Archive | febbraio 2011

RIVOLTE – Oman, la rabbia e il sultano

Oman, la rabbia e il sultano

Perché le ricchezze di Qaboos bin Said non hanno frenato la rivolta

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I manifestanti hanno dato fuoco al palazzo del governo di Mascate (Getty Images)

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di Michele Esposito

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Migliaia di ettolitri di oro nero, sprazzi di turismo, un sultanato quarantennale e fondamentalmente stabile, l’Oman sembrava essere a prova di bomba contro l’onda delle rivolte del Medio Oriente. Invece, così non è stato.
Anche i sudditi del sultano Qaboos bin Said hanno cominciato a manifestare il proprio malcontento. E i loro mugugni, nelle giornate del 27 e del 28 febbraio, sono diventati urla di rabbia e disperazione, sfociando in una protesta che ha coinvolto migliaia di omaniti scesi in piazza a Sohar (leggi la cronaca), città costiera millenaria, presunta patria del leggendario marinaio Sinbad e oggi cuore dell’industria del Paese.

SEI LE VITTIME. Una vera e propria rivolta che è scoppiata nel secondo porto dell’Oman, a 200 chilometri dalla capitale Mascate: il palazzo del governo e il commissariato sono stati dati alle fiamme, l’accesso alle banchine è stato bloccato. I morti sarebbero due secondo le fonti ufficiali, sei secondo alcune fonti mediche.
Lavoro e democrazia, queste le richieste avanzate dalla popolazione nella prima grande manifestazione della storia dell’Oman, Stato tra i più isolati del mondo arabo, nelle mani di una monarchia assoluta che solo di recente si è aperta a riforme di stampo occidentale.

Un sultanato quarantennale con aperture democratiche

Il sultano dell’Oman insieme alla regina Elisabetta II (Getty Images)

Alla guida del Paese, dal 1970, c’è il sultano Qaboos bin Said, appartenente al movimento religioso Ibadi, tra i più antichi dell’Islam. È salito al trono con una sorta di colpo di Stato messo in atto con l’appoggio della Gran Bretagna: suo padre Said bin-Taymur fu deposto e mandato in esilio a Dorcester, dove due anni dopo morì.

MONARCHIA COSTITUZIONALE. Il nuovo monarca cambiò il nome dello Stato da ‘Muscat e Oman’ a ‘Oman’ per sottolineare la ritrovata unità di un’area da sempre segnata da rivalità tribali. Ha combattuto e vinto la ribellione della provinca del Dhofar, di matrice comunista, che all’inizio degli Anni ’70 destabilizzò il Paese. Quindi ha avuto campo libero, instaurando una monarchia assoluta – dotata comunque di una Costituzione scritta – dove il Parlamento ha meri poteri consultivi e il suffragio universale è stato introdotto solo nel 2003.

SULTANO DA MILLE E UNA NOTTE. Amante della musica classica, estraneo a rigurgiti fondamentalisti, Qaboos bin Said è tra gli uomini più ricchi del pianeta, vive nel favoloso palazzo di Salalah e racchiude in sè i classici stereotipi di un sultano degno de La mille e una notte.
Nell’agosto del 2008 lasciò di stucco i palermitani sbarcando nel capoluogo siciliano con due colossali navi, uno yatch personale, 22 Mercedes blindate e un seguito di 600 persone. Voleva noleggiare l’intero porto di Palermo per la durata del suo soggiorno. Nonostante la generosa offerta a sei zeri, non ci riuscì.

La scelta di ‘omanizzare’ la forza lavoro

Il sultano ell’Oman Qaboos bin Said al potere dal 1970 (Getty Images)

Il Paese da lui governato vanta un’indipendenza pluricentenaria, la prima a essere stata ottenuta da uno Stato arabo. Dopo un secolo di dominazione portoghese e una breve parentesi ottomana, nel 1741 una delle tribù locali prese il sopravvento dando inizio alla dinastia da cui discende l’attuale monarca.

EPOCA IMPERIALE. In quel periodo, peraltro, l’Oman si presentava come un vero e proprio impero, che dalla penisola arabica si estendeva sulle coste dell’Africa orientale fino all’isola di Zanzibar che, dal 1837, fu anche la principale residenza del sultano. Poi, una sequenza di divisioni interne e l’irruzione del colonialismo occidentale frazionarono il regno che nel XX secolo acquisì i confini attuali diventando un fedele alleato della Gran Bretagna senza però mai essere una colonia dell’impero di Sua Maestà.

MONARCA ILLUMINATO. Qaboos bin Said, una volta salito al trono, liberò il Paese da ogni influenza politica britannica e avviò un processo di sviluppo basato in gran parte sulle notevoli ma non enormi riserve di petrolio.
Il sultano, allo stesso tempo, avviò diverse riforme nel campo dell’educazione e del welfare nazionalizzando buona parte dell’economia e dando vita a politiche di ‘omanizzazione’ ovvero di sostituzione dei lavoratori stranieri, provenienti soprattutto da Pakistan, India, Filippine e Bangladesh, con manodopera locale.

Regime filo-occidentale come Bahrein e Arabia Saudita

Una parata tradizionale in Oman (Getty Images)

La politica estera del sultano bin Said è sempre stata caratterizzata da partnership e amicizie con le maggiori potenze occidentali, a partire dagli Stati Uniti con cui, dal gennaio del 2009, è in vigore un trattato di libero commercio che ha eliminato le barriere doganali per qualsiasi prodotto industriale e manufatturiero.

ALLEANZA CON GLI STATES. Non solo. Il Free Trade Agreement che lega gli Usa non solo all’Oman, ma anche al Bahrein (leggi) garantisce notevoli privilegi e protezioni agli investitori nordamericani nel Paese, rendendo così il sultanato una pedina chiave nello scacchiere strategico della Casa Bianca nella penisola del Golfo dove già eccellenti sono i rapporti con l’influente Arabia Saudita (leggi lo scenario).
Anche perché, negli ultimi anni, il governo di Mascate ha rafforzato notevolmente il suo esercito, portandolo a 120 mila unità e dotandolo di uno dei più grandi arsenali al mondo di missili Scud.

