Archivio | dicembre 30, 2010

“No alla estradizione di Battisti”. L’ira del governo: “Lula spieghi”

30/12/2010 – IL CASO

“No alla estradizione di Battisti”
L’ira del governo: “Lula spieghi”

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L’avvocatura generale brasiliana ha dato parere negativo. P. Chigi: «Inaccettabile, offesa all’Italia»
Sit-in dei parenti delle vittime

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ROMA – È alta tensione tra Roma e Brasilia. Il governo italiano attende l’ultima parola del presidente-operaio Lula sul destino di Cesare Battisti, avvertendo che un no all’estradizione sarebbe una decisione «inaccettabile». E a poche ore dall’atteso verdetto, anticipato da fonti di stampa che danno per certo il no di Lula, pronto a seguire il parere dell’avvocatura di Stato, Roma alza i toni e tenta l’ultimo pressing, dicendosi pronta a una battaglia con «qualsiasi misura» per far valere il trattato Italia-Brasile sull’estradizione ed assicurare alla giustizia italiana l’ex terrorista dei proletari armati per il comunismo (Pac) condannato all’ergastolo per 4 omicidi compiuti negli anni di piombo.

Un pressing che nel corso della giornata si è fatto sempre più incalzante. Prima, stamattina, con una nota di Palazzo Chigi in cui si smentivano alcune dichiarazioni alla stampa del senatore brasiliano Eduardo Suplicy secondo le quali Berlusconi avrebbe fornito garanzie a Lula su una reazione senza tante polemiche al ventilato no all’estradizione.

Poi con una nota della Farnesina, a metà giornata, in cui il ministro Frattini annunciava che Roma valuterà «tutte le misure necessarie per ottenere il rispetto del trattato bilaterale di estradizione, in conformità con il diritto brasiliano». Parole che si potrebbero tradurre non solo in un ulteriore ricorso ma anche in passi diplomatici. E ricordava l’impegno e i passi compiuti negli ultimi due anni per ottenere l’estradizione di Battisti. Impegno ribadito nel pomeriggio anche dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano. Fino ad una nuova nota, in serata, di Palazzo Chigi in cui il governo parla di Battisti come un «pluriomicida» e pur riservandosi di «esprimere le proprie valutazioni» dopo la decisione di Lula, mette in guardia Brasilia sul fatto che un ’nò all’estradizione dell’asilo sarebbe giudicato «incomprensibile e inaccettabile: Lula dovrebbe allora spiegare tale scelta non solo al Governo, ma a tutti gli italiani e in particolare alle famiglie delle vittime e a un uomo – stigmatizza Palazzo Chigi – ridotto su una sedia a rotelle».

Chiaro il riferimento ad Alberto Torregiani, figlio del gioielliere Pierluigi Torregiani, per la cui morte Cesare Battisti è stato condannato, e responsabile nazionale del dipartimento Giustizia del Movimento per l’Italia, che ha indetto un sit-it sotto l’ambasciata brasiliana.

Tutto inutile, a quanto pare. «Non esiste una rappresaglia dell’Italia- ha detto il presidente-. Il Brasile è sovrano. Chi farà una rappresaglia? Abbiamo già raggiunto la maggior età, ognuno fa quello che vuole. Il Brasile prende la decisione che desidera». Ora gli avvocati dell’ex esponente dei Pac potrebbero chiedere subito la scarcerazione e a decidere sarà proprio proprio il Tribunale Supremo Federale che, nel novembre del 2009, espresse parere favorevole alla richiesta di estradizione di Battisti. Il presidente della Corte, Cezar Peluso, che Lula ha incontrato in queste ore, dovrà aspettare fino a febbraio per una sessione plenaria in cui analizzare il da farsi.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/381862/

2011, finisce l’era dei sacchetti di plastica / Ambiente, da Natale i rifiuti possono costare cari

2011, finisce l’era dei sacchetti di plastica

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sacchetti plastica

Il primo gennaio entra in vigore il divieto di vendita delle buste per la spesa non biodegradabili. Quelle fuorilegge potranno essere ancora usate fino a esaurimento scorte a condizione che vengano date gratuitamente ai clienti

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Addio buste di plastica. Entra in vigore dal primo gennaio il divieto di commercializzazione dei sacchetti per la spesa non biodegradabili, ma quelli fuorilegge potranno essere ancora usati fino a esaurimento scorte a condizione che vengano dati gratuitamente ai clienti.

“Resta consentito lo smaltimento delle scorte in giacenza negli esercizi artigianali e commerciali alla data del 31 dicembre 2010 – spiega in una nota il ministero dell’Ambiente – purché la cessione sia operata in favore dei consumatori ed esclusivamente a titolo gratuito”.
Il ministero annuncia comunque controlli nei prossimi giorni per “verificare il rigoroso rispetto della normativa vigente”.

Numerose sono le iniziative per sostituire, come è già avvenuto in altri Paesi, le vecchie buste di plastica. Si va dal ritorno alle tradizionali sporte in fibre naturali del passato alla sostituzione della plastica con materiali innovativi biodegradabili come i nuovi ecoshopper realizzati in bioplastica ricavata da mais e da altre materie vegetali.

Per favorire il passaggio la Coldiretti ha organizzato alcune iniziative come “Porta la Sporta” e “Compostiamoci meglio”. La Coldiretti di Rovigo ha ideato e messo a disposizione dei frequentatori dei mercati di Campagna amica una borsa riutilizzabile con i loghi “Punto campagna amica” e “Coldiretti 100% solo prodotti agricoli italiani”.

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30 dicembre 2010

fonte:  http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2010/12/30/sacchetti_plastica_vietati_dal_2011.html

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Ambiente, da Natale i rifiuti possono costare cari

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Un Babbo Natale tra i rifiuti

Nelle feste finiranno nella pattumiera 500mila tonnellate di cibo. Occhio a come smaltirete i vostri scarti. Il 25 dicembre entra in vigore il Dlgs 205/2010. Sanzioni da 300 a 3mila euro per chi lascia spazzatura per strada o la butta in acqua. LE REGOLE

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di Valeria Valeriano

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Cinquecentomila tonnellate di rifiuti alimentari. È questa la quantità di cibo che, secondo la Confederazione italiana agricoltori, finirà nella spazzatura durante le feste natalizie. Nella pattumiera andranno 1,5 miliardi di euro, circa il 25 per cento della spesa totale alimentare per pranzi e cenoni. Ogni famiglia butterà quasi 80 euro. Ma, se non farà attenzione a come smaltirà i rifiuti natalizi (non solo i resti del cibo, anche imballaggi dei regali, confezioni per alimenti, vecchi elettrodomestici per fare posto a quelli nuovi), i soldi persi nell’immondizia saranno molti di più.

