente -, il governo ricerchi un costruttivo confronto con tutte le parti interessate».

Sotto la lente del Colle sono emersi tre punti critici: il ruolo di professore aggregato, la concessione delle borse di studio, i contratti per gli insegnanti. Tutti punti su cui- scrive il capo dello Stato – il governo deve aprirsi al confronto.

La parte della riforma che va a rivedere i contratti appare, così Napolitano, «di dubbia ragionevolezza nella parte in cui aggiunge una limitazione oggettiva riferita al reddito ai requisiti soggettivi di carattere scientifico e professionale». L’assegnazione delle borse di studio, invece, non «appare pienamente coerente con il criterio del merito nella parte in cui prevede una riserva basata anche sul criterio dell’appartenenza territoriale». Infine, il titolo di professore aggregato, dice Napolitano, va rivisto.

Il ministro Gelmini apre alle osservazioni del Colle, e si dice soddisfatta per il via libera, che non tocca gli elementi portanti: «La promulgazione è un fatto positivo- dice- Insieme al presidente Berlusconi terremo certamente conto delle osservazioni del Quirinale».

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fonte:  http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/381905/

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Calano i dipendenti pubblici
la scuola perde 55mila unità

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I dati della Ragioneria generale dello Stato: nel 2009 gli occupati sono diminuiti dell’1,89 per cento rispetto all’anno precedente. I tagli maggiori riguardano il personale docente e non docente del comparto scolastico. Aumenta la presenza femminile soprattutto nella Sanità negli enti locali; lo stipendio medio è di 34.500 euro

Calano i dipendenti pubblici la scuola perde 55mila unità

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ROMA – Calano i dipendenti pubblici, soprattutto per effetto dei tagli agli insegnanti, ma chi rimane ha per lo Stato un costo più elevato: più della metà sono donne (55 per cento) e guadagnano mediamente 34.500 euro. Sono alcuni dei dati forniti dalla Ragioneria generale dello Stato nel Conto Annuale, aggiornato al 2009 e appena pubblicato, sul pubblico impiego. Per quanto riguarda il numero degli occupati, la Ragioneria segnala che nel 2009 la cifra ha subito una riduzione rispetto all’anno precedente di circa 64.000 unità (-1,89 per cento) determinata principalmente dalla contrazione del personale docente e non docente del comparto scuola per 55.000 unità, di cui 26.600 a tempo determinato annuale e non annuale. Si è passati così da 3.366.376 unità nel 2007 a 3.375.440 nel 2008 per scendere a quota 3.311.582 nel 2009.

Aumenta la presenza femminile e la sua incidenza sul totale a tempo indeterminato: 1.840.440 unità nel 2007 (54,7 per cento); 1.859.951 unità nel 2008 (55,1 per cento) e 1.827.271 unità nel 2009 (55,2 per cento). La variazione in aumento della presenza femminile è determinata soprattutto dai comparti sanità, Regioni ed autonomie locali, ma anche enti di ricerca, magistratura e corpi di polizia. Nella scuola, nelle università e nei ministeri si registra una riduzione della presenza femminile solo in termini assoluti, mentre a seguito della contrazione complessiva dei comparti, in termini relativi, l’incidenza della componente femminile è comunque di segno positivo.

Rispetto alla distribuzione geografica, la maggior parte dei dipendenti pubblici con contratto a tempo indeterminato è presente al Nord (34,7 per cento). Al Centro la percentuale è del 31,8 per cento, al Sud e Isole 33,3 per cento, mentre per l’Estero la cifra è dello 0,2 per cento. La regione con il maggior numero di dipendenti pubblici è la Lombardia (12,57 per cento) seguita dal Lazio (12,08 per cento).

Infine i costi: nel 2007 sono stati spesi 156,1 miliardi di euro (di questi circa 2 miliardi per arretrati); si sale poi nel 2008 a 166,6 miliardi (+6,7 per cento) di cui per arretrati circa 6 miliardi; fino ad arrivare a 168,1 miliardi nel 2009 (+0,9 per cento) di cui per arretrati circa 2,7 miliardi. Al netto degli importi corrisposti per arretrati relativi ad anni precedenti, le variazioni annue sono: +4,3 per cento per il 2008 e +2,9 per cento per il 2009. Per l’intero pubblico impiego le retribuzioni medie pro capite (al netto degli arretrati) risultano così: 31.660 euro nel 2007; 33.423 euro nel 2008 e 34.497 euro nel 2009.

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30 dicembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2010/12/30/news/calo_dipendenti_pubblici-10704257/?rss

IL VIZIO DI B. – Napoli, 365 giorni di emergenza rifiuti e promesse mai mantenute

Napoli, 365 giorni di emergenza rifiuti

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di Vincenzo Iurillo

29 dicembre 2010

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Il 2010 sarà ricordato come l’anno del ritorno della monnezza. Ecco la cronologia di una crisi senza fine, tra scontri e promesse mai mantenute

Dovevano essere tre giorni. Poi, qualche giorno fa la scadenza è stata spostata a Natale. Oggi invece, mentre Gianni Letta dava rassicurazioni sulla volontà di ripulire Napoli entro Capodanno, il premier prometteva l’impossibile: l’emergenza sarà definitivamente archiviata entro “pochi mesi” grazie ad una sua nuova “discesa in campo”. Risultato ad oggi: non è cambiato niente, e le festività sono trascorse con la città intasata di rifiuti inzuppati di pioggia.

Ma torniamo indietro alla prima dichiarazione: il 22 ottobre il premier certificò: “In dieci giorni ripuliremo Napoli”. Sei giorni dopo, il 28 ottobre, in una conferenza stampa in un’angusta saletta attigua al termovalorizzatore di Acerra, Berlusconi garantì che in tre giorni avrebbe ripulito tutto. In quel periodo Terzigno era stretta nella morsa di violente proteste contro l’apertura di una seconda discarica nel Parco Nazionale del Vesuvio. Una rivolta finita sulle prime pagine di tutto il mondo: molotov, cariche della polizia, camion in fiamme, arresti. Mentre Napoli e provincia si coprivano di monnezza che non si sapeva dove portare.