Economia differenziata e in costante miglioramento

Secondo l’agenzia per lo Sviluppo dell’Onu (Undp) il sultanato dell’Oman è il Paese che ha registrato i miglioramenti più netti negli ultimi 40 anni. Il Pil totale, secondo i dati della Cia, nel 2010 ha raggiunto quota 76.500 milioni di dollari con un tasso di crescita del 3,6% rispetto al 2009, posizionando così l’economia omanita al 78esimo nel mondo.

NON SOLO ORO NERO. Un’economia che, in futuro, non potrà più dipendere solo dall’oro nero. Attualmente le riserve di petrolio ammontano infatti a 5,5 miliardi di barili (sono al 24esimo posto nel mondo, per grandezza) e la produzione, interamente ad appannaggio della Petroleum Development Oman, si aggira attorno agli 816 mila barili al giorno: il prezioso greggio un giorno non lontano si esaurirà e per questo il governo ha accelerato la diversificazione della sua economia, sfruttando l’estrazione di gas naturale, la pesca e l’agricoltura, ma soprattutto il turismo. Con le sue coste incontaminate, gli estesi deserti e i tesori islamici della capitale Mascate, l’Oman da qualche anno è diventato un piccolo paradiso per i visitatori stranieri che affollano i lussusi alberghi del litorale.

MISURE ANTI-RIVOLTA. Nelle settimane scorse, per prevenire il germogliare della rivolta, il governo aveva innalzato gli stipendi del settore privato da 364 a 520 dollari mensili, ma non è bastato. I manifestanti vogliono che il Consiglio della Shura, il Parlamento, abbia poteri legislativi e si sono scagliati contro la corruzione del clan al potere, che danneggia le classi meno privilegiate.
Qaboos bin Said ha annunciato un rimpasto ministeriale. Il suo trono è ancora lontano dal traballare. Ma il risveglio del moderato Oman, nella Penisola arabica, ha sorpreso un po’ tutti e, con un Bahrein ancora in preda all’instabilità (leggi) potrebbe far scattare l’allarme persino nel potente vicino saudita (leggi).

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28 febbraio 2011

fonte:  http://www.lettera43.it/cronaca/9696/oman-la-rabbia-e-il-sultano.htm

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SALUTE – Collina di San Remo: Libereso Guglielmi, il ‘mangiatore’ di fiori amico di Italo Calvino

Mangiare fiori: Libereso Guglielmi

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di Gianluca Capedri

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“Libereso, tu non porti gli occhiali?”
“Li portavo, adesso no, non mi interessano più, giusto qualche volta se proprio sono stanco”.

Impacchi di ruta, camomilla, meglio ancora chelidonia, rafforzano il bulbo oculare. E così lui, a 85 anni (Libereso Guglielmi è del ’25) legge, scrive e disegna senza preoccuparsi della presbiopia.

Questo per rendere l’idea del personaggio che abbiamo incontrato. Un uomo fortemente convinto di ciò che fa; riuscirebbe a contagiare anche il più apatico dei plantigradi per la sua determinatezza e postura nel raccontare delle sue infinite esperienze nel mondo dei fiori eduli, o come ripete lui più volte “mangerecci”.

È conosciuto come il giardiniere di casa Calvino ma a lui non piace definirsi così perché è soltanto una piccola etichetta rispetto a tutto il resto. Quando aveva 14 anni il professor Mario Calvino (padre di Italo) un giorno passò davanti a casa e vide Libereso e suo fratello, che lavoravano in giardino: rimase colpito dalle aiuole che avevano creato con le loro mani e chiese a loro padre se potevano lavorare come borsisti per la Stazione sperimentale di floricoltura di Sanremo, di cui era direttore. Così ottennero una borsa di studio sulla floricoltura ligure e lavorando nel giardino di casa Calvino l’incontro con Italo fu immediato; crebbero insieme, anno dopo anno e così diventarono amici di infanzia prima e di adolescenza poi.

Il suo nome è già un’indicazione della famiglia in cui è nato: il padre era un anarchico tolstoiano che stava imparando l’esperanto (lingua dalla quale ha preso il nome Libereso); vivevano a Bordighera e poi, compiuti 5 anni, si trasferirono su una collina a Sanremo, in piena campagna e da qui iniziò subito il suo amore per la natura.

Libereso è un vegetariano convinto (“…Per me gli animali sono fratelli e io non mangerei mai un fratello!”). Non solo: la sua famiglia è vegetariana da 3 generazioni! Tutti potranno domandarsi come si fa a crescere un neonato privandolo delle essenziali proteine derivanti dalla carne; Libereso risponde in assoluta franchezza che lui è cresciuto mangiando fiori, semi e piante commestibili e non ha mai avuto problemi. Non solo, i suoi figli li ha cresciuti vegetariani e anche i suoi nipotini; inoltre afferma che non ha mai portato i suoi figli dal dottore (“i miei figli non hanno mai avuto problemi mangiando ciò che la natura offre a ognuno di noi e non c’è assolutamente bisogno che un dottore dia  ’pastiglie’ e medicinali vari ai miei figli… In natura c’è tutto ciò di cui necessitiamo per stare bene!”)

Ma cosa vuol dire “mangiare fiori”? Significa raccogliere fiori interi o altre volte solamente i petali o i semi di alcune piante e unirli a ciò che mangiamo di solito. Ad esempio con i petali della rosa si fanno marmellate buonissime per i bambini e bevande liquorose; oppure alcuni fiori si possono fare ripieni, come i tulipani ripieni di formaggi freschi come il gorgonzola, oppure i gigli che vengono molto croccanti ripieni di frutti di bosco. Un’altra idea, nata durante uno dei suoi meeting nelle scuole elementari in Inghilterra, è stato l’uso di petali di magnolie messe nell’insalata così anche i bambini, vedendo molteplici colori, sono molto più incuriositi e mangiano l’insalata perché la vedono colorata: per loro è un gioco.

