Archivio | marzo 6, 2011

8 marzo, le donne ‘si riprendono’ l’Italia

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8 marzo, le donne ‘si riprendono’ l’Italia

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Donne, manifestazione Cagliari
Donne, manifestazione a Cagliari
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Che cosa succede quando l’anniversario dell’Unità d’Italia incontra le donne? Che cosa succede quando le donne decidono di riprendersi il Risorgimento, di scendere in piazza e dire ‘la rimettiamo al mondo noi l’Italia’?

Succede che 150 anni di storia si ritrovano in un giorno, che non è il 17 marzo, nascita dell’Italia unita, ma l’8 marzo, data simbolo che quest’anno per molte sarà il proseguimento di quel ‘Se non ora quando’ che il 13 febbraio scorso ha visto la piazza riempirsi di un milione di donne (e di uomini) in tante città italiane. Succede che 150 anni di narrazioni sul ruolo delle donne nella vita del Paese diventano autonarrazione delle donne sul loro ruolo nella società italiana.

Con un compito, che è anche l’appello della manifestazione: ‘Rimettiamo al mondo l’Italia’. Già, perchè non è la prima volta. Del resto si dice madrepatria, la parola nazione si declina al femminile, Italia è un nome di donna.

Perchè? Da dove viene e dove conduce una identificazione così forte? Certo è che non sono state le donne a sceglierla, così come non sono loro a decidere oggi di raccontarsi come spesso fanno i mezzi di comunicazione. Maria Serena Sapegno, Nadia Urbinati, Ida Dominijanni e Olivia Guaraldo spiegano all’agenzia di stampa Dire (i loro interventi su www.dire.it) che cosa c’è dietro l’immaginario italiano del genere femminile e che cosa vuol dire (nel bene e nel male) scendere in piazza martedì prossimo per riprendersi il Risorgimento e rimettere al mondo l’Italia.

«Dire ‘rimettiamo al mondo l’Italia’– spiega Sapegno, professoressa di Letteratura italiana all’università di Roma La Sapienza e membro del comitato ‘Se non ora quando?’- è un fatto simbolico, perché bisogna proprio cambiarla l’Italia, e devono cambiarla le donne. Serve una nascita simbolica di un’altra Italia. Vuol dire questo, non ‘siamo tutte madri’».

Ci tiene a precisarlo, perché il dibattito sulla manifestazione (così come su quella del 13 febbraio) aperto all’interno al femminismo è tutto su questo. «Non vuol dire siamo di nuovo costrette in quel ruolo – precisa – ma che l’Italia ha bisogno che anche le donne la producano, perchè fino ad ora non è stato così».
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Historic march in Tehran, Iran on International Women’s Day, March 8, 1979 – fonte immagine

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E poi c’è «questo gioco verbale sul mondo: a causa di questa cultura orrenda tutto il mondo ride di noi. Ma se le donne possono raccontarla in un modo diverso, allora l’Italia si riapre al mondo. Oggi, dopo 150 anni, la rifacciamo noi, perchè c’è bisogno di una nazione più giusta e più egualitaria per tutti».

‘Se non ora quando?’: è d’accordo Olivia Guaraldo, professore aggregato di Filosofia politica all’università di Verona e coautrice di ‘Filosofia di Berlusconi’, «perché se c’è un momento in cui bisogna scendere in piazza è proprio questo, anche se i toni usati per convocare la manifestazione del 13 febbraio erano troppo tradizionali. Dire ‘la dignità delle donne è la dignità della nazione’ significa mettere in campo un’equivalenza che può essere strumentale, perché le donne vengono prese e usate quando c’è bisogno di rafforzare la nazione».

Per quanto riguarda l’8 marzo, Guaraldo spiega che «il Risorgimento evocato oggi potrebbe essere la necessità di mettere in discussione questi modelli», per far capire «alla società che non ci può essere una democrazia compiuta senza che al centro ci sia l’autodeterminazione femminile e la libertà femminile».

Ma per rimettere al mondo l’Italia – conclude – è necessario coalizzare diversi soggetti: non solo ed esclusivamente le donne, ma tutte le persone che non si riconoscono in questo Paese.

Non così per Ida Dominijanni, editorialista de Il Manifesto e membro della comunità femminile Diotima, secondo la quale “dietro le quinte della manifestazione del 13 e delle celebrazioni del 150esimo dell’Unità d’Italia si stia giocando un conflitto non dichiarato sulla figura della madre”.

Perché “se si richiama l’immaginario che identifica la donna con la nazione, l’ideale onnipotente della donna che può far ‘rinascere’ l’Italia, il rischio è di ritornare alla figura tradizionale della madre garante dell’ordine patriarcale, così come etimologicamente suggerisce la parola madrepatria: madre del padre”.

Per Dominijanni si tratta del “paradigma della donna brava, che lavora, mette al mondo dei figli e salva la comunità in pericolo, contrapposto alle presenze perturbanti delle ‘ donne permale’ che circondano il Sultano”.