Il 2010 era iniziato con la Campania liberata per legge da 16 anni di emergenza e commissariamento. La rappresentazione plastica della Grande Vittoria del Premier Silvio Berlusconi, dopo lo spot della presidenza del consiglio dei ministri, recitato dall’amica del Cavaliere, Elena Russo, a simboleggiare il capoluogo partenopeo finalmente affrancato dalla morsa soffocante dei sacchetti neri.

Invece quello che sta per concludersi è stato l’anno del ritorno della monnezza. Che di fatto non se n’era mai andata: era solo stata momentaneamente messa sotto il tappeto. Pochi granelli di sabbia, intoppi facilmente prevedibili, e il meccanismo si è inceppato, i limiti della legge Berlusconi-Bertolaso si sono disvelati, il piano per risolvere definitivamente il problema dello smaltimento dei rifiuti in Campania è fallito. Tra inceneritori funzionanti a singhiozzo, o fermi al palo, discariche vicine all’esaurimento, rivolte delle popolazioni. Ecco la cronaca di un annus horribilis. L’ennesimo.

1 gennaio 2010. Il ministero dell’Interno scioglie tre comuni del casertano perché non hanno saputo fare la raccolta differenziata. Si tratta di Maddaloni, Castelvolturno e Casal di Principe.

8 gennaio 2010. Il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, che di lì a poco si candiderà invano alla presidenza della Campania per il Pd, contesta la provincializzazione del ciclo dei rifiuti prevista dalla legge che conclude l’emergenza e dichiara: “Si sta preparando un autentico disastro, una nuova emergenza rifiuti”. Avrà ragione.

21 gennaio 2010. Napoli è sufficientemente pulita, ma la differenziata non decolla. L’Asìa, la municipalizzata dei rifiuti, annuncia che non può avviare il porta a porta nei quartieri di Scampia e dei Colli Aminei. Motivo: “Oggettive difficoltà finanziarie”, spiega l’ad di Asìa, Daniele Fortini.

16 febbraio 2010. Nuove tensioni a Chiaiano, che ospita la discussa e contestata discarica di Napoli: i militari bloccano un camion che stava per sversare rifiuti radioattivi. Si scopre che trasportava iodio 131, sostanza utilizzata per i tumori alla tiroide, e che già tre camion erano stati fermati nei mesi precedenti per lo stesso motivo.

4 marzo 2010. La Corte Europea di Giustizia condanna l’Italia per il disastro rifiuti in Campania, concludendo così una procedura di infrazione aperta due anni prima con il congelamento di 500 milioni di fondi europei. L’Italia, si legge nella sentenza, “ha messo in pericolo la salute umana e recato pregiudizio all’ambiente”.

15 marzo 2010. Prime avvisaglie del ritorno dell’emergenza rifiuti. Le province di Caserta e Napoli sono assediate dai sacchetti neri rimasti in strada per gli scioperi e le proteste dei 1268 lavoratori del consorzio unico che reclamano due stipendi arretrati e bloccano i cdr e le discariche. La contestazione si scatena in prossimità dell’arrivo di Silvio Berlusconi a Napoli, atteso per un comizio in sostegno al candidato Governatore del Pdl Stefano Caldoro. Secondo Roberto Saviano la coincidenza è sospetta: “Se un politico come Cosentino, indagato per i rapporti con i casalesi, gode di un tale ascolto a Roma è perché ha un’arma puntata alla tempia del governo: l’immondizia. Se vuole, può di nuovo riempire la regione di rifiuti”. L’emergenza durerà diversi giorni. Si rivelano i primi limiti del piano spazzatura del governo, che si fonda su equilibri fragili.

Aprile 2010. La Provincia di Napoli aumenta dell’8% la Tarsu. L’anno prima il Comune di Napoli l’aveva raddoppiata dopo la scelta del governo di far ricadere l’intero costo del servizio sugli enti locali. Costi altissimi, servizi pessimi.

Maggio 2010. Riprendono nell’area tra Terzigno e Boscoreale le proteste dei comitati contro la paventata apertura di Cava Vitiello, la seconda discarica nel Parco Nazionale nel Vesuvio, a poca distanza da Cava Sari, già attiva da un anno, che assorbe parte dei rifiuti di Napoli e gran parte della spazzatura della provincia. Cava Vitiello, 3 milioni e 600mila metri cubi, è tra le dieci discariche campane individuate nel piano Berlusconi-Bertolaso, legge dello Stato. Dovrebbe diventare il più grande sversatoio d’Europa. In una manifestazione nell’Ente Parco, il sindaco di Terzigno Domenico Auricchio, pidiellino e amico di Berlusconi, annuncia: “Combatterò come un leone contro l’apertura di Cava Vitiello”. Ma viene subissato dai fischi e costretto ad abbandonare il palco.

13 maggio 2010. Il parlamentare Pdl Gaetano Pecorella, presidente della commissione sui rifiuti, fa a pezzi il piano Berlusconi-Bertolaso: “A Napoli c’è il rischio di una nuova crisi rifiuti, ci troviamo in una situazione da disastro ambientale. Vi è un problema economico del Consorzio unico di Napoli e Caserta, c’è gente in esubero che ha bisogno però di lavorare, poi ci sono i debiti dei comuni sui quali c’è un’attenzione della magistratura. Abbiamo anche un problema di esaurimento di un’unica discarica in funzione e soprattutto non sono stati avviati i lavori per il termovalorizzatore. Nell’ultimo anno poco è cambiato”. L’allarme viene minimizzato dagli stessi ambienti pidiellini dai quali proviene.

16 giugno 2010. Basta lo sciopero di un giorno dei netturbini e Napoli si sveglia con oltre 1000 tonnellate di spazzatura per le strade. Fioccano le disdette dei tour operator. Per riportare la città alla normalità ci vorrà qualche giorno.

Luglio 2010. Col caldo i miasmi provenienti dalla discarica di Terzigno diventano insopportabili. I cittadini si lamentano: “Siamo costretti a non uscire di casa”. E’ la scintilla che farà scoppiare nei mesi successivi la durissima protesta dei comitati locali.

21 luglio 2010. Tornato a Napoli per testimoniare al processo Bassolino-Impregilo, sette mesi dopo la fine della sua gestione commissariale, Guido Bertolaso dice “di aver trovato Napoli ordinariamente sporca”. L’ad di Asìa, Fortini, risponde: “Roma lo è molto di più”.

