Archivio | marzo 5, 2011

Ferrara, il ‘primo della classe’ torna in in tv. 3000 euro per 5 minuti. A sera

Ferrara, un milione e mezzo per cinque minuti al giorno

per leggere l’articolo cliccate sul titolo

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Ogni tanto ‘sfruculiarlo’ fa bene, se non altro sappiamo cosa aspettarci. Quel che sembra non sappiano cosa aspettarsi sono i dirigenti Rai: assegnare al Nostro lo spazio che fu di Biagi fa gridare allo scandalo. No, non perché il cicciuto in questione non sia, giornalisticamente, all’altezza (avere buona dialettica non connota, forzatamente, una onestà intellettuale, va da sè), ma per lo scarsissimo appeal che può attualmente vantare. Vedremo crollare i dati d’ascolto come mai prima. Ma, forse, questa è proprio la missione del Nostro. Son le cose che gli riescono meglio. Abortire, dico. Come ha abortito Valle Giulia, il Pci, Berlinguer, la classe operaia e molto, molto altro..

mauro

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Pasolini e il ’68

Trent’anni dopo: un commento di Giuliano Ferrara…
… e la risposta di Enzo Siciliano

GIULIANO FERRARA
“Pier Paolo Pasolini come fu astuto…”
di L. V.
La Repubblica, 1 marzo 1998

Giuliano Ferrara, direttore de Il Foglio, nel marzo del 1968 aveva diciassette anni. Era iscritto al secondo liceo classico e la mattina di Valle Giulia, con altri compagni di scuola, aveva partecipato al corteo di protesta contro la polizia che presidiava l’università di Roma.

“No, nessuna nostalgia. E nessuna lettura particolare di quegli avvenimenti. Niente di tutto quello che riguarda il ’68 ha il valore che gli si è poi attribuito in occasione del decennale, del ventennale, del trentennale e, ne sono certo, anche di quello che si dirà nel quarantennale. Certo Valle Giulia rappresentò un fatto nuovo. Ricordo, all’inizio, il tiro di qualche uovo e, forse, di qualche sasso. Poi le cariche della polizia. E la nostra reazione. Era la prima volta.

“Gli edili e i contadini, è vero, si scontravano con la polizia da vent’anni. Ma gli studenti introducevano nella politica un improvviso elemento di radicalizzazione. La politica abbandonava l’andamento tranquillo del tempo di pace, per prenderne uno simile a quello della guerra.

“La stessa presa di posizione di Pasolini, del resto, non nasceva da un sentimento di solidarietà con i poliziotti. In quella condanna degli studenti non c’era nessuna poetica. Pasolini, semplicemente, aveva visto quel che succedeva in Francia dove i giovani davano delle vecchie barbe all’intellighentia di sinistra. E, in modo astuto, cercava di contrastare una generazione ambiziosa che gli avrebbe tolto spazio.

“Al di là di Valle Giulia quel movimento non può essere spiegato con una visione da intellettuali di provincia, angusta e molto poco internazionale. Il Sessantotto era un fenomeno che coinvolgeva tutto il mondo, da Roma a Berlino, da San Francisco a Madrid: la manifestazione di una nuova classe dirigente che si sentiva stretta nei vecchi panni. Eravamo i primi della classe; mica, sia detto senza offesa, come gli straccioni del ’77”.

www.media68.com
febbraio 1998

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ENZO SICILIANO

Pasolini e il ’68 di Ferrara

La Repubblica, 2 marzo 1998

Interrogato sul ’68, sugli scontri di Valle Giulia fra studenti e polizia, Giuliano Ferrara ha ricordato non solo se stesso (“eravamo i primi della classe”), ha ricordato anche Pasolini e la sua poesia contro gli studenti.

“La presa di posizione di Pasolini non nasceva da un sentimento di solidarietà con i poliziotti”: Pasolini, secondo Ferrara, “semplicemente” avrebbe cercato di contrastare “una generazione ambiziosa che gli avrebbe tolto spazio”. Un atto di “furbizia” quello di Pasolini, o di resistenza, da “intellettuali di provincia”, contro l’emergere di “una nuova classe dirigente”.

Mah! Non sto qui a difendere Pasolini. Non credo abbia bisogno di difesa. Mi domando che “primo della classe” è stato Ferrara. Che lo sia stato, è vero: posso testimoniarlo perché lo conosco da allora, e aveva diciassette anni. Ma credo, come è giusto, che la storia di una persona complichi o cancelli certe sue qualità originarie.

Se Giuliano era un primo della classe, non era un secchione: era uno che appunto andava a Valle Giulia per fare a botte, avendo magari chiara in mente una pagina della “Repubblica” di Platone. Poteva anche conoscere le assurde tesi di Stalin sulla linguistica e tenerle per buone. I comunisti italiani di quel tempo, anche i giovani comunisti, erano in parte così.

Erano comunisti, come scrisse Pasolini, “in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote”.

Ecco, è vero, non si può dire che Giuliano amasse la litote o la logica attenuativa: questo scarto l’aveva già compiuto. E si sentiva, oltre che “primo della classe”, “classe dirigente”. Per questo andò a Valle Giulia. Benissimo. Lo stesso Pasolini l’avrebbe sottolineato con partecipazione: benissimo.

Ma il nostro primo della classe oggi scalcia: butta Pasolini nella spazzatura, gli dà del provinciale, e lo giudica con il metro di giudizio che è suo, proprio il suo di ora, e che lo diversifica dall’immagine di un ragazzo andato liberamente a Valle Giulia per una dimostrazione da tenersi sulla scalinata della romana Facoltà di Architettura.

Pasolini, alla luce di questa ottica, ne esce fuori come un furbastro o un malandrino: uno che “semplicemente” mette a ferro e fuoco il giornalismo e le lettere italiane difendendo i poliziotti, “figli dei poveri”, contro gli studenti, “figli di papà” perché temeva che questi ultimi gli rubassero “spazio”.

Il “primo della classe” diciassettenne, che aveva Platone o la Politica di Aristotele in mente, passati gli anni – dopo un transito in Germania, compiuto per raffinarvi da vero borghese la propria informazione filosofica – ormai non vede il mondo se non con le lenti delle furberie di piccolo cabotaggio o delle malandrinate teorizzate alcuni mesi fa. Il malandrinaggio come chiave interpretativa della storia, degli uomini, della cultura.

È servita solo a questo quella generosa, fatidica battaglia combattuta a Valle Giulia una mattina di marzo del ’68 con tanto dispendio di orgoglio e buona fede? A questo si sono ridotti quei “primi della classe”, quella “classe dirigente” in erba che aveva in animo di mutare politica e morale di un paese intero lanciando sassi contro le camionette della Celere?

So che gli interrogativi retorici servono a poco, ma è possibile che Ferrara deliberatamente ignori il ragionamento di Pasolini nella sua interezza, composto cioè da “Appunti in versi per una poesia in prosa seguiti da una “Apologia“”?
I primi della classe possono essere scavezzacolli, ma pignoli debbono esserlo, pignoli fino allo spasimo.

Comunque, cerco di riassumere quel ragionamento, anche con qualche citazione dall'”Apologia”. Pasolini ha voluto deliberatamente provocare gli studenti di allora, “l’ultima generazione degli operai e dei contadini”. Pasolini temeva con ragione l'”entropia borghese” (“la borghesia sta diventando la condizione umana”); e aggiungeva che “chi è nato in questa entropia, non può in nessun modo, metafisicamente, esserne fuori”. Di qui la provocazione ai giovani, proprio agli studenti (“in che altro modo mettermi in rapporto con loro, se non così?”).

E, questa provocazione, che effetti avrebbe dovuto ottenere? Spingerli a liberarsi – “al di fuori così della sociologia come dei classici del marxismo” – del loro essere piccoli borghesi, a diventare “intellettuali”, a usare in senso critico, non più ideologico o cristallizzante, la propria intelligenza. A liquidare il cinismo metodico del piccolo borghese, per cui tutto è visto come spicciolo pragmatismo, malandrinata, spazzatura.