Entra in vigore proprio il 25 dicembre, infatti, il decreto legislativo 205/2010. Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 10 dicembre, recepisce la direttiva comunitaria 2008/98/Ce volta a creare una “società europea del riciclaggio”. Tra le novità principali del provvedimento ci sono le maxisanzioni per chi abbandona rifiuti in strada o li butta in fiumi o mari. Se fino alla vigilia un privato poco educato rischia di dover pagare da 25 a 150 euro (da 105 a 620 per i rifiuti pericolosi), da Natale dovrà sborsare da 300 a 3mila euro (il doppio per rifiuti pericolosi). Piuttosto che lasciare il sacchetto accanto al cassonetto pieno, quindi, sarà meglio fare due passi e cercarne qualcuno meno vicino ma più sgombro.

Il Dlgs 205/2010 prevede un ruolo primario di regioni, province e comuni nel corretto smaltimento dei rifiuti. Un aiuto importante, però, deve arrivare dai cittadini. Tutti, infatti, dovrebbero impegnarsi a disfarsi della spazzatura nel modo giusto e a fare la raccolta differenziata. Come suggerisce l’Europa, solo da una separazione di qualità può derivare un riciclaggio di qualità che trasformi il rifiuto in una risorsa.

In Italia la quota di raccolta differenziata di rifiuti urbani, secondo Legambiente, è del 27,5 per cento (42% al Nord, 20% al Centro, 12% al Sud). Eppure questo sistema potrebbe essere una risposta efficace a emergenze come quella campana. Con un po’ di buona volontà i sacchetti di spazzatura indifferenziata che invadono Napoli e le altre città potrebbero diminuire insieme al fabbisogno di discariche. Il Wwf ha calcolato che con «una raccolta differenziata che si attesti anche “solo” al 60 per cento in tutta la Campania, si  avrebbero “solo”  poco più di un milione di tonnellate da mandare agli impianti d’incenerimento, cioè circa 7/800mila tonnellate in meno della capacità di smaltimento degli inceneritori previsti». Nel 2008 in sette quartieri del capoluogo campano è stata introdotta la raccolta differenziata “porta a porta”. Secondo il Wwf i 130mila abitanti coinvolti, il 13 per cento della popolazione partenopea, hanno «risparmiato alla discarica ben il 66,09 per cento dei rifiuti prodotti». Per sensibilizzare i cittadini e le amministrazioni sull’importanza di dividere la spazzatura, Legambiente ha lanciato il premio Comuni Ricicloni Campania. La vittoria quest’anno, con il 93,6 per cento di raccolta differenziata, è andata a Roccagloriosa, paese salernitano di circa 1.700 abitanti. In tutto sono 160 i comuni che nel 2009 hanno sfondato la soglia del 50 per cento di differenziata. Tra i capoluoghi di provincia il primato spetta ad Avellino (61,57%), seguita da Salerno (59,98%), Caserta (47,25%), Napoli (18,53%) e Benevento (16,96%).

Un sondaggio Ipsos-Comieco rivela che otto italiani su dieci fanno regolarmente la raccolta differenziata della carta. Il problema, però, è che molti di loro non la fanno nel modo corretto. I buoni propositi ci sono ma, se si sbaglia a dividere i materiali, risultano poco efficaci. Un caso tipico riguarda i sacchetti di plastica: spesso usati per trasportare carta e vetro fino ai contenitori stradali, finiscono nel cassonetto insieme a loro. Altro errore comune riguarda le confezioni in cui si mescolano cartone, plastica e, a volte, parti metalliche. Ogni elemento dovrebbe essere separato dagli altri e buttato in contenitori diversi. Attenzione, quindi, a quando scarterete gli elaborati imballaggi dei vostri regali di Natale.

Per evitare sanzioni e aiutare l’ambiente, facciamo un ripasso delle regole da seguire per la raccolta differenziata.

Carta. In questo cassonetto vanno depositati carta, cartone, cartoncini, giornali, riviste, sacchetti, scatole, quaderni, libri e, in alcuni comuni, il tetrapak. Vanno nell’indifferenziata, invece, i tovaglioli e qualsiasi altro tipo di carta sporca o con residui di cibo. Occhio agli scontrini: sono carta chimica e devono finire, anche loro, nell’indifferenziata.

Plastica. Sì a contenitori, pellicole, imballaggi, sacchetti della spesa (che dal primo gennaio non potranno più essere usati dai commercianti per consegnare la merce), vaschette, flaconi, bottiglie e tappi. No a bicchieri, piatti e posate usa e getta. I pezzi voluminosi andrebbero schiacciati e i residui sempre eliminati.

Vetro. La raccolta del vetro varia da comune a comune. In alcuni si segue il metodo multimateriale (con plastica e metalli), in altri il monomateriale (a volte anche con la distinzione tra vetro bianco e colorato). Si possono gettare bottiglie, bicchieri, barattoli, contenitori. Tutto, ovviamente, in vetro. No a specchi, lampadine, ceramiche e porcellana (le ultime due possono andare nell’indifferenziata, ma sarebbe meglio portarle nelle “ecopiazzole” comunali).

Metallo, acciaio, alluminio. Barattoli, lattine, scatolette, tubetti, coperchi, tappi, bombolette, vaschette. Questi rifiuti vengono spesso raccolti o con la plastica (multimateriale leggero) o con il vetro (multimateriale pesante).

Elettrodomestici. Tre alternative. Possono essere portati nelle “ecopiazzole” comunali, ritirati dal comune (dopo essersi messi d’accordo per telefono), consegnati al rivenditore al momento dell’acquisto di un modello equivalente (gratis o con un costo compreso nelle spese di consegna del nuovo apparecchio).

Pile, farmaci, lampadine. Non vanno buttati nell’indifferenziata. Le pile e i farmaci vanno messi negli appositi contenitori in strada, nei supermercati o nelle farmacie. Le lampadine vecchie (alogene o a incandescenza) vanno portate nelle “ecopiazzole”. Quelle nuove (a scarica o fluorescenti) si possono consegnare ai commercianti quando si acquista un’altra lampadina.

Giocattoli. Quelli vecchi o non più funzionanti vanno nell’indifferenziata, dopo aver tolto le eventuali batterie.

Organico. Non è previsto in tutti i comuni. Raccoglie fondi di tè e caffè, avanzi di cibo, scarti alimentari, sacchetti biodegradabili, terriccio, legno non trattato, foglie e rifiuti simili.