20 settembre 2010. Napoli è di nuovo sommersa dai rifiuti. Colpa, secondo Bertolaso “di problemi di raccolta legati alle difficoltà dell’azienda comunale”.

21-22settembre 2010. Nella notte scoppia la rivolta di Terzigno. Durerà settimane. I ribelli danno alle fiamme 13 autocompattatori diretti verso la discarica di Cava Sari. La tensione esplode in gesti di violenza dopo la pubblicazione, goccia che fa traboccare il vaso, di un articolo su Il Mattino che dà per certa l’apertura della seconda discarica di Cava Vitiello. La rotonda di via Panoramica, al confine tra Terzigno e Boscoreale, e lo spiazzo del Rifugio a Terzigno diventano i luoghi simbolo della lotta. Nei primi giorni i sindaci del comprensorio si associano alle proteste, sia pure prendendo le distanze dai violenti. Anche la Curia di Nola assumerà posizione contro la discarica. Il Vescovo parteciperà a un corteo. Nei giorni successivi carabinieri e poliziotti arriveranno in massa. E caricheranno i manifestanti che nella notte provano ad ostacolare o bloccare il passaggio dei camion. Il sindaco di Boscoreale Gennaro Langella inizia lo sciopero della fame, che termina quando riesce ad ottenere un incontro con i vertici della Provincia di Napoli. Anche a Napoli iniziano gli assalti ai mezzi della raccolta. La spazzatura non viene più presa per andare in discarica, o non riesce a raggiungere gli invasi. Resta nelle strade.

24 settembre 2010. Guido Bertolaso tuona: “Cesaro deve aprire Cava Vitiello, lo dice la legge e la legge va rispettata. La magistratura indaghi su alcune situazioni sospette atte a destabilizzare una realtà che funziona”. Non tutto in verità fila per il verso giusto. L’inceneritore di Acerra funziona a singhiozzo, come denuncia ripetutamente il consigliere provinciale di opposizione Tommaso Sodano. E sbucano le carte di un collaudo di luglio del quale pochissimi sapevano qualcosa. Le procure di Napoli e Nola discutono della competenza delle inchieste sull’impianto realizzato da Impregilo.

27 settembre 2010. I sindaci del vesuviano occupano per protesta la Provincia di Napoli. Vogliono un no chiaro alla discarica di Cava Vitiello. Non lo avranno.

29 settembre 2010. Il sindaco di Terzigno, Domenico Auricchio, assicura: “Berlusconi mi ha detto che Cava Vitiello non aprirà più”. E invita a stappare lo spumante.

Ottobre 2010. Napoli e provincia sono piene di rifiuti che tra proteste, scontri e impianti mal funzionanti o in via di esaurimento non si sa dove smaltire.

17 ottobre 2010. Ancora violenze a Terzigno. Bruciati diversi camion. Si susseguono notti di scontri e di cariche delle forze dell’ordine. A Napoli 1100 tonnellate di rifiuti per strada. Un poliziotto, consigliere comunale di Boscoreale, denuncia in un’intervista al sito web del Fatto Quotidiano : “Dai miei colleghi violenze gratuite e ingiustificate contro dimostranti inermi”.

22 ottobre 2010. Sulla crisi rifiuti a Napoli finalmente parla Silvio Berlusconi, lanciando date e scadenze: “In dieci giorni sarà tutto a posto”. Intanto manda nel capoluogo partenopeo Guido Bertolaso e la Protezione Civile, con il compito di rimettere ordine nel caos e trattare con le amministrazioni e le popolazioni locali.

28 ottobre 2010. Napoli è sempre sporca. Berlusconi è ad Acerra per visitare il termovalorizzatore e fare il punto sulla situazione. In conferenza stampa promette: “In tre giorni ripuliremo Napoli”. E annuncia la costruzione di un ulteriore termovalorizzatore oltre a quelli già previsti di Salerno e Napoli Est. Servirà a bruciare i 6 milioni di ecoballe stoccati da anni nel giuglianese.

29 ottobre 2010. Nuovo blitz di Berlusconi nel napoletano. Dopo un lungo vertice coi sindaci vesuviani, il premier cancella Cava Vitiello e la salerninana Serre dal piano discariche. I sindaci esultano, i comitati un po’ meno: nessuna garanzia sulla chiusura di Cava Sari a Terzigno, che comunque riceve solo la spazzatura dei 18 comuni della zona rossa. Napoli non sversa più qui e deve arrangiarsi tra Chiaiano e gli stir. E’ sempre emergenza.

31 ottobre 2010. La protesta si trasferisce a Giugliano. Violando un accordo di due anni prima sottoscritto dal governo Berlusconi e dal sindaco, il presidente Pdl della Provincia di Napoli Luigi Cesaro ordina la riapertura della piazzola 12 dell’impianto di Taverna del Re, affinché vi vengano conferiti i rifiuti di Napoli. I manifestanti provano a più riprese a impedire il passaggio dei camion, anche qui per giorni proseguiranno scontri con le forze dell’ordine, di lieve entità rispetto a quelli di Terzigno, dove nel frattempo sono riprese le manifestazioni. La Procura di Napoli apre un’inchiesta sulla riapertura di Taverna del Re.

11 novembre 2010. L’Arpac rende pubblici i risultati delle analisi delle falde acquifere di Cava Sari a Terzigno, effettuate insieme a tecnici di fiducia delle amministrazioni comunali. Evidenziano tracce di metalli pesanti, sostanze pericolose e cancerogene. Ma l’inadeguatezza dei sondaggi effettuati non permette di stabilire un nesso causa-effetto tra l’attività di discarica e l’inquinamento delle falde. Riesplode la protesta dei comitati cittadini. I sindaci, accusati di non chiedere l’immediata chiusura dello sversatoio, vengono duramente contestati durante un’assemblea nella sede del Parco del Vesuvio.

15 novembre 2010. Napoli è allo stremo, colma di spazzatura: 3500 tonnellate per le strade, 10000 calcolando quella dimenticata nelle città vicine. Pecorella torna a parlare di “rischio di disastro ambientale”. Il Governatore Caldoro firma un provvedimento che autorizza i conferimenti fuori provincia. A Terzigno ancora tensioni e ritrovamenti di ordigni.