Ma non è solo questo il punto: “A me pare evidente che il Berlusconi-gate, mettendo in scena l’estrema miseria di un certo modello di virilità, colpisca la dignità degli uomini prima che quella delle donne, e dovrebbe costringerli a mettersi di fronte alle proprie responsabilità e complicità rispetto a quel modello”.
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IWD started in 1909 in America and is now celebrated every March 8th by hundreds of countries around the world – fonte immagine

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TUTTE LE INIZIATIVE

La discussione divide e appassiona, ma tra poche ore si torna in piazza. Basta con le mimose e i regalini, l’8 marzo deve tornare a essere una festa laica del lavoro delle donne e un momento per rilanciare le rivendicazioni: al grido di «riprendiamoci l’8 marzo», il Comitato «Se non ora quando» vuole dare in questo modo continuità a ciò che la piazza del 13 febbraio, quando ha mobilitato un milione di persone, ha espresso.

In una conferenza stampa, il gruppo di donne – attrici, registe, politiche, storiche, giornaliste – ha spiegato di aver scelto il simbolo della coccarda rosa per celebrare quest’anno la Giornata mondiale della donna. Un fiocco da appendere a una statua, a un albero, alla borsa, al motorino, alla finestra, alla giacca o al finestrino della macchina.

E anche un fiocco «virtuale» con cui «legarsi tutte, nel 150.mo dell’Unità d’Italia, per una rinascita del nostro Paese». Ma nessuna manifestazione organizzata: troppo vicino il 13 febbraio, e poi quella era la «loro» manifestazione mentre l’8 marzo è una data che vede storicamente protagonisti tutti i movimenti femminili.

A Roma, comunque, ci sarà un «punto di presenza» a piazza Vittorio e altri tre punti in altrettante piazze della periferia; le 4 piazze saranno «collegate» da due camioncini che attraverseranno la città. Di rilievo l’iniziativa delle donne torinesi, che porteranno in dono alle «sorelle» della Locride alcune bandiere con il loro «Se non ora quando» da far sventolare nei loro paesi.

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TUTTE LE ALTRE INIZIATIVE DI ‘SE NON ORA QUANDO’
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E all’universo delle donne italiane si rivolge la piattaforma di richieste che il comitato lancia in occasione della festa: congedo di maternità obbligatorio e indennità di maternità, congedo obbligatorio di paternità, norme che impediscano il licenziamento «preventivo» come le dimissioni in bianco sono le questioni rilevanti.

«Bisogna tornare a considerare la maternità a carico della fiscalità generale» ha sottolineato Valeria Fedeli, ex sindacalista. Al centro, il tema della precarietà, che colpisce in modo massiccio le donne e soprattutto le ragazze.

«L’8 marzo può essere – ha spiegato Flavia Perina, direttrice del ‘Secolo d’Italia’ e parlamentare del Fli – l’occasione per aprire un dialogo su questa piattaforma – perché non confrontarsi anche su questo?».

«Nessun passo indietro rispetto ai temi del 13 febbraio – ha aggiunto rispondendo alle domande – ci sarà occasione di riprendere quel discorso, a cominciare dal 17 marzo, festa dell’Unità d’Italia». «Riapriremo dopo l’8 marzo – ha assicurato Francesca Izzo – la grande discussione su cosa le donne vogliono fare e come contare sulla scena pubblica».

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Afghan women attend at a gathering to mark the 8th of March, the International Women’s Day in Kabul, Afghanistan on Sunday, March 7, 2010

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06 marzo 2011

fonte:  http://www.unita.it/donne/8-marzo-le-donne-br-si-riprendono-l-italia-1.275500

IMMIGRAZIONE – Otto barconi verso Lampedusa

Da: | Creato il: 06/mar/2011

Lampedusa

Avvistati dalla Guardia di finanza

Otto barconi verso Lampedusa

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Non si conosce ancora il numero dei migranti a bordo. Testimoni hanno riferito che su uno dei barconi, partito dal porto di Zarzis, sulle coste meridionali della Tunisia, ci sarebbero oltre 200 persone

Un barcone di immigratiUn barcone di immigrati 

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Lampedusa, 06-03-2011

Otto imbarcazioni cariche di immigrati sono state avvistate attorno alle 18,30 di domenica da un velivolo della Guardia di finanza, in viaggio dalla Tunisia verso Lampedusa. A quanto si apprende dalla guardia costiera, le due piu’ vicine alla costa sono a 11 miglia a sud-ovest dell’isola, le altre a 40 miglia.

Il sindaco dell’isola siciliana, Bernardino De Rubeis, ha detto che chiamera’ il ministro dell’Interno Roberto Maroni.

“Il primo barcone – dice De Rubeis – arrivera’ fra un’ora. Ci attendiamo lo sbarco di 8-900 persone. Nella struttura ci sono gia’ 400 immigrati. Chiediamo che riprenda al piu’ presto il ponte aereo per far partire gli immigrati dall’isola”.

Nel pomeriggio era giunto a Lampedusa un altro barcone con circa 80 immigrati.