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30 dicembre 2010

fonte:  http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2010/12/23/europa_spazzatura_rifiuti_natale_sanzioni_regole_raccolta_differenziata.html

ROMA – Rifiuti, rischio emergenza: Malagrotta commissariata

Rifiuti, rischio emergenza: Malagrotta commissariata

Il Campidoglio: nessun sito alternativo. Polverini firma la proroga dice al governo: il sito lo troviamo noi

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di Mauro Evangelisti
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ROMA (30 dicembre) – Se davvero esiste un rischio emergenza rifiuti per il Lazio, bene da ieri quello spettro è più vicino. Una cosa è certa: la proroga dell’apertura della più grande discarica d’Europa – Malagrotta – è destinata ad essere reiterata e non solo per il 2011. Con una buona dose di ottimismo era stato detto che Malagrotta sarebbe stata chiusa nel 2013. Bene, quella data va cancellata, si auro Evangeandrà oltre, almeno fino al 2014, sempre che la discarica non si esaurisca prima, lasciando Roma e nel Lazio nei guai. Serve un miracolo: la Polverini ieri ha registrato la presa di posizione di Alemanno («a Roma non c’è un sito in cui realizzare un nuovo impianto per i rifiuti che consenta di chiudere la discarica di Malagrotta»). «Ora decidiamo noi», ha detto. E si è appellata al senso di responsabilità delle minoranza, chiedendo la collaborazione di tutte le forze politiche. Domani Polverini firmerà un provvedimento molto importante: la proroga della discarica di Malagrotta per altri sei mesi (destinati a diventare 12). Va ricordato che Malagrotta è un impianto che, in realtà, non dovrebbe più ricevere i rifiuti non pretrattati, come invece continua ad avvenire. Ultima mossa della Polverini: è andata da Letta per chiedere i poteri da commissario per Malagrotta. La mossa del Campidoglio ovviamente ha un significato: chiedere che il sito venga individuato nel territorio della provincia di Roma (in ballo ci sono Allumiere e Riano), tenendo conto che il piano regionale prevede un sub Ato (una sorta di area omogenea) che copre tutta la provincia di Roma. L’orientamento della Polverini, a cui ora spetta la scelta, è di cercare in prima battuta comunque un terreno all’interno del comune di Roma, in base al principio che ogni territorio deve smaltirsi i propri rifiuti.

Sintesi: a Roma e nel Lazio la situazione è molto delicata, ricordando sempre che il progetto di un impianto di termovalorizzazione ad Albano è stato fermato da una sentenza del Tar. Il Lazio in un anno produce 3.500.000 tonnellate di rifiuti, di questi quasi 1,8 milioni di rifiuti sono prodotti da Roma. La percentuale della differenziata è bassa, attorno al 20 per cento. E per quanto riguarda i termocombustori si sta procedendo lentamente. Frase che circolava nei corridoi della giunta regionale: ma per dire che non c’era un sito disponibile nel territorio di Roma, Alemanno doveva aspettare il 29 dicembre, non poteva farcelo sapere prima?

Cosa è successo? Riassunto delle puntate precedenti: bisognava individuare un sito dove realizzare un impianto alternativo a Malagrotta. Il sindaco Gianni Alemanno aveva promesso: entro la fine dell’anno lo sceglieremo. L’attesa è terminata, ma il risultato suona come una beffa: il Campidoglio, ieri (29 dicembre) ha comunicato alla Regione Lazio «la non esistenza di aree idonee all’interno del territorio comunale per la realizzazione di nuovi impianti per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, provenienti dalla raccolta della Capitale» (questo si legge in una nota diffusa dalla Regione). Insomma tutta questa attesa è stata poco produttiva, il sito non c’è, Malagrotta è sempre più sovrautilizzata, si riparte da zero, anzi dal resto della provincia, perché questo sembra dire il Campidoglio: Roma non può smaltire i propri rifiuti. In mattinata è arrivata subito la reazione della presidente della Regione, Renata Polverini, che è corsa da Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, per spiegargli quando sia rovente la situazione rifiuti nel Lazio. «Ho illustrato a Gianni Letta – racconta la Polverini – l’avvenuta notifica da parte del Comune su Malagrotta e per riferirgli che ora la competenza è della Regione. Ho anche chiesto rassicurazioni, nel caso che ne ravvisassi la necessità, di avere una procedura di commissariamento d’urgenza per Malagrotta». Non si tratterebbe di un commissario per i rifiuti, come avvenne in passato, ma solo per la gestione della discarica più grande d’Europa che è all’interno del Comune di Roma. Ma già ventilare questa ipotesi da il segno che la situazione è molto seria. La presidente Polverini vuole i poteri da commissario perché in questo modo velocizzerebbe le procedure per trovare un ”dopo Malagrotta”, con l’iter normale servirebbero almeno cinque anni. Ma alla Polverini serve anche altro: il senso di responsabilità della minoranza, la collaborazione di tutti i partiti, perché poi alla fine se il Lazio diventa come la Campania sarebbe una tragedia per tutti e le responsabilità sarebbero equamente divise fra maggioranza e minoranza. Cosa ha detto la Polverini? «Alle 15 si è insediato il tavolo tecnico, composto dal direttore del dipartimento del territorio, dal direttore delle infrastrutture e rifiuti, dal direttore dell’ambiente, dal direttore dell’urbanistica che lavorerà per creare le condizioni per una discussione sulla questione rifiuti che ormai è passata nelle nostre mani. Ho informato tutte le forze della maggioranza, ma anche quelle dell’opposizione. Ho anche chiamato Esterino Montino, capogruppo Pd, al quale ho chiesto di coinvolgere anche gli altri perché credo che su una questione così importante come i rifiuti tutte le forze politiche debbano essere coinvolte. Ci incontreremo dopo la breve pausa di fine anno. Presto parlerò anche con il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti». Sulla stessa linea il vicepresidente della Regione, Luciano Ciocchetti (Udc): «Serve una responsabilità bipartisan». Anche perché – ormai è chiaro – siamo ai tempi supplementari.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=132624&sez=HOME_ROMA

CASO FIAT – Dal Pd un ddl sulla rappresentanza sindacale: “Diritto anche per chi non firma il contratto”

CASO FIAT

Qualcuno dica a marchionne che può continuare a giocare con le macchinine, ma non con la vita degli operai . mauro

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Dal Pd un ddl sulla rappresentanza sindacale
“Diritto anche per chi non firma il contratto”

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Una proposta di riforma delle relazioni industriali che prevede la prevalenza degli accordi aziendali su quello nazionale. Intanto all’interno dell’opposizione non si placano le polemiche su Mirafiori. Vendola: “Reagire al ricatto Marchionne”. Di Pietro: “Lotteremo accanto alla Fiom”

Dal Pd un ddl sulla rappresentanza sindacale "Diritto anche per chi non firma il contratto"

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ROMA – “Un sì chiaro e tondo all’accordo per Pomigliano e per Mirafiori”, ma serve una legge sulla rappresentanza sindacale per evitare che siano discriminate le sigle e i lavoratori che non firmano gli accordi aziendali. La proposta viene da un gruppo di senatori, deputati, costituzionalisti e filosofi, tutti legati al Pd, che partendo dalla vicenda Fiat rilanciano la necessità di una urgente riforma generale nelle relazioni industriali, a partire dai diritti di rappresentanza e di sciopero.