21 novembre 2010. Ci sono 3000 tonnellate di rifiuti quando a Napoli arrivano gli ispettori dell’Unione Europea. Che sentenziano: “In un anno non è cambiato niente”. E si temono epidemie. Di fronte al disastro il governo Berlusconi ha prodotto un nuovo decreto che non è un piano: cancella tre discariche (Cava Vitiello, Serre e Andretta) ma nulla dice su come smaltire alternativamente la spazzatura.

23 novembre 2010. Berlusconi telefona a Ballarò e se la prende con il conduttore Giovanni Floris: “Sui rifiuti quando sono intervenuto ho risolto i problemi”. Il premier precisa che quando parlava dei ‘3 giorni’ ad Acerra si riferiva ai miasmi di Terzigno, che, dice, sarebbero stati eliminati. Quindi attacca la trasmissione. “Siete dei mistificatori”. E riattacca. Ma la puzza a Terzigno si avverte ancora adesso.

Fine novembre 2010. Berlusconi chiama i sindaci delle principali città italiane chiedendo aiuto per la risoluzione dell’emergenza rifiuti a Napoli. In pratica: l’uso delle loro discariche o l’invio di mezzi e personale per la raccolta straordinaria. Qualcuno accetta, qualcuno no.

1 dicembre 2010. Si sparge la voce che alcuni calciatori rifiuterebbero il trasferimento al Napoli perché preoccupati per l’emergenza rifiuti.

4 dicembre 2010. Intervendo al telefono durante una convention politica a Napoli, Berlusconi proclama: “Siamo in grado di poter riportare Napoli al suo doveroso splendore nel giro di qualche giorno”. Poi prova a convincere, invano, il sindaco di Serre a riaprire l’invaso di Macchia Soprana, con l’ok di Provincia di Salerno e Regione Campania. Ma il sindaco, Palmiro Cornetta, dice no. Serre, peraltro, era stata di nuovo esclusa dal piano discariche appena poche settimane prima, per decreto (anche se riguardo a un altro sito, ricompreso nello stesso comune).

8 dicembre 2010. Nuovi scontri a Terzigno. Bruciati alcuni camion.

20 dicembre 2010. Napoli è sempre colma di rifiuti. La ripulitura entro Natale è ormai impossibile. Viene definito in Provincia un accordo per trasferire una porzione della spazzatura napoletana in Spagna, ma avrà effetto solo a partire dal 2011. Intanto i grandi alberghi del lungomare denunciano il 70% di camere invendute. L’ad di Asìa, Daniele Fortini, interviene duramente: “La Regione Campania potrebbe smaltire un milione di tonnellate al giorno. Ma il capoluogo viene lasciato con l’immondizia in strada a Natale. Non parliamo di emergenza. Questa è una scelta politica”. “La situazione è gravissima e se non si metterà a punto un piano di raccolta straordinaria, i cittadini trascorreranno il Natale con i rifiuti, tanti, sotto casa” dichiara l’ assessore all’Igiene Urbana del Comune, Paolo Giacomelli, che chiede “di conferire i rifiuti negli impianti sia della provincia che in altre province”. Ma l’assessore regionale all’Ambiente Giovanni Romano replica: “La situazione è critica solo per colpa di chi gestisce il Comune e la sua Società”. Giacomelli: “Non è così e ci tuteleremo in sede legale”. Mentre le istituzioni litigano su chi ha ragione e chi ha torto, il Natale di Napoli e della provincia viene festeggiato nel segno dei sacchetti neri. Beffa finale: gli impianti stir non lavorano a Natale, deve intervenire l’esercito per sgomberare le strade dalla monnezza abbandonata. Buon anno.

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/29/napoli-365-giorni-di-emergenza-rifiuti/84071/

«Cari amici di Pomigliano…»

«Cari amici di Pomigliano…»

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Cari Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Antonio Di Pietro… » inizia così la lettera di 47 operai della Fiat che scrivono ai leader dell’opposizione. La lettera è stata recapitata al Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi ed è stata pubblicata ieri dal quotidiano. Sul tavolo la questione degli accordi a Pomigliano e Mirafiori. «Noi abbiamo votato Sì e non accettiamo più la vostra ipocrisia…». Gli operai pongono 10 domande ai tre politici: «Secondo voi, noi siamo contenti di lavorare in fabbrica? Secondo voi, noi che guadagniamo 1.200 euro mensili non vorremmo guadagnare di più lavorando anche meno? Secondo voi, oltre la proposta di Marchionne avevamo altro? Secondo voi, se la Fiom avesse proposto una valida alternativa al piano, invece di limitarsi alla legittimità del referendum ed esortare solo per un No, l’avremmo fatto? Secondo voi, se avessimo avuto una legge che tutelasse i lavoratori sulla malattia (anche i primi tre giorni) non sarebbe stato meglio? Perché non avete riformato la legge quando eravate al governo? Secondo voi, se avessimo avuto una legge che prevedeva più pause durante il lavoro non era meglio? Perché non avete riformato i decreti legislativi quando eravate al governo? Secondo voi, è giusto che ai sindacati di base in Fiat non viene riconosciuto il monte ore permessi per il direttivo e alla Fiom – che non firma nulla – viene riconosciuto tutto? Perché fate due pesi e due misure? Secondo voi, continuando a dire che Cisl e UIl sono i sindacati servi dei padroni aiutate la classe operaia? Secondo voi, gli operai si sono dimenticati di quando avete votato in Parlamento l’inizio del precariato attraverso il pacchetto Treu? Secondo voi, difendendo le soli ragioni della Fiom state portando il giusto rispetto a quegli operai non iscritti al sindacato del metalmeccanici della Cgil? Credeteci – conclude la lettera – che il contratto nazionale di lavoro non è morto a Pomigliano e neanche a Mirafiori, credeteci che i diritti non sono caduti a Pomigliano o a Mirafiori…».