Libereso è un uomo di 85 anni che ha sempre creduto nella natura come “sua amica” e donatrice di vita; come lui stesso dice:
“è solamente una questione di abitudine; mangiare fiori può essere strano a dirsi ma posso assicurarvi che non ho mai trovato un fiore che mi avesse fatto stare male.”

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18 nevembre 2010

fonte:  http://www.ilvinauta.it/blog/mangiare-fiori-libereso-guglielmi/

TUMORI, L’IGNORANZA DELLA DISINFORMAZIONE UFFICIALE – Tullio Simoncini, dalle stalle alle stelle: un grande in ogni caso

Con l’invio del commento di un tal Dimpe Mekug (già il fatto che certi commenti dal tono ‘sprezzante’ non siano firmati con nome e cognome veri la dice lunga..) ho avuto l’opportunità di riportare alla ribalta il ‘caso’ Simoncini e di rispondere degnamente alle accuse in esso contenute, accuse che designano il detto dottore, addirittura, come criminale assassino. Non entrerò nel merito della virulenza di tale ‘commento’ che, peraltro, si qualifica da solo invito, però, davvero tutti a leggere attentamente l’articolo qui sotto riportato e di trarre le dovute considerazioni.

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l’umile e benefico bicarbonato di sodio – fonte immagine

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Tullio Simoncini, dalle stalle alle stelle: un grande in ogni caso

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La medicina ufficiale conferma gli effetti benefici del bicarbonato di sodio contro alcuni tipi di tumore. Sono ufficialmente in corso su scala mondiale varie sperimentazioni tutte basate sulla somministrazione di sostanze alcaline, per combattere l’acidità che, è dimostrato, favorisce lo sviluppo del tumore e delle metastasi. In nessuno degli articoli scientifici consultati, né in alcuna intervista rilasciata, si pronuncia il nome dell’oncologo romano, dr Tullio Simoncini (foto), pioniere di tali cure e martirizzato, criminalizzato, ridicolizzato con un’espressione dispregiativa, ora vero boomerang per la medicina ufficiale: Quello del bicarbonato di sodio”

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Negli ultimi giorni del settembre scorso, il dr Stefano Fais, del Dipartimento del Farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità, durante il Primo Simposio Internazionale, ha annunciato che sono in corso cinque sperimentazioni su cui punta l’International Society for Proton Dynamics in Cancer (ISPDC) come nuove strategie antitumorali. «Lo scopo», ha spiegato il dr Fais, «è quello di colpire soltanto gli obiettivi molecolari che causano il tumore, per evitare gli effetti collaterali frequenti nelle terapie tradizionali, utilizzando inibitori della pompa protonica per impedire la crescita della massa tumorale».

Traducendo in termini più accessibili, si tenterà di sconfiggere il tumore eliminando l’acidità dell’organismo, in particolare della parte aggredita dal tumore, in quanto è stato provato che rendendo basico l’ambiente dove il male si sta sviluppando, usando quindi per esempio il bicarbonato di sodio, vengono inibite le metastasi.

Sono cinque le sperimentazioni cliniche che vorrebbero essere in futuro un’alternativa alla chemioterapia.

Le speranze si basano sull’evidenza che l’acidità è una caratteristica del microambiente tumorale tanto che le cellule normali muoiono a livelli di acidità in cui normalmente cresce il tumore. Queste condizioni di iperacidità si creano progressivamente con la crescita del tumore, con un iniziale accumulo di acido lattico, dovuto al metabolismo tumorale. La successiva selezione di cellule che resistono all’incremento dell’acidità provoca un iperfunzionamento delle pompe protoniche (una pompa protonica è una proteina capace di spostare protoni attraverso la membrana di una cellula, o altri compartimenti sub-cellulari, influendo sull’acidità locale). Il bicarbonato di sodio agirebbe quindi da inibitore della pompa protonica (gli nibitori della pompa protonica, molto noti quelli usati contro l’acidità dei succhi gastrici). In conclusione, inibendo il funzionamento delle pompe protoniche, si inibisce lo sviluppo del tumore. «I risultati sono estremamente incoraggianti» conclude Fais, «ma devono essere confermati su un numero più ampio di pazienti».

Le sperimentazioni sono attuate a Milano (Istituto dei Tumori), Siena (Università), Bologna (Gruppo italiano dei sarcomi), Shangai (Fudan University). A Tokyo il prof. Kusuzaki, del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Edobashi, usa l’arancio di acridina per combattere i sarcomi. Le molecole d’arancio di acridina si concentrano negli organuli acidi e, in seguito a uno stimolo elettromagnetico (raggi x) si trasformano in un composto altamente tossico (alcalino) per le cellule tumorali, e innocuo per i tessuti normali.

Infine il professor Robert Gatenby, del Dipartimento di oncologia integrata al Cancer Center di Tampa (Florida), somministra il bicarbonato di sodio anche per bocca.

Tutte queste terapie, insistiamo nel ricordarlo, sono basate sull’uso di farmaci che combattono l’acidità tumorale inibendo i meccanismi che la causano (inibitori di pompa protonica) o semplicemente aumentando il pH (mediante somministrazione di bicarbonato di sodio) o cambiando il loro stato una volta concentrati all’interno dei tumori (arancio di acridina). Queste, ed altre informazioni, sono riportate nel sito dell’Istituto Superiore di Sanità: www.iss.it/…

Controllando la letteratura scientifica al riguardo si trovano lavori molto interessanti, come per esempio, Bicarbonate Increases Tumor pH and Inhibits spoantaneous Metastases” (Il bicarbonato aumenta il pH e inibisce le metastasi spontanee, Cancer Res 2009; 69. March 15, 2009). Rivista prestigiosa, lavoro firmato da 11 autori appartenenti alle Università dell’Arizona, del Michigan e del già ricordato Centro di Tampa, in Florida. Il lavoro riporta 46 citazioni di lavori usciti negli ultimi 10 anni, a dimostrazione dell’attualità e dell’importanza dell’argomento.