Ahimè, il primo della classe Giuliano Ferrara questo strappo, pur con tutti i libri che ha letto, la litote cancellata e il vissuto che ha alle spalle, non l’ha compiuto. Anzi, il non averlo compiuto lo ha tradotto in un valore, per cui ritiene suo diritto giudicare ogni altra esperienza secondo il cinismo e la malandrineria che quel giorno a Valle Giulia avrebbe dovuto calpestare, mai più coltivare, prigioniero ancora di una ontologia da cui il “provinciale” Pasolini lo provocava a liberarsi.

da http://www.media68.com
febbraio 1998

[Vedi anche le mie riflessioni sulla famosa poesia pasoliniana, comunemente definito “il testo contro gli studenti”. A.M.]

NELLA SEZIONE
IDEOLOGIA
VEDI ANCHE


Come sono diventato marxista?;
La collaborazione al “Setaccio”;
L’adesione al Partito comunista italiano
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1950. A Roma. Le prime opere letterarie,
le prime critiche politiche;
1956. Il XX Congresso
del Pcus
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Le polemiche continuano;
1960. I morti
di Reggio Emilia;
La collaborazione
con “Vie Nuove”;
Le contestazioni
dell’estrema destra
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Una forza del passato;
L’idea di una nuova
preistoria;
Discredito, denigrazione e diffamazione;
1962. Dopo Il Vangelo secondo Matteo
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Verrà qualcun altro a prendere la mia bandiera;
I giovani di oggi non si rendono conto di quanto sia
repellente un piccolo-borghese;
Collaborazione al “Caos”
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La polemica con Franco Fortini, di Angela Molteni
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Il Friuli non è il Veneto; è Italia,
di Enzo Siciliano
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Ascolta
Per i Morti di Reggio Emilia

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fonte:  http://www.pasolini.net/ideologia_ferrara-siciliano.htm

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Le dimenticanze del «devoto» Ferrara

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fonte immagine

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Dice che siamo moraliste». «Dice Chi?». «Giuliano Ferrara». «Ma non era quello che voleva vietare alle donne la Ru486?». «Lui». «Quello così devoto ai vescovi che voleva lasciare il Foglio per dirigere un nuovo giornale, “Il Figlio”, con allegata la Ru487, pillola abortiva per donne cattoliche?» «…Una supposta vaginale che riproduceva in scala 1 a 1 una tiara papale tempestata di swarowsky. Lui». «Ma non era quello favorevole alla moratoria sulla ricerca con le staminali embrionali?». «Lui. Dice che secondo il parere dell’Associazione Medici Cattolici, ai fini della ricerca le staminali possono essere tranquillamente sostituite con il Lego». «Ma non era quello d’accordo con il Vaticano che sosteneva che la morte cerebrale non è una condizione sufficiente per stabilire il decesso?». «Lui. Non considera indicatori attendibili nemmeno la presenza di una lancia infilata nel costato e il fatto che il paziente non sgrani più gli occhi di fronte alle dichiarazioni di Calderoli. In quel caso per la scienza sei morto, per Ferrara no. Dice che siamo intrasigenti, puritane, reazionarie e autoritarie». «Noi?! Ma lui non era quello pappa e ciccia con i Teocon americani favorevoli alla guerra e contrari ai matrimoni gay?». «Lui. Anche se ultimamente non se la passano bene. Perfino la figlia di Bush si è espressa a favore dei matrimoni gay». «E Bush?». «Dice che basta che gli fanno lanciare i confetti. Da un cacciabombardiere. Comunque, Ferrara dice che siamo represse, che non siamo libere». «Ma lui non era a libro paga della Cia?». «Ed era favorevole all’invasione militare dell’Afghanistan per catturare Bin Laden». «A proposito, che fine ha fatto?». «La Cia dice che si nasconde al confine col Pakistan, anche se ormai non è più lui che controlla la rete terroristica. Dicono che ora al-Qaeda è nelle mani del numero due, il medico egiziano Al-Zawahiri, e del numero tre, la Cia». «Vabbé, ma prendere lezioni di libertà da uno così…». «…è come prendere lezioni di storia da Renzo Bossi».
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10 febbraio 2011
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Dal Wisconsin al Nordafrica, passando per l’Europa: rivolta globale contro il neoliberismo

Wisconsin Police Union Announces Solidarity with Occupation of State House

Da: | Creato il: 25/feb/2011

Police Union announces solidarity with students, workers, and Wisconsin residents occupying the State Capitol in Madison. February 24, 2011. Video by Ryan Harvey. Follow-up interview with this officer plus more videos, photos, and updates at http://voiceshakes.wordpress.com. Also see http://www.defendwisconsin.org.

Dal Wisconsin al Nordafrica, passando per l’Europa: rivolta globale contro il neoliberismo

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Protestors continue to occupy the state Capitol in Madison, Wisconsin, February 25, 2011. REUTERS/Darren Hauck

angiepants: Madison, February 27th

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di Valerio Evangelisti

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Sono state largamente ignorate, in Italia, le proteste esplose nel Wisconsin e nell’Ohio, dopo la decisione di due governatori reazionari di falcidiare i pubblici impiegati (dagli insegnanti agli infermieri) e di limitare i loro diritti sindacali. Nel Wisconsin, a fronte di provvedimenti che avrebbero condotto al licenziamento di migliaia di lavoratori, e lasciato il singolo senza uno straccio di contratto collettivo solo e inerme davanti al padrone, una folla ha occupato il Campidoglio di Madison, capitale dello Stato, defenestrando di fatto le autorità elette. Uno dei leader storici della sinistra americana, il reverendo Jesse Jackson, ha infiammato con i suoi discorsi decine di migliaia di persone. In Ohio i sindacati hanno radunato folle equivalenti (per tenersi informati, leggere The Nation o Mother Jones, organi storici della sinistra Usa).
Qui si era distratti da ciò che sta accadendo nell’area mediterranea, con le rivolte ancora inconcluse di Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Algeria, Yemen, Oman ecc. C’è chi le legge come insurrezioni generazionali, chi le lega a Twitter e a Facebook, chi le vede come pure insorgenze democratiche. Dall’ “altra parte”, quella ostile ai moti, a destra c’è chi le interpreta alla luce dell’islamismo radicale; a “sinistra” chi vi scorge tracce di rivoluzioni “arancioni” manovrate dalla CIA, da Obama, da occulti centri di potere (si citano Castro e Chávez, senza considerare che i loro paesi assediati cercano alleati dovunque possono).

Con rarissime eccezioni, nessuno riesce a formulare un’analisi di classe. L’unica che potrebbe tenere insieme, in un medesimo quadro interpretativo, le rivolte del Missouri e dell’Ohio con quelle dell’Africa del Nord; e inoltre unirvi la protesta di massa greca, la ribellione – studentesca ma non solo – in Francia, Italia, Gran Bretagna. E mille altri episodi. Siamo in presenza di un nuovo 1967-68. Una ribellione mondiale contro le imposizioni capitalistiche. Il rischio è che, questa volta, nessuno ci faccia caso. Si sono estinte, o godono di minore fortuna, le grandi analisi. Si ripiega dunque su quelle sempliciste: dal puro democraticismo liberale (la rivolta è contro regimi oppressivi) ai deliri detti “geopolitici” cari sia alla sinistra perbene di Limes che ai rossobruni (strano mix politico tra fascisti e comunisti ultra ortodossi).
Eppure la verità è sotto gli occhi di tutti. Si è affermata, a furia di vittorie non solo teoriche, ma anche militari, una dottrina economica universale, il monetarismo. Colloca in posizione centrale il debito statale, che Keynes giudicava secondario rispetto alla produzione concreta e all’effettiva occupazione. Per rimediare al debito, e alla massa di interessi che genera costantemente, servono risparmi eternamente crescenti. Tagliare qui, tagliare là. Soprattutto nel welfare, che genera inflazione e il debito lo fa aumentare.
Prime vittime: i soggetti più deboli, i giovani e le donne (e i dipendenti pubblici, di norma docili ma troppo compatti). Il terzo soggetto debole, i vecchi: li si trattiene al lavoro per compensare la manodopera espulsa o esclusa. Tutto ciò comporterebbe un rischio nel caso che la forza-lavoro reale o potenziale sia organizzata. Per “fortuna” il potere ha il coltello dalla parte del manico. Sceglie gli interlocutori collettivi a seconda della docilità, esclude gli altri. Cancella, forte del suo dominio anche politico, ogni tipo di contrattazione generale. Vuole avere di fronte un lavoratore capace appena di vergare la sua firma sotto un contratto di arruolamento. Pieno di clausole tutte punitive, ma solo per il firmatario.
Il tutto in nome dell’adesione universale a una teoria economica che è anzitutto ideologica. Definire bisogni e ripartizioni di risorse attiene all’economia, designare beneficiari è compito della politica. Il monetarismo fece la sua scelta, trasformò l’economia politica (scienza in sé approssimativa) in ideologia. In economia al servizio della politica. E’ dall’alto che si sceglie chi castigare e chi premiare. Vittime sono le classi subalterne, da scompaginare e ricomporre (1). Sulla base di una teoria niente affatto scientifica, bensì ispirata a una visione gerarchica della società che farebbe rimpiangere l’antica aristocrazia.
Mettiamo dunque le mani su ogni diritto acquisito. L’istruzione, la cultura, il lavoro assicurato, l’ipotesi di una società grosso modo egualitaria, una qualche pensione facilmente calcolabile. Che non ne resti traccia.