STEFANO FASSINA
RESPONSABILE ECONOMIA DEL PD

La lettera a “Il Giornale” di alcuni operai di Pomigliano esprime un punto di vista noto al Pd. Noi, sin dall’avvio di “Fabbrica Italia”, non abbiamo semplificato, non abbiamo distinto tra operai a schiena dritta per il «no» e operai piegati per il «sì». Chi scrive è figlio di operaio e ha incrociato negli occhi paterni la tensione tra lavoro e dignità. Il Pd ha sottolineato il dramma comune dei lavoratori e delle lavoratrici e delle organizzazioni sindacali impegnate a rappresentarli, divise tra resistenza ideologica e rassegnazione pragmatica: la drammatica asimmetria nei rapporti di forza tra capitale finanziario, libero di fare shopping di lavoro low cost nella dimensione globale dell’economia e soggetti riformisti, politici e sociali, prigionieri della dimensione nazionale. La sinistra non è stata immobile al governo. Il precariato non è colpa di Tiziano Treu. Purtroppo, nonostante le mitologie giuslavoristiche, le leggi non fermano la storia. Soltanto una tenace azione riformista a tutto campo e la riorganizzazione sovranazionale della politica promuove la dignità del lavoro. Il centrosinistra ha avviato il processo. Nel 1996 ha portato un paese in ginocchio nell’euro, unico porto nella tempesta in corso; nel 2007, con Romano Prodi, ha varato, insieme a tutte le forze economiche e sociali e con il sì di oltre 5 milioni di lavoratori, il “Protocollo per la riforma del welfare” per tenere insieme lavoro e diritti, in particolare per le generazioni di lavoratori più giovani segnate dal precariato. Nella stessa fase, ha anche avviato una vera politica industriale per l’innovazione e la qualità, i diritti, le condizioni del lavoro e retribuzioni decenti. È vero, il centrosinistra non è stato all’altezza della sfida ed il Pd è nato per raccoglierla. Ma le destre populiste procedono in direzione opposta: preservano le rendite in ogni campo e, per compensare, abbattono i diritti dei lavoratori. Su Pomigliano e Mirafiori, gli accordi sottoscritti consentono l’avvio di rilevanti investimenti, ma sul piano della rappresentanza e della democrazia compiono strappi insostenibili. Abbiamo indicato un percorso alternativo e praticabile: per risolvere il problema dell’esigibilità, ossia il pieno rispetto, degli accordi sottoscritti, requisito decisivo per gli investimenti, abbiamo proposto un’intesa interconfederale e poi una legge sulla rappresentanza e la democrazia sindacale per definire le condizioni di validazione dei contratti, chiarire il perimetro dei diritti indisponibili, confermare la piena agibilità sindacale per chi dissente dalle scelte della maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici, promuovere la partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa. Continueremo a batterci per una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
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ANTONIO DI PIETRO
LEADER DELL’ITALIA DEI VALORI

La lettera aperta di alcuni operai di Pomigliano, pubblicata dal quotidiano Il Giornale, parla delle loro condizioni di lavoro su cui vengono caricate la responsabilità del governo, per le mancate scelte di politica industriale, e della Fiat a causa delle gravi difficoltà finanziarie e di prodotto in cui versa. La Fiat da due anni perde una quota di mercato doppia rispetto alla media europea. Le questioni concrete, e non ideologiche, su cui la politica deve dare risposte sono sui ritmi di lavoro elevati, sugli stipendi da 1200 euro al mese, sull’aumento dell’orario lavorativo, ben oltre quello degli operai tedeschi e francesi, e sulla reale e costante riduzione del potere d’acquisto e dei diritti fondamentali. L’Italia dei Valori ha presentato una proposta di legge volta a regolare la reale rappresentanza dei sindacati nelle aziende, consegnando il potere di decidere ai lavoratori e non alle burocrazie sindacali: il nostro compito principale è quello di ridare la parola, i diritti e la libertà di decisione ai diretti interessati, cioè agli operai e agli impiegati, così come prevede la Costituzione repubblicana, violata in questi giorni da accordi capestro. Comprendiamo e rispettiamo il voto degli operai della Fiat di Pomigliano che sono stati sottoposti ad un vero e proprio ricatto. Proprio quel voto, infatti, ha indotto alcuni sindacati, tranne la Fiom, a siglare un’intesa che noi dell’Italia dei Valori continuiamo a ritenere sbagliata e ricattatoria. Vogliamo ribadire che non lasceremo soli gli operai della Fiat in Italia, a partire da quelli di Termini Imerese ai quali è stata annunciata la chiusura della fabbrica. Continueremo a lottare affinché Marchionne non possa smantellare pezzo dopo pezzo i diritti dei lavoratori al fine di collocare la Fiat fuori dal nostro Paese».

NICHI VENDOLA
LEADER DI SINISTRA E LIBERTA’

Cari amici di Pomigliano, mi addolora vedervi “usati” così, e su quel quotidiano padronale. Tuttavia la vostra lettera è un documento drammatico: dice di una resa culturale e sociale che dovrebbe scuotere tutta la politica italiana. In questa vostra curiosa e paradossale polemica contro la sinistra e contro la Fiom – rei di non subire il contratto-capestro della Fiat e le sue conseguenze generali sulle relazioni industriali in Italia – voi però non riuscite a rappresentare la strategia di Marchionne come una profezia del moderno. Non potete farlo perché comunque siete ingabbiati in quella fabbrica di cui parlate con cognizione di causa, in quel recinto produttivo in cui diventa problematico ammalarsi, godere della pausa mensa, rivendicare un reddito non inchiodato a quei maledetti 1200 euro. In quella fabbrica in cui siete solo bulloni e numeri, non persone né tanto meno classe. In cui il contratto sarà un negozio privato tra voi, piccoli e soli, e un padrone multinazionale (uno a cui piacciono le imprese americane e gli operai cinesi). In quella fabbrica la lotta e lo sciopero, strumenti sovrani della civiltà e della democrazia, vengono oggi messi al bando. E voi la raccontate per quello che è: dolore e fatica, perdita di diritti e di reddito. Solo che pensate di non avere alternativa. Non c’era via di fuga. Ma è tutta qui la tragedia del nostro Paese. In un potere che rischia di riprodursi, nonostante le sue molteplici indecenze, per assenza di alternativa. Io non sono contro di voi. Sono contro l’arroganza di chi vi vuole piegati e rassegnati

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30 dicembre 2010
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ITALIA, UN’ANALISI IMPIETOSA – Un disperato qualunquismo

DITE LA VERITA’ AL PAESE

Un disperato qualunquismo

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Non vanno bene le cose per l’Italia. Prima che ce lo dicano le statistiche – comunicandoci per esempio un dato lugubre: che nel 2010 il reddito pro capite degli italiani sarà in termini reali inferiore a quello del 2000 – ce lo dice una sensazione che ormai sta dentro ciascuno di noi e ogni giorno si rafforza.