Il documento. Il progetto di riforma ipotizzato dagli esponenti pd prevede, tra l’altro, la prevalenza degli accordi aziendali rispetto a quello nazionale che dovrebbe continuare “ad applicarsi a tutte le aziende del settore, ma soltanto se non vi sia un contratto aziendale stipulato da una coalizione sindacale che abbia la maggioranza dei consensi nell’impresa”. Tra i firmatari della proposta ci sono Augusto Barbera, Antonello Cabras, Stefano Ceccanti, Sergio Chiamparino, Paolo Giaretta, Pietro Ichino, Claudia Mancina, Ignazio Marino, Enrico Morando, Alessia Mosca, Nicola Rossi, Francesco Tempestini, Giorgio Tonini, esponenti di diverse “anime” del Pd con un nucleo duro di veltroniani.

La premessa è che, a sessant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, al sistema delle relazioni industriali manca ancora una “cornice compiuta di norme di fonte collettiva”, mentre è tuttora troppo generica la disciplina di materie fondamentali quali “la misurazione della rappresentatività di ciascun sindacato nei luoghi di lavoro, l’efficacia soggettiva dei contratti collettivi, i rapporti tra contratti collettivi di diverso livello, l’esercizio del diritto di sciopero, l’efficacia della clausola di tregua sindacale”; tutte questioni che, in assenza di un riferimento legislativo preciso e univoco, sono spesso regolate da sentenze e orientamenti della magistratura.

Il progetto di riforma, scrivono gli esponenti  pd, serve proprio a riempire questo vuoto. Nel dettaglio, fra l’altro, la riforma dovrebbe disciplinare la rappresentatività dei sindacati, togliendo il potere di veto alla minoranza sindacale, ma assicurandole il diritto alla rappresentanza in azienda, “anche quando non abbia firmato il contratto”. E’ questo, in sostanza, con la “cancellazione” della Fiom e dei suoi iscritti dalla realtà aziendale Fiat, il punto su cui il Pd ha espresso le maggiori perplessità sulle intese di Mirafiori e Pomigliano.

Come punto di partenza per la discussione, i firmatari del documento rilanciano il ddl presentato nel 2009 da 55 senatori Pd nell’autunno 2009, che punta a una disciplina “lineare della rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro e consente di individuare il sindacato o coalizione sindacale titolare della maggioranza dei consensi, al livello aziendale e ai livelli superiori fino a quello nazionale”.

La politica divisa. Sul caso Fiat, il dibattito resta acceso. Secondo Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del Pd, la via d’uscita possibile è “un accordo interconfederale sulle regole per la rappresentanza, la validazione vincolante per tutti, il diritto alla rappresentanza sindacale per le minoranze in dissenso, la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alla vita delle imprese. Auspichiamo che all’inizio dell’anno le disponibilità manifestate nei giorni scorsi da tutti i sindacati e da Confindustria portino a passi avanti concreti”.

Ben altra è l’opinione di Nichi Vendola: “Bisogna reagire con forza al ricatto Marchionne – dice il leader di Sinistra e Libertà – . Non è una questione di relazioni industriali, ma di democrazia nel nostro Paese, cresciuta e consolidatasi anche nel corso delle lotte operaie che nel corso di 100 anni hanno strappato il diritto a potersi ammalare, a una pausa mensa, ad essere un essere umano e non un bullone”. Vendola ha detto di considerare la questione “dirimente”: “Per me avere un giudizio di neutralità o addirittura di consenso nei confronti del modello Marchionne significa esser subalterni a una trasformazione autoritaria del capitalismo mondiale e nazionale”.

Sulla stessa linea
il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro: “Trattative ed accordi sindacali possono mettere in discussione tutto, ma non la Costituzione repubblicana. Quello è un confine che non si può oltrepassare – scrive Di Pietro nel suo blog – .  Oggi Maurizio Landini e la Fiom combattono contro l’instaurazione di un regime e noi dell’Idv combatteremo questa battaglia con loro”.

Fiat industrial verso il debutto a Piazza Affari
. Cresce intanto l’attesa per il debutto, lunedì 3 gennaio, delle azioni ordinarie, privilegiate e di risparmio di Fiat Industrial, società nata dallo spin off delle attività non auto Fiat. Fiat Spa a 7,6 euro e la nuova Fiat Industrial a 9,2 euro sono i target price medi stimati dagli analisti in vista della scissione del gruppo. L’avvio delle contrattazioni sui titoli della nuova Fiat Industrial sarà celebrato con una cerimonia nella sede di Borsa italiana alla quale è atteso anche l’ad Sergio Marchionne.

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30 dicembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2010/12/30/news/senatori_pd_un_ddl_per_regolare_rappresentanza_luned_il_debutto_di_fiat_industrial_a_piazza_affari-10716091/?rss

Dalla spesa alle assicurazioni, dalla benzina alle tariffe autostradali ecco tutti gli aumenti del 2011

Dalla spesa alle assicurazioni, dalla benzina alle tariffe autostradali ecco tutti gli aumenti del 2011

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Un 2011 in salita per le famiglie italiane. Dal carrello della spesa, ai carburanti e autostrade, alle assicurazioni: l’anno che sta per arrivare regalerà una raffica di aumenti, che non saranno bilanciati – se non parzialmente – dal recupero dell’inflazione in busta paga (+1,7%, stima l’Istat) e dall’aumento delle pensioni (poco più di un punto percentuale). Solo per spese e tariffe, il presidente di Adiconsum, Paolo Landi, stima un rincaro fra i 500 e i mille euro. C’è poi l’aumento del 6% delle tariffe autostradali, l’incremento del 3,5% delle multe del codice della strada, e l’euro e mezzo di incremento del canone Rai, che passerà dagli attuali 109 euro ai 110,5 euro da pagare nel 2011.

Ecco voce per voce una rapida sintesi dei principali aumenti in arrivo nel 2011.

Acqua e rifiuti. Molte sono le segnalazioni di aumenti consistenti sia della tariffa dell’acqua che di quella dei rifiuti con aumenti anche del 20-30% giustificati dal fatto che la tariffa era ferma da alcuni anni o dai nuovi costi della differenziata. Poiché la spesa media per l’acqua è di 200 euro/anno con oscillazioni che vanno dai 100 ai 300 euro a seconda delle città e analoga situazione è quella dei rifiuti urbani, gli aumenti prevedibili possono oscillare da zero dove non ci sono variazioni ai 50 euro.