Della lotta all’acidità, se ne è occupata anche Nature, una delle più autorevoli pubblicazioni scientifiche. L’efficacia del bicarbonato di sodio nella lotta a certe forme tumorali sembra quindi accertata. «La svolta» incalza Stefano Fais «ci sarà quando avremo l’approvazione di uno studio clinico in cui poter usare solo gli inibitori della pompa protonica, senza abbinamento alla chemioterapia. Così dimostreremo la loro efficacia e la possibilità di usarli come alternativa alla chemioterapia. Già ora, comunque, i risultati sono molto incoraggianti perché questi farmaci, associati ai chemioterapici, hanno migliorato la risposta del paziente alla terapia».

Proprio oggi (26/11/10) ho saputo da un collega fisico che i medici dell’Ospedale Silvestrini di Perugia, hanno prescritto “beveroni” di bicarbonato di sodio a sua moglie, operata per tumore alla vescica, ancora prima di iniziare la chemioterapia. Ciò dimostra che le idee di Simoncini (pardon!… della medicina ufficiale…) hanno sfondato anche in ambienti non inseriti nella sperimentazione riferita da Fais.

Una testimonianza personale

Il 14 agosto del 2007 moriva a Pesaro uno dei miei migliori amici. Paurosamente devastato e consumato da un tumore, il cancro alla vescica, noto come “cancro del fumatore”. Medico radiologo, accanito fumatore e insaziabile bevitore, ha avuto, fino alla fine, un fisico incredibilmente resistente. Spesso gli dicevo “Devi ringraziare la vita sana dei tuoi antenati, che ti hanno fatto partire con un fisico eccezionale. Con le sigarette che fumi e gli alcolici che ingurgiti, un altro sarebbe già morto”. Mi guardava con occhio compiaciuto e concludeva “Bravo il patacca. L’hai capita finalmente!”.

Sottovalutando i primi sintomi allarmanti (ematuria indomabile e crescente, fino a orinare rosso), li attribuiva ai “vinacci” e andava a scovare nel suo caro Veneto nuovi vini genuini, prevalentemente rossi, ma anche ottimi prosecchi, che avrebbero dovuto far sparire l’infiammazione alla vescica “irritata” dai vinacci.

La sua inconsapevole agonia durò quasi 10 anni. Visse bene fino a circa un anno dalla fine, quando le metastasi gli distrussero vescica, prostata, uretere sinistro e relativo rene, infiltrandosi nelle ossa dell’anca, del bacino, delle costole.

Negò l’evidenza fino alla fine, incredulo che il suo fisico eccezionale potesse essere distrutto da “quella roba lì”. Non pronunciò mai il nome del suo assassino-suicida implacabile. Quando, sdraiato su un letto di casa mia, si decise a parlarmi della sua situazione, riconoscendo che non si trattava di dolori reumatici o di effetti dei vinacci, non parlò mai di cancro, tumore, carcinoma. Sempre e soltanto “quella roba lì”.

Per lui divenni un esperto di ipertermia. Mi diede retta andando a Padova, dove, ormai col bastone, gli garantirono che sarebbe uscito dopo pochi mesi, senza bastone. L’ipertermia ha basi scientifiche. È dimostrato che le cellule tumorali muoiono a temperature più basse di quelle sane.

Ma la tecnica non ha successo con tutti i tumori e in particolare con quelli troppo interni o troppo estesi. Dopo l’iniziale euforia, uscì dall’ospedale in condizioni peggiori, ma volle salutare medici, infermieri, amici di tragedia, offrendo un allegro e lauto pranzo.

Per lui scoprii l’esistenza del dottor Tullio Simoncini. Ma il mio amico Armando, medico e circondato da medici, non poteva far ricorso a un medico ridicolizzato come “quello del bicarbonato di sodio”. Denunciato, radiato dall’ordine dei medici, processato e condannato per truffa e omicidio colposo, quando gli telefonai si comportò in modo esemplare. Si dichiarò disposto a recarsi da Roma (dove risiede) a Pesaro, chiedendo solo il rimborso per la benzina e per una sola visita. Una cifra incredibilmente bassa.

Era ormai troppo tardi, me lo disse, ma gli risposi che per me era meglio tentare qualche cosa che aspettare la fine vedendolo spegnersi come una candela.

Mi ero documentato sul caso Simoncini e ritenevo che la sua teoria sull’attecchimento di certi tumori, fosse degna di attenzione. Sosteneva, e sostiene, che certe forme tumorali, tra cui quella della vescica, possono essere fatte regredire o essere prevenute, alcalinizzando “l’ambiente”. Simoncini parlava, e parla, di forme fungine. E l’ambiente scientifico ufficiale lo ridicolizzava e continua a farlo. Le sue argomentazioni, agli specialisti di microbiologia molecolare, potevano e possono sembrare eccessivamente semplici. La sua ricetta, come del resto quelle praticate dalla medicina ufficiale, curerebbe il sintomo e non la causa dell’“impazzimento” moltiplicativo delle cellule. Il mistero dell’inizio di tante forme tumorali, per essere capito, probabilmente richiede conoscenze ancora molto superiori alle nostre. Magari in futuro si scopriranno agenti infettivi subnucleari o chissà quale altra ragione. Ma i risultati positivi ottenuti dall’oncologo romano con iniezioni di bicarbonato di sodio, avrebbero dovuto spingere la comunità scientifica ad aiutarlo, affiancandolo nella sperimentazione, associando il bicarbonato alle cure tradizionali o senza di esse, quando tali cure dovevano essere interrotte, peggiorando il quadro.

Gli amici medici pesaresi si scandalizzarono, quando seppero che avevo fissato una visita con Simoncini, il “pazzo del bicarbonato”. Questa fu annullata e Armando morì tra la rassegnazione dei medici che non sapevano far altro che imbottirlo di droghe antidolorifiche e potenti sedativi che gli procuravano violentissime allucinazioni.

Conclusione

Appena ho letto le dichiarazioni di Fais sulla sperimentazione in corso, ho scritto e firmato un intervento inviandolo ad alcuni siti di medicina ufficiale in cui continuano a sparare a zero sulla sua cura, sostenendo, (udite, udite…) che la sperimentazione di cui ha parlato Fais non ha nulla a che vedere con “la cura del bicarbonato dell’ex-medico Simoncini”.
Il mio intervento, molto democraticamente, è stato cestinato.