Basta che ci guardiamo intorno per scorgere un panorama sconfortante: abbiamo un sistema d’istruzione dal rendimento assai basso; una burocrazia sia centrale che locale pletorica e inefficientissima; una giustizia tardigrada e approssimativa; una delinquenza organizzata che altrove non ha eguali; le nostre grandi città, con le periferie tra le più brutte del mondo, sono largamente invivibili e quasi sempre prive di trasporti urbani moderni (metropolitane); la rete stradale e autostradale è largamente inadeguata e quella ferroviaria, appena ci si allontana dall’Alta velocità, è da Terzo mondo; la rete degli acquedotti è un colabrodo; il nostro paesaggio è sconvolto da frane e alluvioni rovinose ad ogni pioggia intensa, mentre musei, siti archeologici e biblioteche versano in condizioni semplicemente penose. Per finire, tutto ciò che è pubblico, dai concorsi agli appalti, è preda di una corruzione capillare e indomabile. C’è poi la nostra condizione economica: abbiamo contemporaneamente le tasse e l’evasione fiscale fra le più alte d’Europa, mentre gli operai italiani ricevono salari ben più bassi della media dell’area-euro; il nostro sistema pensionistico è fra i più costosi d’Europa malgrado le numerose riforme già fatte e siamo strangolati da un debito pubblico il pagamento dei cui interessi c’impedisce d’intraprendere qualunque politica di sviluppo. Ancora: nessuno dall’estero viene a fare nuovi investimenti in Italia, ma gruppi stranieri mettono gli occhi (e sempre più spesso le mani) su quanto resta di meglio del nostro apparato economico-produttivo; nel frattempo il processo di deindustrializzazione non si arresta e la disoccupazione, specie giovanile, resta assai alta.

Nessuno di questi mali ha un’origine recente, lo sappiamo bene. Non paghiamo cioè per errori di oggi o di ieri: o almeno non solo per quelli. È piuttosto un intero passato, il nostro passato, che ci sta presentando il conto. Oggi cominciamo a capire, infatti, che qualche tempo fa – quando? nel ’92-’93? un decennio dopo con l’adozione dell’euro? – si è chiuso un lungo capitolo della nostra storia. Nel quale siamo diventati sì una società moderna (qualunque cosa significhi questa parola), ma pagando prezzi sempre più elevati, accendendo ipoteche sempre più rischiose sul futuro, chiudendo gli occhi davanti ad ogni problema, rinviando ed eludendo. Prezzi, stratagemmi, rinvii, che negli Anni 70-80 hanno cominciato a trasformarsi in quel cappio al collo che oggi sta lentamente strangolando il Paese.

Lo sappiamo che le cose stanno così. Ce ne accorgiamo ogni giorno che l’Italia perde colpi, non ha alcuna idea di sé e del suo futuro. Ma ci limitiamo a pensarlo tra noi e noi, a confidarcelo nelle conversazioni private. Avvertiamo con chiarezza che avremmo bisogno di bilanci sinceri e impietosi fatti in pubblico, di un grande esame di coscienza, di poterci specchiare finalmente e collettivamente nella verità. Che ci servirebbero terapie radicali. Invece sulla scena italiana continua a non accadere nulla di tutto ciò.

Chi dovrebbe parlare resta in silenzio. Resta in silenzio il discorso pubblico della società italiana su se stessa, consegnato ad una miseria che diviene ogni giorno meno sopportabile. Ma soprattutto resta in silenzio la politica, divisa tra lo sciropposo ottimismo di Berlusconi, il suo patetico «ghe pensi mi» da un lato, e la vacuità dei suoi oppositori dall’altro. Bersani, La Russa, Bossi, Fini, Bondi, Vendola, Verdini, Di Pietro, Casini, e chi più ne ha più ne metta credono di parlare al Paese con le loro dichiarazioni, le loro interviste, i loro attacchi a questo o a quello, i loro progetti di alleanze, di controalleanze e di governi: non sanno che in realtà se ne stanno guadagnando solo un disprezzo crescente, ne stanno solo accrescendo la distanza dal loro traballante palcoscenico. Sempre più, infatti, la loro produzione quotidiana di parole suona eguale a se stessa: ripetitiva, irreale, ridicola. Mai una volta che uno di essi proponga al Paese una soluzione concreta per qualche problema concreto: chessò, come eliminare la spazzatura a Napoli, come attrarre investimenti esteri in Italia, come finire la Salerno-Reggio Calabria prima del 3000, come iniziare a risanare il debito pubblico. Mai: anche se a loro scusante va detto che nel solcare quotidianamente l’oceano del nulla sono aiutati da un sistema dell’informazione anch’esso perlopiù perduto dietro la chiacchiera, il «retroscena», il titolo orribilmente confidenziale su «Tonino» o «Gianfri», il mortifero articolo di «costume».

Nelle pagine e pagine dedicate dai giornali alla politica diventa sempre più difficile distinguere il vero dal falso, scorgere qualche spicchio di realtà tra i fumi dell’aria fritta. È così che alla fine siamo condannati a questo necessario, disperato, qualunquismo. Agli italiani non sta restando altro. Disperato perché frutto dell’attesa vana che finalmente da dove può e deve, cioè dalla politica, venga una parola di verità sul nostro oggi e sul nostro ieri. Una parola che non ci esorti – e a che cosa poi? A credere in un ennesimo partito, in un’ennesima combinazione governativa? – ma che ci sfidi: ricordandoci gli errori che abbiamo tutti commesso, i sacrifici che sono ora necessari, le speranze che ancora possiamo avere. Per l’Italia è forse iniziata una corsa contro il tempo, ma non è affatto sicuro che ce ne resti ancora molto.