Assicurazioni. Aumenti consistenti sull’Rc auto sono in corso già da alcuni mesi. La situazione è differenziata in relazione al territorio, al veicolo, all’età del conducente, etc. In media gli aumenti sono attorno a +10/+15% che rapportato a un premio medio di circa 550 euro per uno o due veicoli per famiglia implica una previsione di maggior spesa dai 50 ai 150 euro. Per i giovani il costo medio è invece di oltre il doppio.

Autostrade. Pedaggi più cari in media del 6 per cento. Molto dipenderà dalla tratta prescelta. Anas ha poi preannunciato aumenti per le cosiddette autovie di raccordo fra le autostrade e le circonvallazioni. Ipotizzando una spesa media dai 100 ai 300 euro annui a famiglia, si può prevedere dunque un aumento dai 2 ai 10 euro.

Canone Rai. L’aumento sarà di 1,5 euro, passando così dagli attuali 109 a 110,5 euro.

Carello della spesa meno pieno. Molti fornitori hanno richiesto alla distribuzione aumenti dei propri listini attorno al +4/+5 per cento. Aumenti all’ingrosso che rischiano di essere trasferiti al carrello della spesa (nonostante il calo dei consumi) con aggravi che possono oscillare dai 200 ai 300 euro.

È sempre più caro benzina. L’aumento nei 12 mesi del 2010 per benzina e gasolio è stato di 16 centesimi al litro. Poiché ogni veicolo consuma mediamente mille litri l’anno e in ogni famiglia ci sono uno o due veicoli ciò implica una previsione di maggiore spesa di circa 150-250 euro/anno.

Si riduce per la luce, ma aumenta per il gas. Può sembrare una contraddizione, ma questa è la realtà. Le ragioni si chiamano concorrenza. Nel settore dell’elettricità da dicembre 2009 a dicembre 2010 il costo della bolletta elettrica si è ridotto del 6,5%, al contrario di quanto è avvenuto per il gas dove nello stesso periodo la bolletta è aumentata dell’11 per cento. Considerato che una famiglia spende mediamente dai 200 a 350 euro per l’elettricità e dagli 800 ai 1500 euro per il riscaldamento, è da prevedere un aggravio di spesa che può oscillare dagli 80 ai 150 euro.

Multe più care. Tutte le multe del Codice della Strada aumenteranno del 3,5 per cento.

Treni. Anche per il trasporto ferroviario in particolare per i pendolari sono stati preannunciati aumenti dell’ordine del 20-25%. Aumenti che dovranno essere concordati con le Regioni e quindi anche in questo caso la realtà sarà molto differenziata. Prevedendo anche in questo caso una spesa dai 50 ai 150 euro, la maggior spesa prevedibile per il 2011 potrà essere dai 10 ai 30 euro.

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30 dicembre 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-12-29/dalle-tariffe-autostradali-multe-181120.shtml?uuid=AYbFjYvC

“Via libera alla legge sull’università ma ci sono dei punti da chiarire” / Calano i dipendenti pubblici: la scuola perde 55mila unità

30/12/2010 – LA RIFORMA CONTESTATA DAGLI STUDENTI HA RICEVUTO IL SI’ DEL QUIRINALE

“Via libera alla legge sull’università ma ci sono dei punti da chiarire”

Napolitano: «Il governo cerchi il confronto con gli interessati»
La Gelmini: «Un fatto positivo, terremo conto delle indicazioni»

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Foto d’archivio)

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ROMA – Chiede al governo dialogo e confronto con le parti il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sulla riforma dell’università. Il Capo dello Stato ha accompagnato la promulgazione della legge con una lettera al premier Silvio Berlusconi nella quale si rilevano alcune specifiche «criticità» su tre articoli della legge che devono essere chiariti nella loro applicazione. Più in generale, però, visto che «l’attuazione della legge è demandata a un elevato numero di provvedimenti, a mezzo di delega legislativa, di regolamenti governativi e di decreti ministeriali» Napolitano chiede che vi sia la volontà di dialogare.

«Auspico che su tutti gli impegni assunti con l’accoglimento degli ordini del giorno e sugli sviluppi della complessa fase attuativa del provvedimento – sollecita il presidente -, il governo ricerchi un costruttivo confronto con tutte le parti interessate».

Sotto la lente del Colle sono emersi tre punti critici: il ruolo di professore aggregato, la concessione delle borse di studio, i contratti per gli insegnanti. Tutti punti su cui- scrive il capo dello Stato – il governo deve aprirsi al confronto.

La parte della riforma che va a rivedere i contratti appare, così Napolitano, «di dubbia ragionevolezza nella parte in cui aggiunge una limitazione oggettiva riferita al reddito ai requisiti soggettivi di carattere scientifico e professionale». L’assegnazione delle borse di studio, invece, non «appare pienamente coerente con il criterio del merito nella parte in cui prevede una riserva basata anche sul criterio dell’appartenenza territoriale». Infine, il titolo di professore aggregato, dice Napolitano, va rivisto.

Il ministro Gelmini apre alle osservazioni del Colle, e si dice soddisfatta per il via libera, che non tocca gli elementi portanti: «La promulgazione è un fatto positivo- dice- Insieme al presidente Berlusconi terremo certamente conto delle osservazioni del Quirinale».

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fonte:  http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/381905/

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Calano i dipendenti pubblici
la scuola perde 55mila unità

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I dati della Ragioneria generale dello Stato: nel 2009 gli occupati sono diminuiti dell’1,89 per cento rispetto all’anno precedente. I tagli maggiori riguardano il personale docente e non docente del comparto scolastico. Aumenta la presenza femminile soprattutto nella Sanità negli enti locali; lo stipendio medio è di 34.500 euro

Calano i dipendenti pubblici la scuola perde 55mila unità

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ROMA – Calano i dipendenti pubblici, soprattutto per effetto dei tagli agli insegnanti, ma chi rimane ha per lo Stato un costo più elevato: più della metà sono donne (55 per cento) e guadagnano mediamente 34.500 euro. Sono alcuni dei dati forniti dalla Ragioneria generale dello Stato nel Conto Annuale, aggiornato al 2009 e appena pubblicato, sul pubblico impiego. Per quanto riguarda il numero degli occupati, la Ragioneria segnala che nel 2009 la cifra ha subito una riduzione rispetto all’anno precedente di circa 64.000 unità (-1,89 per cento) determinata principalmente dalla contrazione del personale docente e non docente del comparto scuola per 55.000 unità, di cui 26.600 a tempo determinato annuale e non annuale. Si è passati così da 3.366.376 unità nel 2007 a 3.375.440 nel 2008 per scendere a quota 3.311.582 nel 2009.

