Archivio | marzo 2, 2011

La Teheran nascosta della droga

La Teheran nascosta della droga

Aslon Arfa, uno dei più noti fotoreporter iraniani ha documentato questa piaga sociale che il regime di Ahmadinejad tenta di occultare e reprime con inaudita ferocia

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di Emanuele Coen

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Il Black crack è completamente diverso dal crack diffuso nei Paesi occidentali. A differenza di quest’ultimo, derivato generalmente dalla cocaina, il crack nero iraniano viene ricavato dall’eroina ed è molto più forte dell’eroina sotto forma di polvere o catrame.

Nonostante le severe pene previste in Iran per il possesso, la distribuzione o il traffico di stupefacenti, nelle strade di Teheran i cristalli di droga scorrono in quantità sempre più massicce, in arrivo dai Paesi confinanti, Afghanistan e Pakistan, leader mondiali nella produzione di papaveri e derivati.

E così i parchi, le case anguste, gli anfratti più miserabili della capitale iraniana si popolano di donne e uomini ridotti a zombie, larve umane in cerca della dose quotidiana. La Repubblica islamica dell’Iran ha un triste primato: le statistiche ufficiali parlano di 1,1 milioni di tossicodipendenti, oltre ai 700mila utilizzatori occasionali di droghe. Secondo le stime Onu, invece, il numero sale a 3,2 milioni, in gran parte oppiomani ma anche centinaia di migliaia di eroinomani.

Aslon Arfa, uno dei più noti fotoreporter iraniani (le sue immagini sono state pubblicate tra gli altri su Newsweek, Time, Der Spiegel, The New York Times), ha documentato con grande coraggio questa piaga sociale che il regime di Ahmadinejad tenta di occultare e reprime con inaudita ferocia.

Volti trasfigurati e corpi feriti, devastati, decine di scatti crudi e carichi di pietà ora raccolti nel libro Black Crack in Iran, appena uscito negli Stati Uniti (powerHouse Books, 144 pagine, 29,95 dollari), il ritratto choc di due generazioni invisibili e alla deriva. Giovani, come la diciannovenne Fereshteh, e meno giovani.

Se normalmente è arduo entrare con la macchina fotografica nelle vite private degli iraniani, spesso contrari per motivi religiosi o terrorizzati dalle leggi del regime, stavolta Arfa ha sfidato l’impossibile. “Nessun drogato vuole essere fotografato, né uomo né donna – spiega il fotoreporter nell’introduzione del suo libro -. La resistenza deriva da una combinazione di vergogna, perché sono preoccupati delle reazioni dei loro amici e conoscenti, e paura per le pene collegate al possesso e al traffico di droga, che possono arrivare fino alla condanna a morte”. Di recente, infatti, le autorità hanno approvato una legge che inasprisce le pene, scatenando un’ondata repressiva senza precedenti.

Secondo le informazioni diffuse da alcune organizzazioni umanitarie (tra cui Amnesty International, Human Rights Watch, Reporters sans frontières, la Campagna internazionale per i diritti dell’uomo in Iran) che insieme al premio Nobel per la pace Shirin Ebadi hanno chiesto alle autorità iraniane lo stop immediato di tutte le esecuzioni capitali, dall’inizio dell’anno sono state giustiziate 86 persone, di cui ben 67 per reati connessi agli stupefacenti. “Spero che le mie foto – scrive ancora Arfa – che mostrano questa piaga in modo crudo, intenso e onesto, servano ad accrescere l’attenzione verso il fenomeno e portare aiuto a queste persone senza speranza”.

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22 febbraio 2011

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/articolo/2145127

Federalismo, sì della Camera alla fiducia. E la Lega sventola in aula le bandiere

LA RIFORMA

Federalismo, sì della Camera alla fiducia
E la Lega sventola in aula le bandiere

Federalismo: Berlusconi sfoggia il fazzoletto verde

314 favorevoli, 291 contrari e 2 astenuti. Il ministro per la Semplificazione, Calderoli annuncia: “Chiederò nel prossimo Cdm l’ampliamento di quattro mesi dei termini di scadenza”. Anche Berlusconi col fazzoletto verde

Federalismo, sì della Camera alla fiducia E la Lega sventola in aula le bandiere Silvio ‘legaiolo’

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ROMA – La fiducia sul federalismo municipale è passata alla Camera con 314 sì e 291 no e 2 astenuti. Umberto Bossi, applaudito dai deputati della Lega, però avverte: “Ora arriva la parte più difficile, quella del federalismo regionale e provinciale”. Il Senatur ha mostrato ottimismo: “Un altro giro di mattoni in più. Siamo quasi al tetto. Abbiamo iniziato adesso anche il federalismo regionale”, ha aggiunto. Sulla tenuta della maggioranza, il ministro delle Riforme e leader del Carroccio ha confermato: “Per adesso tiene. Berlusconi è l’unico che ci ha dato i voti”. “Ci avevano detto ‘fai saltare il miliardario e domani approviamo il federalismo’, ma Berlusconi è l’unico che ci ha dato i voti subito. In Bicamerale ci ha dato 12 voti. Non ci possono chiedere di mettere a repentaglio un risultato acquisito”. I deputati leghisti hanno sventolato in aula le bandiere verdi, suscitando le reazioni dell’opposizione e costringendo il presidente di turno a sospendere per qualche minuto la seduta.