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Ernesto Galli della Loggia
30 dicembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/editoriali/10_dicembre_30/un-disperato-qualunquismo-ernesto-galli-della-loggia-editoriale_2120c614-13e4-11e0-96ea-00144f02aabc.shtml

NOI E LA RETE – Open non è free, pubblicato non è pubblico. Libertà di esprimersi o auto-delazione compulsiva?

Open non è free, pubblicato non è pubblico

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fonte immagine

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Creatività inscatolata o crowdsourcing di massa al servizio del marketing? Libertà di esprimersi o auto-delazione compulsiva? Introduzione ad una analisi critica dei social media

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di Gruppo Ippolita (www.ippolita.net)

Gruppo Ippolita

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Roma – Sono passati diversi anni da quando Ippolita insisteva sulla necessità di distinguere l’apertura al “libero mercato” propugnata dai guru dell’open source economy dalle libertà che il movimento del software libero continua a porre a fondamento della propria visione dei mondi digitali. “Il Software libero è una questione di libertà, non di prezzo“: l’open source si occupa esclusivamente di definire, in una prospettiva totalmente interna alle logiche di mercato, quali siano le modalità migliori per diffondere un prodotto secondo criteri open, cioè aperti. La giocosa attitudine hacker della condivisione fra pari veniva cooptata in una logica di lavoro e sfruttamento volta al profitto e non al benessere, sterilizzandone la potenzialità rivoluzionaria vissuta e individuata da Richard Stallman: “Freedom 3: Freedom to contribute to the community“.

Muovendosi nella stessa ottica, Ippolita ha analizzato Google, un tentativo chiaramente egemonico di “organizzare tutta la conoscenza del mondo”. La logica open, coniugata alla filosofia dell’eccellenza accademica californiana, trovava nel motto “Don’t be evil” la scusa per lasciarsi cooptare al servizio del capitalismo dell’abbondanza, del turbocapitalismo illusorio della crescita illimitata. La favola è che more, bigger, faster sia sempre meglio. Tomorrow is another day, e sarà un giorno migliore, perché in sottofondo cova la fede nel miraggio incarnato dal bottone “mi sento fortunato”: una tecnica per definizione buona, figlia di una ricerca scientifica disinteressata, soddisferà tutti i nostri bisogni e desideri, immediatamente e senza sforzo, con un semplice click del mouse.

Purtroppo, questa pretesa di totalitarismo informazionale è meno ridicola di quanto potrebbe apparire. Appurato che non c’è più nulla da produrre, e soprattutto che la crescita illimitata è una chimera anche nel mondo digitale, la rincorsa al prossimo inutile gadget luccicante e rigorosamente touch screen potrebbe vacillare, la crisi di crescita dovrebbe essere dietro l’angolo.
Un minimo di consapevolezza dovrebbe soffiare sul nostro mondo esausto: invece di crescere correndo verso il baratro con le cuffie a tutto volume potremmo cominciare a guardarci intorno, guardarci in faccia, parlarci, scambiarci ciò di cui abbiamo bisogno, immaginare e costruire insieme qualcosa di sensato.

Messa in piedi questa gigantesca macchina tecnologica costituita di datacenter, di cervelli di prim’ordine e di codici open prontamente rinchiusi da NDA (Non-Disclosures Agreement) e simili, bisognava pur riempirla di qualcosa. Di qualsiasi cosa. Possibilmente spendendo il meno possibile o, meglio ancora, gratis. La produzione industriale del nulla sotto vuoto spinto doveva crescere, a costo zero e con profitti favolosi per i soliti noti, ma come?

La rete ormai era gettata. Piano piano, le connessioni a banda larga si sono fatte meno asimmetriche (soprattutto grazie agli investimenti e agli incentivi in perdita del settore pubblico, per “connettere” e colmare il “digital divide”…), le tariffe sono scese (ma rimangono ingiustificabilmente alte), la capacità di upload è aumentata. Ed ecco palesarsi la soluzione a tutti i problemi: riversare online i contenuti degli utenti. Quello che hanno sui loro computer, telefoni cellulari, apparecchi fotografici ecc. Ecco il frutto maturo dell’apertura al “libero mercato”: la possibilità di pubblicare per tutti. E il bello, per l’ideologia della crescita illimitata, è che il margine è enorme, il processo di “webbizzazione” è iniziato da poco e le prospettive sono favolose.

Infatti per ora si tratta perlopiù di metadati (tag, profilazione ecc.), la “nuvola” del cloud computing può crescere di molti ordini di grandezza, visto che gli strumenti per gestire i documenti online (Gdocs, Facebook Doc con Microsoft Fuselabs ecc.) sono ancora poco utilizzati. Una delle più efficaci armi di distrazione di massa mai messe a punto: dispensa gratificazione presso gli utenti dei vari servizi cosiddetti “web 2.0”, che non vedono l’ora di riversarsi nel grande mare nostrum dei social network (e perché mai dovrebbe essere “nostro”, se sta a casa di qualcun altro: Facebook, Flickr, Twitter, Netlog, YouTube, o altri?).

Siamo contenti e felici di avere sul tavolo e in tasca l’ultimo costoso strumento di auto-delazione dal basso, sempre connesso e con tanto di GPS integrato, con cui presto potremo fare acquisti dimenticando la carta di credito, perché chi deve sapere sappia sempre cosa ci interessa e ci piace, dove siamo, cosa acquistiamo, cosa facciamo, con chi ecc. E poiché i device sono sempre più piccoli e meno capienti, è facile prevedere un’esplosione dello stoccaggio dei dati personali online.

E siamo arrivati ai giorni nostri. A differenza di quando Ippolita gridava nel deserto dell’entusiasmo tecnofilo che forse non era il caso di mettere “tutto su Google”, dalle mail in su, perché la delega (anche semi-inconsapevole) segna l’inizio del dominio (in questo caso, tecnocratico), oggi molte voci si levano contro i social network, accusati di violare la privacy degli utenti. Di essere frutto di un’ideologia fintamente rivoluzionaria, perché Internet sarà anche un movimento sociale, ma quanto elitario e contraddittorio
In particolare Facebook, dicono alcuni autorevoli commentatori, è un progetto basato sull’ideologia della “trasparenza radicale“, per cui è nella sua natura tendere a pubblicare indiscriminatamente ogni cosa, come dimostrano alcune mosse.