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fonte:  http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=150736

LA RIVOLUZIONE DEI GELSOMINI – Shangai, arrestati 15 reporter stranieri / VIDEO: 2011年02月28日台灣苹果日报 中國打壓 二次茉莉 京滬大批軍警「清場」逮人

2011年02月28日台灣苹果日报 中國打壓 二次茉莉 京滬大批軍警「清場」逮人

Da:

Shangai, arrestati 15 reporter stranieri

La manifestazione anti-governo convocata a Pechino è deserta

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Ogni domenica i militanti per i diritti umani e la democrazia cercano di organizzare una manifestazione emulando le rivolte nel mondo arabo

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La polizia ha fermato a Shangai almeno 15 giornalisti stranieri mentre tentavano di coprire la settimanale protesta anti-governativa. Lo hanno riportato due di loro, fermati fuori dal cinema dove gli organizzatori, protetti dall’anonimato della Rete, avevano dato l’appuntamento per la «passaggiata» che ormai ogni domenica i militanti per i diritti umani e la democrazia cinese cercano di organizzare emulando le rivolte nel mondo arabo.

Il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, ha definito il fermo di alcune ore – che ha coinvolto anche un corrispondente tedesco – «molto preoccupante».

I «rivoluzionari dei gelsomini» non si sono invece fatti vedere a Pechino, nella strada dello shopping fissata come punto d’incontro dai misteriosi contestatori che via web stanno incitando alla protesta. Alle 14 del pomeriggio, l’orario fissato per le proteste, la via appariva massicciamente controllata da poliziotti in divisa e in borghese, ma non si sono registrati incidenti né contestazioni dirette.

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06 marzo 2011

fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/391967/

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PHOTO – da

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兩名公安下令手持攝錄機的美聯社駐北京記者,離開王府井大街。美聯社

La polizia sequestra la videocamera a un reporter della Associated Press a Pechino, intimandogli di allontanarsi da Wangfujing Street – photo Associated Press

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上海公安將一名準備參加示威的民眾強押上車。路透社 – photo Reuters

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北京昨日高度戒備,大批武警經過隧道,進駐天安門廣場。法新社

Pechino in alto allarme ieri, un gran numero di poliziotti armati di stanza in piazza Tiananmen sbucano da un tunnel della sotterranea – photo  Agence France-Presse

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在王府井大街的公安,逐一查問外國記者的身份。法新社

La polizia in Wangfujing Street, Pechino, controllano l’identità di giornalisti stranieri – photo Agence France-Presse

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公安一邊將參加示威者帶走,一邊搶奪他手上的相機。路透社

Poliziotti trascinano un manifestante, uno di loro tenta di strappargli di mano la macchina fotografica – photo Reuters

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Un gran numero di persone si sono radunate a Shanghai, la polizia le disperde a colpi di fischietto – photo Reuters

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大批公安及便衣人員,將一名準備參加示威的上海民眾(中)帶走。美聯社 – photo Associated Press

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當局昨日派出灑水車,不斷在王府井大街上來回冲洗,阻止民眾聚集。互聯網

當局昨日派出灑水車,不斷在王府井大街上來回冲洗,阻止民眾聚集。互聯網

Camion comunale inviato a lavare Wangfujing Street, con l’ordine di percorrerla avanti indietro per impedire assembramenti di persone – photo da Internet

La zuppa che stermina gli squali. In California rischia il bando ma i cinesi americani si ribellano

La zuppa che stermina gli squali. In California rischia il bando ma i cinesi americani si ribellano

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di Gianni Trovati

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L’espansione della classe media in Cina rischia di far sparire gli squali dagli oceani del pianeta. Colpa della zuppa di pinna di squalo, un piatto tradizionale che per secoli è comparso solo sulle tavole di pochi ricchi per celebrare le cerimonie più importanti, ma che con l’espansione del benessere portata da anni di turbo-Pil è diventato per molti un irrinunciabile segno di vittoria sociale: «Ce l’ho fatta», si dice il cinese arricchito gustando la sua zuppa di pinna di squalo, ma gli oceani si svuotano.

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Shark fins in a bag await delivery at a wholesale warehouse in Hong Kong (Laurent Fievet)
Shark fins in a bag await delivery at a wholesale warehouse in Hong Kong (Laurent Fievet) – fonte immagine
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L’allarme è arrivato alle Hawaii e ora in California, dove gli scienziati tracciano i numeri di un’ecatombe: ogni anno 73 milioni di squali vengono amputati delle loro pinne e lasciati morire in fondo al mare, incapaci di muoversi, e in pochi anni è scomparso in questo modo il 90% degli squali. «È una scena terrificante – spiega al New York Times John E. McCosker, capo del dipartimento di biologia marina dell’Accademia californiana delle scienze – che per di più sconvolge tutta la catena alimentare, perché con lo squalo scompare il predatore di livello più alto».

Negli ultimi tempi l’allarme degli scienziati ha cominciato a tradursi in legge: dall’estate scorsa, alle Hawaii servire una zuppa di pinna di squalo può costare una multa da 5mila a 15mila dollari, e ora anche la California vuole bandire la zuppa dai ristoranti cinesi dello stato, ma non è semplice. Il perché lo spiega in sintesi al giornale di New York Anna Li, proprietaria del Chung Chou City, dove tutta la Chinatown newyorkese va a comprare i piatti di mare cinese: «Se non servi la zuppa, rimani povero», sintetizza, e tocca alla politica colorare con motivazioni culturali la rivolta contro la proposta: «La zuppa di squalo è nella nostra cultura da migliaia di anni – ribatte infatti Leland Yee, senatore dello stato della California e candidato democratico a sindaco di San Francisco – e bisogna trovare il modo di tutelare sia l’ambiente sia questa eredità culturale». La partita è aperta, e spacca i democratici californiani: su Facebook il gruppo di sostegno alla proposta di legge, presentata da Paul Fong e Jared Huffman (democratici di Cupertino e San Rafael, ha raccolto in un lampo 40mila adesioni.