FOTO: LE BANDIERE IN AULA 1

VIDEO: VOTO E SEDUTA SOSPESA 2

SCHEDA: I PUNTI DEL FEDERALISMO 3

Berlusconi ha votato la fiducia suggellando il suo sì al provvedimento tanto caro alla Lega con indosso un fazzoletto verde, nel taschino della giacca, alla maniera dei deputati del Carroccio. Il presidente del Consiglio ha espresso tranquillità anche sul fatto che i voti favorevoli sono stati inferiori alle previsioni della maggioranza: ai giornalisti che gli facevano notare che c’era stato qualche voto in meno rispetto all’ultimo voto di fiducia, il premier non si è scomposto. “C’è stato qualche assente ma sono tranquillo, tranquillissimo – ha risposto – sapevamo che c’erano alcuni malati e due in missione. Altrimenti saremmo 322”.

Proroga alla delega. Dopo un incontro con una delegazione del gruppo dei Popolari d’Italia, il ministro Calderoli ha assunto l’impegno di proporre al Consiglio dei ministri di domani “un’iniziativa legislativa finalizzata alla proroga di quattro mesi del termine di scadenza della delega prevista dalla Legge 42” sul federalismo fiscale prevista attualmente per il 21 maggio, “fermo restando il rispetto dei tempi stabiliti per l’esame dei decreti legislativi già deliberati dal Consiglio dei ministri”.

I contrari. Il no alla fiducia è stato espresso dal Futuro e libertà per bocca del capogruppo alla Camera, Benedetto Della Vedova. “Non è una buona riforma, non è condivisa, è frettolosa” e determina un “aumento della spesa al nord e aumento delle tasse al sud”. Fli, ricorda, aveva detto “sì alla legge delega sul federalismo fiscale ma il decreto attuativo è sbagliato, frettoloso e dannoso per i contribuenti”. E la fiducia posta dal governo è “incomprensibile” a meno che “il problema non sia compattare la maggioranza, che è dei numeri ma non politica su un provvedimento delicato”. E per questo “votiamo no”.

Anche l’Udc ha votato contro, così come aveva annunciato il leader del partito, Pier Ferdinando Casini: “Ci sono ragioni politiche e di merito che di inducono a dire no ancora una volta. Non possiamo fidarci della Lega, almeno finché non ci troveremo su alcune cose elementari, del tipo Roma non è Roma ladrona ma la nostra capitale”. “Se si vuole un federalismo che unisce, perché esaltare gli egoismi? – si chiede il leader dell’Udc  – il federalismo fiscale in questo provvedimento non esiste, è solo uno spot, aumenterà le tasse a tutti i cittadini italiani. Non si vuole fare un vero federalismo ma si vuole approvare uno spot della Lega”.

“Se il federalismo fiscale lo si fa e lo si fa per bene, lo votiamo. Se, invece, si fa un pasticcio, noi votiamo contro. Questo decreto, al di là delle vostre favole, è un pasticcio. Per questo votiamo contro il provvedimento e contro la fiducia”. Lo aveva annunciato Pierluigi Bersani, leader del Partito democratico. Che poi ha avvertito, rivolgendosi al governo: “Voi mettete le mani nelle tasche dei cittadini per procura. Io vi parlo diritto: cara Lega, non venite a dire che reggete Berlusconi per fare il federalismo. Noi vi garantiamo che il processo federalista va avanti” anche senza di lui. Bersani ha duramente attaccato la Lega: “Se volete reggere il moccolo all’imperatore, al miliardario, non mettete la scusa del federalismo che non c’entra niente”.

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02 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/03/02/news/federalismo_mon_amour-13098763/?rss

MISTERI D’ITALIA – Il ‘suicidio’ Tenco: il Clan dei Marsigliesi, Gladio, il golpe argentino, le Brigate Rosse, la P2..

Davvero un pasticciaccio.. Troppi misteri, troppe ambiguità intorno al caso Tenco. Da alcune parti, addirittura, si parla di ‘codici’ che Tenco (vero motivo del viaggio in Argentina) doveva portare in Italia da Buenos Aires. Di vero c’è che la destra italiana aveva il dente avvelenato con Tenco e che si preparava ad una aggressione, se non addiritttura ad un omicidio; fu il suo ‘accompagnatore’ pubblico, Marcello Frezza, funzionario dell’Rca e uomo di destra, a tenerlo al riparo da azioni violente (una volta bloccò un certo Di Luia con un solo cenno). Cosa ‘sapeva’ veramente Tenco di così pericoloso da indurre qualcuno ad eliminarlo? In quale gioco più grande di lui era caduto?

Ma.. ancora. C’è tutto il capitolo Dalida a gettare ombre pesanti sul ‘suicidio’ Tenco, lo scoprimento del corpo con le sue incongruenze (la pistola che avrebbe usato per suicidarsi non vista), il legame della cantante con l’ex marito Morisse che lei vede a Sanremo e con il quale si fa accompagnare all’aereoporto per tornare in Francia (vedi foto), altri particolari quale, tra i tanti, il taglio da lama vicino alla bocca di Luigi Tenco (vedi foto), le ecchimosi, la sabbia sul volto.. Aspettate! Qui viene la parte più ambigua: questo Morisse, oltre ex marito e scopritore di Dalida, cantante celebre all’epoca, era anche un affiliato al clan del Marsigliesi e il commissario Arrigo Molinari, che investigò sul ‘suicidio’, proveniva da Genova dove, in qualità di vice-questore, investigò proprio sui traffici dei Marsigliesi.. Ancora poco? Ultima chicca (che imbroglia, o getta luce?, ulteriormente le cose): il commissario Molinari era iscritto alla P2 col numero 767..