Questo accade nel Wisconsin e accade in Italia. Ma che c’entra l’Africa del Nord? Chiaramente le forme dell’insubordinazione assumono aspetti aderenti alle caratteristiche locali, e tuttavia la matrice unificante è ben visibile, per chi la cerchi con un minimo di perspicacia.
Nel Nord Africa regimi tirannici hanno resistito finché non si sono piegati al liberismo, investiti dal vento occidentale. Da quel momento hanno spalancato le porte al capitale straniero, lasciato la forza lavoro in balia di se stessa (nell’immaginario alimentato ad arte appaiono ancora società semi-rurali, mentre il tasso di industrializzazione è altissimo), favorito processi di privatizzazione e di compartimentazione sociale.
Prendiamo il caso della Libia, tanto caro, per ragioni apparentemente opposte, sia alla democrazia borghese (anti Gheddafi) che alla sinistra che ha smarrito la bussola (pro Gheddafi). Se proprio vogliamo personalizzare, Gheddafi è colui che, per fare uscire la Libia dalla scomoda condizione di “Stato canaglia”, passò all’Inghilterra l’elenco dei militanti dell’IRA che si erano addestrati nel suo territorio; che lasciò, dopo il 2001 e soprattutto dal 2003, libero accesso alle risorse del suo paese a multinazionali e a consorzi di rapina bancaria; che si accordò con l’Italia per fare crepare nel deserto, o tenere provvisoriamente in vita, in sudice galere, i migranti dell’Africa continentale che provavano a raggiungere le coste europee. Valentino Parlato dice ora che il Libretto verde di Gheddafi “va letto”. Giusta esortazione: lo legga lui per primo. Poi dica cosa pensa di ciò che Gheddafi afferma delle donne – in pratica puri contenitori di figli futuri – o del cinema, strumento di corruzione in quanto fa vedere cose non vere (meglio il circo, dice il rais, pur con riserva). Parlato è uno dei tanti esempi di chi blatera di ciò che non conosce.
Ma personalizzare è la via peggiore. La Libia non differisce dalla Tunisia, dall’Egitto ecc. perché è la classe più colpita e penalizzata che si leva in piedi. Non islamisti oltranzisti, non nostalgici di regimi precedenti, non esponenti di minoranze tribali (queste componenti ci sono, ma non riflettono l’intero movimento). Si tratta invece di proletari, in maggioranza giovani o giovanissimi, che non riescono a scorgere un futuro possibile, nell’ambito del quadro economico neoliberista dominante. Il fatto che il regime elargisca elemosine, sotto forma di beni di sussistenza a prezzo politico, non li fa uscire dal binario morto in cui sono parcheggiati.
Vale ad Atene, a Parigi, a Roma, a Lisbona, a Tunisi o nel Wisconsin. Fare caso alle bandiere che agitano non serve a nulla: cercano il primo straccio che capita in mano, purché differente dal vessillo ufficiale. Arrivati a metà del guado, attendono una parola coerente per compiere il passo successivo. Non a caso, Stati Uniti, Unione Europea e Israele sono prodighi di consigli interessati. Arrivano a ventilare, almeno per la Libia, l’ennesimo “intervento umanitario”, per impadronirsi delle risorse altrui. Mandano spie e navi da guerra. Tentano un colpo di mano coloniale al minor prezzo possibile.
E’ difficile capire, al momento, come finirà questa lotta. Nascono forme transitorie di governo, oggetto di altre insurrezioni. Il pagliaccio che si è impadronito dello Stato italiano, dopo avere offerto a Gheddafi 500 fotomodelle per una lezione di Corano, ora chiede che si faccia da parte. Teme la ripetizione di ciò che si è visto. Centinaia di migliaia di persone, in piazza e nelle strade, sono capaci di fare cadere un regime. Funziona, gente, funziona.
CGIL, ti decidi o no a proclamare lo sciopero generale?

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(1) Noterella per capirci. Un operaio disoccupato non è meno “operaio” di quello che lavora in fabbrica. Uno studente senza prospettive non è meno proletario del giovane di quartiere. Un addetto al “lavoro immateriale” (ricerca, cultura, ecc.) opera in un settore industriale divenuto portante in varie zone del mondo. Il capitale rimodella di continuo le classi subalterne, a seconda delle necessità. L’essenziale è che diano plusvalore, diretto o indiretto, e non si riconoscano in un’unica compagine portatrice di rivendicazioni.

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02 marzo 2011

fonte:  http://www.carmillaonline.com/archives/2011/03/003812.html#003812

La grande bugia sulla famiglia

La grande bugia sulla famiglia

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I gay sono il male. La famiglia va tutelata. Ecco perché è tutta una bugia ideologica. Contro le donne e le nascite

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di Gianluigi Melesi e Giuliano Federico

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Quel che sicuramente ci raccontano ogni giorno è che la famiglia è una, è sacra, va difesa. Ci dicono che dobbiamo vergognarci al solo immaginare di poter equiparare una coppia di donne o di uomini a una famiglia. Ci rendono noto in ogni modo, spesso anche con violenza e ferocia intellettuale, che l’adozione di un bimbo da parte di una coppia gay è il male assoluto. Sono sempre pronti a negare qualsiasi apertura ad un’estensione dei diritti per le coppie di fatto. La cosiddetta classe dirigente italiana è schierata pressoché interamente, salve poche eccezioni, a difesa della famiglia eterosessuale come aggregato sociale da tutelare. Come se fare in modo che ci siano più famiglie fosse contrario allo spirito di tutela della famiglia. E infatti ora vedremo che in realtà questi signori tutto fanno, fuorché interessarsi realmente alla famiglia. Soprattutto l’attuale maggioranza parlamentare e il suo Governo.

In tre anni di Governo, il Premier Berlusconi e dietro di lui i ministri Sacconi, Giovanardi e via dicendo non perdono occasione per ribadire che il Governo difende la famiglia, intesa come società fondata sul matrimonio, dalle minacce bibliche dei nemici dei “valori” come conviventi, gay, famiglie allargate, famiglie di fatto.

In realtà sappiamo che in Italia, nonostante negli ultimi 10 anni la maggioranza berlusconiana attuale sia stato al governo otto anni, la spesa sociale per le famiglie è rimasta tra le più basse d’Europa. Al contempo non si può certo dire le infrastrutture dedicate alle famiglie (asili, servizi sociali, assistenza) o alle madri o ai figli siano tra le più avveniristiche. Niente da fare. La famiglia, nei fatti, ai politici interessa poco. Gli studi parlano di una spesa dedicata alla famiglia di un misero 4.4% del PIL contro una media dell’8.5% in Europa. Non lo diciamo noi. Lo sottolinea il documento finale della commissione Affari sociali della Camera, dopo l’indagine conoscitiva sulle condizioni sociali delle famiglie in Italia, realizzata a partire dal giugno 2010.

SCARICA IL PDF DELL’INDAGINE CONOSCITIVA SULLE CONDIZIONI DELLE FAMIGLIE IN ITALIA A CURA DELL’ISTAT PER LA “COMMISSIONE AFFARI SOCIALI” DELLA CAMERA.