Aumenta la presenza femminile e la sua incidenza sul totale a tempo indeterminato: 1.840.440 unità nel 2007 (54,7 per cento); 1.859.951 unità nel 2008 (55,1 per cento) e 1.827.271 unità nel 2009 (55,2 per cento). La variazione in aumento della presenza femminile è determinata soprattutto dai comparti sanità, Regioni ed autonomie locali, ma anche enti di ricerca, magistratura e corpi di polizia. Nella scuola, nelle università e nei ministeri si registra una riduzione della presenza femminile solo in termini assoluti, mentre a seguito della contrazione complessiva dei comparti, in termini relativi, l’incidenza della componente femminile è comunque di segno positivo.

Rispetto alla distribuzione geografica, la maggior parte dei dipendenti pubblici con contratto a tempo indeterminato è presente al Nord (34,7 per cento). Al Centro la percentuale è del 31,8 per cento, al Sud e Isole 33,3 per cento, mentre per l’Estero la cifra è dello 0,2 per cento. La regione con il maggior numero di dipendenti pubblici è la Lombardia (12,57 per cento) seguita dal Lazio (12,08 per cento).

Infine i costi: nel 2007 sono stati spesi 156,1 miliardi di euro (di questi circa 2 miliardi per arretrati); si sale poi nel 2008 a 166,6 miliardi (+6,7 per cento) di cui per arretrati circa 6 miliardi; fino ad arrivare a 168,1 miliardi nel 2009 (+0,9 per cento) di cui per arretrati circa 2,7 miliardi. Al netto degli importi corrisposti per arretrati relativi ad anni precedenti, le variazioni annue sono: +4,3 per cento per il 2008 e +2,9 per cento per il 2009. Per l’intero pubblico impiego le retribuzioni medie pro capite (al netto degli arretrati) risultano così: 31.660 euro nel 2007; 33.423 euro nel 2008 e 34.497 euro nel 2009.

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30 dicembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2010/12/30/news/calo_dipendenti_pubblici-10704257/?rss

IL VIZIO DI B. – Napoli, 365 giorni di emergenza rifiuti e promesse mai mantenute

Napoli, 365 giorni di emergenza rifiuti

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di Vincenzo Iurillo

29 dicembre 2010

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Il 2010 sarà ricordato come l’anno del ritorno della monnezza. Ecco la cronologia di una crisi senza fine, tra scontri e promesse mai mantenute

Dovevano essere tre giorni. Poi, qualche giorno fa la scadenza è stata spostata a Natale. Oggi invece, mentre Gianni Letta dava rassicurazioni sulla volontà di ripulire Napoli entro Capodanno, il premier prometteva l’impossibile: l’emergenza sarà definitivamente archiviata entro “pochi mesi” grazie ad una sua nuova “discesa in campo”. Risultato ad oggi: non è cambiato niente, e le festività sono trascorse con la città intasata di rifiuti inzuppati di pioggia.

Ma torniamo indietro alla prima dichiarazione: il 22 ottobre il premier certificò: “In dieci giorni ripuliremo Napoli”. Sei giorni dopo, il 28 ottobre, in una conferenza stampa in un’angusta saletta attigua al termovalorizzatore di Acerra, Berlusconi garantì che in tre giorni avrebbe ripulito tutto. In quel periodo Terzigno era stretta nella morsa di violente proteste contro l’apertura di una seconda discarica nel Parco Nazionale del Vesuvio. Una rivolta finita sulle prime pagine di tutto il mondo: molotov, cariche della polizia, camion in fiamme, arresti. Mentre Napoli e provincia si coprivano di monnezza che non si sapeva dove portare.

Il 2010 era iniziato con la Campania liberata per legge da 16 anni di emergenza e commissariamento. La rappresentazione plastica della Grande Vittoria del Premier Silvio Berlusconi, dopo lo spot della presidenza del consiglio dei ministri, recitato dall’amica del Cavaliere, Elena Russo, a simboleggiare il capoluogo partenopeo finalmente affrancato dalla morsa soffocante dei sacchetti neri.

Invece quello che sta per concludersi è stato l’anno del ritorno della monnezza. Che di fatto non se n’era mai andata: era solo stata momentaneamente messa sotto il tappeto. Pochi granelli di sabbia, intoppi facilmente prevedibili, e il meccanismo si è inceppato, i limiti della legge Berlusconi-Bertolaso si sono disvelati, il piano per risolvere definitivamente il problema dello smaltimento dei rifiuti in Campania è fallito. Tra inceneritori funzionanti a singhiozzo, o fermi al palo, discariche vicine all’esaurimento, rivolte delle popolazioni. Ecco la cronaca di un annus horribilis. L’ennesimo.

1 gennaio 2010. Il ministero dell’Interno scioglie tre comuni del casertano perché non hanno saputo fare la raccolta differenziata. Si tratta di Maddaloni, Castelvolturno e Casal di Principe.

8 gennaio 2010. Il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, che di lì a poco si candiderà invano alla presidenza della Campania per il Pd, contesta la provincializzazione del ciclo dei rifiuti prevista dalla legge che conclude l’emergenza e dichiara: “Si sta preparando un autentico disastro, una nuova emergenza rifiuti”. Avrà ragione.

21 gennaio 2010. Napoli è sufficientemente pulita, ma la differenziata non decolla. L’Asìa, la municipalizzata dei rifiuti, annuncia che non può avviare il porta a porta nei quartieri di Scampia e dei Colli Aminei. Motivo: “Oggettive difficoltà finanziarie”, spiega l’ad di Asìa, Daniele Fortini.

16 febbraio 2010. Nuove tensioni a Chiaiano, che ospita la discussa e contestata discarica di Napoli: i militari bloccano un camion che stava per sversare rifiuti radioattivi. Si scopre che trasportava iodio 131, sostanza utilizzata per i tumori alla tiroide, e che già tre camion erano stati fermati nei mesi precedenti per lo stesso motivo.

4 marzo 2010. La Corte Europea di Giustizia condanna l’Italia per il disastro rifiuti in Campania, concludendo così una procedura di infrazione aperta due anni prima con il congelamento di 500 milioni di fondi europei. L’Italia, si legge nella sentenza, “ha messo in pericolo la salute umana e recato pregiudizio all’ambiente”.