Le indagini sulla morte di Tenco si riaprirono nel 2005. Molinari non vi partecipò:  era morto, assassinato mesi prima da un ladro nella sua abitazione. Già.

mauro

fonte immagini

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Chi cercava di uccidere Tenco subito prima che morisse?

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Luigi Tenco con Dalida – fonte immagine

Una tra le tante domande rimaste senza risposta … Quel Festival del 1967 e il mistero irrisolto sulla morte del cantante. Suicidio? Tesi improbabile, non provata

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di Giulia Lanza

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Quando si parla di Luigi Tenco è sempre impossibile ignorare la sua morte che, come un pugno allo stomaco, irrompeva come un imprevedibile e inatteso evento tra canzoni d’amore in gara, giornalisti curiosi , fotografi smaniosi , truccatori e fiori di quel Festival di Sanremo 1967. Che si affrettò ad archiviare ed a “ nascondere il fatto dietro il palcoscenico” per proseguire con la manifestazione canora. Senza interruzioni.

Nel 1967 le indagini furono frettolose e ambigue : niente guanto di paraffina, niente autopsia, un verbale di ricognizione sulla scena del crimine . praticamente inconsistente. Il fascicolo dell’epoca conta appena 12 pagine. Una grande confusione, un mare di contraddizioni, buchi e indagini al limite del grottesco. Un mistero che trascina con sé, ancora oggi, dubbi rimasti sospesi nell’aria, nonostante la Procura di Sanremo nel 2005 abbia riaperto l’inchiesta, riesumando la salma di Tenco. Le indagini si riaprirono grazie alla pressione di tre giornalisti, Aldo Fegatelli Colonna, Marco Buttazzi e Andrea Pomati, che nel tempo hanno svolto ricerche senza abbandonare mai la determinazione a fare chiarezza. L’inchiesta , chiusa nel 2006, ha confermato il suicidio. Il proiettile che uccise Tenco non fu mai ritrovato. Domande e dubbi degli studiosi del caso e dei testimoni di quella tragedia non hanno avuto risposta.

Come si può, per esempio, ignorare che un grande amico di Tenco, Paolo Dossena, lo storico discografico, continui a dichiarare ( anche di recente al mensile “Musica Leggera” – Giugno 2010) che il cantautore era minacciato di morte e per questo girava con una pistola ? Una strana coincidenza prima del suicidio? Sempre Dossena, in un’intervista a Sorrisi e Canzoni del 5 /2/ 2004, ricordando la tragedia, dichiarava “Andammo al bar del Casinò e Luigi ordinò un whisky. Io non volevo che bevesse, gli dissi di piantarla e presi il bicchiere cominciando a bere. Lui mi guardò dritto negli occhi e mi disse: “Sei un amico che si mette tra me e il bicchiere. Ma sei così amico da metterti sulla traiettoria di una pallottola che parte da una pistola che mi spara?”. Dossena racconta anche di aver portato la macchina di Tenco a Sanremo perché il cantautore era partito in treno. Durante quel viaggio, nel cruscotto dell’auto, trova la pistola di Tenco “… Ma come , giri con una pistola in macchina? Ma sei pazzo?”. Lui mi disse che era la terza volta che cercavano di ucciderlo. L’ultima volta era successo poche settimane prima, a Santa Margherita Ligure due macchine lo avevano stretto e avevano cercato di spingerlo fuori strada. “E allora mi sono comprato una pistola. Ma non chiedermi chi ce l’ha con me, perché non ne ho idea. Non lo capisco” ” e a fine intervista Dossena aggiunge che di cose ne poteva raccontare tante.. “ Peccato che mai un poliziotto o un magistrato me le abbia chieste ”.

Gli aspetti chiari della tragedia sono pochi. Tenco e’ morto a Sanremo nel pieno della manifestazione, ucciso da un colpo di pistola alla tempia. L’arma ritrovata dalla polizia e’ la Ppk calibro 7.65 che apparteneva a Tenco. Viene trovato nella sua camera d’albergo, la 219 dell’Hotel Savoy, nella notte tra il 26 e il 27 gennaio del 1967, dopo la sua esibizione con Dalida della sua bella canzone “ Ciao amore ciao”. E’ proprio la cantante a ritrovarlo senza vita, quando verso le 2 rientra in albergo, dopo essere stata a cena con amici discografici , al ristorante Nostromo. Tenco non partecipa alla cena: amareggiato per l’esito della gara e l’eliminazione, vuole rientrare in albergo. Prima della sua esibizione, aveva bevuto e preso tranquillanti e/o antidolorifici, in quei giorni era in cura dal dentista. Quando la polizia interviene in albergo, porta frettolosamente il cadavere all’obitorio e da qui lo trasporta nuovamente nella camera del Savoy, per permettere ai cronisti di fotografarlo. E’ stato ritrovato un biglietto con poche e, ormai note, righe di protesta per l’esito della gara, un biglietto che verrà considerato la prova di un addio alla vita.

Il mistero. Contraddizioni e lati oscuri sono molti . Un giornalista esperto d’armi, tra i primi ad entrare nella camera della tragedia, e’ sicuro di aver visto una Beretta 22 e non la Ppk 7.65 del cantautore. Lo sparo in albergo non e’ stato sentito da nessuno, neanche dai vicini di camera. Dalida e Dossena, i primi a trovare il cadavere di Tenco, a primo impatto pensano a un malore, un incidente, non vedono quindi la pistola che – per forza di cose – doveva trovarsi vicino al cadavere. Il fratello Valentino, accorso subito dopo la tragedia, cerca invano l’addetto di turno alla reception per chiedere spiegazioni e ricostruire gli ultimi momenti di vita del fratello. Valentino Tenco e’ stato il primo a non credere al suicidio. L’arma del fratello, che gli viene riconsegnata dalla polizia, è perfettamente pulita, come se non avesse mai sparato. Il noto biglietto d’addio viene ritrovato in camera da Dalida, che lo tiene con sé fino all’arrivo della polizia, mentre al Savoy regnava già una gran confusione. Piero Vivarelli, amico di Tenco, raccontò che si trattava di un biglietto privato per lui e altri amici e, all’arrivo della polizia, visto l’accaduto, hanno ritenuto opportuno consegnarlo. Sembra certo che Lucien Morisse, ex marito di Dalida, quella sera fosse a Sanremo.