Ma per tutelare una cosa bisogno innanzitutto favorirne la presenza e lo sviluppo. E qui arrivano i dolori. Le donne in Italia hanno molte difficoltà a fare carriera. Se ne parla in questi mesi a proposito delle quote rosa che le aziende dovrebbero riservare nei Consigli di Amministrazione , secondo alcuni. C’è poi la questione degli stipendi medi per le donne, nettamente più bassi di quelli degli uomini. Chi è nel mondo del lavoro sa quanto le donne faticano a trovare posti di lavoro, quando sono nell’età in cui potrebbero diventare madri.

Non è difficile però immaginare perché la maternità in Italia sia uno spauracchio per il mondo del lavoro, inteso come datori di lavoro e lavoratori. Ci rimettono tutti. Sarebbe questo il modo di difendere la famiglia? In Italia le aziende hanno il terrore di assumere a tempo indeterminato una donna giovane con il rischio che questa vada in maternità. I costi della maternità sono infatti in parte a carico dell’INPS, ma lo stipendio, i contributi e gli oneri vari sono anche a carico dello stesso datore di lavoro, sia prima della maternità (aspettativa), sia successivamente per un certo numero di mesi. Si tratta di circa il 30% del costo del dipendente.

Un Governo così infervorato in questa lotta per la natalità, la nascita e la tutela della famiglia, potrebbe assumersi l‘iniziativa di accollare alla Previdenza l’intero costo dello stipendio delle donne in maternità e le aziende dovrebbero solo mettere in aspettativa il dipendente senza costi. In questo modo si favorirebbero le maternità e soprattutto le aziende assumerebbero molto più volentieri anche le donne giovani, ottenendo al contempo sgravi fiscali. Chissà se qualcuno in questo Governo di paladini familisti darà mai un segnale in tal senso, anziché sgolarsi in starnazzanti epiteti contro i gay e le famiglie allargate.

Di più. I tanto accorati inviti della lobby cattolica a legiferare a difesa della famiglia si traducono sempre e solo in rantoli ideologici. Se la Chiesa e il Vaticano volessero davvero intervenire a difesa della famiglia, potrebbero suggerire agli –evidentemente- indifferenti politici di intervenire per attribuire allo Stato i costi di una lavoratrice in maternità così da incentivare le assunzioni di giovani donne. Ma se da un lato la famiglia sembra interessare poco i politici, sul versante cattolico essa sembra costituire più che altro un manganello ideologico da brandire in nome di un “dividili e dominali”. Con buona pace della difesa della vita, delle nascite e della famiglia.

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02 marzo 2011

fonte:  http://www.lesbian.tv/articolo/1/14175/La-grande-bugia-sulla-famiglia

AMBIENTE – E tutta Mantova andrà in bici

AMBIENTE

E tutta Mantova andrà in bici

Nel capoluogo lombardo nasce il network del pedale. Trenta piste ciclabili entro il 2012 (oggi ce n’è solo una), e tutte collegate tra loro

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di Paolo Berizzi

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Nell’era muscolare dei Suv, e mentre i cervelloni delle aziende automobilistiche non sanno più cosa inventarsi per tenerci inchiodati al volante, c’è una città che ha deciso di andare a pedali: non per moda snobistica né per necessità (anche se le stradine ciottolate del centro storico – in pratica tutta Mantova – non sono esattamente un paradiso per ciclisti). Semplicemente perché – per dirla alla vecchia – in bicicletta è meglio, consuma meno e fa bene a tutti. “Mantova come una piccola Amsterdam? Diciamo che di acqua intorno ne abbiamo parecchia anche noi – scherza ma neanche troppo l’assessore all’urbanistica Anna Maria De Togni – . Il paragone con Amsterdam fa piacere, adesso vediamo che cosa siamo capaci di fare qui. Abbiamo in mente una città che sia interamente ciclabile e che lo sia in modo sicuro”. La prima cosa che pensi è: se non vanno in bici da queste parti, in una città pianeggiante che attraversi in meno di dieci minuti, se non qui, dove? In effetti i mantovani se c’è da pedalare non si tirano indietro: si stima che in città girino tra le 25 e le 30mila biciclette. Calcolando che gli abitanti sono 48mila, e togliendo una percentuale fisiologica di non utilizzatori (bambini e anziani), in pratica si sfiora una media di una bici per ogni abitante che si muove.

E la città vuole fare sul serio. In nome della qualità dell’aria e della lotta al traffico si sono sotterrate anche le rivalità politiche: a chi si è rivolto il sindaco pdl Nicola Sodano per elaborare un piano per riempire di piste ciclabili il centro e la periferia (progetto sul quale si tareranno sia il piano urbano del traffico sia il piano del governo del territorio)? A un consigliere di opposizione, Sergio Ciliegi, eletto nella lista civica Forum e delegato alla mobilità ciclistica. Il piano, costruito in collaborazione con la Fiab, Amici della bicicletta, è stato appena presentato e Ciliegi parla già di una svolta rivoluzionaria: “Quando il progetto sarà ultimato (prevede tre fasi) Mantova diventerà una città per biciclette. Il centro, le frazioni e i comuni dell’hinterland saranno connessi tra loro e diventeranno una gigantesca rete ciclabile. Sono sicuro che abbatteremo il problema traffico: oltretutto il 90 per cento è traffico “di penetrazione” (gente che abita fuori e entra in città per motivi di lavoro)”.

La città gonzaghiana parte dal basso: oggi di pista ciclabile ce n’è solo una. Ma entro la metà del 2012 saranno una trentina. Tutte collegate tra loro. Una grande ragnatela dove finalmente i ciclisti mantovani non dovranno più fare i conti con sportellate e ciottoli traditori. Con raccordi semicircolari lungo i principali assi di scorrimento. Da piazza Sordello a Diga Masetti, da viale Oslavia a piazza Cavallotti per attraversare la città sarà più comodo lasciare l’auto in garage. E i mantovani si sentiranno un po’ olandesi. “Il biciplan verrà portato a termine entro la metà dell’anno prossimo – promette l’assessore De Togni – poi di concerto con l’assessore alla mobilità (Espedito Rose) moduleremo la realizzazione di interventi edilizi in base a questa nuova organizzazione del trasporto cittadino”.

Dovremo chiamarla Mantovamsterdam? Al netto del fatto che, per tradizione e per conformazione geografica, in pianura padana le città dove si va a pedali sono molte, e tenuto conto del fatto che Mantova non aveva mai sviluppato un vero piano di viabilità ciclistica, guardando al domani viene in mente il caso paradigmatico per eccellenza: lei, Amsterdam. Già 25 anni fa i suoi amministratori avevano pianificato lo sviluppo edilizio della città con qualcosa di più di un occhio di riguardo verso i ciclisti. Il risultato è che da tutto il mondo arrivano ad Amsterdam in bici. E chi non ci ha pensato prima, rimedia appena giunto sul posto. “Mantova è una città particolare – chiosa l’assessore De Togni – . Siamo circondati su tre lati dai laghi. E poi dalla ferrovia. Se riusciremo a far muovere in bici quasi tutti, avremo vinto la nostra scommessa”.

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05 marzo 2011

fonte:  http://viaggi.repubblica.it/articolo/e-tutta-mantova-andr-in-bici/223249/

Scontri a Zawyia, Gheddafi fa sparare con i tank sulla folla: centinaia di morti

Salta deposito d’armi a Bengasi. A Tripoli spari nella caserma del Raìs

Scontri a Zawyia, Gheddafi fa sparare con i tank sulla folla: centinaia di morti

fonte immagine

Contrattacco dei lealisti: i carri armati entrano nel centro cittadino e fanno strage, almeno 200 le vittime

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Rivoltosi a Zawiya (Afp) Rivoltosi a Zawiya (Afp)
MILANO – Non si ferma la guerra civile in Libia. I carri armati degli uomini di Gheddafi fanno fuoco sulla folla a Zawyia: ed è strage. Si parla di almeno 200 morti e di centinaia di feriti. Le forze fedeli al leader libico Muammar Gheddafi hanno sferrato un nuovo attacco contro di Zawiya, con bombardamenti di carri armati sulla piazza centrale della città occidentale libica. Lo hanno riferito abitanti. «L’attacco è cominciato. Vedo più di 20 carri armati» ha detto per telefono alla Reuters un residente. In sottofondo si udiva il rumore di sparatorie. Un altro abitante ha confermato l’attacco, affermando che le forze pro-Gheddafi stanno usando «carri armati e mortai».
Dopo aver aperto il fuoco sulle abitazioni, i carri armati delle forze lealiste che hanno invaso le strade di Zawiyah avrebbero preso a «bombardare una moschea con centinaia di civili che avevano cercato rifugio all’interno»: lo ha denunciato Abu Aqeel, un abitante della strategica cittadina, situata appena 40 chilometri a ovest di Tripoli.
D iversi testimoni oculari hanno confermato all’inviato speciale di Al Jazeera, che i militari governativi e i mercenari loro alleati hanno giustiziato in pubblico parecchi feriti, il cui numero sembra ormai incalcolabile, comunque almeno nell’ordine delle centinaia.