Anche se avrà successo, la lotta internazionale contro il piatto (che negli anni scorsi è stato messo nel mirino anche a Londra), potrà fare poco se non riuscirà a intaccare le abitudini dei cinesi che vivono in patria. Solo a Hong Kong, uno degli epicentri di questa tradizione, si consumano 1.400 tonnellate di pinne all’anno, e ad aumentare la fortuna di questo piatto ci sono anche le sue pretese virtù «terapeutiche». «La zuppa di pinna di squalo ed i biscotti della fortuna – si legge per esempio nell’oroscopo cinese – garantiscono la buona salute dei Galli di Terra».

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06 marzo 2011

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-03-06/zuppa-stermina-squali-155141.shtml?uuid=AaaZewDD

QUELLI CHE TORNANO. SEMPRE – Scajola vede il premier e prepara il ritorno «Con me 62 parlamentari»

PARLA L’EX MINISTRO

Scajola vede il premier e prepara il ritorno «Con me 62 parlamentari»

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«Venderò la casa e mi riprenderò i 600 mila euro spesi, gli altri in beneficenza»

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Claudio Scajola
Claudio Scajola

ROMA – «Scherza?», s’era scandalizzata la segretaria Vincenza. «È sabato pomeriggio ed è quasi impossibile parlare con l’onorevole Claudio Scajola…».

(Dieci minuti dopo).
«Sono Scajola, mi sta cercando?».
Sì, onorevole: vorrei chiederle se sono vere le voci che la descrivono pronto a tornare in pista, dopo la vicenda giudiziaria legata alla sua casa con vista sul Colosseo.
«Guardi, come saprà mi sono imposto un volontario isolamento e non prevedo di rilasciare interviste…».
Però qualche novità c’è.
«In effetti, sì. Sul fronte giudiziario…».
Del fronte giudiziario, pure importante, parleremo magari dopo: è il suo ritorno alla politica attiva nel Pdl che…
«Guardi, io con Berlusconi non ho mai smesso di sentirmi. Dieci giorni fa, però, abbiamo effettivamente avuto un incontro piuttosto lungo».
Cosa vi siete detti?
«Abbiamo parlato di molte questioni…».
Lui le ha proposto qualcosa?
«No comment».
Allora è lei ad avergli chiesto un incarico e…
«No, guardi. Io, per abitudine, non chiedo».
Secondo alcuni osservatori, lei potrebbe tornare come coordinatore unico del partito, un partito che, tra l’altro, conosce molto bene.
«Lasci stare le voci… Ciò che posso dirle è che il Pdl è molto cambiato, negli ultimi anni. E io credo che, al suo interno, si debbano riscoprire valori, ripristinare regole, trovare nuovi entusiasmi».

Claudio Scajola – nato a Imperia nel gennaio del 1948, figlio di Ferdinando, che a Imperia fondò la Democrazia cristiana, e battezzato fra le braccia di Maria Romana De Gasperi, figlia di Alcide – torna a parlare di politica dieci mesi dopo essersi dimesso da ministro dello Sviluppo economico: era il 4 maggio del 2010, erano i giorni dell’inchiesta sull’imprenditore Diego Anemone e la sua cricca, storie di appalti torbidi e corruzione, tangenti, assegni e anche di un appartamento (mezzanino con strepitoso panorama sull’Anfiteatro Flavio) che Scajola, appunto, sostenne di aver pagato 610 mila euro, dichiarando di ignorare se qualcuno ne avesse poi versati altri 900 mila ai proprietari (le sorelle Papa, all’epoca divenute famosissime).

Dimissioni presentate in conferenza stampa, con una frase memorabile: «Non posso avere il sospetto di abitare una casa non pagata da me». «Più che memorabile – racconta rammaricato agli amici – fu una frase grottesca, infelice, stupida. Ma è facile dirlo adesso, con il senno del poi».
Cresciuto alla scuola dello scudocrociato, la Liguria controllata con migliaia di tessere e dosi di purissimo potere, il soprannome perfido di «Sciaboletta» (lo stesso di Vittorio Emanuele III), un carattere imprevedibile, curioso miscuglio di lucidità e istinto, Scajola è abilissimo a riemergere dalle situazioni più difficili (a 34 anni deve dimettersi da sindaco di Imperia perché ingiustamente arrestato per uno scandalo legato al casinò di Sanremo; poi è ministro dell’Interno quando la sua polizia randella al G8 di Genova e quando definisce Marco Biagi, appena ucciso dalle Br, un «rompicoglioni» che chiedeva la scorta: anche in questo caso deve dimettersi, ma anche in questo caso torna, dopo poco, in Consiglio dei ministri).