Il commissario Arrigo Molinari, che all’epoca guidò le indagini dichiarò in seguito che «sulla morte di Tenco e su tutto quello che è accaduto nelle ore successive alla scoperta del suo cadavere, non è stata ancora scritta tutta la verità». Ospite a Domenica In nel 2004 , Molinari parla dell’ipotesi che dietro quella tragedia ci sarebbe stato un giro di scommesse clandestine legato al Festival. Dice che fra gli anni ‘50 e ‘60 sarebbe esistito questo giro di scommesse sulle canzoni di Sanremo. Racconta che c’erano due obitori, uno per le morti naturali, l’altro per ospitare le vittime truffate al gioco, suicide. Secondo Molinari anche re Farouk d’Egitto scommise e perse un miliardo di lire. Dice anche che , dopo la morte di Tenco, Ugo Zatterin, allora presidente della Commissione selezionatrice di quel Festival, avrebbe insistito perché il Festival proseguisse. Queste pressioni, ha spiegato Molinari, “mi costrinsero a riportare il cadavere di Tenco dall’obitorio all’hotel, per mostrarlo a tutti e far capire che il Festival non poteva proseguire”. Arrigo Molinari comunque non ha potuto contribuire alla ricostruzione della vicenda, finalmente riaperta. . Quando le indagini si riaprirono nel 2005, Molinari era morto, assassinato mesi prima da un ladro , nella sua abitazione.

Aldo Fegatelli Colonna, autore di tre biografie su Tenco, amico del fratello Valentino , frequentò casa Tenco fino al 1997 : ha conosciuto la donna misteriosa di Tenco, Valeria ( le lettere di Tenco alla sua donna segreta furono pubblicate nel 1992 dal Secolo XIX ) e da queste rivelazioni con vari particolari, appuntamenti e progetti di vita, tutto si può desumere , tranne che nelle intenzioni di Tenco ci fosse il suicidio.

Da molti anni il gruppo “ Luigi Tenco 60’s -la verde isola- “ , con il suo sito internet e tramite Facebook , sostiene “ Le 5 prove dell’omicidio di Luigi Tenco, ridiamogli una dignità “ . Una battaglia, supportata da documenti, foto, ricostruzioni e analisi dettagliate, alla quale partecipano in migliaia, su internet, chiedendo la riapertura delle indagini. Nel 2009 il Dott. Sante Pisani, segretario politico del PDA ed il Dott. Domenico Scampeddu, responsabile Nazionale del dipartimento delle politiche abitative dell’ Udeur, inviano due esposti al Consiglio Superiore della Magistratura, all’On. Alfano, al Consiglio dei Ministri e al Cancelliere della Corte europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, con le prove. L’esposto in versione integrale è disponibile alla pubblica lettura.

In sintesi le cinque prove sostenute dal gruppo “la verde isola” sono: 1) il guanto di paraffina sulla mano di Tenco non dimostra che abbia sparato. Per la positività del test devono risultare almeno 2 di 3 elementi chimici e la mano di Tenco ne riporta solo uno, che qualsiasi fumatore riporterebbe. La pistola di Tenco riconsegnata al fratello era pulita e oleata 2) Nelle foto scattate all’epoca, sotto i glutei di Tenco, non c’e’ la sua Ppk 7.65, ma una Beretta calibro 22 3) Foto a lungo inedite mostrano ferite lacero contuse sul volto di Tenco, come se fosse stato picchiato, non riportate sul referto ufficiale della polizia 4) la lettera d’addio riporta calchi come se fosse l’ultima pagina di una lunga denuncia. Si vedono le parole “già” e “gioco”- La firma e’ contraffatta 5 ) Foto che mostrano sul viso, sui pantaloni e sull’auto di Tenco tracce di sabbia : potrebbe quindi essere stato ucciso in spiaggia. Tutto il materiale e’ ben visibile sul sito (www.luigitenco60s.it )

Una cosa e’ certa: se Tenco morisse oggi, basterebbe un’unghia di tutta questa valanga d’indizi per scatenare un processo mediatico, sarebbe bastato sapere che un giovane cantautore di 29 anni gira con un’arma per difesa personale, impaurito da minacce di morte, e sulla tragedia si sarebbero costruite intere trasmissioni televisive , plastici della camera d’albergo con le varie, e assurde, posizioni del corpo e della pistola, sarebbero intervenuti periti, testimoni e opinionisti per discutere del caso, fino alla nausea. A Tenco sicuramente non sarebbe piaciuta quest’Italia di oggi , così diversa dagli anni sessanta quando non si guardava dal buco della serratura . Tenco sarebbe stato critico verso un certo tipo di giornalismo, al quale oggi siamo abituati . Ma questo giornalismo sicuramente sarebbe servito per pressare gli inquirenti a fare chiarezza e giustizia sulla sua morte.