IL TESTIMONE – Un altro testimone, sempre residente a Zawiya, contattato al telefono da Al Jazeera, ha raccontato con tono concitato che «ci sono pesanti bombardamenti sulla città con carri armati, armi pesanti e mortai mentre i ribelli stanno cercando di resistere con mezzi di fortuna. Loro (le forze fedeli al regime) non hanno pietà e sono estremamente brutali. Cioè un gran numero di feriti e un sacco di gente ammazzata nelle strade». Il testimone dice che «non c’è pietà nei confronti dei civili». L’inviato di Al Jazeera International ad a Zawiya, Tony Birtley, scrive sul live blog dell’emittente qatariota che la città «è nelle mani delle forze di Gheddafi, ma, apprendiamo, i combattimenti continuano». Un blogger riferisce di almeno sei carri armati che trasportavano quelli che vengono descritti come «mercenari» di Gheddafi sono stati dati alle fiamme.

QUARTIER GENERALE – A Tripoli invece una violenta sparatoria è stata sentita venerdì provenire dall’interno della caserma di Bab al-Aziziya, considerata il quartier generale di Muammar Gheddafi e della sua famiglia. Lo riporta il quotidiano arabo al-Sharq al-Awsat. La sparatoria è durata una ventina di minuti ed è stata molto intensa. Fonti locali sostengono che al conflitto a fuoco hanno preso parte alcuni miliziani africani che hanno ottenuto la cittadinanza libica. Tre ufficiali libici sarebbero morti. Al momento non si conosce l’identitá delle vittime della sparatoria, ma da venerdì non si hanno più notizie del generale Abdullah al-Senoussi, capo dei servizi segreti militari, che potrebbe essere stato ucciso nella sparatoria.

DEPOSITO ARMI – A Bengasi è di almeno 32 morti, forse 34, il bilancio ancora provvisorio della duplice esplosione chevenerdì sera ha distrutto il deposito di armi presso la base militare di Rajma, alle periferia di Bengasi, uno dei più grandi della Cirenaica. Lo hanno riferito fonti ospedaliere, secondo cui «ci sono ancora problemi nello stabilire il numero esatto delle vittime, perché molti corpi sono stati fatti a pezzi» dal susseguirsi delle onde d’urto. La zona si trova nelle mani degli insorti, e in un primo momento era stato ipotizzato un bombardamento del deposito da parte delle forze fedeli al Gheddafi. «Non siamo tuttora sicuri se si sia trattato di un atto di sabotaggio, di un incidente fortuito oppure di un raid dell’aviazione, ma nessuno ha visto aerei», ha dichiarato Mustafa Gheriani, portavoce del Consiglio Nazionale Libico istituito dai rivoltosi, che oggi ha tenuto la sua prima riunione in un luogo segreto. «Non ci aspettiamo di trovare cadaveri rimasti intatti all’interno», ha proseguito Gheriani. «Abbiamo valutato che nel complesso ci fossero quaranta persone». Le deflagrazioni, ha aggiunto, «hanno devastato un’ampia zona e colpito anche i quartieri residenziali».

L’OPPOSIZIONE – L’opposizione libica, che oggi ha ufficializzato la formazione del consiglio nazionale dei ribelli, «solo rappresentante» della Libia, è impegnata contro le forze di Muammar Gheddafi anche su altri fronti: nei centri petroliferi di Brega, Ajdabiya e Ras Lanuf. Al 18esimo giorno di sommossa, i rivoltosi continuano ad avanzare lungo la costa, con l’intento di «andare avanti poco a poco nella loro direzione per spingerli ad arretrare». I rivoltosi hanno annunciato di aver preso il controllo di Ras Lanuf, situata a oltre 300 chilometri a sud-ovest di Bengasi, dopo violenti scontro con le forze di Gheddafi. Tripoli ha immediatamente smentito. Una fonte ospedaliera ha riferito di «numerosi morti e feriti». Ras Lanuf è un porto petrolifero di importanza strategica, situato a un centinaio di chilometri da Sirte, città natale e roccaforte di Gheddafi.
I ribelli che continuano ad avanzare verso la città libica di Sirte hanno abbattuto anche due elicotteri militari a circa 40 chilometri dalla città considerata come la roccaforte di Muammar Gheddafi. Secondo quanto riferisce l’inviato dalla tv araba Al-Jazeera, il primo elicottero è stato abbattuto nella zona di Ras Lanuf, conquistata ieri dai ribelli, e il secondo nella zona di Bani Jawad, sempre nel golfo di Sirte.

ONU – Intanto il governo di Muammar Gheddafi ha chiesto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di sospendere le sanzioni imposte contro la Libia una settimana fa, insistendo sul fatto che «nessuna opposizione è stata sollevata contro i manifestanti pacifici e disarmati». In una lettera firmata del ministro degli Esteri della Libia, Musa Mohammad Kusa, e indirizzata all’ambasciatore cinese Li Baodong, il cui Paese detiene la presidenza mensile a rotazione, si dice che il governo libico «si rammarica» per la decisione unanime del Consiglio di imporre l’embargo delle armi contro il Paese, il congelamento dei beni e il divieto di viaggiare per Gheddafi e la sua famiglia. Secondo quanto riportato nella lettera, il voto del 26 febbraio è stato preso «prematuramente per condannare e penalizzare la Jamahiriya araba libica quando la situazione non richiede un intervento» secondo la carta delle Nazioni Unite. E continua, dicendo che la forza è stata usata solo contro «i trasgressori che hanno incluso elementi estremisti» intraprendendo «atti di distruzione e terrorismo».

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Redazione online
05 marzo 2011

fonte: http://www.corriere.it/esteri/11_marzo_05/libia-scontri-onu_3050074a-46fb-11e0-b6b9-265b0f3bef10.shtml?fr=box_primopiano

”Salviamo il maiale”. Ovvero: Il pasto è nudo

Il pasto è nudo

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di Alessandra Daniele

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Redattori.jpg– Continuiamo a smerdare l’unità d’Italia? – Chiede il caporedattore. Il vicedirettore annuisce.
– Sì, la Lega ci tiene. Domani in prima pagina accusiamo gli irredentisti anti austriaci d’essere stati fiancheggiatori del terrorista Cesare Battisti.
– Ma era un altro…
– Non ha nessuna importanza se ha cambiato vita da trent’anni, resta sempre un terrorista.
Il caporedattore accenna a controbattere. Poi rinuncia.
– Come vuoi, prima pagina. Li chiamiamo ”I bisnonni delle Brigate Rosse”.
Il direttore responsabile arriva trafelato, il cranio lucido, gli occhi infossati.
– Smontate tutto – crolla sulla poltrona, persino più pallido del solito – il capo m’ha appena avvertito, lo hanno beccato di nuovo. Nelle prossime ore la notizia dilagherà. Domani dobbiamo assolutamente partire con una nuova campagna giustificazionista.
Il caporedattore sbuffa.
– Stiamo ancora finendo quella per le orgie con le puttane minorenni, che altro ha combinato? Di che cosa lo dobbiamo giustificare stavolta?
– Cannibalismo.
– Cristo…
Il direttore annuisce.
– Ecco, Cristo è un buon argomento: ”anche i cattolici mangiano il corpo di Cristo, perciò non facciano tanto gli scandalizzati.”

