La Teheran nascosta della droga

La Teheran nascosta della droga

Aslon Arfa, uno dei più noti fotoreporter iraniani ha documentato questa piaga sociale che il regime di Ahmadinejad tenta di occultare e reprime con inaudita ferocia

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di Emanuele Coen

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Il Black crack è completamente diverso dal crack diffuso nei Paesi occidentali. A differenza di quest’ultimo, derivato generalmente dalla cocaina, il crack nero iraniano viene ricavato dall’eroina ed è molto più forte dell’eroina sotto forma di polvere o catrame.

Nonostante le severe pene previste in Iran per il possesso, la distribuzione o il traffico di stupefacenti, nelle strade di Teheran i cristalli di droga scorrono in quantità sempre più massicce, in arrivo dai Paesi confinanti, Afghanistan e Pakistan, leader mondiali nella produzione di papaveri e derivati.

E così i parchi, le case anguste, gli anfratti più miserabili della capitale iraniana si popolano di donne e uomini ridotti a zombie, larve umane in cerca della dose quotidiana. La Repubblica islamica dell’Iran ha un triste primato: le statistiche ufficiali parlano di 1,1 milioni di tossicodipendenti, oltre ai 700mila utilizzatori occasionali di droghe. Secondo le stime Onu, invece, il numero sale a 3,2 milioni, in gran parte oppiomani ma anche centinaia di migliaia di eroinomani.

Aslon Arfa, uno dei più noti fotoreporter iraniani (le sue immagini sono state pubblicate tra gli altri su Newsweek, Time, Der Spiegel, The New York Times), ha documentato con grande coraggio questa piaga sociale che il regime di Ahmadinejad tenta di occultare e reprime con inaudita ferocia.

Volti trasfigurati e corpi feriti, devastati, decine di scatti crudi e carichi di pietà ora raccolti nel libro Black Crack in Iran, appena uscito negli Stati Uniti (powerHouse Books, 144 pagine, 29,95 dollari), il ritratto choc di due generazioni invisibili e alla deriva. Giovani, come la diciannovenne Fereshteh, e meno giovani.

Se normalmente è arduo entrare con la macchina fotografica nelle vite private degli iraniani, spesso contrari per motivi religiosi o terrorizzati dalle leggi del regime, stavolta Arfa ha sfidato l’impossibile. “Nessun drogato vuole essere fotografato, né uomo né donna – spiega il fotoreporter nell’introduzione del suo libro -. La resistenza deriva da una combinazione di vergogna, perché sono preoccupati delle reazioni dei loro amici e conoscenti, e paura per le pene collegate al possesso e al traffico di droga, che possono arrivare fino alla condanna a morte”. Di recente, infatti, le autorità hanno approvato una legge che inasprisce le pene, scatenando un’ondata repressiva senza precedenti.

Secondo le informazioni diffuse da alcune organizzazioni umanitarie (tra cui Amnesty International, Human Rights Watch, Reporters sans frontières, la Campagna internazionale per i diritti dell’uomo in Iran) che insieme al premio Nobel per la pace Shirin Ebadi hanno chiesto alle autorità iraniane lo stop immediato di tutte le esecuzioni capitali, dall’inizio dell’anno sono state giustiziate 86 persone, di cui ben 67 per reati connessi agli stupefacenti. “Spero che le mie foto – scrive ancora Arfa – che mostrano questa piaga in modo crudo, intenso e onesto, servano ad accrescere l’attenzione verso il fenomeno e portare aiuto a queste persone senza speranza”.

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22 febbraio 2011

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/articolo/2145127

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