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01 marzo 2011

fonte:  http://www.lamescolanza.com/TEMP=2011/032011/tenco_chi_cercava_di_ucciderlo=010311.htm

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LA VERITA’ SU LUIGI TENCO?

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di Giovanni Di Stefano

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Chi segue il mio diario (www.studiolegaleinternazionale.com) sa che ho già scritto a riguardo di Luigi Tenco. C’è un grande mistero intorno alla sua morte e di sicuro, io sono a conoscenza di una certa informazione. Tenco era impulsivo e propenso a decisioni repentine. Per esempio, nel 1963, ruppe ogni relazione con il grande Gino Paoli a causa di una cotta presa per l’attrice Stefania Sandrelli, il grande amore di Paoli.

Non si parlarono più fino alla morte. E quando fu bocciato all’esame di geometria, invece di ripassare, decise di cambiare materia. E questo lo spirito dell’uomo che si dice di essersi suicidato. Nel 1965, decise ad un tratto di “abbandonare gli studi” e di arruolarsi nell’esercito. Così partì, il 7 gennaio, per Firenze. Nel dicembre dello stesso anno, parte per l’Argentina ed è ricevuto dal Presidente Arturo Umberto Illia. La domanda che s’impone è come mai Tenco (e perché) ebbe il permesso di partire per l’Argentina, o per altrove, essendo una recluta nell’esercito. C’è la prova che il Presidente dell’Italia, allora Giuseppe Saragat, gli concesse con il consenso del Primo Ministro Aldo Moro “una dispensa speciale”. Indubbiamente, Tenco portava un messaggio da parte di Aldo Moro ai militari argentini che in seguito presero il controllo del paese rovesciando Illia. E il paese che fornì la tecnologia strategica, le armi, e i soldi per il colpo di stato fu l’Italia. Così, il Procedimento Gladio esordì per assistere i militari argentini a rovesciare un Presidente eletto democraticamente e Tenco fu il messagero. Illia fu deposto e sostituito dalla Giunta Rivoluzionaria: Pascual Angel Pistarini, Benigno Ignacio Marcelino Varela Bernadou e Adolfo Teodoro Alvarez Melendi. Il 28 giugno 1966, il Generale Juan Carlos Ongania fu proclamato Presidente de facto. Il Presidente italiano, Saragat, e il Primo Ministro Aldo Moro utilizzarono Tenco come messaggero per informare la giunta militare argentina che l’Italia, paese membro della NATO, darebbe, non soltanto un “aiuto”, ma non interverrebbe nella destituzione d’Illia. La missione fu affidato a Tenco con un permesso di dieci giorni per viaggiare. Fu questo fatto, e nient’altro, che le Brigate Rosse scoprirono durante le interrogazioni di Aldo Moro e che li portò ad assassinare il Primo Ministro. Tenco non si suicidò nel gennaio del 1967, ma egli fu “suicidato” quando, in un accesso d’ira, minacciò di denunciare Aldo Moro, il quale fu trucidato qualche anno dopo dalle Brigate Rosse.
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Luigi Tenco insieme al famoso compositore argentino Ben Molar, durante la conferenza stampa del nostro cantautore al “Cinzano Club” di Buenos Aires, nel dicembre 1965

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Giovanni Di Stefano è stato legale di Saddam Hussein, Slobodan Milosevic ed ha ricevuto incarichi dall’amministrazione Bush
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Libia:3 navi guerra Usa in Mediterraneo

Libia:3 navi guerra Usa in Mediterraneo

Attraversato Canale Suez, sono in rotta verso coste libiche

02 marzo, 18:13
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(ANSA) -IL CAIRO, 2 MAR –Tre navi da guerra Usa hanno effettuato il passaggio nel Canale di Suez e sono da poco entrate nel Mediterraneo e in rotta per la Libia. Lo hanno riferito fonti dell’Autorita’ del Canale di Suez. Si tratta della Uss Kearsarge, che trasporta elicotteri e della Uss Ponce con a bordo munizioni e mezzi da sbarco. Le fonti segnalano il passaggio anche di una terza nave americana, quella da trasporto Andrid che ha a bordo blindati.
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Prima pagina: Ansa.it

CASO RUBY – “Conflitto attribuzione a Giunta regolamento” Fini risponde all’iniziativa della maggioranza

CASO RUBY

“Conflitto attribuzione a Giunta regolamento”
Fini risponde all’iniziativa della maggioranza

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Il presidente di Montecitorio intenzionato a convocare l’organismo la prossima settimana. Poi cita tre precedenti sfavorevoli alla richiesta avanzata da Pdl, Lega e Responsabili per fermare i pm di Milano

"Conflitto attribuzione a Giunta regolamento" Fini risponde all'iniziativa della maggioranza Gianfranco Fini

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ROMA – “Ritengo opportuno che la questione sia oggetto di approfondimento in sede di Giunta per il Regolamento”. Così Gianfranco Fini, a quanto si apprende, avrebbe risposto, durante l’ufficio di presidenza della Camera, ai rappresentanti della maggioranza che ieri con una lettera 1 dei capigruppo di Pdl, Lega e Responsabili ha chiesto di sollevare un conflitto di attribuzione sulla vicenda Ruby.

Sotto il profilo del merito, è stato il ragionamento del presidente Fini, come da prassi la lettera dei capigruppo di maggioranza “sarà trasmessa al presidente della Giunta per le autorizzazioni al fine di acquisire l’orientamento di tale organo, competente nella materia oggetto della richiesta”.