Bisognerebbe ricordare anche che i finanziatori di Facebook vengono dalla cosiddetta Mafia di Paypal, sono legati a doppio filo con i servizi di intelligence civili e militari, sostengono politici dell’estrema destra libertarian statunitense. Qualcuno si azzarda anche a notare, dall’osservatorio privilegiato di Harvard, che forse c’è una bolla dei social media, anche dal punto di vista economico, visto che nessuno ha ancora dimostrato che questi social media permettano di vendere meglio i prodotti personalizzati attraverso pubblicità mirate. Persino i supporter cominciano a temere le ambizioni di Facebook.

Al di là delle proposte concrete, piuttosto velleitarie (suicidio di massa su Facebook; Diaspora Project e Lorea per ricostruire un social network “libero”; reclami e petizioni alle varie Authority e ai vari Garanti ecc), qualcuno comincia a mettere il dito nella piaga. Il pubblico. Come “aprire” un codice non significa affatto “renderlo libero”, così “pubblicare” un contenuto non significa affatto renderlo “pubblico”. Al contrario. Spesso è proprio l’opposto: tutto ciò che viene postato diventa di proprietà esclusiva della società, (ri)leggetevi i TOS (Terms of Service). Ma come, non era stato pubblicato? Non era pubblico? Ma pubblicato non significa pubblico. In quasi tutti i casi del cosiddetto “web 2.0” significa, al contrario: privato, di proprietà di una multinazionale o comunque di una azienda privata. Abbiamo lavorato gratuitamente per quelli che cercheranno poi di guadagnare sulla nostra pelle, servendoci le pubblicità personalizzate che ci ammorbano sempre più.

Proprio così. La contingenza è critica. Ma questa storia non è cominciata ieri, non ci troviamo per caso in questa situazione.
Piuttosto, vale oggi quello che valeva ieri, e che non siamo certo i primi a sostenere: bisogna essere in grado di immaginare il proprio futuro per capire il proprio presente. Ricordando il proprio passato, e creando un racconto collettivo, perché la memoria è un ingranaggio collettivo, nulla si ripete mai ma le differenze si somigliano, e la minestra scipita di ieri, un poco adulterata, potrebbe esserci propinata come l’innovazione radicale di domani.

Se l’immaginario sono le pubblicità, televisive o d’altro tipo, e si concretizzano nella “libertà di scelta” tra le infinite applicazioni per iPhone (se proprio non avete nulla da fare, e ne provate dieci al giorno, ne avrete per i prossimi vent’anni) o relazionarci con i cinquecento “amici” su Facebook (una cena ciascuno, riusciamo a malapena a incrociarci tutti una volta ogni due anni), beh, forse abbiamo insistito troppo poco sulla necessità di desiderare e immaginare qualcosa di meglio.

Finora abbiamo descritto l’informatica del dominio così come la percepiamo quotidianamente.
Il metodo che si è costruito (cartografico, interdisciplinare) è necessariamente parziale e a volte poco rigoroso, ma ha permesso di far emergere il problema della delega tecnocratica in tempi non sospetti. “Tirare un colpo dritto con un bastone storto” dicevano gli schiavi giamaicani. Scrivere significa immaginare vie di fuga, e provare a raccontarle; immaginare e costruire strumenti adeguati per realizzare i nostri desideri. Mettere tutto ciò a disposizione di un pubblico che è fatto di persone, non pubblicarlo attraverso il megafono privato della bacheca invadente di qualche multinazionale.
Siamo in tanti nella stessa condizione, a non voler collaborare, a non voler partecipare al crowdsourcing delle masse dei social media.

I servizi di social networking spingono a ritoccare compulsivamente il proprio profilo per distinguersi dagli altri. Tuttavia non si tratta di differenze reali ma di variazioni minime all’interno di categorie predefinite (single? sposata? amico?). Il risultato è l’auto-imposizione dell’omofilia, gruppi in cui siamo “amici” perché diciamo che ci piacciono le stesse cose. La diversità scompare nell’omologazione di gusti e comportamenti.
Se la biodiversità è intesa come un bene per le altre specie e per l’ecosistema globale, perché non lo è altrettanto per la specie umana e i suoi eco-sistemi bio-culturali?” (Lucius Outlaw, On race and Philosophy). Il valore della differenza però non è un principio quantitativo. Di più non è meglio; più oggetti/amici a disposizione non significa maggiore libertà di scelta. Il mercato globale digerisce ogni differenza. È difficile quindi rallegrarsi che qualche albero striminzito sia stato piantato per compensare le emissioni di CO2: il green capitalism rimane una follia come ogni ideologia produttivista.

Ma pur essendo immersi in questo mondo tecnologico, vorremmo cercare di prenderne le distanze, per scrivere una sorta di etnografia dei social media. Non di come funzionano (ci sono how-to e manuali per quello), ma del perché siamo in questa situazione e di come influenzarla, iniettando eterogeneità, caos, germi di autonomia. Siamo compromessi e implicati, ma questo non significa che dobbiamo accettare tutto in maniera acritica. A partire dall’esperienza collettiva si possono trarre conclusioni individuali, in un processo di straniamento che procede dall’interno all’esterno, invece che dall’estraneità alla familiarità come accade nelle osservazioni etnografiche classiche. I selvaggi siamo noi, e abbiamo bisogno di uno sguardo dichiaratamente soggettivo, non della presunta oggettività di un osservatore esterno. E poi per fortuna il mito dell’oggettività scientifica sopravvive solo nella vulgata deteriore. È più di un secolo che le scienze dure hanno imboccato la via del relativismo, è ora che anche le “scienze umane” lo facciano con decisione. Abbiamo bisogno di relativismo radicale, di prendere le distanze da noi stessi, di osservarci dal di fuori, per capire cosa stiamo facendo, per rendere concreta la nostra attività e poterla così comunicare in uno spazio pubblico, che va preservato, rinegoziato e costruito senza sosta. Usando la terminologia della Arendt, abbiamo bisogno di elaborare un discorso che renda conto delle nostre azioni di ricerca.

Qualcuno ha qualche idea? Noi qualcuna sì, fateci sapere!

Ippolita
www.ippolita.net

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24 dicembre 2010

fonte:  http://punto-informatico.it/3062002/PI/Commenti/open-non-free-pubblicato-non-pubblico.aspx