E sta tornando, a quanto sembra, pure stavolta. Spiega che i magistrati di Perugia hanno indagato 21 persone, ma non lui. E che «non esiste» una sola deposizione di Zampolini, il faccendiere di Anemone, in cui Zampolini dica «ho dato soldi a, ho consegnato assegni a…». Annusa la fine dell’incubo: «Ho messo in vendita quella casa e ho promesso di riprendermi solo i 600 mila euro che avevo speso, devolvendo in beneficienza il resto. Poi mi sono dimesso da ministro per rispetto delle istituzioni, ho lasciato lavorare in pace i magistrati… e se però ora si dovesse accertare che davvero non ho colpe, e se questo è un Paese normale, credo di poter legittimamente ricominciare a fare politica. O no?».

In verità, ha già ricominciato. E in modo pesante. E senza nascondersi. A luglio, una sera, alcuni parlamentari del Pdl organizzano una cena in suo onore a Roma, in un ristorante sull’Aurelia. Lui si commuove, ma, tra un brindisi e l’altro, non smette di contarli: sono 35. Così, a novembre, con Antonio Martino, lancia la «Fondazione Colombo»: e qui, tra deputati e senatori, arriva a 62 (buona parte dello zoccolo duro di ciò che fu Forza Italia). Poi il 12 dicembre, a Genova, a Palazzo Ducale, gli organizzano un comizio. «E lì, beh, c’erano duemila persone. Gente che sa bene come io sia non un uomo del potere, se no i giornali m’avrebbero trattato meglio, ma un uomo del fare…».

Silvio Berlusconi è informato. E osserva. Per Scajola, in fondo, ha sempre avuto un debole. Alla vigilia delle trionfali elezioni del 2001, non volle mandarlo a sciare: «Se ti rompi una gamba, chi mi chiude le liste?». Lui, Scajola, enfatico: «Silvio è il sole al cui calore tutti si vogliono scaldare». Gianni Baget Bozzo, teologo di Forza Italia, teorizzò che tra i due c’è «una straordinaria intrinseca complementarietà».

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Fabrizio Roncone
06 marzo 2011

fonte:  http://www.corriere.it/politica/11_marzo_06/scajola-ritorno-roncone_51f8e7e0-47c3-11e0-9c0b-cba0d8eea70e.shtml


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«Poco puliti e finti buonisti» Gli italiani visti dalle loro colf

IL CASO Il racconto delle collaboratrici familiari dopo il successo di un libro in Germania

«Poco puliti e finti buonisti»
Gli italiani visti dalle loro colf

«Ti danno un regalo di Natale e pensano che sia la tredicesima»

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MILANO – È successo l’altroieri a Roma. Una trentenne filippina si è presentata nella sede dell’Api Colf con un referto medico: la datrice di lavoro l’aveva picchiata perché non aveva pulito un armadio, ma aveva preferito finire di stirare i panni e rimandare l’incombenza al giorno dopo. «Quando sento queste cose mi vergogno di essere italiana», è drastica Rita De Blasis, presidente nazionale dell’associazione che ogni anno riceve diecimila richieste di aiuto o consulenza.
Un episodio isolato? Non sembra. Anzi, parafrasando il bestseller della colf polacca Justyna Polanska Unter deutschen Betten – svettato al primo posto nella classifica dei romanzi autobiografici di Amazon.de – «sotto i letti degli italiani» c’è più polvere che in Germania. Polvere fisica, come quella trovata da Maria Asuncion nell’appartamento bene di Milano («sotto la lavatrice lo sporco era incrostato da anni!»), e metaforica, fatta di piccole e grandi violazioni dei diritti. La stessa Teresa Benvenuto, segretario nazionale di Assindatcolf, il sindacato dei datori di lavoro domestico, è costretta ad ammettere: «Il buonismo iniziale di chi assume si trasforma in una pretesa di corrispondenza che confonde la concessione con la prestazione. Il risultato? Il 30-40 per cento delle persone che si rivolge a noi ha una vertenza da risolvere».

Succede che il datore faccia un regalo per Natale al suo aiuto domestico e poi si scandalizzi se quello, giustamente, gli chiede la tredicesima. C’è chi non paga lo straordinario nei giorni festivi. Chi vuole che nelle due ore di pausa la colf resti a casa. Chi non concede le ferie, e i giorni per il viaggio di nozze neanche a parlarne.

Certo, dire che gli italiani sono tout court dei pessimi datori di lavoro sarebbe ingeneroso (neppure le badanti sono tutte esemplari). Cecilia Pani coordina le scuole di lingua di Sant’Egidio a Roma – duemila «studenti» l’anno – e dal suo osservatorio vede tante storie di valorizzazione degli stranieri. «Semmai – osserva – dai temi che ci scrivono emergono casi di anziani lasciati soli, dimenticati dai figli, e di genitori che non riescono a farsi rispettare dalla prole, viziatissima». Anna Cimoli, insegnante sempre per Sant’Egidio a Milano, aggiunge: «Le brasiliane si stupiscono dell'”appartamento fortificato”, abituate alla loro famiglia allargata dove tra vicini di casa ci si aiuta a vicenda. Non si capacitano del fatto che i bambini dopo la scuola restino a casa da soli, o al massimo con la tata, senza interagire con i coetanei. E non capiscono l’ossessione delle mamme per il lavoro».