Ripeto qui, dopo tanta premessa, il concetto ritenuto “indicibile” da medici che pubblicano solo invettive e insulti contro il medico del bicarbonato di sodio.

Il caso o l’intelligenza, hanno voluto che il Dr Tullio Simoncini, oncologo, debba essere considerato un grande. Perché le possibilità, per spiegare il suo uso del bicarbonato di sodio, con anni di anticipo sulla medicina ufficiale, sono due e solo due.

Essendo ormai ufficialmente riconosciuto che il ridicolizzato bicarbonato di sodio inibisce le metastasi, Simoncini sarebbe un grande, da record imbattibile, per il “fattore C”, se il suo uso del bicarbonato fosse dovuto solo a pura fortuna. Tra milioni di possibili sostanze, avrebbe, per caso, centrato quella giusta. Ma sarebbe ancor più un grande se, in seguito a osservazioni pertinenti e logicamente valide, avesse avuto un’intuizione geniale, alla Fleming, confermata immediatamente da riscontri che, ne sono convinto, abbia avuto.

Una delle morali di questa vicenda è che alla medicina ufficiale, alle case farmaceutiche, sembra interessare poco la verità di come stiano le cose e la semplicità del metodo. Magari se Simoncini avesse proposto un rimedio costosissimo, da brevettare, le case farmaceutiche, interessate all’affare, avrebbero appoggiato e difeso “lo scienziato”. Ma quanto potrebbero guadagnare le case farmaceutiche con un metodo basato sull’uso del bicarbonato di sodio?

Approfittando della criminalizzazione dello scopritore dell’efficacia del bicarbonato, tra parecchi ricercatori, ora c’è in atto una corsa, per passare alla storia come scopritore degli effetti benefici del bicarbonato di sodio.

Non mi risulta che qualcuno di loro abbia citato il famigerato, decennale uso del bicarbonato di sodio, ridicolizzato e demonizzato in Italia. Probabilmente uno dei ricercatori (Gatenby?) riceverà gli onori e gli allori per la scoperta dell’efficacia del bicarbonato di sodio. Con buona pace di Simoncini-Fleming-Meucci? Speriamo di no.

Conservo le risposte del professor Umberto Veronesi alle mie domande circa il suo disinteresse per l’ipertermia e per il problema dell’acidità come fattore che favorisce la proliferazione di tanti tumori.

La teoria ufficiale sostiene (sosteneva?) in base alla risposta di Veronesi, che Simoncini scambia la causa con l’effetto. È il tumore, sostiene col coro degli altri, che acidifica l’ambiente. Non è vero che anche solo alcuni tumori si sviluppino perché l’ambiente è acido. E alcalinizzare l’ambiente, rispose Veronesi, non serve assolutamente a nulla.

Ho chiesto a colleghi medici se mi segnalano un lavoro scientifico in cui Veronesi abbia scritto un’affermazione simile. Se mi sarà segnalato, proporrò Umberto Veronesi per l’Asino d’oro 2010.

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26 novembre 2010

fonte:  http://www.tellusfolio.it/index.php?cmd=v&id=11978

LIBIA – Gheddafi, gli Usa ipotizzano l’esilio. Dall’Europa via libera alle sanzioni / VIDEO: [SAVE-LIBYA] Deaths Rise From Clashes At Souq AlJuma’ah (Friday Market Square)

[SAVE-LIBYA] Deaths Rise From Clashes At Souq AlJuma’ah (Friday Market Square)

ATTENZIONE!! IMMAGINI MOLTO VIOLENTE

SaveLibya | 27/feb/2011

RIVOLTA IN LIBIA

Gheddafi, gli Usa ipotizzano l’esilio
Dall’Europa via libera alle sanzioni

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Clinton: “È tempo che il Colonnello se ne vada, non ha più potere”. Il Raìs: “Mi sento tradito dall’Occidente”. Nominato negoziatore per trattare con i ribelli, mentre gli aerei fedeli al regime bombardano depositi di munizioni vicino a Bengasi e preparano un nuovo attacco a Zawia. I rivoltosi si riuniscono per marciare sulla capitale.

Gheddafi, gli Usa ipotizzano l'esilio Dall'Europa via libera alle sanzioni

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TRIPOLI – Mentre a Ginevra i ministri degli esteri Onu e l’Unione europea si sono riuniti per varare le sanzioni contro Gheddafi, i rivoltosi libici  hanno iniziato a muoversi verso la zona occidentale del paese per unirsi alle forze di opposizione presenti nei pressi di Tripoli e lanciare l’assalto alla capitale. Allo stesso tempo le forze armate fedeli al regime hanno lanciato in serata un tentativo di attacco a Zawia, la cittadina a 45 chilometri da Tripoli che ieri era stata visitata da un gruppo di giornalisti internazionali. Il centro della città è in mano a un paio di migliaia di insorti che si sono barricati bloccando le strade e schierando sei carri armati e alcune autoblindo sottratte all’esercito e guidate da soldati passati dalla parte della ribellione. Uno degi giovani intervistati ieri da Repubblica a Zawia aveva raccontato di tre soldati libici morti e aveva anticipato gli eventi di oggi: “Temiamo che vogliano riprovarci, sappiamo che hanno avuto ordine di fare nuovi attacchi”.

Consiglieri militari in Cirenaica. Secondo Debka, un sito vicino ai servizi segreti israeliani, consiglieri militari Usa e europei sarebbero già in Cirenaica per aiutare i ribelli. Il raìs, intanto, ha incaricato, secondo Al Jazeera, l’ex capo dell’intelligence libica all’estero, Bouzid Durda, di negoziare con i capi della rivolta. Stando a quanto ha dichiarato in un’intervista a un gruppo di giornalisti anglossassoni, il colonnello sarebbe però certo di essere ancora saldamente in sella. “Tutto il popolo mi ama, sarebbe disposto a morire per proteggermi: a Tripoli non ho visto manifestazioni di protesta”, ha spiegato. Gheddafi ha comunque sostenuto di aver dato ordine di non sparare sui dimostranti e che in nessun caso userebbe armi chimiche per porre fine alla rivolta. Il colonnello ha quindi lamentato di essere stato tradito dai paesi occidentali e di non avere nessuna intenzione di andare in esilio: “Chi lascerebbe il proprio paese?”, si è chiesto. Gheddafi ha infine invitato l’Onu a organizare una missione in Libia per verificare come stanno davvero le cose.