– Ma non è la stessa cosa – obietta il caporedattore, perplesso – cioè, la trans…la transistorizz…
– Bell’idea! – Lo interrompe il direttore, serio – Spostiamo il dibattito sulla transustanziazione, così nessuno ci capisce più un cazzo. Bella manovra, ubriacante. Ma non basta.
– Aggiungiamo la solita litania benaltrista: ”che si occupino dei veri problemi del paese, invece che della dieta del premier…”
– E la difesa della privacy: ”a casa propria ognuno mangia quello che gli pare”.
– Andiamo sul classico – propone il vicedirettore – ”i comunisti hanno mangiato milioni di bambini”.
– Perfetto! – Il direttore annuisce – Ordiniamo una vignetta coi venti semileader dell’opposizione che sbranano neonati, e titoliamo: ”ecco i veri cannibali”.
– ”Che adesso vogliono mangiarsi il premier”.
Tutti prendono appunti.
– Chiamiamoli i ”cannibal chic”, che si abbuffano delle classiche salamelle affumicate nei loro salotti.
– Affumicate nei salotti?…
– Certo.
– Ma le salamelle classiche sono di maiale – obietta il caporedattore.
– Questo è peggio del cannibalismo – precisa il direttore – Falsi ecologisti che macellano poveri maialini indifesi. Invece il pasto del premier era adulto e consenziente.
– Lo era?
Il direttore si aggiusta sulla poltrona.
– Diciamo di sì.
– Ci serve una foto molto carina di Babe Maialino Coraggioso – suggerisce il vicedirettore – La pubblichiamo accanto a quella di un essere umano orrendo, col titolo: ”chi preferireste macellare?”
– Geniale! – Il direttore esulta – Ci vuole un tizio ampiamente riconosciuto da tutti come un mostro…
– Cesare Battisti.
– Perfetto. Da una parte Babe, col suo dolce musetto, dall’altra il pluriterrorista Battisti. E il titolo: ”chi vorreste macellare?”
– Gesù o Barabba?… – Dice il caporedattore, tra se.
– Eh?
– Niente, pensavo a un vecchio sondaggio. Creo il file della nuova campagna, come lo chiamo?
– ”Salviamo il maiale” – ridacchia il vicedirettore.
– E’ il nostro lavoro.

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21 febbraio 2011

fonte:  http://www.carmillaonline.com/archives/2011/02/003800.html

MEMORIE DI UN FUORI DI ‘TESTA’ – Luglio 1978: esplode la protesta degli stagionali. Quando Lotta Continua e Democrazia Proletaria guidarono la campagna estiva contro gli “agrari”

MEMORIE DI UN FUORI DI ‘TESTA’

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Compagni di Democrazia Proletaria – fonte immagine

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Interessante articoletto di tal Giampaolo Testa, che da buon revisore storico dice solo le cose come gli conviene che appaiano. Un fuori ‘di Testa? Beh, neanche tanto, visto come il revisionismo è di moda. Certo, è vero che in quell’estate del ’78 vi fu un riversarsi di sudenti universitari che da Torino e da molte altre parti d’Italia venivano per cercare lavoro, e lo trovavano, nelle campagne per la raccolta della frutta, in primis pesche. Ci venivano, pacificamente, perché sapevano di trovare lavoro e guadagnare un gruzzoletto che faceva, allora come oggi, sempre comodo a un ragazzo o ad una ragazza che doveva affrontare gli studi con pochi mezzi.

Ci venivano, dicevo. Ma avrei dovuto dire ci ‘tornavano’ perché era ormai da anni che i contadini, meglio: gli imprenditori agrari, impiegavano manovalanza reperita in ogni modo e senza badare alla provenienza per la raccolta della frutta. Certo, Lotta Continua con quel ‘fantomatico’ appello, come lo chiama il Testa, aveva contribuito a far conoscere l’opportunità di guadagno a molti compagni, ma altrettanto aveva fatto il passaparola. Erano anni prosperi per il ‘saluzzese’, dacché i contadini avevano scoperto la ‘coltivazione intensiva’, con tutti i pregi e i difetti che questa comporta. E non pagavano neppure male. Cioè, avevano una strana abitudine: quella di pagare in base ai ‘meriti’ (se raccoglievi ‘bene’ e in quantità) differenziando di molto le paghe. Eh si, perché io c’ero in quell’estate del ’78, a raccogliere frutta come tanti altri. Avevo trovato lavoro perché ero pratico di quelle campagne, e perché, ormai da anni, la mia estate al mare la facevo tra i filari dei pescheti. Non mi lamento, mi piaceva pure. Ho mangiato le pesche migliori della mia vita, calde, enormi, grondanti succo che sapeva di sole.. Ero un caso atipico, ricordo. Vigeva la regola del silenzio, allora. Dovevi lavorare, dall’alba al tramonto, senza mai lasciarti andare ad inutili conversazioni col vicino (fino a quell’anno raccoglievamo in coppia attaccati ad una sola pianta, con un cesto di vimini munito di gancio e una scala a treppiede, dalla quale bisognava essere bravi a non cadere); io ero l’eccezione nel mio gruppo (una cinquantina di persone), perché non solo parlavo col vicino ma, appunto, mi facevo scorpacciate di frutta. Posso dire con orgoglio che chi era in coppia con me era sempre in testa alle fila raccogliendo bene e in abbondanza: difatti quell’estate, la mia ultima da ‘campagnolo’, sono stato pagato qualcosa come 5.000 lire l’ora. Avete capito bene. Erano tanti soldi, anche rapportati a oggi.

Però queste paghe venivano stabilite a insindacabile giudizio del ‘padrone’. Con me c’era la mia ragazza di allora, universitaria a Urbino, che era arrivata con il grosso degli studenti e che io avevo conosciuto, perché entrambi ospiti, a casa di un ragazzo dal cuore generoso che mi piacerebbe reincontrare.. Lei la chiameremo Lucia, per comodità; ebbene, Lucia, che io avevo ‘raccomandato’ e  fatto assumere, e quindi lavorava nella mia squadra (ma mai con me), ci rimase male quando si trattò di essere pagata perché a lei diedero 3.500 lire all’ora. I padroni sapevano che era la mia ragazza ma l’hanno pagata in base al ‘rendimento’.

Qualcuno dirà: giusto, più lavori più guadagni. Bene, non ci vedo nulla di male, in linea di principio. Il problema era che, si, ci pagavano ma quanto a contributi non se ne parlava proprio. Per esempio: normalmente io mi facevo tutta la stagione (anche due mesi con pere e mele) e di marchette mi mettevano una sola settimana. Usava così, in campagna. E non è che tu non potevi saperlo, te lo dicevano chiaro da subito: o così o aria ragazzo.

Allora che fare?

Quell’anno i compagni di Democrazia Proletaria (tra cui io) tentarono di organizzare gli studenti-operai per convincere i padroni a pagare secondo le regole stabilite dai contratti di lavoro. E non è vero che fu un ‘riversarsi in massa’ sottintendendo una folla di esagitati con la voglia di spaccare tutto. Chi veniva da fuori ci veniva essenzialmente per lavorare, e ci veniva non perché spinti dalla propaganda comunista ma perché, effettivamente, il lavoro c’era, eccome, e la campagna del saluzzese era affamata di manodopera, come tutte le estati. Solo che quell’anno fu diverso: i contadini si trovarono a doversi confrontare con una manovalanza finalmente organizzata e che reclamava, giustamente, i suoi diritti. Ovviamente, i contadini non se ne davano per inteso. Loro, dentro di se, hanno sempre considerato i contributi e le tasse come soldi rubati alle loro tasche. Tu lavori e io ti pago. Punto. Tutto il resto non interessava.

Certo, ogni tanto avveniva che degli ispettori del lavoro facessero un blitz a sorpresa. Ricordo un episodio dell’anno prima, il ’77, che mi fa ancora un pò ridere (oltre che mettermi rabbia addosso). Avvenne che degli ispettori si aggiravano per la campagna, il tam tam, funzionante come ovunque, mise sull’avviso i contadini che ci facerono disperdere per i campi.. proprio come oggi con gli immigrati in Puglia. Questa la rabbia. Il divertimento sta nel fatto che con me lavorava un nero come la pece, universitario a Torino, che parlava un torinese così stretto che nemmeno un nativo. Bastava che aprisse bocca (era molto spiritoso) e noi giù a sganasciarci.