I giudizi più diffusi sono stati documentati dal «Welfare fatto in casa», lo studio dell’Istituto di ricerche educative e formative: i bambini non si comportano in modo educato secondo il 50,9% degli intervistati; gli anziani non sono trattati bene e rispettati per il 49,5%. «I giudizi sono duri perché arrivano da culture diverse. Mi fece effetto una moldava che anticipò il rientro delle sue vacanze nel Paese di origine perché qui in Italia veniva trattata meglio», ricorda Raffaella Maioni, responsabile nazionale delle Acli-Colf. La collega Pina Brustolin, referente per la provincia di Udine, riassume storie di violenze in famiglia («L’ultima è una giovane filippina molestata dal figlio alcolizzato dell’anziana di cui si occupava»), esempi felici di integrazione («Un’africana, accolta all’inizio con molta diffidenza, è riuscita a far camminare di nuovo il vecchio che doveva assistere») e modi di fare arroganti e ingiusti («una romena, pur lavorando presso una famiglia giorno e notte, era costretta a comprarsi da mangiare per sé»).

Nelle case dei tedeschi di Unter deutschen Betten, l’autrice ha trovato un criceto mummificato, una piantina di marijuana, un serpente vivo. Louise Rafkin, ne Lo sporco degli altri, è andata oltre, dando una interpretazione sociologica di ciò che scopriva: prodotti Weight Watchers in frigo uguale dieta; lenzuola sul divano uguale crisi di coppia.
E chissà cosa è passato tra le mani del milione e mezzo di colf (dati Censis) che contribuisce ogni giorno all’ordine e alla pulizia degli appartamenti degli italiani. Risponde Graziella Carneri, Cgil Milano: «Mi stupisco ogni volta che persone benestanti non pagano i contributi: durante la sanatoria del 2009, l’80% delle collaboratrici domestiche se li sono dovuti pagare da sole, ma formalmente è stato il datore di lavoro a consegnare il versamento allo sportello. A quel punto noi non potevamo fare più nulla».

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Elvira Serra
06 marzo 2011

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/11_marzo_06/colf-italiani-serra_5ed26b08-47c3-11e0-9c0b-cba0d8eea70e.shtml

APPROFONDIMENTI – Nord-Africa in fiamme: Le rivoluzioni franco-britanniche

Libyan rebels who are part of the forces against Libyan leader Moammar Gadhafi take positions in Brega on Friday. Picture: AP – fonte immagine

Le rivoluzioni franco-britanniche

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LONDON, March 6 (Reuters) – Libyan rebels have captured a British special forces unit in the east of the country after a secret diplomatic mission to make contact with opposition leaders backfired, Britain’s Sunday Times reported. The team, understood to number up to eight SAS soldiers, were intercepted as they escorted a junior diplomat through rebel-held territory, the newspaper said. – other sources say that soldiers and diplomats have been released (solleviamoci) – fonte immagine

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di Lino Bottaro

fonte: http://etleboro.blogspot.com/tratto da http://www.stampalibera.com/?p=22848

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Roma/Balcani – “Il Nord-Africa è in fiamme, un’escalation di rivolte trasformatesi ben presto in guerre civili. Questa è la guerra del Mediterraneo, volta a tracciare le nuove sfere di influenza energetiche e sottrarre ogni controllo all’Italia“. Questo quanto dichiarato da Michele Altamura, direttore dell’Osservatorio Italiano, secondo il quale sono ormai evidenti le manipolazioni delle campagne di disinformazione e dei falsi giustizialismi, volti a creare le “false rivoluzioni colorate” e così delle nuove false capitali islamiche. Un grande ruolo è ora svolto da Internet e dai social-network che rivelano così un volto molto pericolo, ossia di strumento per la creazione di assembramenti e riunioni di protesta, così come per il coordinamento delle grandi masse. In gioco vi sono gli interessi dei giganti petroliferi degli antichi colonizzatori franco-britannici dell’Africa, che con Total, Chevron, Exxon, Shell e BP hanno tracciato i propri imperi energetici, decidendo ora la destituzione di quei Governi che loro stessi hanno contribuito a creare. L’Italia, con i suoi piccoli giganti, è ora costretta ad arretrare sempre di più, vedendosi quasi costretta a lasciare Tripoli e la lunga serie di cooperazioni economiche sottoscritte con Gheddafi, mentre da sola dovrà affrontare l’ondata dei rifugiati che premono sulle coste di Lampedusa.