Unione europea vara sanzioni. L’Unione europea ha adottato nel primo pomeriggio un embargo sulle armi dirette alla Libia, oltre al congelamento dei beni e il blocco dei visti contro il leader libico Muammar Gheddafi e altri 25 funzionari del suo entourage. Bruxelles sta inoltre pensando all’ipotesi di convocare un vertice straordinario “nel fine settimana” con i capi di Stato e di governo dei ventisette sulla crisi libica, dopo una richiesta in tal senso del presidente francese Nicolas Sarkozy. L’iniziativa avrebbe ottenuto l’appoggio dell’Italia e della Spagna, ma per il momento non è stata presa alcuna decisione formale (nel merito l’ultima parola spetta al presidente dell’Ue, Herman Van Rompuy). La responsabile della diplomazia europea, Catherine Ashton, avrebbe già dato il proprio via libera.

Clinton: “È tempo che Gheddafi se ne vada”. Gheddafi sta usando “mercenari e teppisti” contro i civili. A ribadirlo è stata Hillary Clinton, al consiglio dei diritti umani dell’Onu in corso a Ginevra. Il segretario di Stato americano ha poi aggiunto: “per la gente in Libia è ormai chiaro: è tempo che Gheddafi vada via. Ora. Senza ulteriori violenze”. Clinton ha poi chiesto che siano preparate “delle misure supplementari” per mettere fine alle violenze in Libia, senza che alcuna opzione “sia esclusa dal tavolo”. Per la Casa Bianca, infatti, una possibile soluzione è l’esilio di Gheddafi. Un’altra, l’istituzione della no-fly zone. La Casa Bianca ha fatto sapere inoltre che gli Stati Uniti sono in contatto con alcuni gruppi di ribelli in Libia, ma la stessa Clinton, promettendo l’intervento di squadre umanitarie per alleviare la difficile situazione dei profughi al confine con la Tunisia, ha escluso che le navi da guerra americane prontamente spedite al largo delle coste libiche possano essere chiamate a intervenire militarmente. Il portavoce della Casa Bianca Jay Carney ha comunque precisato che è “prematura” la possibilità del riconoscimento di un qualche gruppo di oppositori da parte di Washington. Sempre da Washington si è appreso inoltre del blocco di beni riconducibili al dittatore libico per un valore di circa 30 miliardi di dollari.

Tpi apre inchiesta su eventuali crimini contro umanità
. Dall’Aia, intanto, il procuratore della Corte penale internazionale, Luis Moreno-Ocampo, ha annunciato l’apertura di un esame preliminare sulle violenze in Libia, che potrebbe condurre a un’eventuale inchiesta su Muammar Gheddafi per crimini contro l’umanità. L’ufficio del procuratore esamina al momento le accuse di attacchi su larga scala condotti contro la popolazione civile.

Ribelli uniscono le forze per attacco finale. In Libia, stando a quanto riferisce il nuovo governo ad interim di Bengasi, i rivoltosi starebbero iniziando ad unire le loro forze per puntare verso Tripoli. Il principale ostacolo per la marcia sulla Capitale appare Sirte, città natale del leader libico, controllata dai miliziani fedeli al regime che hanno creato posti di blocco all’ingresso del centro abitato. “È diventata una roccaforte per Gheddafi più della capitale”, ha spiegato un membro dell’opposizione di Bengasi. “I rivoltosi libici – ha dichiarato inoltre Hafiz Ghoga, portavoce del Consiglio nazionale libico presentato ieri a Bengasi – non vogliono alcun intervento straniero”. Ma istruttori militari americani ed europei sarebbero già in azione. Secondo il sito Debka, ritenuto vicino ai servizi segreti israeliani, centinaia di consiglieri militari statunitensi, britannici e francesi sarebbero già in Cirenaica per collaborare con gli insorti contro il regime di Gheddafi.

Bombardati depositi di munizioni vicino a Bengasi. Oggi l’aeronautica militare libica fedele a Gheddafi avrebbe colpito dei depositi di munizioni nell’est del paese, controllato dalle forze ribelli. La zona bombardata è a 154 chilometri a ovest di Bengasi e 16 chilometri dalla costa mediterranea.

Arabia Saudita garantirà stabilità mercati petrolio
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L’Arabia Saudita si è impegnata a garantire la stabilità del mercato petrolifero, in vista della persistente crisi politica in Libia. In un comunicato, l’esecutivo – riunitosi perr la prima volta sotto la presidenza del re Abdallah, tornato in paese la settimana scorsa dopo una lunga convalescenza – ha riaffermato la politica di Riyadh di “assicurare la stabilità del mercato petrolifero e di mantenere le forniture”. E’ di notizia di questa sera, comunque, stando a quanto assicurano gli oppositori del regime, che le esportazioni di greggio libico verso l’Occidente sarebbero riprese.

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28 febbraio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/02/28/news/ue_s_a_sanzioni_contro_la_libia_usa_ipotizza_esilio_per_gheddafi-13011579/

VELENI & AMBIENTE – «Il traffico delle navi è una questione di Stato»

«Il traffico delle navi è una questione di Stato»

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INTERVISTA. Morte del capitano De Grazia e legami con l’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: i lavori della commissione ecomafie sono a una svolta. Ne parla Alessandro Bratti

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di Vincenzo Mulè

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I lavori della commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti sono giunti a un punto di svolta. In special modo per quello che riguarda la vicenda relativa alle cosiddette navi dei veleni. Alessandro Bratti è capogruppo Pd della commissione, ed è uno dei membri dell’organismo presieduto da Gaetano Pecorella che più ha lavorato sulla vicenda.