Ma torniamo a fuori di ‘Testa’. Io non lo conosco, e non so quanti anni abbia (ma giurerei che all’epoca dei fatti manco era nato), ma il suo ‘ricordo’ difetta alquanto. Quell’estate è stata un’estate di lotta giusta. Erano gli anni che i contadini si arricchivano parecchio, grazie ai regali del Governo, sensibile alle pressioni della Coldiretti (non dimentichiamo che la provincia di Cuneo è sempre stata ‘bianca’), tutti, o quasi, nella zona esibivano Mercedes e pellicce della moglie. L’improvviso trovarsi di fronte a masse di giovani che reclamavano quello che gli spettava gli ha fatto andare il sangue agli occhi. E’ iniziato un braccio di ferro tra gli studenti organizzati e il padronato: da una parte ci si rifutava, giustamente, di dover lavorare senza diritti e tutele, dall’altra non si voleva abbandonare la mentalità da ‘padrone delle ferriere’. Il risultato fu che, a fronte delle richieste insindacabili della manovalanza e con la necessità di dover procedere alla raccolta in ogni modo, i padroni, a mezzo di loschi figuri di provenienza fascista, contattarono dei capi-bastone meridionali che fecero venire su una banda di disgraziati in cerca di lavoro, più affamati di noi. Ci furono manifestazioni di protesta, com’è ovvio, e qualche tensione di troppo.

La solita vecchia storia torna oggi col discorso ‘dobbiamo rivedere la legge sugli stagionali’. Però ci vorrebbe un pò più di onestà. Forse il Testa non c’era, ma io c’ero quando ci fecero mettere le pesche danneggiate dalla grandine sotto filari di piante che non ne erano state colpite.. “Vede ispettore, la nostra è una vita grama, tutto il nostro lavoro andato in fumo..”

Mauro Salvi

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Luglio 1978: esplode la protesta degli stagionali. Quando Lotta Continua e Democrazia Proletaria guidarono la campagna estiva contro gli “agrari”

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1200 GIOVANI, PER LO PIU’ UNIVERSITARI, SI RIVERSARONO A SALUZZO E LAGNASCO PER LA RACCOLTA DELLE PESCHE. OGGI GLI EXTRACOMUNITARI
GIAMPAOLO TESTA – Trentadue anni dopo la questione si ripresenta con protagonisti diversi (gli stagionali extracomunitari), ma ancora sempre di stringente attualità. Era il luglio del 1978, quando oltre 1200 giovani si riversarono a Lagnasco e Saluzzo.
Era stati richiamati da una campagna montata ad arte da alcune associazioni di estrema sinistra riunite nelle Università sotto la generica etichetta di “Comitato di lotta”. 

Era stato il quotidiano “Lotta Continua” a pubblicare sulle sue colonne – il 5 maggio di quell’anno – il comunicato di un fantomatico collettivo studentesco nel quale si lasciava intendere che nelle campagne saluzzesi c’era lavoro ad oltranza nella raccolta delle pesche.

Il comitato aveva lanciato la sua iniziativa propagandistica su tutto il territorio nazionale e soprattutto nelle università dove più facile era far presa su giovani senza lavoro e senza quattrini.

Le promesse erano allettanti: si parlava di stipendi da favola (molto superiori alla realtà) e le adesioni – come faceva notare Mario Banchio sul Corriere di Saluzzo di quell’anno – arrivarono a valanga.

Lotta Continua e Democrazia Proletaria – due gruppi di estrema sinistra che in quegli anni la facevano da padroni nel mondo universitario – spiegarono ai loro adepti che l’unico problema era esigere dagli “agrari” della campagna cuneese la rigida applicazione dei contratti di lavoro.

In una stagione in cui tutto era riconducibile alla politica e la richiesta dei diritti tendeva a prevaricare quella dei doveri, molti si sentirono attratti da questa vacanza-lavoro che prometteva lauti guadagni.

Saluzzo e Lagnasco vennero invase da una marea di ragazzi e ragazze, animati più dallo spirito di contestazione che caratterizzava quegli anni che non – almeno da parte di alcuni – da una seria volontà di rimboccarsi le mani.

Vennero allestite due tendopoli, una a Saluzzo in piazza d’Armi nel campo sportivo W. Burgo e l’altra in via Grangia a Lagnasco.

La situazione divenne ben presto incandescente.

Il sindaco, Franco Lovera, fu costretto – a seguito dell’ispezione dell’ufficiale sanitario – a disporre la chiusura del campo per motivi igienico-sanitari.

La protesta esplose con cortei per le vie della città fino ad arrivare all’occupazione dei Municipi delle due città.

I giovani – in nome della lotta al lavoro nero e del rispetto dei contratti stagionali – non volevamo sentire ragione: volevano tutto e subito.

I rappresentati delle istituzioni, sia il sindaco di Saluzzo che quello di Lagnasco, Giovanni Battista Franco, e le organizzazioni sindacali si adoperarono per impedire che la situazione degenerasse.

Anche i rappresentati della Coldiretti, Natale Carlotto, allora parlamentare al suo primo mandato, Emilio Lombardi, segretario di zona, e Carlo Lingua, rappresentante dei giovani agricoltori, cercarono una mediazione insieme al vicesindaco Antonio Battisti e all’assessore all’Agricoltura Piero Quaglia.

Ci si accorse ben presto che la protesta non era tanto motivata dalla ricerca di un lavoro stagionale (o almeno non solo), quanto piuttosto dal perseguimento di un obbiettivo politico che Lotta Continua e Democrazia Proletaria avevano lanciato con intenti squisitamente provocatori, senza preoccuparsi di giocare sulla pelle di tanti ragazzi incolpevoli, o per lo meno ingenui.

Ma – al di là di questi aspetti che bisogna pur ricondurre storicamente a quei difficili anni che precedettero la “Notte della Repubblica” – il problema che emerse in tutta la sua complessità era quello della legge sul collocamento.

Se essa funzionava in altri settori – si dovette prendere atto – nel campo della frutta, così com’era stata prevista, provocava più guai che benefici.

“La legge va rivista e possibilmente migliorata. Altrimenti – questa fu la conclusione da tutti condivisa – il problema degli stagionali tornerà più grave l’anno prossimo”.

Facile profezia.

Giampaolo Testa

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fonte:  http://www.cuneocronaca.it/news.asp?id=29854&typenews=primapagina

MILANO – Sette rapine in meno di quarantotto ore arrestata ex manager, disoccupata, madre di due figli

Sette rapine in meno di quarantotto ore
arrestata ex manager madre di due figli

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Disoccupata, 40 anni, ha messo a segni i colpi in negozi di Sesto San Giovanni al cui interno erano presenti soltanto donne. Bottino: 3.000 euro. Adesso è rinchiusa nel carcere di Monza

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Una donna di circa quarant’anni, madre di due figli, un passato da manager, oggi disoccupata e incensurata, arrestata per aver commesso sette rapine in meno di 48 ore in negozi del centro di Sesto San Giovanni. A raccontare il fatto è il quotidiano online sestonotizie.it. L’operazione della polizia sotto il coordinamento del vicequestore cittadino Paola Morsiani, ha portato all’arresto di una donna accusata di essere colpevole di una serie di rapine nei negozi di Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, tra giovedì e venerdì scorsi.

Armata di coltello da subacqueo e munita di bicicletta, la donna ha rapinato profumerie, mercerie, erboristeria e negozi di generi femminili al cui interno erano presenti solo donne. Secondo le prime informazioni raccolte dagli agenti del commissariato la donna, che durante le rapine ha racimolato un bottino da circa 3.000 euro, si è giustificata dicendo di essere una ex manager disoccupata e disperata per non riuscire neppure a pagare più l’affitto. Ora la quarantenne, che vive in uno stabile del centro di Sesto San Giovanni, è stata portata al carcere di Monza con l’accusa di rapina aggravata.