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Tali eventi non potranno non avere un’eco anche nei Balcani, dove i Governi dalla stabilità già precaria rischiano di essere bersaglio di manifestazioni incendiarie, viste le implicazioni etnico-religiose sempre in gioco. Si ingrossano così i forum e i blog che fomentano odio, malcontenti, scontri, utilizzando ogni banale pretesto per accendere le micce degli scontri. Dall’aumento dei prezzi al congelamento delle pensioni, dalla costruzione di una Chiesa all’espropriazione di un terreno. Le zone calde nell’area balcanica sono tante, primo tra tutti il Sangiaccato che rivendica l’autonomia e maggiori diritti per l’etnia bosniaco-musulmana, seguito poi dalla Bosnia Erzegovina, polveriera in cui vengono trafficate troppe armi e troppo esplosivo, ed infine la Macedonia che non ha ancora risolto l’equilibrio interno macedone-albanese. I governi, in questa guerra silenziosa, non hanno strumenti per monitorare queste nuove realtà, in cui vi sono programmi specializzati volti ad innescare conflitti inter-etnici ed interreligiosi, tutto questo gestito in maniera trasnazionale. “I media non rappresentano più la libertà di stampa, ma sono diventati solo ed esclusivamente dei cartelli di disinformazione e di provocazioni, sono delle società private con degli interessi economici. La nuova “rivoluzione internettiana” serve unicamente a cambiare le zone di influenza e a mettere al potere governi-fantoccio ingovernabili – afferma Altamura -.L’Italia resta a guardare impassibile questo scenario paradossale, in cui sia la Russia che l’America o l’Inghilterra, e persino l’ultimo paese sperduto, possono infliggere ovunque un qualsiasi colpo.

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fonte:  http://www.disinformazione.it/rivoluzioni_franco_britanniche.htm

MAGARI! – L’ira di Minzolini su Radio Londra: “Allora me ne vado…”

L’ira di Minzolini su Radio Londra

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Non è andata giù la richiesta del dg Masi a Minzolini di non sforare con il Tg1 delle 20  una volta che partirà Radio Londra di Giuliano Ferrara, il 14 marzo. La partita dell’audience si gioca soprattutto nelle parti finali del telegiornale e Minzolini teme che questa imposizione possa ripercuotersi ulteriormente sui dati già non eccellenti del suo giornale. Qualcuno l’avrebbe sentito gridare: “Allora me ne vado…”

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fonte:  http://indiscreto.blogautore.repubblica.it/2011/03/04/lira-di-minzolini-su-radio-londra/

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Saviano: «Caso Ruby? Tristezza per un nonno in solitudine»

Lo scrittore e Fabio Fazio promettono: «Rifacciamo Vieni via con me»

Saviano: «Caso Ruby? Tristezza
per un nonno in solitudine»

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L’autore di Gomorra: «Io in politica? La vera rivoluzione è fare il proprio lavoro»

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Fabio Fazio e Roberto Saviano (Ansa)
Fabio Fazio e Roberto Saviano (Ansa)

MILANO – «Abbiamo deciso che la rifacciamo, c’è la voglia di rifarla». Fabio Fazio, dal suo programma «Che tempo che fa», annuncia l’intenzione di dar vita ad una nuova edizione di «Vieni via con me» condotta a novembre 2010 con Roberto Saviano. Il conduttore ha poi letto con l’autore di «Gomorra» un elenco di quello di cui vorrebbe parlare nella nuova edizione. «Cominciamo a lavorarci», ha concluso.

BERLUSCONI – Saviano, nel corso del suo intervento da Fazio ha parlato anche del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Quella che emerge dal caso Ruby è la figura «di solitudine», di «un nonno» ha sostenuto Saviano registrando a Milano la puntata di domenica sera. «Quando ho letto le carte – ha detto – non mi è venuto un senso di nausea ma, se tutto fosse confermato, un sentimento di tristezza, di solitudine per un nonno che si trova in una situazione del genere. Dove è il puritanesimo, il moralismo in tutto questo?. C’è voglia di dire che il Paese è altro, il paese sorride, vuole vivere. È tutt’altro che una sessualità che arriva allo scambio, all’estorsione, al racket».

MARINA BERLUSCONI– Poi ha parlato della figlia Marina: «Questa contraddizione su di me è diventata pesante perché non ci si può professare editore libero e poi, quando qualcosa non va, darmi addosso, cosa che non è stata fatta con altri autori che pure hanno criticato il governo. L’ho visto come una paura politica da parte di Marina Berlusconi che forse non ha avuto il coraggio di dirmi chiaramente che non sopportava più i miei discorsi». «La prima volta – ha aggiunto lo scrittore – sono stato attaccato da Marina Berlusconi quando il premier disse con un messaggio molto duro che ‘Gomorrà faceva male all’Italia, come se chi scrive queste cose ne fosse responsabile. Marina è intervenuta da editore difendendo il padre». La seconda volta quando Saviano dedicò la laurea ad honorem ai magistrati milanesi: «Eppure avevo pensato a Ilda Boccassini perché aveva seguito le inchieste sulla mafia».

IN POLITICA – «La vera rivoluzione è fare il proprio lavoro. Questo è ciò che serve per salvare un paese ed è quello cho io ho intenzione di fare» ha detto Saviano smentendo l’ipotesi di un suo ingresso in politica, ventilata negli ambienti del centrosinistra dopo il suo discorso durante la manifestazione al Palasharp di qualche settimana fa.