Sotto il profilo procedurale, Fini ha fatto notare che “nella lettera si fa riferimento al ruolo dell’Assemblea quale ‘sede ultima di decisioni della Camera’ su tale questione”. Ma il presidente ha ricordato che “la consolidata prassi procedurale in ordine ai conflitti di attribuzione prevede che, nel caso in cui si tratti di elevare o meno un conflitto da parte della Camera nei confronti di un altro potere dello Stato, è riconosciuto all’ufficio di presidenza un ruolo di flitro”. Per questo, in passato, la valutazione negativa dell’ufficio di presidenza “ha condotto alla mancata sottoposizione della questione all’Assemblea”.

Gli esempi riguardano tre casi risalenti al 2003, 2006 e 2008. In tutti e tre i casi l’ufficio di presidenza rilevò che non vi erano i presupposti per un conflitto di attribuzione. “Per quanto riguarda il caso in esame, non riconducibile in maniera immediata ai precedenti in materia, ritengo opportuno che la questione sia oggetto di approfondimento in sede di Giunta per il Regolamento affinchè la Presidenza possa disporre di tutti gli elementi utili per definire la procedura seguire”, ha sottolineato Fini, a quanto si riferisce, annunciando che la Giunta verrà convocata nel corso della prossima settimana, una volta concluso l’esamepresso la Giunta per le autorizzazioni.

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02 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/03/02/news/fini_giunta-13096876/?rss

CHI HA DETTO CHE LA GENTE NON SI INTERESSA DI POLITICA?Chiesto il fallimento per Lele Mora, e allora lui si candida nel Pdl

Chiesto il fallimento per Lele Mora, e allora lui si candida nel Pdl

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La procura chiede il fallimento per Lele Mora, e lui allora annuncia la candidatura alle prossime elezioni nel Pdl. ”Mi candido alle elezioni con una partito di destra, forse il Pdl”, ha detto l’agente dei vip ad Exit, il programma in onda oggi sul La7 alle 21.10.
”Se mi vorranno – ha proseguito Mora – sono pronto a questa scelta, dopo che mi avranno assolto o prosciolto, visto che chi è inquisito non può fare il mestiere di politico, o almeno non dovrebbe”.
Questa la clamorosa rivelazione dell’agente cinematografico, ora indagato per sfruttamento della prostituzione minorile nell’ambito del caso Ruby. Che a proposito della giovane marocchina, ha rivelato che, “come un padre”, porterà all’altare Ruby.

Richiesto il fallimento

Il tutto nel giorno in cui la Procura di Milano ha chiesto al Tribunale la dichiarazione di fallimento personale di Lele Mora. I Pm hanno chiesto il fallimento anche per altre due società di Mora, la Ln Production e l’immobiliare Diana. L’ammontare dei debiti contestati sfiora i 20 milioni di euro. Su tutte le istanze il giudice fallimentare dovrà decidere il prossimo 6 aprile.

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02 marzo 2011

fonte:  http://www.ilsalvagente.it/Sezione.jsp?titolo=Chiesto+il+fallimento+per+Lele+Mora%2C+e+allora+lui+si+candida+nel+Pdl&idSezione=9971

Noi Sud: «Via il decreto sulle energie rinnovabili o non diamo la fiducia al federalismo»

Il testo è previsto in calendario per il prossimo Consiglio dei Ministri

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Noi Sud: «Via il decreto sulle rinnovabili o non diamo la fiducia al federalismo»

I deputati che fanno capo al sottosegretario Micciché puntano i piedi e sfidano il ministro Paolo Romani

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ROMA – I deputati di Forza del Sud, la formazione politica che fa capo a Gianfranco Miccichè, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Cipe, potrebbe non votare stasera la fiducia sul Federalismo municipale se il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani non ritirerà il ddl sulle energie rinnovabili che dovrebbe essere presentato al prossimo consiglio dei ministri. È quanto si apprende in ambienti di Forza del Sud di Montecitorio. Al centro della polemica, come ha spiegato l’on Marco Pugliese, il tetto massimo di 8.000 MW per gli incentivi al fotovoltaico. Superata tale soglia, quindi, nessun altro nuovo impianto godrebbe delle agevolazioni statali. Questo rappresenta il de profundis per l’intero settore del fotovoltaico in Italia». Infatti secondo i dati del Gestore dei Servizi Energetici (Gse), gli impianti già installati in Italia hanno raggiunto i 7000 MW, vuol dire che verosimilmente il prossimo giugno, termine entro il quale verranno installati impianti per la produzione di 1000 MW, il comparto del fotovoltaico in Italia dovrà chiudere i battenti. «Definire allucinante una cosa del genere – ha aggiunto Pugliese – non è una forzatura, nè un eufemismo, siamo di fronte ad un’assurdità legislativa, anche perchè se l’intero settore dovesse fermarsi questo comporterà non solo la morte di molte aziende, ma un ricorso massiccio alla cassa integrazione, con notevole aggravio dei costi sostenuti dallo Stato».

«SI RISPETTI IL PARLAMENTO» Anche Antonio D’Alì, senatore del Pdl, presidente della commissione Ambiente di Palazzo Madama, aveva preso posizione sulla questione auspicando che vi sia «il rispetto delle prescrizioni dettate dalle commissioni» perché «sono state inserite importanti condizioni e ci aspettiamo che vengano recepite nella struttura del decreto. Tra queste, ad esempio, quelle sui combustibili biologici e sugli incentivi al fotovoltaico. Sono previsioni per far raggiungere alle rinnovabili la quota del 25 per cento prevista dalla legge sull’energia. Diversamente non sarebbe raggiungibile».