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05 marzo 2011

fonte:  http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/03/05/news/sette_rapine_in_meno_di_quarantotto_ore_arrestata_ex_manager_madre_di_due_figli-13223189/?rss

SARDEGNA – La necropoli salvata dal cemento: accolto il ricorso, restano i vincoli / VIDEO: E a dir di Tuvixeddu

E a dir di Tuvixeddu

Da: | Creato il: 28/set/2008

Apertura della mostra “E a dir di Tuvixeddu” presso il Museo Archeologico di Cagliari – Realizzazione Giorgio Ghiglieri per http://www.isardi.net –  http://t2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTqZRtT4T0ICH8Jd5BAEe53f8fRzC7t0ds8b-oUIz1wuP37ZVKMqQ Artista: Vangelis

La necropoli salvata dal cemento
accolto il ricorso, restano i vincoli

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Il Consiglio di Stato ha accolto l’istanza della Regione Sardegna e di Italia Nostra confermando ciò che l’allora governatore Soru impose su cinquanta ettari punteggiati da migliaia di sepolture scavate dal VI secolo a. C. a Tuvixeddu, nel cuore di Cagliari. Annullata sentenza del Tar e quindi l’accordo per edificare nell’area un quartiere di lusso

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di FRANCESCO ERBANI

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La necropoli salvata dal cemento accolto il ricorso, restano i vincoli

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SULLA NECROPOLI cagliaritana di Tuvixeddu, con le tombe risalenti all’età punica, non calerà il cemento. Il Consiglio di Stato ha emesso una sentenza che dovrebbe chiudere una delle vicende più tormentate nella storia recente della tutela in Italia, fissando una serie di principi che potrebbero valere in altre circostanze. La sesta sezione (presidente Giuseppe Severini) ha accolto il ricorso della Regione Sardegna e di Italia Nostra e ha confermato i vincoli che l’allora governatore Renato Soru impose su cinquanta ettari punteggiati da migliaia di sepolture scavate dal VI secolo a. C., quando l’isola fu conquistata dai cartaginesi. È stata così annullata la sentenza del Tar che tre anni fa aveva confermato 1 un accordo fra il Comune e il gruppo Coimpresa per edificare nell’area fra Tuvixeddu e il colle di Tuvumannu 260 mila metri cubi di edifici: un quartiere di lusso con vista su un paesaggio pregiatissimo.

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I giudici hanno sposato integralmente le tesi sostenute da Soru e dal direttore regionale dei beni culturali Elio Garzillo, in pensione da un anno. Hanno dato rilievo al fatto che dopo l’accordo fra il Comune e i costruttori erano state rinvenute altre tombe e che dunque era necessario estendere l’area sottoposta a vincolo. Secondo i giudici vanno sottoposti a tutela i beni archeologici, ma anche il contesto paesaggistico in cui questi sono inseriti: “Cura dell’interesse pubblico paesaggistico”, si legge nella sentenza, “concerne la forma circostante, non le strette cose infisse o rinvenibili nel terreno con futuri scavi”.

Ma c’è un altro punto di interesse generale nella sentenza. È il passaggio nel quale si sostiene che se il paesaggio è già gravemente manipolato, non è una buona ragione per scempiarlo ulteriormente. Questo argomento viene spesso sventolato da chi propone di costruire in zone di pregio, ma occupate da altri edifici o da stabilimenti industriali. Al contrario, scrivono i giudici, se un paesaggio ha perso la propria integrità questo è un motivo in più per attivare forme maggiormente rigorose di tutela.

L’area di Tuvixeddu è nel cuore di Cagliari, è un colle che sorge di fronte allo stagno di Santa Gilla. Da anni è sottoposta a molte forme di violenza e di degrado. Tante tombe sono ridotte a discarica e il luogo in cui c’è il maggior numero di sepolture è invisibile dalla strada, oscurato da una cortina di edifici alti sei piani. Per la tutela della necropoli si battono da anni personalità della cultura e della politica. Lunghi servizi sono comparsi sul Times e sulla Süddeutsche Zeitung. Ora la sentenza del Consiglio di Stato mette una parola forse definitiva su questa travagliata storia.

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05 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2011/03/05/news/necropoli_sardegna-13224033/?rss

CASO FINI – L’incredibile balla di ‘Libero’

L’incredibile balla di ‘Libero’

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La bugia ha avuto un effetto bomba, guarda caso nei giorni più caldi del Rubygate. E fu pompata in prima pagina con il titolo gigantesco ‘Fini è fallito’. Ovviamente senza nessuna verifica

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di Marco Travaglio

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Il 27 dicembre 2010 è una data che resterà negli annali del giornalismo. Quel giorno “Libero” esce con un sobrio titolo a tutta prima pagina: “Fini è fallito”. Segue editoriale del direttore Maurizio Belpietro: «Girano strane storie a proposito di Fini. Non so se abbiano fondamento, se si tratti di invenzioni o peggio di trappole per trarci in inganno. Se ho deciso di riferirle è perché alcune persone di cui ho accertato identità e professione si sono rivolte a me assicurandomi la veridicità di quanto raccontato… Toccherà ad altri accertare i fatti». I “fatti”, come li chiama lui, sarebbero due. Primo: «Ad Andria c’è chi vorrebbe colpire Fini in una delle sue prossime visite e per questo si sarebbe rivolto a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200 mila euro» con «l’impegno di far ricadere la colpa sul presidente del Consiglio… L’operazione punterebbe al ferimento di Fini… in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l’esito».

Il lettore immagina che Belpietro abbia svolto qualche verifica, prima di sbattere in prima pagina una notizia tanto grave. Invece no: «Vero? Falso? Non lo so. Chi mi ha spifferato il piano non pareva matto… in cambio dell’informazione non mi ha chiesto nulla, se non di liberarsi la coscienza». Nel codice deontologico belpietresco, basta che uno non sembri matto e non chieda soldi, e tutto quel che racconta va in prima pagina. Secondo “fatto”: una prostituta emiliana, ovviamente sana di mente e senza scopo di lucro, gli ha raccontato «con una serie di particolari piccanti» di avere svolto «prestazioni» per «un tizio uguale in tutto e per tutto a Fini… in cambio di 100 mila euro in contanti». Anche qui il watchdog bresciano dà una lezione di giornalismo investigativo: «Mitomane? Ricattatrice? Altro? Boh! Perché mi sono deciso a scrivere delle due vicende? Perché se sono vere c’è di che preoccuparsi… Se invece è tutto falso, attentato e puttana, c’è da domandarsi perché le storie spuntano in prossimità dello scontro finale tra Fini e il capo del governo». Belpietro è «pronto ad aggiungere qualche altro particolare al magistrato». Infatti le Procure di Milano, Bari e Roma aprono tre inchieste. Fini querela “Libero” e dimostra di non avere in agenda visite ad Andria per il prossimo mezzo secolo. Belpietro finge stupore: «Ho fatto uno scoop, non potevo andare dal magistrato sennò mi leggevo la notizia su qualche altro giornale. Ma ho fatto un piacere a Fini, dovrebbe ringraziarmi».

E ribatte alle critiche dei finiani sparando altri titoloni roboanti: «Invece di ringraziarci i falliti ci attaccano», «I falliti ci vogliono uccidere», «L’armata rossa dei giornalisti finiani spara su Belpietro». Per qualche giorno stampa e tv non parlano d’altro, proprio mentre stanno per chiudersi le indagini su due faccende piuttosto imbarazzanti per Belpietro e Berlusconi: il caso Ruby e il misterioso attentato che il caposcorta del direttore di “Libero” dice di avere sventato. Interrogato a Milano, il giornalista che doveva dire tutto ai pm tace il nome della fonte pugliese, che comunque viene identificata: è un imprenditore di Andria che vota centrodestra. Quanto alla escort, diventa una celebrità, rilascia interviste, millanta tre incontri a pagamento con Fini, ma non porta alcuna prova. Si scopre pure che un tizio ha chiamato il portavoce di Fini per minacciare l’uscita di video compromettenti e offrirsi per levarli dal mercato. Peccato che sia tutto falso: i due vengono indagati per estorsione e la squillo anche per diffamazione. Pure l’attentato a Fini si rivela una patacca: l’imprenditore pugliese confessa che se l’è inventato lui per dimostrare com’è facile rifilare bufale a certi giornali. Missione compiuta. Peccato che sia un reato: almeno per il pm Armando Spataro, che chiede di condannare lui e il direttore di “Libero” con decreto penale per procurato allarme e trasmette gli atti all’Ordine dei giornalisti per valutare la deontologia di Belpietro. Che però è in una botte di ferro: il suo informatore era non solo sano di mente, ma affidabilissimo. Infatti, per spacciare la patacca a botta sicura, si era rivolto proprio a lui

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04 marzo 2011

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/lincredibile-balla-di-libero/2145964