15 marzo 2010. Prime avvisaglie del ritorno dell’emergenza rifiuti. Le province di Caserta e Napoli sono assediate dai sacchetti neri rimasti in strada per gli scioperi e le proteste dei 1268 lavoratori del consorzio unico che reclamano due stipendi arretrati e bloccano i cdr e le discariche. La contestazione si scatena in prossimità dell’arrivo di Silvio Berlusconi a Napoli, atteso per un comizio in sostegno al candidato Governatore del Pdl Stefano Caldoro. Secondo Roberto Saviano la coincidenza è sospetta: “Se un politico come Cosentino, indagato per i rapporti con i casalesi, gode di un tale ascolto a Roma è perché ha un’arma puntata alla tempia del governo: l’immondizia. Se vuole, può di nuovo riempire la regione di rifiuti”. L’emergenza durerà diversi giorni. Si rivelano i primi limiti del piano spazzatura del governo, che si fonda su equilibri fragili.

Aprile 2010. La Provincia di Napoli aumenta dell’8% la Tarsu. L’anno prima il Comune di Napoli l’aveva raddoppiata dopo la scelta del governo di far ricadere l’intero costo del servizio sugli enti locali. Costi altissimi, servizi pessimi.

Maggio 2010. Riprendono nell’area tra Terzigno e Boscoreale le proteste dei comitati contro la paventata apertura di Cava Vitiello, la seconda discarica nel Parco Nazionale nel Vesuvio, a poca distanza da Cava Sari, già attiva da un anno, che assorbe parte dei rifiuti di Napoli e gran parte della spazzatura della provincia. Cava Vitiello, 3 milioni e 600mila metri cubi, è tra le dieci discariche campane individuate nel piano Berlusconi-Bertolaso, legge dello Stato. Dovrebbe diventare il più grande sversatoio d’Europa. In una manifestazione nell’Ente Parco, il sindaco di Terzigno Domenico Auricchio, pidiellino e amico di Berlusconi, annuncia: “Combatterò come un leone contro l’apertura di Cava Vitiello”. Ma viene subissato dai fischi e costretto ad abbandonare il palco.

13 maggio 2010. Il parlamentare Pdl Gaetano Pecorella, presidente della commissione sui rifiuti, fa a pezzi il piano Berlusconi-Bertolaso: “A Napoli c’è il rischio di una nuova crisi rifiuti, ci troviamo in una situazione da disastro ambientale. Vi è un problema economico del Consorzio unico di Napoli e Caserta, c’è gente in esubero che ha bisogno però di lavorare, poi ci sono i debiti dei comuni sui quali c’è un’attenzione della magistratura. Abbiamo anche un problema di esaurimento di un’unica discarica in funzione e soprattutto non sono stati avviati i lavori per il termovalorizzatore. Nell’ultimo anno poco è cambiato”. L’allarme viene minimizzato dagli stessi ambienti pidiellini dai quali proviene.

16 giugno 2010. Basta lo sciopero di un giorno dei netturbini e Napoli si sveglia con oltre 1000 tonnellate di spazzatura per le strade. Fioccano le disdette dei tour operator. Per riportare la città alla normalità ci vorrà qualche giorno.

Luglio 2010. Col caldo i miasmi provenienti dalla discarica di Terzigno diventano insopportabili. I cittadini si lamentano: “Siamo costretti a non uscire di casa”. E’ la scintilla che farà scoppiare nei mesi successivi la durissima protesta dei comitati locali.

21 luglio 2010. Tornato a Napoli per testimoniare al processo Bassolino-Impregilo, sette mesi dopo la fine della sua gestione commissariale, Guido Bertolaso dice “di aver trovato Napoli ordinariamente sporca”. L’ad di Asìa, Fortini, risponde: “Roma lo è molto di più”.

20 settembre 2010. Napoli è di nuovo sommersa dai rifiuti. Colpa, secondo Bertolaso “di problemi di raccolta legati alle difficoltà dell’azienda comunale”.

21-22settembre 2010. Nella notte scoppia la rivolta di Terzigno. Durerà settimane. I ribelli danno alle fiamme 13 autocompattatori diretti verso la discarica di Cava Sari. La tensione esplode in gesti di violenza dopo la pubblicazione, goccia che fa traboccare il vaso, di un articolo su Il Mattino che dà per certa l’apertura della seconda discarica di Cava Vitiello. La rotonda di via Panoramica, al confine tra Terzigno e Boscoreale, e lo spiazzo del Rifugio a Terzigno diventano i luoghi simbolo della lotta. Nei primi giorni i sindaci del comprensorio si associano alle proteste, sia pure prendendo le distanze dai violenti. Anche la Curia di Nola assumerà posizione contro la discarica. Il Vescovo parteciperà a un corteo. Nei giorni successivi carabinieri e poliziotti arriveranno in massa. E caricheranno i manifestanti che nella notte provano ad ostacolare o bloccare il passaggio dei camion. Il sindaco di Boscoreale Gennaro Langella inizia lo sciopero della fame, che termina quando riesce ad ottenere un incontro con i vertici della Provincia di Napoli. Anche a Napoli iniziano gli assalti ai mezzi della raccolta. La spazzatura non viene più presa per andare in discarica, o non riesce a raggiungere gli invasi. Resta nelle strade.

24 settembre 2010. Guido Bertolaso tuona: “Cesaro deve aprire Cava Vitiello, lo dice la legge e la legge va rispettata. La magistratura indaghi su alcune situazioni sospette atte a destabilizzare una realtà che funziona”. Non tutto in verità fila per il verso giusto. L’inceneritore di Acerra funziona a singhiozzo, come denuncia ripetutamente il consigliere provinciale di opposizione Tommaso Sodano. E sbucano le carte di un collaudo di luglio del quale pochissimi sapevano qualcosa. Le procure di Napoli e Nola discutono della competenza delle inchieste sull’impianto realizzato da Impregilo.

27 settembre 2010. I sindaci del vesuviano occupano per protesta la Provincia di Napoli. Vogliono un no chiaro alla discarica di Cava Vitiello. Non lo avranno.

29 settembre 2010. Il sindaco di Terzigno, Domenico Auricchio, assicura: “Berlusconi mi ha detto che Cava Vitiello non aprirà più”. E invita a stappare lo spumante.

Ottobre 2010. Napoli e provincia sono piene di rifiuti che tra proteste, scontri e impianti mal funzionanti o in via di esaurimento non si sa dove smaltire.

17 ottobre 2010. Ancora violenze a Terzigno. Bruciati diversi camion. Si susseguono notti di scontri e di cariche delle forze dell’ordine. A Napoli 1100 tonnellate di rifiuti per strada. Un poliziotto, consigliere comunale di Boscoreale, denuncia in un’intervista al sito web del Fatto Quotidiano : “Dai miei colleghi violenze gratuite e ingiustificate contro dimostranti inermi”.