POSIZIONI DIVERGENTIIl provvedimento, la cui scadenza è fissata al 5 marzo, ha suscitato diverse polemiche tra le associazioni di settore e quelle ambientaliste, in particolare proprio per il tetto al fotovoltaico fissato, secondo le bozze, a quota 8.000 MW. Tetto che, a quanto dichiarato dal ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo è destinato a scomparire nella versione definitiva del provvedimento.

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Redazione Online
02 marzo 2011

fonte:  http://www.corriere.it/politica/11_marzo_02/noi-sud-ritiro-decreto-rinnovabili-o-niente-fiducia_b8746806-44d4-11e0-9331-d6a950f4a7ad.shtml

Ecco qual è l’unico bene che non soffre l’inflazione, la marijuana

Ecco qual è l’unico bene che non soffre l’inflazione, la marijuana

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A dispetto delle spinte inflazionistiche che hanno riguardato vari raccolti (mais +63%, grano +51%) il prezzo della marijuana non aumenta. A rivelarlo – come riporta Smart Money del Wall Street Journal – è il Bureau of Labor Statistics, che misura l’inflazione negli Stati Uniti. Una marijuana di tutta evidenza appare immune dagli incrementi inflazionistici, nonostante si tratti di un raccolto che le ricerche indicano come tra i più produttivi di ricavi sul mercato americano.

Nonostante il suo uso sia illegale per il consumo di massa e ogni hanno vadano spese dai contribuenti somme ingenti per tagliarne la produzione, il prezzo alla vendita è di poco inferiore a quello dell’anno passato.

Naturalmente, precisa Smart Money WSJ gli enti governativi non includono la sostanza nei loro price-data al consumo e alla produzione, tuttavia esistono più modi perché anche i non consumatori la reperiscano a prezzi convenienti sul mercato. E questo anche se lo Stride – The System to Retrive Information from Drug Evidence – non riveli i prezzi di reperimento della droga. Lo stesso National Survey on Drug Use and Health valuta un grande quantitativo di dati sui volumi e prezzi aggregati.

Per quanto riguarda poi i dettagli e le novità c’è High Times, il magazine newyorchese che da 37 anni costituisce il punto di riferimento per i sostenitori della cannabis, con notizie curiose che comprendono anche un aggiornato ricettario per preparati alla marijuana.

L’indice di prezzi del magazine parla chiara: per la qualità “kind” superior indica prezzi in calo del 4% su base annua, mentre l’indice del “mids” perde il 6%.

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02 marzo 2011

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-03-02/niente-inflazione-marijuana-134044.shtml?uuid=AaWlSqCD

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Afghanistan: La seconda vita dei Buddha distrutti dai talebani

02/03/2011 – LA STORIA
Calendar by Karachi-based Al Rasheed Trust commemorating the destruction of Bamiyan Buddhas – fonte immagine

La seconda vita dei Buddha distrutti dai talebani

Le statue fatte esplodere nel 2001. Un gruppo di studiosi tedeschi sta recuperando i frammenti: per la più piccola, alta 38 metri, ci sono speranze

I Buddha giganti di Bamiyan

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I talebani li avevano fatti saltare in aria. Di quei Buddha incastrati nelle montagne afgane erano rimasti solo frammenti. Ma ora quei frammenti possono tornare insieme. Sembra infatti che la ricostruzione di uno dei due Buddha giganti di Bamiyan, in Afghanistan sia possibile: ad affermarlo è Erwin Emmerling, un archeologo tedesco che guida un’equipe di esperti dell’Università tecnica di Monaco di Baviera (Tum) impegnati da mesi nel recupero dei frammenti delle gigantesche statue fate saltare nel 2001.

Esperti europei e giapponesi lavorano al recupero dei frammenti per conto del Consiglio internazionale dei monumenti e dei siti (Icomos). In particolare, riporta il sito Internet dell’università tedesca, gli archeologi della facoltà di Restauro dell’ateneo hanno esaminato nell’ultimo anno e mezzo centinaia di frammenti delle statue. Un lavoro, questo, che potrebbe portare alla loro ricostruzione. I due Buddha, scolpiti nella roccia, misuravano rispettivamente 55 e 38 metri di altezza e, secondo Emmerling, «la ricostruzione del più piccolo potrebbe essere sostanzialmente possibile». L’esperto è invece «più scettico» sul Buddha più grande, poichè oltre a essere più alto era anche più profondo (12 metri contro due metri). Tuttavia, sottolinea il sito, anche per il restauro del Buddha più piccolo «bisogna superare ostacoli pratici e politici».

La conservazione del frammenti, ad esempio, richiederebbe la costruzione di una struttura nella valle di Bamiyan oppure il trasporto in Germania di circa 1.400 frammenti di roccia da circa due tonnellate l’uno. Secondo gli archeologi, il Buddha più piccolo risaliva agli anni 544-595 dopo Cristo, mentre quello più grande era stato realizzato tra il 591 e il 644, ed entrambi anticamente avevano colori molto vivaci. La settimana prossima, conclude il sito, si terrà un convegno a Parigi per discutere sul futuro di quel che resta dei Buddha.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/391317/

Libia, controffensiva di Gheddafi: “Se ci attaccano milioni di morti”

02/03/2011 – LA RIVOLTA ARABA

Libia, controffensiva di Gheddafi
“Se ci attaccano milioni di morti”

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Il Colonnello bombarda Brega e Ajdabiya: «Occidente offeso perchè l’Italia mi bacia la mano». Caos ai confini: migliaia in fuga. La preoccupazione di Ratzinger

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TRIPOLI – «Combatteremo per la Libia all’ultimo uomo e donna». Se ci attaccano ci saranno «milioni di morti». Muammar Gheddafi torna a far sentire la sua voce in un discorso tv poche ore dopo l’avvio di una controffensiva militare verso oriente, nella quale le truppe fedeli al raìss sono riuscite a riconquistare il porto e l’aeroporto di Marsa Brega, terminal petrolifero a 800 km a est di Tripoli. Intanto cresce la preoccupazione per l’emergenza umanitaria che si profila in particolare al confine con la Tunisia.