A che punto siete con i lavori?
Siamo in una fase molto delicata, perchè sta emergendo che i traffici dei rifiuti non sono solo una questione di natura ambientale, Il tema che emerge e sul quale indagheremo è capire quanto il nostro governo sia stato o sia ancora coinvolto, attraverso pezzi di apparati dello Stato. Abbiamo rilevato in diversi situazioni la costante presenza nei traffici di aziende di Stato. Un elemento che emerge dalle dichiarazioni e audizioni di alcuni pentiti, dalle carte dei lavori fatti dalle precedenti commissioni e dagli atti delle vecchie inchieste. L’aspetto che emerge è il coinvolgimento dei servizi segreti cosiddetti deviati.

Di quali aziende parliamo?
Debbo premettere che non ho motivi per dubitare che le attività di smaltimento dei rifiuti non si siano svolte in maniera regolare. È un fatto, però, che la Monteco si sia occupata del trattamento dei rifiuti pericolosi in Libano. La Monteco era un’azienda dell’Eni, che ha operato su una commessa del ministero degli Esteri. Così come Nucleco e Enea erano le realtà statali che lavoravano su rifiuti nucleari.

In un documento secretato, pubblicato da Terra, c’è la prova del coinvolgimento del Sismi e del governo nei traffici…

Abbiamo chiesto al Copasir di togliere il segreto, anche se ormai di segreto c’è ben poco. L’unico dubbio rimasto è sui fondi stanziati. Bisogna cercare di capire che tipo di attività riguardassero. Comunque, l’intervento dei servizi è certo, compreso quello di personaggi anomali ad essi legati.

Giorgio Comerio è un personaggio chiave di questa vicenda. Nei giorni scorsi si è detto disponibile a essere ascoltato da voi. Siete stati contattati?
No, anzi. Noi avremmo piacere di ascoltarlo, pendenze penali che lo riguardano permettendo. Tempo fa, ci è stato segnalato fosse in Liguria.

Perché per voi è così importante risalire all’identità dell’informatore Pinocchio?
Se è vero quello che dice, non è u informatore di poco conto. Parla di traffico di rifiuti radioattivi, tira in ballo il senatore Noè, parla di navi che da La Spezia partono per l’Asia cariche di sostanze radioattive. Posso dire con ragionevole certezza che non si tratta di un semplice cittadino.
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Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

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Cosa manca per raggiungere la verità?
In tutta questa vicenda, ci sono una serie di questioni che non tornano. A cominciare dalla morte del capitano De Grazia. Per finire ai legami con la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ed episodi inquietanti. Aldo Anghessa, uomo legato ai servizi, venne ascoltato dal pool di Reggio Calabria. Nel corso dell’interrogatorio, l’uomo prevede quello che da lì a un anno accadrà al pool investigativo. Compreso lo spostamento di competenza dell’inchiesta.

Intervistato da Terra, nelle scorse settimane il maresciallo Scimone, che faceva parte della squadra del pm Neri, ha rivelato che dietro questo spostamento c’era la mano del Sisde.

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28 febbraio 2011

fonte:  http://www.terranews.it/news/2011/02/%C2%ABil-traffico-delle-navi-e-una-questione-di-stato%C2%BB

POSSIBILE RISPOSTA A TOSCANI? – Apice & Pedice

Apice & Pedice

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foto di David la Chapelle – fonte immagine

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di Tittyna

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È difficile, molto difficile, far andare d’accordo due teste, figuriamoci tre.
Quando decidi di trasportare il tuo fagotto di aspettative e sogni vanesi dentro la casa del primo (anche se in quel momento giuri e spergiuri sarà l’unico) esemplare difettoso di Principe Azzurro, sei fermamente convinta che si tratti semplicemente di andare d’accordo con lui, con la sua testa e la sua pancia.
Non è così, purtroppo. Devi andare d’accordo con “loro”.
Loro, ovvero le due teste del tuo amato, hanno caratteristiche differenti e spesso, per rendere la faccenda ancor più complicata, la radice di tutti i mali consiste proprio nel fatto che sono i due elementi meno adatti all’accordo, alla quieta e civile convivenza, al negoziato facile. Perché tu, con loro, prese singolarmente, non avresti alcuna difficoltà a farlo.
Con la testa primaria, ovvero quella visibile a tutti e che per comodità di scrittura chiameremo “apice”, la convivenza è semplice e lineare, poiché quella testa non desidera altro che essere lasciata libera e sgombra, così come la natura ha avuto il geniale intuito di crearla.
Ama essere svuotata di qualsiasi contenuto ritenuto pesante, molesto, o che abbia a che fare con i guai e le responsabilità che la vita adulta impongono. Nessuna pressione, libero arbitrio, per godere delle cose semplici della vita come la pace, il silenzio, una partita di calcio, un calendario di donne nude. Uno come lui, a differenza di una donna, non avrà problemi ad aspettare dentro un officina meccanica le tre ore necessarie alla riparazione dell’auto. Se ne starà lì, buono e tranquillo, ammirando la carrozzeria di ragazze americane in perizoma, magari vecchie di vent’anni. E ci vorranno tre ore, per la riparazione, proprio perché mentre lui se ne starà beato ad ammirare le modelle, il meccanico sarà in ufficio, a sbattersi una cliente.
L’altra testa, ovvero quella nascosta agli sguardi, situata più in basso e che per la medesima comodità di prima chiameremo “pedice”, quella invece è una testa matta. È prepotente, incontrollabile, spesso e volentieri imprevedibile. Non sente ragioni, non ama discutere e venire a patti, non è disposta a cedere ai compromessi e crede di essere il centro dell’universo unicamente perché l’apice si trova sommariamente d’accordo con lei su questo punto. Il guaio è che questo è l’unico vero punto in comune tra le due teste.
Difatti, nella trasmissione dei dati tra apice e pedice, e viceversa, alcuni fastidiosi ostacoli impediscono la corretta visualizzazione dei medesimi, rendendo il dialogo infarcito di malintesi ed equivoci. Facciamo alcuni esempi, per rendere meglio l’idea e chiarire la situazione.
Poniamo che l’uomo sul quale avete riposto fallaci speranze, e con cui avete la fortuna di condividere letto e tetto, si trovi di fronte una donna esageratamente bella e provocante, apparentemente disinibita e obiettivamente disponibile, forte di tutte le armi di seduzione attualmente conosciute ed apprezzate (due tette smisurate ed un culo parlante).
Immediatamente scatta la connessione automatica a banda larga tra apice e pedice e quel che segue può essere il dialogo conseguente. Non dimenticate mai che nel percorso wireless tra apice e pedice ci sono delle interferenze (il cuore, il fegato, lo stomaco).