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Redazione online
06 marzo 2011

fonte:  http://www.corriere.it/spettacoli/11_marzo_06/fazio-saviano-vieni-via-conme_382a6df8-4817-11e0-9c0b-cba0d8eea70e.shtml

Costa d’Avorio, strage di donne: Manifestavano contro Gbagbo / VIDEO: Shocking video: Troops shoot at female protesters in Ivory Coast

Shocking video: Troops shoot at female protesters in Ivory Coast

Da: | Creato il: 05/mar/2011

(WARNING: VIDEO CONTAINS GRAPHIC FOOTAGE) At least six women were killed as soldiers backing Ivory Coast’s contested president Laurent Gbagbo gunned down female protesters in Abidjan on Thursday. The incident which took place as thousands took part in an all-women march demanding the departure of Laurent Gbagbo. Footage posted on YouTube shows women waving branches in the air in protest as set of successive booms is heard. The crowd of hundreds scatters, then the cameraman pans over the collapsed bodies of at least four women. The incident has prompted a shockwave of criticism. The spokesman for Ivory Coast’s military denied the army was involved. He read a statement on state TV late on Friday, calling it a lie spread by the international media.

Costa d’Avorio, strage di donne
Manifestavano contro Gbagbo

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La polizia ha aperto il fuoco su una manifestazione di sostenitrici di Ouattara, riconosciuto vincitore delle ultime elezioni dalla comunità internazionale. L’autoproclamato presidente sta tagliando i rifornimenti alle zone dominate dall’opposizione. L’Onu: “A un passo dalla crisi umanitaria”

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di DANIELE MASTROGIACOMO

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Costa d'Avorio, strage di donne Manifestavano contro Gbagbo

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Cinquanta morti in una settimana, 365 vittime dal 28 novembre scorso, giorno  d’inizio di una crisi che scivola pericolosamente verso una guerra civile. Paralizzata dal rifiuto del presidente uscente Laurent Gbagbo a riconoscere il risultato delle ultime elezioni presidenziali 1 che hanno sancito la vittoria del rivale Alassane Ouattara, la Costa d’Avorio continua a vivere giornate di crescente tensione.

In mattinata centinaia di donne si sono fatte coraggio e sono scese in piazza a Abobo, un quartiere a nord della capitale abitato dai sostenitori di Ouattara. “Hanno cominciato a lanciare slogan e ad innalzare dei cartelli contro Gbagbo”, raccontano molti testimoni. “A un certo punto, da un vicolo della piazza sono piombati un paio di gipponi carichi di uomini armati. Alcuni indossavano giubbotti militari, ma la maggior parte era in abbigliamento civile. Sono saltati fuori e hanno iniziato a sparare a raffica, ad altezza d’uomo. Il gruppo di manifestanti è sbandato, una ventina di donne sono cadute sotto i colpi dei proiettili. Sei sono rimaste a terra, morte sul colpo. Un’altra decina erano ferite e si lamentavano. Sono state soccorse a portate al riparo mentre le raffiche continuavano a fischiare attorno e a colpire chiunque si trovasse a tiro”. E’ scoppiato il panico, naturalmente. L’assembramento si è sciolto subito e solo dopo una buona mezz’ora le ambulanze sono riuscite a raggiungere la zona e a prelevare i feriti.

Non è la prima manifestazione spontanea che si svolge a nord di Abidjan. Dalla metà di febbraio, quasi ogni giorno, gruppi di uomini e di donne scendono per le strade e cercano di sostenere le ragioni di Ouattara, la cui vittoria è stata riconosciuta sia dalle Nazioni Unite che dagli osservatori internazionali ma fortemente osteggiata dall’uomo forte del paese, l’ex presidente transitorio Laurent Gbagbo. La scorsa settimana il quartiere era stato teatro di violentissimi combattimenti tra gli ex ribelli di Ouattara e le truppe governative rimaste fedeli al vecchio regime. Sostenuti dai miliziani che si sono battezzati “Commando invisibili”, i lealisti erano riusciti ad assumere il controllo di alcune aree vicine a Abodo, considerata la roccaforte del candidato vincitore alle passate elezioni.

Nonostante l’isolamento internazionale, il blocco dei conti correnti intestati al vecchio governo nelle banche centrali di tutti i paesi dell’Africa occidentale, Laurent Gbagbo continua a gestire l’attività amministrativa e politica forte dell’appoggio dell’esercito nazionale deciso a godere ancora dei privilegi concessi dall’ex presidente. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha ricordato che il termine di un mese, accordato a una terna di capi di Stato africani per tentare di risolvere la paralisi istituzionale della Costa d’Avorio, scadrà a fine settimana. Le mediazioni fin qui avviate sono tutte fallite. La guerra civile non è più un incubo: si sta trasformando in realtà.

Nessuno è in grado di prevedere delle soluzioni concrete. Le pressioni internazionali e il blocco dello scambio commerciale, compresa l’esportazione del cacao voce primaria dell’economia del paese, rendono sempre più tesa l’atmosfera ad Abidjan. La crisi aggredisce strati sempre più vasti della popolazione. Il paese è diviso in due. Il nord, legato a Ouattara, e i quartieri dove vivono i suoi sostenitori sono isolati. Gbagbo agisce sulle cose primarie: ha tagliato i collegamenti per l’erogazione di energia elettrica e dell’acqua. Gli Usa temono il peggio, hanno ordinato l’evacuazione dell’ambasciata. Moltissimi ivoriani, assieme agli immigrati del Burkina Faso giunti in massa in questi anni, fuggono verso le frontiere.  L’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani, Navi Pillay, lancia un allarme:  “Siamo a un passo dalla crisi umanitaria”.

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03 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/03/03/news/costa_avorio-13140044/