“Il potere è nella mani della gente”
Il futuro della Libia è «nelle mani del popolo libico», ha tuonato Gheddafi dagli schermi della tv di Stato, ribadendo di non essere presidente, né aver alcun ruolo politico nel Paese, perché la «diretta autorità è nelle mani della gente che la eserciterà attraverso i comitati popolari». Il raìss è poi tornato a parlare di Italia: «Abbiamo costretto il Paese a inginocchiarsi, a scusarsi per il suo colonialismo e a pagare i danni – ha detto Gheddafi -. Abbiamo costretto l’italia ha ammettere i suoi errori. È una cosa storica.». E «l’Occidente si sente insultato perché l’Italia ha baciato la mano di Gheddafi». Il Colonnello ha anche chiesto all’Onu di inviare una commissione di inchiesta nel paese per investigare sulle accuse di aver ucciso dimostranti pacifici.

La partita a scacchi tra ribelli e filo-governativi
Sul fronte militare, il regime ha prima smentito di aver lanciato una controffensiva, di cui aveva dato notizia Al Jazeera, poi un comunicato della tv di Stato ha confermato che le truppe governative avevano ripreso il controllo del porto e dell’aeroporto di Marsa Brega. I ribelli dal canto loro affermano di aver respinto l’attacco. Negli scontri, riferiscono fonti sul posto, ci sarebbero numerosi morti. È impossibile trovare verifiche indipendenti, essendo la città inaccessibile ai giornalisti. Secondo Al Arabiya, le truppe filo-regime hanno riconquistato anche Gharyan e Sabratha, a sud e a ovest della capitale, e lanciato raid aerei su Ajdabiyah, dove i ribelli, che hanno annunciato di aver abbattuto un altro aereo militare, controllano una base militare e un deposito di armi.

L’emergenza profughi
Intanto, cresce la preoccupazione per l’emergenza umanitaria: una folla si estende «per chilometri e chilometri» in Libia e si accalca alla frontiera con la Tunisia, ha sottolineato l’Unhcr che lancia un nuovo appello affinch‚ «siano noleggiati centinaia di aerei» per evacuare tutte queste persone. A Ras Jedir, dal lato tunisino del confine, c’è una situazione di relativa calma, almeno rispetto a ieri quando i militari di Tunisi sono stati costretti a sparare in aria per sedare la ressa. Il Papa ha ricevuto oggi in udienza privata Josette Sheeran, direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Wfp), che lo ha aggiornato sulla missione appena conclusa al confine tra Libia e Tunisia dove «ha potuto constatato direttamente – si legge in un comunicato del Wfp – la presenza di decine di migliaia di persone che stanno fuggendo dalle violenze in un contesto di emergente crisi umanitaria». «Benedetto XVI – ha spiegato Sheeran – ha espresso la sua preoccupazione per la gente innocente intrappolata in questa terribile tragedia».

Navi militari Usa nel Canale di Suez
Gli Stati Uniti restano vigili. Le due unità della Marina statunitense “Uss Kearsarge” e “Uss Ponce”, dirette verso la Libia, sono entrate questa mattina all’alba nel Canale di Suez e si dirigono verso il mediterraneo: lo hanno reso noto le Autorità egiziane. Per l’attraversamento del Canale occorrono circa dodici ore: la Us Navy ha inviato altre unità per scortarle verso la Libia, dove dovrebbero venire impiegate in missioni di soccorso umanitario. Tuttavia, la portaelicotteri Kearsarge è un’unità multiruolo che trasporta anche mezzi da sbarco, oltre a disporre di un ospedale: può quindi essere impiegata sia in missioni civili che strettamente militari. Nel Mar Rosso si trova anche la portaerei “Uss Enterprise”, in grado se necessario di impiegare i caccia di cui dispone per garantire il rispetto di una eventuale zona di interdizione al volo sulla Libia.

Il New York Times: “Ora i ribelli chiedono un intervento internazionale”
Intanto il consiglio dei ribelli di Bengasi, frustrati dalla permanenza al potere del Colonnello Muammar Gheddafi, starebbe valutando la richiesta di bombardamento da parte delle forze armate occidentali per distruggere l’armamento del regime. Lo conferma il sito del New York Times, citando esponenti del Consiglio che apertamente hanno invocato l’intervento delle Nazioni Unite. Il Consiglio, scrive il giornale, è formato da avvocati, accademici, giudici e altri figure eminenti dell’area di Bengasi. Tutti loro sottolineano che c’è una differenza tra i raid aerei mirati e l’intervento militare straniero, a cui loro si opporrebbero in modo netto. «Se tutto accadesse sotto l’egida dell’Onu – ha osservato Abdel-Hafidh Ghoga, portavoce del Consiglio – non sarebbe un intervento straniero». Ma si tratta di una materia molto delicata. Il ricorso alla forza, scrive il giornale, anche sotto l’imprimatur dell’Onu, potrebbe far gioco al dittatore, che da giorni sostiene che dietro la ribellione di una parte del suo popolo c’è la volontà dell’Occidente di occupare il suo Paese.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/391318/