Apice: Che bella donna, il suo uomo è fortunato.
Pedice: Che gran topa, e che fortuna incontrarla.
Apice: Devo stare buono, e ricordarmi che sono sposato.
Pedice: Stai buono tu, io mica sono sposato.
Apice: Non adesso pedice, abbassati per favore.
Pedice: Non adesso apice, aspetta un minuto, poi abbassati. I calzoni.
Apice: Che morbide labbra, mi fa pensare ai fiori appena sbocciati.
Pedice: Che labbrone morbide, tu pensa ai fiori, va, che so io che farmene di quelle labbrone da porca.

Quest’ultima parte di dialogo ha il potere di evocare immagini e situazioni talmente forti da ridurre apice ai minimi termini, in fatto di controllo e autorità. La connessione cessa e mentre pedice è pronto ad appropriarsi della libertà e individualità che da sempre rivendica, apice entra in uno stato catatonico dal quale riemergerà, qualche ora dopo, unicamente per farsi rodere dai sensi di colpa e dai rimorsi.
Ogni volta che il vostro uomo vi dirà “non è stata colpa mia, è stato più forte di me” sappiate che c’è sempre un’agghiacciante fondo in di verità, in quelle stupide ed infantili parole.
Non è lui che comanda, neanche quando è solo.

 

 

Tittyna

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fonte:  http://www.rael-is-real.org/soda/?p=147

Così Berlusconi scarica il Colonnello

Così Berlusconi scarica il Colonnello

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LIBIA. Con molto ritardo il governo italiano prende le distanze dal dittatore nordafricano. Il premier e il ministro La Russa scelgono di seguire la linea dell’Onu: «Stop al trattato d’amicizia»

28/02/2011 – 14:40

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La battaglia di Tripoli non è stata un bagno di sangue. A fare la differenza, forse, la presenza dei giornalisti nella capitale, perché una cosa è certa: l’assenza della stampa ha nuociuto gravemente al popolo di Bengasi, ormai liberata, dove si contano almeno 1.600 morti accertati. Ieri nell’ultima roccaforte del Colonnello l’emittente al Jazeera ha riferito di una decina di morti: le vittime sono tutte persone che hanno tentato di manifestare contro il regime dopo la preghiera del venerdì. Le forze di sicurezza, in borghese, hanno sparato direttamente al petto o in testa.

Secondo alcune testimonianze, diversi feriti sarebbero stati prelevati dagli ospedali e portati via. La gente ha ancora paura, ma non manca il coraggio di parlare con le tv straniere. Una donna, per esempio,  ha raccontato alla Cnn di aver assistito all’uccisione dei suoi due vicini di casa: «I loro corpi sono stati prelevati dalla strada e portati via – racconta -. Nessuno sa dove». Un Paese dove accadono cose del genere non merita di sedere nella Commissione diritti umani. Ne è convinta l’Onu che nella stessa giornata in cui ha stabilito le nuove sanzioni ha stabilito anche la sua espulsione dall’organo legale che ha sede a Ginevra. Formalmente la defenestrazione avverrà domani: la presenza del segretario di Stato americano, Hillary Clinton, in Svizzera non farà altro che ribadire la gravità della situazione.

Mentre Unione europea (Francia e Gran Bretagna in primis) e Stati Uniti hanno già reso operativo il congelamento dei Beni della famiglia Gheddafi e di diversi personaggi (in totale sono 26) legati all’entourage. Con la votazione delle sanzioni di ieri, al palazzo di vetro dell’Onu, la comunità internazionale quindi si è riscoperta insolitamente compatta. Il dietrofront più clamoroso è stato quello dell’Italia che prima col premier Silvio Berlusconi e poi con ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha di fatto scaricato pubblicamente lo storico alleato. «Sembra che Gheddafi non controlli più la situazione nel suo Paese», ha detto il presidente del consiglio.

«Di fatto il trattato di amicizia tra Italia e Libia non c’è più, è inoperante, è sospeso», ha aggiunto La Russa. Conferme arrivano anche dalla Camera di commercio italo-libica: «È tutto sospeso – dice una fonte che chiede di rimanere anonima – gli ottimisti sperano di ricucire presto con il prossimo governo. Ci stiamo giocando una partita importante e certo a rimetterci non saranno le grandi imprese come Finmeccanica e l’Eni, ma le piccole e le medie. Molti italiani che stanno abbandonando il Paese lasciano fabbrichette e capannoni e  si chiedono se ritroveranno tutto così come l’hanno lasciato. Si tratta per lo più di imprese tessili.

Ad ogni modo l’Italia esporta in Libia di tutto: dai fiori ai trattori, passando per i generi alimentari. Il Paese ha il petrolio ma non produce nulla: importa quasi tutto ciò di cui ha bisogno. È inverosimile pensare che da domani possano fare a meno di questi beni. Il problema però è nell’immediato: tutte le commesse restano in sospeso, se non vengono confermate si tradurranno necessariamente in perdite». Solo il tempo potrà dire se l’Italia ha mollato il regime del Colonnello troppo tardi per meritare la fiducia della nuova classe dirigente. Intanto il figlio di Gheddafi, Saif al Islam, ha proposto una tregua ai rivoltosi. Tra questi oltre all’intera classe intellettuale, anche alcuni membri della famiglia presidenziale. La moglie e la figlia sarebbero già Vienna.

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fonte:  http://www.terranews.it/news/2011/02/cosi-berlusconi-scarica-il-colonnello-0