22 ottobre 2010. Sulla crisi rifiuti a Napoli finalmente parla Silvio Berlusconi, lanciando date e scadenze: “In dieci giorni sarà tutto a posto”. Intanto manda nel capoluogo partenopeo Guido Bertolaso e la Protezione Civile, con il compito di rimettere ordine nel caos e trattare con le amministrazioni e le popolazioni locali.

28 ottobre 2010. Napoli è sempre sporca. Berlusconi è ad Acerra per visitare il termovalorizzatore e fare il punto sulla situazione. In conferenza stampa promette: “In tre giorni ripuliremo Napoli”. E annuncia la costruzione di un ulteriore termovalorizzatore oltre a quelli già previsti di Salerno e Napoli Est. Servirà a bruciare i 6 milioni di ecoballe stoccati da anni nel giuglianese.

29 ottobre 2010. Nuovo blitz di Berlusconi nel napoletano. Dopo un lungo vertice coi sindaci vesuviani, il premier cancella Cava Vitiello e la salerninana Serre dal piano discariche. I sindaci esultano, i comitati un po’ meno: nessuna garanzia sulla chiusura di Cava Sari a Terzigno, che comunque riceve solo la spazzatura dei 18 comuni della zona rossa. Napoli non sversa più qui e deve arrangiarsi tra Chiaiano e gli stir. E’ sempre emergenza.

31 ottobre 2010. La protesta si trasferisce a Giugliano. Violando un accordo di due anni prima sottoscritto dal governo Berlusconi e dal sindaco, il presidente Pdl della Provincia di Napoli Luigi Cesaro ordina la riapertura della piazzola 12 dell’impianto di Taverna del Re, affinché vi vengano conferiti i rifiuti di Napoli. I manifestanti provano a più riprese a impedire il passaggio dei camion, anche qui per giorni proseguiranno scontri con le forze dell’ordine, di lieve entità rispetto a quelli di Terzigno, dove nel frattempo sono riprese le manifestazioni. La Procura di Napoli apre un’inchiesta sulla riapertura di Taverna del Re.

11 novembre 2010. L’Arpac rende pubblici i risultati delle analisi delle falde acquifere di Cava Sari a Terzigno, effettuate insieme a tecnici di fiducia delle amministrazioni comunali. Evidenziano tracce di metalli pesanti, sostanze pericolose e cancerogene. Ma l’inadeguatezza dei sondaggi effettuati non permette di stabilire un nesso causa-effetto tra l’attività di discarica e l’inquinamento delle falde. Riesplode la protesta dei comitati cittadini. I sindaci, accusati di non chiedere l’immediata chiusura dello sversatoio, vengono duramente contestati durante un’assemblea nella sede del Parco del Vesuvio.

15 novembre 2010. Napoli è allo stremo, colma di spazzatura: 3500 tonnellate per le strade, 10000 calcolando quella dimenticata nelle città vicine. Pecorella torna a parlare di “rischio di disastro ambientale”. Il Governatore Caldoro firma un provvedimento che autorizza i conferimenti fuori provincia. A Terzigno ancora tensioni e ritrovamenti di ordigni.

21 novembre 2010. Ci sono 3000 tonnellate di rifiuti quando a Napoli arrivano gli ispettori dell’Unione Europea. Che sentenziano: “In un anno non è cambiato niente”. E si temono epidemie. Di fronte al disastro il governo Berlusconi ha prodotto un nuovo decreto che non è un piano: cancella tre discariche (Cava Vitiello, Serre e Andretta) ma nulla dice su come smaltire alternativamente la spazzatura.

23 novembre 2010. Berlusconi telefona a Ballarò e se la prende con il conduttore Giovanni Floris: “Sui rifiuti quando sono intervenuto ho risolto i problemi”. Il premier precisa che quando parlava dei ‘3 giorni’ ad Acerra si riferiva ai miasmi di Terzigno, che, dice, sarebbero stati eliminati. Quindi attacca la trasmissione. “Siete dei mistificatori”. E riattacca. Ma la puzza a Terzigno si avverte ancora adesso.

Fine novembre 2010. Berlusconi chiama i sindaci delle principali città italiane chiedendo aiuto per la risoluzione dell’emergenza rifiuti a Napoli. In pratica: l’uso delle loro discariche o l’invio di mezzi e personale per la raccolta straordinaria. Qualcuno accetta, qualcuno no.

1 dicembre 2010. Si sparge la voce che alcuni calciatori rifiuterebbero il trasferimento al Napoli perché preoccupati per l’emergenza rifiuti.

4 dicembre 2010. Intervendo al telefono durante una convention politica a Napoli, Berlusconi proclama: “Siamo in grado di poter riportare Napoli al suo doveroso splendore nel giro di qualche giorno”. Poi prova a convincere, invano, il sindaco di Serre a riaprire l’invaso di Macchia Soprana, con l’ok di Provincia di Salerno e Regione Campania. Ma il sindaco, Palmiro Cornetta, dice no. Serre, peraltro, era stata di nuovo esclusa dal piano discariche appena poche settimane prima, per decreto (anche se riguardo a un altro sito, ricompreso nello stesso comune).

8 dicembre 2010. Nuovi scontri a Terzigno. Bruciati alcuni camion.

20 dicembre 2010. Napoli è sempre colma di rifiuti. La ripulitura entro Natale è ormai impossibile. Viene definito in Provincia un accordo per trasferire una porzione della spazzatura napoletana in Spagna, ma avrà effetto solo a partire dal 2011. Intanto i grandi alberghi del lungomare denunciano il 70% di camere invendute. L’ad di Asìa, Daniele Fortini, interviene duramente: “La Regione Campania potrebbe smaltire un milione di tonnellate al giorno. Ma il capoluogo viene lasciato con l’immondizia in strada a Natale. Non parliamo di emergenza. Questa è una scelta politica”. “La situazione è gravissima e se non si metterà a punto un piano di raccolta straordinaria, i cittadini trascorreranno il Natale con i rifiuti, tanti, sotto casa” dichiara l’ assessore all’Igiene Urbana del Comune, Paolo Giacomelli, che chiede “di conferire i rifiuti negli impianti sia della provincia che in altre province”. Ma l’assessore regionale all’Ambiente Giovanni Romano replica: “La situazione è critica solo per colpa di chi gestisce il Comune e la sua Società”. Giacomelli: “Non è così e ci tuteleremo in sede legale”. Mentre le istituzioni litigano su chi ha ragione e chi ha torto, il Natale di Napoli e della provincia viene festeggiato nel segno dei sacchetti neri. Beffa finale: gli impianti stir non lavorano a Natale, deve intervenire l’esercito per sgomberare le strade dalla monnezza abbandonata. Buon anno.

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/29/napoli-365-giorni-di-emergenza-rifiuti/84071/